Due settimane dopo il nubifragio i muri del seminterrato erano puliti, ma ancora bagnati. Come ci si comporta quando non si hanno tutti i dati a disposizione?
Diario di cantiere in corso: il lavoro va avanti e il diario si aggiorna fino alla fine. Ultima puntata: l’asciugatura mirata. Le puntate nuove si aggiungono prima della conclusione.
Indice
- Muri puliti ma bagnati
- La termocamera conferma quello che si vede
- Perché non da solo, e perché non in fretta
- Il settore 1: l’aria gira dentro, i pannelli stanno lontani
- Giorno 24: la base resta fredda
- Le muffe sono venute fuori con gli apparecchi accesi
- Che cosa resta da fare
- La prassi, e come ho lavorato qui
- L’asciugatura mirata, una zona alla volta
- In conclusione
- In sintesi
- Nota di calcolo
- Fonti
- L’autore
Muri puliti ma bagnati
Dopo un nubifragio di poche ore, in una località costiera, molte abitazioni hanno avuto i piani interrati sott’acqua. Mi hanno chiamato per uno di questi: un seminterrato con locali di servizio e un garage, dove non vive nessuno. Quando sono sceso la prima volta erano passati quindici giorni dall’allagamento, e ho trovato muri puliti ma bagnati. Sulle pareti le muffe si stavano formando, ma non erano ancora evidenti.
Qualcuno si chiederà perché sono arrivato dopo due settimane. Quando sono stato chiamato a interessarmi della situazione erano già passati quei giorni: altrimenti avrei cominciato molto prima. Nel frattempo, prima del mio arrivo, il fango era stato tolto e le pareti erano state lavate. Era passato anche un ingegnere, che sulla struttura aveva detto che era tutto a posto. Un elettricista, poi, aveva messo in sicurezza l’impianto: le placche e i frutti di diversi punti elettrici risultavano smontati, con le scatole aperte.
Del giorno dell’allagamento ho le fotografie della committenza. L’acqua è scesa lungo la rampa carrabile, con ogni probabilità acqua piovana, e dal piede della rampa ha invaso i locali fino a oltre un metro. Sulle pareti ha lasciato una riga di detriti, a circa 1,33 metri dal pavimento, e quella riga è la misura dell’altezza raggiunta dall’acqua.


Al sopralluogo ho fatto le mie indagini, con l’ispezione visiva e l’indagine termografica, e le mie valutazioni. Poi ho presentato alla committenza un progetto di risanamento, e la committenza l’ha accettato. L’incarico è questo: asciugare i locali secondo quel progetto, per evitare problemi futuri.
Non è stata chiesta una perizia. Prima di un intervento come questo le linee guida prevedono una serie di analisi, e di norma si fanno. In cantiere, però, capita di dover decidere con quello che si ha: qui l’ispezione visiva e la termocamera, poi le misure con gli apparecchi accesi. Le analisi previste le metto in fila alla fine del racconto, e per ognuna dico che cosa ho usato al suo posto.
La termocamera conferma quello che si vede
Che i muri fossero bagnati si vedeva già a occhio. Per esserne sicuro ho fatto una prima ricognizione con la termocamera, locale per locale: 32 termogrammi in otto minuti, fra le 9:37 e le 9:45. La termocamera mi ha dato la conferma.
La termocamera legge la radiazione infrarossa che esce dalle superfici e la traduce in temperature, punto per punto, in una mappa di colori: il termogramma, come lo chiama la norma sulla termografia degli edifici, la ISO 6781-1. L’acqua la fa vedere in due modi. Il primo è l’evaporazione: dove la faccia di un muro bagnato evapora, l’evaporazione le toglie calore, e quella zona risulta più fredda della parte asciutta accanto. Lo descrivono Garrido e colleghi, nel 2020, e Dafico e colleghi, nel 2022, nei loro studi sui metodi per rilevare l’umidità negli edifici. Il secondo è la lentezza. L’acqua ha un calore specifico più alto dei materiali da costruzione asciutti, scrivono Dafico e colleghi: per scaldarsi di un grado le serve più calore. Per questo un materiale bagnato cambia temperatura più lentamente di uno asciutto. La guida del costruttore della termocamera per l’edilizia ne fa un accorgimento: far cambiare temperatura alla costruzione e guardare quali parti restano indietro.

Nei termogrammi di questo cantiere il blu, l’azzurro e il verde sono le zone più fredde, dove la faccia è ancora bagnata; il giallo e il rosso sono le più calde, e in superficie più asciutte. Ogni immagine ha la sua scala, scritta a destra, e si legge per differenze dentro la stessa immagine: lo stesso colore in due immagini diverse non vuol dire la stessa temperatura. Tutti i termogrammi hanno la stessa tavolozza e una scala di ampiezza fissa, di 3 o di 6 °C secondo l’immagine. Le impostazioni della termocamera, emissività e temperatura riflessa, sono nella nota di calcolo.

La termocamera, però, legge solo la faccia: nell’intonaco arriva al massimo a circa un centimetro e mezzo quando il muro viene scaldato apposta, e meno senza, scrivono Garrido e colleghi, e non dice quanta acqua c’è più in fondo. Inoltre una zona fredda non è per forza acqua. Un ponte termico, per esempio, abbassa la temperatura della faccia interna: è un punto della costruzione meno isolato di quelli intorno, come una trave, un solaio o un pilastro in calcestruzzo. L’aria fredda che entra da una fessura raffredda la superficie lungo cui scorre. Un tubo caldo nel muro, al contrario, disegna una zona calda. Sono i casi che descrive la guida del costruttore della termocamera. Un’altra pagina dello stesso costruttore, sulla ricerca delle perdite d’acqua, scrive che quello che sembra umidità va sempre confermato con un misuratore di umidità. La norma sulla termografia degli edifici dice che l’esame termografico va spesso confermato con altri metodi, fra cui i misuratori di umidità.
Qui, però, le zone fredde stavano su muri che si vedevano bagnati già a occhio. E al sopralluogo l’igrometro, il misuratore di umidità del muro, non l’ho usato: non mi serviva un dato preciso, e la percentuale di umidità del muro, quel giorno, non mi interessava. Mi interessava l’asciugatura finale. Più che da dove parto, mi interessa dove devo arrivare.
Perché non da solo, e perché non in fretta
La committenza mi ha chiesto subito di salvare le malte. Ho risposto che se si salvano lo potrò dire solo ad asciugatura completa. Sulle pareti, in alcuni punti, affioravano sali in superficie. E siamo in zona costiera. Woolfitt, in un articolo del 2000 sui sali solubili nelle murature, mette il sale marino fra le fonti esterne dei sali che possono degradare una muratura.
L’errore che vedo fare più spesso, dopo un allagamento, è pensare che i muri si asciughino in fretta lasciando le finestre aperte o facendo solo girare l’aria. Non sempre si può fare, e in un caso come questo non funziona. Qui l’asciugatura va calcolata, per evitare le muffe, le efflorescenze e le sub-efflorescenze. Le linee guida dell’agenzia federale americana per le emergenze, la FEMA, danno da due a quattro settimane per i locali perimetrali con un’ottima ventilazione. Per i locali interni o poco ventilati danno da quattro a sei settimane o più. Una guida pubblicata nel 2010 per il governo britannico riporta che l’asciugatura naturale di un edificio allagato richiede mesi, e che con gli apparecchi i tempi scendono a settimane. Sono indicazioni per le abitazioni in genere, non per i seminterrati in particolare. Nelle prove del Fraunhofer, l’istituto tedesco di fisica delle costruzioni, l’asciugatura naturale non è bastata ad asciugare i componenti bagnati.
Asciugare in fretta, però, ha un altro rischio, che riguarda i sali. L’acqua, per uscire dal muro, deve passare dallo stato liquido al vapore. All’inizio il flusso capillare la richiama attraverso i pori fino alla faccia, dove evapora, come descrive Luckins in uno studio del 2025 sull’asciugatura dei materiali porosi; e con sé porta in soluzione i sali solubili che trova. Sono quelli entrati con l’allagamento e, a volte, quelli contenuti nei materiali da costruzione. Dove l’acqua evapora, il vapore se ne va e i sali restano e cristallizzano. Se l’acqua evapora lentamente, la soluzione fa in tempo ad arrivare in superficie prima di evaporare, e i sali cristallizzano fuori: sono le efflorescenze. Se evapora in fretta, i sali si accumulano e cristallizzano dentro il muro, nei pori sotto la superficie: è la sub-efflorescenza. Che sia la velocità dell’evaporazione a decidere dove cristallizzano i sali lo riportano Cappai e colleghi, nel loro studio del 2024 sulla cristallizzazione dei sali nel calcare.
Crescendo nei pori, i cristalli spingono sulle loro pareti: è la pressione di cristallizzazione, che può degradare mattoni e malte. Woolfitt scrive che i pori più fini non riescono a contenere i sali che si accumulano, e alla fine vengono rotti dalle forze espansive della crescita dei cristalli. Scrive anche che l’efflorescenza in vista può essere relativamente innocua rispetto alla cristallizzazione nascosta nei pori sotto la superficie. L’efflorescenza in vista, poi, si asporta prima del ripristino. Dentro il muro, invece, i sali restano: molti sono igroscopici, cioè assorbono l’acqua dall’aria dell’ambiente, e possono riattivarsi e dare problemi di umidità igroscopica. Di come i sali lavorano nel muro ho scritto in La gestione dei sali nei dettagli e in Come asciugare una casa bagnata.
Per questo servivano gli apparecchi, e l’asciugatura va fatta per gradi. A chi mi chiede perché ci vuole tanto tempo rispondo così: il muro deve asciugarsi lentamente, per non degradare mattoni e malte con i sali e non doverle rifare.
Il settore 1: l’aria gira dentro, i pannelli stanno lontani
Prima di accendere, alcune contropareti in cartongesso allagate, ormai compromesse, sono state smontate. Per i materiali porosi l’Istituto Superiore di Sanità, nelle indicazioni ai cittadini dopo un’alluvione, dà un criterio: vanno eliminati quelli rimasti bagnati per più di 48 ore, che non si possono pulire né asciugare. Ho anche controllato i corrugati dei punti allagati, cioè i tubi flessibili nel muro dentro cui passano i cavi elettrici: dove c’era acqua ho usato l’aria compressa e l’aspirapolvere, e poi ho insufflato aria calda a temperatura moderata, per non danneggiare i cavi. I punti allagati che non servono restano aperti, con le scatole senza placca: sono sfoghi per i corrugati e punti in cui l’evaporazione è maggiore, e per questo vanno lasciati aperti, ma messi in sicurezza.
Il giorno 19 abbiamo posato gli apparecchi del primo settore. Un settore è un gruppo di locali chiuso con teli verso il resto del seminterrato: si lavora lì, e poi si passa al successivo. Qui l’asciugatura ha due tempi. Il primo è generale, su tutti i locali del settore insieme, per non forzare. Nel secondo gli apparecchi si spostano stanza per stanza, per un’asciugatura mirata, e l’asciugatura si spinge di più. L’aria non si prende da fuori. Deve girare dentro il settore e portare il vapore ai deumidificatori, che lo condensano e rimettono in circolo l’aria più secca.
Nel settore 1 lavorano due deumidificatori a condensazione, un ventilatore radiale con i suoi tubi flessibili e tre pannelli radianti a infrarossi, in tre stanze. Le bocche dei tubi vanno lungo le pareti, in diagonale, così che l’aria scorra sulla superficie dei muri e arrivi, in un vortice, ai deumidificatori. Anche i ventilatori dei deumidificatori lavorano con tubi flessibili, da 100 millimetri, che portano l’aria calda nelle stanze dei pannelli, per farla girare.
Nel deumidificatore il ventilatore interno aspira l’aria del locale e la manda sull’evaporatore, la parte fredda. Lì l’aria scende sotto il suo punto di rugiada, e il vapore si deposita come condensa. L’aria più secca passa poi sul condensatore, si riscalda leggermente e torna nel locale. Sono le istruzioni del costruttore di questi apparecchi, e da costruttore a costruttore le funzioni cambiano. La condensa la raccoglie una pompa, che la scarica in un pozzetto esterno.
L’umidità relativa dice quanto vapore contiene l’aria rispetto al massimo che potrebbe contenere alla stessa temperatura: la norma sulla condensa, la UNI EN ISO 13788, la definisce come rapporto fra la pressione del vapore e quella del vapore saturo. Il punto di rugiada, come lo definisce il servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti, è la temperatura a cui l’aria va raffreddata, a pressione costante, per arrivare al 100 % di umidità relativa. Se l’aria si raffredda ancora, il vapore in più condensa in acqua: è quello che succede sulle alette fredde dell’evaporatore. Più il punto di rugiada è alto, più vapore c’è nell’aria.
I pannelli a infrarossi scaldano le superfici che hanno davanti, e sono le superfici a scaldare l’aria. Nei primi giorni li ho tenuti a distanza dalle pareti, perché l’asciugatura deve partire lenta, per i sali; poi li ho avvicinati per gradi, in giorni diversi. Al Fraunhofer hanno provato in laboratorio un pannello radiante a 5 centimetri da una parete in laterizio forato spessa 115 millimetri, bagnata alla base. La superficie è arrivata a 50 °C e la parete è tornata asciutta in 13 giorni. Gli stessi ricercatori scrivono che ogni dieci gradi in più possono raddoppiare l’acqua che evapora. Di sali, in quella prova, non si parla. Qui i sali ci sono, e per questo il calore lo do per gradi.
Seminterrato allagato: la fase 1 dell’asciugatura
Il settore in lavoro, il giro dell’aria e i pannelli spostati per gradi
Pannelli in posizione 1 di 3posizione 2 di 3posizione 3 di 3
- Settore 1: locali in asciugatura in questa fase
- Fuori settore: locali dei settori successivi
- Deumidificatore a condensazione
- Ventilatore radiale
- Tubo flessibile: aria spinta nei locali
- Aria che lambisce le pareti e torna al deumidificatore
- Aria scaldata passando tra pannello e muro: resta calda fino al deumidificatore
- Pannello radiante: tre posizioni in giorni diversi, una alla volta
- Pannello lontano dal muro, nei primi giorni
- Parete fredda: bagnata fino alla linea dell’acqua
- Parete scaldata davanti al pannello
Schema senza quote. I colori delle pareti seguono la logica dei termogrammi: blu freddo, arancio caldo. L’aria che torna al deumidificatore diventa arancio dove passa tra il pannello e il muro, perché lì si scalda; i percorsi sono schematici.
Il limite pratico l’ha messo la corrente. In ambito domestico il carico elettrico di un’asciugatura può diventare un problema serio. Prima di montare ho fatto il conto della potenza e ho diviso i carichi su linee diverse. Anche così, non si poteva portare più di quello che è stato portato, senza sovraccaricare gli impianti. Una fila di pannelli lungo tutto il perimetro dei locali gli impianti non l’avrebbero retta: per questo i pannelli sono tre, e si spostano da un tratto all’altro delle pareti. Al controllo del giorno 24 l’avvolgicavo era svolto per intero, come il manuale del deumidificatore chiede di fare con le prolunghe, le prese erano fissate nelle scatole con la placca e le giunzioni delle prolunghe erano sollevate da terra.
All’accensione gli igrostati dei due deumidificatori, i sensori che li comandano in base all’umidità dell’aria e ne mostrano il valore sul display, segnavano il 64 e il 68 % di umidità relativa dell’aria del locale. Cinque giorni dopo sono tornato con gli strumenti, per vedere se stava funzionando.
Giorno 24: la base resta fredda
In un’asciugatura si misurano tre cose diverse: l’aria del locale, la superficie del muro e l’interno del muro. Al giorno 24 ho usato un termometro a infrarossi con sensore di umidità, che legge la temperatura della superficie e, con i suoi sensori interni, calcola il punto di rugiada dell’aria. Avevo con me anche un secondo termometro a infrarossi, un pirometro con scanner del punto di rugiada. Per l’interno del muro ho usato un misuratore a microonde, che secondo il costruttore legge fino a circa 30 centimetri di profondità. Dà un numero in unità proprie dello strumento, non una percentuale d’acqua: serve a confrontare un punto con l’altro e, alla fine, con la parte alta dello stesso muro, dove l’acqua non è arrivata. Sono le istruzioni dei rispettivi costruttori, e da costruttore a costruttore cambiano.
Da quando lo strumento si è adattato all’aria del locale, il punto di rugiada è rimasto fra 17,4 e 19,4 °C in tutti i locali del settore. Gli igrostati dei deumidificatori, quel giorno, segnavano il 58 e il 53 % di umidità relativa, contro il 64 e il 68 % dell’accensione, e riguardavano l’aria del locale.
La temperatura dell’aria non l’ho presa locale per locale. Con i pannelli accesi l’ambiente si scalda a macchia di leopardo, diverso di metro in metro, e una lettura per locale non direbbe niente. Per questo seguo il punto di rugiada, che dice quanto vapore c’è nell’aria, mentre l’umidità relativa cambia con la temperatura.
Dal punto di rugiada e dalla temperatura della superficie si ricava l’umidità relativa dell’aria a ridosso della faccia del muro. Il calcolo usa la formula del vapore saturo della stessa norma sulla condensa. Parte da un’ipotesi: che a ridosso della faccia il vapore sia quello letto dallo strumento. Lo riporto per intero nella nota di calcolo. Con questa ipotesi, davanti a una faccia più fredda dell’aria la pressione del vapore saturo è più bassa. L’aria, lì, può contenere meno vapore, e l’umidità relativa sale. Sulle superfici scaldate, fra 26 e 30 °C, l’umidità a ridosso della faccia stava fra il 50 e il 63 %. Su quelle fra 24 e 25,5 °C stava fra il 67 e il 70 %, e su quelle rimaste a 22-23 °C fra il 72 e il 77 %. Sono gli intervalli dei valori letti. Ogni valore ha il margine d’errore dello strumento, che è nella stessa nota. Su un punto a 20,6 °C l’umidità risultava attorno al 93 %. Lì la superficie stava a poco più di un grado dal punto di rugiada, e la condensa superficiale non si può escludere.
La linea guida sulle muffe dell’Agenzia federale tedesca per l’ambiente, aggiornata nel 2024, dice che alla crescita delle muffe basta un’umidità del 70-80 % alla superficie del materiale, se dura a lungo, anche senza che il materiale si veda bagnato. Messi accanto a quella fascia, i valori del giorno 24 si leggono così: a ridosso delle facce scaldate, fra 26 e 30 °C, l’umidità stava sotto la fascia; a ridosso di quelle fra 24 e 25,5 °C stava sul suo limite inferiore, fra il 67 e il 70 %; a ridosso di quelle rimaste a 22-23 °C stava dentro.
I pannelli, al giorno 24, erano più vicini alla parete che alla posa. Davanti a un pannello acceso la termocamera mostra l’impronta del calore, più calda al centro e più fredda ai bordi: lì i colori dipendono dal pannello. La radiazione che arriva alla termocamera comprende anche quella che la superficie riflette, dice la norma sulla termografia. Davanti a un pannello acceso, la parete riflette il pannello stesso. Per questo quelle temperature le do solo come «oltre i 30 °C» e non le uso nel calcolo.

Il misuratore a microonde diceva la stessa cosa dei termogrammi. Vicino al battiscopa leggeva da 72 a 80, in alto da 34 a 48, nelle unità dello strumento, che non sono percentuali: la base dei muri restava la parte più bagnata.

Lungo alcuni spigoli, intanto, l’intonaco che copre i paraspigoli, i profili metallici annegati nell’intonaco sugli spigoli, cominciava a staccarsi a scaglie. E sulle pareti, in alcuni punti, le muffe ormai erano evidenti.
Le muffe sono venute fuori con gli apparecchi accesi
Al mio arrivo le muffe c’erano già, ma appena visibili: puntinature scure che si vedevano a malapena. Subito dopo l’installazione degli apparecchi sono diventate evidenti, e me lo aspettavo. Togliendo l’acqua dal muro e dal pavimento, l’acqua che evapora passa nell’aria del locale come vapore, e a ridosso delle superfici più fredde l’umidità sale. Al giorno 24, a ridosso delle pareti rimaste a 22-23 °C, l’umidità era fra il 72 e il 77 %, dentro la fascia in cui le muffe crescono.
Qui le muffe sono la conseguenza di un evento acuto, l’acqua entrata nei muri con l’allagamento, e non sono il problema primario. Non nascono da un difetto del locale, come una condensa che si ripete o una ventilazione insufficiente.

La stessa linea guida tedesca mette nella classe d’uso III, con requisiti ridotti, i locali che non si usano in modo continuativo fuori dagli alloggi: le cantine degli edifici con più alloggi a cui si accede dal cortile o dal vano scala, mai dall’alloggio, i garage e gli altri locali accessori. Lì, scrive, l’esposizione è minore. Questo seminterrato ci rientra: ha locali di servizio e un garage, e ci si arriva dal vano scala dell’edificio. Per i biocidi la linea guida scrive che in quella classe, in linea di principio, non servono. Sull’ordine dei lavori scrive che i passi possono cambiare ordine e che, nella classe III, le misure si possono graduare secondo l’uso del locale. La muffa visibile, però, se possibile, si toglie prima dell’asciugatura con gli apparecchi. Così il loro funzionamento non diffonde i bioaerosol, cioè le spore e i frammenti sospesi nell’aria.
Qui, prima di accendere, nel locale la muffa si vedeva appena, e non c’era ancora niente di evidente da togliere dai muri. È diventata evidente dopo, con gli apparecchi in funzione e il settore chiuso con i teli. La stessa linea guida chiede, quando serve, di separare durante l’asciugatura i locali colpiti da quelli non colpiti. Chiede anche di non liberare né spargere polveri e parti di muffa: è quello che fanno i teli del settore, posati il giorno 19. Appena la muffa è venuta fuori ho fatto la prima fase del trattamento delle muffe: il giorno 26, nel settore 1. La zona di lavoro l’abbiamo chiusa con teli fissati alle pareti e al soffitto, con un telo steso sul pavimento.



La prima fase, però, non chiude il lavoro sulle muffe, e non è ancora il trattamento antimuffa. Con il pavimento e i muri ancora bagnati, l’umidità relativa in un seminterrato resta molto alta, e il trattamento antimuffa, fatto adesso, vorrebbe dire ritrovarle dopo pochi giorni. Siamo in zona di mare, con alberi e vegetazione intorno, e le spore ci sono sempre. Prima va ristabilito un minimo di equilibrio nell’ambiente.
Peitzsch e colleghi, nel 2012, hanno provato dieci trattamenti in commercio, applicati come dicono i produttori su campioni di cartongesso e di legno contaminati di proposito: nessuno ha eliminato del tutto le muffe vive. Una rassegna neozelandese del 2019, che riprende lo studio, aggiunge che, quando i campioni sono stati bagnati di nuovo, la crescita è aumentata in fretta.
La candeggina non la uso. L’Istituto Superiore di Sanità, nelle stesse indicazioni ai cittadini, la mette fra i mezzi per rimuovere le muffe, insieme ad acqua e sapone. Ma la candeggina uccide la muffa e non la toglie. Per l’agenzia americana per l’ambiente, l’EPA, lo scopo della bonifica è rimuoverla, perché anche la muffa morta resta allergenica. La stessa agenzia non la raccomanda come pratica di routine. Fa male anche a chi la usa: due studi epidemiologici, uno sulle addette alle pulizie domestiche e uno su chi pulisce la propria casa con la candeggina quattro o più giorni a settimana, l’hanno associata a sintomi delle vie respiratorie.
Il trattamento antimuffa lo farò quando l’umidità a ridosso delle pareti sarà scesa sotto il 70 %. Per la linea guida tedesca è il limite della crescita: sotto circa il 70 % di umidità relativa alla superficie, anche quando le altre condizioni sono le più favorevoli, le muffe sui materiali non crescono. La stessa linea guida ricorda che le muffe prendono l’acqua sia dall’aria sia dal materiale su cui crescono. L’Organizzazione mondiale della sanità scrive che, anche se alcune specie germinano, cioè cominciano a crescere dalle spore, già al 62-65 %, sui comuni materiali da costruzione e di finitura le superfici restano libere dalla muffa sotto il 75-80 %.
Lo misuro come al giorno 24, con la temperatura della parete e il punto di rugiada. Non è il 53 % che la mattina del giorno 26 segnava il display del deumidificatore, che in funzionamento continuo mostra l’umidità relativa dell’aria del locale. A ridosso di una faccia più fredda dell’aria l’umidità è più alta, come ho spiegato al giorno 24: quel giorno, con gli igrostati al 58 e al 53 %, a ridosso delle facce rimaste a 22-23 °C stava fra il 72 e il 77 %.
Per decidere il trattamento antimuffa, però, un 70 % letto su un tratto di muro non basta. Lo stesso giorno, nello stesso settore, a ridosso delle facce scaldate l’umidità stava invece fra il 50 e il 63 %. La differenza fra le facce scaldate e quelle rimaste a 22-23 °C viene dal limite della corrente di cui ho detto al giorno 19. Ogni lavoro va gestito a sé: in questo cantiere quanti pannelli lavorano insieme lo decide la corrente disponibile, e con tre pannelli scaldo un tratto alla volta. Il valore che decide il trattamento antimuffa, invece, deve essere omogeneo: sotto il 70 % a ridosso di tutte le pareti del settore. Per arrivarci sposto i pannelli da un tratto all’altro e, nel secondo tempo dell’asciugatura, da una stanza all’altra. E soprattutto, alla fine, prima della pittura, ci sarà un altro trattamento.
Che cosa resta da fare
Prima della pittura ci sarà l’altro trattamento: quale, lo scrivo quando lo faccio. Il controllo del risultato lo farò io, prima di togliere i teli e anche dopo. Per la linea guida dell’Agenzia federale tedesca, prima di pitturare, le parti intonacate di nuovo devono essere asciugate del tutto.
I paraspigoli si cambiano. Alla base degli spigoli di alcune pareti interne si sono arrugginiti, e lungo lo spigolo l’intonaco si è staccato a scaglie. Siamo in zona costiera, e questi sono locali umidi già di per sé: qui non andavano messi profili di un metallo che arrugginisce. Lo scrive anche un produttore nella scheda tecnica dei suoi paraspigoli zincati: non vanno usati quando la salinità o l’umidità nella muratura o nell’aria sono elevate. La ruggine ha un volume maggiore del metallo da cui nasce, scrive il materiale didattico del forum internazionale dell’acciaio inossidabile, e crea tensioni nel materiale che la circonda: nel calcestruzzo armato lo fa sfaldare. In un seminterrato, dove l’acqua può tornare anche per un incidente e l’umidità resta alta, i paraspigoli vanno in acciaio inossidabile, e si trovano: nelle schede tecniche dei produttori sono in AISI 304.


Con l’allagamento anche il massetto sotto le piastrelle si è imbibito d’acqua. La guida pubblicata nel 2010 per il governo britannico riporta che calcestruzzo e massetti, in genere, non assorbono molta acqua, ma una volta bagnati ci mettono molto ad asciugare. Qui il massetto non ha un’asciugatura diretta, con l’aria insufflata sotto il pavimento, di cui ho scritto in Come asciugare una casa bagnata: l’umidità che cede all’aria del settore la estraggono i deumidificatori a condensazione, insieme a quella delle murature. Ne cede anche alla base dei muri, che può restare più umida del resto. Il suo asciugamento è più lento, e per questo nel settore i deumidificatori restano in funzione più a lungo.
Nel settore 1 resta il secondo tempo dell’asciugatura, stanza per stanza; poi vengono i settori successivi.
Durante l’asciugatura tolgo più acqua che posso, ma un muro, in un locale in uso, non torna a zero. I materiali porosi minerali legano acqua sulle loro superfici interne, in equilibrio con l’umidità dell’aria, scrivono i ricercatori del Fraunhofer, e nelle condizioni normali di un locale la maggior parte dei materiali non è mai del tutto asciutta. Spenti e tolti gli apparecchi, l’umidità dell’aria risale. Alcune vecchie murature di mattoni, in particolare quelle con molti sali o materiali igroscopici, allora riassorbono vapore e sembrano ribagnarsi, senza una fonte evidente di acqua nuova. Lo descrive il codice di pratica britannico per il recupero degli edifici allagati, che avverte anche che quanta acqua tiene un materiale asciutto dipende, fra l’altro, dalla presenza di sali. Per questo non fisso un numero sotto il quale il muro è asciutto. Lo stesso codice scrive anche che, per un edificio, l’asciutto non si può definire con una percentuale di umidità. Asciutto, per me, vuol dire tornato ai valori di riferimento, letti con lo stesso strumento. La guida FEMA prende quei valori su materiali dello stesso tipo in zone che l’acqua non ha toccato. Ma quando l’acqua ha invaso tutti i locali, un muro di riferimento così non sempre c’è: qui ha toccato tutte le pareti. Il confronto, allora, lo farò con la parte alta dello stesso muro, dove l’acqua non è arrivata e l’evaporazione non ha influito. Lo farò quando il muro, spenti e tolti gli apparecchi, si sarà assestato sull’umidità del locale. È lì che devo arrivare, ed è il motivo per cui al sopralluogo la percentuale di partenza non mi serviva.
La prassi, e come ho lavorato qui
Le due linee guida tedesche sulle muffe, quella dell’Agenzia federale per l’ambiente e quella dei periti, scrivono che l’ordine dei passaggi del risanamento può cambiare; quella dei periti aggiunge che, secondo il caso, non tutti sono per forza necessari. Qui metto in fila i passaggi che ho trovato nelle fonti: per ognuno, che cosa prevede la fonte e, accanto, che cosa ho fatto in questo cantiere.
| Passaggio | Che cosa prevedono le linee guida | Come ho lavorato in questo cantiere |
|---|---|---|
| Rilievo del danno e delle cause | La linea guida dell’Agenzia federale tedesca per l’ambiente chiede, anche nei locali di classe III, un sopralluogo tecnico e la conoscenza certa della causa e di tutta l’estensione del danno, nello spazio e nell’intensità, comprese le cavità e gli strati non visibili; l’estensione la vuole rilevata possibilmente da specialisti indipendenti. | Al giorno 15 ho fatto il sopralluogo, con l’ispezione visiva e 32 termogrammi. L’acqua era scesa lungo la rampa carrabile, con ogni probabilità acqua piovana. |
| Origine dell’acqua | Il codice di pratica britannico per gli edifici allagati chiede di accertare se l’acqua ha portato contaminanti, tenendo conto che può venire da più di una fonte e che anche un’acqua pulita può raccoglierne passando sul terreno o dentro l’edificio: da questo dipende come si gestisce l’edificio in tutte le fasi. | L’acqua è scesa dalla rampa carrabile, con ogni probabilità acqua piovana: non acque di fogna. Con acque di fogna la sequenza sarebbe stata un’altra: prima la sanificazione, poi l’asciugatura. |
| Verifica della struttura | Lo stesso codice chiede di sentire un ingegnere strutturista prima di ogni altra operazione quando ci sono dubbi sulla struttura, quando l’acqua ha superato 0,9 m o quando ci sono movimenti o fessure negli elementi strutturali. | Qui l’acqua è arrivata a circa 1,33 m dal pavimento. Prima del mio arrivo era già passato un ingegnere, e sulla struttura aveva detto che era tutto a posto: restavano l’asciugatura e il trattamento delle muffe. La struttura l’ho controllata anch’io: nessuna fessura. |
| Umidità dei materiali all’inizio | Il codice britannico chiede di misurare in modo quantitativo il contenuto d’acqua degli elementi critici prima che cominci l’asciugatura, come linea di base per seguirla, e avverte che fuori dal legno i misuratori elettronici non danno percentuali accurate. La norma sulla termografia degli edifici dice che l’esame termografico va spesso affiancato o convalidato da altri metodi, fra cui i misuratori di umidità. | Al giorno 15 i muri erano bagnati a vista, e la termocamera l’ha confermato. La misura dentro il muro, con il misuratore a microonde, l’ho fatta al giorno 24, con gli apparecchi accesi da cinque giorni: la percentuale di partenza non mi serviva, mi interessava l’asciugatura finale. |
| Prelievo pesato e sali | Il codice britannico descrive il metodo gravimetrico: campioni prelevati con il trapano, chiusi in contenitori sigillati ed essiccati in stufa in laboratorio. Dove si sospettano sali chiede di prelevare campioni e mandarli in laboratorio, e ricorda che con la tecnica del BRE Digest 245 si determina anche l’acqua dovuta ai sali igroscopici. La UNI 11085 descrive il metodo ponderale per campioni di materiale lapideo. | I sali affioravano in alcuni punti, e non li ho analizzati. L’asciugatura l’ho condotta per gradi proprio per i sali: i pannelli prima a distanza dalle pareti, poi avvicinati piano piano. Se le malte si salvano lo dirò ad asciugatura completa. |
| Pavimento | Il codice britannico chiede di accertare come è fatto il pavimento (fra l’altro membrane, vuoti, isolanti) e l’umidità di soletta e massetto; per i massetti la UNI 10329:2018 dà i metodi di misura dell’umidità. | Sotto il massetto non c’è un vespaio. Il massetto, sotto le piastrelle, si è imbibito con l’allagamento e asciuga più lentamente, con i deumidificatori, che tolgono acqua anche dal pavimento e per questo restano sul posto più a lungo. |
| Muffe: analisi del carico microbico | La linea guida dei periti tedeschi, quando si sospetta un carico microbico, prevede l’esame di campioni dei materiali; con la muffa già visibile a occhio scrive che di regola le analisi non servono, salvo che si debbano chiarire danni ai materiali, questioni assicurative o legali, un rischio per la salute, o macchie che non si sa con certezza se siano muffa. | Dopo l’accensione la muffa si vedeva, in alcuni punti: puntinature riconducibili a una crescita fungina. Prelievi e identificazioni non li ho fatti. |
| Muffa visibile prima di accendere | La linea guida dell’Agenzia federale chiede di controllare, prima di sistemare gli apparecchi, fin dove è arrivata l’umidità e se la muffa è già cresciuta; raccomanda di togliere, se possibile, la muffa visibile e già nota prima dell’asciugatura con gli apparecchi, perché il loro funzionamento non diffonda nell’aria particelle biologiche. | Prima di accendere, nel locale la muffa si vedeva appena, e non c’era ancora niente di evidente da togliere dai muri. È diventata evidente dopo l’accensione, nel settore già chiuso con i teli, e il giorno 26 ho fatto la prima fase del trattamento delle muffe. |
| Separazione della zona | Le due linee guida tedesche chiedono di separare dalla parte non colpita la zona dove si tolgono i materiali colonizzati, con una separazione che dipende dalla classe di pericolo del lavoro; durante l’asciugatura la linea guida dell’Agenzia federale la chiede se necessario, quando ci sono parti colonizzate dalla muffa. | Il settore è chiuso con i teli dal giorno 19. Al giorno 26 la zona di lavoro era chiusa con teli fissati alle pareti e al soffitto, e un telo sul pavimento. |
| Materiali porosi bagnati | L’Istituto Superiore di Sanità indica di eliminare i materiali porosi rimasti bagnati per più di 48 ore che non si possono pulire né asciugare. | Prima di accendere gli apparecchi, alcune contropareti in cartongesso allagate, ormai compromesse, sono state smontate. |
| Impianto elettrico | Il codice britannico dice che è importante che un tecnico elettrico qualificato ispezioni l’impianto e lo dichiari sicuro prima di ridare tensione; l’Istituto Superiore di Sanità, se circuiti o apparecchi si sono bagnati, di spegnere l’interruttore generale e di non accendere la luce né usare apparecchi finché un elettricista non li ha controllati. | Prima del mio arrivo un elettricista aveva messo in sicurezza l’impianto. Io ho controllato i corrugati: dove c’era acqua, aria compressa e aspirazione, poi aria calda a temperatura moderata, per non danneggiare i cavi. |
| Controllo durante l’asciugatura | La linea guida dell’Agenzia federale chiede di verificare con misure il risultato dell’asciugatura. Scrive che in pratica il processo si sorveglia misurando temperatura e umidità dell’aria di asciugatura in arrivo e in uscita, e che il traguardo si controlla con una sonda dentro l’elemento. | Al giorno 24 ho letto il punto di rugiada dell’aria e la temperatura delle superfici, oltre all’umidità segnata dai deumidificatori. La temperatura dell’aria locale per locale non l’ho presa: con i pannelli accesi l’ambiente si scalda a macchia di leopardo, e una lettura per locale non direbbe niente. Per questo seguo il punto di rugiada. |
| Biocidi | Per la linea guida dell’Agenzia federale, nelle classi II e III un trattamento con biocidi in linea di principio non è necessario, perché lo scopo non è evitare infezioni; in classe III ammette, dopo l’asciugatura, le pitture antimuffa. La guida FEMA, scritta per edifici rimasti a lungo allagati e con muffa diffusa dopo un uragano, raccomanda prodotti antimuffa del commercio sulle superfici esposte e avverte dei limiti della candeggina. L’Istituto Superiore di Sanità, a chi rientra in casa, scrive che per togliere la muffa si possono usare acqua e sapone oppure acqua e candeggina. | La candeggina non la uso. Il trattamento antimuffa lo farò quando l’umidità a ridosso delle pareti del settore sarà scesa sotto il 70 % in modo omogeneo, e lo scriverò quando lo faccio; prima della pittura ce ne sarà un altro. |
| Quando il muro è asciutto | La guida FEMA chiede di confermare l’asciutto in modo qualitativo, confrontando le letture sui materiali colpiti, alla quota dell’acqua o sotto, con quelle su materiali dello stesso tipo in zone non colpite (per esempio un locale o un piano sopra il livello dell’acqua), e lo presume raggiunto quando le letture, prese con un misuratore a infissione, stanno entro il 5 per cento. Il codice britannico scrive che l’asciutto non si definisce con una percentuale, e fra i criteri per chiudere mette l’equilibrio con l’ambiente. | Qui l’acqua ha toccato tutte le pareti. Il confronto lo farò con la parte alta dello stesso muro, dove l’acqua non è arrivata e l’evaporazione non ha influito, letta con lo stesso strumento quando il muro, spenti e tolti gli apparecchi, si sarà assestato sull’umidità del locale. |
| Pulizia fine e controllo del risultato | Le due linee guida tedesche prevedono, prima di togliere i teli, una pulizia fine della zona (aspiratori di classe H e, dove la superficie lo consente, un passaggio a umido) e poi un controllo del risultato, documentato. Per la classe III la linea guida dell’Agenzia federale ammette di graduare il controllo secondo l’uso del locale. | Il controllo lo farò io, prima di togliere i teli e anche dopo, e lo documenterò nelle prossime puntate di questo diario. |
| Ripristino | Le linee guida tedesche lo collocano dopo l’asciugatura e dopo il controllo (quella dei periti: il controllo, di regola, prima del ripristino). Il codice britannico avverte di non sigillare con materiali impermeabili l’acqua rimasta nella struttura, nei muri come nei pavimenti. | Paraspigoli nuovi in acciaio inossidabile; per le malte, la risposta ad asciugatura completa; prima della pittura, l’altro trattamento. |
Tabella 1. I passaggi previsti dalle linee guida citate nel testo e, accanto, il modo in cui ho lavorato in questo cantiere. Fonti nell’elenco in fondo.
L’asciugatura mirata, una zona alla volta
Quella dei primi giorni era un’asciugatura generale, su tutti i locali del settore insieme. Poi sono passato all’asciugatura mirata. Ho chiuso con teli di nylon una prima zona di stanze; le altre le faccio dopo, una zona alla volta. Gli apparecchi sono sempre quelli, due deumidificatori, il ventilatore con i suoi tubi e i tre pannelli, e si spostano con le zone. Uno dei pannelli l’ho portato nella stanza che, nell’asciugatura generale, aveva solo un ventilatore.
Seminterrato allagato: l’asciugatura mirata, la prima zona
Le stanze chiuse con i teli di nylon, il giro dell’aria e i pannelli
- Prima zona: stanze chiuse con i teli, in asciugatura
- Fuori zona: il resto, in un passo successivo
- Telo di nylon che chiude la zona
- Deumidificatore a condensazione
- Ventilatore radiale
- Tubo flessibile: aria spinta nei locali
- Aria che lambisce le pareti e torna al deumidificatore
- Aria scaldata passando tra pannello e muro: resta calda fino al deumidificatore
- Pannello radiante
- Parete fredda: bagnata fino alla linea dell’acqua
- Parete scaldata davanti al pannello
Schema senza quote. I colori delle pareti seguono la logica dei termogrammi: blu freddo, arancio caldo. L’aria che torna al deumidificatore diventa arancio dove passa tra il pannello e il muro, perché lì si scalda; i percorsi sono schematici.
Il pannello scalda il muro che ha davanti, e l’aria del tubo passa tra il pannello e il muro: lì si scalda, e resta calda fino al deumidificatore. Ogni pannello si sposta tre volte, per scaldare tratti di muro diversi. Nel passo dopo, nella stessa zona, due pannelli vanno nelle stanze in basso, che finora non ne avevano.
Seminterrato allagato: l’asciugatura mirata, i pannelli nelle stanze in basso
Le stesse stanze chiuse con il nylon: tre posizioni per ogni pannello
Pannelli in posizione 1 di 3posizione 2 di 3posizione 3 di 3
- Prima zona: stanze chiuse con i teli, in asciugatura
- Fuori zona: il resto, in un passo successivo
- Telo di nylon che chiude la zona
- Deumidificatore a condensazione
- Ventilatore radiale
- Tubo flessibile: aria spinta nei locali
- Aria che lambisce le pareti e torna al deumidificatore
- Aria scaldata passando tra pannello e muro: resta calda fino al deumidificatore
- Pannello radiante: tre posizioni, una alla volta
- Parete fredda: bagnata fino alla linea dell’acqua
- Parete scaldata davanti al pannello
Schema senza quote. I colori delle pareti seguono la logica dei termogrammi: blu freddo, arancio caldo. L’aria che torna al deumidificatore diventa arancio dove passa tra il pannello e il muro, perché lì si scalda; i percorsi sono schematici.
Poi gli apparecchi passano alle stanze in alto, e lì si ripete lo stesso sistema.
Seminterrato allagato: l’asciugatura mirata, le stanze in alto
Gli stessi apparecchi spostati nelle stanze in alto: tre posizioni per ogni pannello
Pannelli in posizione 1 di 3posizione 2 di 3posizione 3 di 3
- Seconda zona: stanze chiuse con i teli, in asciugatura
- Fuori zona: le stanze dei passi prima
- Telo di nylon che chiude la zona
- Deumidificatore a condensazione
- Ventilatore radiale
- Tubo flessibile: aria spinta nei locali
- Aria che lambisce le pareti e torna al deumidificatore
- Aria scaldata passando tra pannello e muro: resta calda fino al deumidificatore
- Pannello radiante: tre posizioni, una alla volta
- Parete fredda: bagnata fino alla linea dell’acqua
- Parete scaldata davanti al pannello
Schema senza quote. I colori delle pareti seguono la logica dei termogrammi: blu freddo, arancio caldo. L’aria che torna al deumidificatore diventa arancio dove passa tra il pannello e il muro, perché lì si scalda; i percorsi sono schematici.
In conclusione
L’acqua nel muro non va via in un giorno. I muri che ho trovato puliti ma bagnati, quindici giorni dopo il nubifragio, l’acqua ce l’avevano ancora dentro, e da soli, secondo le guide sugli edifici allagati, ci avrebbero messo settimane o mesi. Con gli apparecchi la si fa uscire, ma piano: il muro deve asciugarsi lentamente, per non degradare mattoni e malte con i sali e non doverle rifare. Al giorno 24 la base era ancora bagnata, e al giorno 26 abbiamo fatto la prima fase del trattamento delle muffe. Il trattamento antimuffa aspetta che l’umidità a ridosso di tutte le pareti del settore sia sotto il 70 %, e prima della pittura ce ne sarà un altro. Se le malte si salvano lo sapremo ad asciugatura completa.
Quando non si hanno tutti i dati a disposizione, la prassi la si conosce lo stesso. Per ogni passaggio che manca si sceglie che cosa usare al suo posto. Qui ho usato la termocamera e poi le misure con gli apparecchi accesi, l’asciugatura per gradi per i sali e il settore chiuso con i teli per le muffe. Come riferimento per l’asciutto userò la parte alta dello stesso muro. Sappiamo come fare, ma spesso bisogna adattarsi alle esigenze del cantiere. Il lavoro va avanti, e il diario lo aggiorno fino alla fine dei lavori.
In sintesi
1. Quando non si hanno tutti i dati a disposizione, la prassi si conosce lo stesso. Per ogni passaggio che manca si sceglie che cosa usare al suo posto, e la tabella «La prassi, e come ho lavorato qui» li mette in fila. 2. L’acqua tolta dai locali è quella che si vede; quella entrata nei muri esce solo evaporando, e da sola, secondo le guide sugli edifici allagati, ci mette settimane o mesi. 3. Qui la termocamera ha confermato quello che si vedeva a occhio: mostra dove la faccia del muro evapora, non quanta acqua c’è dentro, e quello che sembra acqua si conferma con un misuratore di umidità. 4. Al sopralluogo la percentuale di partenza non mi serviva: mi interessava dove si deve arrivare, cioè ai valori della parte alta dello stesso muro, dove l’acqua non è arrivata. Li leggerò quando il muro, spenti e tolti gli apparecchi, si sarà assestato sull’umidità del locale. 5. Il muro si asciuga per gradi, con i pannelli prima lontani e poi più vicini. Un’evaporazione veloce fa cristallizzare i sali dentro i pori, dove possono degradare mattoni e malte. 6. L’aria gira dentro il settore chiuso con i teli e porta il vapore ai deumidificatori; non si prende da fuori. 7. Qui il trattamento antimuffa aspetta un minimo di equilibrio nell’ambiente: la prima fase appena le muffe sono venute fuori, nella zona chiusa con i teli; il trattamento antimuffa quando l’umidità a ridosso di tutte le pareti del settore scende sotto il 70 %; prima della pittura un altro trattamento. 8. Niente candeggina: uccide la muffa ma non la toglie, e anche la muffa morta resta allergenica. 9. In un seminterrato i paraspigoli vanno in acciaio inossidabile, perché l’acqua può tornare e l’umidità resta alta. 10. Il massetto sotto le piastrelle asciuga lentamente con i deumidificatori, che per questo restano sul posto più a lungo.
Nota di calcolo
Umidità relativa dell’aria a ridosso della faccia = p_sat(T_rugiada) / p_sat(T_superficie), con T in gradi Celsius. La pressione di saturazione, in pascal, è p_sat(T) = 610,5 · exp(17,269 · T / (237,3 + T)), per T da 0 °C in su: è la formula E.1 dell’appendice E della UNI EN ISO 13788:2013. L’esempio usa una coppia letta al giorno 24: rugiada 18,0 °C e superficie 22,5 °C danno 2.063 / 2.724 = 0,757, cioè 76 %. Il prospetto E.1 della stessa norma dà 2.063 Pa a 18 °C, e i valori qui sono arrotondati al pascal. Le temperature delle superfici e il punto di rugiada vengono dallo stesso termometro a infrarossi, con sensori d’aria interni. L’ipotesi è che il vapore davanti al muro sia quello letto dal sensore dello strumento. Il costruttore dichiara ±1 °C sulla temperatura della superficie fra 0 e 30 °C, e ±1,5 °C sul punto di rugiada fra il 41 e il 95 % di umidità relativa. Dalla stessa formula si vede quanto pesa un errore di lettura: sono sensibilità calcolate, non dati dello strumento. Alle temperature dell’esempio, un grado in più sulla superficie abbassa il risultato di circa 4 punti percentuali, e un grado in più sul punto di rugiada lo alza di circa 5. A 20,6 °C di superficie e 19,4 °C di rugiada, dove il risultato è attorno al 93 %, un grado vale circa 6 punti. Con le precisioni dichiarate dal costruttore, se i due errori vanno nel verso peggiore, la lettura dell’esempio, 76 %, può valere fra circa il 65 e l’88 %, e una lettura del 70 % fra circa il 60 e l’82 %. Per questo ogni valore va letto con quel margine, e il 93 % in particolare.
Letture e impostazioni degli strumenti. Al giorno 24 le prime letture del punto di rugiada salivano ancora, da 13,6 a 18,9 °C fra le 9:38 e le 9:40. Il manuale del termometro a infrarossi con sensore di umidità non dice quanto aspettare dopo un cambio di ambiente; quello del pirometro chiede di aspettare alcuni minuti, quando si passa da un ambiente freddo a uno caldo, finché lo strumento si è adattato. Ho applicato la stessa attesa a tutti e due, e ho tenuto le letture da quando il valore ha smesso di salire, dalle 9:41. La prima di queste, con il punto di rugiada più alto della serie, è quella del punto a 20,6 °C, attorno al 93 %. Nei termogrammi l’emissività, 0,95, e la temperatura riflessa, 20 °C, sono quelle salvate nella termocamera, non misurate sul posto. L’emissività dice quanta radiazione emette una superficie rispetto a un corpo nero, l’emettitore ideale, alla stessa temperatura; la temperatura riflessa è quella degli oggetti intorno che la superficie riflette verso la termocamera: sono le definizioni della ISO 6781-1. La guida del costruttore della termocamera avverte che con l’emissività sbagliata anche le temperature lette sono sbagliate: per questo i termogrammi si leggono per differenze, dentro la stessa immagine.
Fonti
Elenco aggiornato al giorno 26; si completa con le puntate successive. Tutti i link sono stati aperti e verificati alla data dell’ultimo aggiornamento del diario.
Norme e documenti pubblici
- ISO, Performance of buildings. Detection of heat, air and moisture irregularities in buildings by infrared methods. Part 1: General procedures, ISO 6781-1:2023, prima edizione, 2023; recepita da UNI come UNI EN ISO 6781-1:2023, Prestazione degli edifici – Rilevazione di irregolarità di calore, aria e umidità negli edifici mediante metodi a infrarossi – Parte 1: Procedure generali, in vigore dal 16 novembre 2023. Introduzione e definizioni del punto 3.2. Scheda ISO con l’anteprima ufficiale («Read sample»): iso.org/standard/79848.html; scheda UNI: store.uni.com/uni-en-iso-6781-1-2023.
- UNI, Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi per edilizia – Temperatura superficiale interna per evitare l’umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale – Metodi di calcolo, UNI EN ISO 13788:2013, in vigore dal 20 giugno 2013 (versione italiana della EN ISO 13788:2012). Punti 3.1.8 e 5.3, appendice E. Scheda UNI: store.uni.com/uni-en-iso-13788-2013; scheda ISO: iso.org/standard/51615.html.
- FEMA (Federal Emergency Management Agency), Initial Restoration for Flooded Buildings, Hurricane Sandy Recovery Advisory, novembre 2012. PDF nell’archivio dell’EPA statunitense.
- B. Kidd (CIRIA), A. Tagg, M. Escarameia, B. von Christierson (HR Wallingford), J. Lamond, D. Proverbs (University of Wolverhampton), Guidance and standards for drying flood damaged buildings. Signposting current guidance, BD 2760, Department for Communities and Local Government, Londra, novembre 2010. PDF sul sito del governo britannico.
Asciugatura e fisica dell’aria
- H. Pfister, G. Geißer, A. Zegowitz, H. M. Künzel, Wandtrocknung neu erfunden, B+B Bauen im Bestand, 2/2019, pp. 32-35, Verlagsgesellschaft Rudolf Müller, 2019. PDF sul sito del Fraunhofer IBP.
- A. Zegowitz, H. M. Künzel, S. Giglmeier, Water damage on buildings. New efficient drying methods, white paper, Fraunhofer-Institut für Bauphysik IBP, Stoccarda, 2023. PDF sul sito del Fraunhofer IBP.
- Property Care Association, Code of Practice for the Recovery of Flood Damaged Buildings, PCA, 2013. PDF sul sito della PCA.
- E. K. Luckins, Mathematical modelling of drying capillary porous media, Journal of Fluid Mechanics, 1017, A6, Cambridge University Press, 2025. doi.org/10.1017/jfm.2025.10432.
- National Weather Service (NOAA), ufficio di La Crosse, Dew Point vs Humidity, pagina senza data. weather.gov/arx/why_dewpoint_vs_humidity.
Termografia e umidità nei materiali
- L. C. M. Dafico, E. Barreira, R. M. S. F. Almeida, H. Carasek, Comparison of Infrared Thermography and Other Traditional Techniques to Assess Moisture Content of Wall Specimens, Sensors, 22(9), 3182, MDPI, 2022. doi.org/10.3390/s22093182.
- I. Garrido, M. Solla, S. Lagüela, N. Fernández, IRT and GPR Techniques for Moisture Detection and Characterisation in Buildings, Sensors, 20(22), 6421, MDPI, 2020. doi.org/10.3390/s20226421.
Sali, ferro e paraspigoli
- M. Cappai, M. Casti, G. Pia, Salt Crystallization in Limestone: Materials Decay and Chemomechanical Approach, Materials, 17(16), 3986, MDPI, 2024. doi.org/10.3390/ma17163986.
- C. Woolfitt, Soluble Salts in Masonry, The Building Conservation Directory, 2000. buildingconservation.com.
- International Stainless Steel Forum (worldstainless), Corrosion resistance of stainless steels, presentazione didattica per i docenti di architettura e ingegneria civile, capitolo 05, senza data. PDF sul sito di worldstainless.
Muffe
- Istituto Superiore di Sanità, EpiCentro, Proteggersi dalle muffe, focus Alluvioni (traduzione e adattamento della redazione di EpiCentro), pagina senza data. epicentro.iss.it.
- Umweltbundesamt, Innenraumlufthygiene-Kommission (a cura di H.-J. Moriske, R. Szewzyk, P. Tappler, K. Valtanen), Leitfaden zur Vorbeugung, Erfassung und Sanierung von Schimmelbefall in Gebäuden, Dessau-Roßlau, aprile 2024. PDF sul sito dell’Umweltbundesamt.
- Netzwerk Schimmel e. V., F. Deitschun, T. Warscheid, Richtlinie zum sachgerechten Umgang mit Schimmelpilzschäden in Gebäuden. Erkennen, Bewerten und Instandsetzen, terza edizione rivista del 1° giugno 2022, raccomandazione del BVS (Bundesverband öffentlich bestellter und vereidigter sowie qualifizierter Sachverständiger e. V.). PDF sul sito del BVS.
- M. Peitzsch, E. Bloom, R. Haase, A. Must, L. Larsson, Remediation of mould damaged building materials: efficiency of a broad spectrum of treatments, Journal of Environmental Monitoring, 14(3), pp. 908-915, Royal Society of Chemistry, 2012. doi.org/10.1039/c2em10806b; riassunto gratuito su Europe PMC.
- P. Cressey (revisione di C. Nokes), ESR (Institute of Environmental Science and Research, oggi PHF Science), Decontamination of mould-affected environments: advice and evidence of efficacy, rapporto FW19022 per il Ministry of Health neozelandese, giugno 2019. PDF sul sito di PHF Science.
- WHO Regional Office for Europe, WHO guidelines for indoor air quality: dampness and mould, World Health Organization, 2009. who.int.
- US EPA (Environmental Protection Agency), Mold Remediation in Schools and Commercial Buildings Guide, capitolo 3, pagina aggiornata il 29 aprile 2026. epa.gov.
Candeggina e vie respiratorie
- M. Medina-Ramón, J. P. Zock, M. Kogevinas, J. Sunyer, Y. Torralba, A. Borrell, F. Burgos, J. M. Antó, Asthma, chronic bronchitis, and exposure to irritant agents in occupational domestic cleaning: a nested case-control study, Occupational and Environmental Medicine, 62(9), pp. 598-606, BMJ, 2005. doi.org/10.1136/oem.2004.017640; testo integrale gratuito su PubMed Central.
- J. P. Zock e colleghi, Domestic use of hypochlorite bleach, atopic sensitization, and respiratory symptoms in adults, Journal of Allergy and Clinical Immunology, 124(4), pp. 731-738.e1, Elsevier, 2009. doi.org/10.1016/j.jaci.2009.06.007.
Articoli di Renzo-ArtHome
- Renzo-ArtHome, Come asciugare una casa bagnata, renzo-arthome.com, 2026. renzo-arthome.com/come-asciugare-una-casa-bagnata.
- Renzo-ArtHome, La gestione dei sali nei dettagli, renzo-arthome.com, 2026. renzo-arthome.com/la-gestione-dei-sali-nei-dettagli.
Manuali d’uso, schede tecniche e guide dei costruttori degli apparecchi, degli strumenti di misura e della termocamera, e schede tecniche dei produttori di paraspigoli: dati di targa e istruzioni citati nel testo. Per la termocamera sono due guide del costruttore per le applicazioni in edilizia, la prima del 2009 e la seconda del 2013 (quest’ultima letta nella copia adattata e pubblicata nel 2025 da un’iniziativa di tre comuni australiani), e una sua pagina sulla ricerca delle perdite d’acqua, del 4 ottobre 2019. Per la regola del diario non si citano per nome.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.
Umidità di risalita e sali33
- La crosta nera sul muro non è sporco
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Caso studio: Grado, l’androne del condominio e l’acqua alta
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Le malte impermeabili nei dettagli
- L’intonaco macroporoso nei dettagli
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Caso studio: Loreto
- Il cappotto non asciuga il muro
- La gestione dei sali nei dettagli
- Come asciugare una casa bagnata
- La barriera chimica nei dettagli
- Ma come si cura una risalita?
- Improvvisamente, l’umidità di risalita
- Il danno è dove l’acqua se ne va
- Contare i cicli, non i sali
- Chi dimezza la macchia raddoppia l’acqua
- Umidità di risalita e sali solubili: perché bloccare l’umidità è solo metà del risanamento, e perché l’asciugatura richiede da mesi ad anni
- L’asciugatura della muratura dopo un intervento contro l’umidità di risalita
- L’innalzamento dell’umidità di risalita in seguito a interventi di impermeabilizzazione dall’interno
- Barriere chimiche non occludenti in zona di marea: bastano davvero contro la pressione idrostatica?
- L’umidità igroscopica nell’edilizia
- Umidità di risalita capillare primaria
- Corrosione dei metalli causata dai sali
- Sali nelle murature: cause ed effetti – Renzo Spedicato (Renzo-ArtHome)
- Alcune delle soluzioni per l’umidità di risalita
- Il tagliamuro e l’umidità di risalita: cause e conseguenze
- L’erosione salina
- L’importanza di rispettare il tagliamuro sia esso fisico o chimico
- L’umidità e le diverse tipologie
Diagnosi e metodo33
- Le radici tengono il terreno solo dove lo attraversano
- Il verde sul muro non è un problema di giardinaggio
- La crosta nera sul muro non è sporco
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Quanto deve ventilare una casa
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Quanta acqua serve al gelo per rompere un muro
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Le stalattiti del predalles
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- Il cappotto non asciuga il muro
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- L'umidità da costruzione
- L’acqua ha un’impronta
- L’acqua non mente
- Il terreno prima del muro
- Diagnosi differenziale dell’umidità di risalita capillare
- Diagnostica delle patologie edilizie
- Umidità relativa e umidità assoluta
- Non tutte le macchie sono infiltrazioni
- Il sintomo non è la malattia
- Lo scannafosso
Interrati e impermeabilizzazioni30
- L’acqua nel muro non va via in un giornostai leggendo
- Sul giunto si impermeabilizza un movimento
- Impermeabilizzare il muro è l’ultima mossa, non la prima
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Il cemento osmotico nei dettagli
- La condensa estiva negli interrati
- Impermeabilizzazioni pre-getto delle strutture interrate
- Impermeabilizzare un interrato: i nodi che contano
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- La casa asciutta si decide in cantiere
- Le resine idroespansive nei dettagli
- La seconda pelle del balcone
- Chi porta i cavi porta anche l’acqua
- Vasca bianca o vasca nera? La scelta che decide la durata di un interrato
- Si compra al metro quadro, si perde al centimetro
- Tre centimetri invece di una demolizione
- Prima la strategia, poi il prodotto
- La spinta idrostatica nelle strutture interrate
- Il seminterrato fra infiltrazioni, umidità e radon: un approccio integrato
- Lo scannafosso
- Fontana dei Grifi all’interno del castello Miramare di Trieste
- Impermeabilizzazioni: come intervenire e quali soluzioni scegliere
Condensa, muffe e microclima16
- L’acqua nel muro non va via in un giornostai leggendo
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Quanto deve ventilare una casa
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- La condensa estiva negli interrati
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- Chiuso dal lato sbagliato
- Il problema non è la pioggia
- Umidità di rimbalzo (rain splash)
- Umidità meteorica (penetrating damp)
- Umidità da condensazione
- Sindrome dell’edificio malato: cause, sintomi e soluzioni
- Muffe indoor
- Condensa interstiziale in edilizia
- Termoforesi: cos’è e come prevenirla
Vespai e solai8
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Le stalattiti del predalles
- Quando piove dal predalles
- Vespaio aerato
- Quanto deve ventilare un vespaio?
- Le infiltrazioni nei predalles: analisi e metodologie di intervento
Casi Studio7
- L’acqua nel muro non va via in un giornostai leggendo
- Caso studio: Grado, l’androne del condominio e l’acqua alta
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- Come asciugare una casa bagnata




