Tetto piano o a falde, quando sul soffitto dell’ultimo piano compare una macchia si pensa subito al manto che perde. Non sempre è così: a volte l’acqua è salita da casa con l’aria, o era già chiusa dentro dal cantiere, e un manto nuovo non la toglie.
Mi capita spesso, d’inverno, una telefonata come questa. Il tetto è stato rifatto un paio d’anni prima, con l’isolante nuovo e la membrana nuova. Adesso sul soffitto della camera all’ultimo piano c’è una macchia che si allarga. L’impresa che ha fatto il lavoro è già salita, ha controllato le saldature, ha versato acqua sul manto per un pomeriggio intero e non ha trovato niente. La proprietà vuole rifare tutto, e vuole che paghi chi ha fatto il lavoro. Prima di salire sul tetto chiedo quando compare la macchia. Spesso la risposta è la stessa: al mattino, nelle giornate fredde e serene, e non dopo la pioggia. Quella macchia con la tenuta del manto non ha niente a che fare. L’acqua è quella della casa, ed è salita fino al tetto passando dall’aria.
In un tetto coibentato l’acqua che bagna il soffitto arriva da tre parti, e ognuna lascia un segno riconoscibile. La pioggia entra da un punto debole del manto. Il vapore prodotto in casa sale con l’aria che passa dalle fessure del soffitto. L’acqua del cantiere resta chiusa fra la barriera al vapore e la membrana. Le tre cause si distinguono guardando quando compare la macchia, dove compare e che aspetto ha, prima ancora di aprire il tetto. La cura è diversa per ognuna, e la più costosa, rifare il manto, serve soltanto per la pioggia.
Indice
- Le tre cause: infiltrazione, condensa, umidità di costruzione
- Chi ha cominciato a studiarlo
- Le parole del tetto
- Come nasce una copertura sbagliata: sei decisioni prese da persone diverse
- La pioggia entra dai bordi del manto
- L’acqua che dal tetto finisce nei muri
- Il vapore sale con l’aria, non attraverso i materiali
- D’estate il vapore va dall’altra parte
- L’umidità di costruzione: l’acqua che il cantiere ha chiuso dentro
- Quanta acqua c’è davvero dentro un isolante bagnato
- Come si riconoscono: quando, dove, che aspetto
- Una verifica che chiunque può fare: il diario della macchia
- Come si indaga
- La tavola interattiva: i due conti con i numeri del saggio
- La stessa macchia sotto sei interventi
- Il metodo in tre passi
- Il terrazzo praticabile sopra una stanza abitata
- Il tetto a falde coibentato: tre posti per l’isolante, e l’aria che passa
- Quello che si mette sopra: il verde e il fotovoltaico
- Le scorciatoie che non tengono
- Chi paga, e che cosa chiede la legge
- In sintesi
- Domande frequenti
- In conclusione
- Nota sui calcoli e sulle fonti
- L’autore
Le tre cause: infiltrazione, condensa, umidità di costruzione
L’infiltrazione è la pioggia, ed entra dove il manto si interrompe o si piega: il risvolto contro il muro, la soglia della portafinestra, il bocchettone di scarico, il tubo che attraversa, la conversa attorno al camino, il colmo e la gronda. Nel tetto piano il punto debole sta di solito sul perimetro e attorno agli scarichi, e la pendenza che manca fa il resto. Nel tetto a falde sta nei raccordi fra la falda e gli elementi che la bucano o la fermano: camini, lucernari, muri, tubi.
La condensa viene dal vapore di casa. Una famiglia mette nell’aria una decina di litri d’acqua al giorno, come ho calcolato nell’articolo su quanto deve ventilare una casa. Quel vapore sale verso il tetto in due modi: per diffusione, molecola per molecola attraverso i materiali, e con l’aria, attraverso le fessure del soffitto, le botole, i faretti, i tubi. Il secondo modo porta decine o centinaia di volte più acqua del primo, e nessun calcolo di Glaser lo vede.
L’umidità di costruzione è l’acqua del cantiere. Un massetto di cemento gettato bagnato, una pioggia caduta sull’isolante prima della membrana, una guaina provvisoria che ha fatto da bacino: quando sopra si chiude la membrana e sotto c’è la barriera al vapore, quell’acqua non ha più una strada per uscire. Resta lì per anni, riduce l’isolamento e forma bolle e onde sulla membrana. Quando goccia, lo fa in punti che non corrispondono a nessun bordo: sopra la barriera scorre fino ai fori delle viti e dei tubi.
Le tre cause finiscono tutte per bagnare lo stesso soffitto, e chi guarda solo la macchia le confonde.

Chi ha cominciato a studiarlo
Il tetto piano, da Vitruvio al Novecento
Il terrazzo all’aperto è il primo tetto piano di cui abbiamo un manuale. Vitruvio, nel libro settimo del De architectura, avverte che i pavimenti scoperti posati su solai di legno soffrono: il legno si gonfia con l’umidità, si ritira col secco e si inflette, e il gelo finisce di rovinarli. Prescrive un doppio tavolato incrociato e inchiodato, un letto di pietrame e un impasto di calce e coccio pesto battuto fino a un piede di spessore, cioè circa 30 centimetri, con sopra le tessere grandi. Poi dà la pendenza: due dita ogni dieci piedi. Il piede romano vale sedici dita, come Vitruvio stesso scrive nel libro terzo, quindi due dita su dieci piedi fanno uno a ottanta, l’1,25 per cento. Le regole inglesi di oggi chiedono a un tetto piano finito una pendenza minima di uno a ottanta: lo stesso numero. Vitruvio aggiunge una manutenzione: ogni anno, prima dell’inverno, i giunti vanno imbevuti di feccia d’olio, perché l’acqua del gelo non entri.
Il tetto piano moderno nasce in Germania a metà Ottocento come una serie di esperimenti, racconta uno studio di storia della tecnica pubblicato nel 2017. A Berlino nel 1829 si prova l’argilla; tra il 1838 e il 1842 si diffonde un tetto con catrame e resina; dalla metà del secolo prende piede il tetto in “cemento di legno”, inventato in Slesia da Samuel Häusler: strati di carta spalmati con una miscela di catrame, asfalto e zolfo, coperti di sabbia e ghiaia, spesso con la terra sopra, e con una pendenza massima del 6 per cento. Con quel sistema si coprono la Cassa di risparmio postale di Otto Wagner a Vienna, nel 1905, e la fabbrica Fagus di Gropius, dal 1911. Il tetto piano con la membrana e l’isolante ha quindi poco più di un secolo. Nel 1972 due ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche canadese lo riassumono così: da cento anni si provano tetti con poca o nessuna pendenza, e da cinquanta li si isola.
La condensa nei sottotetti
La condensa nei tetti a falde ha una data di nascita precisa. Nel 1937 Larry Teesdale, del laboratorio forestale americano, pubblica un rapporto sulla condensa nelle pareti e nei sottotetti e raccomanda di ventilare il sottotetto, per esperienza personale e senza misure. Nel marzo 1938 la rivista Architectural Record porta il tema ai progettisti con un articolo di Tyler Rogers, che cita Teesdale e le ricerche in corso all’Università del Minnesota sotto la direzione di Frank Rowley, finanziate dall’associazione dei produttori di lana minerale. Lo ha ricostruito William Rose, ricercatore dell’Università dell’Illinois, in un saggio sulla storia della ventilazione dei sottotetti. Nell’articolo del 1938, che scrive che l’isolante non ha colpa, Rose legge la preoccupazione di difendere un’industria allora nascente. Quattordici anni dopo, aprendo una conferenza sull’argomento, Rogers lo dice lui stesso: l’industria dell’isolamento dovette fare ricerca per difendersi e per dimostrare la propria innocenza.
Rowley, con Algren e Lund, pubblica nel 1941 il bollettino con le prove: casette in una camera fredda, brina pesata sul tavolato, aperture di ventilazione di varie misure. La fonte del vapore, conclude, sta di solito nelle stanze sotto il sottotetto; la ventilazione abbassa il vapore nel sottotetto, ma se è eccessiva raffredda la faccia superiore dell’isolante e lì peggiora la condensa; e dove il vapore entra dai condotti, la ventilazione può aggravare le cose.
Nel gennaio 1942 l’ente federale americano per l’edilizia residenziale scrive nei suoi requisiti minimi che ogni sottotetto deve avere aperture di ventilazione pari almeno a un trecentesimo dell’area del tetto. Rose ha cercato l’origine di quel numero senza trovarla: la regola compare senza un riferimento, e lui la definisce arbitraria. Nelle casette di Rowley, senza ventilazione, si formavano circa 32 grammi di brina al metro quadrato al giorno, e con le aperture più piccole meno di 2. Un tavolato di pino, calcola Rose, può assorbirne in tutto circa 1.400 grammi al metro quadrato prima di passare da asciutto a bagnato, e Rose ne conclude che quei tassi non giustificano la ventilazione come rimedio all’umidità.
La Germania ha avuto una regola gemella, con un finale diverso. L’edizione del 1981 della norma tedesca sulla protezione dall’umidità chiedeva, per i tetti ventilati a bassa pendenza, aperture pari al due per mille della superficie. Il Fraunhofer l’ha studiata e ha trovato che era inapplicabile, perché su un tetto lungo duecento metri avrebbe richiesto fessure alte fino a ottanta centimetri, e che i danni che doveva prevenire nella pratica non si trovavano. L’edizione del luglio 2001 l’ha cancellata per le basse pendenze.
Il trecentesimo è invece entrato nei regolamenti nordamericani, e c’è rimasto per ottant’anni, con una correzione. Nel codice residenziale americano di oggi la regola base è il doppio, un centocinquantesimo della superficie ventilata, e il trecentesimo è un’eccezione che vale a due condizioni: un freno al vapore al soffitto, nelle zone più fredde, e le aperture distribuite dal 40 al 50 per cento in alto, entro novanta centimetri dal colmo, con il resto nel terzo basso. Da noi quel numero circola come la regola americana.
La correzione decisiva arriva dal Canada. Nel 1950 Neil Hutcheon misura nei sottotetti dieci volte più brina di quanta ne possa spiegare la sola diffusione del vapore, e la attribuisce all’aria calda e umida che sale dalle stanze attraverso il soffitto; lo riporta Rose in un secondo studio, del 1995. Da lì la raccomandazione cambia: prima si sigilla il soffitto all’aria, poi si ventila il sottotetto. Nel 1959 Helmut Glaser pubblica in Germania il metodo grafico per seguire la diffusione del vapore in una parete stratificata, pensato per le celle frigorifere; ne ho dato gli estremi nell’articolo sulla condensa interstiziale. Il metodo entra nelle norme di mezzo mondo e diventa il modo con cui i progettisti dimostrano che un tetto non condensa. Vede però solo la diffusione, mentre Hutcheon aveva già trovato che l’acqua nei tetti arriva soprattutto con l’aria.
L’acqua chiusa nel tetto piano
Il Canada dà anche i due studi che spiegano l’umidità di costruzione. Nel 1968 Handegord e Baker scrivono che la barriera al vapore, messa sotto l’isolante di un tetto piano, trattiene l’acqua entrata da una rottura del manto, fa gonfiare la membrana e riduce l’isolamento; e siccome fa da secondo tetto, nasconde il guasto agli abitanti oppure, se ha un buco, fa uscire l’acqua in un punto che non ha niente a che fare con la rottura.
Nel 1972 Baker e Hedlin descrivono il tetto tradizionale, con l’isolante chiuso fra la barriera e la membrana, come una trappola per il vapore e per l’acqua, e presentano l’alternativa: il tetto rovescio, con l’isolante sopra la membrana, “come la pelliccia sulla pelle di un animale”. Nel 1985 R. L. Quirouette, sempre al Consiglio nazionale delle ricerche canadese, mette in una nota tecnica il confronto fra quello che passa per diffusione attraverso una barriera al vapore e quello che l’aria porta attraverso un foro: i suoi numeri sono nel capitolo sul vapore.
In Italia: le assicurazioni e il Codice di Pratica
In Italia il tema si organizza tardi, e a farlo muovere sono le assicurazioni. Le prime polizze sulle opere di impermeabilizzazione, stipulate negli anni Ottanta, vengono disdettate dopo una serie di sinistri che le compagnie attribuiscono soprattutto a errori di progettazione. Lo racconta la guida ufficiale dell’Istituto per la garanzia dei lavori affini all’edilizia, che nel 1990 va a parlare con le compagnie e riceve una risposta netta: senza regole chiare e oggettive sulla progettazione e sull’esecuzione, le coperture non sono assicurabili.
Il documento che ne nasce, come racconta l’architetto Antonio Broccolino, che fu fra i redattori della prima edizione, viene preparato da una sottocommissione dell’ente di normazione nominata nel 1990. Al voto del 1992 non ottiene l’unanimità, perché indicare le prestazioni minime dei prodotti non piaceva a tutti. La guida dell’istituto scrive che nel 1991 la stesura passa a una commissione tecnica dell’istituto, perché lavorare dentro l’ente di normazione avrebbe chiesto tempi troppo lunghi e compromessi tecnici. Alla fine del 1993 il Codice di Pratica delle coperture continue esce così, fuori dalla norma; la seconda edizione è del 2006, la terza del 2016, ristampata nel 2019 con circa ottanta pagine in più. Il suo valore giuridico è quello della regola dell’arte: in mancanza di una norma, un perito e un giudice possono fare riferimento al codice di un’associazione di categoria riconosciuta. Il Codice non è in libera consultazione: le sue regole sull’acqua sotto il manto, sui risvolti e sulle pendenze vengono dagli articoli che lo stesso Broccolino ha pubblicato su una rivista di settore fra il 2009 e il 2014, dove le riporta e le commenta una per una.
Le misure e la norma
Gli anni Novanta danno le misure che mancavano. Nel 1994 il laboratorio nazionale di Oak Ridge stima quanto l’acqua intrappolata costa in isolamento ai tetti piani americani, e misura in camera climatica quanto lentamente un tetto bagnato asciuga d’inverno. Lo stesso laboratorio propone il tetto piano che asciuga da solo: dove il clima lo permette, si limita la barriera al vapore, perché l’acqua possa scendere verso l’interno come vapore. Al Fraunhofer di Holzkirchen, nel 1995, Hartwig Künzel presenta un freno al vapore che cambia con l’umidità, dieci volte più permeabile d’estate che d’inverno, e nel 1998 pubblica la prova in campo: su una falda a 50 gradi con manto di zinco, l’unico freno che lascia asciugare il tetto è quello variabile.
L’ultimo passo lo fa la norma stessa. La ISO 13788 del 2012, in Italia UNI EN ISO 13788:2013, scrive nel primo punto che cosa il suo metodo non vede: l’aria che passa per fessure e intercapedini, l’acqua liquida che si muove, la risalita capillare, la capacità dei materiali di assorbire vapore; e aggiunge che il metodo va applicato solo dove questi fenomeni sono trascurabili. Nell’introduzione scrive che il flusso d’aria attraverso la struttura può essere il meccanismo principale del trasporto di umidità. In Italia la verifica con quella norma è obbligatoria per ogni intervento sulle strutture opache dal decreto sui requisiti minimi del 26 giugno 2015, e dal 3 giugno 2026 il decreto del 28 ottobre 2025 la estende ai ponti termici. Un tetto può quindi passare la verifica di legge e condensare lo stesso, perché il fenomeno che lo bagna sta fuori dal metodo.

Le parole del tetto
Copertura continua e discontinua. Nel linguaggio delle norme italiane la copertura continua ha un elemento di tenuta senza giunti aperti, cioè una membrana o un manto liquido. Vale per i tetti piani e a bassa pendenza. La discontinua ha tegole, coppi o lastre sovrapposte, che tengono l’acqua per sovrapposizione e pendenza. Le due famiglie di norme sugli strati, UNI 8178 e UNI 8627, dal 2019 sono divise in due parti, la prima per le falde e la seconda per i tetti piani. Nel testo uso tetto piano e tetto a falde.

Elemento di tenuta. È lo strato che deve fermare l’acqua: la membrana nel tetto piano, il manto di tegole con il suo telo nel tetto a falde. Tutto il resto, isolante, massetto, barriera, protezione, serve ad altro. Una copertura continua tiene l’acqua solo dentro il perimetro del suo elemento di tenuta, cioè fino ai risvolti verticali: è la regola del Codice di Pratica, e la ragione per cui il perimetro e i punti dove il manto si interrompe contano più del campo in mezzo.

Massetto delle pendenze. Lo strato di malta che dà al tetto piano la pendenza verso gli scarichi. La sua posizione conta quanto la sua pendenza: sopra l’isolante fa da serbatoio per l’acqua di getto e di pioggia; sotto l’isolante e sotto la barriera al vapore è al posto giusto.

Barriera e freno al vapore, e il metro di aria ferma. La resistenza di uno strato al passaggio del vapore si misura con lo spessore d’aria equivalente, sd, in metri: è lo spessore di aria ferma che oppone la stessa resistenza, e nel resto dell’articolo lo indico con sd. Un metro di aria ferma è già una resistenza sensibile, tanto che nelle prove del Fraunhofer un telo da un metro conta come chiuso; una barriera al vapore in polietilene vale decine di metri; una membrana bituminosa centinaia; un telo traspirante sotto le tegole un decimo di metro; 16 centimetri di lana minerale un quinto di metro. I valori dei materiali vengono dalla UNI 10351, dalla 13788 e da una nota canadese del 1985. Le classi commerciali, cioè membrane traspiranti sotto 0,1-0,3 metri, freni da 2 metri in su e barriere oltre 100, vengono da fonti secondarie perché il testo della UNI 11470 è a pagamento, e sul limite alto dei freni non concordano: 20 metri per un manuale di produttore, 100 per l’associazione degli isolanti.
Il freno al vapore lascia passare una parte controllata del vapore; la barriera lo ferma quasi del tutto; il freno a diffusione variabile, inventato al Fraunhofer, è più chiuso d’inverno e più aperto d’estate. Nel linguaggio delle norme italiane schermo al vapore e barriera al vapore sono due strati distinti, con due nomi distinti, e la guida dell’istituto che ha scritto il Codice di Pratica avverte che scambiarli in un capitolato è pericoloso: si scrive barriera, si posa uno schermo, e il calcolo che aveva dato il tetto asciutto non vale più. Lo sbaglio pesa dove dentro c’è molto vapore, come in una piscina, in una cucina industriale o in una lavanderia.

Strato di tenuta all’aria. È lo strato continuo, con giunti nastrati e attraversamenti sigillati, che impedisce all’aria di casa di entrare nel pacchetto del tetto. Spesso coincide con la barriera o il freno al vapore, ma la funzione è un’altra: la barriera ferma la diffusione, la tenuta all’aria ferma il trasporto con l’aria, ed è il trasporto con l’aria a portare quasi tutta l’acqua. Le regole inglesi lo chiamano con un nome solo, strato di controllo dell’aria e del vapore, e lo rendono obbligatorio nei tetti a falde non ventilati.

Tetto caldo, tetto freddo, tetto rovescio. Nel tetto caldo l’isolante sta subito sotto la membrana, senza aria in mezzo, e la barriera al vapore sta sotto l’isolante: tutta la struttura resta dal lato caldo. Nel tetto freddo l’isolante sta in basso, sul soffitto, e sopra c’è uno spazio d’aria ventilato verso l’esterno: la struttura sta dal lato freddo. Nel tetto rovescio l’isolante sta sopra la membrana, all’aperto, protetto da uno strato filtrante e zavorrato con ghiaia o lastre: la membrana fa anche da barriera al vapore e resta a temperatura quasi costante. Le tre parole valgono per i tetti piani e, con adattamenti, per le falde: una falda con l’isolante sopra il tavolato e il telo sopra l’isolante è un tetto caldo; una falda con l’isolante sul solaio del sottotetto e il sottotetto ventilato è un tetto freddo.

Microventilazione e ventilazione. Nel tetto a falde in tegole c’è di solito uno spazio fra il telo e le tegole, dato dai listelli, di un paio di centimetri: è la microventilazione sottotegola, che asciuga le tegole e porta via il vapore in eccesso. Non è un tetto ventilato, come chiarisce la scheda del Politecnico di Milano curata da Sergio Croce riprendendo la UNI 8627: il tetto ventilato ha un’intercapedine sopra l’isolante, aperta in gronda e al colmo, alta di norma sette centimetri, e comunque più della camera dei listelli.
Quanta ventilazione chiedono le regole italiane, tedesche e inglesi lo dice la tabella del capitolo sulle falde.

Sottotetto, telo, tavolato. Le travi inclinate che reggono la falda si chiamano travetti, o puntoni: sono la stessa cosa, e nel testo uso travetti. Nel tetto a falde il telo sotto le tegole, che la UNI 11470 chiama schermo o membrana traspirante, è la seconda linea di difesa contro la pioggia spinta dal vento e contro la neve. È anche la superficie su cui il vapore che sale può condensare. Il tavolato di tavole sotto il telo era in passato coperto da un cartonfeltro bituminoso, che per gran parte del Novecento si posava dappertutto nei rifacimenti: Historic England avverte che quel feltro, quasi impermeabile al vapore, rende molto difficile isolare bene un tetto esistente, e che va sostituito quando si rifà il manto.

Risvolto, soglia, bocchettone, conversa. Il risvolto è la parte del manto che sale sul muro, sul parapetto o sul telaio della portafinestra: la sua altezza sopra il piano di scorrimento dell’acqua decide fino a dove il tetto tiene. La soglia è il punto in cui il risvolto deve fermarsi per lasciar passare le persone. Per questo è il punto più debole del terrazzo, come ho scritto nell’articolo sulla vaschetta e la soglia. Il bocchettone è l’imbocco dello scarico, incassato nel manto; la conversa è il pezzo di lamiera o di membrana che raccorda la falda a un muro, un camino o un lucernario; la scossalina copre e protegge il bordo superiore di un risvolto o di una conversa.

Temperatura esterna equivalente. Il tetto scambia calore con la volta celeste, che una parete verticale vede solo in parte. Di notte irraggia verso un cielo più freddo dell’aria e scende sotto la temperatura dell’aria; di giorno assorbe il sole. La 13788, al punto 4.2.3, chiede per i tetti una temperatura esterna equivalente media mensile che tenga conto delle due cose e, nel caso semplificato, fa togliere 2 gradi alla media mensile dell’aria. Il Fraunhofer ha misurato sul manto di un tetto piano un raffreddamento notturno fino a 10 gradi sotto l’aria. È per questo che il tetto condensa prima del muro, a parità di isolante.

Come nasce una copertura sbagliata: sei decisioni prese da persone diverse
Le tre cause hanno spesso la stessa origine organizzativa, e la descrive la guida ufficiale dell’istituto che ha scritto il Codice di Pratica. Nessuno progetta la copertura intera. La progettano in sei, in tempi diversi, e ognuno decide il suo pezzo senza sapere che cosa deciderà il prossimo.
Lo strutturista sceglie il solaio, e per ragioni di costo può prendere un alleggerito con blocchi di polistirene, che in copertura porta con sé condensa e gocciolamenti. Il termotecnico verifica la trasmittanza e, nel migliore dei casi, la condensa con il metodo di Glaser; a volte mette a zero la resistenza del solaio per stare dalla parte della sicurezza, anche quando quel solaio una resistenza ce l’ha. Poi sceglie l’isolante, che può non essere compatibile con la stratigrafia impermeabile e con l’uso finale, per resistenza a compressione, resistenza al calore o compatibilità chimica.
Il progettista dell’edificio decide il massetto delle pendenze: se metterlo, quanta pendenza dargli, se posarlo sopra o sotto l’isolante e di che cosa farlo. Sono le scelte che decidono l’umidità di costruzione, e vengono prese senza quel calcolo. Con la proprietà sceglie poi la protezione finale, ghiaia o quadrotti su supporti o pavimento allettato, che cambia dove scorre l’acqua e quanto deve salire il risvolto.
L’impermeabilizzatore arriva per ultimo. Riceve un pacchetto già deciso da altri, deve trovarci dentro una soluzione che tenga, e gli si chiede di garantirla per dieci anni, comprese le infiltrazioni che non dipendono dal manto.
Poi ci sono i due che arrivano dopo la consegna. L’arredatore o il tecnico dell’acustica aggiungono un controsoffitto con la lana minerale dentro: quel controsoffitto sposta le temperature dentro il pacchetto e può far condensare il solaio che il calcolo dava asciutto. L’impiantista monta sul tetto macchine e tubi a tre centimetri dal piano dove scorre l’acqua, e non li sposta più nessuno. Quando arriva la manutenzione, sotto quelle macchine non si può lavorare.
La correzione che il Codice propone è una sequenza di quattro passi, ripresa dalla norma sulle coperture. Prima si decide che cosa si vuole, isolata o no, che cosa ci starà sotto e sopra, che pendenza avrà. Poi si mettono in ordine gli strati che ci sono sempre: solaio, isolante, elemento di tenuta, protezione. Poi si aggiungono gli strati complementari, quattordici in tutto: fra questi lo schermo e la barriera al vapore, il massetto delle pendenze, lo strato che separa due materiali incompatibili, quello che drena, quello che filtra e la zavorra. Di ognuno si verifica che vada d’accordo con quelli che tocca. Solo alla fine si scelgono i prodotti, che è il compito dell’impresa.
L’isolante di una copertura continua si sceglie anche per quello che deve reggere. Il Codice di Pratica divide gli usi in sei, dalla copertura accessibile solo per la manutenzione a quella carrabile per traffico pesante e a quella a giardino, e a ognuno corrisponde una classe di resistenza a compressione del pannello: scrivere nel capitolato l’uso finale, e non solo lo spessore, evita il pannello che cede sotto chi va a pulire i bocchettoni.
Il fissaggio del manto contro il vento ha una norma sua, la UNI 11442, che dà il metodo per scegliere fra zavorra, incollaggio e fissaggio meccanico secondo l’altezza dell’edificio, la zona, l’esposizione e la posizione sul tetto: ai bordi e negli angoli la depressione è molto maggiore che in mezzo, e i distacchi cominciano di solito da un angolo.
Il Codice chiude con una griglia di autocontrollo, un elenco di domande da compilare in progetto e in cantiere. Il documento che ne esce serve a due cose: accorgersi degli errori mentre si possono ancora correggere, e avere qualcosa da mettere sul tavolo se poi si litiga.
La pioggia entra dai bordi del manto
Su un tetto piano l’acqua di pioggia non entra quasi mai in mezzo alla membrana. Entra dove la membrana finisce, si piega o si buca: il risvolto contro il muro, la soglia della portafinestra, il bocchettone, il tubo che passa, il giunto.
Quali di questi nodi ceda più spesso lo dicono le statistiche di danno austriache, riprese in una tesi del Politecnico di Vienna. In testa stanno gli attraversamenti, cioè ringhiere, parafulmini e sfiati, e subito dopo le soglie delle portefinestre; seguono la pendenza mal formata, i danni fatti in cantiere e gli scarichi. I risvolti, che l’intuizione mette al primo posto, sono gli ultimi.
Le stesse statistiche dicono quanto spesso un difetto diventa un danno. Su una soglia, quattro irregolarità su cinque finiscono in un danno; su un attraversamento quasi tre su quattro; in campo corrente, cioè in mezzo al tetto, poco meno di una su due. Un difetto in mezzo al manto spesso non si vede mai; lo stesso difetto su una soglia bagna la stanza.
Le regole dei tre paesi dicono la stessa cosa con numeri diversi, e il primo numero è la pendenza. Le regole inglesi per le case nuove, gli standard NHBC del 2025, distinguono la pendenza di progetto da quella finita: la prima assorbe le frecce della struttura, la seconda è quella che resta sul manto a tetto caricato, e di norma la prima è il doppio della seconda. Per membrane e manti liquidi chiedono uno a quaranta in progetto e uno a ottanta finito, cioè il 2,5 e l’1,25 per cento.
In Italia il Codice di Pratica divide le coperture in tre classi di pendenza: sub-orizzontale da zero al 5 per cento, inclinata dal 5 al 50, fortemente inclinata oltre il 50. Per la prima classe la guida ufficiale dell’istituto consiglia l’1,5 per cento, e il Codice dà lo stesso valore per il massetto delle pendenze, con una bozza successiva che scendeva all’1 per cento per adeguarsi ai cantieri. La classe di pendenza decide quali protezioni si possono mettere sopra, dove può stare l’isolante e come si fissa il manto.
Le regole tedesche raccomandano il 2 per cento, come riporta un articolo di un perito del 2017 sulla DIN 18531. I canadesi, nel 1972, scrivevano che la pendenza minima praticabile è un quarto di pollice per piede, cioè il 2,1 per cento. Su una falda piana di 10 metri l’1,25 per cento vale 12,5 centimetri di dislivello, il 2 per cento 20 centimetri: pochi, e ogni freccia della struttura o ogni gradino del massetto li mangia. Le stesse regole inglesi accettano una pendenza finita fra zero e uno a ottanta solo con il manto protetto, mai a vista, e solo se il piano non ha contropendenze né ristagni. Per i tetti grandi chiedono un’analisi delle frecce, anche di quelle che crescono negli anni.
Il secondo numero è l’altezza del risvolto. Il Codice di Pratica la lega a dove scorre davvero l’acqua. Con il manto a vista l’acqua scorre sulla membrana; sotto un pavimento allettato, che drena poco, scorre quasi tutta sulla superficie del pavimento. In tutti e due i casi il risvolto deve salire almeno 15 centimetri sopra il piano su cui scorre, e di più nei compluvi; sotto ghiaia o pavimento galleggiante, dove l’acqua scende attraverso la protezione, bastano 7 centimetri, e 12 sotto il terreno di coltivo.
Le regole inglesi chiedono di norma 150 millimetri, e ammettono 75 alla soglia accessibile. In Germania i conciatetti legano l’altezza del risvolto a quanto pende il tetto. Nella bozza aperta ai commenti nel 2023, che non è ancora il testo definitivo, chiedono almeno 15 centimetri fino a 5 gradi e almeno 10 centimetri oltre, misurati sopra la finitura, con quote maggiori nelle zone nevose. Davanti a una porta si scende a 5 centimetri, ma solo con un elenco di misure insieme: canaletta grigliata larga almeno 15 centimetri e aperta per metà, scarico dimensionato con un margine, distanza massima di dieci metri dal punto di scarico, sfioro cinque centimetri più basso della soglia, battente massimo di 35 millimetri e serramenti non in legno.
Nel caso più comune, un tetto poco pendente con l’acqua che scorre in superficie, i tre paesi arrivano alla stessa altezza di risvolto, 15 centimetri, per strade diverse. La soglia è il punto in cui questa regola si scontra con le persone: la portafinestra del terrazzo vuole un gradino basso.
Alla soglia accessibile le regole inglesi vogliono anche un davanzale sporgente, con il gocciolatoio a 30 millimetri dal risvolto; gradino e davanzale sono nella tabella dei tre paesi, più sotto. Come si concilia la soglia bassa con la tenuta l’ho scritto nell’articolo sulla vaschetta: la vaschetta ferma l’acqua che è già dentro, la soglia si difende con la pendenza, la canaletta e il risvolto.
Il terzo numero è lo scarico. Un tetto piano con risvolti su tutti i lati è una vasca, e una vasca con uno scarico solo si riempie quando lo scarico si intasa. La norma europea sullo smaltimento delle acque meteoriche, che in Italia vale come UNI EN 12056-3, chiede per ogni superficie di un tetto piano con parapetto almeno due bocchette, oppure una bocchetta e uno scarico di emergenza. La stessa norma raccomanda i troppopieni sulle coperture con parapetto. E vuole che l’acqua che sale mentre bocchette e troppopieni lavorano non superi il carico di progetto del tetto, né entri dal manto. Gli standard NHBC chiedono due scarichi su pluviali separati, oppure uno più il troppopieno, per ogni tetto piano con risvolti su tutti i lati. La bozza della regola tedesca dei tetti piani, per i tetti che scaricano verso l’interno, chiede almeno un bocchettone e almeno un troppopieno o scarico di emergenza. Per le regole inglesi il troppopieno deve smaltire più di tutti gli altri scarichi insieme, stare lontano da soglie e davanzali bassi, ed essere visibile quando funziona: se ne esce acqua, qualcuno deve accorgersene. Il Codice dà le regole sul bocchettone incassato, sul ribassamento del massetto attorno allo scarico e sulla griglia, e Broccolino dedica un articolo intero alla chiusura degli scarichi; i canadesi del 1972 suggerivano scarichi di emergenza a parete per quando il tetto va sott’acqua.
Poi ci sono i punti che bucano il manto. Per i tubi, le antenne e i fissaggi il Codice chiede pezzi speciali e risvolti; le regole inglesi vogliono che ogni scarico attraversi il manto con un bocchettone incassato e ogni tubo con una piastra e un collare. Il collaudo del tetto piano, quando il manto lo permette, è la prova d’invaso, con i limiti descritti nel capitolo sull’indagine. Le regole inglesi chiedono per i manti oltre 50 metri quadrati, o difficili da raggiungere, un’ispezione e una prova di integrità fatte da un tecnico qualificato prima della consegna.
I numeri dei tre paesi, uno accanto all’altro. Le quote italiane sono quelle del Codice di Pratica, riprese dagli articoli di Broccolino, e della guida dell’istituto ⚠️, più la norma europea sugli scarichi ✅; quelle inglesi vengono dagli standard NHBC ✅; quelle tedesche dalla bozza dei conciatetti del 2023 e dall’articolo di un perito sulla DIN 18531 ⚠️.
| Che cosa | Italia | Regno Unito | Germania |
|---|---|---|---|
| Pendenza del tetto piano | 1,5 per cento consigliato nella classe da zero al 5 | 1 a 40 in progetto, 1 a 80 finita | 2 per cento raccomandato |
| Risvolto sopra il piano dove scorre l’acqua | 15 centimetri con manto a vista o pavimento allettato; 7 sotto ghiaia o pavimento galleggiante; 12 sotto terreno | 150 millimetri; 75 alla soglia accessibile | 15 centimetri fino a 5 gradi, 10 oltre |
| Soglia | almeno 20 millimetri sopra il pavimento finito | gradino fino a 15 millimetri, davanzale di 45, risvolto di 75 sotto il davanzale | 5 centimetri solo con canaletta grigliata e le altre misure insieme |
| Scarichi | con il parapetto almeno due bocchette, o una più lo scarico di emergenza (norma europea); bocchettone incassato, massetto ribassato attorno, griglia | con risvolti su tutti i lati due scarichi su pluviali separati, o uno più il troppopieno che porta più degli altri insieme; bocchettone incassato | con lo scarico verso l’interno, qualunque sia la superficie, almeno un bocchettone e almeno un troppopieno o scarico di emergenza |

Nel tetto a falde: converse, colmi e gronde
Nel tetto a falde le tegole tengono per sovrapposizione, e la pioggia entra dove la sovrapposizione si interrompe: i raccordi con i muri e i camini, i compluvi, i lucernari, i tubi, il colmo e la gronda. Le regole inglesi del 2024 danno i numeri delle converse in piombo. Il risvolto contro il muro sale almeno 75 millimetri e il sormonto è di almeno 100. La scossalina entra 25 millimetri nel giunto della muratura e si blocca con cunei ogni 450 millimetri al massimo. La protezione arriva almeno a 75 millimetri sopra l’intersezione. Ai raccordi con le pareti il telo sotto le tegole va sostenuto e risvoltato di almeno 100 millimetri. Dove una falda scarica su un tetto piano, la membrana risvolta di 150 millimetri sotto le tegole, e il telo la sormonta. I sormonti del telo dipendono dalla pendenza: sotto i 15 gradi 225 millimetri se il telo non è sostenuto e 150 se lo è, da 15 gradi in su 150 e 100.
Un promemoria dell’associazione svizzera della tecnica della costruzione, del 2015, è dedicato agli attraversamenti dei tetti inclinati. Fissa per i tubi un’altezza minima di 300 millimetri sopra il manto, misurata lungo la falda, per non finire sotto la neve. Fissa anche una distanza minima di 30 millimetri fra un tubo e l’altro, perché tutti gli strati, telo e barriera compresi, si possano raccordare a ognuno. Mette al primo posto il raccordo ermetico della barriera al vapore attorno al tubo, e chiede di isolare i tubi metallici, perché un tubo freddo dentro il pacchetto condensa da tutte e due le parti.
Il manto in tegole ha anche una manutenzione, e le schede di ispezione per gli edifici storici pubblicate da Cecchi e Gasparoli nel 2010 la descrivono. Si puliscono dai depositi canali di gronda, pluviali, scossaline e converse. Si controlla che non abbiano interruzioni, rotture, corrosioni o bucature. Si guardano i punti di innesto e le giunzioni della lattoneria. Si segnalano le contropendenze che fanno ristagnare l’acqua al piede dei muri. Questi controlli si fanno da terra, con un binocolo, senza salire sul tetto. Per le coperture continue, la UNI 11540 dà le linee guida per scrivere e applicare il piano di manutenzione.
Neve e ghiaccio
La neve e il ghiaccio aggiungono due strade alla pioggia. Su un tetto coibentato la norma conta la neve come se restasse tutta. La circolare delle norme tecniche sconsiglia in generale di ridurne il carico per il calore che la fonde. Lo ammette, con una motivazione, solo dove il carico al suolo supera 1,5 chilonewton al metro quadrato e la copertura ha una trasmittanza sopra un watt al metro quadrato e grado, mentre i limiti di legge per le coperture stanno fra 0,20 e 0,35. Al disgelo, o con la pioggia sulla neve, quell’acqua scende in pochi giorni: nel febbraio 2012, in Emilia-Romagna, il manto nevoso di pianura è sparito in circa dieci giorni. Se il bocchettone è ancora chiuso dal ghiaccio, resta sul tetto e sale verso i risvolti e le soglie. Sulle falde il calore che esce dal soffitto fonde la neve da sotto; l’acqua scende fino allo sporto, che sta alla temperatura dell’aria, e lì rigela in una diga che trattiene a monte l’acqua liquida e la spinge sotto le tegole. È un’infiltrazione anche questa, e compare d’inverno senza pioggia. Il meccanismo, i numeri e i rimedi sono nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda.
L’acqua che dal tetto finisce nei muri
La maggior parte dell’acqua che un tetto raccoglie non passa dal soffitto: scende dai canali e dai pluviali, e quando quel percorso non regge finisce nei muri. Il collo di bottiglia di solito non è il pluviale ma la bocca che lo alimenta, soprattutto con il parafoglie inserito; il canale in carico comincia a traboccare nel punto di portata nulla, il più lontano dalla bocca; il parapetto del tetto piano ha due facce esposte, e per questo si bagna di più e asciuga più lentamente degli altri muri. Le macchie che ne escono stanno in alto sui muri e non al centro del soffitto, e vengono scambiate per risalita o per condensa. Il conto della portata e una tavola interattiva per la propria gronda stanno nell’articolo Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita.
Il vapore sale con l’aria, non attraverso i materiali
Il vapore prodotto in casa va verso le superfici fredde, e il tetto è la più fredda della casa, perché di notte irraggia verso il cielo. Può arrivarci in due modi. Il primo è la diffusione: le molecole d’acqua attraversano i materiali spinte dalla differenza di pressione di vapore fra dentro e fuori, lentamente, e la barriera al vapore serve a rallentarle. Il secondo è il trasporto con l’aria: dove il soffitto ha una fessura, un foro per un cavo, una botola o un faretto, l’aria di casa passa. La spingono pochi pascal di differenza fra la stanza e il sottotetto, e si porta dietro tutto il vapore che contiene.
Quirouette, nella nota del 1985, ha messo i due modi uno accanto all’altro sullo stesso metro quadrato di parete. Per diffusione, attraverso una barriera al vapore con permeanza di 5 nanogrammi al pascal per secondo e metro quadrato, passano in un mese circa 6 grammi d’acqua, con 21 gradi e 30 per cento dentro e il tavolato a 20 gradi sotto zero: quanto basta a velare di brina il tavolato, senza bagnarlo. Con un’apertura di 625 millimetri quadrati, un pollice quadrato, e una differenza di pressione di 10 pascal, pari a un vento di 15 chilometri l’ora, in un mese passano 2.600 metri cubi d’aria, circa 3.000 chili. Portano 14 chili d’acqua; se ne condensa un decimo, sono 1.400 grammi, cioè 233 volte la diffusione. Lo stesso autore aggiunge una frase che vale per ogni cantiere: i sormonti non sigillati, i forellini e i piccoli tagli nella barriera al vapore non aumentano in modo apprezzabile la diffusione; la stessa barriera, se non è anche a tenuta d’aria, non ferma quasi niente.
Ho rifatto il conto con le formule di questo articolo, per controllare l’ordine di grandezza, e poi l’ho portato su un tetto italiano. Con la formula della diffusione della 13788 e la permeanza della nota canadese escono 8 grammi invece di 6; con la formula del foro, un coefficiente di efflusso di 0,6 e la stessa differenza di pressione escono 4.000 metri cubi invece di 2.600 e 19 chili d’acqua invece di 14: le sue cifre sono più prudenti delle mie, e il rapporto fra i due modi resta di due ordini di grandezza.
Poi il soffitto di una casa da 100 metri quadrati, sotto un sottotetto freddo, in un gennaio di Udine con 3,5 gradi di media. Dentro 20 gradi e l’umidità della classe 3 della norma, che è quella delle abitazioni senza ventilazione meccanica. Per diffusione, attraverso una barriera con sd di 40 metri, nel mese arrivano al tetto circa 850 grammi d’acqua su tutti i 100 metri quadrati.
Le regole inglesi danno a un soffitto normale una permeabilità all’aria tipica di 300 millimetri quadrati per metro quadrato, e a un soffitto ben sigillato 30. Trecento millimetri quadrati su un metro quadrato sono lo 0,03 per cento della superficie; il testo inglese, nella stessa riga, scrive 0,3 per cento, che sarebbe dieci volte tanto. Uso il valore in millimetri quadrati, che è quello coerente con la classe di soffitto descritta, e segnalo la discrepanza. Sul nostro soffitto fanno 300 e 30 centimetri quadrati di aperture in tutto.
Con 2 pascal di differenza dal soffitto normale passano nel mese 88.000 metri cubi d’aria, che portano verso il tetto 420 chili d’acqua; se ne condensa un decimo, come nell’esempio canadese, sono 42 chili contro gli 0,85 della diffusione, cinquanta volte tanto. Dal soffitto sigillato passano 8.800 metri cubi e 4 chili, dieci volte meno del normale e cinque volte più della diffusione.
I 2 pascal non sono un numero scelto a caso. L’effetto camino di un edificio si stima con una regola pratica dell’organismo internazionale che studia la ventilazione: la differenza di pressione vale circa quattro centesimi di pascal per ogni metro di altezza e per ogni grado di differenza fra dentro e fuori, con il piano neutro a metà altezza. Una casa di due piani, a gennaio a Udine, dà al soffitto dell’ultimo piano poco meno di due pascal. Con il vento o con un impianto di ventilazione sbilanciato si sale.
La stessa cosa è stata misurata su una copertura vera, e non solo su una parete. In una prova belga del 1995, tre falde isolate sono state messe fra una camera calda e una fredda con differenze di pressione fra 4,4 e 9,9 pascal. Il calcolo di Glaser prevedeva da 1 a 4 grammi al metro quadrato al giorno; lo schema che tiene conto dell’aria ne prevedeva da 97 a 151, cioè da quaranta a settanta volte tanto, e le misure stavano in mezzo ai due.
I numeri assoluti dipendono comunque dalle mie ipotesi, la quota che condensa in particolare, e vanno letti come ordine di grandezza; il rapporto fra i due modi no, e coincide con quello che Hutcheon aveva trovato nel 1950 e la nota canadese nel 1985. La barriera al vapore serve; sul soffitto dell’esempio, però, l’aria porta cinquanta volte l’acqua della diffusione, e la tenuta all’aria la riduce di dieci volte.

Dove si forma la condensa lo dicono le prove del Fraunhofer. Nel 2000 l’istituto ha costruito tre sottotetti di prova con le stesse tegole e teli diversi. Con piccoli ventilatori ha immesso nel sottotetto l’aria interna che passerebbe da un metro di giunto di finestra, 50-100 metri cubi al giorno. Sotto il telo più chiuso, con sd di un metro, l’umidità dei puntoni sul lato nord è salita sopra il 25 per cento in massa in poche settimane, cioè nel campo della marcescenza; sotto il telo aperto alla diffusione e nel sottotetto ventilato è rimasta sotto il 20. Gli autori concludono che i tetti chiusi al vapore verso l’esterno non sono da raccomandare, e che la tenuta all’aria del solaio viene prima di tutto. Fra il sottotetto ventilato e quello non ventilato con il telo aperto, aggiungono, la differenza è piccola.
Cinque anni prima Künzel aveva calcolato che cosa succede a una falda esposta a nord con il tavolato coperto di cartonfeltro, come sono molti tetti esistenti, isolata fra i puntoni: con un freno interno con sd di 2 metri l’acqua si accumula anno dopo anno e il tavolato resta sopra il 20 per cento; con freni da 4, 10 e 40 metri l’accumulo rallenta soltanto; aiuta solo un’aria interna meno umida, dieci punti in meno. E aggiunge la frase che spiega perché le barriere teoriche falliscono: in pratica bisogna sempre aspettarsi piccole imperfezioni, e da lì il vapore entra per convezione e resta intrappolato. Historic England dice la stessa cosa per i tetti storici, con parole sue: la barriera al vapore è efficace in teoria ma è molto difficile da realizzare; viene aggirata dove la falda tocca legno o muratura; va sigillata attorno a lucernari e botole; e si buca.
Da questo discende l’ordine dei rimedi, che Rose e TenWolde hanno scritto nel 2002 per i climi freddi: primo, controllare l’umidità in casa; secondo, sigillare il soffitto all’aria; terzo, ventilare il sottotetto. La ventilazione da sola, senza le prime due, può peggiorare le cose: lo aveva già visto Rowley nel 1941, dove il vapore entrava dai condotti. Una simulazione canadese del 1993, per i climi freddi e umidi di costa, ha trovato lo stesso: con più ventilazione i tavolati risultavano più bagnati, perché il sottotetto si raffreddava e il vapore calava poco.
D’estate il vapore va dall’altra parte
C’è un caso che il ragionamento invernale non copre, e che si presenta con lo stesso aspetto: la condensa estiva sul lato interno del pacchetto.
D’estate il manto si scalda al sole e raggiunge temperature che in inverno sembrano impossibili: sul bituminoso scuro si superano i sessanta gradi. Tutta l’acqua che sta negli strati sopra la barriera, quella del cantiere o quella entrata da una perdita, diventa vapore ad alta pressione. La stanza sotto, se è condizionata, sta a venticinque gradi. Il vapore si muove verso il fresco, cioè verso il basso, e trova come prima superficie fredda proprio la barriera al vapore, che d’inverno lo fermava dall’altro lato. Lì condensa, e goccia sul cartongesso.
Le quantità sono grandi. Un calcolo pubblicato da un ricercatore canadese, fatto su una parete e non su un tetto, dà valori attorno ai 325 grammi al metro quadrato al giorno, da cento a duecento volte il bagnamento invernale calcolato per le pareti dello stesso studio, in condizioni che di solito durano tre o quattro ore al giorno. Su una copertura, che d’estate si scalda più di una parete, il fenomeno non è minore. La macchia compare quindi d’estate, nelle giornate di sole, e non dopo la pioggia: chi cerca solo l’infiltrazione non la trova.

Qui pesa anche il colore del manto, e non solo per il caldo che fa entrare di giorno. Uno studio americano ha misurato riflettanza ed emissività invecchiate di manti diversi e ha trovato che, a parità di riflettanza, una superficie con bassa emissività resta più calda di notte di quasi cinque gradi in agosto e di oltre sei in febbraio. La riflettanza decide quanto sole entra di giorno, l’emissività decide quanto calore il tetto riesce a buttare verso il cielo di notte. Il decreto sui requisiti minimi chiede di verificare, con un confronto fra costi e benefici, l’uso di manti ad alta riflettanza solare, almeno 0,65 sulle coperture piane e 0,30 sulle falde, e non dice niente sull’emissività. I criteri ambientali minimi del 2025, che valgono per gli appalti pubblici, usano invece l’indice di riflessione solare, che si calcola da tutte e due: per le coperture chiedono il verde, il tetto ventilato oppure un indice di almeno 76 fino al 15 per cento di pendenza e di almeno 29 oltre.
L’umidità di costruzione: l’acqua che il cantiere ha chiuso dentro
Il tetto piano a tetto caldo, con la barriera sotto e la membrana sopra, è una trappola, come hanno scritto Baker e Hedlin nel 1972: se dentro c’è acqua al momento della chiusura, quell’acqua non ha più una strada per uscire.
L’acqua ci arriva in tre modi. Il massetto delle pendenze, se viene gettato sopra l’isolante, porta con sé l’acqua d’impasto, e la cede in basso, sull’isolante e sulla barriera; un massetto alleggerito ne trattiene ancora di più. La pioggia che cade sull’isolante o sul massetto scoperto, nei giorni fra una lavorazione e l’altra, va a finire nello stesso posto: un millimetro di pioggia è un litro per metro quadrato, per definizione, e un temporale da 20 millimetri lascia 20 litri per metro quadrato su un tetto che non ha ancora la membrana. E la membrana provvisoria, stesa sul solaio grezzo per non far gocciolare dentro durante i lavori, diventa la barriera al vapore definitiva. Con sopra tutto quello che ci è caduto nei mesi.
Broccolino descrive questa sequenza, e i capitolati che la ripetono, negli articoli del 2011 sull’acqua sotto il manto, e la corregge con l’ordine del Codice: massetto delle pendenze subito sul solaio, eventuale membrana provvisoria sopra il massetto, barriera al vapore, isolante posato all’asciutto, membrana subito dopo. Prima di stendere sul massetto la membrana provvisoria o la barriera se ne misura l’umidità, con il metodo al carburo che ho descritto nell’articolo sull’umidità residua del massetto. Una guida di posa di un produttore italiano di membrane vuole il massetto gettato da almeno tre o quattro settimane e, solo come esempio, considera pronto per incollarci sopra una membrana un massetto di calcestruzzo pieno, di circa 2.400 chili al metro cubo, al 4 per cento o meno ⚠️.
Il Fraunhofer ha fatto l’esperimento che dice che cosa succede se non si fa così: 90 millimetri di lana minerale bagnata con meno di 2 chili d’acqua al metro quadrato, per simulare una posa sotto la pioggia, chiusa fra due strati impermeabili; dopo tre anni il tetto è stato aperto, sotto le lastre c’erano gocce d’acqua, e malgrado i 70 gradi raggiunti dal manto d’estate l’isolante non era asciugato. Con le barriere su tutti e due i lati, scrivono, l’umidità non esce.

La norma dà un metodo per contare quanto ci mette quell’acqua a uscire, ed è il punto 7 della 13788, che pochi usano. Si suppone che nello strato bagnato ci sia un chilo d’acqua per metro quadrato, concentrato al centro. Poi si calcola mese per mese, con le condizioni climatiche medie, quanta ne evapora verso l’esterno e verso l’interno attraverso gli strati, finché l’acqua si azzera o finché passano dieci anni. È un conto diverso da quello della condensa d’inverno, per la quale l’appendice nazionale fissa un limite che non può superare 500 grammi al metro quadrato, con valori più bassi per legno, intonaci e isolanti, e chiede che tutta la condensa evapori entro l’anno.
La norma stessa lo chiama una verifica di idoneità e non una previsione, e lo riserva agli strati chiusi fra due strati con sd oltre 2 metri: barriere, membrane, rivestimenti. Il suo esempio è una copertura piana con 20 centimetri di isolante che la pioggia ha bagnato in cantiere, una membrana da 2 millimetri con fattore di resistenza 6.000, cioè sd di 12 metri, e una barriera da 75 metri. Lì l’acqua si azzera in 83 mesi, quasi sette anni. Ho rifatto il conto sul clima di tre città italiane, con le medie mensili di un anno meteorologico tipo del Centro comune di ricerca europeo, e con le condizioni interne dell’appendice nazionale, per cinque tetti. Il metodo l’ho applicato alla sola interfaccia bagnata, come l’esempio della norma; le ipotesi sono nella nota in fondo, e i valori dei materiali vengono dalla UNI 10351.

| Tetto (1 chilo d’acqua al metro quadrato nell’isolante) | Udine | Milano | Roma | Che cosa lo decide |
|---|---|---|---|---|
| Tetto caldo con membrana bituminosa da 4 millimetri (sd di 750 metri, dal valore della UNI 10351 per il bitume) e barriera da 40 metri | non asciuga in 10 anni: dopo dieci anni restano 0,72 chili | restano 0,64 | restano 0,60 | verso l’alto la membrana chiude, verso il basso la barriera: in un anno escono da 28 a 40 grammi |
| Tetto caldo con la membrana dell’esempio della norma (12 metri) e barriera da 75 metri | 38 mesi | 34 mesi | 35 mesi | l’acqua esce quasi tutta verso l’alto, d’estate |
| Tetto rovescio: isolante sopra la membrana, strato filtrante permeabile | 25 mesi | 22 mesi | 23 mesi | l’isolante bagnato asciuga verso l’aria esterna, ma il polistirene estruso frena |
| Falda ventilata con telo traspirante (0,1 metri) sopra l’isolante | meno di un mese | meno di un mese | meno di un mese | l’acqua esce nell’intercapedine ventilata |
| Falda chiusa: tavolato e cartone bitumato sopra, freno da 2 metri sotto | 13 mesi | 11 mesi | 11 mesi | esce soprattutto verso la stanza, d’estate; a nord va peggio di così |
La prima riga è la trappola dei canadesi, con i numeri: con una membrana bituminosa e una barriera in polietilene l’acqua chiusa nel tetto esce a 28-40 grammi all’anno, e un chilo ci mette decenni. La seconda riga mostra quanto pesa il valore della membrana. Il fattore di resistenza dell’esempio della norma è trenta volte più basso di quello del bitume della UNI 10351; contando anche il minore spessore, lo strato oppone sessanta volte meno resistenza. L’acqua esce in tre anni, e nell’esempio della norma, con un clima più freddo, in sette. Il valore vero di una membrana lo dichiara il produttore, con la prova della UNI EN 1931, e va chiesto.
Le ultime tre righe danno la regola per il progetto: l’acqua esce solo da dove c’è una via, e la via è l’aria. Il tetto rovescio asciuga in due anni perché l’isolante sta fuori, e ci mette tanto perché il polistirene estruso che si usa lì è poco permeabile al vapore; la falda ventilata asciuga in un mese perché sopra l’isolante c’è un telo aperto e l’aria che passa; la falda chiusa asciuga in un anno soltanto attraverso il freno verso la stanza. Le prove del Fraunhofer dicono che su una falda a nord, con il cartonfeltro stagno, il conto va peggio di così, perché il metodo non vede il cielo che raffredda il tetto di notte. Le misure di Oak Ridge chiudono il quadro: un tetto piano bagnato asciuga d’inverno al 5 per cento di quanto asciuga d’estate. L’acqua intrappolata nei tetti americani, stima il laboratorio su dati che chiama esso stesso limitati, riduce di circa il 40 per cento la resistenza termica dell’isolante. D’estate, poi, l’acqua che si sposta ogni giorno dentro il tetto alza di circa 15 watt per metro quadrato di copertura, a seconda dell’isolante, il picco di potenza elettrica chiesta dal condizionamento.

Il segno dell’umidità di costruzione è il tempo. Compare nei primi mesi o nel primo anno di vita del tetto nuovo, in punti che non corrispondono a niente: né a un bordo, né a uno scarico, né a un chiodo. Si muove con le stagioni calde, perché il sole spinge il vapore verso il basso. L’acqua che scorre sopra la barriera trova un foro di vite o un tubo e goccia da lì, lontano dalla causa, come avevano scritto Handegord e Baker nel 1968. Sul manto compaiono bolle e onde; le ondulazioni Broccolino le chiama reptazione e le lega soprattutto alla mancata stabilizzazione del manto, con l’isolante umido fra le cause; nei casi gravi staccano i giunti. Sotto, l’isolante aperto è bagnato in modo uniforme, senza una traccia che porti a un varco. E il collaudo con l’acqua non dà niente, perché la membrana tiene: l’acqua era già dentro.
Quanta acqua c’è davvero dentro un isolante bagnato
Le schede tecniche degli isolanti riportano l’assorbimento d’acqua misurato in laboratorio, e sono numeri rassicuranti. Un rapporto federale tedesco del 2018 ricorda che le prove di immersione su polistirene espanso, sia quella di ventiquattro ore sia quella di ventotto giorni, danno quasi sempre meno dello 0,2 per cento in volume: a quei valori la conduttività non cambia in modo apprezzabile.
Poi lo stesso gruppo di ricerca è andato ad aprire venti tetti piani veri, tutti con un danno da umidità, e ha pesato l’acqua dentro i pannelli. I numeri stanno due ordini di grandezza più in alto. Il poliuretano rigido, dopo ventitré o trentatré anni, arriva a contenere dal 40 al 49 per cento del proprio volume in acqua. Il polistirene espanso sta fra il 7 e il 22 per cento, e l’età non c’entra: un pannello di trentotto anni era all’8, uno di dodici anni al 22. Il polistirene estruso, dopo venticinque anni, stava fra l’1 e il 4. La lana di roccia ad alta densità arriva dal 20 al 28 per cento, e ci arriva in uno o tre anni.
Fra la prova di immersione e il tetto vero il ponte è il gelo. Uno studio polacco del 2024 trova l’1,8 per cento dopo ventotto giorni di immersione e dal 16 al 20 per cento dopo trecento cicli di gelo e disgelo. È la risposta a chi sceglie un isolante perché la scheda dice che non assorbe acqua: nel tetto l’acqua entra dalle fessure delle celle aperte dal gelo, non per immersione.

Quell’acqua si paga in calore, e la norma europea sui valori di progetto dà il coefficiente per ogni materiale. Per ogni punto percentuale di acqua in volume, la conduttività cresce di circa il 4 per cento nel polistirene espanso e nella lana minerale, del 3 nel poliuretano, del 2,5 nel polistirene estruso. Al vetro cellulare la norma assegna coefficiente zero, perché le celle sono chiuse e stagne. Il rapporto tedesco sui venti tetti, però, avverte che quel valore non regge alla prova dei fatti e stima un aumento intorno alla metà. La crescita segue una legge esponenziale, quindi accelera: sopra il 20 per cento di acqua in volume un pannello di polistirene espanso ha più che raddoppiato la propria conduttività.
Lo stesso rapporto ha interrogato circa 1.400 periti giurati; quelli che hanno risposto avevano trattato in dieci anni 182 casi di isolante umido nei tetti. Dopo il rifacimento dell’impermeabilizzazione, in un caso su dodici si sono verificati altri danni da umidità, e in nessuno di quei casi la causa era l’isolante rimasto sotto: erano altre perdite non trovate, o errori nella nuova impermeabilizzazione. Alle quantità d’acqua che si trovano nei tetti, aggiungono, le schiume in uso oggi perdono poca o nessuna resistenza a compressione.
Non significa che l’isolante bagnato vada sempre lasciato dov’è. Significa che la scelta si fa misurando: quanta acqua c’è, in che materiale, con quale via d’uscita. Gli stessi autori mettono una riserva esplicita sulla lana minerale ad alta densità, per la quale non risultano esperienze positive a lungo termine. E resta il conto del calore: un isolante che ha perso metà della sua prestazione la fa pagare tutti gli anni in bolletta, anche quando il soffitto è asciutto.
Come si riconoscono: quando, dove, che aspetto
| Che cosa guardo | Infiltrazione: la pioggia | Condensa: il vapore di casa | Umidità di costruzione: l’acqua del cantiere |
|---|---|---|---|
| Quando compare | durante o poco dopo la pioggia, con il vento dal lato giusto | nelle mattine fredde e serene d’inverno, senza pioggia; sparisce in primavera e torna l’inverno dopo | nei primi mesi del tetto nuovo, con il caldo che la muove; i temporali non la cambiano |
| Dove compare | in asse con un bordo, una soglia, uno scarico, un tubo, una conversa, o poco più a valle | lungo chiodi, viti, travetti e punti freddi; diffusa | in punti sparsi, senza rapporto con bordi o scarichi |
| Che aspetto ha | rigagnolo, alone con bordo netto, gocciolamento a filo | aloni tondi e diffusi, gocce sui metalli, muffa sui travetti | bolle e ondulazioni sul manto, isolante bagnato uniforme, gocce dai fori delle viti |
| Che cosa dicono gli strumenti | igrometro a contatto alto solo dopo la pioggia; termocamera con la traccia del percorso | termocamera con il pacchetto freddo dove gocciola; igrometro in casa alto | igrometro alto sempre; saggio con l’isolante bagnato lontano da ogni varco |
| Che cosa non trova | niente, se il tetto non piove | la prova con la canna, che non dà niente | la prova d’invaso, che tiene |
| Che cosa serve | il varco, e il rifacimento del punto | tenuta all’aria del soffitto, umidità in casa, poi ventilazione | apertura del tetto, asciugatura o sostituzione dell’isolante, sequenza di posa giusta |
Questa tabella è mia: mette insieme i segni che le fonti descrivono uno per uno, e la mia esperienza di cantiere. Ha un’eccezione da tenere a mente sui tetti a falda in zone nevose. L’acqua che entra da una diga di ghiaccio in gronda compare d’inverno, senza pioggia, come la condensa, e può essere scambiata per quella. La distingue il posto: arriva dal bordo basso della falda e segue la linea di gronda, non i chiodi e i travetti in mezzo al tetto; il meccanismo è nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda. Non sostituisce la misura, descritta nel capitolo sull’indagine; serve a fare le domande giuste prima di salire sul tetto.
Una verifica che chiunque può fare: il diario della macchia
Prima di ogni strumento serve un calendario. Per un mese, meglio due, chi abita sotto il tetto annota ogni giorno tre cose: se la macchia è bagnata, asciutta o più grande; se ha piovuto, e da che parte tirava il vento; la temperatura minima della notte, presa dalla stazione meteorologica più vicina, che le reti regionali pubblicano gratis. Alla fine si mettono le tre righe una sopra l’altra. Se la macchia segue le piogge con un ritardo di ore, è un’infiltrazione, e il ritardo dice quanta strada fa l’acqua dentro il pacchetto. Se la macchia segue le notti fredde e serene, ed è più bagnata al mattino, è condensa. Se la macchia non segue né l’una né l’altra, e si muove con le settimane calde, è umidità di costruzione. Chi ha una termocamera può aggiungere una quarta riga, la temperatura del soffitto nel punto della macchia rispetto al soffitto attorno, la mattina presto: la condensa goccia dove il soffitto è più freddo. Il diario costa niente e, nelle contestazioni fra proprietà e impresa, è il documento che spesso manca.

Come si indaga
Prima di tutto il resto, l’accesso. Sul tetto ci si sale con un ancoraggio a cui legarsi, e in molti edifici quell’ancoraggio non c’è: metterlo è un lavoro a sé, e va messo in conto prima di promettere un’indagine. Sul manto bagnato o con il gelo non si sale, e la termografia notturna d’inverno mette insieme le due cose.
1. Il diario della macchia, per un mese o due, come descritto sopra: quando, pioggia e vento, temperatura minima della notte. È il passo che decide tutti gli altri. 2. Sotto, al mattino presto. Mappa delle macchie sul soffitto e fotografie con la data. Igrometro a contatto sul cartongesso o sull’intonaco, nei punti bagnati e in quelli asciutti. Termocamera sul soffitto: la condensa goccia dove il soffitto è più freddo, l’infiltrazione dove passa l’acqua, l’umidità di costruzione dove l’isolante bagnato conduce di più. La termocamera vede la temperatura delle superfici, come ho scritto nel caso di Loreto, e i punti vanno confermati con l’igrometro. Un termoigrometro con la sonda di superficie misura nello stesso punto la temperatura del soffitto e l’umidità dell’aria. Così dice se lì la superficie scende sotto il punto di rugiada, come ho spiegato nell’articolo sul punto di rugiada. 3. Sopra, con la pioggia in mente. Risvolti e loro altezza sopra il piano dove scorre l’acqua; soglie; bocchettoni e griglie; pendenze e ristagni, con il livello; giunti; bolle e onde del manto; converse e scossaline; colmo e gronda; tubi e antenne. Ogni punto in asse con una macchia si segna. Dopo una pioggia si guarda anche quanto dura l’acqua ferma: la guida di posa citata nel capitolo sull’umidità di costruzione la vuole sparita entro 48 ore. La stessa guida prova le saldature facendo scorrere lungo il bordo del sormonto la punta di un cazzuolino o di un piccolo cacciavite: se la punta entra fra i due teli, il giunto è aperto. E vuole i teli posati dal punto più basso verso il colmo, perché ogni sormonto segua l’acqua: un sormonto rivolto contro la pendenza è un punto da segnare. 4. Le prove con l’acqua, quando servono. Sulle falde e sui punti singolari, la canna a portata misurata con il secchio, un punto alla volta, con un osservatore sotto, come ho descritto per il pluviale. Due regole la fanno funzionare: si parte dal basso e si sale, altrimenti l’acqua del punto alto bagna quelli sotto e non si capisce più niente; e su ogni punto si sta cinque o dieci minuti, perché l’acqua dentro un pacchetto impiega tempo a comparire di sotto. Sul tetto piano, la prova d’invaso: scarichi tappati e acqua a pochi centimetri. Broccolino, per il collaudo, indica almeno 72 ore. La norma americana che descrive la prova dà invece una finestra fra 24 e 72 ore e un battente non superiore a dieci centimetri, e dichiara di non essere pensata per le coperture; l’associazione americana dei posatori la sconsiglia sui tetti piani nuovi, per il carico e per il rischio di lasciare acqua dentro. La prova si fa solo se la struttura regge, perché dieci centimetri d’acqua sono cento chili al metro quadrato, se il perimetro e le soglie stanno più in alto del livello, e mai con il gelo in arrivo. Se non trova niente, l’infiltrazione dal campo del manto è esclusa. Restano le altre due cause, e restano i punti che l’invaso non bagna: i risvolti sopra il livello raggiunto, le converse alte, i raccordi con i muri. 5. La termografia notturna. Sui tetti piani esistono tre metodi standardizzati che non aprono il tetto, e ognuno ha un campo preciso fuori dal quale sbaglia. La termografia si fa di notte, quando il tetto si raffredda e le zone bagnate restano tiepide più a lungo. La norma americana che la regola vale solo per i tetti con l’isolante sopra il solaio e a contatto con l’impermeabilizzazione: il tetto rovescio è fuori campo. Servono due giorni senza pioggia, niente pozzanghere sul manto, vento sotto i 25 chilometri l’ora, e una verifica a campione con un saggio vero, perché la termocamera vede temperature e non acqua. In Italia la termografia sugli edifici ha ora la sua norma nella UNI EN ISO 6781-1 del 2023, che ha sostituito la UNI EN 13187. 6. La misura di impedenza elettrica. Uno strumento fatto scorrere sul manto risponde all’umidità degli strati subito sotto. Non funziona su manti metallici, su membrane nere in gomma e su isolanti con la faccia in alluminio, che danno falsi positivi. 7. Il metodo a neutroni. Una sorgente di neutroni legge l’idrogeno dell’acqua attraverso gli strati fino a una ventina di centimetri; la ghiaia grossa lo disturba. 8. La ricerca elettronica delle perdite, e il suo limite. Due norme americane descrivono come trovare un foro nella membrana con un campo elettrico, ad alta tensione su membrana asciutta e a bassa tensione su membrana bagnata. È il metodo più preciso che esista, e sui tetti coibentati spesso non si può usare: il circuito ha bisogno di un solaio conduttivo sotto la membrana, e l’isolante in schiuma o il pannello di protezione interrompono il percorso. Chi vuole poterlo usare deve prevederlo in progetto, con uno strato conduttivo sotto la membrana. È una delle ragioni per cui una copertura isolata è più difficile da diagnosticare di una non isolata. 9. Il saggio. Un’apertura del manto di trenta centimetri per lato, lontana dai bordi, in un punto bagnato e in uno asciutto: si guarda se l’isolante è bagnato, se sopra la barriera c’è acqua che scorre, se il massetto sta sopra o sotto l’isolante, che cosa fa da barriera. Il saggio si richiude subito, con una pezza della stessa membrana che sormonti il taglio di almeno quindici centimetri su tutti i lati, quanto i sormonti di testa nella stessa guida di posa, saldata e non solo incollata, con la fiamma tenuta lontana dal polistirene e dal legno scoperti dal taglio: se resta aperto una notte, la pioggia aggiunge acqua al problema che si sta misurando. Un campione di isolante si pesa, si asciuga e si ripesa, con lo stesso metodo che ho descritto per il massetto, tenendo la stufa sotto i settanta gradi perché il polistirene si deforma prima dei cento: l’umidità in massa dice quanta acqua c’è, e il rapporto con il chilo al metro quadrato della norma dice quanto ci metterà a uscire. 10. Dentro casa. Umidità e temperatura dell’aria per una settimana, produzione di vapore e ricambio, con il metodo dell’articolo sulla ventilazione; poi le fessure del soffitto: botola, faretti, tubi, giunti fra soffitto e muri, il punto dove il camino attraversa. La prova di pressurizzazione con la porta soffiante, regolata dalla UNI EN ISO 9972, misura quanta aria passa in tutta la casa a cinquanta pascal, e con il generatore di fumo mostra da dove. La norma chiede condizioni precise perché il numero valga: vento non oltre i sei metri al secondo, differenza di pressione a riposo entro cinque pascal, e una regressione con indice di correlazione almeno di 0,98. Come metro di confronto, una casa passiva sta a 0,6 ricambi orari, una ristrutturazione dello stesso standard a 1,0, e i criteri ambientali minimi, negli appalti pubblici, chiedono 2 per il nuovo. 11. Il conto. Con la stratigrafia trovata nel saggio, il calcolo del punto 7 della 13788 dice se l’acqua ha una via per uscire e in quanto tempo. Il confronto fra diffusione e aria dice quanto pesa il soffitto. La tavola interattiva, qui sotto, fa i due conti con i numeri del saggio.
La tavola interattiva: i due conti con i numeri del saggio
La tavola qui sotto fa i due conti dell’articolo con i numeri che si hanno in mano. Il primo è diffusione contro aria: quanta acqua arriva al tetto attraverso la barriera e quanta attraverso le fessure del soffitto, nel mese e nel clima scelti. Il secondo è il punto 7 della 13788: quanto ci mette a uscire l’acqua chiusa nell’isolante, con gli sd trovati nel saggio. Le formule sono quelle della nota in fondo, e i limiti sono scritti sotto la tavola.
Da dove viene l’acqua nel tetto: i due conti
- Il primo conto usa la formula della diffusione della UNI EN ISO 13788 (punto 6.2) e la formula del foro a spigolo vivo con coefficiente di efflusso 0,6: i numeri assoluti dipendono dalla differenza di pressione e dalla quota che condensa, che sono ipotesi; il rapporto fra i due modi no.
- Il clima di esempio è l’anno meteorologico tipo del Centro comune di ricerca europeo per tre città, ridotto a medie mensili; per un progetto valgono i dati della UNI 10349 richiamati dall’appendice nazionale. La superficie fredda sta alla temperatura esterna del tetto, cioè l’aria del mese meno 2 gradi (punto 4.2.3 d, caso semplificato).
- Il secondo conto applica il metodo del punto 7 della norma alla sola interfaccia bagnata, al centro dello strato, con le condizioni interne dell’appendice nazionale (20 °C nei mesi di riscaldamento, classe 3): la norma chiede di verificare anche le altre interfacce, e lo chiama una verifica di idoneità, non una previsione. Niente sole, niente cielo notturno oltre i 2 gradi, niente acqua che scorre.
- I valori dei materiali vengono dal prospetto storico della UNI 10351:2021; quello del bitume è segnalato dalla norma come unico e incerto. Il valore vero di una membrana lo dichiara il produttore con la prova della UNI EN 1931, e va chiesto.
- Delle norme a pagamento la tavola riporta valori e punti, non il testo. La verifica di progetto resta quella della UNI EN ISO 13788 richiesta dai decreti; questa tavola serve a vedere che cosa muove il risultato.
Tutte le tavole interattive: I calcolatori.
La stessa macchia sotto sei interventi
Quello che si fa dopo dipende da quale acqua è, e la tabella mostra perché un intervento giusto per una è inutile o dannoso per un’altra.
| Intervento | Infiltrazione | Condensa | Umidità di costruzione |
|---|---|---|---|
| Rifare il manto sopra quello vecchio | risolve, se il varco era nel manto o nei risvolti | non cambia niente: l’acqua viene da sotto | peggiora: chiude ancora di più l’acqua dentro |
| Sigillare il soffitto all’aria (botole, faretti, tubi, giunti) | non cambia niente | è il rimedio principale: taglia il trasporto con l’aria | non cambia niente |
| Abbassare l’umidità in casa (aspirazione in cucina e bagno, ricambio) | non cambia niente | riduce la fonte: è il primo passo di Rose e TenWolde | non cambia niente |
| Ventilare il sottotetto o l’intercapedine | non cambia niente | aiuta, dopo i due passi sopra; da sola può peggiorare | aiuta solo se l’intercapedine tocca lo strato bagnato |
| Aggiungere isolante sotto, con controsoffitto | non cambia niente | raffredda il pacchetto sopra e sposta la condensa più in alto; senza tenuta all’aria peggiora | raffredda lo strato bagnato e rallenta l’asciugatura |
| Aprire il tetto, togliere l’isolante bagnato, rifare con la sequenza giusta | serve solo se il varco è sotto il manto | non serve, se il soffitto resta com’è | è l’unico rimedio |
La macchia sul soffitto dice quando e dove: se segue la pioggia è il manto, se segue le notti fredde è l’aria di casa, se segue le stagioni del primo anno è l’acqua del cantiere. Il manto si rifà solo nel primo caso.
Il metodo in tre passi
Il primo passo è quale causa: il diario e i segni della tabella. Il secondo è da dove: per l’infiltrazione il varco del manto; per la condensa la fessura del soffitto e la fonte in casa; per l’umidità di costruzione la sequenza di cantiere e lo stato dell’isolante. Il terzo è che via ha per uscire: gli sd sopra e sotto lo strato bagnato, la presenza o meno di un’intercapedine ventilata, il clima. Solo dopo si sceglie l’intervento, con la tabella dei sei interventi: il manto per l’infiltrazione, il soffitto e l’aria di casa per la condensa, l’apertura del tetto per l’umidità di costruzione. Un tetto può passare il calcolo, avere la barriera, essere ventilato, e bagnare il soffitto lo stesso. Basta che l’aria di casa ci arrivi, o che l’acqua ci fosse già. I tre passi servono a non rifare un manto che tiene.

Il terrazzo praticabile sopra una stanza abitata
Il terrazzo è un tetto piano su cui si cammina, e le regole inglesi lo dicono in una riga: ai fini dell’impermeabilizzazione e dell’isolamento va trattato come un tetto piano. La differenza sta nella protezione. Sul terrazzo la membrana sta sotto un pavimento, allettato su un massetto oppure posato a secco su supporti, e la protezione pesante cambia tre cose. La prima è dove scorre l’acqua: sul pavimento allettato scorre quasi tutta in superficie, e per questo il Codice di Pratica chiede il risvolto di 15 centimetri sopra il pavimento, come per il manto a vista; sotto un pavimento galleggiante l’acqua scende fra le lastre e scorre sulla membrana, e bastano 7 centimetri sopra la membrana.
La seconda è che cosa succede all’acqua che passa le fughe del pavimento allettato: resta nel letto di malta, sopra la membrana, e d’inverno gela, con i danni al pavimento che ho raccontato nell’articolo sul gelo. Il pavimento posato a secco lascia scorrere l’acqua e asciuga; quello allettato vuole uno strato drenante sopra la membrana, e un bocchettone con la griglia al livello della membrana, oltre a quello a livello del pavimento.
La terza è la soglia, che sul terrazzo è la porta di casa. Le quote dei tre paesi sono nella tabella del capitolo sulla pioggia: il gradino inglese di 15 millimetri con il davanzale sporgente, i 5 centimetri tedeschi solo con la canaletta grigliata, i 20 millimetri del Codice italiano. Quando queste altezze non ci sono, l’acqua entra dalla soglia e la vaschetta la ferma dentro, come ho scritto nell’articolo sulla soglia.
La stratigrafia pesante del terrazzo ha anche un rapporto con l’umidità di costruzione. Sopra la membrana, l’acqua non è più intrappolata: il letto di posa bagnato asciuga verso l’alto, lentamente, ma asciuga. Sotto la membrana vale tutto quello che ho scritto per il tetto caldo, con un aggravante: sul terrazzo il cantiere dura di più, perché al massetto delle pendenze si aggiungono il massetto di posa e il pavimento. L’isolante resta esposto alla pioggia per più giorni.
Il tetto rovescio mette l’isolante sopra la membrana e il pavimento galleggiante sopra l’isolante. Così elimina la trappola e ripara la membrana dal gelo e dal sole: è la soluzione che i canadesi hanno descritto nel 1972. Ha però un prezzo, che le regole inglesi e la norma europea sul calcolo della trasmittanza mettono in conto.
L’acqua di pioggia scende fra le lastre di isolante e scorre fredda sulla membrana, sotto l’isolante, portando via calore. La UNI EN ISO 6946, nell’appendice F, corregge la trasmittanza con un termine che dipende da tre cose: la pioggia media giornaliera, la quota che raggiunge la membrana, e il rapporto fra la resistenza dell’isolante e quella totale.
Prendo la pioggia media italiana dell’ISPRA, 951 millimetri l’anno, cioè 2,6 al giorno; 10 centimetri di polistirene estruso su un solaio in calcestruzzo; e il coefficiente più sfavorevole del manuale inglese dei calcoli di trasmittanza, 0,04, quello delle lastre a giunti accostati con copertura aperta. Il tetto rovescio dell’esempio passa da 0,31 a 0,39 watt al metro quadrato e grado, il 26 per cento in più. È un valore alto di proposito: con la pioggia della sola stagione di riscaldamento, come chiede il metodo, e con lastre battentate il termine scende. Lo strato filtrante permeabile al vapore, posato sopra l’isolante con sormonti di 300 millimetri, serve a ridurre quell’acqua, e le regole inglesi chiedono di aumentare lo spessore dell’isolante per compensare il raffreddamento.

Il tetto a falde coibentato: tre posti per l’isolante, e l’aria che passa
Nel tetto a falde l’isolante può stare in tre posti, e ognuno cambia il modo in cui l’acqua entra ed esce. Sopra i travetti, sul tavolato: la struttura resta dal lato caldo e asciutto, come scrive Historic England. Il telo traspirante sopra l’isolante fa da seconda linea contro la pioggia e lascia uscire il vapore; la microventilazione dei listelli, o un’intercapedine vera, porta via quello che arriva. Il prezzo è il colmo che sale, di 25-100 millimetri secondo lo spessore, e i giunti fra i pannelli da sigillare con cura. Il pacchetto è sottile, e ogni fessura è un ponte termico e una via per l’aria. È la soluzione più sicura per le tre cause insieme, e la più costosa.
Fra i travetti: l’isolante riempie il vano, sotto ci vuole lo strato di tenuta all’aria e freno al vapore, sopra ci vuole un telo aperto al vapore e uno spazio ventilato, oppure un sottomanto che lasci uscire il vapore. È la soluzione che fallisce quando sopra c’è il vecchio cartonfeltro: Künzel l’ha calcolato nel 1995 e Historic England lo scrive per i tetti storici. Il freno a diffusione variabile, provato in campo nel 1996-97, è nato per questo caso: chiude d’inverno e apre d’estate, e sulla falda di prova era l’unico a lasciar asciugare il legno.
Sul solaio del sottotetto, quando il sottotetto non è abitato: il tetto freddo. L’isolante sta in piano, il sottotetto resta freddo e va ventilato, e la difesa contro la condensa è tutta nel soffitto: le fessure attorno a tubi e cavi vanno sigillate, la botola deve chiudere a tenuta, gli impianti stanno sotto l’isolante, l’isolante non deve chiudere la gronda. Historic England raccomanda di lasciare circa 50 millimetri fra l’isolante e le passerelle o i tavolati del sottotetto e di non ridurre la ventilazione esistente, soprattutto dove c’è il feltro impermeabile; le regole inglesi vogliono per la botola una perdita d’aria non oltre un metro cubo l’ora a 2 pascal, oppure un coperchio pesante su una guarnizione.
Quanto deve ventilare una falda lo dicono numeri diversi, e la tabella li traduce tutti in fessura continua equivalente per metro, il modo più facile per immaginarli.
| Regola | Apertura per metro | Fessura continua equivalente | Dove |
|---|---|---|---|
| UNI 9460, tetti in tegole ⚠️ | 550 cm² netti | 55 millimetri | camera sotto i listelli, per metro di larghezza di falda |
| UNI 9460, tetti in coppi ⚠️ | 225 cm² | 22,5 millimetri | come sopra |
| DIN 4108-3, regole tedesche ✅ | 200 cm² in gronda, e almeno il 2 per mille della falda; 50 cm² al colmo, e lo 0,5 per mille | 20 millimetri | gronda e colmo, camera di almeno 2 cm |
| NHBC 2024, tabella 11: tetto freddo con telo ad alta resistenza al vapore, pendenza da 10 a 15 gradi ✅ | 25.000 mm² | 25 millimetri | gronda |
| NHBC 2024, tabella 11: stesso tetto, pendenza oltre 15 gradi ✅ | 10.000 mm² | 10 millimetri | gronda, più 5.000 al colmo se la pendenza supera 35 gradi o la luce 10 metri |
| NHBC 2024, tabella 13: tetto freddo con telo permeabile, soffitto normale ✅ | 7.000 mm² | 7 millimetri | gronda |
| NHBC 2024, tabella 13: stesso tetto, soffitto ben sigillato ✅ | 3.000 mm² | 3 millimetri | gronda, oppure 5.000 in alto |
| NHBC 2024, tabelle 11 e 12: colmo o punto alto ✅ | 5.000 mm² | 5 millimetri | colmo |
I valori italiani valgono per le falde comuni, con pendenza dal 30 al 35 per cento e lunghezza fino a sette metri; sopra quelle misure la norma chiede di più. Il testo della UNI 9460 è a pagamento: i valori vengono da una presentazione dell’Università di Firenze del 2008 e da una relazione tecnica del 2010, per l’edizione in vigore da un manuale di produttore, e per questo portano il segno di riserva. Netti vuol dire luce libera: una rete parapasseri o un pettine di gronda riducono il passaggio quasi della metà, e la fessura da costruire diventa il doppio. I valori tedeschi e quelli inglesi sono verificati sui rispettivi testi.
I numeri della tabella non misurano la stessa cosa. La UNI 9460 chiede una camera sotto i listelli di 55 millimetri, cioè la sezione del canale d’aria per ogni metro di larghezza di falda; le regole inglesi chiedono un’apertura in gronda, da 3 a 25 millimetri secondo il telo, la pendenza e la tenuta del soffitto. La camera italiana è molto più grande perché serve anche a togliere il calore d’estate. Con i valori riportati dalle fonti secondarie, la microventilazione corrente dei listelli, di un paio di centimetri, non arriva ai 550 centimetri quadrati; la relazione del 2010 riporta però che la norma, nell’edizione del 2008, la ammette quando la ventilazione estiva non è prioritaria. La scheda del Politecnico dice che sopra i 7 centimetri l’asportazione del calore cresce poco e sopra i 15 non cresce più, e che i carichi estivi si riducono del 20-40 per cento. Le regole inglesi pensano solo alla condensa.
Le regole inglesi danno anche un’indicazione che vale ovunque: riducono l’apertura in gronda da 7 a 3 millimetri quando il soffitto ha una tenuta all’aria certificata, e lo scrivono in una tabella di norma. È l’aria che decide quanta ventilazione serve. Distinguono poi due tipi di telo. Quello chiuso al vapore chiede sempre la ventilazione sotto. Quello aperto al vapore e all’aria ammette in certi casi il tetto freddo non ventilato, ma posato su un tavolato chiuso conta come chiuso. Un manto impermeabile all’aria, come la lamiera, il fibrocemento o una membrana continua, vuole sempre la ventilazione sotto il telo e nello spazio dei listelli, con controlistelli di almeno 25 millimetri; senza nessuna ventilazione, per le regole inglesi, quel tetto non è accettabile.

Nelle case nuove c’è in più l’umidità del cantiere chiusa nel legno e nei muri, che dura una stagione. Le regole inglesi la citano come causa di condensa nel sottotetto nel primo inverno di riscaldamento, e consigliano al costruttore aperture in più in alto, 5.000 millimetri quadrati al metro, anche dove la norma britannica non le chiede. Il rimedio è lo stesso dell’umidità di costruzione: dare al vapore una via per uscire.
Quello che si mette sopra: il verde e il fotovoltaico
Su un tetto piano oggi ci si mette spesso qualcosa: un giardino, dei pannelli, o tutti e due. Nessuno dei due è neutro per l’acqua: il verde tiene bagnato quello che ha sotto, e il fotovoltaico, quando è fissato attraverso il manto, apre la strada all’infiltrazione.
Il verde protegge la membrana, e lo fa in un modo misurato. Un’indagine canadese ha registrato su un tetto di riferimento a Toronto punte di 66 gradi sul manto, contro 36 o 38 gradi sotto il verde, e un’escursione giornaliera scesa da oltre cinquanta gradi a una decina. Meno sole e meno sbalzi significano una membrana che invecchia più lentamente. Le durate di servizio documentate, però, parlano di una ventina d’anni per un manto a vista e una trentina per uno protetto, cioè una volta e mezza, e non le tre o quattro volte dei dépliant.
Il prezzo è che sotto il verde il substrato resta bagnato quasi sempre. Le prove del Fraunhofer su un tetto rovescio verde hanno stimato una perdita di resistenza termica dell’isolante fra il 25 e il 35 per cento in trent’anni, con il substrato a umidità praticamente permanente. E una perdita sotto il verde non si trova: per questo la norma americana sulla ricerca elettronica delle perdite prescrive di collaudare la membrana prima di posarci sopra il sovraccarico. Chi salta quel collaudo, quando poi qualcosa gocciola, deve smontare il giardino per cercare un foro. In Italia progettazione, esecuzione, controllo e manutenzione delle coperture a verde hanno una norma propria, la UNI 11235.
Il fotovoltaico porta un problema più semplice e più frequente: i fissaggi che bucano il manto. Un’indagine tedesca del 2016 ha interpellato quasi 1.500 periti giurati su impianti solari montati sopra tetti piani esistenti, e ne hanno risposto poco meno di 140. La causa di danno più segnalata è l’attraversamento del manto da parte degli ancoraggi, con trenta segnalazioni; la seconda, con ventisei, è la mancata verifica di che cosa ci fosse sotto. Il campione è piccolo e fatto di chi ha visto un danno, quindi i numeri dicono quali guasti ricorrono, non quanto siano frequenti sul totale degli impianti. I danni si presentano presto, spesso entro il primo anno. Fra i casi raccolti: viti sigillate con il bitume steso vicino al foro invece che sul foro, dieci fori fatti per sbaglio da un trapano senza limitatore di profondità, materassini tagliati con la lama appoggiata sulla guaina.
Su come evitarlo le due scuole non sono d’accordo. I tedeschi preferiscono i sistemi zavorrati, che non forano niente. L’associazione americana dei posatori sconsiglia invece la zavorra per tre ragioni: scivola, i suoi carichi concentrati possono superare la resistenza a compressione di membrana e isolante, e ostruisce il drenaggio. Raccomanda il fissaggio passante fatto a regola. Le due posizioni hanno in comune una regola: se il manto si fora, il foro va progettato come un attraversamento, con pezzi speciali e risvolti.
I pannelli, inoltre, raccolgono la pioggia e la scaricano tutta nelle fasce fra una fila e l’altra. Sotto, il manto riceve l’acqua concentrata invece che distribuita, e se sotto c’è il verde, quelle strisce si allagano mentre il resto resta secco.

Le scorciatoie che non tengono
“Il calcolo dice che non condensa.” Il calcolo di Glaser, quello della 13788, vede la diffusione e basta: la norma lo scrive nel primo punto e lo ripete al punto 6.3, dove dice che il metodo non è adatto ai componenti attraversati da flussi d’aria né a quelli che assorbono la pioggia. Il documento di indirizzo dell’ente di normazione britannico sull’umidità negli edifici aggiunge che il metodo è poco adatto dove l’umidità si muove con l’aria, come nei tetti a falde, e la scheda del Politecnico elenca gli altri limiti per le coperture: niente irraggiamento notturno, niente trasporto liquido, niente infiltrazioni d’aria. Un tetto che passa il calcolo e condensa lo stesso non contraddice la norma: usa la norma fuori dal suo campo.
“C’è la barriera al vapore.” La barriera ferma la diffusione, che è il modo lento. I sormonti non sigillati e i fori, scrive Quirouette, non cambiano la diffusione e cambiano tutto per l’aria, come mostrano i conti del capitolo sul vapore. Künzel ha calcolato che nel tetto chiuso verso l’esterno una barriera più spessa rallenta l’accumulo senza fermarlo, perché il vapore entra per convezione dalle imperfezioni, e Historic England scrive che nei tetti esistenti la barriera è molto difficile da realizzare e viene aggirata. La barriera serve dove è anche tenuta all’aria, cioè continua, nastrata ai giunti e raccordata a tubi e muri.
“Basta ventilare il sottotetto.” La regola del trecentesimo compare nel 1942 senza un riferimento, e nel codice americano di oggi non è più la regola base, come racconta la storia all’inizio. Rowley stesso aveva avvertito che dove il vapore entra dai condotti la ventilazione può aggravare, e una simulazione canadese sulle coste fredde e umide lo ha confermato. La ventilazione è il terzo passo, dopo l’umidità in casa e la tenuta all’aria del soffitto.
“La copertura è traspirante, quindi asciuga.” Il telo aperto al vapore sotto le tegole lascia uscire quello che arriva: nella tabella dell’asciugatura, sotto un telo da 0,1 metri di sd un chilo d’acqua esce in meno di un mese. Ma il telo sta sopra, e la condensa arriva da sotto, con l’aria: se il soffitto non tiene, il telo smaltisce quello che può e intanto i puntoni si bagnano, come nelle prove del Fraunhofer. La traspirazione dello strato esterno è la via d’uscita; la tenuta all’aria dello strato interno decide quanta acqua deve uscire.
“Con più isolante il tetto va meglio.” Nei calcoli di Künzel sulla falda chiusa, con 10 o con 20 centimetri di fibra minerale il risultato cambia poco: l’accumulo dipende dal telo sopra e dall’aria in casa, non dallo spessore. Aggiungere isolante sotto un tetto esistente, con un controsoffitto, sposta il freddo verso l’alto: il pacchetto vecchio, che prima stava dal lato caldo, finisce dal lato freddo. Se il soffitto non è a tenuta d’aria, il vapore ci arriva più freddo di prima. L’isolante va messo nel posto giusto rispetto alla tenuta all’aria e alla via d’uscita del vapore, e questo si decide prima dello spessore.
“La guaina provvisoria fa da barriera al vapore.” Fa da barriera, e fa anche da vasca. Negli articoli del 2011 sull’acqua sotto il manto Broccolino descrive i capitolati che la usano così: con il massetto gettato sopra e l’isolante lasciato scoperto, la guaina chiude dentro l’acqua del massetto e delle piogge. La sequenza giusta del Codice sta nel capitolo sull’umidità di costruzione, e i tre anni del tetto aperto dal Fraunhofer mostrano il prezzo dell’ordine sbagliato.
“Un terzo di litro contro trenta litri”, “ottocento grammi da una fessura di un millimetro”. Sono due cifre che girano nei corsi e nei cataloghi, attribuite a laboratori seri. Non le ho trovate in nessun testo primario, e la ricerca fatta per questo articolo ha trovato solo pagine di produttori che le ripetono. I numeri con una fonte sono quelli di Quirouette, con le sue ipotesi dichiarate: il messaggio è lo stesso, e così si può citare.
“Il tetto rovescio non ha bisogno di niente.” Ha bisogno dello strato filtrante sopra l’isolante, della zavorra contro il vento e il galleggiamento, e di uno spessore in più, perché la pioggia che scende sotto le lastre porta via calore: nell’esempio del capitolo sul terrazzo la trasmittanza sale del 26 per cento. Risolve l’umidità di costruzione e ripara la membrana, e il prezzo lo paga in calore disperso.
Chi paga, e che cosa chiede la legge
La prima domanda che arriva dopo la macchia non è tecnica. È chi paga. La risposta comincia da che cosa sia, in diritto, la copertura che perde.
| Situazione | Riferimento | Chi paga |
|---|---|---|
| Tetto comune, anche a falde | articolo 1123 del codice civile | tutti i condomini, in proporzione ai millesimi |
| Lastrico solare o terrazza a livello in uso esclusivo | articolo 1126 | un terzo chi ne ha l’uso, due terzi i condomini che stanno sotto, nella proiezione verticale |
| Superficie che copre un solo locale di proprietà esclusiva | articolo 1125, per analogia | metà chi sta sopra, metà chi sta sotto |
| Danno a chi abita sotto | articolo 2051 e Sezioni Unite 9449/2016 | chi ha la custodia, con il riparto dell’articolo 1126, salva la prova della causa specifica |
| Gravi difetti dell’opera | articolo 1669 | costruttore, progettista e direttore dei lavori: dieci anni dal compimento, denuncia entro un anno dalla scoperta, azione entro un anno dalla denuncia |
| Vizi dell’opera appaltata | articolo 1667 | l’appaltatore: denuncia entro sessanta giorni dalla scoperta, azione entro due anni dalla consegna |
Se è un tetto, anche a falde, ed è comune, le spese si dividono fra tutti i condomini in proporzione ai millesimi, per l’articolo 1123 del codice civile. Lo ha ribadito la Cassazione nel 2019, in un caso in cui un condomino senza alloggio sotto il tetto è stato tenuto a concorrere lo stesso, perché quel tetto proteggeva anche l’atrio comune. La regola del terzo e dei due terzi, che molti applicano d’ufficio a qualunque copertura, al tetto non si applica.
Quella regola, l’articolo 1126, vale per il lastrico solare e per la terrazza a livello quando sono in uso esclusivo: chi ne ha l’uso paga un terzo, gli altri due terzi li pagano i condomini a cui la superficie fa da copertura, in proporzione al valore dei piani. Due precisazioni cambiano il conto. I due terzi gravano solo sui proprietari che stanno nella proiezione verticale della superficie, non su tutto il condominio. E se la superficie copre un solo locale di proprietà esclusiva, la Cassazione applica per analogia l’articolo 1125, non il 1126: la spesa si divide a metà fra chi sta sopra e chi sta sotto.
Fin qui le spese di riparazione. Il danno a chi abita sotto segue un’altra strada, che le Sezioni Unite della Cassazione hanno indicato nel 2016 con la sentenza numero 9449: chi ha la custodia della copertura risponde del danno per l’articolo 2051, e il criterio dell’articolo 1126 serve a ripartirlo. Cambia chi deve provare che cosa: il danneggiato prova il legame fra la cosa e il danno, il custode deve provare il caso fortuito.
Nella stessa sentenza c’è la frase che rende utile una perizia. Il riparto si applica salva la prova contraria della specifica imputabilità del danno. Tradotto: il terzo e i due terzi sono la regola di chi non ha provato niente. Chi porta la prova che la macchia viene dalla condensa, e non dal lastrico, esce da quel riparto. È l’unico punto in cui la diagnosi tecnica ha un effetto diretto e nominato sul conto.
Quando la copertura è nuova o è stata appena rifatta, il bersaglio si sposta su chi l’ha fatta. L’articolo 1669 riguarda i gravi difetti dell’opera, e la giurisprudenza vi comprende le infiltrazioni dal tetto; una sentenza del 1998 ci mette anche l’umidità che dipende da un difetto di coibentazione termica. Risponde il costruttore, e con lui il progettista e il direttore dei lavori: una pronuncia del 2025 scrive che il direttore dei lavori deve controllare impermeabilizzazioni, pendenze e drenaggi. La UNI 11345 descrive i controlli sulle coperture continue con membrane in progetto, in esecuzione e in gestione, con le responsabilità di ognuno e gli esempi dei verbali da compilare alla fine di ogni fase: in una contestazione, quei verbali sono fra i primi documenti da chiedere.
I tempi dell’articolo 1669 sono tre, e si perdono facilmente: dieci anni dal compimento dell’opera, un anno dalla scoperta per denunciare, un anno dalla denuncia per agire. La scoperta non coincide con la prima macchia: matura quando l’accertamento tecnico dice che cosa sta succedendo. È la ragione per cui una diagnosi fatta presto protegge anche i termini.
Su un punto la giurisprudenza è divisa, e conviene saperlo prima di impostare una causa. Una pronuncia del 2007 ha escluso l’articolo 1669 per un caso preciso: rifare guaina e pavimento su un terrazzo condominiale di un edificio già in piedi. Le sezioni unite, nel 2017, hanno invece esteso la norma agli interventi di lunga durata su edifici preesistenti. Dove cada un rifacimento di guaina fra questi due estremi lo decide il caso concreto.
C’è poi un termine che scade prima di tutti gli altri, e viene dimenticato spesso. Per i vizi dell’opera appaltata, l’articolo 1667 chiede la denuncia entro sessanta giorni dalla scoperta e l’azione entro due anni dalla consegna. Su un lavoro appena finito è quello il primo orologio che parte.
La condensa, però, non è sempre colpa di chi ha costruito. Una casa poco ricambiata, con il bucato steso dentro e le griglie chiuse, produce condensa da sola: il comportamento di chi abita riduce il risarcimento per l’articolo 1227, e nei casi estremi lo esclude. La giurisprudenza è divisa su quanto debba essere grave la condensa per contare come grave difetto: una sentenza del 2024 ha escluso muffa e condensa limitate.
Resta il consiglio pratico, ed è lo stesso del diario della macchia. Prima di riparare conviene fissare lo stato dei luoghi: fotografie datate, posizione e quota delle macchie, i dati di pioggia e temperatura del periodo, le misure dentro casa. L’accertamento tecnico preventivo, gli articoli 696 e 696 bis del codice di procedura civile, serve a mettere al sicuro una prova che sta per sparire, e i tribunali ricordano che l’urgenza di riparare non è l’urgenza che la legge chiede.
Nei casi veri le cause sono spesso due o tre insieme. I giudici non chiedono al tecnico di sceglierne una: chiedono le quote. Per questo una perizia utile mette le cause in ordine di peso.
Rifare il manto è un intervento energetico, e la legge lo tratta come tale
Chi rifà l’impermeabilizzazione di solito pensa a un lavoro di tenuta all’acqua. Il decreto sui requisiti minimi lo classifica diversamente. Nella tabella degli interventi dell’allegato, il lavoro su coperture piane o a falde è elencato con la coppia isolamento e impermeabilizzazione. La trasmittanza, il numero che quei requisiti fissano, dice quanto calore passa attraverso un metro quadrato di copertura per ogni grado di differenza fra dentro e fuori: più è basso, meglio isola. Rifare la guaina rientra quindi fra gli interventi di riqualificazione energetica. E fa scattare i requisiti di trasmittanza e la verifica termoigrometrica sulla struttura interessata. C’è un’eccezione, chiarita dal ministero nel 2018 per il decreto del 2015. Se sotto il tetto c’è un sottotetto non riscaldato, e resta tale, il solo rifacimento della copertura non chiede nessuna verifica energetica. Il ministero consiglia però con forza di isolare l’ultimo solaio della parte riscaldata.
I valori da rispettare sono questi, in watt per metro quadrato e grado, e non sono cambiati rispetto al decreto del 2015: quello che è cambiato è che cosa bisogna verificare, non quanto.
| Zona climatica | A e B | C | D | E | F |
|---|---|---|---|---|---|
| Copertura di un edificio nuovo o di una ristrutturazione importante di primo livello | 0,35 | 0,33 | 0,26 | 0,22 | 0,20 |
| Copertura in riqualificazione energetica o ristrutturazione di secondo livello | 0,32 | 0,32 | 0,26 | 0,24 | 0,22 |
Dal 3 giugno 2026, con il decreto dell’ottobre 2025, quella verifica cambia in due punti. Va fatta anche sui ponti termici, con il metodo di calcolo dettagliato della norma europea, e il decreto scrive per la prima volta quando la verifica è superata: la condensa non deve oltrepassare la quantità massima ammessa, e alla fine del ciclo annuale non ne deve restare. Il decreto del 2015 chiedeva di verificare con la norma l’assenza di condensazioni interstiziali, senza scrivere il criterio.
Cambia anche il conto della tenuta all’aria, almeno nei lavori pubblici. I criteri ambientali minimi, che si applicano agli appalti della pubblica amministrazione e sono in vigore dal febbraio 2026, fissano un limite alla permeabilità all’aria, misurata con la prova di pressurizzazione. Per gli edifici nuovi sono due ricambi orari a cinquanta pascal; per le ristrutturazioni importanti di primo livello, tre e mezzo. La motivazione scritta nel criterio è proprio quella di questo articolo: limitare la condensa interstiziale. Il collaudo con la porta soffiante diventa così un documento di progetto.
Per chi ordina il lavoro la conseguenza pratica è una sola. Chi rifà il manto senza portarsi dietro il conto dell’isolante, la verifica della condensa e la tenuta all’aria del soffitto, in molti casi non rispetta i requisiti che il decreto impone dal 3 giugno 2026.
In sintesi
1. In un tetto coibentato l’acqua che bagna il soffitto ha tre origini possibili. La pioggia dai punti deboli del manto, il vapore di casa portato dall’aria attraverso le fessure del soffitto, l’acqua del cantiere chiusa fra barriera e membrana. Solo la pioggia si cura rifacendo il manto. 2. Le tre cause nascono spesso da decisioni prese da persone diverse, in tempi diversi, senza che nessuno progetti la copertura intera. 3. La pioggia entra dai bordi e dai fori. Attraversamenti e soglie sono i nodi che cedono più spesso; sui tetti poco pendenti con l’acqua che scorre in superficie le regole dei tre paesi chiedono risvolti di 15 centimetri, e la norma europea sullo smaltimento vuole sui tetti con parapetto almeno due bocchette, o una più lo scarico di emergenza. 4. Il vapore sale con l’aria, decine o centinaia di volte più che per diffusione. La barriera al vapore serve, ma la tenuta all’aria del soffitto conta molto di più. 5. Il calcolo di Glaser non vede l’aria, e la norma stessa lo dice. Un tetto che passa la verifica di legge può condensare lo stesso. 6. La ventilazione è il terzo rimedio, dopo l’umidità in casa e la tenuta all’aria del soffitto; da sola può peggiorare. 7. D’estate il vapore scende verso la stanza fresca e condensa sopra la barriera: la macchia compare con il sole, e non dopo la pioggia. 8. L’acqua chiusa fra barriera e membrana esce a grammi all’anno. Con una membrana bituminosa e una barriera in polietilene un chilo per metro quadrato non esce in dieci anni; sotto un telo traspirante ventilato esce in meno di un mese. Per questo la sequenza di posa decide: massetto sul solaio e misurato prima di chiuderlo, barriera, isolante posato asciutto, membrana subito. 9. Nell’isolante di un tetto bagnato c’è molta più acqua di quanta ne dica la scheda tecnica. Nei venti tetti tedeschi aperti e pesati il poliuretano arrivava quasi a metà del volume; eppure, nei casi seguiti dai periti, l’isolante lasciato sotto non è mai stato la causa di un nuovo danno. 10. La macchia dice quando e dove. Dopo la pioggia e in asse con un bordo è infiltrazione; nelle mattine fredde e lungo i chiodi è condensa, salvo la diga di ghiaccio sulle falde innevate, che bagna lungo la gronda; nel primo anno e in punti sparsi è umidità di costruzione. Il diario della macchia lo mostra in un mese o due. 11. Sulle falde e sui terrazzi valgono le stesse tre cause. Sulle falde il soffitto deve tenere l’aria e sopra l’isolante serve una via d’uscita per il vapore; sul terrazzo la protezione cambia dove scorre l’acqua e quanto deve salire il risvolto. 12. Chi paga dipende da che cosa è la copertura e da che cosa si riesce a provare. Il riparto di un terzo e due terzi vale per il lastrico in uso esclusivo e cede davanti alla prova della causa specifica; e rifare il manto sopra ambienti riscaldati fa scattare i requisiti energetici del decreto.
Domande frequenti
Il tetto è nuovo e il soffitto è bagnato: è colpa dell’impresa?
Dipende da quale acqua è. Se la macchia segue le piogge ed è in asse con un bordo o uno scarico, il manto o i suoi risvolti hanno un varco, e il lavoro va rivisto. Se segue le notti fredde, l’acqua è quella di casa, salita con l’aria dalle fessure del soffitto: l’impresa del tetto c’entra solo se doveva fare anche la tenuta all’aria. Se compare nel primo anno in punti sparsi e il manto ha bolle, l’acqua è entrata durante il cantiere, ed è una questione di sequenza di posa. Il diario della macchia distingue i tre casi prima del contenzioso.
La prova con l’acqua non ha trovato niente: allora il tetto tiene?
Il manto tiene nel campo che l’acqua ha bagnato, e questo esclude l’infiltrazione da lì. Non dice niente sui punti che l’invaso non raggiunge: i risvolti sopra il livello, le converse alte, i raccordi con i muri. E le altre due cause non si vedono con l’acqua versata sopra: la condensa arriva da sotto, l’umidità di costruzione era già dentro. Un collaudo negativo è un risultato, e dice dove non cercare.
Si può rifare il manto sopra quello vecchio?
Si può, ma serve solo se la macchia è un’infiltrazione e il varco sta nel manto o nei risvolti. Se è condensa non cambia niente, perché l’acqua arriva da sotto; se è umidità di costruzione non la toglie, e l’acqua resta chiusa sotto due manti invece che sotto uno. Se sotto è rimasta acqua, la guida di posa citata nel capitolo sull’umidità di costruzione chiede degli esalatori, per evitare bolle e rigonfiamenti; quanta acqua tolgano, non lo dice. Per il decreto sui requisiti minimi, poi, rifare l’impermeabilizzazione di una copertura che sta sopra ambienti riscaldati è un intervento energetico: fa scattare i limiti di trasmittanza e la verifica della condensa.
Devo togliere l’isolante bagnato?
Non sempre. Un rapporto federale tedesco ha raccolto 182 casi di isolante umido nei tetti piani trattati dai periti: dopo il rifacimento dell’impermeabilizzazione, in un caso su dodici ci sono stati altri danni da umidità, e in nessuno la causa era l’isolante rimasto sotto. La scelta si fa misurando quanta acqua c’è, in che materiale e con quale via d’uscita; gli stessi autori mettono una riserva sulla lana minerale ad alta densità. E resta il conto del calore: un isolante bagnato conduce di più, tutti gli anni.
La barriera al vapore c’è: perché condensa lo stesso?
Perché la barriera ferma la diffusione, che è il modo lento, e non l’aria, che è il modo veloce. Nella nota canadese del 1985 un foro di un pollice quadrato, anche se condensa solo un decimo dell’acqua che l’aria porta, bagna 233 volte più della diffusione attraverso un metro quadrato di barriera. Se la barriera non è continua, nastrata e raccordata a tubi, muri e botole, il vapore la aggira.
La macchia compare solo d’estate: che cos’è?
Può essere condensa estiva, che è il segno di un’acqua già chiusa nel tetto, del cantiere o di una vecchia perdita. D’estate un manto scuro al sole supera i sessanta gradi, quell’acqua diventa vapore e scende verso la stanza più fresca, tanto più se è condizionata, e la prima superficie fredda che trova è la barriera al vapore: lì condensa e goccia. La macchia compare nelle giornate di sole e non dopo la pioggia, e chi cerca solo l’infiltrazione non la trova.
Quanto deve essere ventilato un tetto in tegole?
La UNI 9460, nei valori riportati dalle fonti secondarie, chiede per le falde comuni un passaggio di 550 centimetri quadrati netti per metro di larghezza sotto i listelli, cioè una camera alta 5,5 centimetri; le regole tedesche 200 centimetri quadrati al metro in gronda e una camera di almeno 2 centimetri; quelle inglesi da 70 a 250 centimetri quadrati al metro in gronda secondo il telo e la pendenza, 30 se il soffitto è sigillato, e 50 al colmo. La microventilazione dei listelli, di un paio di centimetri, asciuga le tegole e non conta come ventilazione.
Sostituire il cartonfeltro vecchio con un telo traspirante risolve?
Apre la via d’uscita al vapore, e nei tetti isolati fra i travetti è la condizione per non accumulare acqua, come dicono Künzel e Historic England. Va fatto quando si rifà il manto, e insieme al soffitto a tenuta d’aria: senza il soffitto, il telo smaltisce quello che può e i puntoni si bagnano lo stesso.
Chi paga le riparazioni di un terrazzo condominiale?
Se il terrazzo è un lastrico solare in uso esclusivo, vale l’articolo 1126 del codice civile: chi ne ha l’uso paga un terzo, e gli altri due terzi li pagano i condomini che stanno sotto, nella sua proiezione verticale, in proporzione al valore dei piani. Il danno a chi abita sotto segue la custodia della copertura, e le Sezioni Unite della Cassazione lo ripartiscono allo stesso modo, salva la prova contraria: se la macchia viene dalla condensa o dall’umidità di costruzione, la causa non è il lastrico, e conviene dimostrarlo prima di ripartire spese e danni. Il tetto comune e la terrazza sopra un solo locale seguono regole diverse, descritte nel capitolo su chi paga.
In conclusione
Torniamo a quella telefonata d’inverno, quella del tetto rifatto due anni prima e della macchia che si allarga. Se avessi accettato la domanda come me la fanno, cioè dove perde il tetto, sarei salito a cercare un buco che non c’era. La domanda giusta era un’altra: quando compare la macchia. La risposta, mattine fredde e serene e non dopo la pioggia, chiudeva il caso prima di aprire il manto.
In un tetto coibentato decidono l’ordine degli strati e le vie che l’acqua ha per uscire, non il loro numero. Sotto c’è un soffitto che deve fermare l’aria, non solo il vapore. Sopra ci vuole una strada perché quello che passa se ne vada. In mezzo c’è un isolante che, se si bagna, resta bagnato per anni e si fa pagare in bolletta.
Il resto è metodo. Prima si capisce quale delle tre cause è, poi da dove entra, poi che via ha per uscire. Rifare il manto è la cura più costosa e serve solo per una delle tre. Un calendario tenuto per un mese costa niente e dice quale.
Nota sui calcoli e sulle fonti
I numeri di questo articolo escono da un programma di calcolo che accompagna il testo, le tavole e la tavola interattiva. Ogni costante porta la sua fonte, e a ogni esecuzione il programma ricontrolla la coerenza interna: che la pressione di saturazione a 20 gradi valga circa 2.337 pascal, che le due dita ogni dieci piedi di Vitruvio facciano uno a ottanta, che il conto di Quirouette rifatto stia nello stesso ordine di grandezza del suo. Le formule, per chi vuole rifare i conti con carta e penna, sono queste.
- Pressione di saturazione del vapore, in pascal, alla temperatura θ in gradi: 610,5 · exp(17,269 · θ / (237,3 + θ)) sopra zero e 610,5 · exp(21,875 · θ / (265,5 + θ)) sotto zero: equazioni E.1 ed E.2 dell’appendice E della UNI EN ISO 13788:2013.
- Diffusione del vapore attraverso uno strato: g = δ0 · (p_1 − p_2) / sd, dove p_1 e p_2 sono le pressioni parziali del vapore sulle due facce dello strato, con δ0 = 2 · 10⁻¹⁰ chilogrammi al metro per secondo e pascal (punto 6.2 della norma), p in pascal, sd spessore d’aria equivalente in metri; g in chilogrammi al metro quadrato per secondo. Per un materiale sd = μ · s, con μ = 187,52 / δ dove δ è la permeabilità al vapore del prospetto A.1 della UNI 10351:2021, espressa nelle stesse unità della tabella, cioè in 10⁻¹² chilogrammi al metro per secondo e pascal. Il 187,52 è la permeabilità dell’aria nelle stesse unità.
- Temperatura all’interfaccia n di un pacchetto, dall’esterno: θ_n = θ_e + (R’_n / R’_T) · (θ_i − θ_e), con R’_n la resistenza termica cumulata fino all’interfaccia e R’_T quella totale, resistenze superficiali 0,10 verso l’alto e 0,04 all’esterno (equazione 12 e prospetto 2 della norma). Temperatura esterna dei tetti: media mensile dell’aria meno 2 gradi (punto 4.2.3 d, caso semplificato).
- Asciugatura dello strato bagnato (punto 7 della norma, applicato alla sola interfaccia bagnata): lo strato è diviso in due, con M_0 = 1 chilo al metro quadrato al centro; ogni mese g_ev = δ0 · [(p_c − p_e) / sd_esterno + (p_c − p_i) / sd_interno], con p_c la pressione di saturazione alla temperatura dell’interfaccia, sd_esterno e sd_interno le somme degli spessori d’aria equivalenti dall’interfaccia verso fuori e verso dentro; M diminuisce di g_ev per i secondi del mese, finché si azzera o fino a dieci anni.
- Condizioni interne dell’appendice nazionale: 20 gradi nei mesi di riscaldamento, 18 fuori riscaldamento quando fuori ci sono meno di 18, uguale all’esterno altrimenti (NA.1.2); pressione interna p_i = p_e + Δp con Δp il limite superiore della classe 3, 810 pascal a 0 gradi esterni che scendono in linea retta a 100 pascal a 20 gradi (NA.1.4 e figura NA.1).
- Aria attraverso un foro: Q = C_d · A · √(2 · Δp / ρ), con C_d = 0,6, A in metri quadrati, Δp in pascal, ρ = 1,2 chilogrammi al metro cubo; acqua trasportata = Q · ρ · t · (x_i − x_s), con x l’umidità specifica 0,622 · p / (101.325 − p), x_i quella dell’aria interna e x_s quella satura alla temperatura della superficie fredda; quota che condensa: 10 per cento, come nell’esempio canadese.
- Tetto rovescio: ΔU = p · f · x · (R_1 / R_T)², con p pioggia media in millimetri al giorno e f · x = 0,04 watt per giorno diviso metro quadrato, kelvin e millimetro, cioè W·giorno/(m²·K·mm), R_1 la resistenza dell’isolante sopra la membrana, R_T quella totale (appendice F della UNI EN ISO 6946, come riportata dal manuale britannico BR 443 e da Leimer e altri).
- Effetto camino: Δp ≈ 0,04 · H · ΔT, con H l’altezza fra il piano neutro e il punto considerato in metri e ΔT la differenza di temperatura in kelvin; con il piano neutro a metà altezza, per il soffitto dell’ultimo piano H vale metà dell’altezza dell’edificio.
- Aumento della conduttività per l’acqua contenuta: Fm = exp(fψ · u), con u contenuto d’acqua in frazione di volume e fψ il coefficiente del materiale (prospetto della norma europea sui valori di progetto).
- Conversioni: 550 centimetri quadrati al metro = 55.000 millimetri quadrati al metro = fessura continua di 55 millimetri; 1 grammo per piede quadrato = 10,76 grammi al metro quadrato; 1 millimetro di pioggia = 1 litro al metro quadrato.
Una parte delle norme sulle coperture è a pagamento o fuori commercio: la UNI 9460 sui tetti in tegole, la UNI 11470 sui teli, le UNI 8178 e 8627 sugli strati, il Codice di Pratica delle coperture continue dell’IGLAE. I loro valori arrivano da fonti secondarie, e dove ne cito uno dico da quale. La norma sul calcolo della condensa, la UNI EN ISO 13788, e la norma italiana sui valori dei materiali, la UNI 10351, sono invece verificate sul testo, e ne riporto solo i valori e i punti. Lo stesso vale per i rapporti di ricerca da cui vengono i numeri dell’articolo.
Le fonti, con il segno che distingue i valori verificati sul testo da quelli ripresi da fonti secondarie:
- UNI EN ISO 13788:2013 con l’appendice nazionale, nella copia acquistata dall’ente di normazione. ✅ Verificata sul testo: punto 1 e 6.3 sui limiti del metodo, 4.2.3 d, 4.4.1, 6.2, 6.4.1, nota al 6.5, punto 7, appendici D ed E, NA.1.2, NA.1.4, NA.1.5. Della norma riporto valori e punti, non il testo.
- UNI 10351:2021, prospetto A.1 e punto 3.1.1, stessa copia. ✅ Verificata: i valori dei materiali usati nei calcoli; il valore del bitume è indicato dalla norma come unico e incerto.
- Catalogo dell’ente italiano di normazione, consultato l’11 settembre 2026. ✅ UNI 9460:2023 in vigore dal 5 ottobre 2023, edizione 2008 ritirata; UNI 11470:2015; UNI 8178-1 e 8178-2:2019; UNI 8627-1 e 8627-2:2019; UNI EN 13859-1:2014; UNI EN 13984:2013; UNI 11442:2015; UNI EN 13707:2013; UNI EN 13956:2013; UNI EN 1931:2002; UNI EN 1928:2002; UNI 11235:2015; UNI 11540:2014; UNI EN ISO 6946:2018. ⚠️ I testi sono a pagamento: verificati solo i due sopra e l’anteprima ufficiale dell’indice della 8178-2; per gli altri valgono le fonti secondarie indicate.
- Decreto 26 giugno 2015, allegato 1, paragrafo 2.3, e decreto 28 ottobre 2025, articoli 8 e 11 e allegato 1, paragrafo 2.3. ✅ Verificati sulla Gazzetta Ufficiale.
- Vitruvio, De architectura, libro VII, capitolo 1, paragrafi 5-7, e libro III, capitolo 1, paragrafo 8. ✅ Verificati in latino e nella traduzione inglese di Gwilt su un’edizione digitale accademica; la pendenza in uno a ottanta è un calcolo mio.
- A. Fissabre, sul dibattito tecnico attorno al tetto piano nel Moderno, atti della società tedesca di storia della tecnica delle costruzioni, Dresda 2017. ✅ Verificato: le date tedesche dell’Ottocento e i materiali del tetto in cemento di legno.
- F. B. Rowley, A. B. Algren, C. E. Lund, Condensation of moisture and its relation to building construction and operation, Bulletin 18, Engineering Experiment Station, University of Minnesota, 1941. ✅ Verificato sull’archivio digitale dell’università: le conclusioni sulla ventilazione dei sottotetti.
- W. B. Rose, Early history of attic ventilation, Building Research Council, University of Illinois. ✅ Verificato: Teesdale 1937, Rogers 1938, il finanziamento di Rowley, il trecentesimo del 1942, i grammi di brina; sede e anno di pubblicazione non compaiono nel documento.
- W. B. Rose, The history of attic ventilation regulation and research, Thermal Performance of the Exterior Envelopes of Buildings VI, 1995. ✅ Verificato; Hutcheon 1950 è ripreso da qui, come fonte secondaria.
- A. TenWolde, W. B. Rose, Issues related to venting of attics and cathedral ceilings, ASHRAE Transactions 1999, e W. B. Rose, A. TenWolde, Venting of attics and cathedral ceilings, ASHRAE Journal, ottobre 2002. ✅ Verificati: l’ordine dei rimedi; la simulazione canadese di Forest e Walker (1993) sulle coste e Hinrichs 1962 li riprendo da qui.
- R. L. Quirouette, The difference between a vapour barrier and an air barrier, Building Practice Note 54, National Research Council Canada, 1985. ✅ Verificato in una copia d’archivio; l’archivio dell’ente non lo distribuisce più.
- G. O. Handegord, M. C. Baker, Application of roof design principles, Canadian Building Digest 99, 1968, e M. C. Baker, C. P. Hedlin, Protected-membrane roofs, Canadian Building Digest 150, 1972. ✅ Verificati in copie ospitate da un’università americana.
- D. M. Kyle, A. O. Desjarlais, Assessment of technologies for constructing self-drying low-slope roofs, Oak Ridge National Laboratory, ORNL/CON-380, 1994; A. O. Desjarlais e altri, Laboratory measurements of the drying rates of low-slope roofing systems, ORNL, 1994; A. O. Desjarlais, Self-drying roofs, Thermal Envelopes VI, 1995. ✅ Verificati sull’archivio pubblico del laboratorio; del terzo la prima pagina.
- H. M. Künzel, presentazione sull’effetto dell’umidità sull’isolamento termico, Fraunhofer IBP; H. M. Künzel, A. Kaufmann, IBP-Mitteilung 268, 1995; H. M. Künzel, IBP-Mitteilung 269, 1995; H. M. Künzel, More moisture load tolerance of construction assemblies through the application of a smart vapor retarder, Thermal Envelopes VII, ASHRAE 1998; T. Großkinsky e altri, IBP-Mitteilung 379, 2000. ✅ Verificati sul sito dell’istituto e sull’archivio ORNL. Le conversioni da perm a spessore d’aria equivalente sono mie.
- NHBC Standards 2024, capitolo 7.2, clausole 7.2.14, 7.2.15 e 7.2.20. ✅ Verificate sul sito dell’ente. NHBC Standards 2025, capitolo 7.1, con la clausola 7.1.4.1 su scarichi e troppopieno dei tetti con risvolti su tutti i lati. ✅ Verificato su una copia pubblicata da un’impresa privata di ispezioni, non sul sito dell’ente, che richiede la registrazione; ⚠️ l’edizione 2026, in vigore per le case iniziate dal 1° gennaio 2026, resta da confrontare, e il comunicato dell’ente non elenca modifiche al capitolo 7.1. Le norme britanniche BS 5250, BS 5534, BS 9250 e BS 6229, richiamate da queste clausole, sono a pagamento: i loro valori arrivano attraverso le clausole NHBC.
- Historic England, Energy efficiency and historic buildings: Insulating pitched roofs at rafter level, Insulating pitched roofs at ceiling level, Insulating flat roofs, 2016. ✅ Verificati.
- B. Anderson, L. Kosmina, Conventions for U-value calculations, BRE Report 443, 2019, paragrafo 4.8.6, e H.-P. Leimer e altri, Requirements of inverted roofs with a drainage layer, con la spiegazione dell’appendice della EN ISO 6946. ✅ Verificati: formula e coefficienti; ⚠️ la guida europea ETAG 031-1 e il bollettino BBA da cui vengono i coefficienti sono ripresi attraverso il BR 443.
- suissetec, promemoria Penetrazioni nei tetti inclinati, luglio 2015. ✅ Verificato; la norma svizzera SIA 232/1 a cui rimanda è a pagamento.
- R. Cecchi, P. Gasparoli, Prevenzione e manutenzione per i beni culturali edificati, Alinea 2010. ✅ Verificato nelle schede di ispezione delle coperture.
- N. May e altri, Moisture in buildings: an integrated approach to risk assessment and guidance, white paper dell’ente di normazione britannico. ✅ Verificato: i limiti del metodo di Glaser sui tetti a falde.
- Centro comune di ricerca della Commissione europea, PVGIS 5.3, anno meteorologico tipo per Udine, Milano e Roma, dati ERA5 2005-2023. ✅ Scaricati; le medie mensili di temperatura e umidità le ho calcolate io sulle 8.760 ore. Servono da clima di esempio; per un progetto valgono i dati della UNI 10349 richiamati dall’appendice nazionale.
- ISPRA, precipitazione media in Italia 1991-2020, 951 millimetri. ✅ Già verificata per l’articolo sul pluviale; qui usata come media giornaliera sull’anno intero, per l’esempio.
- DIN 4108-3:2018, protezione dall’umidità degli edifici, nel testo integrale che l’autorità edilizia di Amburgo pubblica come regola tecnica. ✅ Verificata sul testo: le sezioni di ventilazione delle falde in gronda e al colmo, la camera minima, i casi di tetto non ventilato ammessi senza calcolo. ⚠️ L’edizione vigente oggi è la 2024-03, a pagamento: le differenze note, da fonti secondarie, riguardano il limite di quota per il metodo di Glaser.
- Associazione tedesca dei conciatetti, Fachregel für Abdichtungen, bozza pubblica del 1° luglio 2023, firmata anche dalla federazione dell’industria delle costruzioni. ⚠️ Verificata sul testo della bozza: le altezze di risvolto di 15 e 10 centimetri secondo la pendenza e l’elenco delle misure per le soglie a 5 centimetri. È una bozza in consultazione: l’edizione definitiva è del gennaio 2026 e non è in libera consultazione, quindi prima di scrivere questi valori in un capitolato vanno riconfermati.
- Catalogo dell’ente tedesco di normazione, scheda della DIN 18531-1:2025-08. ✅ Verificata: sostituisce l’edizione 2017; la scheda riporta la stessa terna di altezze. Altri valori tedeschi da H.-H. Wetzel, Der Bausachverständige 2/2020, da R. Oswald, R. Abel, K. Wilmes, Schadensfreie niveaugleiche Türschwellen, Fraunhofer IRB 2011, e il 2 per cento da C. Herold, Der Bausachverständige 4/2017. ✅ Verificati; ⚠️ i testi della DIN 18531 e della direttiva tedesca dei tetti piani sono a pagamento: i valori vengono da questi studi.
- Istituto per la garanzia dei lavori affini all’edilizia, Perché il Codice di Pratica? Guida al suo utilizzo, documento ufficiale dell’istituto, 12 pagine. ✅ Verificato sul testo: la storia delle polizze disdettate negli anni Ottanta e dell’incontro del 1990 con le compagnie, il muro degli interessi commerciali nella commissione di normazione, la commissione del 1991 e le edizioni del Codice, il valore di regola dell’arte, le sei decisioni prese da persone diverse, le quattro fasi di progettazione riprese dalla UNI 8627, l’elenco dei quattordici strati complementari, le tre classi di pendenza con l’1,5 per cento consigliato, la distinzione fra schermo e barriera al vapore, la griglia di autocontrollo.
- Istituto per la garanzia dei lavori affini all’edilizia, pagine ufficiali sul Codice di Pratica delle coperture continue. ✅ Verificate il 14 settembre 2026: la prima edizione del 1993, la seconda del 2006, la terza del 2016 e la sua ristampa dell’ottobre 2019, con circa ottanta pagine in più. ⚠️ Il Codice non è in libera consultazione: le regole che ne cito vengono dagli articoli dell’arch. Antonio Broccolino su Specializzata, 2009-2014, e dai suoi articoli in rete del 2017-2020, verificati sul testo. Chi vuole il Codice lo trova presso l’istituto.
- S. Croce (a cura di), Teoria e tecnologia delle coperture ad elevate prestazioni, scheda tecnica con capitoli di T. Poli, M. Fiori, G. Pansa, A. Mainini, R. Paolini, E. De Angelis, Politecnico di Milano. ✅ Verificata nei capitoli sulla ventilazione, sulla condensa e sulla tenuta all’aria; l’editore non compare nel documento.
- A. Laurìa, Le coperture in laterizio: aspetti progettuali e prestazioni, presentazione del 19 settembre 2008, Università di Firenze. ✅ Verificata: i valori della UNI 9460:2008 e delle regole tedesche. ⚠️ Sono valori riportati in una presentazione, non sul testo delle norme; il valore dei 550 centimetri quadrati è ripetuto in una relazione tecnica del 2010, che cita il testo della norma. Per l’edizione 2023 lo ripete un manuale tecnico di un produttore di teli, che non uso per altro.
- Associazione nazionale per l’isolamento termico e acustico, Analisi del rischio di condensazione, 2025. ✅ Verificato: il quadro dei decreti e le classi di spessore d’aria equivalente della UNI 11470, che riprendo da qui e da un manuale di produttore.
- Organismo internazionale per la ventilazione degli edifici, regola pratica per la stima dell’effetto camino. ✅ Verificata: la differenza di pressione in funzione di altezza e differenza di temperatura, usata per giustificare i 2 pascal dell’esempio.
- A. Janssens, prove su tre falde isolate fra camera calda e camera fredda, 1995. ✅ Verificate: il confronto fra il calcolo della sola diffusione e lo schema che tiene conto dell’aria, con le misure in mezzo.
- J. F. Straube, The influence of low-permeance vapor barriers on roof and wall performance, Thermal Performance of the Exterior Envelopes of Buildings VIII, 2001. ✅ Verificato sul testo: i circa 325 grammi al metro quadrato al giorno vengono da un calcolo su una parete con il rivestimento bagnato, non da misure; il confronto con il bagnamento invernale delle pareti dello stesso studio; le tre o quattro ore al giorno in cui di solito durano quelle condizioni.
- M. Kriner, misure di riflettanza ed emissività invecchiate su manti di copertura, 2001. ✅ Verificate: le differenze di temperatura notturna a parità di riflettanza.
- Decreto 26 giugno 2015, appendice A tabella 2 e appendice B tabella 2, e decreto 28 ottobre 2025 che li conferma. ✅ Verificati in Gazzetta: le trasmittanze limite delle coperture per zona climatica, nei due casi di edificio nuovo e di riqualificazione.
- Ministero dello Sviluppo Economico, Chiarimenti in materia di efficienza energetica in edilizia, dicembre 2018, FAQ 3.4 sul decreto requisiti minimi. ✅ Verificato sul testo: per il solo rifacimento della copertura sopra un sottotetto non riscaldato, che resta tale, non occorre alcuna verifica energetica, ed è fortemente consigliato l’isolamento dell’ultimo solaio dell’involucro climatizzato.
- UNI 11442:2015, criteri per il progetto e l’esecuzione dei sistemi di coperture continue, resistenza al vento. ✅ Verificata sul catalogo: sigla, titolo, stato. ⚠️ Il testo è a pagamento: dell’estrazione da vento riporto il metodo e il principio, non i valori.
- Norme tecniche per le costruzioni, decreto ministeriale 17 gennaio 2018, capitolo 3.4, e circolare esplicativa del 21 gennaio 2019, punto C3.4. ✅ Verificate sul testo in Gazzetta: la circolare sconsiglia in generale il coefficiente termico minore di uno, cioè la riduzione del carico per il calore che scioglie la neve, e lo ammette con una motivazione solo dove il carico al suolo supera 1,5 chilonewton al metro quadrato e la trasmittanza supera un watt per metro quadrato e grado. Il resto del carico neve sta nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda.
- W. N. Tobiasson, J. S. Buska, A. R. Greatorex, linee guida per ventilare sottotetti e tetti a falda abitati ed evitare le formazioni di ghiaccio in gronda, laboratorio dell’esercito americano per le regioni fredde, 2001. ✅ Verificate: il meccanismo della diga di ghiaccio, con il calore che esce dal tetto e l’acqua che rigela sullo sporto freddo.
- Agenzia regionale per l’ambiente dell’Emilia-Romagna, rivista Ecoscienza, 2012, sulla neve del febbraio 2012. ✅ Verificata: dopo l’ultima nevicata, il 12 febbraio, il manto nevoso di pianura e delle prime colline è praticamente scomparso in circa dieci giorni.
- Per il capoverso sull’acqua che dal tetto finisce nei muri: manuale idraulico britannico al servizio della norma europea sullo smaltimento delle acque meteoriche, 2003, per la capacità delle bocche e per la tracimazione che comincia nel punto di portata nulla; guida britannica sui parapetti in muratura, 2011, per le due facce esposte, che bagnano di più il parapetto e lo fanno asciugare più lentamente degli altri muri. ✅ Verificati. Le altre fonti di quel capoverso stanno nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda.
- Articoli del codice civile citati nel capitolo su chi paga: 1123, 1125, 1126, 1227, 1667, 1669 e 2051, e articoli 696 e 696 bis del codice di procedura civile. ✅ Testi verificati su un repertorio giuridico in rete.
- Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza 10 maggio 2016 numero 9449 (responsabilità per i danni dal lastrico solare in uso esclusivo, con il riparto dell’articolo 1126 salva la prova contraria della specifica imputabilità). ✅ Principio verificato su tre fonti concordanti e sulle massime delle pronunce successive che lo ripetono.
- Altre pronunce citate: Cassazione 24927/2019 (le spese del tetto comune seguono l’articolo 1123), 11484/2017 (i due terzi gravano sui soli condomini nella proiezione verticale), 16890/2025 e 23250/2023 (articolo 1125 per analogia quando la superficie copre un solo locale esclusivo), 3146/1998 (l’umidità da difetto di coibentazione è grave difetto), 27995/2025 (il direttore dei lavori deve controllare impermeabilizzazioni, pendenze e drenaggi), 19251/2024 (muffa e condensa limitate escluse dai gravi difetti), sezioni unite 7756/2017 e Cassazione 24143/2007 sui limiti dell’articolo 1669 negli interventi su edifici esistenti. ✅ Massime verificate su repertorio.
- Associazione americana dei posatori di coperture, raccomandazioni sulla prova di invaso e sulla zavorra degli impianti solari. ✅ Verificate sulle pagine dell’associazione.
- Studio polacco del 2024 sull’assorbimento d’acqua del polistirene dopo cicli di gelo e disgelo. ✅ Verificato: 1,8 per cento dopo ventotto giorni di immersione, dal 16 al 20 per cento dopo trecento cicli.
- Durate di servizio delle coperture: tabella dell’istituto federale tedesco per la ricerca sull’edilizia, aggiornata al 2025, e studio del Politecnico di Milano del 1999 sul divario fra stratigrafia esposta e protetta. ✅ Verificate.
- Codice residenziale americano, sezioni R806.2, R806.3 e R806.5 sulla ventilazione dei sottotetti e sui tetti non ventilati. ✅ Testo verificato su una raccolta pubblica di codici: la regola base è un centocinquantesimo, il trecentesimo è l’eccezione a due condizioni.
- Aachener Institut für Bauschadensforschung e Forschungsinstitut für Wärmeschutz, Langzeitverhalten feuchter Dämmstoffe auf Flachdächern, ricerca finanziata dal programma federale tedesco, 2018. ✅ Verificata sul testo: i contenuti d’acqua misurati su venti tetti piani reali per tipo di isolante, il confronto con le prove di laboratorio, l’indagine sui 182 casi trattati dai periti e l’esito dei rifacimenti.
- Prospetto dei coefficienti di conversione dell’umidità, nella versione pubblica della norma europea sui valori di progetto dei materiali, che la UNI EN ISO 10456 dichiara di riprendere. ✅ Verificato: i coefficienti per polistirene espanso ed estruso, poliuretano, lana minerale, vetro cellulare, sughero.
- Terzo rapporto austriaco sui danni in edilizia, 2009, e tesi del Politecnico di Vienna del 2023 che ne rielabora i dati. ✅ Verificati: la classifica dei nodi per numero di citazioni, con gli attraversamenti e le soglie in testa e i risvolti all’ultimo posto, e le quote di irregolarità che diventano danno, l’80 per cento sulle soglie e il 43 in campo corrente.
- Norme americane sulle indagini nelle coperture, verificate una per una sulle schede ufficiali dell’ente: termografia notturna, misura di impedenza elettrica, ricerca elettronica delle perdite ad alta e bassa tensione, prova di invaso. ✅ Verificati scopo, campo di applicazione, limiti ed edizione vigente. ⚠️ Il metodo a sorgente di neutroni non è dell’ente americano ma di tre associazioni di settore, e la scheda non è liberamente scaricabile.
- UNI EN ISO 6781-1:2023, termografia degli edifici. ✅ Verificata sul catalogo: in vigore dal 16 novembre 2023, sostituisce la UNI EN 13187, che è ritirata.
- UNI EN ISO 9972:2015, prova di pressurizzazione con ventilatore. ✅ Verificata: metodi, condizioni di validità della prova, grandezze misurate.
- Passivhaus Trust, criteri della casa passiva e dello standard per le ristrutturazioni. ✅ Verificati sul documento: tenuta all’aria non oltre 0,6 ricambi orari a cinquanta pascal per la casa passiva e non oltre 1,0 per la ristrutturazione.
- UNI EN 12056-3, smaltimento delle acque meteoriche, nella versione britannica del 2000 della stessa norma europea, in una copia ospitata da terzi. ✅ Verificata sul testo: sui tetti piani con parapetto almeno due bocchette, o una bocchetta più uno scarico di emergenza, per ogni superficie; i troppopieni raccomandati sulle coperture con parapetto e nei canali interni; l’acqua che sale mentre bocchette e troppopieni lavorano, che non deve superare il carico di progetto del tetto né entrare dal manto; la griglia, che riduce la portata della bocca anche quando è pulita.
- Decreto ministeriale 24 novembre 2025 sui criteri ambientali minimi per l’edilizia, in vigore dal 1° febbraio 2026. ✅ Verificato in Gazzetta: i limiti di permeabilità all’aria misurata a cinquanta pascal e l’obbligo di collaudo con la prova di pressurizzazione; nel criterio 2.2.2, per le coperture contro l’isola di calore, il verde, il tetto ventilato oppure un indice di riflessione solare di almeno 76 fino al 15 per cento di pendenza e di almeno 29 oltre. L’indice si calcola dalla riflettanza e dall’emissività della superficie, secondo la norma americana ASTM E1980.
- Aachener Institut für Bauschadensforschung, Solaranlagen auf Flachdächern im Gebäudebestand, ricerca federale, 2016. ✅ Verificata: l’indagine fra i periti, le cause di danno più segnalate negli impianti solari su tetti piani e i casi documentati.
- Consiglio nazionale delle ricerche canadese, misure su tetti verdi a Toronto, 2005. ✅ Verificate: le temperature del manto con e senza verde.
- UNI 11345:2010, controllo delle coperture continue con membrane flessibili nelle fasi di progetto, esecuzione e gestione. ✅ Verificata sul catalogo dell’ente il 14 settembre 2026: in vigore dal 4 febbraio 2010; il sommario cita le responsabilità degli operatori e gli esempi dei verbali di controllo. ⚠️ Il testo è a pagamento.
- Guida di posa delle membrane bitume polimero di un produttore italiano, edizione 2023. ✅ Verificata sul testo: l’acqua ferma sparita entro 48 ore; il massetto gettato da tre o quattro settimane e misurato con il metodo al carburo; gli esalatori sui supporti con umidità residua, per evitare le bolle; i teli posati dal punto più basso verso il colmo; i sormonti di testa di almeno 15 centimetri; la prova delle saldature con la punta di un cazzuolino; il bruciatore lontano da legno e polistirene. ⚠️ Il 4 per cento del massetto la guida lo riprende da una nota del Codice di Pratica. Il produttore non è nominato perché l’articolo non cita marchi.
- Indici di annata della rivista tedesca di tecnica del freddo, 1958 e 1959. ✅ Verificati: il lavoro di Glaser del 1959 riguarda le pareti multistrato delle celle frigorifere, e Glaser era redattore capo della rivista.
- Fraunhofer, nota interna sul ritiro della regola tedesca del due per mille. ✅ Verificata: l’inapplicabilità pratica della regola del 1981 e la sua cancellazione per le basse pendenze nell’edizione del luglio 2001.
- H. Glaser, Graphisches Verfahren zur Untersuchung von Diffusionsvorgängen, Kältetechnik, 1959. ⚠️ Solo gli estremi, come nell’articolo sulla condensa interstiziale.
- Le cifre che non uso: “un terzo di litro contro trenta litri” e “ottocento grammi da una fessura di un millimetro” non hanno una fonte primaria che io abbia trovato; restano fuori i valori che ho trovato solo su siti non attendibili.
Che cosa in questo articolo è mio e non delle fonti. La tesi delle tre cause e la tabella dei segni mettono insieme segni che le fonti descrivono uno per uno, con quello che ho visto in cantiere. La scena dell’apertura è una sintesi di casi, non un cantiere identificabile. Sono mie le ipotesi dei calcoli: il clima di esempio; i mesi di riscaldamento da ottobre ad aprile; la classe 3; la temperatura del sottotetto uguale a quella esterna del tetto; il coefficiente di efflusso 0,6; la differenza di pressione di 2 pascal; la quota del 10 per cento che condensa. Sono miei anche gli spessori d’aria equivalenti: 40 metri per la barriera in polietilene, ricavati dalla permeanza di Quirouette; 2 metri per il freno; 0,1 per il telo; 0,02 per lo strato filtrante. Per il tetto rovescio uso il fattore di resistenza del polistirene estruso, 150, che è il materiale che ci si mette davvero: con quello dell’EPS i mesi scenderebbero da 25 a 7, ed è l’ipotesi che pesa di più su tutta la tabella. È mia l’applicazione del punto 7 alla sola interfaccia bagnata: la norma chiede di verificare anche le altre. Sono mie le conversioni. Il diario della macchia e il metodo in tre passi sono una mia proposta.
Che cosa non c’è, e perché. Non c’è il testo del Codice di Pratica, della UNI 9460 e della UNI 11470, che non sono in libera consultazione: dove li cito dico da quale fonte secondaria. Non ci sono i valori della DIN 18531 del 2025 sulle porte, perché il testo è a pagamento. Non ci sono i costi. Dove il lettore trova un ⚠️, il numero va preso come indicazione da confermare sul testo di norma prima di scriverlo in un capitolato.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Umidità di risalita e sali32
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Caso studio: Grado, l’androne del condominio e l’acqua alta
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Le malte impermeabili nei dettagli
- L’intonaco macroporoso nei dettagli
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Caso studio: Loreto
- Il cappotto non asciuga il muro
- La gestione dei sali nei dettagli
- Come asciugare una casa bagnata
- La barriera chimica nei dettagli
- Ma come si cura una risalita?
- Improvvisamente, l’umidità di risalita
- Il danno è dove l’acqua se ne va
- Contare i cicli, non i sali
- Chi dimezza la macchia raddoppia l’acqua
- Umidità di risalita e sali solubili: perché bloccare l’umidità è solo metà del risanamento, e perché l’asciugatura richiede da mesi ad anni
- L’asciugatura della muratura dopo un intervento contro l’umidità di risalita
- L’innalzamento dell’umidità di risalita in seguito a interventi di impermeabilizzazione dall’interno
- Barriere chimiche non occludenti in zona di marea: bastano davvero contro la pressione idrostatica?
- L’umidità igroscopica nell’edilizia
- Umidità di risalita capillare primaria
- Corrosione dei metalli causata dai sali
- Sali nelle murature: cause ed effetti – Renzo Spedicato (Renzo-ArtHome)
- Alcune delle soluzioni per l’umidità di risalita
- Il tagliamuro e l’umidità di risalita: cause e conseguenze
- L’erosione salina
- L’importanza di rispettare il tagliamuro sia esso fisico o chimico
- L’umidità e le diverse tipologie
Diagnosi e metodo30
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazionestai leggendo
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Quanto deve ventilare una casa
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Quanta acqua serve al gelo per rompere un muro
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Le stalattiti del predalles
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- Il cappotto non asciuga il muro
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- L'umidità da costruzione
- L’acqua ha un’impronta
- L’acqua non mente
- Il terreno prima del muro
- Diagnosi differenziale dell’umidità di risalita capillare
- Diagnostica delle patologie edilizie
- Umidità relativa e umidità assoluta
- Non tutte le macchie sono infiltrazioni
- Il sintomo non è la malattia
- Lo scannafosso
Interrati e impermeabilizzazioni27
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazionestai leggendo
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Il cemento osmotico nei dettagli
- La condensa estiva negli interrati
- Impermeabilizzazioni pre-getto delle strutture interrate
- Impermeabilizzare un interrato: i nodi che contano
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- La casa asciutta si decide in cantiere
- Le resine idroespansive nei dettagli
- La seconda pelle del balcone
- Chi porta i cavi porta anche l’acqua
- Vasca bianca o vasca nera? La scelta che decide la durata di un interrato
- Si compra al metro quadro, si perde al centimetro
- Tre centimetri invece di una demolizione
- Prima la strategia, poi il prodotto
- La spinta idrostatica nelle strutture interrate
- Il seminterrato: infiltrazioni, umidità e radon – approccio integrato
- Lo scannafosso
- Fontana dei Grifi all’interno del castello Miramare di Trieste
- Impermeabilizzazioni: come intervenire e quali soluzioni scegliere
Condensa, muffe e microclima15
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazionestai leggendo
- Quanto deve ventilare una casa
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- La condensa estiva negli interrati
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- Chiuso dal lato sbagliato
- Il problema non è la pioggia
- Umidità di rimbalzo (rain splash)
- Umidità meteorica (penetrating damp)
- Umidità da condensazione
- Sindrome dell’edificio malato: cause, sintomi e soluzioni
- Muffe indoor
- Condensa interstiziale in edilizia
- Termoforesi: cos’è e come prevenirla
Vespai e solai8
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Le stalattiti del predalles
- Quando piove dal predalles
- Vespaio aerato
- Quanto deve ventilare un vespaio?
- Le infiltrazioni nei predalles: analisi e metodologie di intervento




