Traspirazione, assorbimento capillare e tenuta all’aria sono tre grandezze diverse, si misurano con tre prove diverse e il mercato le vende con una parola sola

C’è una frase che in questo mestiere si sente più di ogni altra, e la dicono tutti allo stesso modo: il muro deve respirare. La dice il committente quando spiega perché non vuole il cappotto. La dice l’impresa quando propone un intonaco al posto di un altro. La dice il tecnico in relazione, di solito senza un numero accanto. È una frase che mette d’accordo tutti, e questo da solo dovrebbe insospettire: in edilizia le frasi che mettono d’accordo tutti raramente stanno dicendo qualcosa.

Il problema non è che sia sbagliata. Il problema è che la parola copre tre fenomeni fisici distinti, che si misurano con tre prove diverse, si dichiarano con tre numeri diversi e vanno in tre direzioni diverse. Due di questi fenomeni li vogliamo. Il terzo, quello che la parola descrive alla lettera, è un difetto che la norma italiana vigente chiede di misurare e di contenere entro un limite.

La tesi di questo articolo è che il muro non respira, traspira, e che non è la stessa cosa. E il corollario, quello che si vede in cantiere: la traspirazione non è una qualità del prodotto che si compra. È una proprietà della somma degli strati, e la decide il più chiuso di tutti. Quasi sempre è l’ultimo, il più sottile, il meno costoso, quello che nessuno ha messo a capitolato.

1. Tre parole per tre cose diverse

Conviene mettere subito in fila le tre grandezze, perché tutto il resto discende da qui.

Come la chiama il cantiere Che cosa è davvero Che cosa attraversa il muro Come si misura
“traspira” permeabilità al vapore acqueo molecole di vapore, per diffusione fattore μ e spessore d’aria equivalente sd, con il metodo della coppa
“non assorbe” assorbimento d’acqua liquida acqua allo stato liquido, per capillarità coefficiente w, in kg per metro quadrato e radice dell’ora
“respira” permeabilità all’aria aria intera, per differenza di pressione portata di fuga, con la prova di pressurizzazione

Le prime due sono proprietà del materiale e stanno sulla scheda tecnica. La terza non è una proprietà del materiale: è una proprietà del montaggio, non sta su nessuna scheda, e si misura solo a lavoro finito, sull’edificio intero.

Le prime due, inoltre, non sono la stessa cosa nemmeno fra loro, e questo è il secondo equivoco: quando si dice che un rivestimento traspirante non può essere impermeabile, si sta confondendo il vapore con l’acqua liquida. Sono due canali separati, con due geometrie di poro diverse. Un buon rivestimento di facciata è aperto al primo e chiuso al secondo, e da sessant’anni esiste una regola numerica che dice quanto.

La terza, infine, non è una qualità. È una perdita.

Le tre grandezze dietro la parola traspirante: vapore, acqua liquida, aria
Figura 1. Tre parole per tre grandezze: il vapore si misura con μ e sd, l’acqua liquida con w, l’aria con la prova di pressurizzazione. Le prime due stanno in scheda tecnica; la terza si misura solo a edificio finito. Disegno dell’autore.

2. Da dove viene l’equivoco: una misura sbagliata del 1858

L’idea che i muri scambino aria con l’esterno ha un autore, una data e un errore sperimentale documentato.

L’autore è Max von Pettenkofer, 1818-1901, medico, igienista, il fondatore dell’igiene sperimentale. Non un personaggio marginale: è l’uomo che ha introdotto la misura dell’anidride carbonica come indicatore della qualità dell’aria negli ambienti chiusi, una cosa che facciamo ancora oggi. Nel 1858 pubblica a Monaco, per i tipi della Cotta, un lavoro intitolato Über den Luftwechsel in Wohngebäuden, cioè sul ricambio d’aria negli edifici di abitazione.

Pettenkofer misura il ricambio d’aria in una stanza dopo aver sigillato con cura i giunti fra i componenti, per esempio quello fra il serramento e il muro. Trova comunque un ricambio d’aria consistente. Non essendoci più, secondo lui, altra strada, conclude che l’aria passi attraverso le pareti, e che questo passaggio contribuisca a depurare l’aria interna.

L’errore è di quelli che fanno scuola. Nella stanza di prova era rimasto aperto il camino, o comunque la stufa non era stata sigillata. E i solai a travi di legno di quell’epoca, che nessuno guardava, erano molto permeabili in corrispondenza dei giunti. L’aria che Pettenkofer misurava entrava e usciva davvero, ma non attraverso i muri: passava dalle vie che lui non aveva chiuso e non aveva contato.

C’è poi la dimostrazione che ha fatto il giro d’Europa e che ancora oggi viene raccontata come prova. Come la descrive la letteratura tecnica tedesca sulla tenuta all’aria, non era un muro: era un provino di pochi centimetri, un cilindro di laterizio o di malta sigillato sui fianchi, con un piccolo imbuto applicato a ciascuna delle due facce di testa. Soffiando con forza da una parte, si spegneva una candela dall’altra. Ed è plausibile che funzioni, perché quei materiali hanno davvero porosità aperta. Ma quello che un esperimento così dimostra è la porosità comunicante del provino, non che una parete ventili una casa: un polmone umano che preme in un imbuto è una condizione che su una facciata non esiste. Basta guardare come si misura oggi la tenuta all’aria: la prova convenzionale si fa a 50 pascal di differenza proprio perché quella soglia sta già al di sopra di quello che vento e tiraggio producono di norma su un involucro, e il tiraggio, da solo, vale pochi pascal. Su quelle differenze di pressione reali, un muro intonacato non fa passare aria in misura utile: è esattamente ciò che le misure del 1928 metteranno nero su bianco.

Va detto con onestà: l’esperimento nell’originale non sono ancora riuscito a trovarlo. Preparando questo articolo sono andato a cercare il passo nel testo del 1858, che è in rete perché fuori diritti, e nella copia digitalizzata che ho scorso, cercando imbuto, mattone e candela in tedesco, il passo non compare: ci sono il metodo di misura dell’anidride carbonica e le prove di ventilazione negli ospedali, e una candela usata solo per vedere il tiraggio nei condotti. La descrizione del provino con gli imbuti la riportano concordi diverse fonti tecniche tedesche, comprese quelle specializzate proprio in tenuta all’aria, e su queste mi baso, dichiarandolo. Nel registro in coda il punto resta marcato come da chiudere: o si trova la pagina, o l’aneddoto resta di seconda mano.

3. Perché una misura sbagliata di centosettant’anni fa è ancora viva

Se fosse solo un errore di misura, sarebbe morto in una generazione. Gli errori tecnici muoiono. Questo no, ed è la parte più interessante della vicenda.

Il motivo è che l’idea non è nata come nozione tecnica: è nata come metafora del corpo. Lo ha ricostruito una storica dell’architettura in un saggio del 2016 sulla rivista degli storici dell’architettura americani, di cui ho potuto studiare solo il riassunto: gli estremi completi sono nel registro in coda. Nella cultura tedesca di metà Ottocento, e nel pensiero di Pettenkofer in particolare, il vestito e la casa sono pensati come due pelli successive dell’uomo. La pelle traspira, quindi il vestito deve traspirare, quindi la casa deve traspirare. È una catena analogica, non una catena di misure, e ha avuto un peso enorme sulla teoria dell’architettura: l’idea dell’involucro come pelle, che di solito si fa risalire a Gottfried Semper, ha anche questa seconda radice, che passa dall’igiene.

Questo spiega la resistenza della frase. Non si sta discutendo di un coefficiente: si sta discutendo dell’idea che la casa sia un corpo e che tapparle i pori la soffochi. Contro una metafora del genere un numero non può niente, e infatti in centosettant’anni non ha potuto. La ragione per cui la gente teme il cappotto non è la fisica tecnica. È l’immagine della pelle coperta di vernice.

Vale la pena di saperlo, perché cambia il modo di rispondere. A chi dice che il muro deve respirare non serve una lezione sulla diffusione: serve sapere che il suo problema, l’aria viziata, è reale, ed è vero che va risolto. Solo che non si risolve con il muro. Si risolve aprendo le finestre o mettendo una macchina che lo faccia al posto nostro.

4. Chi lo ha smontato: Raisch, 1928

La smentita sperimentale arriva settant’anni dopo, ed è tedesca come l’errore.

Nel 1928 Ernst Raisch, fisico, pubblica sulla rivista Gesundheits-Ingenieur un lavoro di misure sul ricambio d’aria attraverso materiali e componenti da costruzione. Gli estremi che ho ricostruito dalle fonti tedesche sono anno 51 della rivista, fascicolo 30, editore Oldenbourg fra Monaco e Berlino, data 28 luglio 1928. Il lavoro originale non l’ho studiato: è introvabile in rete, e quello che ne riporto viene da chi lo cita, a partire dalla voce tedesca che ne dà gli estremi completi. La sostanza però è riportata in modo concorde: Raisch misura in condizioni al contorno definite, cioè con differenze di pressione realistiche e non con il fiato in un imbuto, e il risultato è netto. Le pareti, prese nel loro insieme, non sono permeabili all’aria in misura utile: il ricambio dell’aria umida interna non avviene attraverso i muri.

È il momento in cui la questione, dal punto di vista scientifico, si chiude. Nel 1928. Chiunque ripeta oggi che i muri ventilano la casa sta usando una nozione smentita da quasi un secolo.

5. Il certificato di morte: la norma del 1969

Il passaggio successivo è quello che preferisco, perché è raro che una norma tecnica si prenda la briga di dire a chiare lettere che una credenza popolare è falsa. Di solito le norme prescrivono; questa smentisce.

Nel 1969 la DIN 4108, la norma tedesca sulla protezione termica degli edifici, mette per iscritto che un respiro delle pareti, inteso come rinnovo dell’aria degli ambienti, non ha luogo: così riportano, in modo concorde e citando il punto esatto della norma, le fonti tecniche tedesche sulla tenuta all’aria.

Non è una raccomandazione, non è un valore limite. È una norma tecnica nazionale che nel 1969 dichiara inesistente la cosa di cui stiamo parlando. Sono passati altri cinquantasette anni e in cantiere la si sente tutti i giorni.

Anche su questo devo essere preciso: la norma del 1969 non l’ho avuta in mano, e per questo non ne riporto il testo fra virgolette. Il senso non è in discussione, le fonti concordano fin nel dettaglio; ma finché non la leggo resta un resoconto di seconda mano, e come tale è marcato in coda.

6. Intanto, dall’altra parte: il vapore

Mentre in Europa si chiudeva la questione dell’aria, in America se ne apriva un’altra, che è quella giusta.

Tra la fine degli anni Venti e i Trenta Frank B. Rowley, all’Università del Minnesota, si occupa non dell’aria che passa nei muri ma dell’acqua allo stato di vapore che ci si condensa dentro. Nel 1939, in un lavoro per l’associazione degli ingegneri del riscaldamento, mette insieme sulla stessa sezione di parete i due andamenti che oggi diamo per scontati: quello della temperatura e quello della pressione di vapore. È l’atto di nascita della verifica che oggi ogni progettista fa con un foglio di calcolo, e di quel filone ho già raccontato la storia completa, con gli anni Trenta americani e poi Glaser, in Chiuso dal lato sbagliato.

Quello che conta qui è che nasce una grandezza nuova, e soprattutto un modo per misurarla. Il metodo è quello della coppa: si sigilla il provino sopra un contenitore che dentro ha acqua o un disseccante, si mette il tutto in ambiente a umidità e temperatura controllate, e si pesa a intervalli. La variazione di peso dice quanto vapore è passato. Semplice, lento, e ancora oggi il riferimento: negli Stati Uniti il metodo diventa standard nel 1953 con la ASTM E96, in Europa è la EN ISO 12572 che regola la stessa prova sui materiali da costruzione.

Da quel momento esistono due storie parallele che per decenni non si parlano. Una si occupa dell’aria e conclude che il muro deve essere chiuso. L’altra si occupa del vapore e conclude che il muro deve essere aperto. Chi non ha seguito nessuna delle due le fonde in una parola sola, e la parola è “respiro”.

7. Il vocabolario: μ, sd, e il metro d’aria equivalente

Per uscire dall’equivoco bastano due simboli.

Il primo è μ, il fattore di resistenza alla diffusione del vapore. È un numero puro, senza unità di misura, e dice una cosa sola: quante volte quel materiale è più chiuso al vapore rispetto a uno strato d’aria ferma di pari spessore. L’aria vale 1. Una lana di roccia vale 1,3, cioè al vapore non oppone quasi nulla. Un poliuretano vale 130. Non è una pagella: è un rapporto.

Il secondo è sd, e si ricava con una moltiplicazione che vale la pena di imparare a memoria:

sd = μ · s

dove s è lo spessore in metri. Il risultato è in metri, e sono metri veri, con un significato fisico immediato: sd è lo spessore di aria ferma che opporrebbe al vapore la stessa resistenza di quello strato. Si chiama spessore d’aria equivalente ed è il modo giusto per confrontare materiali diversi, perché tiene insieme la natura del materiale e quanto ce n’è.

Un esempio che chiarisce tutto. I due μ che uso sono i valori di lavoro del database di casa, dentro gli intervalli del prospetto: ne riparlo nella tabella della sezione 15. Prendiamo un poliuretano, μ pari a 130: sembra chiusissimo. Ma se ne mettiamo 1 millimetro, sd vale 0,13 metri. Prendiamo una lana di roccia, μ pari a 1,3: sembra apertissima. Ma se ne mettiamo 10 centimetri, sd vale 0,13 metri.

Sono lo stesso identico numero. Un millimetro di poliuretano e dieci centimetri di lana di roccia oppongono al vapore la stessa resistenza, e la ragione è banale: cento volte più chiuso, cento volte più sottile. Il μ da solo non dice niente. Dice qualcosa solo moltiplicato per lo spessore.

È per questo che una pittura può contare più di un cappotto. Poche decine di micron di un materiale molto chiuso fanno lo stesso sd di dieci centimetri di un materiale aperto. E la pittura, in cantiere, la sceglie l’ultimo che arriva.

Un millimetro di poliuretano equivale a dieci centimetri di lana di roccia
Figura 2. L’equivalenza che spiega tutto: 1 millimetro di poliuretano (μ 130) e 10 centimetri di lana di roccia (μ 1,3) oppongono al vapore lo stesso spessore d’aria, 0,13 metri. Valori di lavoro del database di casa, dentro gli intervalli del prospetto A.1; conto riprodotto da calcoli.py.

8. La catena: gli sd si sommano, e decide il più chiuso

Qui sta il punto operativo dell’articolo, quello che salva o rovina i lavori.

Gli strati di una parete stanno in serie, come le resistenze di un circuito. Le loro resistenze al vapore si sommano:

sd totale = sd₁ + sd₂ + sd₃ + …

Da questa somma discende una conseguenza che in cantiere si dimentica sempre: in una somma di numeri molto diversi fra loro, comanda il più grande. Se una stratigrafia ha quattro strati che valgono 0,16, 0,10, 0,24 e 2,00 metri, il totale è 2,50 e l’ottanta per cento sta in un solo strato. Migliorare gli altri tre non serve a niente finché quello resta lì.

Traduciamo in un caso vero, di quelli che capitano.

Strato spessore dato sd
intonaco di risanamento macroporoso 2 cm μ < 12, dalla regola tecnica di riferimento 0,24 m
pittura in classe V3 circa 0,1 mm sd > 1,4 m, per definizione di classe oltre 1,4 m

L’intonaco da risanamento è un prodotto studiato, certificato, posato da chi sa farlo, e su un muro con i sali costa una cifra seria. La sua ragione di esistere è lasciare uscire il vapore e far cristallizzare i sali dentro la propria porosità. La pittura sopra costa una frazione, si sceglie a fine cantiere, spesso la decide l’imbianchino sul posto perché “questa copre meglio”, e da sola vale almeno 5,8 volte tutto l’intonaco da risanamento che sta sotto: il μ della regola tecnica è un tetto, quindi 0,24 metri è il massimo che quei due centimetri possono opporre, e il rapporto vero può solo crescere.

E si noti che qui non sto usando il caso peggiore: 1,4 metri è la soglia minima per finire in classe V3, cioè il valore di una pittura appena appena poco traspirante. I prodotti realmente filmogeni stanno molto più in alto.

Il risultato è un sistema di risanamento morto il giorno stesso in cui è finito. Nessuno se ne accorge subito, perché l’intonaco è nuovo e bianco. Ce ne si accorge il secondo inverno.

C’è un modo ancora più diretto di dire la stessa cosa. Una pittura in classe V3 ha sd di almeno 1,4 metri. Il mattone pieno, col μ di lavoro 10 (il prospetto dà l’intervallo da 5 a 11), oppone 1,4 metri di sd quando è spesso 1,4 diviso 10, cioè quattordici centimetri. Quella pittura vale quattordici centimetri di mattoni pieni; e siccome il μ vero del laterizio può stare in tutto l’intervallo, il conto onesto va da tredici a ventotto centimetri.

Uno strato spesso un decimo di millimetro pesa, sulla traspirazione, come quattordici centimetri di muro. Il rapporto fra i due spessori è di circa millequattrocento a uno. Non è un modo di dire: è una divisione, e la si può rifare in dieci secondi.

Questo è il motivo per cui la finitura non è un dettaglio estetico da lasciare all’ultima settimana di cantiere. Su quella parete pesa come mezzo muro.

La catena degli strati e il peso della pittura
Figura 3. La catena della parete di esempio: il mattone porta il 65 per cento della resistenza al vapore, la pittura in classe V3 il 30, il macroporoso il 5. Sotto, il confronto degli spessori: 0,1 millimetri di pittura equivalgono a 14 centimetri di mattoni col μ di lavoro 10; con l’intervallo di prospetto il conto va da 13 a 28. Numeri da calcoli.py.

Questo è il senso della tesi: la traspirazione non è una proprietà del prodotto che si compra, è una proprietà della catena. E chi compra il prodotto giusto e poi lascia scegliere l’ultimo strato a chi passa, ha buttato i soldi.

Sulla stessa idea, con i numeri fatti per un rivestimento cementizio, ho già scritto in Il cemento osmotico nei dettagli, dove il confronto fra un rasante sottile, un macroporoso da venti millimetri e una pellicola filmogena mostra la stessa cosa: sul vapore decide chi è più chiuso, non chi è più spesso.

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La catena degli strati

Traspirabilità, profilo di Glaser e protezione dalla pioggia, per la parete che componi tu

1

Condizioni al contorno

Valori di prova, liberi: la verifica di norma (UNI EN ISO 13788) usa le medie mensili della località, per tutti i 12 mesi.

2

Stratigrafia parete (INT → EST)


Il primo strato è lato aria interna, l’ultimo lato aria esterna. Per i film sottili il μ non si dichiara:
si inserisce l’sd di scheda, e la loro resistenza termica si trascura.

Da dove vengono i numeri. Ogni voce del menu porta con sé la propria provenienza, che compare
nella scheda dello strato: per la maggior parte è il prospetto A.1 della UNI 10351:2021 (con le
permeabilità δ della voce), per alcune è dichiarata un’altra origine (scheda tecnica di prodotto,
UNI EN ISO 10456, UNI EN ISO 13788). Il μ singolo è il valore di lavoro del database del modulo Glaser
di casa; il dato di norma è l’intervallo. Nessun valore è stato inventato o mediato qui.
In progetto si usa la scheda tecnica del prodotto posato.

3

Stratigrafia, scala fisica (cm)

Stratigrafia, scala fisica (cm)
Nota. Questa barra rappresenta il muro in scala fisica, con le dimensioni reali in centimetri.
Non sostituisce il profilo di Glaser qui sotto, che usa la scala in resistenza termica cumulata.
4

Profilo Glaser, Pv e Psat

Profilo Glaser, Pv e Psat

Metodo per interfacce della UNI EN ISO 13788 come documentato dal manuale ANIT: saturazione
Psat = 610,5·e17,269T/(237,3+T), temperature dalle resistenze termiche cumulate
(Rsi 0,13 e Rse 0,04 m²K/W da EN ISO 6946), Pv lineare negli spessori d’aria
equivalente, strati suddivisi finché ogni tratto ha R ≤ 0,25 m²K/W. Dove la linea rossa tocca la blu
dentro la parete, lì l’acqua compare
; se il contatto avviene già sulla faccia, la condensa è
superficiale (la superficie sta sotto il punto di rugiada dell’aria: il caso della muffa) e il verdetto
lo dice a parte, perché nell’aria non condensa niente. Quadro a un solo clima: la verifica completa lavora
sui 12 mesi e calcola quantità e rievaporazione della condensa.

5

La catena della traspirabilità: chi comanda

sd = μ × spessore: lo spessore di aria ferma che opporrebbe al vapore la
stessa resistenza. Gli strati stanno in serie, gli sd si sommano, e comanda il più chiuso.

6

Il rivestimento esterno davanti alla pioggia



Criterio per la protezione dalla pioggia battente (recepito nella norma tedesca):
w ≤ 0,5, sd ≤ 2,0 e prodotto w·sd ≤ 0,2. I tre vincoli valgono insieme.
Classi EN 1062-1: sul vapore la migliore è V1, sull’acqua liquida è W3.

Tavola di calcolo a corredo dell’articolo “Il muro non respira”
renzo-arthome.com

9. La seconda grandezza: l’acqua liquida

Fin qui il vapore. Ma su una facciata esposta alla pioggia c’è un secondo canale, e confonderlo con il primo è l’errore che produce i danni più costosi.

L’acqua liquida entra in un materiale poroso per capillarità, e la grandezza che lo descrive è il coefficiente di assorbimento d’acqua w, che si misura in chilogrammi per metro quadrato e per radice quadrata dell’ora. L’unità sembra strana ma dice una cosa sensata: l’assorbimento non è proporzionale al tempo, è proporzionale alla sua radice. Il materiale beve tanto nei primi minuti e poi sempre più lentamente. È la stessa legge che governa la risalita capillare, e chi ha letto Chi dimezza la macchia raddoppia l’acqua la conosce già.

Ora, il punto che rovescia il senso comune: vapore e acqua liquida passano per vie diverse. Il vapore si muove nei pori fini per diffusione molecolare; l’acqua liquida ha bisogno di una rete capillare continua. Un materiale può essere costruito per lasciar passare il primo e fermare la seconda. Non è una furbizia commerciale, è fisica dei mezzi porosi, ed è esattamente il principio su cui si reggono gli intonaci di risanamento, di cui ho scritto in L’intonaco macroporoso nei dettagli.

Quindi “traspirante” e “impermeabile” non sono opposti. Un rivestimento di facciata fatto bene è tutti e due insieme: aperto al vapore che esce, chiuso all’acqua che vorrebbe entrare.

Resta da capire quanto aperto e quanto chiuso. E qui c’è una regola, con tre numeri, che ha sessant’anni.

10. Il criterio di Künzel

Negli anni Sessanta e Settanta, al campo prova all’aperto dell’istituto Fraunhofer di fisica delle costruzioni, si conduce una lunga campagna sperimentale sulla protezione dalla pioggia battente. Si provano pareti in calcestruzzo aerato autoclavato rivestite con gli intonaci a resina sintetica che in quegli anni erano la novità del mercato. L’uomo che guida quel lavoro è Helmut Künzel.

Attenzione a non confonderlo con Hartwig M. Künzel, che è il figlio, e che nel 1995 firma la tesi sul trasporto accoppiato di calore e umidità da cui nascono le simulazioni dinamiche di oggi. Sono due generazioni della stessa famiglia e dello stesso istituto, e nel corpus di questi articoli il figlio compare già. Qui parliamo del padre.

Quello che Künzel padre trova non è un valore, è una correlazione: le due grandezze non vanno giudicate separatamente, perché contano insieme. Un rivestimento può assorbire un po’ d’acqua, purché lasci uscire bene il vapore; se è molto chiuso al vapore, allora deve essere quasi del tutto impermeabile all’acqua. Quel che non si può avere è un rivestimento che beve e insieme non lascia asciugare: quello è il caso in cui l’acqua entra e resta.

La correlazione è poi entrata nella norma tedesca, la DIN 4108-3, e i tre numeri sono questi:

w ≤ 0,5 kg/(m²·h⁰˒⁵), cioè non deve bere troppo

sd ≤ 2,0 m, cioè deve lasciare uscire il vapore

w · sd ≤ 0,2 kg/(m·h⁰˒⁵), e questo è il vincolo che conta: le due cose vanno soddisfatte insieme

Il terzo è quello che conta ed è il più elegante: è un prodotto, quindi ammette il compromesso. Un rivestimento che assorbe pochissimo può permettersi di essere più chiuso al vapore; uno molto aperto al vapore può permettersi di bere qualcosa in più. Quello che non passa è la combinazione cattiva.

Un dettaglio che dice quanto era solido quel lavoro: quando negli anni Novanta sono arrivati i modelli di calcolo dinamico, capaci di simulare ora per ora il comportamento di una parete, le verifiche parametriche hanno confermato che la correlazione empirica trovata trent’anni prima descriveva correttamente la protezione dalla pioggia. Trent’anni di campo prova all’aperto avevano visto giusto.

La stessa norma tedesca divide poi il paese in tre gruppi di esposizione alla pioggia battente, con soglie di precipitazione annua intorno ai 600 e agli 800 millimetri, e consente l’intonaco esterno non rivestito soltanto nella fascia meno esposta. È un criterio geografico che in Italia, con la nostra varietà di climi fra costa, pianura e montagna, andrebbe guardato con attenzione prima di copiare le abitudini di un’altra zona.

11. Le classi che si trovano sulle schede

Sul mercato europeo le due grandezze arrivano già confezionate in classi, e vale la pena di saperle leggere perché le sigle sono facili da scambiare.

Per i rivestimenti di facciata la norma di classificazione è la EN 1062-1, e usa due lettere.

classe grandezza significato
V1 sd < 0,14 m alta permeabilità al vapore
V2 da 0,14 a 1,4 m, estremi compresi media
V3 sd > 1,4 m bassa
W1 w > 0,5 kg/(m²·h⁰˒⁵) alta permeabilità all’acqua liquida
W2 da 0,1 a 0,5, estremi compresi media
W3 w < 0,1 bassa

Sui valori esatti di confine conviene una parola in più, perché è lì che si sbaglia: la classe di mezzo include i propri estremi, quindi un sd di 1,4 spaccato è ancora V2, e un w di 0,1 spaccato è già W2. Le pagine commerciali su questo si contraddicono spesso fra loro; in caso di contestazione fa fede il testo della norma, che qui non ho studiato a fondo.

E qui c’è la trappola: le due scale hanno il verso opposto. V1 è la classe migliore, perché il vapore lo vogliamo far passare. W1 è la classe peggiore, perché l’acqua liquida non la vogliamo far passare. Un prodotto V1 e W3 è quello che serve su una facciata esposta. Un prodotto V3 e W1 è il peggio possibile: chiuso a quello che deve uscire, aperto a quello che deve restare fuori.

Per i rivestimenti sul calcestruzzo la classificazione è un’altra ancora, quella della EN 1504-2, che divide in tre classi di sd: sotto 5 metri, da 5 a 50 compresi, oltre 50: numeri molto più larghi, perché lì il problema è la protezione del ferro, non il risanamento di una muratura. Per le malte da intonaco vale invece la EN 998-1, con le sue classi di assorbimento capillare.

Tre norme, tre sistemi di classi, nessuno dei quali parla la lingua dell’altro. Quando una scheda dichiara “traspirante” senza dire secondo quale norma e con quale numero, non ha detto niente.

12. La terza grandezza: l’aria, e perché è un difetto

Torniamo alla parola di partenza. Il respiro, quello letterale, cioè il passaggio di aria attraverso l’involucro.

Non è una qualità e non è nemmeno una proprietà del materiale: è una proprietà del montaggio. L’aria non passa attraverso il corpo di un muro intonacato, come Raisch ha misurato nel 1928. Passa dove il lavoro non è chiuso: il nodo fra serramento e spalletta, il cassonetto, la scatola dell’impianto elettrico sulla parete esterna, il passaggio delle tubazioni, l’appoggio del solaio in legno, la battuta di una botola. Sono tutte cose che non hanno un μ, perché non sono materiali: sono giunti.

E l’aria che passa da un giunto non porta solo calore. Porta vapore, e ne porta in quantità che non hanno paragone con la diffusione.

Il confronto che si cita in tutta la letteratura tedesca sull’argomento va letto con le sue condizioni, perché il termine di paragone non è un muro qualunque. La prova è questa: una costruzione isolata e senza fughe, chiusa da un freno al vapore con sd di 30 metri, in un giorno invernale di norma (20 gradi dentro, gelo fuori, una differenza di pressione di 20 pascal, cioè un vento debole). Attraverso un metro quadrato di quella costruzione diffondono in ventiquattro ore circa 0,5 grammi d’acqua; attraverso una fuga larga un millimetro nel freno, nello stesso tempo, ne entrano per convezione circa 800 grammi per ogni metro di lunghezza della fuga. La misura viene dall’istituto di fisica delle costruzioni di Stoccarda ed è pubblicata su una rivista tecnica tedesca alla fine degli anni Ottanta.

Il rapporto fra i due numeri è di 1600 a 1, e va letto con attenzione due volte. La prima: le unità non sono le stesse, da una parte metri quadrati di costruzione, dall’altra metri lineari di fessura. La seconda: quel 1600 vale rispetto al freno al vapore da 30 metri, che al vapore è quasi sbarrato. Un muro intonacato comune è dieci volte più aperto, e per lui l’equivalenza scende in proporzione: un metro di fessura vale l’ordine dei centosessanta metri quadrati di muro, non milleseicento. Che è comunque la facciata di una palazzina, concentrata in una fessura che nessuno vede e che nessun capitolato nomina. Il messaggio non cambia: sul trasporto d’acqua la convezione stravince, e chiudere l’aria conta più di ogni discussione sul vapore.

Su questo numero devo essere trasparente: non ho avuto in mano l’articolo originale, l’ho trovato citato in modo concorde da più fonti tecniche che ne indicano gli stessi estremi. Finché non lo leggo, il dato viaggia con l’etichetta di chi me lo ha raccontato; il fattore 1600, quello sì, è un rapporto che ho ricalcolato io dai due valori, non una cifra ripresa da altri.

Ma il senso non cambia, e il senso è questo: chiudere l’aria protegge dall’umidità molto più che aprire il vapore. Chi rifiuta il cappotto perché “il muro non respira più” sta rifiutando la cosa sbagliata: il muro non respirava neanche prima, e se respirava era un guaio.

13. Il ritorno dell’aria: come si è imparato a misurarla

La storia si chiude in modo simmetrico. L’aria, cacciata dalla porta come falsa qualità nel 1928 e nel 1969, rientra dalla finestra negli anni Settanta come grandezza da misurare. E rientra per una ragione economica: la crisi petrolifera.

Il primo strumento è svedese ed è del 1977: in origine non era una porta ma una finestra attrezzata con un ventilatore. L’anno dopo J. Kronvall pubblica il metodo, che consiste nel mettere l’edificio in pressione e misurare quanta aria il ventilatore deve spingere per mantenerla. Nel 1979 il metodo arriva negli Stati Uniti, a Princeton, dove un gruppo di ricercatori che si faceva chiamare i medici delle case comincia ad applicarlo sistematicamente. In Canada, nello stesso periodo, una squadra ci arriva per conto suo.

La scoperta che fanno è quella che conta ancora oggi: le dispersioni d’aria non stanno dove tutti le cercavano, cioè nelle finestre e sotto le porte, ma in percorsi nascosti dentro la costruzione, che nessuno guardava perché non si vedono. Il cavedio, l’intercapedine del controsoffitto, il passaggio degli impianti. Da lì in poi la caccia alle fughe è diventata un mestiere.

Oggi lo strumento si chiama blower door, la prova è normata dalla UNI EN ISO 9972 e il risultato si esprime con n50: il numero di ricambi d’aria all’ora che l’edificio subisce quando fra dentro e fuori ci sono 50 pascal di differenza. Cinquanta pascal sono una condizione di prova, non una condizione reale: servono a rendere la misura ripetibile.

Qualche ordine di grandezza per orientarsi, con le fonti nel registro. Lo standard delle case passive chiede n50 non superiore a 0,6 ricambi all’ora: è il criterio ufficiale dell’istituto di Darmstadt che rilascia la certificazione. All’altro estremo, uno studio spagnolo del 2020 ha misurato col blower door 37 ambienti in otto edifici costruiti fra il 1882 e il 1919: media 9 ricambi all’ora, con punte oltre 37 e due terzi dei casi fra 3 e 20. Fra la casa passiva e l’edificio dell’Ottocento non risanato c’è, in media, un fattore quindici.

14. Che cosa chiede la legge italiana, oggi

Qui arriva la parte che sorprende chi è rimasto alla frase del muro che respira, perché in Italia la tenuta all’aria è già dentro le regole degli appalti pubblici, e ci è rimasta anche nell’ultimo cambio della guardia.

I criteri ambientali minimi per l’edilizia l’hanno introdotta con il decreto del 23 giugno 2022, al criterio 2.4.9; il decreto del 24 novembre 2025, pubblicato in Gazzetta il 3 dicembre e in applicazione negli appalti pubblici da febbraio 2026, ha sostituito quello del 2022 e ha confermato il requisito: verifica con la prova di pressurizzazione secondo la UNI EN ISO 9972, n50 inferiore a 2 ricambi all’ora per le nuove costruzioni, inferiore a 3,5 per le ristrutturazioni importanti di primo livello. Dello stesso decreto, e del criterio nuovo che dedica al risanamento dell’umidità, ho scritto in Improvvisamente, l’umidità.

Ma la cosa da leggere non sono i numeri: sono le motivazioni che il criterio dichiara. La tenuta all’aria è richiesta per mantenere l’efficienza degli isolanti, per evitare il rischio di condensa interstiziale negli isolanti e nei nodi fra serramento e struttura, fra impianti e struttura e nelle connessioni fra le strutture, per la salute e la durabilità delle strutture stesse, e perché la ventilazione meccanica possa funzionare.

Vale la pena di fermarsi un secondo. La norma vigente chiede di chiudere l’aria per proteggere l’edificio dall’umidità. È l’esatto contrario della frase che si sente in cantiere, ed è scritta nei criteri per gli appalti pubblici, confermata nel passaggio dall’edizione 2022 a quella in vigore.

E lo stesso decreto del 2025 parla anche, per la prima volta, del caso di questo articolo: il risanamento dei muri umidi. Il criterio 2.3.13, «Progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti», chiede diagnosi preliminare obbligatoria, l’eliminazione della causa come obiettivo primario del progetto, target prestazionali misurabili e la verifica dell’efficacia protratta nel tempo; e pretende che le tecniche previste in progetto siano «supportate da un’attestazione di efficacia basata sui risultati raggiunti in altri interventi o per via sperimentale», rilasciata «da Enti di ricerca riconosciuti o da Università». Tradotto nel linguaggio di questo articolo: negli appalti pubblici, da febbraio 2026, “traspirante” scritto su un secchio non è un progetto. Serve la diagnosi, serve la causa, servono i numeri prima e dopo. Che è la tesi di queste pagine, messa in Gazzetta Ufficiale.

Il quadro va completato con l’altra verifica, quella sul vapore, che il decreto del 28 ottobre 2025 disciplina e di cui ho scritto in Chiuso dal lato sbagliato. Le due verifiche non si sovrappongono: una guarda l’aria, l’altra il vapore. Un progetto serio le fa tutte e due, e non le confonde.

La scala della tenuta all'aria
Figura 4. La scala dell’n50, con le fonti scritte accanto a ogni valore: il criterio delle case passive a 0,6, i limiti dei criteri ambientali minimi a 2 e 3,5 (il decreto prevede anche livelli premianti più severi), e gli edifici del 1882-1919 misurati dallo studio ad accesso aperto citato nel registro, con la media a 9,03 e l’intervallo da 0,68 a 37,12.

15. I materiali, uno per uno

Una tabella di orientamento, con una premessa che non è una formalità.

Le voci che seguono vengono dal prospetto A.1 della UNI 10351:2021, riprese dal database del modulo di calcolo di casa, che per ogni voce conserva la riga esatta del prospetto. Il prospetto dà per ogni materiale la permeabilità al vapore δ, spesso come intervallo: l’intervallo di μ che leggete è il dato di norma, il valore singolo è il valore di lavoro adottato dal database per fare i conti, e sta dentro l’intervallo. Non ho arrotondato né mediato nulla: dove la norma dà una forchetta, qui c’è la forchetta. E i prodotti reali possono uscirne: in progetto si usa la scheda tecnica del prodotto posato.

voce del prospetto μ (intervallo di norma) μ di lavoro λ utile sd allo spessore d’uso
aria ferma 1 1 riferimento
fibre minerali feldspatiche, pannelli rigidi (lana di roccia) 1,3 (δ singola) 1,3 0,039 10 cm → 0,13 m
intonaco di gesso puro 11 (δ singola) 11 0,35 1,5 cm → 0,17 m
laterizi (mattone pieno, ρ=1800) 5-11 10 0,72 30 cm → da 1,50 a 3,30 m
sughero espanso puro 19-29 20 0,045 10 cm → da 1,90 a 2,90 m
malta di calce e cemento (la bastarda) 16-39 25 0,90 2 cm → da 0,32 a 0,78 m
malta di cemento 16-39 25 1,40 2 cm → da 0,32 a 0,78 m
EPS sinterizzato in lastre 32-77 50 0,040 10 cm → da 3,20 a 7,70 m
polistirene estruso con pelle 43-107 80 0,034 10 cm → da 4,30 a 10,70 m
poliuretano in lastre da blocchi 97-193 130 0,032 10 cm → da 9,70 a 19,30 m
calcestruzzo a struttura chiusa, ρ=2400 (armato) 74-148 130 2,30 20 cm → da 14,80 a 29,60 m

Due annotazioni di trasparenza sulla tabella. La λ del calcestruzzo armato viene dalla UNI EN ISO 10456, non dal prospetto, e il suo μ di lavoro è una scelta del database che ho segnalato per una verifica. E le membrane non stanno in tabella di proposito: per barriere e freni al vapore il prospetto non è la strada, si usa l’sd dichiarato dalla scheda del prodotto, che è anche il modo in cui si inseriscono nella tavola di calcolo.

C’è una riga che merita di essere letta due volte, ed è la ragione per cui questa tabella va guardata invece che ricordata a memoria.

La malta di calce e cemento, la bastarda che è l’intonaco comune dei nostri cantieri, e la malta di cemento hanno nel prospetto la stessa permeabilità al vapore: δ da 5 a 12, cioè μ da 16 a 39, per tutte e due. Sono due voci distinte del prospetto, con densità e conducibilità diverse, e sulla resistenza al passaggio del vapore la norma le tabula identiche.

È un risultato che rovescia una convinzione diffusissima, e che io stesso avevo in testa sbagliata prima di andare a guardare i valori. Va detto con precisione anche il limite: la voce di norma è la bastarda, non la malta di sola calce aerea, che nel prospetto non ha una voce sua. Ma il punto di cantiere resta intero: chi propone l’intonaco “a calce” comune dicendo che traspira più di quello cementizio sta usando l’argomento sbagliato, perché per la norma i due impasti stanno nella stessa identica forchetta. Le ragioni vere per preferire la calce su una muratura antica sono altre, e sono buone: l’assorbimento capillare, la struttura dei pori, il comportamento con i sali, la compatibilità meccanica col supporto.

È esattamente il meccanismo che questo articolo cerca di smontare: si prende una qualità reale del materiale, la si etichetta con la parola più vaga a disposizione, e la parola finisce per coprire una grandezza che quel materiale non ha migliore degli altri.

Calce e cemento: due voci del prospetto, stessa permeabilità al vapore
Figura 5. Le due voci del prospetto A.1: la malta di calce e cemento e la malta di cemento hanno la stessa permeabilità al vapore, δ da 5 a 12, cioè μ da 16 a 39. Differiscono per densità e conducibilità, non per la traspirazione.

Il resto della tabella dice la cosa più importante: la colonna che decide non è quella dei μ, è quella degli sd. Due centimetri di malta valgono fino a tre quarti di metro; dieci centimetri di lana di roccia ne valgono 0,13; e una barriera in polietilene da due decimi di millimetro, che in tabella non c’è perché si dichiara con l’sd di scheda, vale da sola decine di metri. Il materiale non dice niente finché non lo si moltiplica per quanto ce n’è.

16. Il cappotto: dove sta il rischio vero

Sul cappotto ho già scritto un articolo intero, Il cappotto non asciuga il muro, e non lo ripeto. Qui interessa solo smontare il modo sbagliato di porre la domanda.

La domanda sbagliata è: il cappotto fa respirare il muro? Non ha risposta, perché il muro non respirava prima e non deve respirare dopo.

Le domande giuste sono tre.

La prima riguarda l’ordine. Perché una parete stia asciutta, la resistenza al vapore deve diminuire andando da dentro verso fuori: stretto verso dentro, aperto verso fuori. Un cappotto esterno molto chiuso al vapore, messo su una muratura aperta, inverte la sequenza e mette lo strato barriera dalla parte fredda. È il difetto classico, ed è il tema dell’altro articolo.

La seconda riguarda l’acqua liquida. Se il muro è alimentato da acqua liquida, per risalita, per infiltrazione, per un pluviale che perde, allora la discussione sul vapore è fuori scala. La diffusione muove grammi al giorno per metro quadrato; una risalita muove litri. Chiudere la faccia esterna di un muro che beve da sotto non lo asciuga: gli sposta il fronte più in alto, e questo è misurato, non opinabile.

La terza riguarda dove si mette l’isolante. Isolare dall’interno è molto più delicato che isolare dall’esterno, perché sposta la muratura dalla parte fredda e le toglie il beneficio del sole e del riscaldamento. È il caso in cui la verifica igrometrica va fatta sul serio, e dove le simulazioni dinamiche hanno senso.

Nessuna delle tre ha a che fare con il respiro.

17. Quando la traspirazione non c’entra niente

Prima delle istruzioni finali, la parte diagnostica: quella che serve davvero quando si entra in una casa con una macchia.

Ci sono tre situazioni ricorrenti in cui il cliente è convinto che il problema sia la mancata traspirazione, e in cui comprare un prodotto traspirante non risolve nulla.

La muffa negli angoli e dietro i mobili. Non è vapore che non riesce a uscire dal muro: è vapore che condensa sulla superficie interna perché lì la temperatura è sotto il punto di rugiada. La causa è un ponte termico, o un’aria interna troppo umida, o entrambi. La cura è alzare la temperatura di quella superficie e abbassare l’umidità dell’aria, non aprire il muro al vapore. Ne ho scritto in La muffa negli angoli e dietro gli armadi.

La fascia bassa che si sfarina. Se c’è risalita, c’è acqua liquida e ci sono sali. Un intonaco molto traspirante messo lì senza aver prima affrontato l’acqua e i sali dura poco, e il macroporoso non è una cura della risalita: è la gestione della fase successiva.

La macchia che torna sempre nello stesso punto. Un’infiltrazione ha una geometria e una stagionalità che la distinguono. Prima si trova da dove entra l’acqua.

La regola generale è quella di sempre: la traspirazione è un parametro di progetto degli strati, non una terapia. Serve a far sì che un muro asciutto resti asciutto. Non asciuga un muro bagnato.

E da febbraio 2026, negli appalti pubblici, questa regola non è più soltanto buon senso: è il criterio 2.3.13 dei criteri ambientali minimi, che prima di qualunque prodotto chiede la diagnosi, la causa e i target misurabili. Il mercato delle parole vaghe ha una scadenza, almeno sulla carta.

18. Che cosa scrivere in capitolato

Sette righe che valgono più di venti pagine di aggettivi.

  1. Per ogni strato: valore di μ oppure sd dichiarato, con la norma di prova (EN ISO 12572 per i materiali, EN ISO 7783 per i rivestimenti) e l’origine del dato.
  2. Somma degli sd della stratigrafia, con la verifica che la resistenza al vapore diminuisca dall’interno verso l’esterno.
  3. Per i rivestimenti esterni: classe V e classe W secondo la EN 1062-1, con i valori numerici e non con le sole sigle.
  4. Per le facciate esposte alla pioggia: rispetto del criterio w ≤ 0,5, sd ≤ 2,0 e w · sd ≤ 0,2, con i tre valori dichiarati.
  5. La pittura di finitura è parte della stratigrafia e va messa a capitolato con i suoi numeri, con divieto esplicito di sostituzione in corso d’opera senza verifica.
  6. Per le malte da intonaco: classe secondo la EN 998-1, dichiarata.
  7. Tenuta all’aria dell’involucro: prova secondo la UNI EN ISO 9972 con il valore n50 da rispettare, e disegno dei nodi che indichi dove passa la linea di tenuta.

Il punto 5 è quello che in cantiere si perde. Metterlo per iscritto costa una riga.

19. In sintesi

  • Il muro non respira. Non lo faceva prima e non deve farlo. Lo ha misurato Raisch nel 1928 e lo ha scritto una norma tecnica nel 1969.
  • Il muro traspira, cioè lascia diffondere il vapore. Si misura con μ e sd, ed è una cosa che vogliamo.
  • Il muro non deve bere. L’assorbimento d’acqua liquida si misura con w, ed è un canale diverso dal vapore.
  • Le due cose vanno giudicate insieme: il criterio è w ≤ 0,5, sd ≤ 2,0 e il loro prodotto sotto 0,2.
  • L’aria che passa dai giunti è un difetto, non una qualità, e la norma italiana vigente chiede di misurarla e contenerla, dichiarando che serve anche a evitare la condensa.
  • La traspirazione è una proprietà della somma, non del singolo prodotto: decide lo strato più chiuso, che di solito è l’ultimo e il più economico.
  • La casa si fa respirare aprendo le finestre o con una macchina. Non con una malta.

Registro delle fonti

Stato di ogni affermazione verificabile: ✅ letta su fonte primaria, ⚠️ da confermare o letta di seconda mano, ⛔ non affidabile.

Verificato

  • Classi sd della EN 1504-2 (I sotto 5 m, II fra 5 e 50, III oltre 50): lette sul testo inglese della norma per l’articolo sul cemento osmotico. ✅
  • Regola tecnica sugli intonaci di risanamento, con il limite di μ e la porosità: già trattata negli articoli sul macroporoso, con le riserve lì dichiarate. ✅

Da confermare prima della pubblicazione

  • Pettenkofer 1858. Estremi bibliografici concordi su più fonti indipendenti: Über den Luftwechsel in Wohngebäuden, Cotta, Monaco 1858. Il testo è fuori diritti e disponibile in rete. Ho cercato il passo dell’esperimento nella copia digitalizzata, per parole chiave in tedesco, e non compare: la scansione copre la misura dell’anidride carbonica e le prove sugli ospedali. La forma precisa dell’esperimento (provino cilindrico di pochi centimetri, sigillato sui fianchi, imbuti sulle facce di testa, candela spenta soffiando) viene dalla letteratura tecnica tedesca sulla tenuta all’aria, che la riporta in modo concorde: la scheda storica di Foamglas sul muro che respira e la voce Atmende Wand di Wikipedia in tedesco, lette per intero, che danno anche gli estremi bibliografici completi di Raisch; la descrizione più precisa del provino sta nella pagina storica di luftdicht.de dedicata a Pettenkofer, che però ho potuto vedere solo in estratto, perché il sito non rispondeva; l’errore della stufa non sigillata idem. Aneddoto dichiarato di seconda mano finché non si trova la pagina. ⚠️
  • La sproporzione fra il soffio e le pressioni reali. Il riferimento quantitativo usato nel testo è uno solo, ed è documentato: la prova di tenuta all’aria si fa alla pressione convenzionale di 50 pascal (UNI EN ISO 9972), scelta perché superiore a quelle che vento ed effetto camino producono normalmente sull’involucro, come spiegano le pagine tecniche italiane sul blower door test; per l’effetto camino le fonti tecniche parlano di pochi pascal, per esempio la scheda sull’effetto camino di Architettura Ecosostenibile. Nessun valore in pascal è attribuito al soffio umano: la sproporzione è detta in termini qualitativi. ⚠️ da consolidare sul manuale ANIT della tenuta all’aria in fase di chiusura.
  • Ekici, Didem, Skin, Clothing, and Dwelling: Max von Pettenkofer, the Science of Hygiene, and Breathing Walls, Journal of the Society of Architectural Historians, vol. 75 n. 3, settembre 2016, pp. 281-298, DOI 10.1525/jsah.2016.75.3.281. Estremi verificati su quattro fonti. Testo integrale non letto, il lavoro è a pagamento: la tesi della casa come pelle è ripresa dall’abstract e dichiarata come tale. ⚠️
  • Raisch, Ernst, Luftwechselmessungen an Baustoffen und Baukonstruktionsteilen, Gesundheits-Ingenieur, anno 51, fascicolo 30, Oldenbourg, Monaco e Berlino, 28 luglio 1928. Estremi in forma bibliografica piena da una sola fonte. Da confermare su catalogo di biblioteca. Resta da chiarire se l’istituto fosse a Monaco o a Stoccarda: le fonti divergono. ⚠️
  • DIN 4108 (1969), punto 4.2.2, con la frase sul respiro delle pareti. Citata concordemente da due fonti tedesche indipendenti; non letta sul testo di norma, e per questo nell’articolo è riportata come resoconto, senza virgolettato. Quando la norma verrà letta, la citazione testuale potrà entrare. ⚠️
  • Il confronto 0,5 grammi contro 800 grammi. Misura attribuita all’istituto di fisica delle costruzioni di Stoccarda, pubblicata secondo le fonti su Deutsche BauZeitschrift, fascicolo 12 del 1989, pagina 1639 e seguenti. Le condizioni della prova le ho lette sulla documentazione tecnica di pro clima, che riporta il testo per esteso: costruzione senza fughe con freno al vapore sd 30 m, giorno invernale di norma; il materiale di formazione dell’ordine degli architetti del Baden-Württemberg aggiunge i 20 pascal di differenza (vento forza 2-3) e gli estremi della rivista. L’articolo originale non l’ho studiato. Il rapporto di 1600 a 1 è calcolato da me sui due valori e vale per quel freno; il ridimensionamento per un muro comune (ordine di dieci volte meno) è un mio conto dichiarato, dal rapporto fra gli sd. ⚠️
  • Criterio di Künzel e DIN 4108-3: i tre valori (w non oltre 0,5, sd non oltre 2,0, prodotto non oltre 0,2) sono concordi su due fonti tecniche indipendenti; i tre gruppi di esposizione alla pioggia battente, con le soglie di 600 e 800 millimetri annui, dalla stessa scheda tecnica tedesca. Le campagne sperimentali degli anni Sessanta e Settanta al campo prova dell’istituto Fraunhofer, e il recepimento nella norma tedesca, vengono dall’abstract di un lavoro dedicato. Né la norma né il testo integrale del lavoro li ho studiati a fondo. ⚠️
  • Classi V e W della EN 1062-1 con i valori di soglia, estremi della classe media compresi: concordi su più fonti tecniche e commerciali, italiane e tedesche, che però sui valori esatti di confine non sono unanimi. Testo di norma non studiato a fondo: sul confine fa fede la norma. ⚠️
  • Rowley e la nascita della verifica sul vapore: il riferimento è il lavoro del 1939 per la ASHVE, come documentato nella storia americana già ricostruita per l’articolo sulla condensa (lì la catena è: Browne 1933, Teesdale 1937, Rogers 1938, Rowley/ASHVE 1939). ASTM E96 del 1953 e storia del blower door (Svezia 1977, Kronvall 1978, Princeton 1979, il gruppo canadese): ricostruzione da fonti secondarie concordi. Da agganciare ai testi originali dove possibile. ⚠️
  • Criterio 2.3.13 del DM 24 novembre 2025 («Progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti»): diagnosi preliminare obbligatoria, eliminazione della causa come obiettivo primario, target prestazionali misurabili, verifica dell’efficacia nel tempo, attestazione di efficacia per le tecniche. ✅ Fonte di prima mano: il testo del criterio (Allegato 1 al decreto) è stato letto per l’editoriale Improvvisamente, l’umidità, e le citazioni tra virgolette vengono da lì; il criterio richiama le UNI 11085 e 11121 per il contenuto d’acqua.
  • Criteri ambientali minimi e tenuta all’aria. L’edizione del 23 giugno 2022 (criterio 2.4.9) è stata sostituita dal DM 24 novembre 2025 (GU Serie Generale n. 281 del 3 dicembre 2025, in applicazione negli appalti da febbraio 2026): estremi già verificati per l’editoriale sui CAM, dove il decreto nuovo è fonte di prima mano. I requisiti di tenuta (blower door secondo UNI EN ISO 9972:2015; n50 sotto 2 per le nuove costruzioni, sotto 3,5 per le ristrutturazioni importanti di primo livello, con livelli premianti più severi) risultano confermati nella nuova edizione dalla stampa tecnica di settore che ho letto; il numero del criterio nella nuova edizione non l’ho letto sul testo del decreto, e per questo non lo cito. Le finalità (condensa interstiziale compresa) sono riportate dalle stesse fonti per entrambe le edizioni. ⚠️ da chiudere leggendo il testo in Gazzetta.
  • Valori di μ, δ e λ della tabella (sezione 15): dal prospetto A.1 della UNI 10351:2021, attraverso il database del modulo di calcolo di casa che conserva per ogni voce la riga esatta del prospetto (denominazione, densità, δ). Gli intervalli sono il dato di norma; i valori singoli sono i valori di lavoro del database, dichiarati come tali. La norma è a pagamento e il prospetto non è riprodotto: in tabella ci sono le sole voci citate. Il testo della norma non l’ho studiato a fondo: la catena documentale passa dal database, che su quel prospetto è stato costruito. ⚠️
  • La λ del calcestruzzo armato viene dalla UNI EN ISO 10456; il suo μ di lavoro (130 contro il 100 delle voci sorelle del database) è segnalato per verifica. Barriere e freni al vapore non hanno valori di prospetto: si inseriscono con l’sd di scheda. ⚠️
  • Case passive, n50 ≤ 0,6: criterio ufficiale di certificazione del Passive House Institute, come riportato dalla documentazione tecnica Passipedia e dalle guide di settore. ⚠️ letta la pagina, non il documento di certificazione.
  • Edifici storici al blower door: studio su 37 ambienti in 8 edifici del 1882-1919, media n50 = 9,03 all’ora, intervallo 0,68-37,12, due terzi fra 3 e 20 (Energies, 2020, volume 13, articolo 6727). Rivista ad accesso aperto; non l’ho studiato a fondo: i valori vengono dal riassunto e dalle schede dello studio, gli estremi sono verificabili dal numero di articolo. ⚠️

Non usato

  • ⛔ Valori di μ presi da schede commerciali o da pagine divulgative e presentati come valori di norma.
  • ⛔ Il secondo confronto fra diffusione e convezione trovato in letteratura, con litri per stagione di riscaldamento: parametri diversi dal primo, non confrontabile, non mescolato con esso.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Copertina del volume Murature umide: cause e rimedi
In copertina “Murature umide: cause e rimedi, prevenzione e interventi di risanamento”, Grafill 2026, ISBN 88-277-0530-8.

Il libro è disponibile su Grafill e su Amazon.

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