Caso studio in una villetta: la fascia sopra lo zoccolo si gonfiava su tutto il perimetro, anche al riparo del portico. Risalita capillare, condensa interstiziale dietro una finitura chiusa, lastre scure dello zoccolo che al sole scaldavano la base: concause che si sommavano nella fascia di equilibrio, dove i sali cristallizzano, e che andavano gestite una per una
Renzo-ArtHome, Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
Mi avevano chiamato per una fascia che si gonfiava. Una villetta curata, giovane, con lo zoccolo in pietra e il marciapiede in ordine: eppure, appena sopra la pietra, la finitura faceva bolle, croste, piccole vesciche che scoppiavano lasciando una polvere chiara. Il proprietario pensava a una pittura sbagliata. Il quadro diceva un'altra cosa: l'acqua entrava in basso, dal terreno, ma il danno stava più su, e non dove l'acqua arriva, bensì dove se ne va. È il punto che questo caso insegna: la risalita porta l'acqua e i sali, ma le bolle nascono nella fascia in cui la parete passa da bagnata ad asciutta, perché è lì che i sali cristallizzano. E qui i motori erano più d'uno: il vapore che ricondensava dietro una finitura troppo chiusa, su una parete di blocchi porizzati senza coibentazione, e uno zoccolo di lastre scure che nei giorni di sole scaldava la base del muro, spingendo l'evaporazione interna. Una serie di concause, e le concause si gestiscono una per una. Racconto la diagnosi, le misure di quella mattina d'estate, il vincolo di cantiere che ha costretto la barriera a salire di quota e il sistema in tre mosse: barriera chimica a trasfusione, rimozione dell'intonaco contaminato, ciclo di risanamento antisale, basi dei pilastri comprese. Cinque anni dopo, la fascia non si è più ripresentata.

In copertina. Il quadro al sopralluogo del 29 luglio 2021: sopra lo zoccolo in pietra corre una fascia continua di bolle e distacchi della finitura, a quota pressoché costante, sotto le finestre e lungo tutto il fronte. Fotografia dell'autore.
1. Una fascia che gira tutta la casa
La casa è una villetta unifamiliare in blocchi di laterizio porizzato, senza coibentazione, con cordolo e parti basse in calcestruzzo, zoccolo esterno in lastre di pietra scura e marciapiede perimetrale. La patologia era disegnata con precisione: una fascia di rigonfiamenti che partiva da sopra lo zoccolo e si spegneva circa mezzo metro più in alto, dove il muro tornava sano. Non chiazze sparse: una quota. E quella quota girava tutta la casa, sui quattro lati, davanti come dietro, e proseguiva anche dove la pioggia non arriva, sotto il portico, fino alle basi dei pilastri.
Questa geografia è già mezza diagnosi. La pioggia battente segna i lati esposti e risparmia quelli riparati; una perdita di un impianto lavora in locale, attorno a un punto; la condensa superficiale sceglie i punti freddi e le stagioni fredde. Una fascia continua, a quota costante, indifferente all'esposizione e presente anche al coperto, parla di una sorgente che non manca mai da nessun lato: il terreno. L'acqua saliva per capillarità dal piede del muro, sotto lo zoccolo, e questo spiegava la sorgente. Ma la sorgente non basta a spiegare il danno: la risalita, da sola, fa aloni e macchie, mentre qui la finitura si sollevava in pellicole coese, con dietro un fondo sfarinato e chiaro. Le bolle sono un'altra firma: sotto quel film lavoravano i sali.

Fotografia 1. Il danno da vicino: il film di finitura si solleva in vesciche e croste; dove è già saltato resta un fondo chiaro e sfarinato. Non è una pittura scadente: è la pressione dei sali che cristallizzano dietro una pelle che lascia passare poco vapore. Fotografia dell'autore.
In cantiere. Prima dei prodotti, la geografia del sintomo. Tre domande: il danno segue l'esposizione alla pioggia o la ignora? È concentrato attorno a un punto o disteso in fascia? La quota è costante e continua anche dove non piove? Se la fascia gira tutta la casa alla stessa altezza, portico compreso, la sorgente è sotto, non sopra: si indaga la risalita, e si guarda che cosa c'è dentro le bolle.
2. I numeri di quella mattina
La mattina del sopralluogo strumentale ho fissato il quadro con il termoigrometro digitale, ripetendo le letture a pochi minuti di distanza, con valori stabili. La sonda ambiente dava aria a 26,3 °C e umidità relativa 65,9 per cento, da cui un punto di rugiada a 19,4 °C; intanto il termometro a infrarossi rilevava la temperatura superficiale: 23,1 °C, tre gradi sotto l'aria ma quasi quattro sopra la rugiada. Perché una superficie condensasse, quella mattina, avrebbe dovuto stare sotto i 19,4 °C, quasi sette gradi più fredda dell'aria: la parete non ci andava vicina, e infatti non condensava in superficie. È un punto onesto da fissare: la condensa che conta in questo caso non è quella visibile di una mattina d'estate, come vedremo tra poco.
Poi l'acqua nel muro, su due profondità. L'igrometro dielettrico, con l'elettrodo a sfera che mappa i primi centimetri senza forare, sulla fascia segnava 77 in unità relative: non è un contenuto d'acqua, è un indice comparativo, ma è un segnale alto. E dentro i fori appena eseguiti per la barriera la sonda resistiva da inserimento, con la curva di compensazione del laterizio, dava 3,5 per cento in massa, un valore che lo strumento stesso marca come "umido". Sono misure speditive, non il metodo di laboratorio: il riferimento resta il ponderale descritto dalla UNI 11085, che pesa il campione umido e lo ripesa essiccato. Ma per decidere in cantiere bastano, perché dicono la cosa che serve: in piena stagione asciutta, dopo settimane d'estate, l'acqua nel muro c'era ancora, e stava esattamente nella fascia del danno. Non un ricordo dell'inverno: un'alimentazione attiva.
Il rilievo era più largo di quanto queste fotografie mostrino, e lo dico per onestà documentale. Al sopralluogo avevo ripreso anche i termogrammi all'infrarosso della parete, e con la sonda termoigrometrica accostata alla bocca dei fori inseguivo un'altra grandezza, l'igrometria in foro: temperatura e umidità relativa dell'aria dentro la muratura, per stimare quanto vapore ci girasse. Quei termogrammi non li ho più trovati nella cartella del cantiere, e con loro è andata persa anche quella serie di letture. Restano le immagini di questa pagina, e i numeri che riporto sono soltanto quelli che le fotografie documentano. Una cosa però l'aggiungo: anche le misurazioni che possono sembrare banali, o inutili ai fini della singola diagnosi, a me servono, alimentano le mie ricerche e il confronto tra un cantiere e l'altro.

Fotografia 2. Le letture strumentali del sopralluogo. In alto: la sonda termoigrometrica ambiente accostata alla bocca del foro (aria 26,3 °C, umidità relativa 65,9 per cento, punto di rugiada 19,4 °C, temperatura superficiale rilevata all'infrarosso 23,1 °C) e, a destra, l'igrometro dielettrico con elettrodo a sfera sulla fascia: 77 in unità relative. In basso: la sonda resistiva da inserimento nel foro della barriera e la lettura compensata per il laterizio: 3,5 per cento in massa, "umido". Fotografie dell'autore.
3. La fascia di equilibrio, dove l'acqua cambia stato
Perché il danno sta in una fascia, e proprio in quella fascia? Il meccanismo si racconta in quattro tempi.
Primo: l'acqua sale dal terreno per capillarità, e non sale mai da sola. Porta con sé i sali che trova disciolti nel terreno e lungo la strada. Finché restano in soluzione, i sali sono innocui: un muro bagnato di acqua salina non si gonfia.
Secondo: l'acqua non sale all'infinito. Si ferma alla quota in cui l'apporto capillare dal basso e l'evaporazione verso l'aria si bilanciano: è la quota di equilibrio, la fisica del trasporto capillare descritta da Hall e Hoff. In quella fascia l'acqua cambia stato: entra liquida, esce vapore. Ma i sali non evaporano. Restano lì, e a ogni litro d'acqua che se ne va come vapore corrisponde un carico di sali che si accumula. La fascia di equilibrio è il capolinea dei sali: per questo il danno non sta al piede del muro, dove l'acqua entra, ma più su, dove l'acqua se ne va.
Terzo: su questa fascia già carica lavorava un secondo motore. Il vapore che attraversa la parete, migrando verso l'esterno, incontra strati via via più freddi, tanto più in una muratura non coibentata, dove il freddo di stagione entra in profondità; e su questa villetta incontrava anche una finitura a film chiuso, di quelle che lasciano passare poco vapore: un coperchio. Nelle ore e nelle stagioni fredde il vapore rallentato dietro quel film torna liquido: è la condensa interstiziale, il fenomeno che la tecnica verifica con il metodo di Glaser normato nella UNI EN ISO 13788. Quell'acqua nuova, formata proprio dietro la pelle del muro, ridiscioglie i sali accumulati; e molti dei sali da risalita sono igroscopici, capaci di riprendersi acqua anche dall'aria umida. Risultato: la fascia restava bagnata più a lungo e più spesso di quanto la sola risalita potesse spiegare, e i sali passavano continuamente in soluzione.
Quarto: poi il tempo gira, il sole batte, la parete asciuga. La soluzione si concentra fino a saturare, e i sali cristallizzano. I cristalli crescono nei pori del supporto e dietro il film, e crescendo spingono: la letteratura tecnica sui sali colloca il danno proprio qui, nella pressione di cristallizzazione della fase di asciugatura. Le bolle che il proprietario attribuiva alla pittura erano questo: la pelle del muro gonfiata da dietro, un ciclo dopo l'altro. Ogni passaggio da bagnato ad asciutto un giro di torchio; e la fascia di equilibrio, dove bagnato e asciutto si alternano per definizione, è il palcoscenico su cui i sali recitano. Più in basso il muro resta bagnato e i sali dormono in soluzione; più in alto i sali non arrivano; nel mezzo si contano i cicli, e si conta il danno.
E c'era lo zoccolo, che in questo caso recitava due ruoli. Il primo è geometrico: le lastre incollate alla base non traspirano, e fanno da tappo all'evaporazione proprio nel tratto in cui l'acqua comincia a trasformarsi in vapore. Il muro, che dietro la pietra non può cedere vapore, spinge l'umidità più in alto, fin sopra il filo dello zoccolo: la fascia si innalza, e non è un caso che i rigonfiamenti partissero esattamente da lì. Il secondo è termico: le lastre scure, nei giorni caldi e in battuta di sole, accumulavano calore e lo passavano al piede della parete, una piastra tiepida appoggiata al muro. Dietro quelle lastre l'acqua di risalita evaporava già in basso, e quel vapore, dentro la muratura, aveva una sola strada: salire. Saliva nel muro e andava ad aggiungersi al carico della fascia, pronto a ricondensare dietro il film. Più caldo, più evaporazione; più vapore in viaggio verso la fascia, più giri di concentrazione e cristallizzazione. Il quadro finale era un concorso di concause, ciascuna con il suo ruolo: la risalita alimenta, lo zoccolo sigilla la base e alza la fascia, la parete non coibentata e il film chiuso fanno ricondensare, il sole sulle lastre accelera i giri. E le concause non si curano in blocco: si gestiscono una per una.

Figura 1. Il caso in sezione, non in scala. L'acqua sale dal terreno con i sali disciolti (1) e si ferma alla quota di equilibrio, dove evapora lasciando i sali (2). Il vapore diretto verso gli strati esterni, più freddi nella parete non coibentata, ricondensa dietro la finitura a film chiuso: condensa interstiziale, i sali tornano in soluzione (3). Quando la parete asciuga, i sali cristallizzano e la pressione gonfia la finitura (4). In basso, i due ruoli delle lastre dello zoccolo: non traspirano, quindi fanno da tappo all'evaporazione e spingono la fascia sopra il filo della pietra; e in battuta di sole il loro calore passa alla muratura retrostante, l'acqua dietro evapora e il vapore sale dentro il muro fino alla fascia, moltiplicando i giri del ciclo. Disegno tecnico dell'autore.
In cantiere. Una bolla chiusa con polvere chiara dietro è un indizio di sali che lavorano dietro il film, non di una pittura difettosa. Ripitturare sopra, magari con un prodotto ancora più coprente e chiuso, significa dare ai sali un coperchio migliore: il ciclo successivo gonfierà anche quello. Prima si toglie l'alimentazione d'acqua, poi si dà al muro una pelle che il vapore possa attraversare.
4. Il sistema: chiudere l'alimentazione, cambiare la pelle
La diagnosi comanda il progetto: le concause individuate andavano gestite singolarmente, ognuna con la sua mossa: l'alimentazione d'acqua dal terreno, i sali già in carico nella fascia, la pelle che non lasciava passare il vapore. Al motore solare dello zoccolo non serve una mossa dedicata: tolta l'acqua, il caldo non ha più nulla da far evaporare. Il sistema ha tre mosse, eseguite in quattro giornate tra il 29 luglio e il 3 agosto 2021.
Prima mossa: la barriera chimica a trasfusione. Su tutto il perimetro, appena sopra lo zoccolo, ho tracciato una linea continua e forato il laterizio a passo ravvicinato, un foro accanto all'altro, tutti alla stessa quota: è la linea su cui il muro smetterà di bere. Una quota, va detto, più alta di quanto avrei voluto: la barriera si fa più in basso possibile, vicino al terreno, ma qui il committente aveva posto un divieto preciso, le lastre dello zoccolo non si toccavano. Ecco perché la barriera sta così alta: i fori si sono fermati al primo tratto di muratura raggiungibile sopra il filo della pietra, e per coprire il tratto sottostante ho abbondato con le cariche, contando sulla discesa del formulato per gravità: è il sistema che ho chiamato "per allagamento". Nei fori è stato colato a gravità, con l'imbuto, un formulato idrofobizzante che il laterizio assorbe e distribuisce: la trasfusione è lenta per scelta, si ricarica finché la muratura ne prende, e qui le cariche sono andate avanti per due giornate. A cariche concluse, i fori si sigillano. La barriera non asciuga il muro: gli toglie l'alimentazione dal basso, e da quel momento l'acqua residua ha una sola strada, uscire come vapore.

Fotografia 3. La linea tracciata sopra lo zoccolo e i fori appena eseguiti, a passo ravvicinato: la polvere rossa dice il materiale giusto, si sta forando il laterizio portante, dove la barriera deve lavorare. Fotografia dell'autore.

Fotografia 4. La trasfusione: il formulato si cola a gravità nei fori, con l'imbuto, e si ricarica finché il muro assorbe. Nessuna pressione: è la capillarità del laterizio a distribuire il prodotto lungo la linea. Da non prendere come esempio: qui la barriera dovevo farla alla base, quindi ho adottato un sistema che ho chiamato "per allagamento", cosa da non fare se non si hanno le competenze e l'esperienza giusta. Fotografia dell'autore.
Seconda mossa: via l'intonaco della fascia. L'intonaco e la finitura della fascia erano contaminati dai sali: lasciarli in opera avrebbe voluto dire ricominciare il ciclo alla prima estate, perché i sali già in carico non spariscono con la barriera. Ho tracciato il limite sopra la quota dei rigonfiamenti e rimosso tutto fino alla muratura nuda, su ogni lato: sotto sono comparsi il laterizio e, nelle parti basse, il calcestruzzo del cordolo. La rimozione ha anche un secondo compito: il muro nudo, liberato dal film, asciuga meglio nel transitorio.

Fotografia 5. La fascia viene stonacata fino al limite tracciato sopra la quota del danno. A sinistra la muratura è già nuda, con la linea dei fori a vista; a destra si legge ancora la finitura integra. A terra, le pellicole e le croste rimosse. Fotografia dell'autore.

Fotografia 6. A fine giornata la fascia è nuda su tutto il perimetro: laterizio sopra, cordolo in calcestruzzo in basso, la linea della barriera che gira l'angolo. Il muro ora può cedere vapore senza ostacoli. Fotografia dell'autore.

Fotografia 7. A cariche concluse, i fori della barriera sigillati lungo tutto il perimetro. Da qui in su il muro non riceve più acqua liquida dal terreno. Fotografia dell'autore.
Terza mossa: il ciclo antisale. Sulla muratura nuda è stata applicata la boiacca antisale, primo strato del ciclo di risanamento, stesa su tutta la fascia e risvoltata anche sulle basi dei pilastri del portico, che mostravano la stessa patologia pur non vedendo mai pioggia battente: un'ulteriore conferma, se serviva, che la sorgente era il terreno. Il proseguimento dei lavori è andato avanti con malte macroporose a base calce e una finitura traspirante, ad alta permeabilità al vapore; le fotografie di questo caso documentano fino alla boiacca. Il compito di questi strati è fare da polmone: la barriera ferma l'acqua nuova, ma quella già nel muro deve uscire, e uscendo porterà ancora sali verso la superficie per tutto il transitorio. Serve uno strato che ospiti quella cristallizzazione residua nei propri pori senza spaccarsi, e una pelle finale che il vapore attraversi senza trovare coperchi. È l'esatto contrario della finitura a film chiuso che aveva fatto da palcoscenico al danno.

Fotografia 8. Boiacca antisale, color cotto, copre la fascia su tutto il perimetro. È il primo strato del ciclo di risanamento: aggancia la muratura e ospita nei propri pori i sali che usciranno con l'asciugatura. Fotografia dell'autore.

Fotografia 9. Anche le basi dei pilastri del portico, al riparo dalla pioggia, mostravano la stessa fascia: stessa diagnosi, stessa cura. Se il danno vive dove non piove, la sorgente sta sotto, nel terreno. Fotografia dell'autore.

Fotografia 10. Fine della fase documentata: la fascia antisale gira la casa alla quota del vecchio danno. Seguiranno l'intonaco di risanamento e la finitura traspirante, ad alta permeabilità al vapore. Fotografia dell'autore.
In cantiere. L'ordine delle mosse non è intercambiabile. Prima la barriera, perché finché il muro beve ogni risanamento è una clessidra girata; poi la rimozione della fascia contaminata, oltre il limite visibile del danno, perché i sali migrano più in alto delle macchie; poi il ciclo antisale, mai una rasatura a film chiuso "perché copre meglio". E il perimetro si tratta tutto, non solo il lato che si vede dalla strada: la risalita non conosce facciate principali.
Nota bene: barriera prima o dopo la demolizione? L'ordine tra iniezione e demolizione non è un dogma: dipende dalla natura del formulato. Con le barriere chimiche liquide, come le microemulsioni, conviene iniettare prima di demolire, per due ragioni. La prima è idraulica: l'intonaco esistente, per quanto ammalorato, fa da contenimento alla carica, che altrimenti rifluirebbe fuori da buchi e fessure prima di essere assorbita. La seconda riguarda i sali: il liquido che si diffonde nella muratura smuove e reidrata i sali presenti, e nella fase di asciugatura una parte di quel carico viene richiamata verso l'esterno, dentro e sopra le vecchie malte; demolendo dopo, con l'intonaco si asportano anche i sali che vi si sono trasferiti, invece di lasciarli nel muro. Con le barriere in gel il discorso si rovescia: si demolisce prima. Primo, perché a muratura nuda si leggono e si intercettano le fughe, che sono la sede corretta dell'iniezione in gel: la malta di allettamento assorbe più del laterizio. Secondo, perché il gel, per essere assorbito bene, chiede una muratura con un tasso di evaporazione alto: alla penetrazione naturale si somma il richiamo dell'evaporazione, che aiuta a risucchiare il formulato dentro i pori, e un muro stonacato evapora molto più di un muro intonacato. In questo cantiere la barriera era liquida, caricata a trasfusione: per questo le cariche sono venute prima, e la demolizione dopo.
5. Il transitorio: che cosa aspettarsi dopo
Un intervento così non consegna un muro asciutto: consegna un muro che può asciugare. La differenza va detta al committente prima, non dopo. L'acqua accumulata in anni di alimentazione esce come vapore, lentamente, con i tempi dettati dallo spessore della muratura e dalle stagioni: mesi, non settimane. In quel periodo è fisiologico vedere efflorescenze sugli strati di fondo del ciclo: sono i sali residui che arrivano al capolinea e cristallizzano dove devono, nei pori dello strato di sacrificio, invece che dietro un film. Non sono una ricaduta: sono il sistema che lavora.
Il collaudo vero è alla quota della fascia, e si fa con il tempo: la vecchia linea dei rigonfiamenti non deve ricomparire sulla finitura nuova, né dopo il primo inverno né dopo la prima estate piena, che è la stagione in cui questo danno si era manifestato. L'intervento è dell'estate 2021, e il criterio di riuscita è scritto nella patologia stessa: una fascia che non torna a gonfiarsi dove bagnato e asciutto si alternavano. A cinque anni di distanza, con i suoi inverni e le sue estati piene, il lavoro non dà segni di cedimento e la fascia non si è ripresentata.
6. La regola
Non inseguire il sintomo dove compare: chiediti dove l'acqua entra e dove se ne va. In questa villetta l'acqua entrava al piede, invisibile dietro lo zoccolo, e se ne andava mezzo metro più su, dove i sali la salutavano cristallizzando dietro un film troppo chiuso. La risalita si cura al piede, con una barriera che toglie l'alimentazione; i sali si gestiscono nella fascia, togliendo l'intonaco che li ha accumulati e dando loro uno strato di sacrificio in cui cristallizzare senza far danno; la finitura si sceglie per la permeabilità al vapore, non per la copertura. E quando la base è scura e prende sole, si metta in conto che il caldo moltiplica i giri del ciclo: una ragione in più per chiudere l'alimentazione, perché un'evaporazione senza acqua non lavora. Il rigonfiamento è il segno di un muro che non riesce a cedere vapore se non spingendo via la propria pelle: la cura non è una pelle più robusta, è una pelle che lascia uscire il vapore, sopra un muro che non beve più.
E un'ultima cosa, la più importante, che dico con la franchezza di chi questo mestiere lo fa da una vita. Può capitare che una diagnosi non sia perfetta: le indagini fotografano ciò che c'è quel giorno, non ciò che non si è riusciti a misurare, né ciò che arriverà negli anni. Quello che conta, quando si progetta un sistema, è tenere conto anche dei fattori non riscontrati durante l'indagine o che semplicemente si presenteranno in seguito: anticipare qualche patologia lavorando su alcuni aspetti in più, una difesa che oggi sembra ridondante e domani si rivela decisiva. Questo, però, non lo insegna nessuno strumento: è l'esperienza a far capire, e a volte a intuire, oltre i controlli strumentali. Un muro asciutto da cinque anni non è la prova che ogni lettura di quella mattina fosse perfetta: è la prova che il sistema aveva margine anche dove la diagnosi non poteva arrivare.
Indizio rilevato
Che cosa dice
Fascia continua a quota costante, sui quattro lati
La sorgente non dipende dall'esposizione: è il terreno, risalita capillare
Danno anche al riparo del portico, basi dei pilastri comprese
La pioggia battente non c'entra
Fascia che parte esattamente sopra il filo dello zoccolo
Le lastre non traspirano: tappo all'evaporazione, la risalita viene spinta più in alto
Bolle e croste con fondo sfarinato chiaro dietro il film
I sali lavorano dietro la finitura, per cicli di cristallizzazione
Zoccolo in lastre scure, in battuta di sole nei giorni caldi
Calore al piede della parete: più evaporazione interna, cicli più frequenti
77 in unità relative sulla fascia e 3,5 per cento "umido" nel laterizio, in piena estate
L'alimentazione è attiva adesso, non è un residuo stagionale
Tabella 1. Gli indizi del caso e la loro lettura. Nessuno, da solo, chiude la diagnosi: insieme, disegnano risalita capillare con sali attivi nella fascia di equilibrio, aggravata da una parete non coibentata, da una finitura a bassa permeabilità al vapore e dal riscaldamento solare dello zoccolo.
Il registro delle fonti
Come negli altri articoli di questa serie, elenco che cosa poggia su una fonte verificabile e con quale grado di affidabilità la marco: ✅ per ciò che ho riscontrato direttamente, ⚠️ per ciò che riporto con un margine di incertezza dichiarato, ⛔ per ciò che circola ma non trovate scritto qui come certo.
✅ Il caso. Cantiere dell'autore, dal 29 luglio al 3 agosto 2021: villetta unifamiliare in blocchi di laterizio porizzato senza coibentazione, cordolo in calcestruzzo, zoccolo in lastre di pietra scura e marciapiede perimetrale. Rilievo, diagnosi, esecuzione e tutte le fotografie sono di prima mano; le letture strumentali sono fotografate con data e ora a schermo (29.07.2021, ore 8:37 e 8:40). Il committente aveva vietato di toccare le lastre dello zoccolo: è questo vincolo ad avere imposto la quota alta della linea di barriera e la scelta della trasfusione abbondante. Il ciclo è proseguito con malte macroporose a base calce e finitura traspirante; a cinque anni dall'intervento (estate 2021) il lavoro non dà segni di cedimento e la fascia non si è ripresentata: esito riferito dall'autore, luglio 2026. Il ruolo del riscaldamento solare dello zoccolo (lastre scure in battuta di sole nei giorni caldi, con spinta all'evaporazione interna) è osservazione diretta dell'autore sul comportamento stagionale di questo cantiere.
✅ Le misure riportate. Aria 26,3 °C, umidità relativa 65,9 per cento, punto di rugiada 19,4 °C, temperatura superficiale rilevata all'infrarosso 23,1 °C ("Temp. IR" a display); igrometro dielettrico a elettrodo sferico: 77 in unità relative; sonda resistiva da inserimento con compensazione per laterizio, nel foro: 3,5 per cento in massa, indicazione "umido" dello strumento. Sono letture speditive e comparative, dichiarate come tali nel testo: orientano la diagnosi, non sostituiscono il laboratorio.
⚠️ Indagini eseguite ma non più documentabili. Al sopralluogo erano stati ripresi termogrammi all'infrarosso della parete ed era stata avviata una serie di letture di igrometria in foro (temperatura e umidità relativa dell'aria nella muratura) per stimare il vapore circolante nel muro: i termogrammi non sono stati ritrovati nella cartella del cantiere, e la serie di letture è andata persa con loro. Nel testo l'indagine è dichiarata come eseguita, ma nessun numero ne viene citato: i valori riportati sono soltanto quelli leggibili nelle fotografie sopravvissute.
✅ UNI 11085, "Beni culturali. Materiali lapidei naturali ed artificiali. Determinazione del contenuto d'acqua: metodo ponderale": è il riferimento citato per la misura di laboratorio del contenuto d'acqua. Estremi già riscontrati sul catalogo UNI nei lavori precedenti di questa serie. Non eseguita
✅ Quota di equilibrio della risalita. Il bilancio tra apporto capillare ed evaporazione che fissa l'altezza della fascia è la fisica del trasporto capillare descritta in C. Hall, W.D. Hoff, Water transport in brick, stone and concrete: fonte già consultata e verificata per questa serie di articoli.
✅ Condensa interstiziale. Il fenomeno e il suo metodo di verifica (Glaser) sono normati nella UNI EN ISO 13788, i cui estremi ho già riscontrato in un lavoro precedente di questa serie. Onestà dovuta: su questa parete non ho eseguito il calcolo di verifica igrometrica; l'attribuzione del secondo motore di umidità è una valutazione professionale fondata sul quadro (film a bassa permeabilità, fascia bagnata oltre quanto la sola risalita spieghi, danno da cicli) e la presento come tale.
✅ Cristallizzazione in asciugatura. Che il danno da sali si concentri nella fase di asciugatura, quando la soluzione si concentra fino a saturare e la pressione di cristallizzazione carica i pori e le interfacce, è principio consolidato della letteratura tecnica sui sali nelle murature, coerente con l'evidenza di questo cantiere: bolle chiuse, fondo sfarinato, danno massimo nella fascia di alternanza.
⚠️ La composizione dei sali. Non è stata eseguita un'analisi di laboratorio dei sali di questo cantiere: parlo di "sali da risalita" e della loro igroscopicità in termini generali, senza attribuire specie chimiche a questo muro.
⛔ Marchi e prodotti. Non ne trovate: barriera, boiacca e ciclo di risanamento sono descritti per famiglia e per meccanismo, non per marca. La scelta si fa sulla scheda tecnica, non sul nome.
⛔ Soglie universali. Una percentuale di umidità "giusta" valida per ogni muro, o una quota "standard" della fascia di equilibrio, non esistono: dipendono da materiale, spessore, sali e clima. Nel testo i numeri sono i numeri di questo caso, non costanti da manuale.
N.B. Le analisi che ho svolto non le ho messe in conto al cliente: le ho rilevate a titolo personale, per le mie ricerche e per mettere a punto un sistema di risanamento duraturo. Mi capita spesso di consigliare indagini, e altrettanto spesso mi vengono negate, per mancanza di budget o per altre ragioni del committente; quelle che vengono accettate, molte volte le delego, anche per mancanza di tempo e di strumenti adatti. Ma quando prendo in mano un lavoro, le mie indagini le faccio comunque, a prescindere. Mi spiace che in questo caso abbia smarrito i termogrammi e i rilievi con l'igrometro a microonde.
L'autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.
Domande frequenti
Perché la macchia è a metà parete e non alla base del muro?
Perché il danno si concentra dove l’acqua evapora, non dove entra: è la fascia di evaporazione, dove umidità e sali lavorano di più. Una macchia alta non esclude affatto una causa alla base.




