Sulla costa capita di trovare due muri portanti accostati ma staccati, con una camera di due o tre centimetri nel mezzo. Quando la marea o l’alluvione alzano il livello, quella camera si riempie e scavalca qualunque barriera chimica iniettata a 10-15 centimetri dal pavimento, e ogni litro che evapora lì dentro lascia il suo sale. Qui racconto il meccanismo tavola per tavola, e il progetto di intervento che seguirò in cantiere: un tappo di resina idroespansiva nel giunto, iniettato coi packer, prima della barriera.
La breccia alla base della scala
Il sopralluogo comincia da una breccia aperta nell’intonaco, alla base di una scala interna rivestita in marmo, in un edificio dell’alto Adriatico. La situazione la spiega meglio una vista dall’alto: il mare, la diga che lo separa dalla strada, e la casa a una ventina di metri dall’acqua. Il pavimento sta circa mezzo metro sotto la quota del mare. Sono dati di cantiere, e da soli dicono che qui l’acqua non deve nemmeno salire molto: le basta tornare al suo livello.

La situazione dall’alto: il mare a destra, la diga che lo separa dalla strada, e l’edificio segnato dalla freccia, a una ventina di metri dall’acqua e circa mezzo metro sotto la sua quota (elaborazione su immagine satellitare).
Sull’intonaco bianco della scala, poco sopra il pavimento, c’è la riga a matita con cui ho segnato la quota della futura linea di iniezione: dieci, quindici centimetri dal calpestio. È la quota canonica della barriera chimica contro la risalita capillare. Qui la barriera non è ancora stata fatta, e proprio per questo il caso è interessante: prima di prescriverla ho voluto capire che cosa la aspetta.

Foto 1. La breccia alla base della scala, aperta nel nostro muro. Al fondo della breccia non c’è terreno né un altro strato dello stesso muro: c’è un giunto vuoto, e oltre il giunto c’è il muro di un altro fabbricato.
Dentro la breccia il rilievo racconta una situazione precisa. Il nostro muro è un portante in poroton da trenta centimetri, costruito con ogni probabilità in un secondo momento. Davanti a lui, staccato di due o tre centimetri, corre il muro in mattoni pieni del fabbricato adiacente, anche quello da trenta. In mezzo c’è la camera: dentro si vedono croste bianche di sale su entrambe le facce, qualche granello sciolto di polistirene, e sul fondo macerie di cantiere e colature di malta che toccano tutti e due i muri.

Foto 2. Foto dell’intercapedine.
Il proprietario racconta una cosa che sulla costa è normale e che nell’entroterra non esiste: tre o quattro volte l’anno, fra mareggiate e acque alte, il livello dell’acqua fuori si alza sopra il piano delle strade. L’acqua poi se ne va nel giro di ore o di giorni. Le macchie dentro casa, invece, restano, e la fascia bassa dei muri è rovinata. La domanda giusta, prima di spendere, è una sola: qui una barriera chimica basterebbe?
La risposta breve è: non da sola. La barriera fa il suo mestiere contro la risalita capillare, ma l’acqua degli eventi non risale nel muro: entra nella camera e tocca i muri sopra la linea. Per capirlo conviene guardare prima il muro, poi l’acqua, poi il sale.
Chi ha cominciato a studiarlo
Il laboratorio più studiato al mondo, per l’acqua che sale periodicamente contro le murature, è Venezia. La città tiene il registro delle sue acque alte dal 1872, e i numeri ufficiali del Comune di Venezia danno la scala del fenomeno: il 4 novembre 1966 la marea toccò +194 centimetri sul medio mare, il massimo mai registrato; il 12 novembre 2019 arrivò a +187; un evento si dice eccezionale da +140 in su; già a +110 si allaga il 12 per cento del suolo cittadino. Nel solo 2019 gli eventi oltre +110 furono ventotto, più che in qualunque anno precedente della serie.
Su quelle murature immerse a intermittenza è cresciuta una letteratura tecnica intera. Le campagne recenti dell’area veneziana, come la tesi di dottorato di Erika Guolo allo IUAV (2024) sui fenomeni di risalita capillare nel contesto lagunare, misurano contenuti d’acqua sui muri storici in mattoni pieni. E sui sali il riferimento resta il lavoro di Andreas Arnold e Konrad Zehnder al Politecnico di Zurigo, alla fine degli anni Ottanta: non è l’acqua da sola a rompere gli intonaci, sono i cicli di cristallizzazione e dissoluzione del sale che l’acqua trasporta e poi abbandona evaporando. A quel meccanismo ho dedicato un articolo intero, Contare i cicli, non i sali.
C’è però un punto in cui il caso di questo articolo esce dalla letteratura veneziana. I muri storici di Venezia sono pieni: mattoni e malta da cima a fondo, e l’acqua li attraversa per capillarità. Qui invece i muri sono due, portanti tutti e due, separati da un giunto di due o tre centimetri. Quella camera cambia la fisica del problema, perché all’acqua non serve più la capillarità per salire: le basta un principio più vecchio e più veloce, quello dei vasi comunicanti.
I due muri della fotografia, strato per strato
La sezione, ricostruita dalla breccia e dal rilievo, è questa: muro del fabbricato adiacente in mattoni pieni da 30 centimetri, camera di 2-3 centimetri, il nostro muro portante in poroton da 30 centimetri, intonaco interno. Spessori dei muri e larghezza della camera vengono dal rilievo; solo l’intonaco è quotato a esempio.

Due cose, in quel giunto, meritano un nome preciso.
I due muri. Non è una cassetta con la sua controparete leggera: sono due portanti autonomi, di due epoche e forse di due proprietà. Il mattone pieno del muro adiacente assorbe per capillarità come i muri veneziani; il poroton del nostro, oltre alla porosità del laterizio, ha le celle: cavità ordinate che l’acqua libera può riempire quando le raggiunge dal lato della camera.
I ponti di malta e le macerie. Durante la costruzione del secondo muro, dentro il giunto cadono colature di malta e frammenti; nel nostro c’è finito anche qualche granello di polistirene. Dove un ponte di malta tocca tutti e due i muri, l’acqua e i sali hanno un passaggio diretto da un fabbricato all’altro. Sul fondo, le macerie fanno di peggio: tengono il piede dei due muri in contatto con un materiale poroso che resta bagnato a lungo dopo ogni evento.

Foto 3. Il fondo della camera visto dall’alto: celle dei blocchi aperte dalla breccia, macerie e croste bianche.

Foto 4. La camera vista dall’alto: lo spazio fra i due muri è occupato da malta, frammenti e polvere. Ogni contatto fra i due muri è un ponte per l’acqua e per i sali.
La sequenza, tavola per tavola: la risalita e la barriera
Da qui in avanti conviene seguire il progetto come una sequenza di stati, perché ogni tavola risponde a una domanda diversa. È l’ordine che il cantiere ripercorrerà, documentandolo. La prima domanda è: perché qui una barriera chimica serve comunque?

La risposta è nella tavola: il muro si bagna dal basso, per capillarità, e contro la risalita capillare la barriera chimica è lo strumento giusto. La barriera è un’iniezione di formulati idrofobizzanti che impregna una fascia orizzontale del muro e rende idrorepellenti le pareti dei capillari. Che il principio funzioni non è in discussione: nelle prove documentate da Ralph Burkinshaw sul pilastro di prova di Camberwell, in condizioni controllate (Journal of Building Appraisal, 2010), il contenuto d’acqua sopra la linea passò dal 7,8 allo 0,7 per cento. Ai dettagli del sistema ho dedicato un articolo specifico.


La barriera, però, governa un solo meccanismo: la capillarità dentro il muro trattato. Non è una diga. Non separa la camera dal terreno, non chiude il giunto fra i due fabbricati, non impedisce all’acqua libera di occupare un vuoto. Su un muro pieno e isolato questa distinzione non si nota, perché l’unico modo che l’acqua ha di salire è la capillarità. Con la camera nel mezzo, la distinzione è tutto.
L’evento: i vasi comunicanti dentro il muro
Quando la marea o la piena alzano il livello esterno, il terreno sotto i due fabbricati si satura. L’acqua libera trova il piede aperto del giunto, le fessure e i vecchi passaggi fra le fondazioni. La camera comunica con quel sistema: è a tutti gli effetti un vaso comunicante. Nel giro di ore l’acqua dentro la camera raggiunge lo stesso livello dell’acqua fuori. Con il pavimento mezzo metro sotto la quota del mare, non serve nemmeno un evento eccezionale: basta la spinta della marea.


Qui sta il punto tecnico dell’articolo. Con la linea a +15 e l’acqua a +30, i muri si bagnano per contatto diretto su una fascia che sta interamente sopra la barriera. Il poroton assorbe dalle facce e riempie le sue celle, il mattone pieno assorbe per capillarità dalla sua faccia sul giunto, e nessuno dei due assorbimenti passa dalla fascia trattata. Dire che la barriera avrebbe fallito sarebbe una diagnosi sbagliata: verrebbe aggirata da sopra, e qualunque barriera posata a quella quota, di qualunque marca e con qualunque formulato, farebbe la stessa fine.
C’è poi un’asimmetria che spiega perché i danni crescono anno dopo anno. La camera si riempie in ore, per gravità. Ma quando il livello esterno scende, l’acqua rimasta nel fondo del giunto non ha uno scarico: è un catino chiuso fra due fondazioni. Quella colonna d’acqua, nell’esempio della tavola sono 6-9 litri per ogni metro di parete con la camera da 2-3 centimetri, esce soltanto evaporando attraverso i due muri, e ci mette settimane. I muri passano così buona parte dell’anno ad asciugare l’evento precedente, e l’evento successivo arriva prima che abbiano finito.

Foto 5. Dentro la camera dopo gli eventi: fra i due muri l’umidità resta a lungo, e il fondo asciuga per ultimo.
Il conto del sale, senza inventare
Quanto sale porti quell’acqua non serve stimarlo a occhio: davanti alle coste friulane lo misura ARPA FVG. Nel bollettino oceanografico del golfo di Trieste di gennaio 2022 la salinità va da 29-35 nelle acque superficiali sotto costa, dove i fiumi addolciscono, fino a 38,3-38,4 negli strati profondi, con una media delle masse d’acqua di 37,7. In grammi per litro, l’acqua che entra nella camera ne porta fra 29 e 38.
Da qui in poi il conto onesto si ferma presto. Ogni litro che evapora dentro la camera lascia lì il suo sale: 29-38 grammi, questo è aritmetica. Ma quanti litri evaporino davvero nel giunto, e quanti rifluiscano verso il terreno portandosi via il sale quando il livello scende, nessuno lo ha misurato in questo cantiere. Per questo non scrivo stime di accumulo annuo: le croste fotografate dicono che il deposito c’è, la sua pesata spetta a un prelievo di laboratorio, non a una moltiplicazione.
I numeri della tabella vengono dal rilievo, dai calcoli allegati e dalle fonti citate, e ognuno ha accanto la sua origine.
| Grandezza | Valore | Origine |
|---|---|---|
| Distanza dell’edificio dal mare | circa 20 m | dato di cantiere |
| Quota del pavimento rispetto al mare | circa 50 cm sotto | dato di cantiere |
| Muro adiacente in mattoni pieni | 30 cm | rilievo, 03/08/2026 |
| Il nostro muro in poroton | 30 cm | rilievo, 03/08/2026 |
| Larghezza della camera | 2-3 cm | rilievo, 03/08/2026 |
| Quota della linea di iniezione | +10-15 cm dal calpestio | dato di cantiere |
| Innalzamenti d’acqua | 3-4 l’anno | testimonianza, stessa zona da decenni |
| Livello dell’evento nelle tavole | +30 cm | quota d’esempio dichiarata |
| Acqua ferma nella camera | 6-9 litri per metro | calcolo: vasi comunicanti |
| Salinità del golfo davanti alle coste friulane | 29-38 g per litro | ARPA FVG, gennaio 2022 |
| Sale lasciato da ogni litro evaporato | 29-38 g | conseguenza diretta della salinità |
| Record di Venezia, 4 novembre 1966 | +194 cm | Comune di Venezia |
| Eventi oltre +110 cm a Venezia nel 2019 | 28 | Comune di Venezia |
Il sale depositato non se ne sta buono. Come hanno mostrato Arnold e Zehnder, cristallizza dove l’acqua evapora, si ridiscioglie a ogni nuova bagnatura, e a ogni ciclo spinge sui pori di intonaci e laterizi. In più i sali marini sono igroscopici: sopra certe umidità dell’aria riprendono acqua da soli, e tengono umida la fascia dove si sono depositati anche nei mesi senza eventi. La riga bianca che si vede nella camera è, letteralmente, il pelo dell’acqua degli anni passati scritto in sale.
Perché la salinità della zona va indagata prima di operare. Conoscere quanta salinità porta l’acqua del posto serve a tre decisioni concrete. La prima è la diagnosi: il tipo di sali trovati nel muro dice da dove viene l’acqua, perché i cloruri in queste quantità firmano il mare, mentre nitrati e solfati raccontano altre storie; al confronto fra sali e sorgenti ho dedicato un articolo sull’impronta dell’acqua. La seconda è il progetto: il carico di sale atteso decide lo spessore e il tipo dell’intonaco macroporoso, i tempi reali di asciugatura e quanto sarà igroscopica la fascia bassa negli anni. La terza è il collaudo: misurare i sali prima dei lavori dà il punto di partenza. Con quel numero in mano, fra qualche anno, si potrà dire se il tappo ha fermato davvero le consegne di sale.
Una verifica alla portata di chiunque
La prima verifica è da cucina, e serve a rendersi conto delle quantità. Un litro d’acqua di mare fatto evaporare in una teglia lascia un velo bianco che una bilancia da cucina pesa senza fatica: fra i 29 e i 38 grammi, secondo la stagione e il punto di prelievo. Chi preferisce non fidarsi dei bollettini può pesarselo da solo.
La seconda verifica è quella che faccio in cantiere, e vale una diagnosi. Si apre una breccia nel nostro muro, si illumina la camera, e si cerca la riga bianca sulle facce del giunto. Poi si misura la quota della riga dal pavimento. La si confronta con la quota dei fori di iniezione, che sul muro restano visibili per anni. Se la riga del sale sta sopra i fori, l’acqua degli eventi ha scavalcato la linea, e nessuna nuova iniezione alla stessa quota cambierà le cose. Questa misura costa mezz’ora e una fascia di intonaco, e decide da sola la strategia dell’intervento.
Quattro condizioni, lo stesso muro
| Condizione | Acqua nella camera | La linea iniettata | Che cosa si vede in casa |
|---|---|---|---|
| Marea bassa, nessun evento | assente; restano sale e umidità residua | lavora: la risalita si ferma alla quota trattata | fascia bassa che si asciuga lentamente |
| Pioggia battente | assente o poca | non c’entra: la pioggia lavora sulle facciate | aloni episodici, legati agli scrosci |
| Risalita capillare ordinaria | assente | lavora | senza barriera: fascia umida continua alla base |
| Evento di marea o piena | si riempie al livello esterno | scavalcata da sopra | macchie che compaiono sopra la linea, poi riga di sale |
Se l’acqua sale nell’intercapedine, la cura va messa nell’intercapedine: un tappo di resina idroespansiva, iniettato alla base del giunto attraverso i packer. Chiusa la via della marea, la barriera chimica torna a governare la capillarità.
Dove si sbaglia la diagnosi
“La barriera non ha funzionato.” È il verdetto più frequente e quasi sempre è falso. Se le macchie ricompaiono sopra la linea dopo ogni innalzamento esterno, e la riga di sale nella camera sta sopra i fori, il meccanismo è l’immersione periodica. La capillarità, cioè il bersaglio della barriera, in quelle macchie non c’entra. La prova contraria esiste: se il muro resta umido anche in un’annata senza eventi, allora sì che la linea va rifatta.
“È umidità di risalita, alziamo l’iniezione di dieci centimetri.” Alzare la linea non chiude la via dell’acqua: quella via passa dal giunto. Finché il giunto resta aperto, ogni evento torna a bagnare il muro di lato, a qualunque quota stia la linea.
“Chiudiamo tutto e non se ne parla più.” Sigillare il fondo della camera senza capire da dove entra l’acqua può trasformare il giunto in una vasca che si riempie e non si svuota affatto. Sigillare o drenare si decide dopo il rilievo, caso per caso.
La soluzione del cantiere: il tappo di resina idroespansiva
La diagnosi dice che la via dell’acqua è il giunto. La cura, allora, va messa nel giunto, e per un vuoto di due o tre centimetri pieno d’acqua salmastra lo strumento adatto esiste: la resina idroespansiva, la stessa famiglia di prodotti che uso per fermare le venute d’acqua e che ho raccontato in un articolo dedicato.

Come lavora l’iniezione. I fori partono dal lato interno e attraversano il poroton fino a intercettare il giunto vicino alla sua base. Nei fori si avvitano i packer e si inietta la resina in pressione. A contatto con l’acqua la resina reagisce, espande e riempie il vuoto, inglobando le macerie e i residui che stanno sul fondo. Si lavora dal basso, a quote successive, finché il giunto non rifiuta.

Perché il tappo risolve quello che la barriera non poteva. La barriera taglia i capillari del muro; il tappo chiude il vaso comunicante. Sono due presidi diversi contro due meccanismi diversi, e in questo cantiere servono tutti e due: il tappo contro la spinta della marea, la barriera contro la capillarità. Senza il tappo, la barriera nascerebbe già scavalcata; col giunto chiuso, l’unica acqua che il muro vede è quella capillare, e la linea a +10-15 centimetri la governa da sola.
Quello che resta da fare dopo il tappo. Il sale depositato negli anni non sparisce: sul lato interno servono intonaci macroporosi che diano spazio ai cristalli, e la fascia bassa va tenuta d’occhio. La riga di sale nella camera resta il testimone: se dopo il tappo la quota non cresce più, il lavoro tiene. E la breccia che ha permesso la diagnosi conviene chiuderla con un elemento rimovibile: un punto di ispezione per le stagioni a venire. Quel punto ha anche un secondo mestiere: durante gli innalzamenti permette di guardare nel giunto e misurare la quota vera che l’acqua raggiunge, senza rompere nulla. Le quote d’esempio di queste tavole, appena il monitoraggio le darà, verranno sostituite dai numeri misurati.
Un cantiere documentato passo passo. Di lavori così ne ho fatti, credo, una trentina, ma quasi mai con il tempo di documentarli fino in fondo. Questo lo seguirò con la macchina fotografica: l’articolo si aggiornerà con le fotografie reali delle fasi, man mano che i lavori avanzano, seguendo la stessa sequenza delle tavole.
In sintesi
1. Due muri accostati cambiano la fisica dell’acqua che sale. Fra il muro in mattoni pieni del vicino e il nostro in poroton c’è una camera di 2-3 centimetri, e l’acqua libera la riempie per vasi comunicanti in poche ore. La capillarità, che è il meccanismo lento contro cui si inietta la barriera, qui non serve nemmeno.
2. La barriera chimica governa la capillarità e nient’altro. Nelle prove di Burkinshaw (2010) il pilastro sopra la linea passò dal 7,8 allo 0,7 per cento d’acqua: il principio funziona. Ma non separa la camera dal terreno e non ferma l’acqua libera di un evento.
3. Con la linea a +10-15 cm e l’evento a +30, il bagnato sta tutto sopra la barriera. I muri assorbono per contatto diretto dalla colonna d’acqua nella camera: il poroton riempie anche le celle. È un’immersione periodica, e la diagnosi “barriera fallita” è sbagliata.
4. La camera si riempie in ore e si svuota in settimane. Il fondo del giunto è un catino senza scarico fra due fondazioni: i 6-9 litri per metro dell’esempio escono solo evaporando attraverso i muri. L’asciugatura dell’evento precedente raramente finisce prima dell’evento successivo.
5. Ogni litro che evapora nella camera lascia 29-38 grammi di sale. È la salinità che ARPA FVG misura nel golfo davanti alle coste friulane. Quanti litri evaporino davvero non è misurato, e per questo non stimo accumuli: la pesata vera la dà il prelievo. Il sale è igroscopico e tiene umido il muro anche fra un evento e l’altro.
6. I cicli del sale, non l’acqua, rompono gli intonaci. Lo hanno mostrato Arnold e Zehnder alla fine degli anni Ottanta: cristallizzazione e dissoluzione ripetute, a ogni bagnatura. Più eventi l’anno significano più cicli l’anno.
7. La riga bianca nella camera è la misura che decide tutto. È il livello massimo raggiunto dall’acqua, scritto in sale. Se sta sopra i fori di iniezione, la via dell’acqua è il giunto, e la cura va messa nel giunto.
8. La cura del cantiere è la coppia tappo più barriera. Packer dal lato interno, attraverso il poroton, fino alla base dell’intercapedine, e iniezione di resina idroespansiva: l’acqua presente fa espandere la resina e il giunto si occlude. La spinta della marea si ferma lì, e la barriera chimica può dare per intero il suo potenziale.
9. Venezia dà la scala del fenomeno. Registro dal 1872, record di +194 centimetri nel 1966, ventotto eventi oltre +110 nel solo 2019. Chi costruisce e risana sulla costa lavora dentro questa statistica, non fuori.
Domande frequenti
Se una barriera chimica c’è già, va rifatta?
No. Se la riga di sale nella camera sta sopra i fori, quella linea è integra ma aggirata: rifarla, o alzarla, non chiuderebbe la via dell’acqua. La spesa utile è il tappo del giunto con la resina idroespansiva; a giunto chiuso la barriera torna a fare per intero il suo mestiere.
Posso semplicemente riempire l’intercapedine di schiuma o di cemento?
Riempire il giunto senza rilievo trasferisce il problema invece di risolverlo. Un riempimento poroso diventa uno stoppino continuo fra i due muri; uno impermeabile sposta l’acqua degli eventi su altri percorsi, e lega fra loro due fabbricati che oggi lavorano staccati. Prima si capisce da dove entra l’acqua e dove può uscire, poi si sceglie.
Quanto sale c’è davvero nel mio muro?
La salinità dell’acqua dice solo quanto ne arriva con ogni litro: fra 29 e 38 grammi davanti alle coste friulane. Il valore nel muro lo dà solo il prelievo: un campione di malta o di intonaco analizzato per contenuto di sali, alla quota della riga bianca e sotto. Con quel numero in mano si sceglie l’intonaco di sacrificio giusto.
Il fenomeno peggiorerà?
La statistica veneziana dice che gli eventi sopra soglia sono diventati più frequenti, e il 2019 ne ha contati ventotto oltre +110. Non serve fare previsioni per progettare bene: basta rilevare la quota massima già raggiunta e darle margine.
Nota sui calcoli e sulle fonti
I numeri delle tavole e della tabella escono dal rilievo e dai calcoli allegati all’articolo, che chiunque può rifare con una calcolatrice: il volume d’acqua nella camera è il prodotto di larghezza del giunto (2-3 centimetri), altezza dell’evento e lunghezza unitaria. Gli spessori dei muri (30 e 30 centimetri) e la larghezza della camera vengono dal rilievo; la quota della linea (+10-15 cm) e la ricorrenza (3-4 eventi l’anno) sono dati del cantiere e della testimonianza del proprietario; il livello di +30 cm è una quota d’esempio dichiarata, scelta solo per mostrare il meccanismo. Sul sale mi fermo alla salinità misurata: quanta acqua evapori nel giunto e quanta rifluisca non è noto, e non pubblico stime che non saprei difendere.
- ✅ ARPA FVG, bollettino sullo stato oceanografico ed ecologico del Golfo di Trieste, gennaio 2022 (monitoraggio del 17-20 gennaio 2022, pubblicato l’11 febbraio 2022): salinità superficiale media 36,3, minimi costieri fra 29 e 35 dove pesano gli apporti dei fiumi, massimi al fondo fra 38,3 e 38,4, media delle masse d’acqua 37,7. Consultato il 03/08/2026.
- ✅ Comune di Venezia, “Le acque alte eccezionali” (comune.venezia.it): record del 4 novembre 1966 (+194 cm), evento del 12 novembre 2019 (+187 cm), soglia degli eventi eccezionali (+140 cm), suolo allagato a +110 cm (12 per cento), 28 eventi oltre +110 nel 2019. Consultato il 03/08/2026.
- ✅ R. Burkinshaw, “The rising damp tests of Camberwell Pier”, Journal of Building Appraisal, 2010: contenuto d’acqua sopra la linea dal 7,8 allo 0,7 per cento. Già discusso e verificato lavorando agli articoli sulla risalita.
- ✅ A. Arnold, K. Zehnder, sui sali nelle murature (fine anni Ottanta): cicli di cristallizzazione e dissoluzione come meccanismo di danno; frazionamento dei sali lungo l’altezza. Verificati attraverso la letteratura citata nell’articolo sui cicli dei sali.
- ⚠️ E. Guolo, “Studio dei fenomeni di umidità da risalita capillare nel contesto veneziano”, tesi di dottorato, Università Iuav di Venezia, 2024 (repository AIR Iuav): citata come riferimento delle campagne recenti sull’area lagunare. Ho verificato gli estremi sul repository; la tesi integrale non l’ho letta.
- ✅ Regola dei 150 mm sopra il piano esterno per la linea di iniezione: dottrina di posa già documentata nel mio articolo sulla barriera chimica, con le sue fonti.
La distanza dal mare (circa 20 metri), la quota del pavimento (circa mezzo metro sotto il livello del mare) e la presenza della diga sono dati di cantiere. Le fotografie sono del cantiere descritto; la vista dall’alto è un’elaborazione su immagine satellitare; le tavole C1-C8 sono disegnate per questo articolo, seguono la sequenza del rilievo e sono dichiarate fuori scala.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




