Erba sul cornicione, muschio sotto la gronda, felci in ombra, un fico fra le pietre: il verde attecchisce dove trova acqua abbastanza a lungo, e quanto dipende dalla specie. Per questo si legge prima come una mappa dell’umidità, e si toglie dopo, con un metodo che apre il muro il meno possibile.
Mi arrivano spesso fotografie di questo tipo: un ciuffo d’erba sul cornicione, l’edera che copre il muro del giardino, un alberello nato fra le pietre di un campanile, il muschio sulle tegole. La domanda che le accompagna è quasi sempre la stessa: «la tolgo?». Chi la fa pensa di solito a un lavoro di giardinaggio contro le piante infestanti, da sbrigare con una scala, un paio di cesoie e un diserbante. Qualcuno è convinto del contrario: «l’edera tiene su il muro, se la tolgo viene giù tutto».
Guardando meglio, le piante non stanno dove capita. Sul fianco di una chiesa di pietra i cespugli seguono il bordo alto del muro e il tubo che porta giù l’acqua del tetto. Crescono proprio dove il tubo è rotto, e gli spezzoni pendono staccati. Su una parete di mattoni in ombra il muschio e le felci scendono in una striscia verticale dal bordo dell’intonaco rimasto fino al pavimento. Il resto della parete è nudo. Sulle cornici e sui marcapiani i ciuffi stanno sul piano, dove l’acqua e la polvere si fermano. La fotografia mostra la pianta; per capire il muro serve la linea che la pianta disegna.

Indice
- Dal Colosseo all’edera inglese: chi ha studiato il verde sui muri
- Le parole che servono
- Che cosa serve a una pianta per vivere su un muro
- Dove cresce: la mappa dell’acqua
- Che cosa dice la specie
- Come fa danno
- Gli alberi nei muri: il fico, l’ailanto e gli altri
- L’edera: quando ripara il muro e quando lo apre
- La testa del muro: quando l’erba la protegge
- I tetti
- Le scorciatoie che non tengono
- Il metodo in tre passi
- Che cosa si fa, e che cosa no
- Le regole: prodotti, aree e permessi
- La tavola interattiva: che cosa dice la pianta sul muro
- In sintesi
- Dal cantiere
- Domande frequenti
- In conclusione
- Nota sui calcoli
- Fonti
- L’autore

Questo articolo parte da quella linea. Su un muro una pianta attecchisce se trova insieme un seme, un po’ di substrato, luce e acqua per abbastanza tempo. I semi li portano il vento e gli uccelli. Il substrato lo fanno la malta erosa dei giunti e il deposito che si ferma sui piani: polvere, foglie, terriccio. L’acqua invece non c’è dappertutto, e dove manca il seme germina e poi secca. Per questo la vegetazione spontanea è prima di tutto una mappa dell’acqua che bagna l’edificio, e va letta prima di toglierla. Poi è anche un danno, ma non sempre e non nello stesso modo. A deciderlo sono la specie, il punto in cui cresce e lo stato del muro.
Quanto a lungo, però, dipende dalla pianta, e dalla pianta dipende anche il danno. Un cuscinetto di muschio vive dove la superficie torna bagnata spesso; la parietaria e il cappero, piante tipiche dei muri, si trovano di solito nei luoghi secchi, e sul muro dicono giunto aperto più che acqua. Su un muro sano l’edera può perfino proteggere la pietra dal gelo, mentre un fico nato in un giunto, con gli anni, lo apre. Per questo la mappa si legge due volte: la posizione dice da dove arriva l’acqua; la specie dice se è una pianta dei luoghi secchi o di quelli umidi, e quanto danno può fare.
Chi si occupa di umidità ha un motivo in più per guardare il verde. Nelle istruzioni per la manutenzione delle aree archeologiche di Roma, Roberto Cecchi e Paolo Gasparoli chiedono di controllare una cosa prima di dare il diserbante: che il muro non sia bagnato di risalita capillare, di pioggia battente o di stillicidio. Se lo è, scrivono, il fenomeno si riproduce in fretta. È la stessa domanda che ci si fa davanti a una macchia di umido, e questo articolo la mette al centro.

Dal Colosseo all’edera inglese: chi ha studiato il verde sui muri
Che le piante rompano i monumenti lo sapevano già i Romani. Nel 98 dopo Cristo Marziale scriveva che il caprifico, il fico selvatico, spacca i marmi del monumento di Messalla: «Marmora Messallae findit caprificus». Giovenale, nelle Satire, usa la stessa immagine: anche le tombe hanno il loro destino, e le pietre che custodiscono le ceneri le spacca la forza del fico sterile. Plinio il Vecchio, nella Storia naturale, scrive che l’edera rompe sepolcri e muri, e racconta di un fico davanti al tempio di Saturno, tolto con un rito delle Vestali perché rovesciava la statua di Silvano. L’anno che si legge spesso per questo episodio viene dalle vecchie edizioni: nell’edizione critica, al suo posto, c’è una lacuna.
Sui tetti, invece, una pianta per secoli è stata voluta. Il Capitulare de villis, il regolamento delle aziende agricole del re attribuito a Carlo Magno e datato intorno all’800, chiude l’elenco delle piante dell’orto con una riga: l’ortolano tenga sopra la sua casa la barba di Giove, che gli studiosi dell’Ottocento hanno identificato con il semprevivo dei tetti. Il testo non dice perché. La credenza che il semprevivo tenga lontano il fulmine si trova scritta più tardi, nel Duecento, in Alberto Magno, che la attribuisce a chi pratica incantesimi.
La pulizia più famosa è quella del Colosseo, dove i botanici contavano le piante da secoli. Nel 1643 Domenico Panaroli ne pubblicò il primo catalogo, più di trecento voci nella ristampa del 1652, con il cappero, il fico selvatico e l’edera. Antonio Sebastiani ne numerò 261 nel 1815; l’inglese Richard Deakin, nel 1855, dichiarò 420 specie, e già lamentava le piante perse con i restauri e con la spazzolatura delle rovine. Nel 1871, racconta l’archeologo Rodolfo Lanciani, Pietro Rosa fece raschiare e radere il monumento, per paura che l’azione delle radici ne accelerasse la disgregazione. Lo stesso Lanciani descrive le piante radicate nei giunti come potenti leve.
Le proteste arrivarono subito. Nel 1874 la botanica Elisabetta Fiorini Mazzanti presentava all’Accademia dei Nuovi Lincei la flora «quasi spenta» del Colosseo: «Ora cupidità archeologica tutto distrusse». Nel 1897 lo scrittore inglese Augustus Hare scriveva che nello sradicamento erano cadute più pietre di quante ne sarebbero cadute in cinquecento anni. È un giudizio polemico, non una misura, ma pone già la domanda di questo articolo: quanto danno fa il modo di togliere. Il verde, intanto, è tornato. Nel 2001 Laura Celesti-Grapow, Giulia Caneva e Alessandra Pacini hanno contato sul Colosseo 242 specie, nonostante il diserbo compiuto periodicamente per la manutenzione ordinaria.
In Inghilterra la stessa storia ha avuto un secondo tempo. All’inizio del Novecento l’Office of Works, l’ufficio statale che aveva in cura i monumenti, cominciò a spingere perché le rovine fossero spogliate di ogni vegetazione, e sulle teste dei muri si impose il cappello rigido di pietre e malta. Nel 1923 il suo segretario, come riporta un rapporto di English Heritage del 2010, chiamava l’edera una pianta infestante e odiosa. Mezzo secolo prima Shirley Hibberd, autore di una monografia sull’edera del 1872, alla domanda se l’edera danneggi gli edifici aveva risposto: «It all depends», dipende. Di regola, scriveva, tende a danneggiare, ma la protezione spesso compensa il danno. Per lui il muro sotto l’edera asciugava per due ragioni: le foglie fanno scivolare la pioggia e le radichette succhiano l’umidità. Le misure di oggi confermano la prima e smentiscono la seconda.
La svolta è venuta da un cantiere. A Wigmore Castle, fra il 1997 e il 1999, English Heritage tolse un’edera fitta: sotto c’erano parti danneggiate e parti intatte, e la pietra scoperta, poi, ha cominciato a degradarsi. Da lì è partita, nel 2006, la ricerca affidata all’Università di Oxford, conclusa con il rapporto Ivy on Walls: non si può dare per scontato che l’edera faccia danno e vada tolta. Lo stesso percorso ha avuto il cappello d’erba sulle teste dei ruderi. Sulla chiesa dell’abbazia di Rievaulx se n’era formato uno naturale in 350 anni, prima dei consolidamenti del primo Novecento. Le squadre di English Heritage lo rifacevano già negli anni Ottanta, Oxford lo ha messo alla prova dal 2000, e il rapporto finale è del 2018.
In Italia il filo passa dalle parole e dai numeri. Il lessico NorMaL 1/88 del CNR e dell’Istituto Centrale del Restauro, pubblicato nel 1990, ha dato un nome alle alterazioni della pietra, e nel 2006 lo ha sostituito la UNI 11182. Nel 1991 Giulia Caneva, Maria Pia Nugari e Ornella Salvadori hanno pubblicato per l’ICCROM, il Centro internazionale di studi per la conservazione e il restauro dei beni culturali, il manuale di biologia per la conservazione citato in queste pagine. Nel 2005 hanno curato per Nardini il primo volume de La biologia vegetale per i beni culturali, dedicato al biodeterioramento, che il Getty Conservation Institute ha poi tradotto in inglese. Nel 1995, in un volume sull’area archeologica di Fiesole, e nel 1996, sull’Informatore Botanico Italiano, Maria Adele Signorini ha proposto l’indice di pericolosità.
Nel 2008 il glossario illustrato dell’ICOMOS, il Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti, ha scritto in una riga la tesi di questo articolo: se gli edifici non sono mantenuti, le piante finiscono per colonizzare i punti dove l’acqua è accessibile, e possono contribuire a tenerli umidi. Nel 2010 Cecchi e Gasparoli hanno scritto la procedura per togliere le piante dai monumenti di Roma, che prima del diserbo fa controllare l’acqua del muro, come già le istruzioni di Gasparoli del 1997; nel 2014 il Piano d’azione nazionale ha tolto il diserbo chimico dalle aree monumentali delle città, salvo deroga. Nel 2021 lo studio di Celesti-Grapow e Ricotta ha misurato su settant’anni di censimenti la crescita degli alberi esotici sui muri antichi di Roma.
Ogni passo ha corretto il precedente, e la Figura 2 li mette in fila. I Romani vedevano il danno; l’Ottocento ha tolto tutto e ha scoperto che anche togliere fa danno; il Novecento ha imparato a distinguere fra pianta e pianta e fra muro e muro. Oggi si misura, e la prima domanda riguarda l’acqua che fa crescere le piante.

Le parole che servono
Per descrivere il verde su un muro c’è una norma italiana, la UNI 11182 del 2006, che ha preso il posto del lessico NorMaL 1/88, pubblicato nel 1990. Dà un nome alle forme di alterazione dei materiali lapidei naturali e artificiali: pietre, mattoni, malte, intonaci. Qui uso i suoi termini con definizioni mie, e indico il punto della norma, che è a pagamento.
La presenza di vegetazione (UNI 11182, punto 3.25). È la presenza di piante vere e proprie: erbe, arbusti, alberi. È la voce da scrivere in una relazione per il ciuffo sul cornicione, il fico nella fessura, l’edera sulla facciata.
La colonizzazione biologica (punto 3.4). È la voce più larga: tutti gli organismi che si vedono a occhio nudo sulla superficie, dalle alghe ai funghi, dai licheni ai muschi fino alle piante superiori. Il muschio e i licheni stanno qui, e non fra la presenza di vegetazione, che nella norma è riservata a erbe, arbusti e alberi.
La patina biologica (punto 3.22). È il velo sottile e continuo che i microrganismi stendono sulla superficie, di colore e spessore diversi da caso a caso. Verde o scuro, si forma dove una superficie resta umida a lungo: al piede di un muro, sotto un davanzale senza gocciolatoio. Non va confuso con la crosta nera, che è gesso.
Il deposito superficiale (punto 3.8). È materiale estraneo appoggiato sulla superficie e poco aderente: polvere, terriccio, guano. Sui piani delle cornici e nei giunti aperti è il terreno in cui germinano i semi.
Le forme biologiche. I botanici dividono le piante secondo la durata della vita e il punto in cui stanno le gemme. Le terofite sono erbe annuali, che vivono pochi mesi. Le emicriptofite sono erbe perenni con le gemme a livello del suolo; le geofite, erbe perenni con organi di riserva sottoterra, come bulbi e rizomi. Le camefite sono piante perenni basse, spesso legnose alla base, con le gemme a non più di 25 centimetri dal suolo (Cozzolino e colleghi, 2022); le fanerofite, alberi e arbusti con le gemme più in alto. Sul muro la forma biologica conta perché con lei cresce la radice: corta e sottile nelle erbe annuali, legnosa e capace di ingrossarsi negli alberi. La forma di crescita è anche il primo criterio dell’indice di pericolosità delle piante sui monumenti.
Il colletto. È il punto in cui il fusto diventa radice. Tagliare al colletto significa tagliare la pianta a filo del muro, lasciando la radice dentro.
Devitalizzare. Far seccare la pianta sul posto prima di toglierla, con un prodotto spruzzato sulle foglie o iniettato nel tronco tagliato. Una pianta viva tirata via si porta dietro la malta e le pietre a cui è attaccata; seccata sul posto, di solito diventa fragile e si toglie con meno danno. L’edera fa eccezione: nelle prove del National Trust, riportate da Historic England, quella fatta seccare si staccava peggio di quella viva.
Stuccatura e ristilatura. La stuccatura chiude con una malta i vuoti e i giunti aperti. La ristilatura rifà la finitura dei giunti di una muratura a vista, e su un edificio storico richiede un progetto.
La Figura 3 mette le voci della norma su un tratto di muro, ciascuna con il suo punto, e accanto le forme biologiche.

Che cosa serve a una pianta per vivere su un muro
Un muro è un posto difficile per una pianta. Non c’è terra, l’acqua arriva e se ne va, d’estate la superficie scotta e d’inverno gela. All’aperto la luce di solito non manca. Per attecchire servono allora tre cose insieme, il seme, il substrato e l’acqua, e poi conta il tempo che le si lascia. La Figura 4 le mette a confronto sulla stessa cornice.
Il seme. Manca di rado. Lo portano il vento e gli uccelli, e arriva sulle cornici, nei giunti, nei canali di gronda, anche in cima ai monumenti. A Roma, secondo Celesti-Grapow e Ricotta, gli alberi che si sono diffusi di più sui muri antichi hanno proprio i semi portati dal vento o dagli uccelli.
Il substrato. Il seme deve fermarsi da qualche parte, e poi la radice deve trovare dove entrare. Su un muro lo fanno la malta erosa dei giunti, le fessure, i vuoti, e il deposito che si accumula sui piani: polvere, foglie secche, terriccio, guano. Con il tempo quel deposito diventa humus. Per questo Cecchi e Gasparoli consigliano di toglierlo ciclicamente, dal muro e intorno, con i soffiatori d’aria: si contiene la formazione di humus, e i semi trovano meno posti dove germinare.
L’acqua, per abbastanza tempo. Un seme germina anche dopo una sola pioggia; per diventare pianta deve trovare acqua anche nei giorni dopo. La trova dove la pioggia resta sul piano, dove un canale trabocca, dove un pluviale perde. La trova al piede, se la risalita lo tiene bagnato, e sulle pareti in ombra, che asciugano lentamente. La trova anche dove, nelle notti serene, la superficie si raffredda tanto da coprirsi di condensa, come i coppi e le pareti esposte a nord. Qui le piante si separano. Il muschio non ha vasi che portino l’acqua da una radice: la prende dalla superficie e lavora solo finché è bagnato, poi si ferma e aspetta la pioggia successiva. Zotz e colleghi, nel 2000, ricordano che per i botanici cresce in proporzione al tempo che passa bagnato. Per questo un muschio vivo dice che la superficie torna bagnata spesso; un tappeto spesso e continuo dice che ci resta a lungo. Le piante con le radici possono invece andare a cercare l’acqua dentro il giunto o la fessura, e più la pianta è grande, più acqua le serve e più a fondo la cerca.
Il tempo. Una piantina nata in primavera si toglie con due dita. Un fico lasciato crescere per anni ha le radici dentro il muro, e toglierlo richiede un intervento con metodo.

Dove cresce: la mappa dell’acqua
La vegetazione spontanea segue l’acqua e il deposito. Le schede di ispezione pubblicate nel volume di Cecchi e Gasparoli, compilate fra il dicembre 2009 e il gennaio 2010 su cinque monumenti di Roma, lo mostrano meglio di qualunque schema. Ne bastano tre. Sui piloni dell’Acquedotto Claudio, in blocchi di peperino, la vegetazione del prospetto nord-est cresce all’altezza dei tre aggetti della muratura. Sulla sommità dei piloni e dentro il condotto superiore crescono erbe, arbusti, piante grasse e anche due alberi d’alto fusto. Alle Mura Aureliane, vicino a Porta Pinciana, le piante stanno nella parte bassa e sulle riseghe della muratura. Nell’Oratorio dei Quaranta Martiri, al Foro Romano, il muschio sta nel pavimento dove mancano le tessere del mosaico e l’acqua ristagna. Per i muschi dell’abside, vicino al pavimento, gli autori aggiungono che indicano un microclima non adatto alla conservazione dei dipinti murali.
Su un edificio comune i punti sono gli stessi, e ognuno rimanda a un’acqua precisa: è lo stesso modo di leggere dell’articolo su l’acqua che ha un’impronta. La Figura 1 li mette insieme su una casa e sul suo muro di cinta. Sulla chiesa dell’apertura, ripresa da più lontano nella Fotografia 3, se ne vedono almeno due: i piani delle cornici e il tubo rotto.

La testa del muro. Un muro senza copertina, o con la copertina sconnessa, prende la pioggia dall’alto e la trattiene nel nucleo. È il caso dei muri di cinta, dei parapetti, dei ruderi. Sui ruderi di Roma Cecchi e Gasparoli mettono fra le protezioni da controllare le copertine sommitali e la stilatura dei giunti. Sono loro a difendere il muro antico dalle piante, dal gelo, dalle efflorescenze e dalle infiltrazioni. Sulle sommità dell’Acquedotto Claudio, segnalano le schede, la vegetazione anche d’alto fusto sposta le copertine e disgrega i giunti di malta, con infiltrazioni consistenti.
I piani orizzontali. Cornici, marcapiani, davanzali, riseghe: ogni faccia che guarda il cielo raccoglie pioggia, polvere, foglie e semi. Se la faccia è in piano, o pende verso il muro, l’acqua ci resta. Sotto il piano, sulla faccia verticale, compare spesso una macchia scura, e alle estremità del davanzale, dove l’acqua scende nei giunti, le piantine.
La gronda e i pluviali. Un canale pieno di foglie e di terriccio diventa una fioriera, e la fioriera trabocca. Anche un filtro sulla bocca di scarico dimezza la portata che la bocca smaltisce. Una bocca coperta da un cespo d’erba e da un tappeto di foglie, con ogni probabilità, smaltisce ancora meno. Il conto con i numeri della norma sta nella parte sui tetti e nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda. Un pluviale con un giunto sfilato bagna sempre la stessa linea di muro, e sotto la perdita il verde disegna una striscia verticale. La parete di mattoni della Fotografia 2 ha lo stesso disegno, anche se lì il tubo non si vede: l’acqua che scende lungo quella linea va cercata più in alto, anche in un tubo dentro il muro.
I giunti erosi e le fessure. Dove la malta si è consumata il giunto trattiene acqua e terriccio, e le radici trovano la strada. Una fessura porta l’acqua dentro il muro, e la radice la segue.
Il piede del muro. In basso arrivano soprattutto due acque: quella che risale dal terreno e quella della pioggia che rimbalza dal marciapiede o dalla terra, descritta nell’articolo sull’umidità di rimbalzo. La fascia verde al piede è il loro segno. Anche la vegetazione del terreno, addossata al muro, trattiene l’acqua: intorno alle arcate dell’Acquedotto Claudio le schede segnalano possibili ristagni al piede della muratura.
Le pareti in ombra. Una parete esposta a nord asciuga più lentamente di una esposta a sud. A parità di pioggia resta bagnata più a lungo, e ospita muschi e felci. La parete al sole ospita, semmai, le piante dei luoghi secchi, come il cappero e la parietaria.
La tabella mette in fila le posizioni con la loro acqua. Per ogni pianta si cerca la sua riga, e si controlla la cosa scritta nell’ultima colonna prima di togliere qualunque cosa.
| Dove cresce | L’acqua più probabile | Che cosa si controlla |
|---|---|---|
| testa del muro, parapetto, rudere | pioggia dall’alto, trattenuta nel nucleo | copertina, giunti della sommità, pendenza verso fuori |
| cornice, marcapiano, risega | pioggia ferma sul piano, polvere e foglie | pendenza del piano, gocciolatoio, giunti del piano |
| estremità del davanzale | acqua del davanzale che entra nei giunti | pendenza, gocciolatoio, sigillatura ai lati |
| canale di gronda, bocca | acqua ferma su foglie e terriccio, trabocco | pulizia, pendenza del canale, bocca, parafoglie |
| striscia verticale sotto un pluviale | perdita da un giunto o da un foro | giunti del pluviale, collari, tratto dentro il muro |
| giunti erosi, lacune d’intonaco | acqua trattenuta dalla malta degradata | stato della malta, provenienza dell’acqua sopra |
| fessura | acqua che entra lungo la fessura | ampiezza, andamento, se è ancora attiva |
| piede del muro | risalita, rimbalzo, terreno addossato | quota del terreno, marciapiede, drenaggio, misure |
| parete a nord o in ombra | asciugatura lenta dopo ogni pioggia | esposizione, pioggia battente, ventilazione |
Che cosa dice la specie
La posizione dice da dove viene l’acqua. La specie aggiunge due informazioni: se è una pianta dei luoghi secchi o di quelli umidi, e quanto danno può fare.
Dove si trova di solito. I botanici descrivono l’ecologia di ogni specie con gli indici di Ellenberg, numeri che dicono in quali condizioni la pianta si trova di solito: quanta luce, quanta acqua, quanti nutrienti. Per la flora d’Italia li ha pubblicati Sandro Pignatti nel 2005, sulla rivista Braun-Blanquetia. L’indice dell’umidità, che nella versione italiana si chiama U, va da 1, per le piante dei luoghi più aridi, a 12, per le piante sommerse; le palustri stanno a 9, e nessuna pianta della tabella va oltre. Pignatti avverte che questi numeri non misurano il bisogno d’acqua della pianta: dicono dove la specie si trova di solito, in una scala ordinata. Se due posti simili ospitano due specie diverse, quello con la specie dal valore più basso è probabilmente il più asciutto.
Letti su un muro, questi numeri correggono un’idea troppo semplice. Le piante più tipiche dei muri, come la parietaria, il cappero, il ciombolino, la bocca di leone e le borracine, hanno valori fra 1 e 3, che per Pignatti segnano gli «indicatori di aridità». Si trovano più spesso nei luoghi secchi e mancano dai suoli umidi. Sul muro dicono che c’è un giunto aperto e un po’ di deposito, più che un muro bagnato. Anche fra le felci ci sono le due cose. La cedracca e la ruta di muro stanno a 2 e a 3, fra le piante dei luoghi secchi. L’asplenio tricomane, una piccola felce che cresce spesso sui muri, ha 5, come l’edera e l’ailanto: è il valore delle piante dei suoli ben provvisti d’acqua, che mancano dove il suolo secca. Sul muro dice un giunto che non asciuga del tutto, un segno più debole di quello del capelvenere, che ha 9, il valore delle piante palustri, e vuol dire acqua quasi continua. I muschi non stanno in quella tabella, che riguarda solo le piante vascolari, quelle con i vasi che portano l’acqua. Per Historic England, però, un muschio insediato segnala un’umidità alta e la mantiene. Un ciuffo di parietaria sul cornicione dice deposito e giunto aperto; una striscia di muschio e di felci dice acqua che torna e resta.
Quanto danno può fare. Nel 1996 Maria Adele Signorini ha pubblicato, sull’Informatore Botanico Italiano, un indice di pericolosità per le piante che crescono nelle aree monumentali, su una scala da 0 a 10. L’indice somma tre caratteri della specie: la forma di crescita, l’invasività e il vigore, compresa la capacità di fare polloni, e l’apparato radicale. Un’erba annuale con le radici sottili sta in fondo alla scala; un albero con le radici legnose, che ributta dalle radici, sta in cima. Da allora i botanici che studiano la flora dei monumenti italiani lo usano per ordinare le piante da togliere.
Il punteggio è la somma di tre cifre. La forma di crescita vale da 0 per un’erba annuale a 6 per un albero; l’invasività e il vigore, da 0 a 2; le radici, da 0 a 2. Il riassunto dell’articolo del 1996 chiama poco pericolose le piante da 0 a 3, mediamente pericolose quelle da 4 a 5, per cui l’intervento si valuta caso per caso, e molto pericolose quelle da 7 a 10; gli studi che applicano l’indice mettono in mezzo quelle da 4 a 6. Nello schema, ricostruito per intero da Fabbri, Catalano e Ugolini in uno studio del 2025, i muschi e i licheni valgono 2.
La tabella mette insieme i due numeri per le piante che si trovano più spesso sui muri. L’indice di pericolosità viene da tre studi recenti sulla flora dei monumenti: Mascaro e colleghi in Calabria nel 2022; Cozzolino, Bonanomi e Motti a Pompei, Ercolano, Paestum e Velia nel 2025; Cozzolino, Motti e Vitasović-Kosić su quaranta monumenti in pietra della Croazia, nello stesso anno. Dove gli studi danno valori diversi, la tabella riporta l’intervallo. L’invasività e il vigore si giudicano sul posto, e per le piante a metà fra erba e arbusto anche la forma: autori diversi danno alla stessa specie fino a tre punti di differenza. L’umidità è l’indice U di Pignatti; X vuol dire che la specie è indifferente.
| Pianta | Che pianta è | Indice di pericolosità, da 0 a 10 | Umidità U, da 1 a 12 |
|---|---|---|---|
| fico (Ficus carica) | albero | 10 | X |
| ailanto (Ailanthus altissima) | albero | 10 | 5 |
| bagolaro (Celtis australis) | albero | 10 | 3 |
| olmo campestre (Ulmus minor) | albero | 10 | X |
| robinia (Robinia pseudoacacia) | albero | 9 | 4 |
| rovo comune (Rubus ulmifolius) | arbusto | 8-10 | 4 |
| cappero (Capparis spinosa) | arbusto | 8 | 2 |
| sambuco nero (Sambucus nigra) | arbusto | 7 | 5 |
| edera (Hedera helix) | rampicante legnoso | 7 | 5 |
| vite del Canada (Parthenocissus quinquefolia) | rampicante legnoso | 7 | 5 |
| vitalba (Clematis vitalba) | rampicante legnoso | 7 | 5 |
| enula cepittoni (Dittrichia viscosa) | erba perenne | 5-8 | 3 |
| bocca di leone (Antirrhinum majus) | pianta legnosa bassa | 6 | 2 |
| parietaria (Parietaria judaica) | erba perenne | 5 | 3 |
| ombelico di Venere (Umbilicus rupestris) | erba perenne | 5 | 3 |
| ciombolino (Cymbalaria muralis) | erba | 4 | 2 |
| borracina bianca (Sedum album) | pianta grassa | 4 | 2 |
| grespino comune (Sonchus oleraceus) | erba annuale | 2-4 | 4 |
| celidonia (Chelidonium majus) | erba perenne | 2 | 5 |
| asplenio tricomane (Asplenium trichomanes) | felce | 3 | 5 |
| ruta di muro (Asplenium ruta-muraria) | felce | 1 | 3 |
| cedracca (Asplenium ceterach) | felce | 1 | 2 |
| capelvenere (Adiantum capillus-veneris) | felce | 3 | 9 |
| muschi e licheni | 2, nello schema | non in tabella |
Per l’ombelico di Venere gli studi campano e croato danno 3 a una specie vicina, l’ombelico orizzontale, e la tabella riporta solo il valore calabrese; per la bocca di leone e il cappero lo studio campano rileva specie affini, con lo stesso valore.
Letta così, la tabella dice una cosa che le fotografie non dicono: i due numeri non vanno insieme. Le piante più pericolose sono alberi e arbusti, e stanno quasi tutte a 5 o sotto; il bagolaro, con 3, è una pianta dei luoghi secchi. La pianta che dice più acqua, il capelvenere, ha invece un indice di pericolosità basso, come le altre felci. Sul muro bagnato la felce fa poco danno, ma indica l’acqua che il danno lo fa. Anche un muro che asciuga in fretta può ospitare un albero, se il seme trova un giunto aperto nei giorni di pioggia. Poi le radici vanno a cercare l’acqua più in fondo.
Nel 2023 Giulia Caneva, Zohreh Hosseini e Flavia Bartoli hanno proposto di andare oltre, con un indice che mette insieme la pericolosità della pianta, il clima del sito e la vulnerabilità del punto in cui cresce: il tipo di pietra, il microsito, lo stato di conservazione. Fessure, cavità e giunti, scrivono, sono i micrositi in cui le piante attecchiscono, perché trattengono polvere e sostanza organica. La tavola interattiva di questo articolo segue la stessa logica, in una forma molto più semplice: la pianta, il punto, lo stato del muro.

Come fa danno
Le piante rovinano un muro in quattro modi, e non tutte li usano tutti.
Con la spinta delle radici. La radice cresce in punta e si ingrossa, e crescendo spinge. Il manuale di biologia per la conservazione di Giulia Caneva, Maria Pia Nugari e Ornella Salvadori, pubblicato dall’ICCROM nel 1991, riporta per la spinta delle punte delle radici fino a 15 atmosfere, circa 1,5 megapascal, un valore che riprende da uno studio di Winkler. Le misure dirette danno valori più bassi. Nel 1986 Misra, Dexter e Alston hanno bloccato la punta della radice di piantine di pisello, cotone e girasole, e hanno misurato la spinta massima in asse: 0,50, 0,29 e 0,24 megapascal. Radici di pisello chiuse in cilindri di creta, un calcare tenero, ne hanno rotti una parte, a trazione. Clark e colleghi, nel 2003, stimano per il pisello con la radice del tutto bloccata 0,5-0,6 megapascal. Per Bengough e colleghi, nel 2011, la pressione con cui una radice cresce arriva di solito fino a circa 1 megapascal: la limita il turgore delle cellule, e cala quando l’acqua manca. Le radici di alberi giovani, di tre o quattro mesi, spingono fra 0,15 e 0,25 megapascal (Azam e colleghi, 2013). Per le radici legnose adulte c’è una stima indiretta: sotto una pavimentazione, le radici di due platani cresciute per dieci anni fra due strati di polistirene li hanno schiacciati come, in laboratorio, un carico di 0,35-0,40 megapascal (Grabosky e colleghi, 2011).
Dall’altra parte c’è il muro. Per le murature esistenti con malta di calce di modeste caratteristiche, la Circolare n. 7 del 2019, che accompagna le Norme tecniche per le costruzioni, dà la resistenza media a taglio nella tabella C8.5.I. È di 0,018-0,032 newton per millimetro quadrato per il pietrame disordinato e di 0,028-0,042 per la pietra tenera irregolare come il tufo; per i mattoni pieni con malta di calce è di 0,05-0,13. Un newton per millimetro quadrato è un megapascal. Una malta di calce aerea preparata in laboratorio per imitare quella di un muro antico degradato, dopo 28 giorni, ha resistito a flessione con 0,08 megapascal (Brando e colleghi, 2022).
Messi uno accanto all’altro, i numeri rendono il danno plausibile. La spinta misurata di una radice va da poco più della resistenza a taglio di un muro di mattoni pieni a più di cinquanta volte quella di un muro di pietrame disordinato, e da quasi due a dodici volte la resistenza a flessione della malta debole. Il confronto è mio e vale per ordini di grandezza. La forza vera dipende dalla superficie su cui la radice spinge e dalla forma del giunto, e i valori della Circolare sono parametri medi del muro, pensati per le verifiche sismiche. Le misure disponibili, poi, riguardano piantine e platani, non un fico dentro un muro. La radice non sceglie la strada più dura. Segue le zone che resistono meno, come l’intonaco o la malta fra i mattoni e le pietre. Nelle parti più compatte può entrare dove il gelo o la pioggia le hanno indebolite. Per questo il danno delle radici si vede prima nei giunti.
Con la chimica. Le radici respirano e producono anidride carbonica, che con l’acqua diventa acido carbonico. Le loro punte sono acide. Le sostanze che rilasciano contengono acidi organici, come l’ossalico e il citrico, capaci di legare i metalli e di sciogliere a poco a poco carbonati e silicati. Per alcune piante ruderali, quelle dei luoghi disturbati dall’uomo come macerie, ruderi e muri, il manuale riporta un pH delle punte delle radici di 5-6. L’edera, in più, può macchiare le pietre chiare con le sostanze organiche che rilascia nei pori.
Con l’acqua e con l’ombra. Una copertura di piante cambia il microclima del muro: più umidità relativa e più ristagno d’acqua, meno sole, meno vento, meno inquinanti. Gli autori del manuale ICCROM scrivono che questi effetti possono essere negativi, perché favoriscono alghe e muschi. Possono essere anche positivi, perché riducono l’erosione del vento, gli scambi d’acqua e quindi il movimento dei sali. È la stessa doppia faccia che le misure inglesi hanno trovato sotto l’edera.
Con il peso e con gli alberi vicini. Un albero sul muro pesa, e con il vento si muove. Gli alberi vicini al muro allungano le radici per molti metri, in profondità e di lato. Il manuale ICCROM mostra le radici degli alberi del giardino del colle Oppio che scendono sopra la Domus Aurea, e quelle di un leccio che si infilano fra muro e intonaco nella Domus Tiberiana, al Palatino. Sui terreni argillosi, poi, le radici di un albero tolgono acqua al terreno e possono farlo ritirare sotto le fondazioni: è un altro capitolo, trattato nell’articolo sul terreno prima del muro.
Restano due danni indiretti. Le piante nascondono le fessure e impediscono di ispezionare il muro. E le foglie che cadono intasano canali, bocche e pluviali: Cecchi e Gasparoli le contano fra i fattori di rischio intorno a un monumento, insieme alle radici degli alberi d’alto fusto.

Gli alberi nei muri: il fico, l’ailanto e gli altri
Fra le piante che crescono sui muri le più pericolose sono gli alberi. Un albero nato in un giunto cresce per anni, e con lui crescono il peso, la presa del vento e le radici, che si ingrossano dentro il muro. Sulla testa dell’Acquedotto Claudio le schede pubblicate da Cecchi e Gasparoli segnalano due alberi d’alto fusto nel condotto superiore, con le copertine spostate e i giunti disgregati.
A Roma questa storia si misura da settant’anni. Laura Celesti-Grapow e Carlo Ricotta, botanici della Sapienza, hanno ripreso la flora legnosa dei muri di 26 siti antichi della città. Il botanico Anzalone l’aveva censita la prima volta fra il 1946 e il 1950, e i censimenti successivi sono del 1988-1990, del 1994-1995, del 2004-2005 e del 2016-2019. In tutto, sui muri di quei siti, hanno contato 119 specie legnose, 35 delle quali non native. Nel 2019 le specie legnose erano 84, e il 41,7 per cento non era nativo. Nella media dei siti, in settant’anni la quota degli alberi fra le specie legnose è passata da circa il 6 al 32 per cento, e l’altezza massima che le specie presenti possono raggiungere, presa dalla Flora d’Italia, da 5,3 a 8,5 metri. L’indice di pericolosità, su una scala da 0 a 10, è salito da 4,4 a 5,3. L’ailanto stava in 5 siti nel 1950, in 11 nel 1990 e ne occupava 22 nel 2019. Gli autori ricordano che dal 2019 è nell’elenco europeo delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale.
Gli alberi che si sono diffusi di più, scrivono, sono ornamentali di viali e giardini con semi portati dal vento o dagli uccelli: l’acero americano, l’ailanto, il ligustro lucido, il platano, la robinia. Proprio per questo arrivano in alto sui monumenti, dove toglierli è più difficile e costa di più. Fra i rampicanti esotici quello che si è diffuso più in fretta è la vite del Canada, piantata nei giardini privati.
Con gli alberi il taglio da solo non basta. Il manuale ICCROM lo scrive in due punti: tagliare una pianta non ne ferma l’attività vegetativa, e strappare una pianta con le radici sviluppate danneggia il supporto. Per alberi e arbusti indica un’altra strada: si taglia la pianta, e la ceppaia si fora e si tratta. La fotografia che accompagna quel passo è la ceppaia forata di un fico. Nei tre studi della tabella sulla specie il fico ha sempre l’indice di pericolosità più alto, 10.
L’ailanto mostra meglio di ogni altro albero perché il taglio non basta. In una rassegna del 2024 sul suo controllo, Soler e Izquierdo scrivono che tagliare o spezzare le radici fa ributtare la pianta, e che i tagli ripetuti moltiplicano i polloni. Negli studi che riassumono, il solo taglio ha ucciso il 21,3 per cento delle piante, contro un controllo quasi totale con gli erbicidi; in un altro caso il 52 per cento, contro circa il 90 per cento con il prodotto sulla ceppaia. Gli erbicidi sistemici, aggiungono, rendono di più alla fine della stagione vegetativa, quando la linfa scende verso le radici. La procedura romana, per l’irrorazione delle foglie, chiede invece il pieno sviluppo vegetativo: le due indicazioni vengono da contesti diversi, e il momento giusto per il prodotto scelto lo dice la sua etichetta. Sono dati di popolazioni in ambienti naturali, non di piante nate nei muri, e in città le regole sui prodotti limitano quello che si può fare. La logica però è quella della procedura per le murature antiche: la pianta si taglia al colletto, e il prodotto si inietta nel tronco.
L’edera: quando ripara il muro e quando lo apre
L’edera divide più di ogni altra pianta: per qualcuno regge il muro, per altri lo mangia. In Inghilterra, dove l’edera cresce molto spesso sui muri storici e sui ruderi, English Heritage, che dal 2015 per la parte pubblica si chiama Historic England, ha chiesto all’Università di Oxford di misurarla. La ricerca è durata dal 2006 al 2015, in due fasi, con muri di prova, rilievi sul campo e prove di laboratorio. Il rapporto finale, Ivy on Walls, è del 2017 ed è stato rivisto da tre revisori indipendenti.
La prima cosa che dice riguarda l’attacco. I fusti giovani salgono con le radichette aeree, che aderiscono in modo molto forte, per via fisica e chimica, ma restano in superficie. Non entrano nel materiale e non ne prendono né acqua né nutrienti. L’edera non buca un muro sano: fa danno dove trova un difetto già aperto, un foro, una fessura, un giunto eroso. Anche lì, scrivono gli autori, di solito i fusti passano sopra il difetto per continuare a salire. Il danno serio viene quando ci entrano, e soprattutto quando al buio e all’umido trovano materiale degradato e mettono radici vere dentro il muro.
La seconda riguarda il clima della superficie. Sotto il fogliame la temperatura e l’umidità relativa oscillano meno. Su muri di prova in calcare a Wytham, vicino a Oxford, Coombes, Viles e Zhang hanno seguito due inverni, fra il 2012 e il 2014. Sotto l’edera le gelate sulla pietra sono state in media il 26 per cento meno frequenti, una differenza al limite della significatività statistica, il 34 per cento più brevi e il 32 per cento meno intense. L’effetto cambiava con l’esposizione: sulla faccia nord la frequenza è calata appena del 6 per cento. In laboratorio, con i due regimi di temperatura riprodotti, la pietra «coperta» ha perso meno massa e si è indebolita meno in superficie. Gli autori stimano, con prudenza, che l’edera possa risparmiare al calcare circa 30 grammi per metro quadrato all’anno di disgregazione da gelo, secondo il clima del posto. È lo stesso gelo dell’articolo su quanta acqua serve al gelo per rompere un muro.
La terza riguarda l’acqua, ed è la più sfumata. Il fogliame fitto ripara il muro dalla pioggia. Dove il muro è già bagnato dal basso, però, sotto le foglie l’aria resta più umida e d’estate più fresca, e l’evaporazione può rallentare. Sui muri di prova l’umidità vicino alla superficie è risultata sempre un po’ più alta sotto l’edera, ma di poco, dentro le variazioni normali delle stagioni; più in profondità l’edera non sembra cambiare niente. Le foglie, infine, trattengono le polveri sottili, e con loro una parte degli inquinanti che anneriscono e aggrediscono la pietra.
Queste misure vengono dall’Inghilterra, e valgono per il suo clima. Caneva, Hosseini e Bartoli, nello studio del 2023, osservano che la pericolosità dell’edera è giudicata in modo diverso nell’Italia centro-meridionale, dal clima mediterraneo, e nell’Inghilterra temperata, fredda e umida, e osservano che il bioclima può spiegare la differenza. Nei due studi della tabella sulla specie che la considerano, uno italiano e uno croato, l’edera ha indice 7, fra le piante molto pericolose. Il ragionamento di Historic England serve anche da noi, perché separa il muro sano da quello con i giunti aperti; il vantaggio sul gelo, però, conta solo dove il gelo è frequente.
Da qui il rapporto ricava una regola: l’edera non si toglie solo perché c’è, o perché sembra disordinata. Si toglie tutta quando è radicata nel muro, quando i fusti crescono nel nucleo, nelle fessure o nei giunti erosi, quando avvolgono pietre sporgenti e copertine. Negli altri casi si può togliere in parte, tenere potata lontano da tetti, canali, pluviali e finestre, oppure lasciare. Una copertura fitta, aggiungono gli autori, impedisce anche ad alberi e arbusti più pericolosi di attecchire.
Il modo di toglierla conta quanto la decisione. Dove l’edera non è radicata nel muro, si comincia dall’alto e dai bordi, non dal piede: se il lavoro si ferma a metà, i fusti tagliati alla base e rimasti sul muro possono radicarci dentro. Dove è già radicata si può cominciare da qualunque punto, e di solito conviene partire dai bordi e lavorare verso il fusto principale. Il taglio al piede, una pratica comune per far seccare l’edera, può spingere la pianta a radicare nelle cavità, e dove l’edera è già entrata nel muro il rapporto non lo consiglia più. Farla seccare prima con un diserbante non aiuta: nelle prove del National Trust, riportate nel rapporto, l’edera uccisa così si staccava peggio di quella viva. Si stacca a piccoli tratti, senza tirare. Se il muro è debole, fusti e radichette si sollevano con cura dalla sua faccia: l’adesione delle radichette può essere più forte della coesione della muratura. Un tratto tirato via di colpo si porta dietro pietre e malta. Le radici vere si sfilano dai giunti. I tagli si trattano subito contro la ricrescita, perché nel punto in cui la radice diventa fusto ci sono gemme dormienti: se si usa un prodotto, vale la sua etichetta; senza prodotto, si ripassa e si tolgono i ricacci finché la pianta smette di ributtare. Dove si sono tagliati radici o fusti più grossi di 10 millimetri, può servire tornare a consolidare e a stilare i giunti quando la pianta è morta. Prima di cominciare si guarda se fra i fusti ci sono nidi in uso. Il rapporto chiede di lavorare fuori dal periodo dei nidi, che in Inghilterra va da marzo ad agosto, o di fermarsi se se ne trovano. La direttiva europea sugli uccelli selvatici, all’articolo 5, chiede agli Stati di vietare di distruggere o danneggiare deliberatamente i nidi.

La testa del muro: quando l’erba la protegge
Sulla testa di un rudere l’acqua entra dall’alto, e le piante con lei. In Gran Bretagna i ruderi curati dallo Stato sono stati chiusi per decenni con cappelli rigidi di pietre e malta: era la soluzione preferita da English Heritage e, prima, dal Ministry of Works, erede dell’Office of Works. Poi è nata la domanda contraria. E se la testa del muro la proteggesse meglio uno strato di terra e d’erba, come quello che si forma da solo sui ruderi abbandonati? Historic England l’ha messa alla prova con l’Università di Oxford, in laboratorio e in dieci siti, per lo più abbazie e priorati, compresi i muri di prova di Wytham. Il grosso delle prove è durato quattro anni, e i cappelli sperimentali sono stati controllati per più di dieci. Il rapporto, di Chris Wood, Alan Cathersides e Heather Viles, è del 2018.
Sul caldo e sul gelo la risposta è netta. In cella climatica, con l’aria che oscillava fra 30 e -1,5 gradi, sotto dieci centimetri di terra e zolle le temperature minime della pietra restavano circa 6 gradi sopra quelle sotto un cappello rigido da cinque centimetri, e 8-10 gradi sopra quelle della pietra nuda. Le massime restavano 5 gradi sotto quelle del cappello rigido e 7 sotto quelle della pietra nuda. Sul muro sperimentale dell’abbazia di Byland, nel giugno del 2005, l’escursione di un giorno sotto l’erba era di 3-5 gradi, sotto la malta da circa 5 a 20. La pietra di Byland si dilata circa tre volte più dei calcari di Hailes e di Kirkham. Per un suo concio lungo un metro, il cappello d’erba riduce l’allungamento e l’accorciamento di ogni giorno da 0,1-0,4 a 0,06-0,1 millimetri. L’inverno dopo, sotto i cappelli rigidi la pietra è scesa fino a -3,6 gradi, a marzo; sotto quelli d’erba non è andata oltre -0,1/-0,3 gradi, e per tempi più brevi.
Sull’acqua dentro il muro la risposta è meno netta. In laboratorio, secondo le tabelle del rapporto, la pietra sotto il cappello d’erba perdeva l’acqua più lentamente di quella scoperta, anche se nella discussione gli autori scrivono il contrario: il cappello smorza la bagnatura e anche l’asciugatura della testa del muro. In un sito l’umidità era più bassa e più stabile, in un altro i risultati erano vari, in un terzo non c’era differenza. Su un punto però i siti sono d’accordo: il cappello d’erba assorbe più pioggia di quello rigido e riduce l’acqua che scende lungo la faccia. Sui muri di prova di Wytham, nel luglio del 2013, con 30 prove da un litro d’acqua spruzzato ciascuna, lungo la faccia dei due muri col cappello d’erba è scesa quasi il 90 per cento d’acqua in meno che lungo quello col cappello rigido. Al priorato di Kirkham, dopo la posa, le striature nere lasciate dai biofilm sul paramento hanno smesso di rinnovarsi; gli autori chiedono altre prove per confermarlo. I timori, invece, non si sono avverati: l’acqua sotto l’erba non è risultata acida, e l’erba e il sedum non fanno radici legnose. Le piante legnose che attecchiscono nel cappello si tolgono.
Tutti gli spessori provati, 5, 10 e 15 centimetri, hanno funzionato come coperta termica. Per fermare la pioggia, nelle prove pilota, bastavano di solito 10 centimetri di terra, e per la posa il rapporto ne indica 10-15. I bordi resistono meglio all’erosione con piantine di sedum, come quelle nate da sole sui cappelli più vecchi di Kirkham.
Da questa ricerca non discende che l’erba vada lasciata sulla testa di un muro di casa. Il soft capping, il cappello d’erba, è una scelta di conservazione per i ruderi, cioè per teste di muro senza tetto, dove non si vuole ricostruire. Su un muro di cinta o su un parapetto in uso serve una copertina, con la pendenza verso fuori e il gocciolatoio. La ricerca serve però a tutti per un’altra ragione: mostra, con le misure, che a decidere se il verde protegge o danneggia sono la pianta e il punto in cui cresce.

I tetti
Sul tetto le piante crescono negli stessi posti del muro, cioè dove l’acqua si ferma e il deposito si accumula. Lì però il danno arriva prima, perché il tetto è la prima difesa di tutto l’edificio.
Il manto a falde. Sulle falde esposte a nord e con poca pendenza, il manto di coppi o di tegole asciuga lentamente dopo ogni pioggia e si copre di muschio. Il muschio trattiene l’acqua sulla superficie e nei sormonti fra un elemento e l’altro, e il manto resta bagnato più a lungo. Le guide per gli edifici storici della Scozia e dell’Irlanda del Nord aggiungono due cose. Il muschio, staccandosi, intasa canali e bocche; e l’acqua acida che ne scola corrode i metalli, il piombo più di tutti. Nei compluvi, nelle converse e dietro i comignoli si fermano foglie e terriccio, e lì nascono erbe e piantine. Per i tetti dei monumenti di Roma, Cecchi e Gasparoli chiedono come lavoro ordinario di sostituire gli elementi rotti, perché l’acqua arrivi ai canali di gronda senza infiltrarsi, e di pulire il manto da terriccio, foglie, guano e piante infestanti.
Il canale e la bocca. Il canale di gronda è il punto in cui foglie, semi e terriccio si fermano di sicuro. Un canale che nessuno pulisce diventa una fioriera, e le piante che ci crescono trattengono altro deposito. La portata che una bocca di scarico smaltisce la dà la norma sugli scarichi delle acque meteoriche, la UNI EN 12056-3. Per una bocca da 100 millimetri con 3 centimetri d’acqua sopra sono 2,19 litri al secondo se è libera, e 1,10 se ha un filtro: il filtro, da solo, la dimezza. Una bocca coperta da un tappeto di foglie e da un ciuffo d’erba non ha un valore di norma. Con ogni probabilità smaltisce meno di quella col filtro. L’acqua che il canale non porta via trabocca sulla facciata, come si racconta nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda. Per questo un ciuffo nel canale si legge come una macchia sotto la gronda.
La copertura piana. Su una copertura piana l’acqua ristagna più facilmente: in una conca del manto, al piede del parapetto, intorno a un bocchettone. Il vento porta polvere e semi, e dopo qualche stagione il terriccio al piede dei parapetti ospita erbe e alberelli. Per le coperture a verde, che le radici le hanno per progetto, le regole tecniche tedesche riassunte dall’associazione tedesca dei tetti verdi, il BuGG, chiedono una membrana resistente alle radici o una protezione antiradice in più. La prova europea, la EN 13948, riguarda i teli. La prova delle FLL, l’associazione tedesca che scrive le regole del verde pensile, va oltre. Prova anche la resistenza al rizoma della gramigna, che la norma europea non considera. La stessa associazione dei tetti verdi scrive che raccordi, giunti e attraversamenti devono resistere alle radici quanto il resto del manto. Le indicazioni tedesche per la cura del verde estensivo aggiungono che le plantule legnose non tolte in tempo si insediano stabilmente e aumentano il carico sul tetto: vanno tolte a mano, con tutte le radici. Su una copertura comune, di solito senza una prova antiradice dichiarata, i punti da sorvegliare sono gli stessi: i sormonti fra i teli, i raccordi con i parapetti, i bocchettoni, dove le radici seguono l’acqua dentro il tubo. È un mio ragionamento: le misure delle fonti riguardano le coperture a verde. Del verde progettato sui tetti parla l’articolo sulla macchia sotto il tetto coibentato.
Il piano di manutenzione. Per le coperture continue con le membrane, la UNI 11540 del 2014 è la linea guida per scrivere il piano di manutenzione: manuale d’uso, manuale di manutenzione e programma dei controlli. La pulizia dei canali e dei bocchettoni e la rimozione delle piante vanno scritte lì, con la loro cadenza: la memoria di chi abita la casa non basta. Per la cadenza c’è la lista di controllo di Historic England per la manutenzione degli edifici. Chiede di ispezionare il manto a falde due volte l’anno e dopo tempeste o vento forte, e le coperture piane due volte l’anno. Canali, bocche e pluviali si puliscono almeno ogni autunno, dopo la caduta delle foglie, e meglio più spesso. Per il verde pensile estensivo le indicazioni tedesche chiedono almeno due passaggi di cura l’anno contro la vegetazione indesiderata, e ne consigliano tre o quattro.
La sicurezza sul tetto. Tetto e canali di gronda sono lavori in quota. Oltre due metri dal piano di calpestio Cecchi e Gasparoli indicano un ponteggio, una piattaforma o il lavoro su fune, come per i muri, e una squadra di almeno due persone. Sul manto, poi, non si cammina: coppi e tegole si rompono sotto il peso, e un elemento rotto fa passare l’acqua. Si lavora da un ponteggio o da passerelle che ripartiscono il peso, e mai senza protezioni contro le cadute.

Le scorciatoie che non tengono
«È erba, si strappa.» Una pianta viva e radicata, tirata via dal muro, si porta dietro quello a cui è attaccata. Per questo la procedura per le murature antiche la fa seccare sul posto e la toglie solo quando è secca del tutto, non prima di tre o quattro settimane. Per l’edera Historic England scrive che l’adesione delle radichette può essere più forte della coesione della muratura: l’edera si stacca viva, a piccoli tratti.
«Si dà il diserbante e il problema è risolto.» Se il muro resta bagnato, le piante tornano. Per questo la procedura di Cecchi e Gasparoli, prima di dare il diserbante, fa verificare che il muro non sia bagnato: altrimenti le piante ricrescono in fretta. E il prodotto non si sceglie a caso: i diserbanti sono prodotti fitosanitari, con un’etichetta che dice dove e come si possono usare. Nelle aree monumentali, archeologiche e storico-artistiche delle città, poi, dal 2014 il Piano d’azione nazionale vieta i trattamenti diserbanti, salvo deroga.
«L’edera si taglia al piede e si lascia seccare.» È una pratica comune. Dove l’edera è già entrata nel muro, il rapporto di Historic England del 2017 non la consiglia più, perché il taglio al piede può spingere la pianta a radicare nelle cavità. E farla seccare con un diserbante non aiuta: nelle prove del National Trust l’edera uccisa si staccava peggio di quella viva. Si comincia dall’alto e dai bordi; dove è già radicata, dai bordi verso il fusto.
«L’edera distrugge il muro», oppure «l’edera lo tiene su». Le misure dicono altro. Su un muro sano l’edera sta sopra, smorza gli sbalzi di temperatura e le gelate, trattiene le polveri. Dove trova fessure e giunti erosi entra, radica e li apre. Il rapporto prevede anche di lasciarla dove la struttura è così fragile che toglierla la metterebbe in pericolo. Vale però solo se l’edera le cresce sopra e non è radicata nel muro. Se è radicata, si toglie: a piccoli tratti, e i giunti si consolidano dopo.
«Tagliato il fico, finito.» La procedura per le piante legnose non si ferma al taglio: prevede l’iniezione del prodotto nel tronco tagliato al colletto, e la stuccatura dei vuoti quando la pianta è secca. Dove il Piano d’azione nazionale vieta il diserbo, la strada si decide con il tecnico. Anche per l’edera Historic England chiede di trattare subito i tagli, perché nel punto in cui la radice diventa fusto ci sono gemme dormienti che ributtano.
«Il muschio sul tetto è solo brutto.» Il muschio vive dove l’acqua resta, e la trattiene: sul manto a falde tiene bagnati coppi e sormonti più a lungo, e nel canale si somma a foglie e terriccio. Per i tetti dei monumenti di Roma, pulire il manto rientra nella manutenzione ordinaria, insieme alla sostituzione degli elementi rotti.
«Il muschio si toglie con l’idropulitrice.» Le guide degli enti di tutela lo sconsigliano. Historic England scrive che una pulitura troppo energica, per esempio con getti ad alta pressione, irruvidisce la superficie e può danneggiarla gravemente. Il Servizio dei parchi nazionali degli Stati Uniti, per togliere lo sporco dalle murature storiche, parte da pressioni molto basse. Sono 100 psi o meno, circa 7 bar, anche con il tubo da giardino, e in genere non oltre 300-400 psi, cioè 21-28 bar, per lavare una muratura sana. Per il muschio sui tetti vuole il tubo da giardino. Historic Environment Scotland vuole raschietti di legno e setole naturali, mai spazzole metalliche, e sconsiglia la candeggina e i prodotti che lasciano sali; una superficie resa più ruvida, aggiunge, si ricolonizza prima. Jang e Viles, in uno studio del 2022 sul calcare, hanno misurato l’acqua assorbita dalla pietra: la più alta stava nelle zone ripulite a mano dal muschio. Gli autori concludono che togliere un muschio insediato può fare più danno che bene. Nei climi più secchi toglierlo può non servire; nei climi più umidi, e dove la crescita è estesa e invasiva, il consiglio tradizionale di toglierlo può restare valido. Prima si toglie la causa: il canale intasato, il giunto aperto, i rami che fanno ombra sul tetto. Poi si decide se il muschio va tolto, e con mezzi dolci: raschietto di legno o di plastica, spazzola a setole naturali, acqua del tubo da giardino.
«La guaina tiene anche le radici.» Una membrana resiste alle radici se lo dichiara con una prova. Le membrane per il verde pensile si provano con la EN 13948 o con il metodo tedesco FLL, che è più severo perché prova anche il rizoma della gramigna. Su una copertura comune le piante si tolgono prima che mettano radici nei sormonti e nei bocchettoni.
«La voce di capitolato c’è già.» Molte voci di manutenzione che circolano nei capitolati vengono da istruzioni operative scritte anni fa, e con le voci viaggiano i prodotti. Le istruzioni del manuale di Paolo Gasparoli sulla manutenzione delle superfici edilizie, del 1997, elencano fra i biocidi per piante, muschi e licheni anche un prodotto a base di pentaclorofenato di sodio. Il pentaclorofenolo, con i suoi sali e i suoi esteri, è fra le sostanze vietate nell’Unione europea dal regolamento sugli inquinanti organici persistenti, il 2019/1021, senza deroghe specifiche. Una voce copiata tale e quale porta in capitolato una sostanza vietata. Il prodotto si sceglie fra quelli autorizzati oggi per quell’uso, e si prova prima su un’area piccola.
«L’erba sulla testa del muro è sempre un danno.» Sui ruderi le prove di Historic England hanno mostrato il contrario per l’erba e il sedum, che non fanno radici legnose: smorzano caldo e gelo e riducono l’acqua che scende lungo la faccia. Vale per un cappello continuo e abbastanza spesso, senza piante legnose: qualche ciuffo sparso nei giunti non fa da cappello. Il danno lo fanno le piante legnose, e sono quelle che si tolgono.
Il metodo in tre passi
Il metodo segue l’ordine della diagnosi: prima la mappa del verde, poi l’acqua di ogni pianta, poi la scelta di che cosa togliere. Mette in fila le procedure delle fonti di questo articolo.
Primo passo: la mappa del verde. Su un prospetto o su una fotografia raddrizzata si segna ogni pianta, con quattro informazioni: dove sta, che cosa è, quanto è grande, se è viva o secca. Per il dove bastano le righe della tabella della mappa dell’acqua: testa del muro, piano orizzontale, gronda, pluviale, giunto, fessura, piede, parete in ombra. Per il che cosa basta, all’inizio, la famiglia: muschio, felce, erba, arbusto, albero, rampicante. Se si riconosce la specie, la tabella dà i suoi due numeri. Le piante legnose, e soprattutto gli alberi nati nei giunti, si segnano con la misura del fusto al colletto. Nel lessico della UNI 11182 la voce è presenza di vegetazione per le piante, colonizzazione biologica per muschi e licheni, patina biologica per il velo verde.
Secondo passo: l’acqua di ogni pianta. Per ogni segno si cerca da dove arriva l’acqua, e la si verifica. Si guarda il muro sotto una pioggia vera, dagli stessi punti delle fotografie: dove cola l’acqua, dove trabocca il canale, dove gocciola il pluviale, dove resta bagnato il piano della cornice. Si torna a guardare a pioggia finita, lo stesso giorno e il giorno dopo, finché il muro è asciutto, e si segna quale punto asciuga per ultimo. Al piede si misura l’umidità del muro per quote, come in una diagnosi di risalita. Se una pianta dei luoghi umidi, come il capelvenere o un tappeto continuo di muschio, non ha un’acqua che la spieghi, si cerca meglio: un giunto aperto nella copertina, un tubo dentro il muro, una perdita d’impianto. Alle piante dei luoghi secchi, come la parietaria o il cappero, basta spesso un giunto aperto con un po’ di deposito.
Terzo passo: che cosa si toglie, e quando. Per ogni pianta si mettono insieme tre cose: quanto è pericolosa la specie, con l’indice della tabella, dove cresce, in che stato è il muro. Un albero nato in un giunto o in una fessura si toglie senza aspettare, mentre si correggono le acque, con il metodo che segue; una piantina appena nata, di qualunque specie, si sfila a mano finché viene via intera. Un muschio sul piano di una cornice si toglie appena prima di correggere lo scolo. La scossalina, fissata senza scanalare la pietra, o la ripresa in malta di calce vanno infatti proprio su quel piano. Se lo scolo resta com’è, il muschio ritrova la sua acqua. L’edera su un muro sano si può anche lasciare, sotto controllo; dove è entrata nei giunti erosi o nelle fessure, o vi ha radicato, va tolta tutta, con pazienza. Le erbe nei giunti dicono che lì la malta si è consumata e trattiene terriccio: quel giunto va controllato e, dove serve, richiuso.
Che cosa si fa, e che cosa no
Prima si toglie l’acqua. La procedura di Cecchi e Gasparoli, prima del diserbo, fa verificare che il muro non sia bagnato di risalita, di pioggia battente o di stillicidio. Fa verificare anche che le superfici da trattare non siano a contatto diretto con altra vegetazione: l’una e l’altra cosa farebbero ricrescere tutto in fretta. Questo articolo fa un passo in più, e l’acqua che arriva da fuori la corregge prima di toccare le piante. Si sistemano i giunti del pluviale e si dà un gocciolatoio al davanzale. Il canale si pulisce, togliendo con il terriccio anche le piante che ci crescono, e si rimette in pendenza. Quando la correzione va fatta proprio dove cresce la pianta, come la copertina sulla testa del muro o la ripresa del piano di una cornice, l’ordine cambia: prima si toglie la pianta, poi si stuccano i giunti, e alla fine si posa la copertina o si rifà il piano.
La pianta si fa seccare sul posto, quando serve, e si toglie secca. Nella procedura, scritta per le murature antiche, il diserbante è eventuale: la squadra valuta caso per caso se serve. Quando serve, vale per erbe, arbusti e alberi; l’edera si stacca viva. Quando non serve, o non si può usare, restano i metodi che il Piano d’azione nazionale chiama alternativi. La piantina si toglie a mano finché la radice è piccola. Il ciuffo già radicato si taglia al colletto e si ripassa a ogni ricaccio, e il giunto si richiude quando la radice è morta. Le fasi con il prodotto sono queste, con i tempi delle fonti.
1. Prove preliminari. Su un’area piccola si prova il prodotto per verificarne l’efficacia, la concentrazione e le eventuali reazioni con la pietra, la malta o l’intonaco. Si guarda l’effetto dopo un periodo che va da 7 a 30 giorni: la pianta cambia colore, passa al grigio e poi al marrone, e diventa secca e friabile. 2. Irrorazione. Si proteggono le superfici vicine. Si lavora senza vento e senza pioggia prevista nei due giorni successivi. Il prodotto si spruzza a mano sulle foglie, con la dose e il modo d’impiego dell’etichetta, in pieno sviluppo vegetativo, cioè con la pianta in foglia e in crescita. La procedura dice «fino a gocciolamento»: si bagna la pianta, non la pietra, e si protegge quello che sta sotto. 3. Piante legnose. Se la radice è sviluppata dentro il muro e non si può togliere senza danni, la pianta si taglia al colletto e nel tronco tagliato si iniettano, con una siringa, circa 3-10 millilitri di prodotto concentrato. Dose, quantità per quel diametro e modo d’impiego sono comunque quelli ammessi dall’etichetta del prodotto scelto, come chiede l’articolo 55 del regolamento 1107/2009, e si lavora con i dispositivi di protezione indicati dall’etichetta e dalla scheda di sicurezza. Se la radice è molto estesa, la procedura ammette di valutare se lasciarla dentro, quando il prodotto usato è adatto a farla mineralizzare. Morta, la radice si decompone con il tempo e lascia vuoti e sostanza organica: quel punto si segna sulla scheda e si ricontrolla, e i vuoti che si aprono si riempiono e si stuccano. La pianta tagliata e trattata si toglie quando è secca. 4. Estirpazione a mano. Non prima di 20-30 giorni, e solo quando la pianta è secca del tutto, le sue parti fragili e ingiallite si tolgono a mano, con cura. Se una parte resiste, si aspetta: per le piante legnose i tempi sono più lunghi. Si raccolgono tutte e si smaltiscono. 5. Stuccatura. Se la radice ha lasciato vuoti nel muro, si riempiono e si stuccano i giunti. Servono a non far entrare l’acqua e a non offrire un letto ai semi. I vuoti profondi si riempiono prima con una miscela iniettata a bassa pressione, con siringhe o pompe; poi i giunti si stuccano, per strati successivi se serve. Il supporto si bagna, la malta si spinge il più possibile dentro il vuoto, i bordi si puliscono con una spugna. La procedura chiede di lavorare nel rispetto dei materiali originali. Su un muro antico la malta è di calce, compatibile con quella del muro. Una malta di cemento è più rigida, traspira meno e sposta il degrado sulla pietra e sui mattoni. La malta fresca si protegge dal sole, dalla pioggia battente e dal gelo finché non ha fatto presa. La stuccatura non deve coprire la lettura stratigrafica del muro; se l’intervento è esteso, serve un progetto di ristilatura fondato su un’analisi stratigrafica. Dove la radice ha già sollevato un concio o spostato la copertina, stuccare non basta: il concio si smonta e si ricolloca su un letto di malta compatibile, e su un bene tutelato anche questo passa dal progetto e dal soprintendente. 6. La scheda. Si segnano i punti trattati e quelli da ricontrollare, con la cadenza: almeno a ogni ispezione del tetto, che Historic England chiede due volte l’anno, e dopo ogni stagione di crescita per le piante che ributtano.
Per i muschi e le patine Paolo Gasparoli, in un’istruzione operativa gemella, dà tempi più brevi. L’effetto si vede fra una e due settimane, e i cuscinetti si tolgono circa 5-15 giorni dopo il trattamento, quando sono fragili e ingialliti. Gasparoli risciacqua con l’idropulitrice a pressione regolata; le guide più recenti, che qui si seguono, per il muschio chiedono pressioni basse.

Che cosa non si fa. Non si strappa una pianta viva e radicata, e tanto meno un arbusto o un alberello: la radice si porta via la malta e, in testa al muro, anche le pietre. Le piantine appena nate si tolgono a mano; l’edera, che fa eccezione, si stacca viva ma a piccoli tratti, senza tirare. Non si taglia un albero nel giunto senza trattare il ceppo, perché molte specie ributtano. Non si usano getti ad alta pressione né spazzole metalliche su pietra, mattoni e coppi; sul muschio, solo l’acqua del tubo da giardino. Non si spruzza con il vento o con la pioggia in arrivo. Non si lasciano aperti i vuoti delle radici. E non si toglie niente prima di aver capito da dove arriva l’acqua.
La sicurezza. Le istruzioni di Cecchi e Gasparoli prevedono, per motivi di sicurezza, una squadra di almeno due persone, un tecnico e un muratore specializzato negli edifici storici; fra i dispositivi mettono il casco e la cintura di sicurezza. Per trattenere una caduta si usa un’imbracatura anticaduta collegata a un punto di ancoraggio. Per le parti oltre i due metri dal piano di calpestio le istruzioni indicano un ponteggio, una piattaforma elevatrice o il lavoro su fune, con le abilitazioni che richiede. Per chi lavora, il decreto legislativo 81 del 2008, all’articolo 111, ammette la scala a pioli come posto di lavoro in quota solo quando attrezzature più sicure non si giustificano, per il rischio limitato e la breve durata del lavoro o per come è fatto il sito. Chi usa il prodotto indossa i dispositivi di protezione indicati dall’etichetta e dalla scheda di sicurezza.
La prevenzione. Nella stessa procedura c’è una nota che vale per ogni edificio. Per prevenire la crescita delle piante si tolgono ciclicamente, dal muro e intorno, foglie secche, polvere, terriccio e depositi: per esempio a ogni pulizia dei canali, che Historic England chiede almeno ogni autunno. Così si contiene la formazione di humus, e i semi trovano meno posti dove germinare.
Le regole: prodotti, aree e permessi
Per il regolamento europeo sui prodotti fitosanitari, il 1107/2009, i prodotti contro erbe e radici sono fitosanitari, e si usano come dice la loro etichetta: dove, come, da chi. Il documento di lavoro della Commissione europea sui casi di confine, che non è vincolante, ci mette anche i muschi sui tetti e le radici su qualunque superficie. Le alghe sui materiali da costruzione, invece, si trattano con i biocidi del regolamento (UE) 528/2012, tipo di prodotto 10; i licheni, per quei testi, non sono vegetali, e il loro trattamento rientra fra i biocidi. La rimozione meccanica sta fuori da tutti e due i regolamenti.
Chi può comprare e usare un prodotto lo dice il Piano d’azione nazionale del 2014, al punto A.1.2: dal 26 novembre 2015 i prodotti fitosanitari destinati agli utilizzatori professionali si comprano e si usano solo con il certificato di abilitazione all’acquisto e all’utilizzo. Chi non l’ha può usare solo i prodotti destinati agli utilizzatori non professionali, per gli impieghi scritti in etichetta. La procedura di questo articolo, con l’irrorazione di un muro storico e l’iniezione nel tronco, è scritta per una squadra professionale.
Nelle città c’è un limite in più. Il Piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, adottato con il decreto del 22 gennaio 2014, elenca fra le aree frequentate dalla popolazione anche le zone di interesse storico-artistico, le aree monumentali, archeologiche e cimiteriali, con le loro pertinenze (punto A.5.6). Al punto A.5.6.1 stabilisce che in ambiente urbano, in quelle aree, «i trattamenti diserbanti sono vietati e sostituiti con metodi alternativi». In deroga non si possono usare i prodotti con le frasi di pericolo che il Piano elenca, fra cui quelle delle sostanze tossiche, irritanti, sensibilizzanti e cancerogene. Il punto si rivolge alle autorità locali che gestiscono la flora infestante in città, e le Regioni possono aggiungere indirizzi propri. Il Piano parla di aree e non nomina muri o tetti; che il divieto valga per il verde di un monumento in città è la lettura più diretta del testo. Andava riesaminato almeno ogni cinque anni: una bozza di revisione è stata messa in consultazione nel 2019, ma a settembre 2026 non risulta adottato un piano nuovo.
La procedura di Cecchi e Gasparoli è del 2010, quattro anni prima del Piano. Dove vale il divieto, le sue fasi con il prodotto si fanno solo in deroga, e la prevenzione diventa la regola: pulizia frequente, controlli periodici, piantine tolte a mano quando la radice è ancora piccola. È anche quello che scrive il manuale ICCROM del 1991: all’aperto la manutenzione ordinaria e i controlli periodici sono il mezzo principale, e a volte l’unico, per prevenire la crescita biologica. Per un albero già radicato in un muro dove vale il divieto, la strada si decide con il tecnico: si chiede se e a quali condizioni è ammessa la deroga all’autorità locale che gestisce la flora infestante, in genere il Comune, che per il Piano indica dove il diserbo chimico non si può usare; oppure si progetta una rimozione meccanica, e sui beni tutelati il progetto passa dal soprintendente.
Per il glifosato, il diserbante più diffuso, conta un decreto dirigenziale del Ministero della Salute del 9 agosto 2016, che non risulta revocato. Dal 22 agosto 2016 ne ha revocato l’impiego nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili. Sono parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi delle scuole, aree gioco per bambini, aree vicine alle strutture sanitarie. Nell’Unione europea l’approvazione del glifosato è stata rinnovata fino al 15 dicembre 2033 dal regolamento di esecuzione 2023/2660. Lo stesso regolamento chiede attenzione alle acque sotterranee proprio per gli impieghi su superfici impermeabilizzate.
Se l’edificio è un bene culturale tutelato, c’è infine il Codice dei beni culturali. Per l’articolo 21, comma 4, ogni opera o lavoro di qualunque genere su un bene tutelato richiede l’autorizzazione del soprintendente, che la rilascia sul progetto o, se basta, su una descrizione tecnica dell’intervento (comma 5). Sulle superfici decorate dei beni architettonici, per l’articolo 29, comma 6, la manutenzione e il restauro li fanno solo i restauratori di beni culturali. E per l’articolo 30 anche i proprietari privati sono tenuti a garantire la conservazione del bene.
La tavola interattiva: che cosa dice la pianta sul muro
La tavola mette in fila le domande del metodo. Si sceglie la pianta, fra le 23 specie della tabella e il muschio, poi il punto in cui cresce e lo stato del muro; se l’edificio è tutelato, lo si segna. La tavola risponde in tre schede. La prima dice quale acqua cercare e che cosa controllare in quel punto. La seconda dà l’indice di pericolosità della specie, con l’intervallo quando gli studi non sono d’accordo, e che cosa dice il suo indice di umidità. La terza mette in ordine i lavori, cominciando sempre dall’acqua. Le regole con cui sceglie sono scritte sotto la tavola, fra i limiti: sono mie, e mettono in fila le indicazioni delle fonti di questo articolo.
Che cosa dice la pianta sul muro
- Acqua probabile
- l’acqua che entra lungo la fessura
- Che cosa si controlla
- ampiezza, andamento, se la fessura è ancora attiva
- Che pianta è
- albero
- Pericolosità
- 10 su 10, molto pericolosa
- Che acqua dice
- U X: per Pignatti una specie indifferente all’umidità: da sola non dice niente sull’acqua.
- Il danno
- radici legnose che si ingrossano nei giunti e spingono; peso e presa del vento. Tagliato e basta, ributta.
- Da sapere
- Nei tre studi della tabella ha sempre 10; il manuale ICCROM del 1991 lo mette fra le piante più pericolose delle aree archeologiche italiane.
- Si taglia al colletto e nel tronco tagliato si inietta il prodotto, circa 3-10 ml (Cecchi e Gasparoli 2010), con la dose ammessa dall’etichetta e i dispositivi di protezione che indica.
- Si toglie quando è secca del tutto: non prima di 20-30 giorni, e per le piante legnose spesso di più.
- Si riempiono i vuoti della radice, i più profondi con una miscela iniettata a bassa pressione, e si stuccano i giunti con una malta di calce compatibile (una fessura, solo se è ferma).
- Se la radice ha sollevato un concio o spostato la copertina, il concio si smonta e si ricolloca.
- Si ricontrolla: le specie che ributtano tornano dalle radici.
- Intanto, l’acqua. Si capisce se la fessura si muove, con spie o con un fessurimetro letti nel tempo. Se è attiva, la chiude solo il rimedio alla sua causa, deciso da un tecnico: stuccarla prima nasconde il movimento.
- In quota. Se il punto sta oltre 2 metri dal piano di calpestio, si lavora di preferenza da un ponteggio o da una piattaforma, e non da soli (Cecchi e Gasparoli 2010); per chi lavora, la scala a pioli è ammessa come posto di lavoro solo quando attrezzature più sicure non si giustificano (decreto legislativo 81/2008, articolo 111).
- L’indice di pericolosità viene da tre studi sulla flora di monumenti italiani e croati; autori diversi danno alla stessa specie fino a 3 punti di differenza, e la tavola mostra l’intervallo.
- L’umidità U di Pignatti dice dove la specie si trova di solito, non quanta acqua le serve: è una scala ordinata, non una misura.
- Le regole che scelgono che cosa fare sono mie: mettono in fila le indicazioni di Cecchi e Gasparoli, di Historic England e del manuale ICCROM. Il sopralluogo resta necessario.
- La tavola non riconosce le piante: se la specie non è in elenco, si sceglie la più simile per forma e si legge con prudenza.
- Le misure sull’edera e sul cappello d’erba vengono dall’Inghilterra; in clima mediterraneo il giudizio sull’edera è diverso (Caneva, Hosseini, Bartoli 2023).
- Non dice che prodotto usare: si sceglie fra quelli autorizzati per quell’uso, secondo l’etichetta, e si prova su un’area piccola. I prodotti per uso professionale richiedono il certificato di abilitazione (Piano d’azione nazionale, punto A.1.2).
- Regola 1. Una piantina appena nata, di qualunque specie, si toglie a mano con tutta la radice finché viene via intera.
- Regola 2. Alberi e arbusti radicati nel muro si tolgono subito, con il metodo, mentre si corregge l’acqua; sul tetto si tagliano al colletto senza strapparli; al piede si guarda il terreno, e un albero grande si decide con un tecnico.
- Regola 3. I rampicanti si tolgono se entrano in testa, nei giunti o nelle fessure, o se il muro ha difetti; su un rudere si controlla prima il muro sotto; altrimenti l’edera si tiene potata, e gli altri rampicanti si valutano.
- Regola 4. Per il muschio e per le felci dei luoghi umidi (U 7 o più) si cerca prima l’acqua; il muschio si toglie solo dove trattiene acqua o intasa uno scarico.
- Regola 5. Erbe e felci si tolgono con il metodo, poi si chiude il giunto. Quelle poco pericolose (indice fino a 3) su un muro sano si possono togliere a mano o lasciare sotto controllo; sul tetto si tolgono a mano, senza prodotto; sulla testa di un rudere si lascia il sedum di un cappello continuo; sulla testa di un muro in uso si toglie tutto prima della copertina.
- Regola 6. Con un bene tutelato si comincia dall’autorizzazione; in un’area monumentale, archeologica o storico-artistica di città niente prodotto: valgono i metodi alternativi del Piano d’azione nazionale.
Tutte le tavole interattive: I calcolatori.
In sintesi
1. Il verde cresce dove l’acqua resta abbastanza a lungo per quella specie. Su un muro una pianta attecchisce se trova insieme un seme, un substrato, luce e acqua per abbastanza tempo. Il seme arriva quasi dappertutto, l’acqua no.
2. Prima di tutto è una mappa. Ciuffi sulle cornici, strisce di muschio sotto un pluviale, piante nel canale di gronda, fasce verdi al piede: ogni posizione rimanda a un’acqua precisa, che si cerca e si corregge prima di togliere la pianta.
3. Non ogni verde vuol dire bagnato. Negli indici di Pignatti le piante più tipiche dei muri, come la parietaria, il cappero e la bocca di leone, sono piante dei luoghi secchi, fra 1 e 3: dicono giunto aperto e deposito. Un cuscinetto di muschio dice acqua che torna spesso; un tappeto continuo, il muschio insediato di Historic England, e il capelvenere, con 9, dicono acqua che resta. L’asplenio tricomane, con 5, dice meno: un giunto che non asciuga del tutto.
4. Le parole della norma distinguono. Nella UNI 11182 le piante sono presenza di vegetazione (punto 3.25); muschi e licheni stanno nella colonizzazione biologica (3.4); il velo verde fatto di microrganismi è patina biologica (3.22).
5. Il danno dipende dalla pianta e dal muro. Negli studi che applicano l’indice di pericolosità di Signorini, da 0 a 10, il fico, l’ailanto e il bagolaro stanno a 10, l’edera a 7, la parietaria a 5, le piccole felci dei muri fra 1 e 3. Le piante più pericolose non sono quelle dei muri più bagnati.
6. Le radici spingono dove la malta cede. Le misure danno da 0,15 a circa 1 megapascal, e il manuale ICCROM riporta fino a 1,5. Per le murature con malta di calce di modeste caratteristiche la Circolare del 2019 dà una resistenza media a taglio fra 0,018 e 0,13 newton per millimetro quadrato. La radice entra dai giunti perché lì la malta resiste meno.
7. Gli alberi sono il danno più grande, e crescono. A Roma, fra il 1950 e il 2019, l’ailanto è passato da 5 a 22 dei 26 siti studiati, e l’indice di pericolosità medio della flora legnosa dei muri da 4,4 a 5,3 su 10. Tagliato e basta, l’ailanto ributta: in uno degli studi riassunti da Soler e Izquierdo il solo taglio ne ha ucciso il 21,3 per cento.
8. L’edera ripara un muro sano e apre un muro debole. Su muri di prova vicino a Oxford le gelate sotto l’edera sono state il 26 per cento meno frequenti, il 34 per cento più brevi e il 32 per cento meno intense. Dove trova giunti erosi e fessure, entra e radica. Sono misure inglesi: in clima mediterraneo il giudizio sull’edera è diverso.
9. Sulla testa di un rudere un cappello d’erba protegge. A Byland, a giugno, la pietra sotto l’erba ha avuto un’escursione di 3-5 gradi al giorno, sotto la malta da 5 a 20. È una scelta per i ruderi: un muro in uso vuole una copertina con il gocciolatoio.
10. Sul tetto il verde ferma l’acqua. Una bocca da 100 millimetri con 3 centimetri d’acqua smaltisce 2,19 litri al secondo se è libera e 1,10 con il filtro; foglie e piante non hanno un valore di norma. Sulle coperture piane i punti deboli sono sormonti, raccordi e bocchettoni. Sul muschio niente getti ad alta pressione.
11. Prima l’acqua, poi la pianta, poi il giunto. La procedura per le murature antiche, prima del diserbo, fa verificare risalita, pioggia battente e stillicidio; questo articolo corregge l’acqua prima di tutto. Poi, quando serve, la pianta si fa seccare sul posto e si toglie secca, non prima di 20-30 giorni; nelle piante legnose si iniettano nel tronco tagliato al colletto circa 3-10 millilitri di prodotto, con la dose ammessa dall’etichetta; i vuoti si riempiono e i giunti si stuccano.
12. L’edera si stacca viva, a piccoli tratti. Dall’alto e dai bordi se non è radicata, sollevando con cura fusti e radichette se il muro è debole; dove è già radicata, dai bordi verso il fusto. Dove è già entrata nelle cavità, il taglio al piede non è più consigliato, perché può farla radicare dentro, e farla seccare prima non aiuta.
13. Le regole e i prodotti. Se per muschi, erbe e radici si usa un prodotto, è un fitosanitario, e si usa secondo l’etichetta; quelli per uso professionale richiedono il certificato di abilitazione. Nelle aree monumentali, archeologiche e storico-artistiche delle città il Piano d’azione nazionale del 2014 vieta i trattamenti diserbanti, salvo deroga (punto A.5.6.1). Dal 2016 un decreto del Ministero della Salute, che non risulta revocato, vieta il glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, come parchi, giardini, campi sportivi e cortili delle scuole. Su un bene tutelato ogni lavoro richiede l’autorizzazione del soprintendente (Codice dei beni culturali, articolo 21, comma 4). Il pentaclorofenolo di certi vecchi capitolati è vietato nell’Unione europea.
Dal cantiere
Quando mi mandano la fotografia di un muro con il verde, chiedo quasi sempre un’altra fotografia: lo stesso muro durante una pioggia, o subito dopo. Le due immagini insieme dicono molto più di una. Poi chiedo di guardare dove stanno le piante rispetto a quello che porta l’acqua: il canale, il pluviale, il davanzale, la cornice, il piede del muro. E chiedo se l’erba, tolta una volta, è tornata nello stesso punto.
Se è tornata lì, lì restano le cose che le servono: il giunto aperto, il deposito e, per le piante dei luoghi umidi, un’acqua da trovare. Il lavoro comincia da quelle. Sui muri di casa, di solito, l’acqua è una di quelle della tabella di questo articolo: un canale da pulire, un giunto del pluviale da rimettere a posto, un davanzale senza gocciolatoio, un piede del muro troppo bagnato. Le piante si tolgono dopo, con pazienza, e il giunto si richiude.
Dove il muro è antico, alto o tutelato, togliere le piante diventa un progetto: sui beni tutelati passa dal soprintendente e, sulle superfici decorate, dal restauratore. La diagnosi dell’acqua, però, resta la stessa.
Chi abita la casa può fare da solo la parte più utile: fotografare il muro durante una pioggia e il giorno dopo, segnare le piante sulla fotografia, togliere a mano le piantine appena nate che raggiunge restando a terra. Il lavoro in quota, i prodotti e le malte si affidano a chi ha i mezzi e le abilitazioni.
Domande frequenti
L’edera rovina il muro di casa?
Dipende dal muro. Le ricerche per Historic England dicono che su un muro sano, con i giunti pieni, l’edera sta sopra: si attacca con radichette che non entrano nel materiale, smorza gli sbalzi di temperatura e le gelate. Fa danno dove trova fessure, fori e giunti erosi, perché ci entra e ci mette radici vere. In ogni caso va tenuta lontana da tetti, canali, pluviali e finestre. Se è entrata nei giunti erosi o nelle fessure, o vi ha radicato, si toglie tutta, con il metodo del rapporto: a piccoli tratti, dai bordi verso il fusto, sfilando le radici dai giunti, e poi si stilano i giunti. Si stacca viva, fuori dal periodo dei nidi: farla seccare prima non aiuta.
Posso strappare l’erba dal cornicione?
Una piantina appena nata, che si sfila con due dita senza portare via malta, sì, con cura. Un ciuffo radicato no, perché la radice sta nel giunto e si porta via la malta. La procedura per le murature antiche, quando serve, fa seccare la pianta sul posto, la toglie secca, non prima di 20-30 giorni, e poi chiude il giunto. E prima di tutto si guarda perché sul cornicione l’acqua resta: la pendenza del piano, il gocciolatoio, i giunti. Il cornicione però sta in alto: oltre due metri dal piano di calpestio si lavora di preferenza da un ponteggio o da una piattaforma, e per chi lavora la legge ammette la scala a pioli solo quando attrezzature più sicure non si giustificano, per esempio per un lavoro breve e a basso rischio.
Perché l’erba ricresce sempre nello stesso punto?
Perché lì restano le cose che le servono: il giunto aperto o il deposito, l’acqua e il seme. Se non si chiude il giunto e non si toglie l’acqua, ogni stagione il seme ritrova lo stesso letto.
Il fico nato nel muro lo taglio e basta?
No. La procedura per le piante legnose prevede il taglio al colletto e l’iniezione del prodotto nel tronco tagliato, con la dose ammessa dall’etichetta, poi l’estirpazione quando la pianta è secca e la chiusura del vuoto lasciato dalla radice. Tirato via con la radice viva, il fico si porta dietro le pietre. Lo stesso vale per l’ailanto, che tagliato e basta ributta con molti polloni. Oltre due metri d’altezza si lavora di preferenza da un ponteggio o da una piattaforma, e i prodotti per uso professionale li usa solo chi ha il certificato di abilitazione.
Che prodotto devo usare?
Questo articolo non fa nomi di prodotti. Se per muschi, erbe e radici si usa un prodotto, è un fitosanitario autorizzato per quell’uso, e si usa secondo l’etichetta; le alghe e i licheni sui materiali da costruzione si trattano con i biocidi. I prodotti per uso professionale si comprano e si usano solo con il certificato di abilitazione; senza, solo quelli destinati agli utilizzatori non professionali. La procedura chiede di provare il prodotto prima su un’area piccola. Nelle aree monumentali, archeologiche e storico-artistiche delle città il Piano d’azione nazionale del 2014 vieta i trattamenti diserbanti, salvo deroga. Dal 2016 un decreto del Ministero della Salute, che non risulta revocato, vieta il glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, come parchi, giardini, campi sportivi e cortili delle scuole. Le vecchie voci di capitolato vanno controllate, perché ce ne sono con sostanze oggi vietate.
Serve un permesso per togliere le piante da un muro storico?
Se l’edificio è un bene culturale tutelato, sì. Per il Codice dei beni culturali, all’articolo 21, comma 4, ogni opera o lavoro su un bene tutelato richiede l’autorizzazione del soprintendente, che la rilascia sul progetto o su una descrizione tecnica dell’intervento. Sulle superfici decorate, per l’articolo 29, lavora solo il restauratore. Se non si sa se l’edificio è tutelato, lo dice la Soprintendenza. Gli edifici di enti pubblici, di enti ecclesiastici e di altre persone giuridiche senza fine di lucro, con più di settant’anni e di autore non più vivente, sono tutelati finché una verifica non lo esclude (articolo 12 del Codice); un edificio privato lo è se ha la dichiarazione dell’interesse culturale. Su un edificio comune in un centro storico conviene chiedere all’ufficio tecnico del Comune, perché possono servire altri titoli.
Il muschio sul tetto va tolto?
Va tolto dove trattiene acqua o intasa lo scarico: nei sormonti, nei canali, sulle falde a nord con poca pendenza. La causa si toglie prima: il canale intasato, i rami che fanno ombra, il giunto aperto. Niente getti ad alta pressione e niente spazzole metalliche: le guide per gli edifici storici chiedono pressioni basse, raschietti di legno o di plastica e setole naturali. Se si usa un prodotto, per i muschi le istruzioni di Gasparoli danno tempi più brevi che per le piante: l’effetto si vede in una o due settimane, e i cuscinetti si asportano circa 5-15 giorni dopo il trattamento, quando sono fragili e ingialliti. Sul manto non si sale senza protezioni contro le cadute, e sui coppi non si cammina: è un lavoro da affidare a chi ha i mezzi e l’abilitazione.
Le felci sul muro vogliono dire umidità?
Dipende dalla felce. Negli indici di Pignatti la cedracca e la ruta di muro sono piante dei luoghi secchi, con 2 e 3; l’asplenio tricomane ha 5, come l’edera, e dice un giunto che non asciuga del tutto; il capelvenere ha 9, il valore delle piante palustri. Conta anche il disegno: una striscia di felci e di muschio che scende dal bordo di un intonaco, come nella Fotografia 2, o da sotto un pluviale, dice acqua che arriva lungo quella linea.
Le piante sul tetto piano bucano la guaina?
Possono farlo nei punti deboli, anche se per le membrane comuni non ci sono misure. Una membrana resiste alle radici solo se lo dichiara con una prova, come quelle per il verde pensile. I punti deboli sono i sormonti, i raccordi e i bocchettoni, dove le radici seguono l’acqua. Le plantule legnose si tolgono presto, e la pulizia va scritta nel piano di manutenzione della copertura.
Posso lasciare l’erba sulla testa del mio muro di cinta?
Sui ruderi le prove inglesi hanno mostrato che un cappello d’erba protegge la testa del muro meglio della malta. Un muro di cinta in uso vuole invece una copertina, con la pendenza verso fuori e il gocciolatoio. Se sulla testa crescono arbusti o alberelli, si tolgono con la procedura.
Come si toglie l’erba dal muro senza rovinarlo?
Prima si trova e si corregge l’acqua che la nutre. Una piantina appena nata si sfila a mano; un ciuffo radicato, se serve un prodotto, si fa seccare sul posto e si toglie secco, non prima di 20-30 giorni; poi si richiude il giunto, con una malta di calce compatibile con quella del muro.
Si può usare il diserbante sul muro di casa?
Solo un prodotto fitosanitario autorizzato per quell’uso, alle condizioni dell’etichetta; senza il certificato di abilitazione, solo un prodotto destinato agli utilizzatori non professionali. Nelle aree monumentali, archeologiche e storico-artistiche delle città il Piano d’azione nazionale del 2014 vieta i trattamenti diserbanti, salvo deroga.
In conclusione
La domanda dell’apertura era «la tolgo?». La risposta di questo articolo è che prima si guarda dove sta. Il verde su un muro o su un tetto non cresce dove capita: segue l’acqua che resta abbastanza a lungo per la sua specie, e il deposito che la trattiene. Un ciuffo sulla cornice, una striscia di felci sotto un pluviale, un alberello nel canale di gronda sono prima di tutto una mappa. E la mappa porta a un canale da pulire, a un giunto da rimettere a posto, a un piano senza pendenza.
Poi viene il danno, che dipende dalla pianta e dal muro. L’erba nei giunti dice che lì la malta si è consumata, e quel giunto va richiuso. Il muschio tiene bagnata la superficie. Un albero nel muro va tolto presto e con metodo, perché le sue radici si ingrossano e spingono. L’edera su un muro sano, secondo le misure inglesi, lo ripara dagli sbalzi di temperatura e dalle gelate; su un muro con i giunti vuoti entra e radica. Sulla testa di un rudere un cappello d’erba protegge meglio della malta.
L’ordine dei lavori è quindi lo stesso della diagnosi di una macchia: prima l’acqua, poi la pianta, poi il giunto richiuso. La pianta, quando serve, si fa seccare sul posto; l’edera invece si stacca viva e a piccoli tratti: dall’alto e dai bordi se non è radicata, dai bordi verso il fusto se lo è. Se l’ordine si inverte, le piante tornano, e a ogni rimozione il muro perde un po’ di malta.
Nota sui calcoli
I conti stanno in un file di calcolo che accompagna il testo, le tavole e la tavola interattiva, con la fonte accanto a ogni costante. Le formule, per chi vuole rifare i conti, sono queste.
- Indice di pericolosità di Signorini: HI = F + I + R, con F forma di crescita da 0 (erba annuale) a 6 (albero), I invasività e vigore, compresi i polloni, da 0 a 2, R apparato radicale da 0 a 2 (schema ricostruito da Fabbri, Catalano e Ugolini, tabella 1). Un albero con polloni radicali e radici molto invasive vale 6 + 2 + 2 = 10; muschi e licheni 2 + 0 + 0 = 2. Per il rovo uno dei tre studi dà 10, e per l’enula 8: con questo schema un arbusto arriva al massimo a 4 + 2 + 2 = 8, e un’erba perenne a 6. All’altro capo, un’erba perenne che non sia un muschio parte da 3: la celidonia, con 2, e la ruta di muro e la cedracca, con 1, stanno sotto. Riporto i valori come sono pubblicati.
- Classi dell’indice: da 0 a 3 poco pericolose, da 4 a 6 da valutare caso per caso, da 7 a 10 molto pericolose.
- Portata di una bocca di scarico a fondo piatto, a stramazzo, finché l’altezza d’acqua h non supera metà del diametro D (formula del manuale HR Wallingford SR 620, che segue la UNI EN 12056-3, come nell’articolo sul muro bagnato sotto la gronda): Q = k₀ · D · h^1,5 / 7500, in litri al secondo con D e h in millimetri; k₀ = 1 per la bocca libera, 0,5 con il filtro. Per D = 100 e h = 30: 100 · 30^1,5 / 7500 = 2,19 litri al secondo; con il filtro 1,10.
- Allungamento di un concio per una variazione di temperatura: ΔL = L · α · ΔT. Pietra di Byland, α = 20 · 10⁻⁶ per grado, L = 1.000 millimetri: con ΔT da 5 a 20 gradi, sotto il cappello rigido, ΔL = 0,1-0,4 millimetri; con ΔT da 3 a 5 gradi, sotto quello d’erba, 0,06-0,1.
- Da atmosfere a megapascal: 1 atmosfera = 0,101325 megapascal, quindi 15 atmosfere = 1,52 megapascal. Un newton per millimetro quadrato è un megapascal.
- Confronto fra la spinta delle radici e la resistenza del muro: rapporto = spinta / resistenza. Spinta misurata fra 0,15 e 1,0 megapascal; resistenza media a taglio delle murature della tabella C8.5.I fra 0,018 e 0,13: da 0,15 / 0,13 = 1,2 a 1,0 / 0,018 = 56 volte. Resistenza a flessione della malta debole a 28 giorni, 0,082: da 0,15 / 0,082 = 1,8 a 1,0 / 0,082 = 12 volte. I valori della tabella C8.5.I sono parametri medi del muro per le verifiche sismiche: il confronto vale per ordini di grandezza.
- Da psi a bar: 1 psi = 0,0689 bar, quindi 100 psi = 6,9 bar e 300-400 psi = 20,7-27,6 bar.
- Calendario della procedura di Cecchi e Gasparoli: giorno 0 irrorazione, senza pioggia per 2 giorni; effetto fra il giorno 7 e il 30; estirpazione non prima del giorno 20-30, e solo a pianta secca del tutto.
Che cosa in questo articolo è mio e non delle fonti: la scena di apertura, che è un caso ricorrente e non un episodio datato, e il racconto del «Dal cantiere»; la lettura delle tre fotografie; la tabella che mette in fila le posizioni del verde con la loro acqua, costruita sulle schede di Cecchi e Gasparoli e sulle indicazioni delle altre fonti; la lettura degli indici di Ellenberg sul muro, cioè che le piante dei luoghi secchi dicano giunto aperto e deposito e quelle dei suoli umidi acqua che torna; la scelta delle specie della tabella e il confronto fra pericolosità e umidità della Figura 5; il confronto per ordini di grandezza fra la spinta delle radici e la resistenza del muro, con i suoi rapporti; la lettura del divieto del Piano d’azione nazionale come valido anche per il verde dei monumenti in città, che il testo non nomina, e dell’articolo 21 del Codice come valido anche per togliere le piante; la scelta di correggere l’acqua prima della procedura di Cecchi e Gasparoli, che prima del diserbo la fa soltanto verificare; il ragionamento sui punti deboli delle coperture comuni, e la frase sulla bocca coperta di foglie che smaltisce meno di quella col filtro; la catena delle correzioni della parte storica; il metodo in tre passi, che mette in sequenza le procedure delle fonti; l’ordine dei lavori quando la correzione dell’acqua va fatta proprio dove cresce la pianta; che cosa si fa senza prodotto, e che cosa può fare da solo chi abita la casa; la radice lasciata nel muro che, decomponendosi, apre vuoti da ricontrollare; le conversioni delle unità e il calendario della procedura; le regole della tavola interattiva, le sue posizioni e i suoi testi.
Fonti
Norme e leggi
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- Ministero della Salute, decreto dirigenziale 9 agosto 2016, revoca di autorizzazioni e modifica delle condizioni d’impiego dei prodotti fitosanitari a base di glifosate, Gazzetta Ufficiale n. 193 del 19 agosto 2016; Regolamento di esecuzione (UE) 2023/2660, rinnovo dell’approvazione del glifosato.
- Regolamento (UE) 2019/1021, inquinanti organici persistenti, allegato I; Regolamento di esecuzione (UE) 2019/1262, elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale.
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L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Umidità di risalita e sali33
- La crosta nera sul muro non è sporco
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Caso studio: Grado, l’androne del condominio e l’acqua alta
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Le malte impermeabili nei dettagli
- L’intonaco macroporoso nei dettagli
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Caso studio: Loreto
- Il cappotto non asciuga il muro
- La gestione dei sali nei dettagli
- Come asciugare una casa bagnata
- La barriera chimica nei dettagli
- Ma come si cura una risalita?
- Improvvisamente, l’umidità di risalita
- Il danno è dove l’acqua se ne va
- Contare i cicli, non i sali
- Chi dimezza la macchia raddoppia l’acqua
- Umidità di risalita e sali solubili: perché bloccare l’umidità è solo metà del risanamento, e perché l’asciugatura richiede da mesi ad anni
- L’asciugatura della muratura dopo un intervento contro l’umidità di risalita
- L’innalzamento dell’umidità di risalita in seguito a interventi di impermeabilizzazione dall’interno
- Barriere chimiche non occludenti in zona di marea: bastano davvero contro la pressione idrostatica?
- L’umidità igroscopica nell’edilizia
- Umidità di risalita capillare primaria
- Corrosione dei metalli causata dai sali
- Sali nelle murature: cause ed effetti – Renzo Spedicato (Renzo-ArtHome)
- Alcune delle soluzioni per l’umidità di risalita
- Il tagliamuro e l’umidità di risalita: cause e conseguenze
- L’erosione salina
- L’importanza di rispettare il tagliamuro sia esso fisico o chimico
- L’umidità e le diverse tipologie
Diagnosi e metodo32
- Il verde sul muro non è un problema di giardinaggiostai leggendo
- La crosta nera sul muro non è sporco
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Quanto deve ventilare una casa
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Quanta acqua serve al gelo per rompere un muro
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Le stalattiti del predalles
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- Il cappotto non asciuga il muro
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- L'umidità da costruzione
- L’acqua ha un’impronta
- L’acqua non mente
- Il terreno prima del muro
- Diagnosi differenziale dell’umidità di risalita capillare
- Diagnostica delle patologie edilizie
- Umidità relativa e umidità assoluta
- Non tutte le macchie sono infiltrazioni
- Il sintomo non è la malattia
- Lo scannafosso
Interrati e impermeabilizzazioni27
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Il cemento osmotico nei dettagli
- La condensa estiva negli interrati
- Impermeabilizzazioni pre-getto delle strutture interrate
- Impermeabilizzare un interrato: i nodi che contano
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- La casa asciutta si decide in cantiere
- Le resine idroespansive nei dettagli
- La seconda pelle del balcone
- Chi porta i cavi porta anche l’acqua
- Vasca bianca o vasca nera? La scelta che decide la durata di un interrato
- Si compra al metro quadro, si perde al centimetro
- Tre centimetri invece di una demolizione
- Prima la strategia, poi il prodotto
- La spinta idrostatica nelle strutture interrate
- Il seminterrato fra infiltrazioni, umidità e radon: un approccio integrato
- Lo scannafosso
- Fontana dei Grifi all’interno del castello Miramare di Trieste
- Impermeabilizzazioni: come intervenire e quali soluzioni scegliere
Condensa, muffe e microclima15
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Quanto deve ventilare una casa
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- La condensa estiva negli interrati
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- Chiuso dal lato sbagliato
- Il problema non è la pioggia
- Umidità di rimbalzo (rain splash)
- Umidità meteorica (penetrating damp)
- Umidità da condensazione
- Sindrome dell’edificio malato: cause, sintomi e soluzioni
- Muffe indoor
- Condensa interstiziale in edilizia
- Termoforesi: cos’è e come prevenirla
Vespai e solai8
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Le stalattiti del predalles
- Quando piove dal predalles
- Vespaio aerato
- Quanto deve ventilare un vespaio?
- Le infiltrazioni nei predalles: analisi e metodologie di intervento




