Intorno a molti edifici corre un vuoto coperto da grigliati, e quasi nessuno sa dire a che cosa serva davvero. Il nome parla solo di acqua da portare via, e infatti lo si costruisce come un canale di scolo. Ma il lavoro vero lo fa l’aria che ci passa dentro, e questo si sapeva già duemila anni fa.

Lo si attraversa senza vederlo. Sopra ci sono i grigliati, sotto c’è il buio, e in vent’anni non ci guarda dentro nessuno. Quando si chiede a che cosa serva, la risposta che arriva quasi sempre è che serve a tenere lontana l’acqua dal muro.

È vera per metà. E la metà che manca è quella che decide se l’opera funziona.

Questo articolo prova a dire qual è la metà che manca, e quanto pesa: in grammi d’acqua al giorno.

Il nome porta solo metà della funzione

La parola è più vecchia dell’edilizia moderna, e non nasce nel cantiere civile. Il dizionario De Mauro data la prima attestazione al 1516, e la registra come termine di storia militare: nelle antiche fortificazioni lo scannafosso era il passaggio murato che consentiva l’accesso al fossato e metteva in comunicazione le varie zone del sistema difensivo.

Il vocabolario Treccani ne dà due accezioni. La prima è agricola: fosso scavato nei campi, o intorno a edifici isolati e per lo più rurali, per raccogliere e convogliare le acque di scolo. La seconda è quella antica delle fortificazioni. L’etimologia dichiarata è “derivato di fosso“, con il primo elemento incerto, forse scannare.

Il De Mauro registra anche l’accezione edilizia, ma la marca come voce di basso uso e la definisce così: scavo in muratura costruito intorno agli edifici per evitare l’infiltrazione delle acque.

In tutte e tre le definizioni manca la stessa metà. Non compare l’aria. Non compare l’evaporazione. Non compare la ventilazione. Il nome, e il senso che i dizionari gli danno, parlano soltanto di acqua da raccogliere e da mandare via.

Non è una curiosità da eruditi. Chi costruisce seguendo il nome costruisce un canale di scolo, e quando il canale scola si considera il lavoro finito. È il motivo per cui in cantiere si discute di tubi drenanti e di pendenze, e quasi mai delle bocchette.

Che cosa è, e i quattro oggetti che si chiamano allo stesso modo

Uno scannafosso è un vuoto costruito lungo il perimetro di un edificio, fra il paramento controterra e il terreno; il fondo è sagomato a raccogliere l’acqua, e un recapito la porta via.

Sotto la stessa parola, però, in cantiere si trovano quattro cose diverse, e non sono varianti dello stesso oggetto: hanno funzioni diverse, costano in modo diverso e falliscono in modi diversi.

L’intercapedine perimetrale aperta. Il vuoto resta vuoto e comunica con l’aria esterna, in basso e in sommità. Il paramento resta visibile e continua a scambiare vapore con l’aria. È l’oggetto di cui parla la tradizione tecnica, ed è quello a cui si riferisce quasi tutto quello che segue.

Il cavedio tecnico praticabile. Lo stesso vuoto, dimensionato perché ci si possa camminare, spesso perché ospita anche tubazioni e cavi. Cambia la larghezza, cambiano gli obblighi di accesso e sicurezza, e qualcuno ci entra davvero; la manutenzione ha così una possibilità in più di essere fatta.

Un cavedio tecnico praticabile visto da dentro: il vano pavimentato e percorribile fra il muro controterra e l'edificio, con la caditoia di raccolta a pavimento e le finestre che vi si affacciano
Un cavedio tecnico praticabile visto da dentro: pavimentato, percorribile, con la caditoia di raccolta a pavimento.

La trincea drenante rinterrata. Si scava, si posa il tubo drenante avvolto nel geotessile, si rinterra con materiale permeabile. Non resta nessun vuoto: resta un percorso preferenziale per l’acqua di filtrazione. È un’opera utile, ma è un’altra opera.

Lo scavo servente all’impermeabilizzazione. Si scava per raggiungere il paramento, gli si applica lo strato impermeabile, si posa la membrana bugnata o il geocomposito drenante, si rinterra. Anche qui non resta nessun vuoto, e la durata dell’intervento coincide con la durata di uno strato che nessuno rivedrà.

Chiamarli tutti scannafosso è comodo e produce equivoci costosi: il committente crede di aver comprato il primo, e in cantiere gli è arrivato il quarto.

I due che restano vuoti, in sezione alla stessa scala: l'intercapedine aperta e ventilata con grigliato, bocchetta, cunetta e dreno, e il cavedio tecnico praticabile con impianti e pavimento con caditoia
Tavola G1a. I due che restano vuoti: l'intercapedine aperta e ventilata, e il cavedio praticabile dimensionato sull'uomo.
I due che si rinterrano, in sezione alla stessa scala: la trincea drenante con geotessile, ghiaia lavata e tubo, e lo scavo servente con strato impermeabile e membrana bugnata, richiusi senza lasciare vuoti
Tavola G1b. I due che si rinterrano: la trincea drenante con i suoi strati, e lo scavo servente all'impermeabilizzazione.

Chi ne ha descritto per primo il funzionamento

La descrizione più antica che possediamo è in Vitruvio, nel settimo libro del De architectura, al capitolo quarto, che tratta degli intonaci nei luoghi umidi. Il passo merita di essere letto per intero, perché contiene già tutto.

Vitruvio scrive che se un muro presenta umidità continua occorre allontanarsi di poco da esso e costruire un secondo muro sottile, distante quanto la situazione consente; e che fra i due muri si deve condurre un canale posto più in basso del livello del pavimento dell’ambiente, dotato di aperture verso lo spazio aperto. Nel testo latino quelle aperture si chiamano nares. Poi, quando la struttura è stata portata in altezza, si devono lasciare gli spiramenta, cioè gli sfiati in sommità.

E aggiunge la frase che conta:

si enim non per nares umor et in imo et in summo habuerit exitus, non minus in nova structura se dissipabit.

Nella traduzione di Morgan: se l’umidità non ha modo di uscire attraverso gli sfiati in basso e in alto, non mancherà di diffondersi in tutto il muro nuovo.

Primo secolo avanti Cristo. Il canale sotto la quota del pavimento, le aperture in basso, gli sfiati in alto, e la conseguenza scritta per esteso: senza quelle aperture il lavoro non serve a niente, perché l’umidità passa alla struttura nuova. Il paragrafo successivo prevede il caso in cui non ci sia spazio per il secondo muro; e allora prescrive comunque canali e aperture verso l’esterno.

Duemila anni dopo, la parte che nei capitolati manca quasi sempre è esattamente quella degli sfiati.

La dry area inglese, e i pozzi di ventilazione

Nella tradizione costruttiva inglese l’equivalente dello scannafosso si chiama dry area, e la definizione corrente lo descrive per intero: uno spazio fra un muro di sostegno e il muro dell’interrato, che parte almeno alla quota delle fondazioni; drenato e ventilato per impedire all’umidità di passare nell’edificio.

I manuali di costruzione di primo Novecento non lasciano la ventilazione all’iniziativa dell’impresa. In Modern Buildings, Their Planning, Construction and Equipment di G. A. T. Middleton, la sezione dedicata alle dry areas prescrive che a questi spazi siano dati ampi mezzi di ventilazione; e che si formino a intervalli appositi pozzi aperti nella muratura.

È lo stesso concetto di Vitruvio, tradotto in un manuale di cantiere e affidato a un dettaglio esecutivo: i pozzi, a intervalli, dentro il muro.

Correggo qui un’attribuzione che circola ovunque, e che io stesso avevo dato per buona. Si legge spesso che il Public Health Act del 1875 rese obbligatorio lo strato impermeabile alla base dei muri. Sul testo promulgato la cosa sta diversamente. La sezione 72 impone il vuoto, non la barriera: subordina l’uso abitativo di un locale seminterrato alla presenza di uno spazio aperto largo almeno due piedi e sei pollici, poco meno di ottanta centimetri; e a un dreno posto più in basso del pavimento interno. La sezione 157 elenca fra le materie dei regolamenti locali lo spazio attorno agli edifici, e lo motiva con la libera circolazione dell’aria. Lo strato impermeabile compare invece nei regolamenti tipo emanati poco dopo dal Local Government Board, dove si prescrive materiale durevole e impermeabile all’umidità.

La distinzione non è pignoleria, e va letta nel verso giusto. Nel diritto vittoriano il vuoto sta più in alto della barriera, non più in basso: lo spazio aperto è imposto dalla legge primaria, lo strato impermeabile nasce come regolamento tipo. Quello che resta materia di manuale, cioè consuetudine tecnica, è la ventilazione organizzata di quel vuoto: gli sfiati, i pozzi a intervalli di Middleton. Ed è la parte che si perde: l’obbligo produce il vano, la consuetudine dovrebbe dargli l’aria, e quando si taglia il preventivo si taglia la consuetudine.

La voce italiana, che arriva tardi e per interposto manuale

In italiano il vuoto lungo il muro compare presto, ma per fare un altro mestiere.

Alberti, nel Quattrocento, descrive il rimedio al muro spinto e bagnato dal terrapieno: scavare lungo il muro una fossa, con mezzi archi murati che ricevono la spinta e condotti che scolano l’acqua. Il vuoto perimetrale c’è, ma nasce come opera di consolidamento e di scarico, e viene poi occupato dalle strutture murate: non resta un vano libero, e l’aria non è mai nominata. Altrove lo stesso Alberti, nella traduzione del Bartoli, osserva che “gioverà certo grandemente se l’aria sotto al pavimento potrà respirare”: quello però è l’antenato del vespaio, un vuoto orizzontale, non il nostro.

Palladio, nel 1570, descrivendo il tempio di Giove Tonante, registra lo spazio lasciato fra il muro esterno con contrafforti e il muro del tempio. È il vano perimetrale con la funzione dichiarata: canale d’acqua. E nello stesso passo la difesa dall’umidità è attribuita allo spessore del muro interno, non al vuoto interposto. Due leve separate: la massa contro l’umidità, il vuoto contro l’acqua libera. Lo scannafosso di oggi chiede al solo vuoto di fare tutte e due le cose; e per questo delude quando il muro è sottile.

Milizia, nel 1781, prescrive per la parte di sotterraneo destinata a legna, carbone e vasche da lavare che gli spiragli siano a mezzogiorno e abbastanza grandi da facilitare la circolazione dell’aria. E avverte del pericolo delle esalazioni concentrate per difetto di circolazione. È la prima prescrizione italiana esplicita di ventilare un vuoto interrato che ho trovato nei testi consultati. Ma ventila il locale, non l’intercapedine: la faccia esterna del muro resta rinterrata.

Nell’Ottocento la linea italiana è un’altra ancora. Curioni, nel 1872, per rendere asciutti i sotterranei prescrive un sistema di fogne stabilite lungo i muri perimetrali, cioè tenuta più drenaggio. Musso e Copperi, nel 1885, chiamano pozzo di luce il vano ricavato davanti a ogni apertura del muro perimetrale. E affidano la difesa del muro interrato all’intonaco di calce idraulica lisciato sulla faccia a contatto col terreno. Vuoto puntuale per il locale, intonaco per il muro: dell’intercapedine continua che asciuga non c’è traccia.

Il punto in cui il vuoto cambia mestiere ha una data e una pagina. È il Manuale dell’architetto di Daniele Donghi, la cui prefazione è firmata nel 1905. Lì, a proposito dell’intercapedine, si legge che producendo in tal modo una corrente d’aria si facilita l’essiccamento della muratura. Non serve il locale: asciuga il muro. Poche pagine dopo Donghi schiera l’intera famiglia in un colpo solo: le voltine tombate, le fosse discontinue davanti alle aperture e la fossa completa e percorribile, che intitola intercapedine d’isolamento contro l’umidità del terreno. E prescrive per il vano coperto i canali di comunicazione con l’aria esterna.

Due cose vanno dette per onestà. La prima è che nella stessa opera Donghi descrive già il meccanismo che i conti sull’estate, in questo articolo, quantificano: se l’aria immessa è più calda del vano, raffreddandovisi vi abbandona parte della sua umidità. Lo scrive a proposito del vuoto sotto il pavimento, ma la fisica è la stessa che rende dannoso ventilare uno scannafosso profondo in una giornata afosa. La seconda è che quel manuale, come l’autore dichiara nella prefazione, prende come traccia un manuale tedesco, il Baukunde des Architekten, con le aggiunte e le modificazioni necessarie. La dottrina italiana dell’intercapedine ventilata, insomma, nei testi che ho consultato non nasce nel cantiere italiano: compare con un manuale che dichiara una traccia tedesca, e se la filiazione di quel passo sia diretta non l’ho verificato sull’originale. È forse per questo che nella nostra lingua tecnica il nome è rimasto quello vecchio, quello che parla solo di fosso.

Linea del tempo delle prescrizioni sullo scannafosso, dal De architectura di Vitruvio al ritiro della UNI 10339 nel 2024, con evidenziato dove nella fonte compare l'aria e dove resta soltanto l'acqua
Tavola G2. Duemila anni di prescrizioni sullo stesso vuoto: dove la fonte descrive l'opera per intero, l'aria c'è sempre.

A che cosa serve: quattro funzioni, non una

Si dice che lo scannafosso “toglie l’umidità”. Detto così non è verificabile, e soprattutto non permette di capire quale parte dell’opera stia lavorando e quale no. Le funzioni sono quattro, e ognuna ha un indicatore diverso.

Interrompe il contatto fra muro e terreno. Finché il paramento tocca terreno umido riceve acqua in due modi: per filtrazione laterale quando il terreno è saturo o quando scende un’ondata di pioggia, e per continuità capillare quando saturo non è. Lo scavo elimina entrambe le vie, ma soltanto per l’altezza che ha liberato. Si verifica sulla quota: il confronto fra il fondo dello scavo e il piano di posa dice fin dove il contatto è stato tolto e da dove continua.

Intercetta l’acqua e la allontana. Quella che scende lungo il fronte di scavo e quella che filtra dal terreno arrivano al fondo e vanno a un recapito. È la funzione che il nome descrive, ed è l’unica che quasi tutti costruiscono per intero. Si verifica in evento intenso, non col tempo buono: se il recapito va in carico e l’acqua torna indietro, la funzione non c’è.

Restituisce al muro una faccia che evapora. Un paramento controterra non ha modo di cedere vapore verso il terreno, che è a sua volta umido. Liberato, torna a scambiare con l’aria. Il vapore lascia la superficie in ragione della differenza fra la pressione parziale del vapore alla superficie e quella dell’aria che la lambisce. Se l’aria resta ferma quella differenza si consuma da sola in poche ore, e la faccia liberata smette di lavorare. Si verifica misurando nel tempo, sullo stesso punto del muro: è il contenuto d’acqua che scende a dire che la faccia lavora, non l’aspetto della superficie.

Rende il muro ispezionabile. Il paramento, il recapito, i giunti e gli attraversamenti impiantistici tornano visibili. Nessun’altra soluzione contro terra offre questo, e nella vita di un edificio è la funzione che più spesso salva la spesa fatta. Si verifica scendendo a guardare: se non c’è un accesso da cui farlo, questa funzione è stata pagata e non consegnata.

Le stesse quattro funzioni si ritrovano, con altri nomi, nella letteratura tecnica sulle cavità d’aria. La rassegna presentata da Salonvaara, Karagiozis, Pazera e Miller alla conferenza ASHRAE Buildings X del 2007 attribuisce a un’intercapedine ventilata quattro funzioni: l’interruzione capillare, il piano di drenaggio, il canale di ventilazione e l’equalizzazione della pressione sul rivestimento. Sono studi condotti su intercapedini di facciata, non su scannafossi, ma l’elenco delle funzioni coincide.

Le quattro funzioni dello scannafosso lette sulla stessa sezione: interruzione del contatto col terreno, intercettazione e allontanamento dell'acqua, faccia che torna a evaporare e muro ispezionabile, ognuna con il modo in cui si verifica che stia lavorando
Tavola G3. Le quattro funzioni sulla stessa sezione, ognuna con il modo di verificare che stia lavorando.

Come si costruisce

La quota del fondo, che è la decisione più delicata

Si legge spesso che il fondo dello scannafosso deve stare a quota inferiore al filo di fondazione; lo scopo è intercettare l’acqua prima che raggiunga la struttura. Detta così, senza condizioni, quella frase descrive uno scalzamento.

Le Norme tecniche per le costruzioni del 2018, al punto 6.4.2, chiedono tre cose sul piano di posa della fondazione. Va scelto e giustificato in relazione alle caratteristiche del sottosuolo e alle condizioni ambientali. Deve stare sotto la coltre di terreno vegetale e sotto lo strato interessato dal gelo e dalle variazioni stagionali del contenuto d’acqua. E le norme prevedono il caso delle acque di scorrimento superficiale: dove siano possibili fenomeni di erosione o di scalzamento, le fondazioni vanno poste più in profondità oppure adeguatamente difese.

La regola corretta ha quindi due rami, e vanno dichiarati tutti e due.

Se il fondo resta sopra il piano di posa, l’opera intercetta il flusso che arriva alla parte alta del paramento; e lascia passare quello profondo. È la soluzione che non tocca la fondazione, e in moltissimi casi è quella giusta.

Se il fondo scende sotto il piano di posa, l’opera intercetta tutto ma la fondazione va difesa; e la difesa è un’opera strutturale progettata, non un accorgimento di cantiere.

Un modo pratico di gestire il secondo ramo, quando l’opera è una trincea e non un vano, è allontanarla: il capitolato speciale d’appalto del Parco Archeologico della Sibaritide, istituto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, prevede il caso in cui lo scavo debba essere abbassato sotto la quota di fondazione: prescrive che la trincea drenante sia posizionata ad almeno due metri dalla fondazione stessa. Lo scopo dichiarato è proprio evitarne lo scalzamento. È prassi professionale documentata in un appalto pubblico, non una prescrizione normativa, e va usata per quello che è: un ordine di grandezza che dichiara il problema invece di ignorarlo.

Due sezioni a confronto sulla quota del fondo dell'intercapedine, sopra e sotto il piano di posa della fondazione, con il richiamo al punto 6.4.2 delle Norme tecniche per le costruzioni del 2018 e la conseguenza sullo scalzamento
Tavola G5. La quota del fondo ha due rami: o resta sopra il piano di posa, o la fondazione va difesa con un'opera progettata.

La parete esterna non è un taglio di terreno

Le stesse norme, al punto 6.8.6, trattano i fronti di scavo. Il progetto deve tenere conto delle opere e dei sovraccarichi vicini. Deve esaminare l’influenza dello scavo sul regime delle pressioni interstiziali, e garantire la stabilità e la funzionalità delle costruzioni preesistenti nell’area interessata. E poi la prescrizione diretta: la struttura di sostegno delle pareti di scavo deve essere prevista in due casi. Per scavi in trincea a fronte verticale di altezza superiore ai due metri nei quali sia prevista la permanenza di personale; e per scavi che ricadano in prossimità di manufatti esistenti.

Uno scannafosso lungo un edificio esistente ricade in pieno in questa previsione. E la sicurezza di chi scava ha una soglia sua, più severa: il Testo unico sulla sicurezza, all’articolo 119, prescrive per gli scavi di pozzi e trincee profondi più di un metro e mezzo le armature di sostegno man mano che lo scavo procede; la condizione è che la consistenza del terreno non dia sufficiente garanzia di stabilità.

Vanno poi tenuti distinti due progetti che in cantiere si confondono. Uno è il sostegno provvisionale del fronte durante i lavori: armature, sbadacchiature, eventualmente palancole. L’altro è il muro permanente dell’intercapedine, che è l’opera di sostegno vera e propria e resta lì per sempre. Hanno verifiche diverse, e il secondo non sostituisce il primo durante lo scavo.

Due avvertenze esecutive che il progetto deve dichiarare. La prima: lungo una fondazione esistente non si apre tutto il perimetro insieme, si lavora a tratti alternati; la lunghezza massima di scavo aperto è dichiarata in progetto, e il tratto adiacente si apre solo a opera matura. La seconda: la larghezza di scavo non è la larghezza finita. Per avere novanta centimetri di vano servono anche lo spessore del muro esterno e lo spazio per costruirlo; quindi si scava di più e poi si rinterra a tergo; dove il confine o il suolo pubblico non lo consentono, si passa a opere di sostegno verticali, ed è un altro appalto.

La larghezza, e da dove viene davvero il numero che tutti ripetono

La misura che circola ovunque è sessanta centimetri. Cercandone la fonte non si trova una norma nazionale sulle intercapedini contro l’umidità: si trova la prevenzione incendi.

Il decreto ministeriale del 30 novembre 1983, che fissa termini, definizioni generali e simboli grafici di prevenzione incendi, definisce l’intercapedine antincendi al punto 1.8. È un vano di distacco con funzione di aerazione o di scarico dei prodotti della combustione. La larghezza trasversale non è inferiore a 0,60 metri, e non è inferiore a 0,90 metri quando il vano abbia funzione di passaggio di persone. Aggiunge che è delimitata dai muri perimetrali dell’edificio servito e da terrapieno o da muri di altri fabbricati di pari resistenza al fuoco. E che superiormente è delimitata da spazio scoperto.

Tre conseguenze pratiche.

La prima è che il numero esiste, ma è nato per un’altra funzione. Chi lo cita per lo scannafosso sta prendendo in prestito una misura da un altro capitolo, e sarebbe onesto dirlo.

La seconda è che, se l’intercapedine deve essere percorsa da una persona, la stessa definizione porta la larghezza a novanta centimetri. Uno scannafosso che si vuole davvero ispezionabile e manutenibile sta a novanta, non a sessanta.

La terza è che anche qui, come in Vitruvio e come nella dry area, la definizione pretende che sopra ci sia spazio scoperto. La ventilazione sta dentro la definizione, non accanto.

Nei regolamenti edilizi comunali la prescrizione compare in forma diretta, con formule del tipo “intercapedine ventilata ispezionabile di larghezza maggiore di 60 cm”. Sono prescrizioni locali, e come tali vanno verificate sul regolamento del Comune in cui si lavora, non date per generali.

Il fondo, il recapito, il dreno

Il fondo va sagomato a raccogliere, con pendenza verso i punti di scarico dichiarata in progetto e verificata in opera: una cunetta in contropendenza trasforma l’intercapedine in una vasca. Il recapito deve stare più in basso della cunetta e restare tale anche quando piove forte: un recapito che va in carico rimanda l’acqua indietro.

Il tubo drenante si posa avvolto in un geotessile che ne impedisca l’intasamento, dentro materiale permeabile e lavato. È la parte dell’opera che si intasa per prima e che nessuno vede intasarsi.

Le bocchette, che sono la parte dimenticata

Servono aperture in basso e aperture in sommità, e devono essere due ordini distinti, non uno solo. Con un’apertura sola l’aria non ha un percorso: entra ed esce dallo stesso punto, e il vano resta fermo. Con due ordini a quote diverse la differenza di temperatura fra l’aria del vano e l’aria esterna mette in moto un tiraggio; e il vento fa il resto.

È la prescrizione di Vitruvio, e sono i pozzi di Middleton.

Resta la domanda che il cantiere fa subito, e che quasi nessun testo affronta: dove si aprono, fisicamente, le aperture in basso, visto che il lato esterno del vano in basso è terreno. I due casi vanno tenuti separati.

Nel vano a cielo aperto, chiuso solo dal grigliato, la sommità aperta è un ordine solo: l’aria entra ed esce dallo stesso piano, il tiraggio fra due quote non si instaura, e a muovere l’aria resta il vento. Le misure di Sandin, nella sezione sugli studi, indicano proprio il vento come meccanismo primario nelle intercapedini reali. Il secondo ordine, se lo si vuole, va costruito: e la tradizione dice come. Middleton lo risolve con pozzi aperti a intervalli dentro la muratura; Donghi, per la fossa completa, prescrive aperture praticate in rottura nella muratura per facilitare l’asciugamento; il capitolato della Sibaritide fa condurre il vapore all’esterno attraverso canali di ventilazione, griglie e aperture dirette; e collega le intercapedini ai vespai aerati interni tramite fori passanti nelle murature perimetrali. In tutti e tre i casi il percorso in basso passa dal costruito, non dal terreno: condotti nella muratura, collegamento col vespaio, oppure canne che scendono dalla quota del marciapiede al fondo del vano.

Nel vano coperto da soletta, invece, i due ordini sono obbligati per definizione: senza canali dedicati verso l’esterno, in basso e in alto, il vano è sigillato. È il caso per cui vale il conto del tiraggio della sezione di calcolo; lì i due metri di dislivello sono la distanza in quota fra i due ordini di aperture; non un dato che si ottiene da solo.

La faccia liberata si prepara, non si lascia com’è

Tutto l’articolo ruota sulla faccia che torna a evaporare, e quella faccia, quando lo scavo la scopre, non è mai pulita: c’è il terreno attaccato, la malta dilavata, spesso un vecchio intonaco cementizio o i resti di una guaina. Il capitolato della Sibaritide dedica alla preparazione una sequenza intera, e la riporto perché nei preventivi correnti non compare: accurata ripulitura della parete controterra con acqua deionizzata ed energica spazzolatura; messa al vivo per rimuovere ogni traccia di terreno e residui; stuccatura dei giunti con malta di calce idraulica; ed eventualmente un intonaco di calce idraulica naturale caricata con cocciopesto; se il paramento è faccia a vista, basta la stilatura dei giunti con la stessa malta.

Il criterio dietro la sequenza è uno solo, ed è quello già visto nelle misure: la faccia affacciata sul vano deve restare permeabile al vapore. Si toglie quello che sigilla, si integra con malte che traspirano; e non si chiude mai il lavoro con la mano di prodotto sbagliata.

La copertura, gli attraversamenti, il raccordo

I grigliati devono reggere il transito previsto e restare permeabili all’aria: una copertura continua annulla la funzione che si è pagata scavando. Quando la chiusura è in parte cieca, il criterio esiste e sta nei capitolati: lo stesso documento della Sibaritide prescrive, per l’intercapedine chiusa, griglie di aerazione intervallate ogni quattro o cinque parti chiuse, da dimensionare rispetto alla grandezza del manufatto. Anche qui è prassi, non norma, ma ha il pregio di trasformare la ventilazione in una voce contabile invece che in un auspicio. Gli attraversamenti impiantistici che bucano il paramento vanno sigillati, uno per uno. Il raccordo con il marciapiede perimetrale deve impedire che l’acqua di superficie entri nel vano invece di allontanarsene.

Sezione quotata del nodo completo, dal marciapiede perimetrale alla cunetta, con i dieci punti che il capitolato deve dichiarare e il modo tipico in cui ognuno di essi si guasta
Tavola G4. Il nodo completo, dal marciapiede alla cunetta: dieci punti di capitolato, e accanto a ognuno il suo modo di guastarsi.

Quello che lo scannafosso non fa

Qui sta il malinteso più diffuso.

Lo scannafosso non interrompe la risalita capillare che alimenta il muro dalla fondazione. Quel flusso è verticale e attraversa la sezione di base della muratura, a quota pari o inferiore al piano di posa; non passa dalla faccia che è stata liberata. Togliere il contatto laterale al di sopra di quella quota non tocca la sorgente: cambia il bilancio, perché la faccia liberata evapora, e per questo la fascia umida spesso si abbassa. La sorgente resta dov’era.

Contro la risalita serve un taglio della continuità capillare alla base, e lo scannafosso è complementare, non sostitutivo.

I due disegni che seguono vengono dal mio primo articolo su questo tema, e dicono la stessa cosa in sezione.

Lo scannafosso da solo non basta a bloccare la risalita che sale dalla fondazione: le frecce attraversano la sezione di base, che lo scavo non tocca
Dal primo articolo su questo tema: lo scannafosso da solo non blocca la risalita che sale dalla fondazione.
Lo stesso nodo completato dalla barriera chimica alla base del muro: il taglio della continuità capillare che allo scannafosso manca per costruzione
Lo stesso nodo completato dalla barriera chimica alla base: il taglio della continuità capillare che allo scannafosso manca.

L’avvertenza vale doppio perché il miglioramento apparente è rapido e convincente. Il Digest 245 del Building Research Establishment, dedicato alla diagnosi e al trattamento della risalita, mette in guardia proprio su questo: se si tolgono i sali asportando il vecchio intonaco e si migliora il riscaldamento, il netto miglioramento dell’aspetto della superficie dà l’impressione che la risalita sia stata curata. E invece non lo è.

Uno scannafosso fatto bene e lasciato da solo produce esattamente quell’impressione.

Sezione con i due flussi d'acqua: la filtrazione laterale che lo scavo taglia e la risalita capillare dalla fondazione che lo scavo non tocca, con la faccia liberata che torna a evaporare
Tavola G6. I due flussi: quello laterale che lo scavo taglia, e la risalita dalla fondazione che passa da una sezione mai toccata.

Il drenaggio ha un costo che non si vede

C’è un secondo effetto che quasi nessuno mette per iscritto, e non è un dettaglio.

La disciplina sta nel progetto dell’opera di sostegno, cioè della parete dell’intercapedine. Le Norme tecniche del 2018, al punto 6.5, prescrivono che in presenza di costruzioni preesistenti si valutino due cose: gli spostamenti del terreno, e la loro compatibilità con la sicurezza di quelle costruzioni. E aggiungono la regola che qui interessa: se in fase costruttiva, o per effetto dell’adozione di sistemi di drenaggio, si determina una modifica delle pressioni interstiziali nel sottosuolo, se ne devono valutare gli effetti; e la valutazione riguarda anche la stabilità e la funzionalità delle costruzioni preesistenti.

Uno scannafosso, quando e nella misura in cui drena il terreno a tergo, produce esattamente quella modifica: è un vuoto drenato permanente affacciato sul terreno. Nei terreni compressibili l’abbassamento delle pressioni interstiziali produce cedimenti per consolidazione; e i cedimenti non si fermano al muro che si voleva asciugare.

Che cosa hanno misurato gli studi

Sulle intercapedini ventilate esiste una letteratura sperimentale che ha decenni, fatta di misure e non di raccomandazioni. Quelle misure, però, sono state eseguite su intercapedini di facciata e dietro rivestimenti, non su scannafossi. La fisica in gioco è la stessa: una cavità ventilata affacciata su una superficie umida, mossa da vento e tiraggio termico. Ma il trasferimento va dichiarato e non nascosto.

Il quadro d’insieme più utile è la rassegna già citata della conferenza Buildings X; raccoglie e mette a confronto i risultati di più gruppi di ricerca. La prima cosa che si impara leggendola è che i risultati non sono concordi.

In Belgio, gli studi di Hens del 1984 trovano che la ventilazione ha effetto insignificante sulla trasmissione del calore nell’intercapedine; e che quantificare il beneficio in termini di rimozione dell’umidità è difficile. In Germania, Jung nel 1985 misura ricambi elevatissimi, in media cento all’ora, senza effetto sulla prestazione termica; ma con asciugatura più rapida del rivestimento sul lato della cavità. Alla stessa epoca, misure del Fraunhofer riportate da Künzel nel 1983 danno il risultato opposto: la presenza dell’intercapedine non ha avuto effetto sul contenuto d’acqua del paramento in laterizio.

Chi scrivesse che la ventilazione asciuga, punto, andrebbe oltre quello che la letteratura sostiene.

Quanta aria passa davvero in un’intercapedine

Il dato più utile viene dalle misure di Sandin del 1993, riportate nella rassegna. Dietro un paramento in laterizio con i giunti verticali di testa lasciati aperti, i ricambi misurati stanno fra 0,3 e 8 all’ora. Rimuovendo un mattone intero ogni 1200 millimetri salgono fra 3 e 25. Gli autori osservano che in quelle condizioni il meccanismo primario di ventilazione risulta il vento, non il tiraggio.

Sono ordini di grandezza, e servono come metro di paragone: un’intercapedine reale, con aperture reali, non ventila come una stanza con la finestra aperta.

I due risultati che ribaltano la pratica corrente

Il primo riguarda il caso in cui la cavità peggiora le cose. Nella rassegna si riporta il lavoro di TenWolde e altri del 1995: le condizioni dentro la cavità non sono sempre abbastanza asciutte da consentire un sufficiente scambio; in quei casi la cavità può avere effetto negativo, comportandosi come sorgente aggiuntiva di carico igroscopico. Non è un’ipotesi teorica: è quello che d’estate fa uno scannafosso, e la tabella estiva lo quantifica.

Il secondo riguarda che cosa conviene dimensionare. In un’analisi parametrica condotta per l’ente canadese CMHC nel 1999 su pareti intonacate con cavità ventilata, un parametro è risultato di maggiore significato: la profondità della cavità, più importante della dimensione delle aperture.

Va però preso per quello che è: un risultato su camere di facciata spesse pochi centimetri, dove lo spessore governa la resistenza al passaggio dell’aria e quindi la portata. Il trasferimento a un vano largo quasi un metro è un altro discorso: i numeri, nella sezione sulla larghezza, mostrano che non regge.

La condizione che rende possibile l’asciugamento

Un ultimo punto, dalla stessa rassegna, che vale per qualunque intercapedine. Perché la cavità possa asciugare, i materiali che vi si affacciano devono essere capaci di trasportare umidità dai materiali circostanti; e i materiali bagnati devono avere permeabilità tanto maggiore quanto più sono vicini alla cavità ventilata.

Tradotto nel nostro caso: un paramento rivestito sul lato dell’intercapedine con uno strato poco permeabile annulla la funzione evaporante anche con la ventilazione perfetta. Si può scavare, drenare e ventilare a regola d’arte, e poi chiudere il lavoro con la mano di prodotto sbagliata.

Quanto asciuga davvero un’intercapedine

Fin qui le misure altrui. Adesso il conto, che si può rifare.

Il flusso di vapore che lascia il paramento vale il prodotto di due grandezze: un coefficiente di scambio, e la differenza fra la pressione parziale del vapore alla superficie e quella dell’aria del vano. Nel vano entra aria esterna e ne esce aria più carica di vapore. In regime stazionario le due cose si equilibrano. La pressione del vapore nel vano si assesta a un valore intermedio fra quello della superficie e quello dell’aria esterna; il valore è pesato dalle due vie di scambio, le conduttanze: quella di evaporazione alla superficie e quella di ventilazione del vano.

Da questa struttura discende tutto il resto. Con poca aria il vano si porta vicino alla superficie e l’evaporazione si spegne. Con molta aria il vano si porta vicino all’aria esterna e l’evaporazione tende al suo massimo.

I numeri che seguono valgono per un caso dichiarato: muro alto due metri e mezzo, vano largo novanta centimetri, aria esterna a cinque gradi con umidità relativa dell’85 per cento, paramento a 8,5 gradi. La temperatura del paramento è un parametro imposto, non un risultato: viene dal modello dell’onda termica annuale di Kusuda e Achenbach, calcolata a metà gennaio sulla profondità dello scavo, e descrive il terreno indisturbato. La faccia che lo scavo ha scoperto, indisturbata non è più: lo scambio con l’aria del vano la avvicina all’aria, tanto più quanto più si ventila, e il modello lo trascura tenendola ferma. Le righe ad alta ventilazione vanno quindi lette come caso limite.

Nella terza colonna, il massimo è l’evaporazione a ventilazione infinita, cioè con l’aria del vano identica all’aria esterna.

ricambi orari acqua sottratta al muro percentuale del massimo umidità nel vano
0,3 45 g al giorno per metro 1,5 % 99,7 %
1 146 g 4,7 % 98,9 %
3 400 g 12,9 % 97,1 %
5 614 g 19,8 % 95,5 %
8 878 g 28,3 % 93,7 %
15 1.320 g 42,5 % 90,9 %
25 1.715 g 55,2 % 88,6 %
50 2.213 g 71,3 % 86,3 %
100 2.590 g 83,4 % 85,1 %

Quel massimo vale 3.105 grammi al giorno per metro di muro. Per arrivare alla metà servono venti ricambi orari, per l’ottanta per cento ottantuno, per il novanta per cento centottantuno.

Si confrontino questi numeri con le misure di Sandin: da 0,3 a 8 ricambi con i giunti aperti, da 3 a 25 con un mattone tolto ogni metro e venti. Un’intercapedine reale lavora nella parte bassa della curva dell’evaporazione consentita. Se poi il passo lento sia quello dell’aria o quello del muro dipende dalla permeabilità del paramento; questo modello, che assume la superficie sempre satura, non lo decide: i valori in tabella sono limiti superiori, come la nota in fondo dichiara.

Questo però non significa che non serva a niente, e il fraintendimento sarebbe grave. Fra un vano fermo, a 0,3 ricambi, e uno mediamente ventilato, a otto, ci sono quarantacinque grammi contro ottocentosettantotto: quasi venti volte, come rapporto fra due limiti superiori. Su un muro capace di rifornire la superficie, un’intercapedine sigillata è un’opera ferma; una che ventila lavora.

Curva dell'acqua sottratta al muro in funzione dei ricambi d'aria del vano, in scala logaritmica, con l'asintoto della ventilazione infinita e la fascia dei ricambi realmente misurati dietro un paramento in laterizio
Tavola G8. La curva del ricambio: le intercapedini reali stanno nella fascia bassa, e per metà del massimo servono venti ricambi orari.

Che cosa cambia davvero la larghezza

Qui il modello impone un’onestà che di solito manca. A parità di ricambi orari, allargare il vano aumenta l’acqua sottratta: nello stesso caso di gennaio, a cinque ricambi, si passa da 236 grammi al giorno per metro con trenta centimetri di larghezza a 614 con novanta. Ma a parità di ricambi un vano più largo muove più aria in assoluto, e quella tabella misura la portata, non la larghezza.

La variabile che il progetto fissa davvero sono le bocchette. E a parità di bocchette il conto cambia faccia: con trecento centimetri quadrati per metro in basso e in alto, la portata del tiraggio è la stessa per qualunque larghezza; i ricambi orari scendono da 43 con trenta centimetri a 11 con centoventi; e l’acqua sottratta resta identica, 1.286 grammi al giorno per metro, su tutte e quattro le larghezze. Nel bilancio del vapore, a portata fissata, la larghezza non fa nulla.

I novanta centimetri, quindi, non si comprano per asciugare di più: si comprano per entrarci, lavorarci e mantenerli. Che è la giustificazione data più sopra a proposito del decreto del 1983, e regge da sola. Quanto al risultato canadese sulla profondità della cavità, riguarda camere di facciata dove lo spessore governa la resistenza del canale: in un vano largo un metro quel meccanismo non esiste, e non va invocato.

Il doppio conto sulla larghezza dell'intercapedine: a parità di ricambi orari il vano largo sembra lavorare di più, ma a parità di bocchette l'acqua sottratta è identica per ogni larghezza, e i novanta centimetri si giustificano con l'accesso e la manutenzione
Tavola G9. La larghezza col conto fatto due volte: a parità di bocchette l'acqua è la stessa, i novanta centimetri si comprano per entrarci.

Un ordine di grandezza per le bocchette

Se si trascura il vento e si considera il solo tiraggio termico fra un ordine di aperture in basso e uno in sommità, si ottiene questo; il dislivello è di due metri, le temperature quelle del caso di gennaio:

superficie delle bocchette portata ricambi orari
100 cm² 10,7 m³/h per metro 4,8
300 cm² 32,2 14,3
600 cm² 64,5 28,7
1.200 cm² 129,0 57,3

È un calcolo indicativo e va preso per quello che è: trascura il vento, che gli studi indicano come meccanismo primario, e assume che le aperture siano libere e non ostruite. Serve però a fissare un punto: per portare un’intercapedine nella parte utile della curva servono superfici di apertura dell’ordine di alcune centinaia di centimetri quadrati per metro, in basso e in alto. Non due griglie di cortesia.

Schema del moto dell'aria nell'intercapedine fra i due ordini di aperture, per vento e per tiraggio termico, con portata e ricambi orari calcolati per quattro superfici di bocchetta
Tavola G7. Che cosa muove l'aria nel vano: due ordini di aperture, il tiraggio termico, e il vento che fa il resto.

Quando bagna invece di asciugare

Qui il conto dice una cosa che quasi nessuno scrive.

D’estate l’aria esterna è calda e carica di vapore. Il paramento affacciato sull’intercapedine sta invece alla temperatura del terreno, che a quella profondità resta molto più bassa. Se il punto di rugiada dell’aria esterna supera la temperatura del paramento, il flusso si inverte: non è più il muro che cede vapore all’aria, è l’aria che deposita acqua sul muro.

Negli stessi termini del calcolo precedente, con aria esterna a 32 gradi e 70 per cento di umidità relativa e paramento a venti gradi:

ricambi orari acqua depositata sul muro
0,3 117 g al giorno per metro
3 1.028 g
10 2.620 g
25 4.344 g
100 6.445 g

Più si ventila, più si bagna. Il verso è quello: l’acqua depositata cresce con l’aria che entra, perché è l’aria a portarla. E come d’inverno la curva si appiattisce ai ricambi alti: fra venticinque e cento ricambi l’aria che entra si quadruplica, e l’acqua depositata cresce di meno della metà.

Anche qui questi valori dipendono dalla temperatura assunta per il paramento, che è quella del terreno indisturbato. Basta che la faccia si scaldi di due gradi, e il deposito a cinque ricambi scende da 1.575 a 1.085 grammi; con quattro gradi in più scende a 544; e quando la superficie raggiunge i 25,8 gradi del punto di rugiada esterno, il deposito si annulla. E siccome ad avvicinare la faccia all’aria è la ventilazione stessa, il deposito reale sta sotto questi valori: il verso del fenomeno resta, l’entità va letta come limite superiore.

Il quadro annuale, calcolato a cinque ricambi orari sullo stesso vano, mette in fila le due stagioni:

condizione rugiada esterna paramento bilancio
gennaio, aria fredda e umida 2,7 °C 8,5 °C 614 g sottratti
marzo, aria mite 6,7 °C 9,1 °C 284 g sottratti
maggio 13,2 °C 14,4 °C 201 g sottratti
agosto, pomeriggio afoso 25,8 °C 20,0 °C 1.575 g depositati
agosto, notte afosa 22,3 °C 20,0 °C 551 g depositati
ottobre 11,6 °C 16,8 °C 894 g sottratti

Il criterio che decide non è la temperatura dell’aria e non è la sua umidità relativa: è il confronto fra la pressione del vapore dell’aria esterna e quella alla superficie del paramento. Su un muro molto bagnato, con la superficie prossima alla saturazione, coincide con il confronto fra il punto di rugiada esterno e la temperatura del paramento: finché la rugiada sta sotto, il vano lavora; quando la supera, lavora contro.

Due righe del quadro vanno però lette con prudenza. A marzo e a maggio il margine fra paramento e rugiada è di 2,4 e 1,2 gradi, meno dell’incertezza del modello di temperatura del terreno; e su un paramento che sta asciugando, con la superficie non più satura, il segno di quelle due righe può invertirsi.

Quadro annuale del bilancio del vapore nell'intercapedine, con il confronto fra punto di rugiada dell'aria esterna e temperatura del paramento che decide se il vano toglie acqua al muro o gliela deposita
Tavola G10. Il quadro annuale: quando la rugiada esterna supera la temperatura del paramento, il vano deposita acqua invece di toglierla.

Va detto con onestà che il calcolo dà l’evaporazione possibile, quella che l’aria consente. Quella reale è il minimo fra questa e quanto il muro riesce a portare in superficie. Su un muro poco permeabile o già asciutto in superficie sarà molto minore. Il verso del flusso, però, e le condizioni che lo invertono, non cambiano.

L’aria del tuo scannafosso asciuga o bagna?

Tavola interattiva · decide il confronto fra rugiada esterna e paramento · verifica orientativa

Renzo-ArtHomeTavola T.I-07 · fuori scala
Stagioni di riferimento (portano anche il paramento, dal modello del terreno)
gennaio marzo maggio agosto, pomeriggio agosto, notte ottobre

temperatura all’ombra fuori dallo scavo

umidità relativa dell’aria che entra nel vano

temperatura del muro affacciato sul vano, misurata all’infrarosso o presa dalle stagioni qui sopra

luce netta fra muro e parete di contenimento

altezza del paramento bagnata dallo scavo

superficie netta di passaggio, per metro lineare

superficie netta di passaggio, per metro lineare

Copertura
scoperto, o grigliato che non ostruisce coperto: area utile dimezzata (assunzione)
BAGNA
Il punto di rugiada dell’aria esterna sta sopra la temperatura del paramento: l’aria che passa deposita acqua sul muro, e ne deposita di più quanto più si ventila.
Ricambio d’aria stimato
25,8 ricambi/ora
Rugiada dell’aria esterna
25,8 °C
Umidità dell’aria nel vano
95,8 %
Acqua al giorno, per metro
4.413 g lasciati sul muro
Il confronto che decide: rugiada dell’aria esterna contro paramento-10-505101520253035rugiada da questa parte: il vano asciugada questa parte: il vano bagnarugiada fuori 25,8°paramento 20,0°
Il tiraggio termico. Con 300 cm² in basso e 300 cm² in alto, un dislivello di 2,0 m e 12,0 gradi di differenza fra paramento e aria esterna, il vano muove circa 58,1 m³ all’ora per metro di intercapedine, cioè 25,8 ricambi orari. Per confronto, dietro un paramento in laterizio con i giunti di testa aperti sono stati misurati da 0,3 a 8 ricambi orari, e da 3 a 25 con un mattone tolto ogni 1200 mm (Sandin 1993); uno studio tedesco riporta una media di 100 (Jung 1985).
Le 24 ore, con la tua aria e il tuo vano · giornata tipo dichiarata: 5 gradi sopra e sotto la temperatura inserita, rugiada ferma
0
3
6
9
12
15
18
21
Sommando le 24 ore, il vano lascia sul muro 4.363 g per metro, con il massimo alle ore 15, quando la differenza di temperatura fra paramento e aria esterna tira di più. Il verso resta lo stesso per tutta la giornata: cambia quanto.
verde: il vano toglie acqua al muro · grigio: bilancio sotto il grammo al giorno · rosso: il vano lascia acqua sul muro. Il colore più intenso segna le ore in cui passa più acqua. Il massimo di temperatura è posto alle 15 e il minimo alle 3.
I limiti di questo calcolo, per iscritto
  • Il ricambio d’aria è stimato dal solo tiraggio termico, con coefficiente di efflusso 0,6 e dislivello fra bocchette basse e alte fissato a 2,0 m, lo stesso valore usato nei calcoli dell’articolo. Il vento è trascurato, e gli studi di campo lo indicano come il meccanismo che di solito muove più aria: la stima qui sopra è quindi prudente e non sostituisce una misura.
  • La copertura: quando la dichiari chiusa all’aria, il calcolo riduce l’area utile delle bocchette del 50 per cento, su entrambi gli ordini di aperture. È un’assunzione dichiarata, non una misura: la riduzione vera dipende dal disegno del grigliato, dal telaio e da quanto si intasa. Una chiusura continua porta il ricambio vicino a zero, e allora nessuno dei due versi del flusso vale più niente.
  • Le stagioni di riferimento portano la temperatura del paramento calcolata con l’onda annuale smorzata del modello di Kusuda e Achenbach (1965), mediata sulla profondità dello scavo. Diffusività del terreno e clima di superficie sono esempi dichiarati, non la climatologia di un luogo reale. Se hai una misura all’infrarosso, usa quella e muovi il cursore a mano.
  • Il modello calcola l’evaporazione possibile, quella che la ventilazione consente. Quella reale è il minimo fra questa e quanto il muro riesce a portare in superficie: un paramento rivestito con uno strato poco permeabile cede meno acqua di quanto qui risulti, anche con la ventilazione perfetta.
  • Le assunzioni del bilancio: regime stazionario, aria del vano perfettamente miscelata, superficie del paramento considerata satura, velocità dell’aria sul paramento 0,1 m/s con la correlazione lineare classica. Il coefficiente di trasporto di massa viene dalla relazione di Lewis; il confronto con il fattore empirico di uso corrente nella modellazione igrotermica dà uno scarto di circa l’11 per cento, che non cambia il verso del flusso.
  • La striscia delle 24 ore fa oscillare la temperatura di 5 gradi sopra e sotto quella che hai inserito e tiene fermo il punto di rugiada, perché l’acqua contenuta nell’aria cambia poco nell’arco di una giornata. È una giornata tipo dichiarata, non una registrazione: sostituirla con i dati di una stazione vicina cambia i numeri, non il meccanismo.
Il criterio che decide non è la temperatura dell’aria e non è la sua umidità relativa: è il confronto fra il punto di rugiada dell’aria esterna e la temperatura del paramento. Finché la rugiada sta sotto, l’aria che passa prende acqua dal muro e la porta via. Quando la supera il verso si inverte, ed è l’aria a lasciare acqua sul muro: in quel caso più si ventila e più se ne deposita. Saturazione con la formula di Magnus, controllata su Buck (1996); coefficiente di trasporto di massa dalla relazione di Lewis; bilancio del vapore in regime stazionario su un metro lineare di intercapedine; portata dal tiraggio termico fra due aperture in serie. Tutti i numeri di questa tavola escono dallo stesso script di calcolo dell’articolo: se un numero qui non è riproducibile da quello script, è un numero da correggere.

La tavola interattiva qui sopra fa questi conti per il proprio vano: si inseriscono temperatura e umidità dell’aria esterna, temperatura del paramento, larghezza e profondità, superficie delle bocchette e copertura. La tavola restituisce il verdetto, il ricambio stimato e i grammi d’acqua al giorno tolti o lasciati sul muro; i limiti del calcolo sono scritti per esteso.

Le scuole che non dicono la stessa cosa

Davanti allo stesso muro contro terra esistono almeno tre linee dottrinali consolidate, e portano a scelte diverse. Non sono sfumature di gusto: partono da assunti opposti su che cosa si debba fare dell’acqua.

La scuola tedesca: si sceglie il concetto dal carico d’acqua

La Wissenschaftlich-Technische Arbeitsgemeinschaft für Bauwerkserhaltung und Denkmalpflege, la WTA, pubblica una scheda dedicata all’impermeabilizzazione a posteriori degli elementi a contatto con il terreno, la 4-6; l’edizione corrente è del dicembre 2024.

L’impostazione è dichiarata nella sintesi ufficiale: si parte dalla Wassereinwirkung, cioè dal carico d’acqua effettivo, e dalla Nutzung, l’uso previsto dell’ambiente; e da questi si sceglie il concetto di impermeabilizzazione. La scheda tratta come alternative legittime tanto l’impermeabilizzazione dal lato esterno quanto quella dal lato interno, e non lavora da sola: rimanda alla diagnostica della muratura, alla barriera orizzontale meccanica, all’iniezione con prodotti certificati, alle iniezioni di gel, ai sistemi di intonaco di risanamento e alla misura del contenuto d’acqua. Contiene inoltre un capitolo che è una presa di posizione dell’associazione sull’efficacia dei metodi elettrofisici e parafisici.

È una filosofia senza preferenze estetiche: nessun riguardo particolare per la faccia che evapora, e riguardo assoluto per il concetto verificabile, misurato e collaudato.

La scuola britannica della conservazione: presunzione contraria

La Society for the Protection of Ancient Buildings, che si occupa di edifici storici, parte dall’estremo opposto. Nella sua guida alla risalita si legge che deve valere una presunzione contraria ai corsi impermeabili inseriti a posteriori. Installati in modo inappropriato in un edificio anteriore al 1919, possono essere dannosi, inefficaci e una spesa inutile.

Nella stessa direzione, la guida avverte che intonaci e rivestimenti impermeabili possono aggravare i problemi di umidità. Le misure che aiutano la muratura a traspirare possono invece essere la soluzione migliore: l’esempio della guida è sostituire un intonaco cementizio duro con una malta di calce più adatta. Per gli edifici in terra cruda l’avvertimento è più netto: le barriere fisiche e chimiche vanno evitate, perché possono produrre danni strutturali gravi.

Va però riportato anche il seguito, perché non è un rifiuto assoluto: quando il taglio fisico non è praticabile, la stessa guida rimanda al Building Research Establishment; e prescrive di considerare solo metodi che abbiano ottenuto una certificazione di terza parte. E osserva che l’iniezione chimica è oggi l’unico metodo che soddisfa quel requisito.

In questa linea lo scannafosso ventilato è la prima scelta, perché produce esattamente quello che la scuola chiede: una superficie che torna a scambiare vapore.

La scuola prestazionale: l’acqua non si esclude, si governa

La norma britannica sulla protezione delle strutture contro terra, la BS 8102 nell’edizione del 2022, classifica tre tipi di protezione: il tipo A, a barriera, applicabile sul lato positivo o su quello negativo; il tipo B, strutturalmente integrata, affidata al calcestruzzo stesso; il tipo C, drenata, che gestisce l’acqua entrata raccogliendola in un’intercapedine drenante incorporata. Separa inoltre il grado prestazionale richiesto dall’ambiente dal tipo di sistema con cui lo si raggiunge; e per i gradi più esigenti chiede protezione combinata. Una cautela, che vale qui e ogni volta che questa norma torna nel testo: non l’ho letta sul testo di norma, e quello che ne riporto viene dalle sintesi pubblicate da soggetti che siedono nel comitato.

Il tipo C parte da un assunto opposto al tipo A: l’acqua entrerà, e il progetto la governa.

E qui si capisce dove sta lo scannafosso. Non è nessuno dei tre tipi. Non è un sistema di impermeabilizzazione: è un intervento che agisce a monte, riducendo il carico idraulico al contorno e cambiando le condizioni al contorno del paramento. Va progettato insieme al sistema di tipo A, B o C, non al posto suo. Trattarlo come alternativa è la ragione per cui il committente lo scambia per una cura.

E la diagnosi che l’Italia prescrive per iscritto dal 1972

La Carta del restauro del 1972, nell’allegato dedicato ai restauri pittorici e scultorei, elenca fra le operazioni preliminari a qualunque intervento una verifica: l’accertamento delle condizioni del supporto in relazione all’umidità. E prescrive di definire se si tratti di umidità di infiltrazione, per condensazione o per capillarità. La via indicata è eseguire prelievi della malta e del conglomerato del muro e misurarne il grado di umidità.

La diagnosi differenziale delle tre umidità, con prelievo e misura, è prescritta in Italia per iscritto dal 1972.

Una precisazione, perché in questa materia le attribuzioni facili sono il difetto più comune. I quattro principi che vengono comunemente attribuiti a quella Carta, cioè reversibilità, compatibilità, riconoscibilità e minimo intervento, in quella formulazione nel testo non compaiono: questo l’ho verificato leggendola per intero. La spiegazione più probabile è che siano un’elaborazione dottrinale successiva, fedele allo spirito del documento. Ma non ho trovato una fonte che dichiari apertamente quella filiazione: resta plausibile, non documentata.

E la scelta che si nasconde dentro lo scannafosso stesso

Sotto lo stesso preventivo si nascondono due opere diverse, e non è una variante esecutiva.

Nella prima l’intercapedine resta aperta, ventilata e ispezionabile. Il paramento continua a scambiare vapore, e il sistema vive di manutenzione: se il dreno si intasa o la copertura chiude la ventilazione, la funzione si perde.

Nella seconda si esegue la quarta delle opere elencate all’inizio, lo scavo servente all’impermeabilizzazione. Dopo il rinterro non esiste più un’intercapedine: non c’è più faccia evaporante e non c’è più ispezione; e quello che resta a difendere il muro è uno strato sepolto che nessuno rivedrà.

La prima soluzione mette la manutenzione dentro il sistema. La seconda la elimina, e in cambio affida tutto alla durabilità di un materiale sepolto. Sono due modi diversi di rispondere alla stessa domanda, e vanno detti al committente prima di firmare, non dopo.

I parenti dello scannafosso, e in che cosa differiscono davvero

Sotto la parola drenaggio, in cantiere, stanno tre cose diverse: il tubo, lo strato che porta l’acqua al tubo e lo scavo che li contiene. Tutte e tre tolgono acqua liquida dal contorno del muro. Nessuna delle tre, da sola, dice che cosa resta lì dopo.

E quello che resta lì dopo è la domanda che separa davvero questi sistemi. Quando il cantiere chiude, o è rimasto un vuoto oppure no. Da quella risposta discende tutto il resto: se rimane un vuoto, il muro riacquista una faccia che può cedere vapore, la si può guardare, e qualcuno dovrà mantenerla; se non rimane, la durata dell’opera coincide con quella di uno strato sepolto.

Matrice di confronto fra otto sistemi contro l'umidità dei muri controterra, letti su sei assi: se resta un vuoto, se il muro riacquista una faccia che evapora, se è ispezionabile, chi lo mantiene, quale acqua governa e come fallisce
Tavola G11. Otto sistemi sui sei assi che contano, con le fonti per esteso: la domanda che li separa è se resta un vuoto oppure no.

La trincea drenante, che nasce in un campo

Il nome inglese di questo sistema, French drain, si fa comunemente risalire non alla Francia ma a Henry Flagg French e al suo Farm Drainage. Il libro è pubblicato a New York nel 1859. Sulla derivazione del nome vale però la cautela: la locuzione in quel libro non compare, e le attestazioni anteriori che si citano in rete non hanno estremi verificabili. Che cosa quel libro sia, invece, è certo: un trattato di drenaggio agrario che l’autore stesso, nel sottotitolo, descrive come l’arte di drenare la terra con pietre, legno, aratri, fossi aperti e soprattutto tubi di terracotta. Ha ventiquattro capitoli, e uno solo riguarda le cantine.

La matrice del sistema, insomma, è agricola. La trincea abbassa un livello d’acqua in un suolo per mestiere; lo scannafosso non è progettato per farlo, il suo mestiere è aprire un vano e tenere una faccia del muro esposta all’aria. L’effetto collaterale però ce l’ha anche lui, ed è il costo geotecnico già visto: un vuoto drenato affacciato sul terreno abbassa comunque le pressioni interstiziali a tergo, in misura che dipende da permeabilità e profondità. La differenza fra i due è di funzione, non di effetto; e li si confonde perché l’attrezzo che li esegue è lo stesso escavatore.

Anche il modo di fallire della trincea è documentato da quel libro, dove un capitolo intero si intitola all’ostruzione dei dreni. Da allora il quadro non è cambiato: la trincea si intasa dall’interno e non lo dà a vedere. Fra le cause, l’ocra ferrosa merita una nota perché è la meno intuitiva. Quando l’ossigeno si esaurisce per ristagno prolungato, il ferro passa in forma solubile e viene poi riossidato in forma insolubile; e il deposito chiude tubo, pozzetto e pompa. Il servizio di divulgazione agraria della Michigan State University, che se ne occupa da decenni, osserva che il lavaggio funziona se lo si fa abbastanza presto, tipicamente nel primo anno dalla posa; e che senza lavaggi regolari l’ocra indurisce. È una manutenzione che cade sul proprietario, e che il proprietario quasi mai sa di dover fare.

Il pezzo debole ha perfino una norma di prodotto tutta sua, la UNI EN 13252 sui geotessili per i sistemi drenanti. L’opera nel suo insieme, in ambito tedesco, è invece normata dalla DIN 4095, drenaggio a protezione delle opere edilizie; le schede di catalogo la danno parzialmente sostituita dal giugno 2026. Uno studio su filtri geotessili estratti da trincee drenanti dopo diciotto anni di servizio, pubblicato su Geotextiles and Geomembranes nel 2016, arriva a una conclusione: il meccanismo di degrado preponderante è probabilmente chimico, non il semplice intasamento meccanico. Il contesto è la stabilizzazione di versanti, non l’edilizia, e il trasferimento va dichiarato; ma il punto regge: la trincea ha una vita utile che decresce e non si vede, mentre lo scannafosso ha una manutenzione ordinaria che si vede.

Lo scavo servente, e il numero che dimostra la tesi

Qui c’è il riscontro documentale più netto della parte comparativa, e viene dalla prassi tedesca. Una linea guida della Deutsche Bauchemie, nell’edizione del 2020, riporta lo schema della DIN 18533. La regola è questa: il caso rientra in una classe di sollecitazione più bassa, e non in quella dell’acqua in pressione, a tre condizioni. Il terreno è poco permeabile; il piano di impermeabilizzazione sta almeno cinquanta centimetri sopra il livello d’acqua di progetto; e un drenaggio eseguito secondo la DIN 4095 allontana l’acqua dal fabbricato.

Letto per quello che è, questo significa che l’opera esterna non è un modo in più di impermeabilizzare: è l’intervento che cambia la classe di carico su cui poi si dimensiona l’impermeabilizzazione. Un trasferimento però va dichiarato, come si fa altrove in questo articolo: il documento parla del drenaggio rinterrato secondo la DIN 4095, cioè della trincea. Che lo stesso valga per l’intercapedine aperta è un’analogia di ragionamento, mia, non un contenuto del documento.

La stessa fonte ne segna anche il limite, e va riportato: nella classe di alta sollecitazione da acqua in pressione, cioè terreno poco permeabile e fondazione più profonda di tre metri, il drenaggio non è richiesto in nessuno dei casi previsti. Sotto falda vera l’opera che toglie acqua al contorno smette di essere il rimedio, e si torna alla tenuta del guscio.

C’è poi un dettaglio esecutivo da fissare, perché in cantiere si sbaglia con regolarità: il verso delle bugne. Lo stesso capitolato di restauro pubblico già citato lo scrive senza ambiguità. La membrana bugnata nuda va posata con le bugne rivolte verso la parete: così si agevola la circolazione dell’aria e insieme si protegge lo strato impermeabile dal rinterro. Ma se la membrana è accoppiata a un geotessile drenante, la posa si inverte: il lato bugnato va rivolto verso il terreno, perché il geotessile possa filtrare le particelle e impedire l’intasamento dei canali. Il verso, insomma, dichiara la funzione: bugne al muro significa protezione e un velo d’aria, feltro al terreno significa drenaggio filtrato. Chi posa l’una come l’altra ottiene un pezzo che non fa nessuna delle due cose.

Anche questa, va detto, è prassi professionale documentata e non una prescrizione di norma. Alle due funzioni corrispondono peraltro due norme di prodotto diverse, quella sui fogli per l’impermeabilizzazione e quella sui geotessili per i sistemi drenanti. E lo stesso foglio bugnato ricade nell’una o nell’altra secondo la funzione che il fabbricante gli attribuisce. È lo stesso equivoco che colpisce la parola scannafosso, in scala ridotta: un oggetto solo, due mestieri, e il nome che non li distingue.

Il tipo C, che governa l’acqua invece di escluderla

La classificazione della BS 8102 nei tre tipi l’abbiamo già vista fra le scuole, con la cautela già dichiarata sulla fonte. Qui interessa da vicino il tipo C, perché è il parente che più somiglia allo scannafosso e più ne differisce. Gli standard dell’ente britannico di garanzia sull’edilizia residenziale definiscono la membrana a intercapedine: un foglio semiflessibile concepito per formare una cavità che intercetta l’acqua e la indirizza allo scarico. E chiedono che canaletta, pozzetto e pompa abbiano punti di accesso ben posizionati per assistenza e manutenzione, oltre a una valvola di non ritorno.

Il vuoto quindi c’è anche qui. Ma è di millimetri, sta dentro, e viene chiuso da contropareti e pavimento finito: nessuna faccia del muro resta libera di evaporare verso l’aria esterna. E la manutenzione ha un calendario prescritto: la sintesi delle modifiche del 2022 curata dall’associazione britannica di categoria indica prima ispezione alla consegna, una seconda dopo tre mesi, poi almeno annuale; i punti di manutenzione devono restare accessibili e non solo previsti in progetto.

C’è però un dettaglio di struttura della norma che vale più di molte discussioni. Il drenaggio esterno sotto la superficie non sta in nessuna delle tre sezioni sui tipi: sta nella sezione dedicata alla progettazione della resistenza all’acqua, cioè a monte. Quello che riduce il carico d’acqua al contorno viene trattato come decisione di progetto, non come uno dei modi di impermeabilizzare il guscio. Lo scannafosso appartiene a quella famiglia lì.

La bocca di lupo, che serve la stanza e non il muro

È il parente più vicino e il più frainteso, perché la griglia in strada è identica. Il De Mauro la definisce un pozzetto chiuso da una grata che sbocca nella parte inferiore di una parete. Il Treccani ne registra anche l’accezione di finestra di cella carceraria con chiusura inclinata: il nome descrive una forma, la gola stretta e schermata, non una funzione.

La differenza tecnica è che il vuoto è puntuale e verticale invece che continuo e perimetrale, e questo cambia il modo di fallire. Il fondo del pozzetto è il punto più basso del sistema: raccoglie quanto cade dalla grata, acqua, foglie e terra, e lo consegna a un solo scarico; un vano continuo distribuisce lo stesso carico su una cunetta lunga quanto il muro. Per questo i regolamenti che se ne occupano fissano la quota. Il regolamento edilizio della Città di Torino, all’articolo 127, definisce l’intercapedine come un vano con tre destinazioni: l’illuminazione indiretta, l’aerazione e la protezione dall’umidità dei locali interrati. E prescrive che il fondo risulti almeno venti centimetri al di sotto della quota di riferimento interna. Una bocca di lupo il cui fondo stia alla quota del pavimento, o sopra, scarica in casa alla prima grata intasata.

Lo stesso articolo dice due cose che in cantiere non si sentono quasi mai. La prima è che le intercapedini realizzate su suolo pubblico sono a totale carico dei proprietari, che ne curano anche la manutenzione; e che il provvedimento autorizzativo è rilasciato in forma precaria e revocabile: il vano d’aria sotto il marciapiede è una servitù costosa e un titolo revocabile, non un pezzo di edificio. La seconda è che le aperture vanno protette da reti indeformabili a maglia fitta contro l’ingresso di animali. Il che genera il conflitto tipico di questo oggetto: la rete che tiene fuori i ratti è la stessa che toglie la portata d’aria per cui l’apertura esisteva.

Una precisazione sui conti di aeroilluminazione: è la ragione per cui la bocca di lupo si apre anche dove il vano perimetrale esiste già. Il decreto del Ministero della Sanità del 5 luglio 1975 chiede per i locali abitabili illuminazione naturale diretta; e la bocca di lupo dà luce indiretta: un interrato illuminato solo così non diventa abitabile. Per i luoghi di lavoro il divieto è nel Testo unico sulla sicurezza, che vieta di destinare al lavoro locali chiusi sotterranei o semisotterranei salvo deroga. La bocca di lupo serve quel requisito. Lo scannafosso no, perché non porta aria dentro la stanza: serve il muro.

C’è infine un dettaglio che i due oggetti non condividono. La definizione antincendi di spazio scoperto, al punto 1.12 dello stesso decreto del 1983, chiede una superficie minima in pianta commisurata all’altezza della parete più bassa. Un pozzetto a bocca di lupo non la raggiunge; quindi non può fare da delimitazione superiore di un’intercapedine antincendi, per quanto la griglia sia identica a vedersi.

Perché nessuno di questi nomi è definito una volta per tutte

La ragione per cui quattro oggetti diversi portano lo stesso nome ha un documento. L’intesa del 20 ottobre 2016 ha introdotto il regolamento edilizio tipo; la materia delle intercapedini e delle griglie di aerazione è fra quelle lasciate alla disciplina comunale. Non esiste cioè una definizione nazionale del vano contro terra: ogni comune scrive la sua, e la stessa parola cambia larghezza, funzione e obblighi passando il confine comunale. Chi cita “la norma sui 60 cm” sta quasi sempre citando il regolamento del proprio comune, o la prevenzione incendi, e chiamandola norma nazionale.

E c’è un ultimo equivoco, che chiude il cerchio di tutto l’articolo. In cantiere la parola intercapedine indica anche un’altra cosa, e oggi più spesso di questa: la camera d’aria dentro una muratura a doppia parete. Non è una coincidenza fastidiosa, è la ragione per cui i numeri sui ricambi d’aria che si trovano in letteratura vanno maneggiati con attenzione. Le misure citate più sopra, quelle che dicono quanta aria passa davvero dietro un paramento, sono state fatte proprio lì: in una camera d’aria di facciata larga pochi centimetri, non in un vano perimetrale in cui si cammina. La fisica è la stessa, e il trasferimento in questo articolo è dichiarato ogni volta; ma chi cerca “ricambi d’aria in intercapedine” e prende il primo numero che trova sta quasi sempre leggendo di un altro oggetto.

Otto schede di confronto con quello che ogni sistema porta in dote, quello che costa e la condizione in cui è la scelta giusta invece che la più comoda
Tavola G12. Pro e contro di ogni sistema, e la condizione in cui è la scelta giusta invece che la più comoda.

E una cosa che nessuno di questi sistemi fa. Nessuno interrompe la risalita capillare che alimenta il muro dalla fondazione, per la ragione già vista: quel flusso è verticale e attraversa una sezione che lo scavo non tocca. La scelta fra loro non è la scelta fra rimedi più o meno efficaci contro la stessa cosa. È la scelta fra un impegno continuo e visibile e un rischio concentrato e sepolto.

Che cosa fa fallire uno scannafosso

Le modalità di guasto sono poche e si ripetono.

Il dreno si intasa. È la prima cosa che succede e la meno visibile. Da quel momento il fondo trattiene, e il carico idraulico sul paramento torna quello di prima o peggiore: adesso l’acqua sta in un vaso stretto e alto addossato al muro.

La copertura chiude la ventilazione. Un grigliato continuo, una lastra posata per non far cadere le foglie, un rifacimento del marciapiede che sigilla il perimetro: la funzione più costosa dell’opera si annulla con un intervento da poche centinaia di euro fatto da qualcuno che non sapeva.

Le aperture sono di un ordine solo. Senza il secondo ordine a quota diversa non si stabilisce un percorso, e l’aria non si muove. È esattamente l’errore che Vitruvio avvertiva di non fare.

Il recapito va in carico. Se durante gli eventi intensi il punto di scarico si allaga, l’acqua rientra. La verifica va fatta sulla condizione peggiore, non su quella di comodo.

Il paramento viene rivestito con uno strato poco permeabile. La faccia liberata smette di evaporare. E le misure citate sopra dicono che è la permeabilità dei materiali affacciati sulla cavità a rendere possibile l’asciugamento.

L’aria estiva entra senza governo. Nelle condizioni viste, nei mesi caldi il vano deposita acqua sul muro, e ne deposita di più quanta più aria riceve.

Gli attraversamenti impiantistici non sono sigillati. Restano il punto debole per tutta la vita dell’opera, e sono l’unico difetto che si vede subito quando si scende a guardare.

Va poi tenuto presente un rischio che con l’umidità non c’entra ma con il vano sì: un volume confinato, coperto e poco ventilato a contatto con il terreno è, per definizione, un luogo dove i gas del suolo possono accumularsi. La stessa intercapedine, ventilata o messa in depressione, è invece una delle configurazioni usate per la mitigazione. Cambia solo l’aria che ci passa.

Il piano di manutenzione è parte del progetto

Da tutto quanto precede discende una conseguenza che di solito viene relegata all’ultima riga del preventivo, e invece è strutturale.

Uno scannafosso aperto è un’opera che funziona finché qualcuno la mantiene. Il dreno va ispezionato, il fondo va pulito, le bocchette vanno tenute libere, i grigliati vanno rimessi come erano. Nessuna di queste operazioni è difficile o costosa; tutte vengono dimenticate.

Chi progetta un’intercapedine ventilata e non consegna il piano di manutenzione ha consegnato metà dell’opera. E chi la sceglie sapendo che non verrà mantenuta farebbe meglio a scegliere l’altra strada, quella del rinterro drenante; e a dichiararne apertamente il limite.

Che cosa si scrive in capitolato

Un capitolato che regge, sulla base di quanto sopra, dice almeno queste cose.

La classificazione dell’opera. Che si tratti di riduzione del carico idraulico al contorno, da progettare insieme al sistema di impermeabilizzazione, non al posto suo.

La quota del fondo, dichiarata rispetto al piano di posa della fondazione, con il ramo scelto e la relativa difesa strutturale se si scende sotto.

La ricognizione dei sottoservizi, prima dello scavo. Nella fascia perimetrale corrono gas, acqua, fognature, pluviali e cavidotti: richiesta ai gestori e saggi a mano prima del mezzo meccanico; e la deviazione di un tratto prezzata a parte, non scoperta in corso d’opera.

La struttura di sostegno della parete di scavo, con il rimando alle Norme tecniche per le costruzioni per gli scavi in prossimità di manufatti esistenti; e alle armature richieste dal Testo unico sulla sicurezza oltre il metro e mezzo di profondità; distinguendo il sostegno provvisionale del fronte dal muro permanente dell’intercapedine.

La valutazione degli effetti del drenaggio sul regime delle pressioni interstiziali e sulle costruzioni preesistenti.

La larghezza, giustificata da quello che deve consentire, cioè accesso, lavoro e moto dell’aria, e non da un numero ereditato dalla prevenzione incendi. Se l’intercapedine deve essere percorsa, novanta centimetri.

Le aperture, in due ordini a quote diverse, con la superficie dichiarata per metro lineare, e il vincolo che la copertura non le ostruisca.

Il recapito, con la verifica in condizione di evento intenso.

Il trattamento del paramento affacciato sull’intercapedine, con il vincolo esplicito di permeabilità al vapore.

L’accesso al vano e i punti di ispezione. Una botola o un campo di grigliato smontabile, con posizione dichiarata, e i pozzetti di ispezione e lavaggio del dreno. Con la riga che nessuno scrive: un vano stretto e profondo a contatto con il terreno ricade nella disciplina degli ambienti sospetti di inquinamento o confinati; e chi ci scende deve poterlo fare secondo quelle procedure, che hanno un costo e vanno dette al committente prima.

Il governo stagionale delle aperture. I conti di questo articolo mostrano che nei mesi caldi il vano può lavorare al contrario. La leva è semplice: una chiusura stagionale sull’ordine basso, oppure una ventilazione comandata dal confronto fra il punto di rugiada esterno e la temperatura del paramento; è lo stesso criterio del calcolatore qui sopra. Questa voce nei capitolati che ho letto non c’è: la propongo come posizione mia, dichiarata, con la manutenzione che ne consegue.

Il piano di manutenzione, con periodicità e operazioni.

Un punto che oggi si legge ancora spesso, e che va tolto: il dimensionamento dell’aerazione dell’intercapedine richiamando la UNI 10339. Quella norma è stata ritirata senza sostituzione il 4 luglio 2024, come risulta dal catalogo dell’ente di normazione. E in ogni caso classificava gli impianti aeraulici per il benessere delle persone in edifici chiusi. Un’intercapedine perimetrale non è un ambiente occupato. La sua aria non ha il compito di garantire la qualità dell’aria a chi ci sta dentro, ma di allontanare vapore.

Il metodo, in tre passi

Primo, stabilire da dove viene l’acqua. Se il muro è alimentato dalla fondazione, lo scannafosso non toglie la sorgente, e va abbinato a un taglio della continuità capillare. Se è alimentato di fianco, lo scannafosso agisce sulla causa.

Con la sola impermeabilizzazione l'umidità di risalita primaria continua ad alimentare il muro dal basso, e il terreno al piede resta umido
Con la sola impermeabilizzazione la risalita primaria continua ad alimentare il muro dal basso.
Con la barriera chimica alla base e l'impermeabilizzazione con materiale traspirante il muro sopra il taglio resta separato dalla sorgente
Con la barriera chimica alla base e l'impermeabilizzazione con materiale traspirante, il muro sopra il taglio resta separato dalla sorgente.

Secondo, decidere che cosa resterà dopo. Un vano aperto e mantenuto, oppure un rinterro drenante e uno strato impermeabile sepolto. La scelta determina chi paga la manutenzione e che cosa resterà ispezionabile fra vent’anni.

Terzo, dimensionare l’aria come si dimensiona l’acqua. Due ordini di aperture, superficie dichiarata, copertura permeabile, e il governo stagionale delle aperture messo per iscritto: nei mesi caldi il vano può lavorare al contrario.

In sintesi

Lo scannafosso non asciuga il muro: gli toglie il contatto con il terreno e gli restituisce una faccia che può evaporare. Il lavoro lo fa l’aria che passa su quella faccia.

Il nome della cosa parla solo di acqua da portare via. Questo spiega perché in cantiere si costruisca quasi sempre un ottimo canale di scolo e quasi mai un’intercapedine ventilata.

I conti dicono che, con i ricambi d’aria che si misurano davvero dietro un paramento, l’opera lavora nella parte bassa della curva dell’evaporazione consentita; e dicono che fra un vano fermo e uno ventilato la differenza, come rapporto fra limiti superiori, è di un fattore venti.

Nei mesi caldi, quando il punto di rugiada dell’aria esterna supera la temperatura del paramento, il flusso si inverte e l’aria deposita acqua sul muro; e ne deposita di più quanta più ne entra.

Lo scavo lungo una fondazione esistente è un fronte di scavo in prossimità di manufatti, e il drenaggio permanente modifica le pressioni interstiziali. Entrambe le cose hanno una disciplina, e vanno nel progetto.

E la parte più antica di tutte, quella degli sfiati in basso e in alto, è la stessa che manca più spesso nei capitolati di oggi.

Dal cantiere

Il caso che segue è un mio lavoro, e lo dico subito per quello che è: non un’intercapedine aperta, ma la quarta delle opere elencate all’inizio, lo scavo servente all’impermeabilizzazione, completato da un drenaggio perimetrale. È la prova sul campo della matrice vista sopra: date le condizioni, era quella la scelta giusta, e si vede perché.

Casa di nuova costruzione, terreno argilloso. Il problema si presentava come acqua nel vespaio aerato: non trovando via di deflusso, l’acqua si infiltrava attraverso il giunto fra la platea di fondazione e il cordolo perimetrale. Ad aggravare il quadro, i pozzetti di raccolta delle acque pluviali non erano impermeabilizzati; e gli attraversamenti impiantistici dei sottoservizi non erano stati sigillati.

La trincea di scavo lungo la platea, con l'acqua affiorante dal terreno argilloso: il carico d'acqua di cui parla questo articolo, fotografato
Dal cantiere. La trincea lungo la platea con l'acqua affiorante: il carico d'acqua di cui parla l'articolo, fotografato.
Lo scavo perimetrale allagato, visto lungo il fronte: l'acqua non ha deflusso e ristagna contro l'opera
Lo scavo perimetrale allagato: il terreno argilloso non dà deflusso e l'acqua ristagna contro l'opera.

La diagnosi indicava acqua libera nel terreno e giunti non protetti, non un muro che avesse bisogno di tornare a evaporare. Nessuna faccia evaporante da restituire, nessuna manutenzione ventennale da assegnare: serviva chiudere i percorsi dell’acqua e darle una via d’uscita. Gli interventi, in sequenza:

  • scavo perimetrale fino alla quota di imposta della platea;
  • lavaggio a pressione, per asportare l’impermeabilizzazione esistente;
  • impermeabilizzazione delle pareti controterra;
  • impianto di drenaggio perimetrale;
  • impermeabilizzazione dei pozzetti di raccolta delle acque pluviali;
  • sigillatura degli attraversamenti impiantistici;
  • impermeabilizzazione del marciapiede perimetrale.
Lo scavo perimetrale in corso, con il mezzo al lavoro lungo il fronte
Lo scavo perimetrale in corso.
La trincea aperta lungo il cordolo, con l'acqua ancora sul fondo prima del trattamento
La trincea aperta lungo il cordolo, con l'acqua ancora sul fondo.
Le lavorazioni sul cordolo perimetrale, con l'attrezzatura per il trattamento dei giunti
Le lavorazioni sul cordolo perimetrale.
La parete controterra impermeabilizzata, con l'attraversamento impiantistico sigillato
La parete controterra impermeabilizzata, con l'attraversamento impiantistico sigillato.
Il cordolo impermeabilizzato per tutto lo sviluppo, pronto per il drenaggio e il rinterro
L'impermeabilizzazione completata per tutto lo sviluppo, pronta per il drenaggio e il rinterro.
Il pozzetto di raccolta delle acque pluviali impermeabilizzato dall'interno
Il pozzetto di raccolta impermeabilizzato dall'interno.
Il marciapiede perimetrale impermeabilizzato, che chiude il sistema in superficie
Il marciapiede perimetrale, che chiude il sistema in superficie.

La lezione di quel cantiere sta in una riga, ed è la stessa del resto dell’articolo. Troppo spesso si sottovaluta l’impermeabilizzazione dei vespai aerati e di tutto quello che vi si collega: attraversamenti, pozzetti, giunti, raccordi con le opere perimetrali. Deve essere un sistema continuo, senza punti deboli, perché l’acqua trova sempre il percorso di minore resistenza.

Domande frequenti

Lo scannafosso risolve l’umidità di risalita?
No. Interrompe il contatto laterale con il terreno e restituisce al muro una faccia che evapora; e per questo la fascia umida spesso si abbassa. L’alimentazione dalla fondazione resta, perché passa da una sezione che lo scavo non tocca.

Serve che sia coperto?
Serve che sia protetto dalla caduta di persone e di oggetti, ma la copertura deve restare permeabile all’aria. Una chiusura continua annulla la funzione più costosa dell’opera.

Quanto deve essere largo?
La misura di sessanta centimetri che circola ovunque viene dalla definizione di intercapedine antincendi del decreto del 30 novembre 1983; la stessa voce prescrive almeno novanta centimetri quando ci devono passare le persone. Se l’intercapedine deve essere ispezionabile e manutenibile, il riferimento coerente è novanta. E i calcoli mostrano che, a parità di ricambi, il vano più largo lavora di più.

Basta una griglia ogni tanto?
No. Servono due ordini di aperture a quote diverse, in basso e in sommità. Con un ordine solo l’aria non ha percorso.

Conviene ventilarlo d’estate?
Nelle condizioni di calcolo riportate sopra, in una giornata afosa il vano riceve acqua invece di cederla; e ne riceve di più quanto più si ventila. Il criterio è il confronto fra il punto di rugiada dell’aria esterna e la temperatura del paramento.

Meglio l’intercapedine aperta o lo scavo con impermeabilizzazione e rinterro?
Sono due filosofie diverse. La prima mantiene una faccia evaporante e un’opera ispezionabile, e richiede manutenzione. La seconda elimina la manutenzione e affida la durata a uno strato sepolto che non si potrà controllare.

Si può fare su un lato solo? E se il muro confina col vicino o con la strada?
Il vano serve il muro che affianca: un intervento parziale protegge i muri del lato trattato e lascia gli altri come sono; ha senso quando la diagnosi dice che l’acqua arriva da lì. Il perimetro però non è sempre disponibile. Verso il confine privato valgono le distanze che il codice civile fissa per fossi e canali, da verificare caso per caso; sotto il suolo pubblico l’opera richiede un titolo che, dove i regolamenti la disciplinano, è rilasciato in forma precaria e revocabile; costruire e mantenere resta a carico del proprietario. Dove lo scavo non può stare, restano le soluzioni che lavorano dall’interno, con i limiti già visti.

In conclusione

Di questa tecnica si è scritto per duemila anni, e la parte che si perde per strada è sempre la stessa. Vitruvio la mette per iscritto nel primo secolo avanti Cristo: senza sfiati in basso e in alto, l’umidità passa alla struttura nuova. I manuali inglesi la ripetono con i loro pozzi di ventilazione. La definizione italiana che dà la misura in centimetri pretende che sopra ci sia spazio scoperto.

E il nome italiano della cosa, che viene dal fosso, continua a raccontarne solo metà.

Nota sui calcoli e sulle fonti

Tutti i numeri di questo articolo escono da uno script di calcolo che accompagna il testo. Se un numero qui riportato non è riproducibile da quello script, è un numero da correggere.

Formulazioni usate. Pressione di saturazione sull’acqua liquida secondo Magnus, con la formulazione di Buck del 1996 come controprova incrociata: lo scarto fra le due resta sotto lo 0,22 per cento nell’intervallo usato. Temperatura di rugiada per inversione analitica della Magnus. Umidità assoluta dalla legge dei gas perfetti applicata al solo vapore.

Temperatura del paramento. Onda termica annuale smorzata e sfasata con la profondità, secondo il modello di Kusuda e Achenbach del 1965. Il modello è ripreso qui dalla letteratura tecnica che lo impiega correntemente, non letto sul rapporto originale. La diffusività del terreno e il clima di superficie usati nei calcoli sono esempi dichiarati, non la climatologia di un luogo reale: servono a mostrare il meccanismo, non a certificare un caso. Soprattutto, il modello descrive il terreno indisturbato; la semplificazione trascura lo scambio della superficie con l’aria dell’intercapedine, che tende ad avvicinarla all’aria tanto più quanto più si ventila: la temperatura del paramento è un parametro imposto, tenuto fisso al variare dei ricambi; e le righe ad alta ventilazione delle tabelle vanno lette come caso limite.

Scambio di massa alla superficie. Coefficiente di trasporto ricavato attraverso la relazione di Lewis dal coefficiente termico della correlazione classica, 5,7 più 3,8 volte la velocità dell’aria. Due limiti vanno detti. Quella correlazione dà, nell’uso corrente, il coefficiente liminare complessivo, convezione più irraggiamento: usarla nella relazione di Lewis tende a sovrastimare il trasporto di massa, perché su una parete in aria quasi ferma la sola convezione vale meno. E il confronto con il fattore empirico della modellazione igrotermica, che dà uno scarto dell’11 per cento, non è una controprova indipendente: parte dallo stesso coefficiente. La conseguenza è che la posizione del ginocchio della curva è proporzionale al coefficiente assunto: con un coefficiente convettivo puro, più basso, il ginocchio si sposta verso ricambi minori e l’intercapedine reale risale la curva. Il verso dei flussi, e i rapporti fra le condizioni a parità di coefficiente, non cambiano.

Bilancio nel vano. Regime stazionario, aria del vano considerata perfettamente miscelata, superficie del paramento considerata satura. Nel bilancio del vapore entra la sola faccia del muro: la parete esterna dell’intercapedine, anch’essa controterra e umida, non è messa in conto; e d’inverno la sua evaporazione caricherebbe l’aria del vano riducendo l’asciugamento netto del muro. La temperatura dell’aria del vano non è assunta: esce dallo stesso bilancio applicato al calore: a ventilazione bassa tende alla temperatura delle superfici interrate, a ventilazione alta a quella dell’aria esterna.

Arrotondamenti. I valori in grammi al giorno sono arrotondati all’unità e le percentuali al decimo. Chi rifacesse i conti a mano può trovare scarti nell’ultima cifra.

Le formule, per esteso. Fin qui le formulazioni sono state nominate; qui sono scritte, così chi vuole può rifare i conti con carta e penna. Temperature in gradi Celsius dove non indicato, T con pedice K in kelvin.

La pressione di saturazione sull’acqua liquida, secondo Magnus:

e_sat(T) = 610,94 · exp[ 17,625 · T / (T + 243,04) ] in pascal

La temperatura di rugiada, per inversione della stessa, con e pressione parziale del vapore:

a = ln(e / 610,94) e T_rugiada = 243,04 · a / (17,625 − a)

La temperatura del terreno indisturbato alla profondità z, con l’onda annuale smorzata e sfasata:

T(z, t) = T_media − A · exp(−z/d) · cos[ ω·(t − t_min) − z/d ] con d = √(2·α/ω)

dove T_media e A sono media e semiampiezza annuali in superficie, α la diffusività termica del terreno, ω la pulsazione annuale, t_min il giorno più freddo. La temperatura del paramento è la media di questa T(z) sull’altezza dello scavo.

Il coefficiente di scambio di massa, dalla relazione di Lewis con il coefficiente termico convettivo h = 5,7 + 3,8·v:

β = h / (ρ·c_p) / (R_v·T_K) in kg/(m²·s·Pa)

con ρ e c_p densità e calore specifico dell’aria, R_v = 461,5 J/(kg·K) la costante del vapore.

Il bilancio stazionario del vapore nel vano, con A la superficie del paramento per metro lineare e q la portata d’aria:

C = A·β e K = q / (R_v·T_K)

p_vano = (C·p_sup + K·p_est) / (C + K)

flusso = C · (p_sup − p_vano) in kg/s per metro, che per giorno fa G = flusso · 86.400 · 1.000 grammi

dove p_sup è la pressione di saturazione alla superficie del paramento, considerata satura, e p_est quella dell’aria esterna.

La portata del solo tiraggio termico fra due ordini di aperture, con dislivello H e coefficiente di efflusso C_d = 0,6:

A_eff = [ 1/A_basso² + 1/A_alto² ]^(−1/2)

Q = 3.600 · C_d · A_eff · √( 2·g·H·ΔT / T_rif ) in m³/h

con ΔT la differenza di temperatura fra vano e aria esterna e T_rif la minore delle due, in kelvin.

Limite dichiarato del modello. Il calcolo restituisce l’evaporazione consentita dalla ventilazione. L’evaporazione reale è il minimo fra questa e la quantità d’acqua che il muro riesce a portare in superficie nello stesso tempo. Quella quantità dipende dalla permeabilità del paramento e dal suo stato. I valori assoluti vanno quindi letti come limiti superiori; i rapporti fra le condizioni, e il verso del flusso, restano validi.

Trasferimento dichiarato. Le misure di ricambio d’aria citate provengono da studi su intercapedini di facciata e da cavità dietro rivestimenti, non da scannafossi. Sono state usate come ordini di grandezza, e il trasferimento è esplicito.

Registro delle fonti

  • Vitruvio, De architectura, libro VII, capitolo 4, paragrafi 1 e 2. ✅ testo latino e due traduzioni indipendenti letti su edizioni in rete di istituzioni universitarie.
  • Vocabolario Treccani, voce scannafòsso. ✅ letta.
  • Dizionario De Mauro, voce scannafosso, prima attestazione 1516. ✅ letta.
  • G. A. T. Middleton, Modern Buildings, Their Planning, Construction and Equipment, volume 1. ⚠️ letto su riproduzione in rete del testo; edizione e anno da confermare.
  • Definizione corrente di dry area. ⚠️ letta su repertori lessicografici in rete, non sulla fonte lessicografica di partenza.
  • Public Health Act 1875 (38 & 39 Vict. c. 55), sezioni 72 e 157, testo come promulgato sul portale legislativo del Regno Unito. ✅ lette. La sezione 72 impone lo spazio aperto largo almeno due piedi e sei pollici e il dreno più basso del pavimento; la 157 elenca lo spazio attorno agli edifici per la libera circolazione dell’aria. ⚠️ nessuna delle due impone lo strato impermeabile: l’attribuzione corrente è errata, e il resto dell’atto non è stato letto per intero.
  • Local Government Board, Model Byelaws per le autorità sanitarie, byelaw 17, copia digitalizzata Wellcome. ✅ letta: è qui che compare la prescrizione di materiale durevole e impermeabile all’umidità. ⚠️ la data va sciolta fra la circolare del 1877 e la stampa del 1881.
  • J. S. Curl, A Dictionary of Architecture and Landscape Architecture, Oxford University Press, voce dry area: vano drenato e ventilato, che parte almeno alla quota delle fondazioni. ⚠️ letta su riproduzione in rete; edizione e anno non confermati.
  • G. Lister Sutcliffe (a cura di), The Principles and Practice of Modern House-Construction, Blackie & Son, 1899, capitolo Basement Walls. ✅ letto su trascrizione integrale in rete: aperture di ventilazione a intervalli, larghezza sufficiente a consentire una pulizia agevole, e il vano indicato come mezzo efficace contro l’aria e l’umidità del suolo.
  • Henry F. French, Farm Drainage, A. O. Moore & Co., New York 1859, copia digitalizzata su Internet Archive. ✅ letti frontespizio, indice e capitolo sull’ostruzione dei dreni: ventiquattro capitoli, e uno solo, il XXII, sulle cantine.
  • Michigan State University Extension, pagina sull’intasamento da ocra ferrosa nei drenaggi. ✅ letta: la finestra utile per il lavaggio è tipicamente il primo anno dalla posa.
  • G. Veylon e altri, Performance of geotextile filters after 18 years’ service in drainage trenches, in Geotextiles and Geomembranes, vol. 44 (2016), n. 4. ⚠️ testo non aperto, l’editore nega l’accesso: il dato viene dall’abstract. Contesto dichiarato: trincee per la stabilizzazione di versanti, non edilizia.
  • DIN 4095:1990-06, drenaggio a protezione delle opere edilizie, e DIN 18533 sull’impermeabilizzazione degli elementi a contatto col terreno. ⚠️ non lette sul testo di norma: estremi e contenuti presi dalle schede di catalogo e da un’interpretazione ufficiale del comitato tedesco. Dal giugno 2026 la DIN 4095 è parzialmente sostituita dalla DIN 4095-1:2026-06.
  • Deutsche Bauchemie e.V., linea guida 221-RL-D, edizione 2020, p. 10, che riporta lo schema della DIN 18533. ✅ letta sul documento pubblicato dall’associazione: con terreno poco permeabile un drenaggio secondo DIN 4095 riporta il caso dalla classe dell’acqua in pressione a quella inferiore; e nella classe più severa il drenaggio non è richiesto.
  • UNI EN 13252:2016, geotessili e prodotti affini per l’impiego nei sistemi drenanti. ✅ verificata sul catalogo dell’ente di normazione.
  • BS 8102:2022, pubblicata il 25 marzo 2022, comitato B/526. ⚠️ non letta sul testo di norma: struttura in sezioni 8, 9 e 10 e collocazione del drenaggio esterno nella sezione sulla progettazione della resistenza all’acqua prese dalle sintesi pubblicate dal centro informativo britannico sugli interrati e dall’associazione di categoria.
  • NHBC Standards, capitolo 5.4, edizione 2015, definizione di membrana a intercapedine e requisiti di accesso per manutenzione. ⚠️ letta su copia in rete dell’edizione 2015: va riscontrata sull’edizione in vigore.
  • Città di Torino, Regolamento Edilizio n. 381, art. 127. ✅ letto sul testo pubblicato dal Comune. ⚠️ è un regolamento comunale, non una norma nazionale, e l’articolo non nomina mai la bocca di lupo: l’accostamento fra il comma sulle aperture e la bocca di lupo è una lettura mia.
  • Intesa in Conferenza Unificata del 20 ottobre 2016, regolamento edilizio tipo: intercapedini e griglie di aerazione restano materia comunale. ✅ verificata.
  • Decreto del Ministero della Sanità 5 luglio 1975, art. 5, requisiti di illuminazione naturale diretta. ✅ letto. ⚠️ la regola generale ammette deroghe per l’esistente e per gli immobili di interesse culturale.
  • Decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81, art. 65, divieto di destinare al lavoro locali interrati salvo deroga; e art. 119, comma 1, armature di sostegno negli scavi di pozzi e trincee profondi più di 1,50 metri quando la consistenza del terreno non dia sufficiente garanzia di stabilità. ✅ letti nel testo vigente sulla banca dati ufficiale.
  • Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, Parco Archeologico della Sibaritide, capitolato speciale d’appalto (documento del 2017). ✅ lette le sezioni su drenaggi, intercapedini e scannafossi, contropareti interne e vespai: da qui la distanza di due metri della trincea dalla fondazione, le griglie ogni quattro o cinque parti chiuse, il verso di posa delle membrane bugnate e la preparazione della faccia controterra. ⚠️ è un capitolato d’appalto: prassi professionale documentata, non norma.
  • Leon Battista Alberti, Della architettura libri dieci, nella traduzione di Cosimo Bartoli, edizione 1833, libro I e libro X capo XVI. ✅ letti i passi sulla fossa lungo il muro e sull’aria sotto il pavimento.
  • Andrea Palladio, I quattro libri dell’architettura, Venezia 1570, libro IV capo XIX. ✅ letto il passo sullo spazio fra i due muri e sulla difesa affidata allo spessore.
  • Francesco Milizia, Principj di architettura civile, 1781, tomo II, voce Sotterranei. ✅ letti i passi sugli spiragli e sulle esalazioni.
  • Giovanni Curioni, L’arte di fabbricare, Torino 1872, Mezzi per rendere asciutti i sotterranei. ✅ letto.
  • Musso e Copperi, Particolari di costruzioni murali e finimenti di fabbricati, Paravia, Torino 1885. ✅ letti i passi sul pozzo di luce e sull’intonaco del muro interrato.
  • Daniele Donghi, Manuale dell’architetto, UTET, vol. I parte I (prefazione firmata 1905, ristampa consultata 1923), pp. 95 e 420-423. ✅ letti: la corrente d’aria che facilita l’essiccamento della muratura, la fossa completa d’isolamento, i canali di comunicazione del vano coperto, e l’avvertenza sull’aria più calda che abbandona umidità raffreddandosi. ✅ letta anche la prefazione, dove l’autore dichiara di aver preso come traccia il manuale tedesco Baukunde des Architekten.
  • Norme tecniche per le costruzioni 2018, punti 6.4.2, 6.5 e 6.8.6. ✅ letti sul testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, supplemento ordinario n. 8 alla serie generale n. 42 del 20 febbraio 2018.
  • Decreto ministeriale 30 novembre 1983, Termini, definizioni generali e simboli grafici di prevenzione incendi, punto 1.8. ✅ letto su banca dati universitaria di documentazione normativa.
  • UNI 10339:1995, ritirata senza sostituzione il 4 luglio 2024. ✅ verificato sulla scheda del catalogo dell’ente di normazione.
  • M. Salonvaara, A. N. Karagiozis, M. Pazera, W. Miller, Air Cavities Behind Claddings. What Have We Learned?, ASHRAE, conferenza Buildings X, 2007. ✅ letto per intero.
  • Sandin 1993, Hens 1984, Jung 1985, Künzel 1983, TenWolde e altri 1995, analisi CMHC 1999. ⚠️ non letti in originale: sono riportati come citati e discussi nella rassegna di cui sopra.
  • WTA, scheda 4-6 Nachträgliches Abdichten erdberührter Bauteile, edizione 12.2024. ✅ sintesi ufficiale dell’associazione letta; ⚠️ testo integrale non letto, è a pagamento.
  • Society for the Protection of Ancient Buildings, guida sulla risalita capillare. ✅ letta sul sito dell’associazione.
  • BS 8102:2022, tipi A, B e C e gradi prestazionali. ⚠️ non letta sul testo di norma: contenuti ripresi da fonti tecniche di settore e da presentazioni editoriali.
  • Building Research Establishment, Digest 245, Rising damp in walls. Diagnosis and treatment, edizione riveduta 2007. ⚠️ non letto in originale, è a pagamento; il contenuto citato è ripreso dalla presentazione editoriale e dalla letteratura che lo discute.
  • Carta del restauro 1972, allegati B e C. ✅ testo letto per intero nella pubblicazione ministeriale; ⚠️ resta non documentata la filiazione dei quattro principi della conservazione, che nel testo non compaiono.
  • T. Kusuda e P. R. Achenbach, onda termica annuale nel terreno, rapporto del National Bureau of Standards n. 8972, 1965. ⚠️ non letto in originale: il modello è ripreso dalla letteratura tecnica che lo impiega. Da qui escono le temperature del paramento su cui poggiano tutte le tabelle di calcolo.
  • Formulazioni psicrometriche di Magnus e Sonntag per la pressione di saturazione, e formulazione di Buck del 1996 come controprova incrociata. ⚠️ non lette sulle pubblicazioni originali: sono le stesse già impiegate negli articoli sulle grandezze dell’umidità e sulla condensa estiva negli interrati, e qui si controllano l’una con l’altra.
  • Accumulo dei gas del suolo in volumi confinati a contatto con il terreno. ⚠️ trattato qui in termini generali; i livelli di riferimento e gli obblighi non sono riportati perché non verificati sul testo di legge.

Una nota di metodo. Su questo argomento la rete restituisce, ai primi posti, testi divulgativi che si citano l’un l’altro; fra questi c’è un articolo che ho pubblicato io stesso anni fa. Nessun numero di questo pezzo è stato ripreso da lì. Dove una misura non ha una fonte a monte, in questo testo è dichiarata come prassi e non come prescrizione.

Un ringraziamento. Le formule scritte per esteso qui sopra, e la suddivisione della prima tavola in due sezioni più leggibili, sono arrivate dopo la pubblicazione grazie a Valerio Bonifazi, architetto che si occupa di modellazione digitale per l’edilizia. Leggendo l’articolo ha segnalato due mancanze: le formulazioni erano nominate ma non scritte, e le sezioni delle tipologie meritavano più spazio. Aveva ragione su entrambe. Le segnalazioni dei lettori, quando portano a correzioni o aggiunte, vengono accolte e accreditate: questa nota esiste per quello.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.



Ditta Renzo-ArtHome
di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
P.IVA 02475540304
WhatsAppFacebookLinkedInTikTokYouTubeInstagram
Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
Vai al libro →
Gli articoli
Umidità di risalita e sali31
Diagnosi e metodo25
Interrati e impermeabilizzazioni24
Condensa, muffe e microclima13
Vespai e solai7
Casi Studio6
Norme e libro4
Altri articoli1

Leave a Reply