Infiltrazioni, condensa e incendio nei solai a predalles: perché una sola linea di difesa non basta

Articolo tecnico. Vie dell'acqua, condensa interstiziale, pompaggio barometrico e comportamento al fuoco nei solai a predalles; ridondanza in progetto, iniezioni mirate in riparazione.

Renzo-ArtHome, Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita

L'autorimessa è sotto il giardino condominiale. Il soffitto ha aloni scuri che seguono linee dritte, parallele, a passo regolare; da qualche punto pende una goccia, da altri una cannuccia bianca lunga un dito. Sotto, un telo copre l'auto e un secchio raccoglie quello che arriva. L'amministratore ha già la spiegazione pronta: "si è rotta la guaina". In quella frase ci sono insieme la diagnosi, il colpevole e la cura. E spesso almeno una delle tre è sbagliata.

Questo articolo difende una tesi semplice: in un solaio a predalles che copre un interrato, una sola linea di difesa non è una difesa. Vale in progetto, dove affidare tutto al manto impermeabile è un atto di fede che il tempo raramente premia. Vale in diagnosi, dove non tutto ciò che gocciola è entrato dall'alto: una parte, a volte tutta, nasce dentro il solaio come condensa. E vale in riparazione, dove si cura il percorso dell'acqua, non la superficie da cui esce.

Foto 1. La scena tipica: autorimessa interrata, intradosso in predalles con aloni scuri lungo i giunti, percolazioni attive e prime concrezioni. Foto dell'autore.

1. Un solaio nato a strisce

Il predalles è una lastra prefabbricata in calcestruzzo armato: uno zoccolo piano, di regola spesso 4-6 cm, irrigidito da tralicci metallici che sporgono verso l'alto. In cantiere le lastre si posano accostate come doghe, si armano, si alleggeriscono con blocchi di polistirene o laterizio e si completano con un getto collaborante. Il risultato è un solaio composito: la lastra fa da cassero a perdere e da intradosso finito, il getto porta i carichi insieme a lei. Le lastre sono prodotte con marcatura CE secondo la UNI EN 13747:2010; i cataloghi dei produttori indicano larghezze tipiche di 120 cm e luci che arrivano attorno ai 14 metri.

È una buona tecnologia: rapida, economica, con l'intradosso già pronto. Per questo copre una quota enorme delle autorimesse e degli interrati costruiti negli ultimi decenni, spesso con sopra giardini pensili, cortili carrabili, rampe.

Ma un solaio fatto di strisce accostate ha una geometria che l'acqua conosce bene: un giunto ogni 120 centimetri, per costruzione. Più le riprese di getto, più l'appoggio perimetrale sul muro. Quando sopra c'è terreno che resta umido per mesi, ognuna di queste linee è una via possibile.

Fig. 1. L'appoggio su muro perimetrale nelle due varianti, con e senza appoggio diretto. La giunzione tra muro e solaio è una discontinuità strutturale prima ancora che un problema di impermeabilizzazione: è qui che l'esperienza di cantiere registra la maggior parte dei percolamenti. Disegno dell'autore.

2. Da dove entra davvero l'acqua

L'elenco delle porte d'ingresso è corto e si ripete da un cantiere all'altro:

la giunzione tra muro perimetrale e solaio, dove il manto steso sull'estradosso deve risvoltare e dove ogni difetto di posa lavora per anni;

i giunti tra lastra e lastra, sigillati bene, sigillati male o mai sigillati;

le riprese di getto e i nidi di ghiaia, cioè i punti dove il calcestruzzo integrativo è meno compatto di quanto il progetto immagina;

le fessure aperte dal ritiro del getto o dai movimenti della struttura;

i corpi passanti: scarichi, cavidotti, pozzetti che attraversano il pacchetto.

Nella mia esperienza il primo punto della lista merita una sottolineatura. Il nodo muro-solaio percola con una frequenza che non si spiega con la sfortuna: si spiega con l'eccesso di fiducia nel manto esterno, che proprio lì deve fare la sua manovra più difficile. Un dettaglio disegnato bene e mai verificato in opera resta un disegno.

C'è poi una regola che vale per tutte le infiltrazioni negli orizzontamenti, e nei predalles vale doppio: il punto in cui l'acqua esce non è il punto in cui è entrata. Tra il foro d'ingresso e la goccia ci sono l'interfaccia tra lastra e getto, i tralicci, le casseforme perse degli alleggerimenti: un sistema di canali e di serbatoi nascosti. L'acqua entrata da una ripresa di getto può viaggiare metri sopra gli alleggerimenti, accumularsi, e ricomparire da un giunto lontano. Chi sigilla la goccia insegue un sintomo.

Fig. 2. Il quadro d'insieme: rottura o invecchiamento del manto bituminoso, assenza di cordone bentonitico sul nodo perimetrale, accumulo d'acqua sopra gli alleggerimenti e percolamento lontano dal punto d'ingresso. In giallo, il principio della riparazione: iniezione di resina idroespansiva dai punti giusti, non pittura sulla superficie. Disegno dell'autore.

3. Le stalattiti che crescono in settimane

Le cannucce bianche che pendono dall'intradosso raccontano la storia chimica del percolamento. L'idratazione del cemento produce idrossido di calcio; l'acqua che attraversa il calcestruzzo lo porta in soluzione; quando la soluzione affiora all'intradosso ed evapora, l'anidride carbonica dell'aria la trasforma in carbonato di calcio, insolubile. È lo stesso minerale delle stalattiti di grotta, ma con una differenza di velocità enorme: in grotta la calcite si dissolve e riprecipita lentamente, qui la fonte è la calce libera del cemento, che è circa duecento volte più solubile della calcite. Per questo le concrezioni da calcestruzzo, che la letteratura chiama caltemiti, crescono fino a centinaia di volte più in fretta degli speleotemi naturali: settimane, non secoli (Smith, "Calcite straw stalactites growing from concrete structures", Cave and Karst Science, 43(1), 2016). Nello stesso studio la cannula più attiva è cresciuta di 104 millimetri in 237 giorni, con punte misurate di 2 millimetri al giorno.

Per il tecnico la stalattite è un'informazione, non un ornamento macabro. Dice tre cose:

1. il percolamento è attivo e ricorrente: le concrezioni non crescono con un episodio isolato;

2. l'acqua sta dilavando la pasta cementizia: ogni grammo di carbonato al soffitto è materia sottratta al calcestruzzo;

3. l'acqua ha attraversato il copriferro: sta bagnando le armature della lastra, che hanno pochi millimetri di protezione.

L'ultimo punto sposta il problema dalla categoria estetica a quella strutturale. I prodotti di corrosione occupano un volume maggiore dell'acciaio da cui nascono: la ruggine spinge, il copriferro sottile della lastra si sfoglia, e un solaio che doveva lavorare come sezione unica comincia a perdere pezzi del suo funzionamento. Per le costruzioni esistenti il quadro di riferimento è il capitolo 8 delle NTC 2018 (D.M. 17 gennaio 2018): quando compaiono lesioni sulle lastre, prima della riparazione idraulica serve la valutazione strutturale.

4. Non tutto ciò che gocciola è infiltrazione

Qui l'articolo prende la piega meno intuitiva, che è anche la più utile. Nei garage interrati una parte dei "gocciolamenti" non è acqua entrata dall'esterno: è condensa interstiziale, vapore che si è fatto liquido dentro il pacchetto del solaio. I sintomi sono gli stessi del percolamento: gocce, aloni, perfino le stalattiti. La causa è opposta, e la cura pure.

Il meccanismo è da manuale di fisica tecnica. Il vapore migra per diffusione dalle zone a pressione parziale maggiore verso quelle a pressione minore, e nei solai tra garage e ambienti soprastanti può farlo in entrambe le direzioni. Se l'autorimessa è umida (auto bagnate, ventilazione povera) e sopra il solaio c'è una guaina che blocca la diffusione verso l'alto, il vapore sale, incontra gli strati freddi e condensa sotto il manto. Se invece sopra ci sono appartamenti riscaldati e il garage d'inverno resta freddo, il flusso si inverte. In entrambi i casi il pacchetto lavora da trappola: dove la temperatura di uno strato scende sotto il punto di rugiada, l'acqua compare dal nulla. Il metodo di verifica in progetto è quello della UNI EN ISO 13788:2013, il classico diagramma di Glaser mese per mese; il decreto sui requisiti minimi (D.M. 26 giugno 2015) ammette condensa interstiziale solo nei limiti e a condizione che rievapori nel bilancio annuale.

C'è un secondo motore, meno noto, che nella mia esperienza spiega i casi più ostinati: la pressione atmosferica. Un solaio interrato sigillato sopra e aperto sotto è, dal punto di vista dell'aria, un mantice. Quando la pressione sale, l'aria del garage viene spinta dentro porosità, giunti e cavità del pacchetto, e con lei il vapore; quando arriva la perturbazione e la pressione crolla, il pacchetto restituisce aria satura e spreme condensa dalle fessure, proprio mentre fuori piove. L'effetto pompa delle fluttuazioni barometriche sui gas che attraversano suoli e fessurazioni è documentato in letteratura: la modellazione di Tsang e Narasimhan (Journal of Geophysical Research, 1992) e le misure sperimentali di Robinson e Sextro (Environmental Science & Technology, 1997) mostrano che, in assenza di altre forzanti, il solo respiro barometrico muove attraverso le discontinuità più gas di quanto farebbe la diffusione. Nei predalles sotto coperture sigillate osservo da anni la stessa firma: percolamenti che compaiono col passaggio delle perturbazioni, anche quando la prova di allagamento dà esito negativo. Il lettore prenda la spiegazione per quello che è: un meccanismo fisico documentato altrove, applicato qui per esperienza di campo.

Fig. 3. Il mantice barometrico. Con l'alta pressione (a sinistra) l'aria umida del garage viene spinta nelle cavità del solaio; con la bassa pressione (a destra) il pacchetto restituisce aria satura e la condensa percola dai giunti, proprio nei giorni di pioggia. Disegni dell'autore.

Distinguere i due fenomeni è il primo lavoro, perché gli interventi non si somigliano: si sigilla un'infiltrazione, si coibenta e si ventila una condensa. La tabella riassume gli indizi che uso sul campo.

Indizio

Infiltrazione

Condensa interstiziale

Quando compare

Con la pioggia, con ritardi di ore o giorni

Con le escursioni termiche e i cambi di stagione

Volumi

Proporzionali all'evento meteorico

Limitati ma ostinati, quasi costanti

Deposito

Sali dilavati dal terreno e dal pacchetto

Carbonati chiari, uniformi

Dove

Punti critici: giunti, nodo perimetrale, passanti

Diffusa su cavità e giunzioni, anche lontano dai punti critici

Risposta alla prova di allagamento

Positiva, riproducibile

Negativa

Periodicità

Eventi

Cicli termoigrometrici

Sul campo la gerarchia delle prove è: prova di allagamento controllato a settori sull'estradosso (quando è accessibile), eventualmente con traccianti; termografia per mappare zone fredde, distacchi e percorsi umidi; misure igrometriche di ambiente e superficie. E un test che non costa nulla: se percola col terreno asciutto da due settimane, la guaina è innocente.

5. Progettare la ridondanza

Il manto sull'estradosso è la prima linea di difesa e resta la migliore: su questo nessuna eresia. Il problema è un altro: su una copertura interrata il manto è inaccessibile per costruzione. Sopra ci sono mezzo metro di terra, un giardino condominiale, una pavimentazione carrabile. La sua vita utile è più lunga della sua ispezionabilità: non lo vedrai mai invecchiare, vedrai solo il giorno in cui ha smesso di funzionare. E ripararlo significa smontare tutto quello che ci vive sopra. La sproporzione dei tempi chiude il ragionamento: le Norme Tecniche fissano per le opere ordinarie una vita nominale di progetto di almeno 50 anni (NTC 2018, punto 2.4.1) e la scheda ambientale di settore assume convenzionalmente per la lastra un ciclo di vita di cento anni (FDES CERIB 187.E, 2009). L'orizzonte della struttura si misura in generazioni; quello del manto no, e nessuno lo vedrà invecchiare.

Per questo la progettazione seria delle strutture sotto quota ragiona per combinazione di difese, non per prodotto singolo: è l'impianto concettuale della norma britannica BS 8102:2022, che chiede di valutare più forme di protezione quando le conseguenze di un difetto sono gravi. Per le coperture a verde, il riferimento italiano per progettazione, esecuzione e manutenzione è la UNI 11235:2015.

Tradotto nel dettaglio che ci riguarda: cordone bentonitico su ogni ripresa di getto e sulla giunzione tra muro e solaio, sempre, anche quando il manto è di ottima qualità. Il cordone è un profilo di bentonite sodica in guaina: a contatto con l'acqua la bentonite rigonfia, con espansioni libere dell'ordine di 10-15 volte il volume secco dichiarate concordemente dalle schede tecniche di settore, e confinata nel giunto genera la pressione che lo sigilla. È una difesa che dorme: se il manto tiene, non lavorerà mai; se il manto cede in un punto, si sveglia esattamente lì.

Le regole di posa sono poche e non negoziabili: cordone sul lato investito dall'acqua, a una decina di centimetri dal filo esterno, dentro la massa del getto successivo; supporto pulito e senza salti che interrompano il contatto; continuità assoluta su incroci e angoli, che è dove i difetti si concentrano; protezione dalla pioggia prima del getto, perché un cordone rigonfiato in anticipo ha già speso la sua espansione. Un limite da conoscere: gli elettroliti riducono il rigonfiamento delle argille attive, quindi in presenza di acque ad alto contenuto salino il comportamento va verificato caso per caso (il fenomeno è fisica delle argille da manuale: Mitchell e Soga, "Fundamentals of Soil Behavior", 3ª ed., 2005).

L'obiezione di cantiere è sempre la stessa: "tanto c'è la guaina". È vero, e il paracadute di riserva non serve quasi mai. Il cordone è una voce minore di capitolato posata in un'ora; il rifacimento del manto sotto un giardino pensile è un cantiere con smontaggio, smaltimento e ripristino. La sproporzione tra il costo della ridondanza e il costo della sua assenza è l'argomento che chiude la discussione.

Fig. 4. La regola in tre dimensioni: impermeabilizzazione esterna come prima linea e cordone bentonitico su ogni ripresa di getto e sul perimetro d'appoggio del predalles come seconda. Una delle due può fallire; il progetto sopravvive. Disegno dell'autore.

6. Riparare ad acqua entrata

Quando il solaio percola già, la sequenza corretta parte da due domande, nell'ordine.

Primo: che cosa sta percolando? Infiltrazione o condensa, con le prove del paragrafo 4. Curare una condensa con le sigillature significa spendere due volte.

Secondo: le lastre sono integre? Se sui pannelli ci sono lesioni, prima dell'impermeabilizzazione serve la diagnosi strutturale: sovraccarichi non messi in conto, cedimenti differenziali, difetti di posa. Sigillare una fessura che lavora è nascondere un segnale.

Risposte date, la scelta è binaria. Se l'estradosso è accessibile a costi sensati, la soluzione di riferimento resta il rifacimento del manto, stavolta con le ridondanze del paragrafo 5. Quando non lo è, per vincoli economici, logistici o perché sopra c'è la vita di un condominio, si lavora dall'interno del pacchetto, con due famiglie di tecniche.

La prima è l'iniezione di resine poliuretaniche idroespansive, i prodotti per iniezione inquadrati dalla EN 1504-5. Si perfora dai punti scelti sulla scorta della diagnosi, si montano gli iniettori e si pompa la resina, che a contatto con l'acqua espande (le schede tecniche dei produttori dichiarano espansioni libere fino a 30-40 volte il volume iniziale) e va a riempire fessure, riprese difettose e i serbatoi nascosti sopra gli alleggerimenti. L'intervento ha due obiettivi distinti: risalire a ritroso il percorso dell'acqua fino a chiuderlo, e saturare i vuoti che facevano da accumulo. È un lavoro da specialisti nel senso letterale: le pressioni di pompaggio sono alte e le lastre hanno spessori di pochi centimetri; un'iniezione condotta male può danneggiare proprio ciò che vuole salvare.

La seconda è la ricostruzione di uno strato bentonitico sull'estradosso senza scavo: iniezioni di bentonite modificata condotte dall'alto attraverso il terreno, o dall'intradosso attraverso il pacchetto, per distendere sopra il solaio un materasso di argilla attiva che intercetta l'acqua prima delle lastre. È la logica del cordone, applicata a posteriori e per superfici.

Fig. 5. Sotto lo stesso giardino pensile, campate trattate con iniezioni di resina idroespansiva (a sinistra, in giallo) e campate non trattate che continuano a percolare (a destra). Il confronto è la migliore verifica di efficacia. Disegno dell'autore.

Fig. 6. La variante per superfici: bentonite modificata iniettata dall'alto attraverso il terreno, a ricostruire uno strato impermeabile attivo sull'estradosso senza smontare il giardino. Disegno dell'autore.

Va detto con la stessa franchezza che cosa non funziona: i trattamenti superficiali dall'intradosso. Rasature, pitture dichiarate impermeabilizzanti, contropareti estetiche. L'acqua resta nel pacchetto, trova il giunto accanto, e sotto la pelle nuova la corrosione continua indisturbata, con l'aggravante che il prossimo tecnico partirà da un quadro falsificato. L'intervento dall'interno è legittimo solo quando entra nel pacchetto: iniezioni, non pitture.

7. E se poi brucia?

Un'autorimessa è, per definizione, un locale con un carico d'incendio parcheggiato sotto il solaio. Il Codice di prevenzione incendi chiede alle strutture del garage chiuso non isolato una classe di resistenza al fuoco di almeno 60, che sale a 90 per i piani più profondi o quando l'edificio supera i 24 metri di altezza antincendi (Tabella V.6-1 del D.M. 15 maggio 2020). Il calcestruzzo, di suo, si difende bene: esistono lastre in versione antincendio, con zoccolo da 6,5 cm e copriferro maggiorato (Materazzi, Zappia, D'Alessandro e Breccolotti, convegno VGR 2006). E i giunti sottili non sono il punto debole che l'intuizione suggerisce: sotto i 20 mm di spessore nominale si trascurano perfino nel calcolo delle temperature (EN 1992-1-2, punto 4.6, ripreso dal documento tecnico del CSTB sui solai a predalles), purché siano sigillati, perché la tenuta al passaggio di fiamme e gas caldi resta un requisito a sé.

Il punto debole vero, ancora una volta, non è dove si guarda di solito: è l'alleggerimento in polistirene chiuso nelle cavità. Alle alte temperature il polistirene sublima; i gas si innescano all'improvviso e la pressione fa scoppiare il calcestruzzo che li contiene. Non è una congettura: un chiarimento del Dipartimento dei Vigili del Fuoco (prot. P567/4122 del 9 giugno 2005) riferisce che le prove di laboratorio sui solai tipo predalles alleggeriti in polistirene hanno dato esiti "fortemente disomogenei", con rotture esplosive e perdita prematura della tenuta. Per questo la norma chiedeva, e il D.M. 16 febbraio 2007 chiede ancora per l'uso delle tabelle, di "predisporre opportuni sfoghi, in direzione della faccia esposta al fuoco, per evitare che la tenuta venga compromessa da esplosioni" (UNI 9502:2001, punto 7.2.2, citata nel chiarimento), oltre a un intonaco di protezione. La distanza tra la regola e i cantieri reali era già stata quantificata nel 2008: circa dieci milioni di metri quadrati l'anno di solai alleggeriti in polistirene dichiarati resistenti al fuoco, ma spesso privi degli sfoghi (Franchi, L'Industria dei Laterizi, n. 114, 2008). Il polistirene che fonde, in più, libera gas irritanti e tossici (VGR 2006).

E qui i due temi dell'articolo si toccano. L'Eurocodice consente di non considerare lo spalling esplosivo del copriferro solo quando il calcestruzzo è asciutto, con umidità sotto il 3 per cento in peso, e per le classi di esposizione degli ambienti interni asciutti (EN 1992-1-2, punto 4.5.1): un predalles che percola da anni non rispetta né l'una né l'altra condizione. Il solaio bagnato arriva all'incendio già ferito due volte: il copriferro assottigliato dalla corrosione e l'acqua nei pori pronta a farlo saltare. Chi ripara le infiltrazioni non sta facendo solo manutenzione: sta ripristinando margine antincendio.

Dopo un incendio, anche piccolo, vale la stessa disciplina della diagnosi: valutare prima di riparare. La valutazione della sicurezza è quella delle costruzioni esistenti (NTC 2018, cap. 8); per leggere il danno nel calcestruzzo la letteratura di riferimento è consolidata (fib Bulletin 46, 2008; Concrete Society, Technical Report 68, 2008). Ridipingere un intradosso annerito senza questa valutazione è l'equivalente termico della pittura impermeabilizzante: nasconde il quadro al tecnico che verrà dopo.

8. La parte operativa

Per chi scrive capitolati, dirige lavori o deve accettare un intervento, la tesi si traduce in poche voci verificabili.

In progetto (capitolato):

1. manto sull'estradosso con risvolti e protezione meccanica descritti come voci proprie, non "compresi e compensati";

2. cordone bentonitico su tutte le riprese di getto e sulla giunzione muro-solaio, come voce specifica con marca, sezione e sviluppo in metri;

3. verifica igrotermica del pacchetto secondo UNI EN ISO 13788:2013 quando sopra o sotto ci sono ambienti riscaldati, giardini pensili o guaine che chiudono la diffusione: la condensa si previene in progetto, non in garanzia;

4. prova di allagamento a settori prima del rinterro, verbalizzata con foto e date: è l'unico momento in cui il collaudo del manto costa quasi nulla;

5. per i solai alleggeriti in polistirene: classe di resistenza al fuoco dalla Tabella V.6-1, lastre in versione antincendio o protettivi con rapporto di prova, e sfoghi delle sovrapressioni documentati (D.M. 16 febbraio 2007, Allegato D).

In direzione lavori:

1. controllo della posa del cordone: continuità su incroci e angoli, fissaggio, distanza dal filo esterno, protezione dalla pioggia fino al getto;

2. controllo di giunti tra lastre e riprese: la sigillatura promessa in capitolato deve esistere prima di sparire sotto il getto;

3. dossier fotografico dell'estradosso finito prima del rinterro: quando tra dieci anni qualcosa percolerà, quelle foto varranno più di qualunque perizia.

In riparazione e collaudo:

1. diagnosi documentata prima dell'intervento: prove di allagamento a settori, termografia, distinzione infiltrazione/condensa messa per iscritto;

2. verifica strutturale preliminare in presenza di lesioni sulle lastre (NTC 2018, cap. 8);

3. criterio di accettazione dichiarato in anticipo: riallagamento controllato senza percolamenti, più monitoraggio attraverso almeno una stagione umida completa;

4. per le condense: misure termoigrometriche prima e dopo, perché "non gocciola più" a giugno non dimostra nulla;

5. dopo un incendio, anche localizzato: valutazione della sicurezza (NTC 2018, cap. 8) prima di qualunque ripristino estetico.

9. Conclusione

Il predalles è un buon solaio con un difetto di carattere: induce fiducia. Nella guaina che nessuno rivedrà mai, nei giunti che sembrano tutti uguali, nel terreno che d'estate pare asciutto. Le autorimesse che restano asciutte per decenni non hanno prodotti migliori: hanno una seconda linea di difesa decisa quando tutto era ancora a vista, e proprietari che davanti alla prima stalattite hanno chiesto una diagnosi invece di una pittura. L'acqua, nei predalles, premia chi pensa in anticipo e punisce chi ripara in superficie; il fuoco applica lo stesso criterio, solo con meno pazienza: risanare un solaio che percola significa comprare due sicurezze al prezzo di una. Non è una condanna: è un criterio di progetto.

Riferimenti

UNI EN 13747:2010, Prodotti prefabbricati di calcestruzzo. Lastre per solai. (Marcatura CE delle lastre tralicciate.)

D.M. 17 gennaio 2018, Norme Tecniche per le Costruzioni, punto 2.4.1 (vita nominale di progetto) e cap. 8 (costruzioni esistenti).

UNI EN ISO 13788:2013, Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi per edilizia. (Metodo di Glaser, condensa superficiale e interstiziale.)

D.M. 26 giugno 2015 (requisiti minimi), verifica della condensa interstiziale.

G.K. Smith, "Calcite straw stalactites growing from concrete structures", Cave and Karst Science, 43(1), 2016, pp. 4-10. (Chimica e velocità di crescita delle caltemiti.)

Y.W. Tsang, T.N. Narasimhan, "Effects of periodic atmospheric pressure variation on radon entry into buildings", Journal of Geophysical Research, 97(B6), 1992. (Modellazione del pompaggio barometrico.)

A.L. Robinson, R.G. Sextro, "Radon entry into buildings driven by atmospheric pressure fluctuations", Environmental Science & Technology, 31(6), 1997. (Misure sperimentali dell'ingresso avvettivo.)

EN 1504-5, Prodotti e sistemi per la protezione e la riparazione delle strutture di calcestruzzo. Parte 5: iniezione del calcestruzzo.

BS 8102:2022, Protection of below ground structures against water ingress. Code of practice. (Difese combinate quando le conseguenze sono gravi.)

UNI 11235:2015, Istruzioni per la progettazione, l'esecuzione, il controllo e la manutenzione di coperture a verde.

J.K. Mitchell, K. Soga, Fundamentals of Soil Behavior, 3ª ed., Wiley, 2005. (Rigonfiamento delle argille attive ed effetto degli elettroliti.)

CERIB, Fiche de Déclaration Environnementale et Sanitaire "Prédalle en béton armé", rif. 187.E, febbraio 2009, secondo NF P 01-010. (Durata di vita tipica di 100 anni della lastra.)

D.M. 15 maggio 2020, regola tecnica verticale V.6 "Autorimesse" del Codice di prevenzione incendi, Tabella V.6-1. (Classi minime di resistenza al fuoco.)

UNI EN 1992-1-2, Eurocodice 2, parte fuoco. (Punto 4.5.1 spalling e umidità; punto 4.6 giunti; sezione 5 valori tabellari.)

D.M. 16 febbraio 2007, Allegato D. (Tabelle per solette e solai; sfoghi delle sovrapressioni per alleggerimenti in polistirene; equivalenze dell'intonaco.)

Dipartimento dei Vigili del Fuoco, chiarimento prot. P567/4122 sott. 55 del 9 giugno 2005. (Scoppio da gas del polistirene; esiti disomogenei delle prove su predalles.)

A. Franchi, "Comportamento al fuoco delle lastre predalle da solaio: approfondimenti e raccomandazioni", L'Industria dei Laterizi, n. 114, 2008.

A.L. Materazzi, M. Zappia, A. D'Alessandro, M. Breccolotti, "Comportamento al fuoco di solai per edifici di cemento armato: confronto tra metodo tabellare, sperimentale ed analitico", atti VGR 2006, Università di Perugia e Corpo Nazionale VVF.

CSTB, CPT "Dalles pleines confectionnées à partir de prédalles", Cahier 2892_V2, aprile 2016, sez. 8. (Verifica al fuoco dei solai a predalles.)

fib Bulletin 46, "Fire design of concrete structures", 2008; Concrete Society, TR 68, "Assessment, Design and Repair of Fire-Damaged Concrete Structures", 2008. (Valutazione post-incendio.)

Schede tecniche dei produttori di cordoni bentonitici e resine poliuretaniche idroespansive, per i valori dichiarati di espansione. (Valori di prodotto, non di norma.)

L'autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.


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Murature umide: cause e rimedi

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