Sotto il piano di campagna il vespaio chiede aria che non arriva, e per farla arrivare bisogna forare la parete che tiene fuori l’acqua. Una difesa nata per i piani terra, portata sotto quota, diventa il punto debole dell’edificio.
Il sopralluogo che si ripete
Il committente apre la porta della taverna e dice che l’odore non va via. Le pareti sono asciutte al tatto, il pavimento è freddo, in un angolo il battiscopa si è staccato. Sotto quel pavimento c’è un vespaio aerato. Lo dice il progetto, e lo confermano due griglie infilate nel muro perimetrale, una per lato della rampa.
Si toglie una griglia e si guarda dentro con la torcia. L’aria che esce è ferma e sa di cantina chiusa. Sul fondo, a quaranta centimetri sotto i piedi, c’è un velo d’acqua che riflette la luce. Nessuno sa da quanto tempo sia lì, perché quel vespaio non è mai stato aperto dal giorno del getto.
Questa scena l’ho vista tante volte, in case nuove e in ristrutturazioni fatte bene. Il vespaio c’era. Il committente l’aveva pagato, il progettista l’aveva disegnato in sezione e citato in relazione. Non aveva mai funzionato un giorno. Nessuno se n’era accorto, perché un vespaio che non funziona non dà segnali propri. Dà l’odore della taverna, la muffa dietro un mobile, il battiscopa che si stacca.
Dopo tanti anni passati sotto i pavimenti sono arrivato a una posizione netta. Questo articolo serve a dirla per intero, con i numeri e con le fonti. Il vespaio aerato è una tecnica che uso con prudenza sopra il piano di campagna. Sotto la platea di una cantina, di un garage o di una taverna, invece, non lo realizzo. Quando trovo un progetto che lo prevede, chiedo di rivederlo.
Che cosa chiedo a un vespaio quando sta fuori terra
Conviene fermarsi sulla cosa, prima di discuterla. Il vespaio è l’intercapedine d’aria fra il terreno e il primo solaio. Fa tre lavori. Stacca il solaio dal contatto diretto con un suolo quasi sempre umido. Interrompe la risalita capillare verso la soletta. Lascia defluire il vapore e i gas che salgono dal terreno.
Li fa a una condizione, che nel nome è scritta ma nella pratica si dimentica: che sia aerato davvero. L’aria dentro quell’intercapedine deve muoversi, e per muoversi ha bisogno di qualcosa che la spinga. Fuori terra quel qualcosa esiste, e sono due cose insieme. La prima è il vento. Preme su una facciata dell’edificio e aspira sull’altra: l’aria entra dalle bocchette di un lato ed esce da quelle del lato opposto. La seconda è il dislivello fra le aperture. Se una bocchetta sta più in alto dell’altra, l’aria calda sale verso quella alta, e ne richiama di fresca da quella bassa.
Di quanta aria serva ho scritto altrove, e la risposta è che in Italia non esiste un numero nazionale. Ci sono tre regole regionali che non si parlano fra loro, e un mosaico di regolamenti comunali. Quella era la domanda giusta per un vespaio fuori terra. Sotto quota la domanda cambia, e prima di chiedersi quanta aria serve bisogna chiedersi se quell’aria può arrivare.
Chi ha cominciato a studiarlo
Questa tecnica ha una data di nascita precisa, e la storia dice cose che i manuali non riportano.
In Italia il vespaio entra nelle regole con le Istruzioni ministeriali del 20 giugno 1896, intitolate «Compilazione dei regolamenti locali sull’igiene del suolo e dell’abitato». Il titolo dice già che cosa sono. Sono istruzioni rivolte ai Comuni per scrivere i propri regolamenti di igiene, e non una norma che vincola direttamente il progettista. Diventano vincolanti attraverso il regolamento comunale che le recepisce, e su questo tornerò più avanti.
Quel testo ha fatto da modello ai regolamenti locali per generazioni. Non è mai stato sostituito. Il Decreto del Ministero della Sanità del 5 luglio 1975, quello che si cita sempre a sproposito, si intitola «Modificazioni alle istruzioni ministeriali 20 giugno 1896»: è un atto che le modifica, non che le rimpiazza. Ha nove articoli e interviene sulle altezze dei locali. All’ultimo abroga delle Istruzioni soltanto la parte in contrasto con i propri contenuti. Sui vespai il 1975 non dice nulla, quindi il 1896 resta in piedi.
Il vespaio compare in due articoli. L’articolo 57 chiede che il pavimento del piano terreno sia «assicurato con materiali idrofughi contro il passaggio dell’umidità del suolo, e munito di vespai ventilati». E lo chiede «possibilmente in ogni fabbricato, ma tassativamente in quelli fondati in luoghi umidi o non cantinati». Si noti già qui il legame. Il vespaio è cosa del pavimento del piano terreno, e l’obbligo diventa tassativo per i fabbricati non cantinati.
Poi c’è l’articolo 61, che di solito viene citato a metà. Dice che l’elevazione del pavimento del piano terreno sul terreno circostante «dovrà sempre essere di almeno m. 0,40, che sarà utilizzato per vespaio, se non esista il sotterraneo».
Quelle ultime quattro parole cambiano il senso di tutto il resto. Nel 1896 il vespaio è il modo di tenere il pavimento sollevato dal suolo quando sotto non c’è nient’altro. Se invece il sotterraneo c’è, la stessa raccolta di istruzioni prescrive un’altra cosa, e la prescrive all’articolo 56: drenaggi sufficienti, materiali idrofughi nei muri di fondazione, e la difesa dei muri dei sotterranei dal terreno circostante «per mezzo di materiali impermeabili o di opportune intercapedini». Per i sotterranei destinati al lavoro diurno l’articolo 60 chiede quattro requisiti. Fra questi, il pavimento almeno un metro sopra il livello massimo delle acque del sottosuolo. E muri e pavimento protetti con asfalto, intonaci di cemento o lamiere metalliche.
Il testo che ha introdotto il vespaio in Italia lo prescrive quindi in alternativa al sotterraneo. Per il sotterraneo prescrive altro: impermeabilizzazione, intercapedini e drenaggio. Mettere un vespaio aerato sotto un locale interrato non è la tradizione italiana: è il rovesciamento di quella tradizione. Per completezza, l’articolo 58 di quel testo vietava di adibire ad abitazione permanente qualunque locale che stesse in tutto o in parte dentro terra. Molte cose sono cambiate da allora, e per fortuna; ma il ragionamento tecnico su cui poggiava quella scelta è rimasto valido.
C’è poi la seconda metà della storia, ed è americana. Riguarda il numero più usato al mondo per dimensionare la ventilazione di un vespaio, cioè un’apertura ogni centocinquanta parti di superficie in pianta. La sua ricostruzione la si deve a William B. Rose, ricercatore del Building Research Council dell’Università dell’Illinois.
Il primo obbligo numerico compare nel gennaio del 1942, negli standard minimi di costruzione della Federal Housing Administration. Chiede una superficie di ventilazione pari a mezzo punto percentuale dell’area racchiusa, più mezzo piede quadro ogni venticinque piedi lineari di muro. Il rapporto di un centocinquantesimo arriva più tardi, nelle Minimum Property Standards del 1958. Con esso arriva la riduzione a un millecinquecentesimo, quando il terreno è coperto da un telo. Rose ha riletto quei documenti uno per uno, e sul primo scrive una frase che vale tutto il capitolo: «This regulatory document predates any research on crawl space performance», quel documento normativo viene prima di qualunque ricerca sul comportamento dei vespai.
La ricerca arriva dopo, e la fa Ralph Britton per l’agenzia federale della casa, fra il 1946 e il 1948. Britton studia settantadue edifici e misura l’evaporazione dal suolo scoperto. Scopre che il problema vero è il terreno nudo, e non la scarsità di bocchette. Con un telo efficace, scrive, la ventilazione prescritta si potrebbe ridurre del novanta per cento. Rose annota che Britton, nel citare i valori di ventilazione «generalmente raccomandati» del suo tempo, rinvia a una fonte che nessuno è mai riuscito a rintracciare.
C’è un ultimo documento che merita di essere raccontato. Nel 2001 il gruppo di ricerca di Advanced Energy scrisse all’ente che cura uno dei codici modello americani. La domanda era semplice: quale fosse la base tecnica del rapporto di un centocinquantesimo. La risposta fece risalire l’obbligo a un’audizione del 1979. L’unica motivazione messa a verbale era che quelle prescrizioni rappresentavano lo stato dell’arte. Nella stessa risposta si legge che in certi climi quelle bocchette possono aggiungere umidità al vespaio, lasciando entrare aria esterna calda e umida.
Rose oggi ha una posizione più radicale della mia. In uno scambio con la redazione di una rivista tecnica americana, nel luglio del 2011, ha scritto: «My preference would be a product recall on the crawlspace», il richiamo del vespaio come si richiama un prodotto difettoso. Il titolo con cui quelle parole sono state pubblicate diceva che i vespai «dovrebbero essere illegali», ma quella frase Rose non l’ha mai scritta: è del giornalista. La differenza va detta, perché citare male una fonte è il vizio che rende inservibile la discussione tecnica su questo tema.
Rose non se la prende con la ventilazione. Scrive: «A crawlspace, closed or open, allows a high rate of exchange of soil gas with the house via barometric pumping». Chiuso o aperto, dice. Il vespaio scambia gas del suolo con la casa attraverso il pompaggio barometrico. Sono le variazioni della pressione atmosferica, che aspirano e respingono aria dal terreno. Il fenomeno è misurato. Lo hanno studiato Allen Robinson e Richard Sextro, del Lawrence Berkeley National Laboratory, in un lavoro del 1997 su Environmental Science & Technology. Anche senza differenze di pressione stabili fra interno ed esterno, le variazioni della pressione atmosferica fanno entrare il gas. Ne entra una volta e mezza rispetto alla sola diffusione molecolare.
Rose parla dei vespai americani, che stanno per lo più fuori terra o poco sotto. Il passaggio ai nostri interrati lo faccio io, e lo dichiaro. Se il suo argomento vale per un vespaio ventilato all’aria aperta, vale a maggior ragione per uno sepolto sotto due metri di terreno.
Sotto quota cambia la fisica, non solo la quota
Il vespaio sotto quota viene disegnato uguale a quello fuori terra. Stesse retinature, stesse bocchette, cambia solo la posizione nel foglio. Nessuno lo fa in malafede: è un’abitudine di disegno, e le abitudini di disegno non le controlla nessuno.
La norma di calcolo lo dice meglio di qualunque discorso. La UNI EN ISO 13370 è il metodo europeo per calcolare lo scambio termico degli edifici verso il terreno. Tratta il pavimento su vespaio aerato come uno dei suoi quattro casi. Nella tabella dei simboli la grandezza `h` è definita come «height of floor surface above outside ground level»: l’altezza della superficie del pavimento sopra il livello del terreno esterno. Il termine che tiene conto della ventilazione contiene invece due cose. La velocità media del vento a dieci metri di altezza, e un coefficiente di schermatura dal vento.
Il modello di calcolo del vespaio aerato descrive dunque un manufatto che sta sopra il terreno e che il vento ventila. Sotto il piano di campagna il primo dato vale zero, o è addirittura negativo. Vale zero anche il secondo, perché il vento sulle bocche di un vespaio interrato non arriva. Non è che la norma lo vieti: semplicemente descrive un’altra cosa. Un tecnico che scrive «vespaio aerato» nella relazione di un piano interrato dà a quel vuoto un nome che la norma usa per un’altra cosa. Il modello di riferimento non si applica al caso suo.
C’è chi lo ha scritto prima di me, e con l’autorevolezza di un laboratorio pubblico. Anton TenWolde e Samuel Glass, del Forest Products Laboratory del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, in una rassegna del 2013 sull’umidità nei vespai scrivono: «It is recommended that the crawl space floor level not be below the exterior grade», cioè che il piano del vespaio non stia sotto la quota del terreno esterno. E aggiungono che, dove la falda è vicina alla superficie, la soluzione più praticabile è una fondazione diversa.
Da qui in avanti espongo i sei motivi per cui, sotto quota, quella scelta mi sembra sbagliata. Sono in ordine di importanza, e i primi tre si possono verificare con una calcolatrice.
Primo motivo: il motore non c’è

L’aria dentro un’intercapedine si muove per due ragioni. Il vento, di cui si è detto. E il tiraggio, cioè la differenza di peso fra la colonna d’aria interna e quella esterna. La spinta che ne nasce è proporzionale al dislivello fra l’apertura di ingresso e quella di uscita.
Il conto è elementare e si fa in una riga. La spinta vale la densità dell’aria per l’accelerazione di gravità per il dislivello fra le due bocche. Il tutto moltiplicato per lo scarto relativo di temperatura. Il termine che comanda tutto è il dislivello. Se le due aperture stanno alla stessa quota, il dislivello è zero, e la spinta è zero. Vale qualunque sia la differenza di temperatura, foss’anche di quindici gradi.
Ora si guardi un vespaio sotto un interrato. Per portargli aria bisogna far salire due condotti fino sopra il piano di campagna, perché è là che l’aria si trova. Quei due condotti sboccano all’aperto, quasi sempre alla stessa quota, magari sui due lati opposti dell’edificio. Le due colonne d’aria che contengono sono identiche in altezza e in temperatura, e si fanno equilibrio. Con un vespaio a sedici gradi e l’aria esterna a trenta, la spinta motrice che ne risulta è di zero pascal.
Perché nasca un tiraggio vero servirebbe che una delle due bocche stesse molto più in alto dell’altra. Con sei metri di dislivello, cioè con un condotto che sale fino sopra la copertura, la spinta arriva a tre pascal e quattro decimi. Quello però non è più un vespaio aerato. È un camino di estrazione, cioè un pezzo di impianto, e come tale va progettato, dichiarato e mantenuto.
Non è un’obiezione mia. Gli stessi TenWolde e Glass scrivono che «providing vents in the perimeter wall does not guarantee significant, reliable ventilation», e che la portata effettiva dipende dal vento, dalla posizione delle bocchette, da quello che c’è davanti. Lo ammette anche la manualistica di posa dei casseri a perdere. In uno di questi manuali si legge che il passaggio d’aria sotto il vespaio dipende soprattutto dal vento. E dalla direzione da cui soffia. Lo stesso manuale, per innescare l’effetto camino, chiede bocche di ingresso basse su un lato e uscite alte sull’altro, portate «preferibilmente fino al tetto». Sotto il piano di campagna quella geometria non esiste: l’ingresso basso dovrebbe stare sotto terra.
Rimane il caso peggiore, che è anche il più diffuso. Sono le bocchette ricavate nel muro contro terra, affacciate su un’intercapedine perimetrale o su una bocca di lupo. Lì il vento non arriva e il dislivello è nullo. L’aria che entrasse verrebbe per giunta da un pozzo chiuso, cioè da un volume che ha già la stessa aria del vespaio.
Secondo motivo: nei mesi caldi la ventilazione bagna

Immaginiamo per un momento che il motore ci sia, e che l’aria entri come previsto. Bisogna chiedersi che cosa porta dentro.
Un vespaio sotto un locale interrato ha le superfici alla temperatura del terreno che lo circonda. In profondità quella temperatura tende alla media annua del luogo, e fra estate e inverno si muove poco. Prendiamo sedici gradi, che per il nord Italia è un valore prudente.
Prendiamo l’aria esterna di una mattina d’agosto, a venticinque gradi con l’ottanta per cento di umidità relativa. La sua temperatura di rugiada è di ventuno gradi e tre decimi. La temperatura di rugiada è quella a cui quell’aria, raffreddandosi, diventa satura e comincia a lasciare acqua. Se quell’aria entra in un ambiente le cui superfici stanno a sedici gradi, si raffredda sotto la propria rugiada. L’acqua che non riesce più a tenere la deposita lì dentro: quattro grammi e settantotto centesimi per ogni metro cubo che entra.
Un vespaio di cento metri quadri alto cinquanta centimetri contiene cinquanta metri cubi d’aria. Mezzo ricambio all’ora, per un vespaio, è già una ventilazione generosa. Con quello entrano seicento metri cubi al giorno, e con essi quasi tre litri d’acqua. Con un ricambio all’ora si arriva a cinque litri e sette decimi al giorno. Dopo un temporale d’estate, con l’aria a ventiquattro gradi e il novantacinque per cento, si sale a sette grammi per metro cubo.
Qui si affaccia l’obiezione ragionevole: se l’aria che entra è più calda delle superfici, non le riscalderà, asciugandole? La risposta è no, e la ragione è quantitativa. Joseph Lstiburek, in una nota tecnica del 2010 dedicata ai vespai, la mette così. La temperatura di quelle superfici la governano l’irraggiamento e la conduzione verso il terreno. L’aria che ci passa dentro pesa poco. Un ricambio orario d’aria non scalda mezzo metro di terreno e una platea: si limita a portare vapore su superfici che restano fredde.
Le misure lo confermano da decenni, e non solo nei climi caldi. Akihito Iwamae e Mamoru Matsumoto hanno monitorato per due anni trentasei case giapponesi. Molte presentavano condensa estiva nei vespai. Erano conformi alle prescrizioni di ventilazione del loro codice, e avevano il telo steso sul terreno. I periodi di condensa duravano da una settimana a un mese. Jarek Kurnitski ha condotto una campagna sperimentale variando il ricambio d’aria da zero a dieci volumi all’ora. Nella configurazione migliore aveva il terreno coperto e tre ricambi orari. Anche lì l’umidità relativa estiva del vespaio non scendeva sotto il settantaquattro e mezzo per cento.
C’è un secondo effetto, e questo è il più controintuitivo di tutti. Jarek Kurnitski e Minna Matilainen hanno misurato l’evaporazione dal terreno al variare del ricambio d’aria. I due crescono insieme. Due grammi e quattro decimi per metro quadro all’ora con mezzo ricambio orario, quattro grammi e nove decimi con tre ricambi. Aumentando la ventilazione si aumenta anche la quantità d’acqua che il terreno cede. In uno studio successivo, su vespai molto isolati, gli stessi autori hanno osservato dell’altro. Alzare il ricambio d’aria può far salire l’umidità relativa, soprattutto a fine estate e in autunno.
C’è poi la sorgente che nessuno conta, cioè il terreno stesso. Le misure raccolte da TenWolde e Glass danno un rilascio di vapore da terreno nudo intorno a quattrocento grammi per metro quadro al giorno. Su cento metri quadri fanno quaranta chili d’acqua ogni giorno da smaltire. Sempre secondo quella fonte, per tenere un vespaio sotto l’ottanta per cento di umidità relativa servirebbero cento litri d’aria al secondo. Ogni cento metri quadri. Quella portata, sotto quota, non la produce nessuna bocchetta.
Quando l’aria del vespaio diventa più calda della superficie del terreno, il verso del trasporto si rovescia. Il terreno assorbe acqua, e l’aria di ventilazione gliela cede. È quanto documenta Miimu Airaksinen nella sua tesi, con i flussi misurati che diventano negativi nei mesi caldi. In quel periodo la sorgente d’acqua del vespaio non è più il suolo: è l’aria che ci facciamo entrare.
La conferma più diretta viene da una campagna inglese, quindi da un clima non lontano dal nostro. Sofie Pelsmakers e i suoi coautori hanno monitorato quindici intercapedini sotto solai in legno. Hanno trovato che più ci si avvicina alle bocchette, più l’umidità relativa è alta e più il vespaio è freddo. Lontano dalle aperture le condizioni erano più stabili. La ventilazione, insomma, bagna proprio nel punto in cui entra.
D’inverno il bilancio si rovescia, ed è giusto dirlo. L’aria di gennaio a due gradi e novanta per cento ha una rugiada di mezzo grado. Entrando in un vespaio a sedici gradi, asciuga. Il guaio è che d’inverno le bocchette, quando ci sono, vengono chiuse per non raffreddare il pavimento. E l’edificio riscaldato, in quella stagione, aspira dal basso invece di soffiare.
Per questo la ventilazione di un ambiente freddo va decisa in un modo solo. Si confronta la temperatura di rugiada dell’aria esterna con la temperatura delle superfici interne, e non l’umidità relativa dei due ambienti. Il novanta per cento di febbraio asciuga, il settanta per cento di agosto bagna. È lo stesso ragionamento che vale per le cantine e le taverne. Con un’aggravante: nel vespaio nessuno apre e chiude niente, perché nessuno ci entra.
Terzo motivo: per aerarlo bisogna forare la vasca

Questo è il conto che non ho mai visto fare, ed è quello che mi ha convinto più di ogni altro.
Prendiamo il rapporto di aerazione più usato in Italia, quello del Regolamento locale d’igiene lombardo recepito dal Comune di Milano. Chiede una superficie di aerazione libera non inferiore a un centesimo della superficie del vespaio. Su cento metri quadri di vespaio significa un metro quadro di aperture libere.
Un metro quadro. Fuori terra si traduce in una fila di finestrelle nel muro perimetrale, e nessuno ci fa caso. Sotto quota quel metro quadro va ricavato in una parete che ha il terreno dall’altra parte, e ogni apertura diventa un attraversamento dell’impermeabilizzazione.
Prendiamo bocchette quadrate da quindici centimetri di lato. Griglia e rete antitopo ne lasciano libera circa il sessanta per cento, quindi ne servono settantacinque. Si può scegliere la strada dei condotti che salgono fino all’aperto. Un tubo da duecento millimetri ha una sezione libera di trecentoquattordici centimetri quadri, quindi ne servono trentadue. Con il rapporto più permissivo, quello di un duecentesimo per la ventilazione perimetrale, se ne servono comunque sedici.
Trentadue condotti che salgono da un vespaio fino sopra il prato non li ho mai visti in cantiere. Non li ho mai visti nemmeno disegnati in un progetto. Quello che si vede sono due condotti, a volte quattro. Quattro tubi da duecento fanno milleduecentocinquantasei centimetri quadri, cioè il tredici per cento di quello che il rapporto chiederebbe. Il vespaio, in relazione, continua a chiamarsi aerato.
Restano allora due possibilità, e sono entrambe scomode. O si accetta che quel vespaio sia una camera d’aria chiusa. In quel caso bisogna dirlo, e progettarlo come tale. Una camera chiusa a contatto col terreno si comporta in modo diverso da quello descritto in relazione. Oppure si realizzano davvero le aperture richieste. Allora si praticano decine di fori in una parete controterra, e ogni foro è un punto in più in cui l’impermeabilizzazione può cedere.
Nella mia esperienza le infiltrazioni negli interrati non arrivano quasi mai attraverso il campo continuo di una membrana posata bene. Arrivano dai punti singolari: le riprese di getto, i corpi passanti, gli attraversamenti degli impianti. Ogni bocchetta di aerazione è un corpo passante in più, e va a sommarsi a quelli che ci sono già.
Quarto motivo: il gas del suolo non lo governa il vespaio

L’argomento con cui oggi si giustifica più spesso il vespaio sotto quota è il radon. Su questo ho cambiato idea con più fatica, perché il vespaio ventilato compare davvero fra le tecniche elencate dalle agenzie ambientali. Bisogna però leggere che cosa dicono per esteso.
L’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente pubblica da anni una tabella con l’efficacia delle diverse tecniche di riduzione del radon. Alla voce ventilazione naturale di un vespaio la riduzione indicata va dallo zero al cinquanta per cento. Alla voce depressurizzazione sotto membrana la riduzione va dal cinquanta al novantanove per cento. È l’aspirazione attiva dell’aria da sotto un telo posato sul terreno dello stesso vespaio. Stessa fondazione, stesso edificio: cambia solo una cosa, e cioè che nel secondo caso un ventilatore comanda la direzione dell’aria.
Il Piano nazionale d’azione per il radon, adottato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 gennaio 2024, è ancora più netto. Sulle soluzioni che affidano alla sola ventilazione naturale l’allontanamento del gas dai locali interrati scrive che «costituiscono misure provvisorie d’emergenza, in attesa di interventi definitivi, e non possono essere prese in considerazione nell’ambito di risanamenti che vogliano essere effettivamente risolutivi».
Lo stesso Piano spiega perché anche la versione attiva può fallire proprio nei vespai grandi: «in presenza di vespai estesi e privi di isolamento o gettata di calcestruzzo, la depressione generata all’interno del pozzetto si esaurisce nelle immediate vicinanze e non riesce a raggiungere l’intero perimetro dell’edificio; ciò consente al radon lontano dal pozzetto di concentrarsi nel vespaio e diffondersi nell’edificio». Il vespaio, in quel caso, si comporta da serbatoio: raccoglie il gas su tutta la sua estensione e lo tiene sotto il pavimento.
Va detto che lo stesso Piano, poche pagine dopo, scrive che i pozzetti radon vanno previsti «in combinazione con un sistema di drenaggio a vespaio». Non è una contraddizione. Vale la pena capire perché. Quel passaggio parla dello strato permeabile che deve stare sotto la platea perché l’aspirazione possa propagarsi. È la stessa ghiaia che propongo più avanti. Chiama vespaio lo strato drenante, non la camera d’aria ventilata da bocchette. La differenza sta in quello che li muove. Nel primo caso un ventilatore, nel secondo niente.
Il Manuale sul radon indoor dell’Organizzazione mondiale della sanità mette il dito sulla variabile che conta: l’efficacia di un vespaio ventilato dipende «upon the air-tightness of the floor system above the vented unoccupied space», cioè dalla tenuta all’aria del solaio che sta sopra. La distribuzione delle aperture viene solo dopo. Lo stesso testo aggiunge che la depressurizzazione sotto platea e sotto membrana offre una riduzione maggiore della ventilazione del vespaio.
La conseguenza pratica riguarda la continuità della barriera fra quel vuoto e le persone, più della presenza del vuoto in sé. Se il solaio è a tenuta, il vespaio conta poco. Se non lo è, il vespaio diventa la camera da cui il gas entra. Succede proprio quando l’edificio è in depressione rispetto al terreno. Cioè quando è riscaldato, quando ha una cappa o un estrattore accesi, quando un intervento di efficientamento energetico lo ha reso ermetico.
Che il flusso dal basso sia reale, e quanto pesi, è stato misurato. Craig Boardman e Samuel Glass, sempre del Forest Products Laboratory, hanno monitorato una casa sperimentale. D’inverno la fondazione immetteva nell’edificio più di quindici chili d’acqua al giorno sotto forma di vapore. Accendendo un sistema di depressurizzazione attiva del terreno, quel flusso è sceso a poco più di due chili al giorno. La concentrazione di radon interna è passata da otto a meno di un picocurie per litro. Lo stesso intervento ha ridotto insieme l’umidità e il gas, perché il meccanismo che li porta dentro è lo stesso.
Non passa solo il gas. Miimu Airaksinen e i suoi coautori hanno studiato otto edifici finlandesi con vespaio, misurando insieme le pressioni e le spore. Negli appartamenti l’estrazione meccanica creava una depressione di circa sei pascal rispetto al vespaio. Salivano a sedici quando il ventilatore andava alla velocità alta. In quelle condizioni l’aria dei tubi di ventilazione del vespaio smetteva di uscire. Passava attraverso il solaio, dentro casa. Nel vespaio contarono in media quattromila unità formanti colonia di Penicillium per metro cubo, contro le venti dell’aria esterna. E per l’Acremonium, che dentro casa normalmente non ha sorgenti proprie, la concentrazione interna seguiva quella del vespaio con una correlazione di 0,89.
In una prova di laboratorio successiva, sugli stessi solai, il gruppo ha misurato quali particelle passano. Quelle da quattro micrometri non passano affatto. Passa la frazione fra sei decimi e due micrometri e mezzo, cioè proprio quella delle spore singole. La loro conclusione operativa è la parte più utile per noi. Sigillare non basta, perché quello che decide il passaggio è la differenza di pressione. Bisogna intervenire sull’equilibrio delle pressioni, non solo sulle fessure.
Va detto anche il resto, per onestà. Nessuna norma italiana impone il vespaio contro il radon. Il decreto legislativo 101 del 2020, all’articolo 12, fissa livelli di riferimento espressi in concentrazione. Trecento becquerel per metro cubo per le abitazioni esistenti e per i luoghi di lavoro. Duecento per le abitazioni costruite dopo il 31 dicembre 2024. Sono livelli di riferimento, non limiti sanzionati. E comunque parlano di quanti becquerel non si vogliono respirare, non di come va fatto il pavimento. I Criteri ambientali minimi per l’edilizia sono stati adottati con decreto ministeriale del 24 novembre 2025, in vigore dal febbraio 2026. Dedicano al radon il criterio 2.3.11. Chiedono strategie di prevenzione e la misura della concentrazione media annua a fine lavori. Nelle centoventitré pagine dell’allegato tecnico, quello pubblicato dal Ministero perché in Gazzetta il decreto esce senza allegati, la parola vespaio non compare mai. Anche le leggi regionali che si citano di solito fissano una concentrazione da non superare, non una soluzione costruttiva. La pugliese, legge regionale 30 del 2016, indica trecento becquerel per metro cubo nelle nuove costruzioni. La campana, legge regionale 13 del 2019, ne indica duecento.
Quinto motivo: mezzo metro più in basso costa cinque chilonewton
C’è poi la struttura, e il conto si vede solo facendolo.
Un vespaio non si aggiunge sopra la platea: si aggiunge sotto. Per ricavare cinquanta centimetri di intercapedine sotto il pavimento di una cantina bisogna scavare cinquanta centimetri più in basso. E abbassare di altrettanto il piano di posa della struttura. Se c’è acqua nel terreno, quei cinquanta centimetri diventano battente idraulico in più sotto la platea.
L’acqua spinge verso l’alto con nove chilonewton e ottanta per ogni metro di battente, su ogni metro quadro di superficie. Mezzo metro di approfondimento aggiunge quindi quasi cinque chilonewton al metro quadro di spinta verso l’alto. Vanno contrastati dal peso della struttura o da ancoraggi. Su una platea di cento metri quadri fanno quattrocentonovanta chilonewton, cioè circa cinquanta tonnellate di spinta in più. Comparse per fare spazio a una camera d’aria.
E la camera d’aria, dal punto di vista del galleggiamento, è la peggiore delle aggiunte. Occupa volume sotto il livello dell’acqua senza aggiungere peso. Prendiamo un vespaio realizzato con casseri modulari a perdere. Se il getto di completamento non è quello previsto, è un volume in gran parte vuoto messo sotto battente.
Questa verifica ha un nome nelle norme. Le Norme tecniche per le costruzioni la chiamano stato limite di sollevamento. La Circolare del 2019 la definisce «perdita di equilibrio della struttura o del terreno, dovuta alla spinta dell’acqua», e al paragrafo successivo precisa che gli stati limite di sollevamento per galleggiamento «di strutture interrate (parcheggi sotterranei, stazioni metropolitane, ecc.)» vanno trattati proprio così. L’Eurocodice 7 dedica al tema il capitolo sulla rottura idraulica. Il primo caso illustrato nella sua figura è, alla lettera, il sollevamento di una struttura cava interrata.
Il conto va fatto con i coefficienti e le combinazioni di carico che competono al progettista strutturale, e non è materia di questo articolo. Quello che voglio lasciare è più semplice. Quando un progetto prevede un vespaio aerato sotto quota in presenza di falda, quel vespaio non è soltanto una camera d’aria che non ventila. È anche mezzo metro di scavo in più sotto il livello dell’acqua. Da lì viene una spinta in più da contrastare, e un tratto in più di impermeabilizzazione da tenere in pressione.
Sesto motivo: nessuno ci entra più
Un vespaio alto quaranta o cinquanta centimetri è un ambiente in cui nessuno può muoversi. Non ha una botola, non ha un percorso, non ha illuminazione. Dal giorno del getto in poi nessuno lo apre e nessuno lo pulisce. Nessuno verifica se il velo d’acqua che ho descritto all’inizio ci sia oppure no.
Questa non è una svista dei progettisti: è una lacuna delle regole. Ho controllato i regolamenti edilizi di Milano, Torino, Bologna, Padova e Udine, e il regolamento tipo della Regione Siciliana. L’obbligo di rendere ispezionabile uno spazio interrato esiste, ma riguarda le intercapedini perimetrali, non i vespai. Torino lo scrive all’articolo 127, Bologna all’articolo 67, la Sicilia all’articolo 90, con una formula che gradua bene le due cose: le intercapedini devono essere «praticabili o quanto meno ispezionabili».
Per il vespaio nessun regolamento fra quelli letti prescrive una botola, un’altezza di accesso o un piano di manutenzione. Un vespaio da cinquanta centimetri rispetta le quote di Milano, Bologna e Sicilia, e resta un volume in cui non entrerà mai nessuno.
Che cosa si trovi dentro quei volumi, quando qualcuno finalmente li apre, lo dice l’indagine più seria che io conosca sul tema. In Svezia l’agenzia nazionale per l’edilizia ha condotto una campagna di ispezioni fra il 2007 e il 2008. Il campione era statistico, circa milleottocento edifici. Il risultato è questo. Fra le case unifamiliari con vespaio, il ventisei per cento presentava un danno da umidità o da muffa rilevante per l’ambiente interno. Il margine dichiarato è di nove punti. Fra gli edifici non residenziali si saliva al quarantotto per cento. E in circa il settantuno per cento di tutti i vespai ispezionati sono state trovate tracce di acqua libera.
Sono numeri svedesi, su vespai per lo più fuori terra e in un clima diverso dal nostro, e non li trasferisco all’Italia. Dicono però una cosa che vale ovunque. Un vespaio ventilato secondo le regole non è di per sé un ambiente asciutto. E il velo d’acqua che ho descritto all’inizio è una condizione frequente.
Conta poi come lo giudica la scuola di fisica edile di Lund, che su questi temi ha una tradizione lunga. In un lavoro del 2002 Arne Elmroth, Lars-Erik Harderup e Ingemar Samuelson definiscono il vespaio ventilato tradizionale una costruzione a rischio. Migliorare la ventilazione, osservano, riduce il rischio estivo. Non basta però a evitare valori di umidità relativa sufficienti a far crescere la muffa. Per azzerarlo, scrivono, bisogna cambiare tipo di fondazione.
Non è solo una questione di manutenzione. L’Organizzazione mondiale della sanità, nel volume del 2008 sugli infestanti urbani, dedica un passaggio esplicito ai vespai allagati. Li indica fra i luoghi in cui si insediano i siti di riproduzione della zanzara comune. Le misure che raccomanda sono quattro. Drenaggio, impermeabilizzazione, pompaggio dell’acqua residua, e riempimento con ghiaia del volume potenzialmente allagabile fino al livello massimo della falda. Rileggo l’ultima parte, perché è quella che conta. Davanti a un vuoto sotto il pavimento che può allagarsi, un’agenzia sanitaria internazionale raccomanda di riempirlo.
C’è un ultimo aspetto che riguarda la sicurezza di chi dovesse entrarci davvero. Un vespaio chiuso e a contatto col terreno può accumulare gas e avere poco ossigeno, cioè può comportarsi come un ambiente confinato. Il decreto del Presidente della Repubblica 177 del 2011 disciplina la qualificazione delle imprese che operano negli ambienti sospetti di inquinamento o confinati. Non nomina né i vespai né le intercapedini. L’articolo 66 del decreto legislativo 81 del 2008, a cui quel regolamento rinvia, elenca pozzi neri, fogne, camini, fosse e gallerie. Ma poi aggiunge «e in generale ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri». È quella clausola finale a contare. Se un vespaio ci rientri o no diventa quindi una valutazione da fare caso per caso, e non una qualificazione già scritta nelle norme.
Che cosa dicono le norme, davvero
A questo punto conviene mettere in fila che cosa prescrive l’ordinamento italiano, perché la discussione sui vespai è piena di norme citate a memoria.
Non esiste una norma UNI che dica come si fa un vespaio. Nelle norme UNI il vespaio compare, ma come condizione al contorno di un calcolo termico. Lo nomina la UNI EN ISO 13370, sul trasferimento di calore verso il terreno. Quella norma tratta le solette su vespaio come uno dei suoi casi. Lo nomina la UNI EN ISO 13793, sulla progettazione termica delle fondazioni contro i danni da gelo. Anche quella si applica agli edifici su vespaio. Nessuna delle due prescrive come costruirlo, quanto alto farlo, o quanta aria dargli. Chi scrive «vespaio a norma UNI» sta invocando una norma che non c’è.
Le Norme tecniche per le costruzioni non lo nominano. Nelle trecentocinquantanove pagine del decreto ministeriale del 17 gennaio 2018 e nelle trecentotrentotto della Circolare del 21 gennaio 2019 le parole «vespaio», «casseri a perdere», «contro terra» e «aerazione» non compaiono mai. Per le NTC il vespaio è un elemento non strutturale non normato.
Il Regolamento edilizio tipo del 2016 non ha colmato il vuoto. Definisce «piano interrato» e «piano seminterrato» e rimette al regolamento comunale la disciplina di intercapedini e griglie di aerazione.
Fuori dall’Italia il quadro è più ordinato, e guardarlo aiuta a capire dove sta il baricentro della materia. La norma britannica sulla protezione delle strutture interrate dall’ingresso d’acqua è la BS 8102, nell’edizione del 2022. Organizza la difesa in tre famiglie: la barriera applicata alla struttura, la struttura impermeabile di per sé, e il sistema a intercapedine drenata. A ciascun tipo dedica una sezione, e classifica gli ambienti interni per grado di prestazione richiesta. Per il grado più alto, quello dei locali abitabili, chiede misure aggiuntive più ventilazione, deumidificazione o climatizzazione. In quel testo non compare alcuna camera d’aria ventilata sotto il pavimento. La difesa è sulla struttura, e il clima interno si governa con un impianto.
Restano quindi i regolamenti locali, che non concordano fra loro.
| Dove | Vespaio, altezza minima | Aerazione | Intercapedine ispezionabile |
|---|---|---|---|
| Friuli Venezia Giulia (L.R. 44/1985) | 20 cm | «adeguatamente aerata», nessun rapporto | non prescritta |
| Milano (Reg. Edilizio art. 88) | 50 cm, riducibile a 25 | 1/50 orizzontale, 1/100 verticale | solo su suolo pubblico |
| Milano (Reg. Igiene art. 3.2.6) | non fissata | 1/100, ridotta a 1/200 se perimetrale | non prescritta |
| Bologna (Reg. Edilizio, obiettivo E16) | 50 cm, riducibile a 25 | 1/50 orizzontale, 1/100 verticale | solo su suolo pubblico |
| Sicilia (D.P.R.S. 531/GAB 2022, art. 32) | 50 cm, riducibile a 25 | 1/50 orizzontale, 1/100 verticale | sì, in via generale |
| Torino (Reg. Edilizio art. 73) | prescritto, senza quota | non quantificata | solo su suolo pubblico |
| Padova (Reg. Edilizio art. 37.8) | non citato | non quantificata | non prescritta |
| Udine (Reg. Edilizio art. 31) | citato solo negli elaborati | non quantificata | non prescritta |
Tre avvertenze su questa tabella, perché sono il genere di dettaglio che in una perizia fa la differenza.
La prima riguarda Milano, che nella tabella compare due volte. I rapporti di un centesimo e di un duecentesimo stanno nel Regolamento d’igiene, articolo 3.2.6, che è il testo tipo lombardo. L’articolo 88 del Regolamento edilizio, quello sui locali seminterrati, usa invece un cinquantesimo e un centesimo. Sono due testi diversi dello stesso Comune. Attribuire all’uno i numeri dell’altro è un errore che ho visto fare spesso. Il rapporto di un duecentesimo, poi, non è in tutte le adozioni comunali lombarde. Limbiate, per esempio, riporta solo il centesimo. In compenso ammette «soluzioni tecniche alternative al vespaio areato, purché di equivalente certificata efficacia».
La seconda riguarda l’ispezionabilità, e ridimensiona quanto ho scritto poco fa. A Torino e a Bologna l’obbligo di intercapedini praticabili e ispezionabili riguarda i manufatti che sporgono sotto il suolo pubblico. Non tutte le intercapedini di tutti gli edifici. L’unica prescrizione generale che ho trovato è quella siciliana, all’articolo 90 comma 10 del regolamento tipo: le intercapedini adiacenti ai locali interrati «devono essere praticabili o quanto meno ispezionabili».
La terza riguarda Torino. Le quote di cinquanta o trenta centimetri che si sentono attribuire alla città esistevano davvero, nel precedente regolamento edilizio del 2004. Trenta centimetri all’articolo 20, cinquanta all’articolo 36. Nel passaggio al regolamento vigente, quello del 2018, sono state tolte. Oggi Torino impone il vespaio e non ne fissa l’altezza.
C’è poi un dettaglio del testo milanese che dice la stessa cosa del 1896, con parole di oggi. L’articolo 3.2.6 non impone il vespaio sempre. Lo impone «laddove si faccia luogo alle costruzioni in assenza di locali cantinati o sotterranei». Anche qui, come nell’articolo 61 delle Istruzioni, il vespaio protegge l’edificio quando sotto non c’è altro. Dove il sotterraneo c’è, quel regolamento non lo chiede.
Arriva ora la cosa che conta di più, e su cui poggia tutto quello che propongo dopo. Ogni norma italiana che impone il vespaio ammette l’alternativa equivalente. Non è una scappatoia: è scritta nei testi.
La legge regionale del Friuli Venezia Giulia chiede un’intercapedine di almeno venti centimetri «adeguatamente aerata o adottate altre soluzioni tecniche della stessa efficacia». La legge lombarda sul recupero dei seminterrati, la 7 del 2017, chiede un vespaio aerato su tutta la superficie «o altra soluzione tecnica della stessa efficacia», e per le pareti interrate intercapedini aerate «o altre soluzioni tecniche della stessa efficacia». Il regolamento di Torino chiede che l’edificio sia isolato dal suolo mediante vespaio «o adottando altre soluzioni tecniche che garantiscano la non penetrabilità delle acque». Bologna, dopo aver fissato i cinquanta centimetri, aggiunge che «in alternativa a quanto sopra possono essere previsti altri sistemi che garantiscano uguale isolamento».
Il legislatore, in altre parole, ha prescritto un risultato e ha indicato il vespaio come il modo consueto di ottenerlo. Chi propone una soluzione diversa non sta violando la norma. Sta usando la porta che la norma tiene aperta, e si assume l’onere di dimostrare l’equivalenza. Quell’onere, secondo me, sotto quota è più facile da sostenere per l’alternativa che per il vespaio.
Che cosa faccio io invece

Fin qui ho detto che cosa non farei. Dire soltanto quello sarebbe comodo, quindi metto per iscritto la soluzione che propongo, con i criteri per verificarla in cantiere.

Il principio è che sotto quota la difesa si fa sulla struttura e sulla sua continuità, non su una camera d’aria. Il pacchetto che disegno è più basso di quello con il vespaio, ha meno elementi e non chiede nemmeno un foro nell’impermeabilizzazione.
Una precisazione dovuta, prima di andare avanti. Quella sezione mostra una configurazione soltanto, ed è la più comune nel nuovo: una barriera applicata sotto la platea. Non è l’unico modo di impermeabilizzare un interrato. Chi la prendesse per l’unica ricetta farebbe con il mio disegno lo stesso errore che denuncio con il vespaio.
Le famiglie di sistemi riconosciute sono tre, e la norma britannica che ho citato dedica una sezione a ciascuna. La prima è la barriera applicata: una membrana che separa la struttura dal terreno, posata prima del getto contro il cassero oppure dopo sulla struttura finita. Ci rientrano le membrane bituminose, quelle sintetiche e quelle bentonitiche che si attivano con l’acqua. E le malte cementizie osmotiche, applicate a spatola o a spruzzo. La seconda è la struttura impermeabile di per sé, cioè il calcestruzzo studiato per non lasciar passare acqua, con le riprese di getto, i giunti e i corpi passanti trattati uno per uno: è quella che in cantiere chiamiamo vasca bianca. La terza è l’intercapedine drenata: non si impedisce all’acqua di entrare, la si raccoglie in un vano drenato e la si allontana con un pozzetto e una pompa.
Le tre si possono combinare, e per i locali abitabili con parecchio terreno addosso la combinazione di due sistemi è la prassi raccomandata. Quale scegliere lo decidono due cose sole: il regime idrico del terreno, e quanto asciutto deve essere quel locale. Un box interrato in cui si tollera qualche macchia di umidità e un locale abitato non chiedono la stessa cosa, e la stessa norma britannica classifica i gradi di prestazione interna proprio su questo.
Sull’esistente il ventaglio è ancora diverso: rifodere interne, sigillature localizzate delle riprese e delle fessure, iniezioni, intonaci di risanamento. Lì la scelta dipende anche da che cosa si può raggiungere, perché lo scavo esterno spesso non è praticabile.
Il punto che tengo fermo, qualunque sia il sistema, è quello con cui ho aperto questa parte: si difende la struttura, e la difesa deve restare continua. Il vespaio sotto quota non appartiene a nessuna delle tre famiglie, e in tutte e tre introduce lo stesso problema, cioè un certo numero di fori in più da attraversare.
Prima di tutto, il regime idrico. Nessuno può disegnare quella sezione senza sapere dove sta l’acqua. Serve la quota della falda con la sua escursione stagionale, e serve sapere se il terreno drena o trattiene. Da questo dipende tutto il resto: con acqua in pressione si progetta contro battente, con acqua occasionale si progetta il drenaggio. Chi salta questo passaggio sceglie a caso.
L’impermeabilizzazione va sotto la platea e risvolta in verticale, senza interruzioni. È il punto in cui il vespaio faceva danno, e qui non c’è. Nessuna bocchetta da ricavare, nessun corpo passante aggiunto per ragioni di aerazione. I corpi passanti restano quelli degli impianti, che si sigillano uno per uno.
L’isolante va sotto la platea, a celle chiuse. Serve a tenere la platea più calda del terreno, e quindi ad alzare la temperatura del pavimento. È il modo di evitare la condensa estiva senza ventilare niente. Se la superficie del pavimento sta più vicina alla temperatura dell’aria interna, la distanza dal punto di rugiada aumenta.
Su questo punto la manualistica tedesca è netta come poche. Parlo di quella sulle strutture impermeabili in calcestruzzo, cioè le cosiddette vasche bianche. Per evitare la condensa sulle superfici interne, scrive, servono misure di fisica tecnica e di clima interno: ventilazione, isolamento termico, riscaldamento o climatizzazione. E la condensa dipende dal clima interno e dalla temperatura superficiale del componente. Non ha nulla a che vedere con la tenuta del materiale da costruzione. Riletta pensando al vespaio, dice una cosa sola: nessuna camera d’aria sotto il pavimento cambia la temperatura di quella superficie.
Sotto l’impermeabilizzazione, uno strato drenante continuo con un tubo di captazione. Ghiaia lavata, di pezzatura tale da restare permeabile, e un tubo forato che esce all’aperto. Se le misure diranno che il radon supera il livello di riferimento, a quel tubo si collega un ventilatore e il sistema diventa attivo. Se non servirà, resta un tubo tappato. Costa poco predisporlo e costa molto rifarlo dopo.
Su come si dimensiona questo strato esistono indicazioni precise, e le riporto perché sono il contrario dell’approssimazione con cui si prescrive un vespaio. Le raccomandazioni tecniche dell’agenzia ambientale statunitense sono dettagliate. Chiedono uno strato di aggregato pulito di almeno dieci centimetri, con granulometria fra sei millimetri e cinque centimetri. Chiedono un telo da almeno quindici centesimi di millimetro, con sovrapposizioni di trenta centimetri sigillate, e tutti i giunti della platea sigillati. Infine un tubo da almeno settantasei millimetri annegato nell’aggregato, e un ventilatore in servizio continuo. Sulla distribuzione dei punti di prelievo indicano al massimo uno ogni centoventi metri quadri. E ciascuno a non meno di un metro e trenta, e non più di cinque metri e mezzo, dal perimetro.
E c’è una condizione che governa tutte le altre, ed è la continuità dello strato permeabile. La stessa guida statunitense osserva che dove la comunicazione sotto la platea è buona bastano uno o due punti di aspirazione, anche su superfici molto grandi. Dove è scarsa ne servono da otto a venti, e in quel caso la guida suggerisce di valutare tecniche diverse prima di scegliere l’aspirazione. Dove le fondazioni interne interrompono lo strato, ogni porzione vuole il suo punto di prelievo. È lo stesso motivo per cui il Piano nazionale radon avverte che in un vespaio esteso la depressione si esaurisce vicino al pozzetto. Un vuoto grande e non compartimentato non si governa da un punto solo.
Il drenaggio perimetrale toglie il battente dalla parete. Meglio togliere l’acqua prima che diventi pressione, quando il terreno lo consente.
I criteri di accettazione, cioè le cose che chiedo di verificare e mettere a verbale prima di coprire:
1. Continuità della membrana in ogni punto, con i risvolti verticali eseguiti e i sormonti controllati uno a uno. 2. Sigillatura di ogni corpo passante, ripresa in fotografia prima del getto. 3. Prova di tenuta dove il sistema lo consente, oppure ispezione documentata. 4. Verifica che lo strato drenante sia continuo e non interrotto da tratti di magrone o da riporti fini. 5. A fine lavori, misura della concentrazione di radon secondo le modalità di legge, se l’edificio ricade nei casi previsti. 6. Nella stagione calda, controllo della temperatura superficiale del pavimento con l’infrarosso e confronto con il punto di rugiada dell’aria interna.
Gli ultimi due punti sono quelli che il vespaio aerato non consente. Un vespaio non si misura: si dichiara.
Quando lo farei lo stesso
Una posizione netta ha valore se dice anche dove si ferma. Elenco quindi i casi in cui, sotto quota, un vuoto sotto il pavimento lo accetto.
Il primo è il vano tecnico vero. Sotto la platea può servire far passare impianti. Quel volume può essere progettato con un’altezza in cui una persona entra. Con una botola di accesso, un punto luce e un pozzetto di raccolta con la pompa. Allora non è più un vespaio: è un locale tecnico interrato, e come tale si può ispezionare, asciugare e riparare. Quello che contesto è il vuoto da cinquanta centimetri in cui non entra nessuno.
Il secondo è il vuoto progettato come camera di captazione dentro un sistema attivo. Sotto la platea si realizza uno strato permeabile continuo, e sopra di esso una membrana con i giunti sigillati e i corpi passanti risvoltati. Da quello strato si aspira con un ventilatore verso l’esterno. Allora quel vuoto lavora, perché ha un motore e un verso. È la tecnica che le agenzie ambientali indicano come la più efficace contro il gas del suolo. La differenza rispetto al vespaio aerato sta nel principio: qui l’aria ha una direzione, gliela impone un ventilatore, e la si può misurare.
Il terzo è il vecchio edificio in cui non si può intervenire sotto. In una ristrutturazione la platea a volte non si rifà, e l’impermeabilizzazione esterna non si raggiunge. Lì staccare il pavimento dal terreno con un’intercapedine può restare la scelta meno peggiore. Anche lì, però, quell’intercapedine va trattata come un ambiente da governare: chiusa verso l’alto, collegata a un’estrazione, e ispezionabile almeno in qualche punto.
Fuori da questi tre casi, sotto quota, non lo prescrivo.
Domande frequenti
Il vespaio non serve a fermare la risalita capillare?
Ferma quella che sale verso il solaio, e sopra il piano di campagna lo fa bene. Non ferma quella che sale nei muri portanti, perché le murature poggiano sulle fondazioni, che restano a contatto col terreno. In un interrato, poi, il problema principale non è quasi mai la risalita. Sono la pressione dell’acqua contro le pareti, e la condensa estiva sulle superfici fredde.
Il mio Comune impone il vespaio aerato. Posso non farlo?
La domanda va posta al tecnico che firma, e la risposta sta nel testo del suo Comune. Quello che ho verificato è che le norme regionali e i regolamenti che ho letto ammettono tutti, con parole esplicite, «altre soluzioni tecniche della stessa efficacia». Chi propone l’alternativa deve dimostrare l’equivalenza, e quella dimostrazione va scritta nella relazione, non lasciata intendere.
Ho già una casa con il vespaio sotto la cantina. Devo demolire?
No. Le cose utili da fare sono altre, e in quest’ordine. Verificare se dentro c’è acqua, aprendo un foro di ispezione e guardando. Verificare la tenuta all’aria del solaio sopra, perché è quella che separa il vespaio dai locali. Sigillare i passaggi degli impianti che attraversano il pavimento. Se la casa sta in zona a rischio radon, misurare la concentrazione con i dosimetri, perché senza misura si discute a vuoto. Solo dopo si decide se convenga trasformare quel vespaio in un sistema attivo, cioè metterci un’aspirazione, oppure lasciarlo chiuso e lavorare sul solaio.
Come faccio a sapere se in un dato momento conviene ventilare?
Si confronta la temperatura di rugiada dell’aria esterna con la temperatura delle superfici interne, e non le due umidità relative. Il gruppo di ricerca statunitense che ha studiato i vespai chiusi lo chiama il mito della ventilazione. E lo spiega così. Sapere che in un posto l’umidità relativa è del novanta per cento, e in un altro del quaranta, non dice quale dei due contenga più vapore. Servono anche le temperature. La guida sul controllo dell’umidità della stessa agenzia prescrive per i vespai un’umidità relativa sotto il sessantacinque per cento. E ammette la ventilazione soltanto quando il punto di rugiada esterno sta sotto i tredici gradi circa. Sotto quella soglia si ventila, sopra si deumidifica.
Chiudere le bocchette di un vespaio esistente è una buona idea?
Nei mesi caldi tenerle chiuse evita che entri acqua, se le superfici sono più fredde della temperatura di rugiada esterna. Ma chiudere e basta porta da una camera ventilata male a una camera chiusa. E in una camera chiusa a contatto col terreno l’umidità che evapora dal suolo resta dentro. La chiusura ha senso solo dentro una strategia. E la strategia deve dire dove va a finire il vapore che il terreno continua a produrre.
Se il vespaio non ventila, perché non ci metto un aspiratore e basta?
Perché quello non è più un vespaio aerato. È un impianto di depressurizzazione, e come impianto va progettato. Servono un percorso continuo e permeabile sotto la platea, una tenuta ragionevole verso l’alto, un ventilatore dimensionato, l’alimentazione elettrica e un punto di scarico all’aperto. E serve una misura che verifichi il risultato. Fatto così funziona, e le agenzie ambientali lo indicano fra le tecniche più efficaci. Fatto lasciando un tubo e una ventola, no.
Perché fuori terra il vespaio va bene e sotto quota no?
Perché fuori terra esistono le due condizioni che lo fanno funzionare. Il vento che investe le bocchette, e il dislivello fra le aperture. Sotto il piano di campagna il vento non arriva, e le bocche sboccano quasi sempre alla stessa quota. La spinta che dovrebbe muovere l’aria vale zero. Il nome della tecnica resta lo stesso, ma la fisica sotto è un’altra.
La regola, in una riga
Sotto il piano di campagna si difende la struttura e si governa l’aria con un impianto. Un vuoto che spera nel vento non è una difesa.
In sintesi
1. Il vespaio aerato nasce come alternativa al sotterraneo, non come suo complemento. Le Istruzioni ministeriali del 1896, che lo hanno introdotto in Italia e che sono ancora formalmente in vigore, all’articolo 61 lo prescrivono «se non esista il sotterraneo». Dove il sotterraneo c’è, lo stesso testo chiede drenaggi, materiali idrofughi e intercapedini.
2. Il numero della ventilazione è nato prima della ricerca che avrebbe dovuto giustificarlo. Il primo obbligo americano è del 1942, e il rapporto di un centocinquantesimo del 1958. La prima campagna di misure arriva nel 1946. Interrogato nel 2001 sulla base tecnica di quel rapporto, l’ente che cura il codice citò un’audizione del 1979. La sola motivazione a verbale era lo stato dell’arte.
3. Il modello di calcolo europeo descrive un vespaio fuori terra. Nella UNI EN ISO 13370 la grandezza geometrica del pavimento su vespaio aerato è l’altezza sopra il livello del terreno esterno. E il termine di ventilazione contiene la velocità del vento. Sotto quota mancano entrambi i presupposti.
4. Sotto quota manca il motore. Il tiraggio nasce dal dislivello fra le due bocche. Se sboccano alla stessa quota vale zero pascal, qualunque sia la differenza di temperatura. E il vento, che fuori terra è il motore principale, sotto il piano di campagna non arriva.
5. Nei mesi caldi la ventilazione porta acqua invece di toglierla. Aria esterna a venticinque gradi e ottanta per cento di umidità relativa entra in un vespaio con le superfici a sedici gradi. Lascia quasi cinque grammi d’acqua per ogni metro cubo. Fanno circa tre litri al giorno in un vespaio da cento metri quadri con mezzo ricambio all’ora.
6. Per aerarlo davvero bisognerebbe forare la vasca decine di volte. Il rapporto di un centesimo su cento metri quadri di vespaio chiede un metro quadro di aperture libere. Sono settantacinque bocchette, oppure trentadue condotti da duecento millimetri. Con quattro condotti si realizza il tredici per cento di quanto richiesto, e il vespaio continua a chiamarsi aerato.
7. Il gas del suolo non lo governa il vuoto, lo governa la tenuta del solaio. L’agenzia ambientale statunitense assegna alla ventilazione naturale di un vespaio una riduzione del radon fra lo zero e il cinquanta per cento. La depressurizzazione attiva sotto membrana sta fra il cinquanta e il novantanove. Il Piano nazionale d’azione per il radon considera la sola ventilazione naturale una misura provvisoria d’emergenza.
8. Un vespaio sotto quota costa mezzo metro di scavo in più. Sotto falda quel mezzo metro vale quasi cinque chilonewton al metro quadro di spinta verso l’alto. Su una platea di cento metri quadri fanno circa cinquanta tonnellate, da contrastare con peso o ancoraggi.
9. Nessuna norma impone che il vespaio sia ispezionabile, e nessuna norma UNI lo disciplina. L’obbligo di ispezionabilità riguarda le intercapedini, non i vespai, e nei due regolamenti che l’ho visto scritto vale per i manufatti sotto il suolo pubblico; l’unica prescrizione generale che ho trovato è quella siciliana. Le quote e i rapporti vengono dai regolamenti locali, che non concordano fra loro. Nelle settecento pagine delle Norme tecniche per le costruzioni e della loro Circolare la parola vespaio non compare mai, e nelle norme UNI il vespaio compare solo dentro due calcoli termici.
10. I sistemi per difendere un interrato sono tre famiglie, non uno. Barriera applicata, struttura impermeabile, intercapedine drenata, combinabili fra loro. La sezione che disegno in questo articolo mostra la prima, ed è illustrativa: la scelta dipende dal regime idrico del terreno e dal grado di asciutto richiesto per quel locale.
11. Tutte le norme che impongono il vespaio ammettono l’alternativa equivalente. «Altre soluzioni tecniche della stessa efficacia» è scritto nella legge friulana, in quella lombarda, nel regolamento di Torino e in quello di Bologna. Chi propone una soluzione diversa non viola nulla, ma deve dimostrare l’equivalenza. Sotto quota quella dimostrazione è più facile per l’alternativa che per il vespaio.
Nota sui calcoli e sulle fonti
I calcoli psicrometrici li ho svolti con la formula di Magnus nella forma di Sonntag, e li ho verificati con la formulazione di Buck. Lo scarto fra le due resta sotto lo 0,25 per cento. Le condizioni assunte sono dichiarate ogni volta nel testo e nelle figure. La temperatura di sedici gradi per le superfici di un vespaio interrato è un valore prudente per il nord Italia, non una misura. Chi lavora in un’altra zona rifaccia il conto con la temperatura del suo terreno.
Il calcolo della spinta motrice per effetto camino usa la formula classica, con la densità dell’aria a venti gradi. Il conto delle aperture assume bocchette quadrate da quindici centimetri di lato, con il sessanta per cento di area libera al netto di griglia e rete. I tubi sono da duecento millimetri di diametro. Chi usa componenti diversi rifaccia la divisione: cambiano i numeri, non l’ordine di grandezza.
Fonti lette per intero sul testo ufficiale ✅
- Istruzioni ministeriali 20 giugno 1896, «Compilazione dei regolamenti locali sull’igiene del suolo e dell’abitato», articoli 56, 57, 58, 60 e 61. Sono istruzioni rivolte ai Comuni per la compilazione dei regolamenti locali di igiene: vincolano attraverso il regolamento comunale che le recepisce, non direttamente.
- Decreto del Ministero della Sanità 5 luglio 1975, «Modificazioni alle istruzioni ministeriali 20 giugno 1896, relativamente all’altezza minima ed ai requisiti igienico-sanitari principali dei locali di abitazione» (GU n. 190 del 18 luglio 1975): nove articoli, nessuna menzione di vespai, intercapedini o umidità del suolo; l’articolo 9 abroga delle Istruzioni del 1896 solo la parte in contrasto.
- Decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, articolo 12, letto su Normattiva.
- Piano nazionale d’azione per il radon 2023-2032, d.P.C.M. 11 gennaio 2024 (GU n. 43 del 21 febbraio 2024, supplemento ordinario n. 10), appendice tecnica all’Azione 2.3.
- Criteri ambientali minimi per l’edilizia, decreto ministeriale 24 novembre 2025 (GU n. 281 del 3 dicembre 2025), criterio 2.3.11 «Radon». In centoventitré pagine di allegato la parola «vespaio» non compare mai.
- Norme tecniche per le costruzioni, decreto ministeriale 17 gennaio 2018 (GU n. 42 del 20 febbraio 2018, supplemento ordinario n. 8), paragrafo 6.2.4.2, e Circolare 21 gennaio 2019 n. 7 (GU n. 35 dell’11 febbraio 2019, supplemento ordinario n. 5), paragrafi C6.2.4.1 e C6.2.4.2.
- Eurocodice 7, EN 1997-1:2004, capitolo 10 e figura 10.1.
- Legge regionale Friuli Venezia Giulia 23 agosto 1985 n. 44, articolo 4; legge regionale Lombardia 10 marzo 2017 n. 7, articolo 3; regolamento edilizio del Comune di Milano, articolo 88, e regolamento di igiene, titolo III, articolo 3.2.6; regolamento edilizio del Comune di Torino, articoli 73 e 127; regolamento edilizio del Comune di Bologna, obiettivo E16 e articolo 67; regolamento edilizio del Comune di Padova, articolo 37.8; regolamento edilizio del Comune di Udine, articolo 31; regolamento tipo edilizio unico della Regione Siciliana, D.P.R.S. 531/GAB del 20 maggio 2022, articolo 32 comma 6 e articolo 90 comma 10.
- US EPA, «A Consumer’s Guide to Radon Reduction», EPA 402/K-10/005, edizione 2016: la tabella con le efficacie delle tecniche sta in quella edizione, mentre nella versione oggi in linea sotto lo stesso codice non compare più.
- Organizzazione mondiale della sanità, «Handbook on Indoor Radon: a public health perspective», 2009, capitolo 3.
- Organizzazione mondiale della sanità, ufficio regionale per l’Europa, «Public Health Significance of Urban Pests», 2008, capitolo 11.
- ISPRA, Quaderni Ambiente e Società 31/2024.
- Rose W.B., «Background on Crawl Space Regulation, Construction, and Performance», capitolo 1 di Davis B., Warren W.E., Rose W.B., «A Field Study Comparison of the Energy and Moisture Performance Characteristics of Ventilated Versus Sealed Crawl Spaces in the South», rapporto per il Dipartimento dell’Energia statunitense, Advanced Energy, Raleigh, 2005. È la versione estesa e liberamente consultabile della ricostruzione storica di Rose, e da qui vengono le citazioni sul 1942 e su Britton.
- Rose W.B., TenWolde A., «Moisture Control in Crawl Spaces», Wood Design Focus, volume 5 numero 4, 1994, pagine 11-14.
- TenWolde A., Glass S.V., «Moisture in Crawl Spaces», Wood Design Focus, volume 23 numero 3, 2013, pagine 11-17, Forest Products Laboratory del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense.
- Boardman C.R., Glass S.V., «Basement radon entry and stack driven moisture infiltration reduced by active soil depressurization», Building and Environment, volume 85, 2015, pagine 220-232.
- Lstiburek J.W., «New Light in Crawlspaces», pubblicato su ASHRAE Journal, volume 50 numero 5, maggio 2008, pagine 66-74, e ripubblicato integralmente come Building Science Insight BSI-009.
- Glass S.V., Carll C.G., Curole J.P., Voitier M.D., «Moisture Performance of Insulated, Raised, Wood-Frame Floors: A Study of Twelve Houses in Southern Louisiana», atti ASHRAE Buildings XI, 2010.
- Erickson B.D., Zhai Z., «Evaluation of ventilation code requirements for building crawl spaces», Building Simulation, volume 1 numero 4, 2008, pagine 311-325.
- Boverket (agenzia nazionale svedese per l’edilizia e la pianificazione), «God bebyggd miljö: förslag till nytt delmål för fukt och mögel. Resultat om byggnaders fuktskador från projektet BETSI», Karlskrona, 2010: da qui vengono la percentuale di case con vespaio danneggiato e quella dei vespai con tracce di acqua libera.
- Kurnitski J., Matilainen M., «Moisture conditions of outdoor air-ventilated crawl spaces in apartment buildings in a cold climate», Energy and Buildings, volume 33 numero 1, 2000, pagine 15-29: da qui i tassi di evaporazione dal terreno al variare del ricambio d’aria.
- Matilainen M., Kurnitski J., «Moisture conditions in highly insulated outdoor ventilated crawl spaces in cold climates», Energy and Buildings, volume 35 numero 2, 2003, pagine 175-187.
- Airaksinen M., Kurnitski J., Seppänen O., «On the crawl space moisture control in buildings», Proceedings of the Estonian Academy of Sciences, Engineering, volume 9 numero 1, 2003, pagine 34-58, ad accesso libero.
- Airaksinen M., Pasanen P., Kurnitski J., Seppänen O., «Microbial contamination of indoor air due to leakages from crawl space: a field study», Indoor Air, volume 14 numero 1, 2004, pagine 55-64, e Airaksinen M., Kurnitski J., Pasanen P., Seppänen O., «Fungal spore transport through a building structure», Indoor Air, volume 14 numero 2, 2004, pagine 92-104.
- Elmroth A., Harderup L.E., Hedström J., Samuelson I., Svensson Tengberg C., «Går det att bygga fuktsäkra krypgrunder?», Bygg & teknik, numero 5, 2002, pagine 20-26.
- Pelsmakers S., Vereecken E., Airaksinen M., Elwell C.A., «Void conditions and potential for mould growth in insulated and uninsulated suspended timber ground floors», International Journal of Building Pathology and Adaptation, volume 37 numero 4, 2018, pagine 395-425.
- Manuale tecnico di posa di casseforme modulari a perdere per vespai aerati, edizione italiana, ventiquattro pagine. Ho preferito non riportarne il marchio, perché il punto non riguarda un prodotto ma una pratica costruttiva.
Fonti di cui ho letto soltanto gli estremi o la sintesi ⚠️
- UNI EN ISO 13370:2018, «Prestazione termica degli edifici. Trasferimento di calore attraverso il terreno. Metodi di calcolo». Ho letto l’anteprima ufficiale dell’edizione ISO 2017, che contiene scopo, definizioni e tabella dei simboli: da lì vengono la definizione di «suspended floor» e quella della grandezza `h`. Il testo integrale è a pagamento e non l’ho consultato; la formula completa del termine di ventilazione la riprendo dal manuale ANIT sull’isolamento termico controterra, che la riproduce per esteso.
- Rose W.B., «A review of the regulatory and technical literature related to crawl space moisture control», ASHRAE Technical Data Bulletin, volume 10 numero 3, 1994, pagine 5-17. È il lavoro che tutti citano, ma il bollettino è fuori catalogo e non sono riuscito a procurarmelo: quello che riporto viene dalla versione estesa del 2005, che è dello stesso autore e si scarica liberamente.
- Rose W.B., «Water in Buildings: An Architect’s Guide to Moisture and Mold», Wiley, 2005. Il volume esiste e tratta il tema al capitolo sei, ma non ho potuto leggerlo: non gli attribuisco nulla.
- Robinson A.L., Sextro R.G., «Radon Entry into Buildings Driven by Atmospheric Pressure Fluctuations», Environmental Science & Technology, volume 31 numero 6, 1997, pagine 1742-1748. Gli estremi sono riscontrabili da chiunque a partire dal DOI; l’articolo integrale è a pagamento e ne ho letto soltanto la sintesi, da cui viene il fattore di una volta e mezza.
- Kurnitski J., «Crawl space air change, heat and moisture behaviour», Energy and Buildings, volume 32 numero 1, 2000, pagine 19-39. Anche qui il testo integrale è a pagamento: il valore del settantaquattro e mezzo per cento viene dalla sintesi.
- Iwamae A., Matsumoto M., «The Humidity Variation in Crawl Spaces of Japanese Houses», Journal of Thermal Envelope and Building Science, volume 27 numero 2, 2003, pagine 123-133. Letta la sintesi.
- BS 8102:2022, «Protection of below ground structures against water ingress. Code of practice». Ho verificato edizione, data e ambito sul catalogo dell’ente che la pubblica; il testo costa circa trecentosettanta euro e non l’ho comprato, quindi non gli attribuisco prescrizioni di dettaglio.
Quattro precisazioni che mi sembrano dovute. La prima riguarda i vespai americani, che stanno per lo più fuori terra. Il passaggio da quelli ai nostri vespai sotto quota è un ragionamento mio, e l’ho segnalato nel testo dove lo faccio. La seconda: non ho trovato in letteratura un caso pubblicato di platea su vespaio sollevata dalla spinta dell’acqua. La cornice normativa del galleggiamento esiste ed è esplicita per le strutture interrate cave, ma applicarla al vespaio è una mia deduzione. La terza: la frase con cui apro sull’odore della taverna descrive una situazione che ho incontrato molte volte, non un singolo cantiere. La quarta riguarda l’onestà del confronto. Nello studio americano sui vespai chiusi condotto in Arizona il monitoraggio fu interrotto in anticipo, per concentrazioni elevate di radon. Gli autori raccomandarono che ogni chiusura di vespaio sia accompagnata da misure del gas. Vale anche per quello che propongo io: togliere la ventilazione senza governare il gas del suolo sposta il problema invece di risolverlo.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.
- Quanto deve ventilare un vespaio?
- Lo scannafosso, intercapedine tecnica per il controllo dell’umidità
- Prima la strategia, poi il prodotto
- Vasca bianca o vasca nera
- Vespaio aerato: normative e calcoli – il dimensionamento dell’aerazione per il vespaio fuori terra, con i rapporti regionali e il calcolo delle bocchette.




