Boiacche antisale, soglie di intervento e desalinizzazione: la seconda metà del risanamento.

I sali restano anche quando l’acqua se n’è andata

C’è un errore che vedo ripetere da vent’anni: trattare l’umidità e dichiarare chiuso il cantiere. La barriera ferma la risalita, il muro comincia ad asciugare, tutti contenti. Poi, mesi dopo, l’intonaco nuovo si gonfia, si macchia, si sfarina. Non è tornata l’acqua: sono i sali che erano rimasti dentro, e che nessuno ha gestito.

Il punto l’ho già difeso altrove: bloccare l’umidità è solo metà del risanamento. I sali sono igroscopici: anche a fonte interrotta continuano a lavorare con l’umidità dell’aria, sciogliendosi e ricristallizzando a ogni oscillazione del clima interno. E il danno si conta proprio in quei cicli, non nella quantità di sale. Per questo la gestione dei sali non è un’appendice del trattamento della risalita: è un intervento a sé, con la sua diagnosi, le sue soglie e le sue tecniche. Questo articolo le mette in fila.

Le tre famiglie: solfati, nitrati, cloruri

I sali che danneggiano le murature si possono raggruppare, per semplicità, in tre famiglie. Riconoscerle serve soprattutto a capire da dove arrivano, perché la fonte orienta l’intervento.

Famiglia Da dove arriva Come si comporta
Solfati Terreno e materiali da costruzione stessi; piogge e atmosfere inquinate I più comuni: decoesione del materiale, superfici che “sabbiano” e si sfaldano
Nitrati Origine organica: stalle, concimaie, pozzi neri e fognature difettose, terreni concimati Molto solubili e igroscopici; difficili da riconoscere a occhio, servono le analisi
Cloruri Aree costiere: aerosol marino, acqua di mare, acque salmastre Igroscopici soprattutto in miscela; tengono la muratura umida

C’è però una verità che le classificazioni per famiglia non raccontano: nelle murature reali i sali non stanno quasi mai da soli, stanno in miscela. E le miscele cambiano le regole: le finestre di umidità in cui il sale cristallizza e si scioglie si allargano e si spostano verso il basso. Il grande studio di Godts e colleghi su oltre undicimila campioni reali (2023) lo ha misurato: le miscele più comuni nelle murature lavorano tra il 61 e il 72% di umidità relativa, ma quelle ricche di cloruri e nitrati scendono a finestre tra il 28 e il 46%. Significa che in un ambiente normalmente abitato quei sali sono quasi sempre in attività: ne ho scritto in dettaglio nell’articolo sui cicli.

La mappa verticale: dove si mettono i sali

Su una muratura colpita da risalita i sali non si distribuiscono a caso: si separano per solubilità lungo l’altezza, come in una colonna da laboratorio. Il modello è stato descritto da Arnold e Zehnder (Salt Weathering on Monuments, Bari, 1989) e chi fa il mio mestiere lo ritrova identico in ogni vecchia stalla, chiesa o cantina.

Schema della distribuzione verticale dei sali in una muratura con risalita: zone A, B, C, D

Foto 1. La distribuzione verticale delle specie saline in una muratura soggetta a risalita capillare: elaborazione grafica dell’autore sul modello di frazionamento di Arnold e Zehnder.

Nella zona A, subito sopra il piano campagna, si fermano i sali meno solubili, solfati e carbonati: arrivano presto a saturazione e si depositano per primi, mentre la soluzione prosegue la sua corsa verso l’alto. Il degrado qui è di solito contenuto.

La zona B, immediatamente sopra, è la fascia del massacro: ancora solfati e carbonati, ma nelle condizioni peggiori. Disintegrazione granulare, esfoliazioni, intonaci che si staccano a placche: è qui che il danno meccanico da cristallizzazione dà il meglio di sé.

La zona C può estendersi da pochi centimetri a qualche metro: è il regno dei cloruri e dei nitrati, i sali più solubili, che l’acqua trasporta più in alto prima di mollarli. L’aspetto è inconfondibile: muratura scura, persistentemente umida. E qui sta il paradosso: nonostante le concentrazioni saline siano le più alte, il degrado è limitato, perché quelle miscele igroscopiche tengono il muro talmente umido che i sali restano in soluzione e cristallizzano di rado. Il muro non si sfarina: resta bagnato.

La zona D, in alto, è pulita: la soluzione salina non ci arriva in quantità sufficiente.

Questa mappa è un ferro del mestiere: leggere a che altezza sta ogni tipo di danno dice molto sulla fonte e su cosa aspettarsi dai campionamenti.

Efflorescenza e sub-efflorescenza: la posizione decide il danno

Lo stesso sale può essere un fastidio estetico o una fresa che smonta l’intonaco. La differenza non sta nel sale: sta in dove cristallizza.

Se la soluzione arriva in superficie prima di seccare, i cristalli crescono all’aperto: è l’efflorescenza, le patine e le barbe bianche che si tolgono con una spazzola. Brutta, ma di per sé innocua. Se invece l’evaporazione è più veloce della risalita della soluzione, il fronte di essiccazione arretra dentro il materiale e il sale cristallizza nei pori, in spazi confinati: è la sub-efflorescenza, che non si vede e lavora di pressione. Quando la pressione di cristallizzazione supera la resistenza a trazione del materiale, e nei materiali porosi quella resistenza è poca, il materiale si fessura, si sfoglia, si polverizza. A parità di sale, i pori piccoli soffrono di più.

Il rapporto tra apporto d’acqua ed evaporazione decide tutto: clima umido, poco vento, tanta acqua in arrivo producono efflorescenze superficiali; clima secco, vento e sole, apporto discontinuo spingono la cristallizzazione sotto pelle. Ecco perché un’asciugatura violenta di una muratura salina è un autogol: sposta la cristallizzazione esattamente dove fa più male.

Render: evaporazione lenta, i sali cristallizzano in superficie come efflorescenza

Foto 2. Evaporazione lenta, apporto d’acqua abbondante: la soluzione arriva in superficie e il sale fiorisce fuori dal muro. Schema dell’autore.

Render: evaporazione rapida, i sali cristallizzano dentro il muro come sub-efflorescenza

Foto 3. Evaporazione rapida con vento e clima secco: il fronte di essiccazione arretra e il sale cristallizza nei pori. Schema dell’autore.

Quanto sale è troppo: la diagnosi e le soglie

La gestione dei sali comincia con un numero, non con un’opinione. Si campiona la muratura a quote e profondità diverse, si determina il contenuto di sali solubili (il metodo di riferimento per l’estrazione e l’analisi è la UNI EN 16455; la vecchia UNI 11087 è stata ritirata senza sostituzione) e si confronta il risultato con delle soglie. In campo, come screening rapido, si usano la conducibilità elettrica delle soluzioni estratte e il contenuto igroscopico di umidità, che sfrutta proprio la fame d’acqua dei sali per mapparne la distribuzione.

Le soglie più usate in Europa sono quelle della scheda tecnica tedesca WTA 4-5-99/D sulla diagnostica delle murature, che classifica il carico salino in tre livelli:

Anione Carico basso Carico medio Carico alto
Cloruri (Cl⁻) fino a 0,2% 0,2 – 0,5% oltre 0,5%
Nitrati (NO₃⁻) fino a 0,1% 0,1 – 0,3% oltre 0,3%
Solfati (SO₄²⁻) fino a 0,5% 0,5 – 1,5% oltre 1,5%

Valori in percentuale sulla massa secca del campione. Tabella come concordemente riportata dalla letteratura tecnica che recepisce la scheda WTA.

La lettura operativa è questa: con carico alto l’intervento sui sali non è un’opzione, è un obbligo; con carico medio decide il contesto (destinazione dei locali, tipo di finitura prevista, valore delle superfici); con carico basso di solito bastano le buone regole di intonacatura. E le soglie vanno sempre interpretate insieme al materiale: un laterizio poroso e una malta fine reagiscono in modo diverso alla stessa percentuale di sale.

Il protocollo: mai i sali da soli, mai la risalita da sola

Dopo tanti anni di risanamenti resto perplesso quando sento proporre interventi che affrontano solo la risalita oppure solo i sali. Da sempre propongo entrambi, nello stesso cantiere: risolvere solo la risalita lascia i sali a fare cicli con l’umidità dell’aria; togliere solo i sali senza fermare l’acqua significa ricaricare il muro di sale nuovo.

Il mio protocollo parte quindi sempre da una barriera alla risalita, chimica o di altro tipo. E l’ordine delle lavorazioni dipende dal prodotto:

  • con le microemulsioni liquide, prima si inietta e si demoliscono le malte qualche giorno dopo: il veicolo del prodotto, evaporando insieme all’umidità residua, mobilizza i sali e li trasporta verso la superficie, cioè dentro le vecchie malte. Demolendo dopo, i sali accumulati in anni se ne vanno in discarica con l’intonaco;
  • con le barriere in gel, dove la muratura lo consente, si demolisce prima e si inietta poi: la maggiore superficie evaporante aiuta la muratura ad assorbire il gel.

Demolite le malte, si spazzolano le efflorescenze residue e le parti incoerenti. E a quel punto entra in scena il trattamento che dà il nome a questa pagina del mio lavoro.

Le boiacche antisale

La boiacca antisale è un antisale fisico: una boiacca che si applica sulla muratura stonacata e spazzolata, e che sigilla i sali rimasti nel supporto. Il suo compito è impedire che i sali si idratino con l’acqua d’impasto dei nuovi intonaci e ci migrino dentro durante l’applicazione e l’asciugatura. Senza questo strato, l’intonaco nuovo diventa la spugna che richiama i sali del muro: e il risanamento se ne va nel giro di pochi anni, a volte di pochi mesi.

Applicazione della boiacca antisale sulla fascia bassa di una facciata

Foto 4. La boiacca antisale applicata sulla fascia bassa stonacata di una facciata, oltre il limite raggiunto dai sali.

Zoccolo di una villa trattato con boiacca antisale

Foto 5. Il trattamento della fascia di risalita su uno zoccolo esterno: la boiacca copre tutta la zona di evaporazione.

Boiacca antisale su muratura interna in pietra

Foto 6. La stessa lavorazione all’interno, su una muratura in pietra stonacata: il pavimento resta protetto durante l’applicazione.

Lunga fascia di muratura esterna trattata con boiacca antisale

Foto 7. La fascia trattata corre per tutta la lunghezza della muratura: il trattamento parziale è una mezza soluzione.

YouTube

Caricando il video, l'utente accetta l'informativa sulla privacy di YouTube.
Scopri di più

Carica il video

Le boiacche antisale in cantiere. Dal mio canale YouTube.

Sopra la boiacca, il sistema si chiude con gli intonaci giusti: a base calce e macroporosi, o da risanamento certificati. I sistemi conformi alla scheda WTA 2-9-20/D devono garantire porosità sopra il 40% in volume, basso assorbimento capillare, alta permeabilità al vapore e finiture che non tappino il sistema. Il loro segreto è la struttura: macropori larghi, dove il cristallo di sale può crescere senza spingere sulle pareti, il contrario dei micropori di un intonaco cementizio dove ogni cristallo diventa un cuneo. Sono intonaci progettati per accogliere nel proprio corpo il sale che ancora si muove, sacrificandosi al posto della muratura: e infatti non sono eterni. Con carichi salini bassi e medi durano indicativamente dai 10 ai 30 anni, con cariche alte anche solo 5-10: quando i pori sono saturi e le efflorescenze ricompaiono in superficie, il sistema ha finito il suo lavoro e si rifà. È lo stesso principio degli intonaci sacrificali della tradizione, poveri e rinnovabili (una malta di calce che vive 3-8 anni e poi si sostituisce: è il suo mestiere), che la ricerca ha aggiornato con malte assorbenti su misura (calce, sepiolite e nanosilici nelle sperimentazioni di Arizzi e colleghi, 2018). Una regola resta ferma su tutto: l’intonaco non appoggia mai sul pavimento.

YouTube

Caricando il video, l'utente accetta l'informativa sulla privacy di YouTube.
Scopri di più

Carica il video

Le malte macroporose spiegate in tre minuti. Dal mio canale YouTube.

Togliere i sali davvero: la desalinizzazione

C’è poi il caso in cui i sali vanno proprio estratti: carichi alti, superfici di pregio, edifici storici dove non si può demolire nulla. Qui si entra nel campo della desalinizzazione, dove conviene sapere cosa promette la scienza e cosa mantiene il cantiere.

Gli impacchi sono il metodo classico: un materiale assorbente inumidito (cellulosa, argille, o loro miscele) steso sulla muratura previamente bagnata. L’acqua dell’impacco scioglie i sali; durante l’essiccazione la soluzione migra verso l’impacco, che cristallizza il sale al posto del muro e si butta. Perché funzioni, l’impacco deve avere pori più fini del supporto: è lì che l’acqua migra seccando. I limiti sono noti e li ha messi in fila la rassegna di riferimento di Vergès-Belmin e Siedel (2005): l’estrazione lavora sui primi centimetri, i risultati dipendono da troppe variabili e non esiste l’impacco universale; nei muri spessi i sali profondi risalgono verso la superficie dopo il trattamento, e il ciclo va ripetuto. Gli ordini di grandezza che uso in cantiere, e che ho fissato nel libro, sono due o tre cicli con concentrazioni basse, quattro-sei con concentrazioni medie, fino a dieci con cariche alte: e ogni ciclo sono settimane. Sui materiali, il confronto sperimentale più utile è quello condotto al Castello Sforzesco di Milano (Bertasa e colleghi, 2018): la cellulosa per l’uso generale, le argille come sepiolite e attapulgite per le superfici di pregio, le miscele di carta e argilla quando si vuole il meglio dei due.

Schema della desalinizzazione per impacco nelle due varianti: nebulizzazione e iniezione

Foto 8. La desalinizzazione per iniezione come la organizzo in cantiere, nelle due varianti del metodo: a sinistra gli ugelli nebulizzatori, a destra l’alimentazione a goccia attraverso i packer, per le murature di grande spessore. La pasta di cellulosa richiama la soluzione salina e la grondaia raccoglie l’acqua di lavaggio. Schema dell’autore.

Questa tecnica ha un nome e una storia: è il metodo per iniezione e impacco, l’Injektionskompressenverfahren messo a punto in Germania da Friese e Hermoneit nel 1993, e nasce proprio dal limite dell’impacco passivo. L’idea rovescia il flusso: invece di aspettare che i sali migrino da soli verso l’esterno, si introduce acqua demineralizzata dentro la muratura, goccia a goccia, da piccole cannule inserite nei giunti di malta. Le zone bagnate dei punti vicini si sovrappongono, si forma un fronte continuo e il flusso capillare si avvia dal cuore del muro verso l’impacco, che si carica dei sali; la velocità la detta l’evaporazione sulla superficie. Le due varianti sono quelle dello schema: ugelli nebulizzatori nei giunti per una distribuzione graduale, alimentazione a goccia nei packer dove serve arrivare in profondità.

La differenza di resa è il motivo per cui il metodo esiste: la letteratura documenta rimozioni oltre il 90% in un ciclo di 5-10 giorni più l’asciugatura, dove l’impacco passivo può chiederne da 6 a 15, di cicli, sulle contaminazioni profonde. Il caso più noto è il Belvedere di Potsdam: 64 colonne di arenaria cariche di solfato di zinco, desalinizzate in modo pressoché completo dopo che tre cicli di impacco tradizionale avevano tolto solo una frazione dei sali (Protz e Friese, 2014). Il prezzo è la complessità: si forano i giunti, il dosaggio dell’acqua va regolato con attenzione e bisogna conoscere bene la muratura prima di bagnarla dall’interno. Per contaminazioni superficiali l’impacco passivo resta la strada semplice; in profondità, l’iniezione non ha rivali, e spesso la combinazione dei due è il compromesso giusto.

Una variante recente dell’impacco è la lana minerale idrofila: trasporta acqua e soluzioni saline più in fretta della cellulosa e, a differenza di quella, si può riutilizzare per più cicli. Ha i suoi vincoli: lavora solo nelle stagioni senza gelo e chiede di separare la fase di trasporto da quella di asciugatura. In Croazia, sulla chiesa romanica di San Michele a Ston, un cantiere di conservazione la sta alternando a malte sacrificali con un lento ma costante calo dei sali.

Per gli elementi smontabili esiste poi la strada maestra: l’immersione. Conci, soglie, sculture e piastrelle si desalinizzano a bagno in acqua distillata, cambiata a intervalli finché la conducibilità non resta bassa: settimane o mesi, ma su un pezzo mobile è il metodo che pulisce davvero. Sul muro in opera, ovviamente, non si applica.

C’è anche un approccio meccanico recente, il lavaggio a pressione controllata (captive head): testine a circuito chiuso che bagnano la superficie e aspirano nello stesso istante la soluzione salina, senza allagare la muratura. Dichiara profondità utili fino a una quindicina di centimetri e tempi rapidi, ma la letteratura scientifica indipendente è ancora scarsa: lo guardo con interesse e con prudenza.

Infine c’è la strada di chi i sali non li toglie affatto: i sistemi ventilati. Si costruisce una controparete e si lascia un’intercapedine d’aria davanti al muro contaminato, che resta grezzo e libero di evaporare: l’aria in circolo porta via il vapore, i sali restano dove sono ma smettono di rovinare le finiture. Le forme sono diverse, dal cavedio tradizionale con presa d’aria in basso e sfogo in alto, alle contropareti ventilate, fino alle membrane con intercapedine dove lo spazio è poco: negli interrati e nei seminterrati, dove il contatto col terreno non si elimina mai del tutto, è spesso la scelta più onesta. Non è una cura: è una convivenza ben progettata.

L’elettrocinetica è la strada più promettente per i casi seri: due elettrodi in impacchi d’argilla ai lati della muratura e un campo elettrico in corrente continua che porta gli ioni a spasso, i positivi al catodo, i negativi all’anodo, dove si raccolgono e si rimuovono. In laboratorio sono documentate rimozioni dei cloruri fino al 99% (Ottosen e colleghi, Technical University of Denmark); in opera, su colonne di granito, riduzioni attorno all’80% (Feijoo e colleghi, 2015). Restano i costi, la gestione del pH agli elettrodi e la lentezza sui solfati.

La frontiera sono gli inibitori di cristallizzazione: molecole che non tolgono il sale ma gli cambiano il carattere, spingendolo a fiorire in superficie invece che a spaccare i pori. I ferrocianuri alcalini funzionano sul cloruro di sodio (lo dimostrò Rodriguez-Navarro con i colleghi già nel 2002); la novità recente sono i tartrati di ferro, ecocompatibili, che secondo la prima validazione sistematica pubblicata su npj Heritage Science (2025) modificano la morfologia dei cristalli e triplicano l’efficienza di estrazione del sale. Sono strumenti selettivi (ogni inibitore lavora su sali specifici) e ancora giovani per il cantiere ordinario, ma la direzione è quella.

Esiste anche l’insolubilizzazione chimica, che converte i solfati in composti insolubili con sali di bario: la cito per completezza e per dire perché non la uso: composti tossici, trattamento irreversibile, margini d’errore stretti.

Tecnica Profondità utile Tempi Il limite vero
Impacchi (cellulosa, argille) Primi centimetri Settimane, a cicli Risultati variabili; i sali profondi ricompaiono
Iniezione e impacco Tutto lo spessore 5-10 giorni più asciugatura Foratura dei giunti; dosaggio da esperti
Lana minerale idrofila Pochi centimetri Settimane Solo stagioni senza gelo; trasporto e asciugatura separati
Immersione (a bagno) Tutto l’elemento Settimane o mesi Solo pezzi smontabili
Lavaggio captive head Fino a 15 cm circa Ore o giorni Tecnologia recente, letteratura ancora scarsa
Elettrocinetica Tutta la sezione Settimane Costi, pH, solfati lenti
Intonaci sacrificali Superficiale Mesi e anni Lenti; vanno rinnovati
Inibitori Variabile Lungo termine Selettivi; validazione in corso
Insolubilizzazione (bario) Variabile Immediata Tossica e irreversibile
Sistemi ventilati (cavedi) Non rimuove: gestisce Permanente I sali restano nella muratura

E una postilla che vale per tutte: negli ambienti interni anche il clima è uno strumento. Tenere sotto controllo temperatura e umidità relativa riduce le oscillazioni, e con loro i cicli di cristallizzazione e dissoluzione che fanno il danno (Torres e Peixoto de Freitas, Building and Environment, 2007): meno escursioni, meno cicli, meno degrado.

Un capitolo a parte sono i metalli: le soluzioni saline sono elettroliti efficienti e i cloruri perforano le protezioni naturali di infissi, staffe e ancoraggi. Il tema meritava una pagina sua e ce l’ha: ne ho scritto in Corrosione dei metalli causata dai sali.

Domande frequenti

Che cosa fa esattamente una boiacca antisale?

Fa da barriera fisica tra i sali rimasti nella muratura e l’intonaco nuovo: impedisce che si idratino con l’acqua d’impasto e che migrino nello strato appena applicato durante l’asciugatura. Si applica sulla muratura stonacata e spazzolata, prima del nuovo intonaco.

Se blocco la risalita, i sali spariscono da soli?

No. I sali sono igroscopici e continuano a scambiare acqua con l’aria, sciogliendosi e ricristallizzando a ogni oscillazione di umidità. Il danno prosegue anche a muro “asciutto”: per questo il trattamento dei sali va previsto insieme alla barriera, non al posto suo.

Quando i sali sono “troppi”?

Quando le analisi superano le soglie alte della classificazione tecnica WTA: indicativamente 0,5% per i cloruri, 0,3% per i nitrati, 1,5% per i solfati sulla massa secca. Sopra quei valori il trattamento dei sali è obbligato; nella fascia media decide il contesto.

I sali si possono eliminare del tutto?

Quasi mai, e non è quasi mai necessario. Gli impacchi lavorano sui primi centimetri, l’elettrocinetica arriva in profondità ma è un intervento da casi selezionati. Nell’edilizia corrente la strategia vincente è gestirli: bloccare l’acqua, sigillarli con l’antisale, dare al sistema intonaci capaci di conviverci.

Perché l’intonaco nuovo si è rovinato dopo pochi mesi?

Perché è stato steso su una muratura carica di sali senza trattamento: l’acqua d’impasto ha idratato i sali e l’intonaco fresco li ha richiamati dentro di sé. La cristallizzazione è avvenuta nello strato nuovo, che si è gonfiato e sfarinato. Non è sfortuna: è la sequenza sbagliata.

Le fonti di questo articolo

Il modello della distribuzione verticale dei sali è di Arnold e Zehnder (Salt Weathering on Monuments, presentato al primo simposio internazionale sulla conservazione dei monumenti del Mediterraneo, Bari, 1989): ne ho verificato tesi e paternità sulla letteratura che lo riprende, e lo schema che illustra questa pagina è una mia elaborazione grafica di quel modello. I dati sulle miscele saline (finestre 61-72% e 28-46% di umidità relativa, su 11.412 campioni) vengono dallo studio di Godts e colleghi del 2023, già usato e citato per esteso nel mio articolo sui cicli di cristallizzazione, insieme alle raccomandazioni RILEM TC 271-ASC. La rassegna di riferimento sugli impacchi è Vergès-Belmin e Siedel, Desalination of Masonries and Monumental Sculptures by Poulticing: A Review (Restoration of Buildings and Monuments, 11(6), 2005, pagine 391-408): estremi e conclusioni verificati sulla scheda dell’editore. Per l’elettrocinetica: Ottosen e colleghi (DTU, rimozione del 99% dei cloruri in laboratorio) e Feijoo e colleghi (Electrochimica Acta, 2015, riduzioni attorno all’80% su granito in opera), verificati sugli abstract. L’immersione per gli elementi mobili è descritta in Lubelli, van Hees e Pel (Journal of Cultural Heritage, 2009), che è anche il riferimento sulla regola dei pori dell’impacco; sulla lana minerale idrofila e sul lavaggio captive head la letteratura indipendente è ancora giovane, e nell’articolo lo dichiaro. Il legame tra escursioni del clima interno e danno da sali è in Torres e Peixoto de Freitas (Building and Environment, 42(1), 2007).

Il metodo per iniezione e impacco è di Friese e Hermoneit (Entsalzung von Ziegelmauerwerk mit dem Injektionskompressenverfahren, Bautenschutz und Bausanierung, 16, 1993): paternità, meccanismo e caso del Belvedere di Potsdam verificati sulla letteratura tecnica del settore, con il bilancio dei cantieri di Potsdam e Wittenberg in Protz e Friese (Mauerwerk, 2014); il confronto con i cicli dell’impacco passivo è in Pel, Huinink e Kopinga (Journal of Cultural Heritage, 11, 2010). Il confronto tra i materiali per impacco al Castello Sforzesco di Milano è in Bertasa e colleghi (IOP Conference Series: Materials Science and Engineering, 364, 2018). I cicli tipici per concentrazione e le vite utili degli intonaci sono gli ordini di grandezza che uso in cantiere e che ho fissato nel libro, dichiarati come tali. Per gli inibitori: Rodriguez-Navarro, Linares-Fernandez, Doehne e Sebastian (Journal of Crystal Growth, 243, 2002) per i ferrocianuri, e la validazione dei tartrati di ferro pubblicata su npj Heritage Science (13:653, 2025), letta nell’abstract. Le malte sacrificali ingegnerizzate sono in Arizzi e colleghi (Construction and Building Materials, 2018).

Per le norme: l’analisi dei sali solubili si conduce oggi secondo UNI EN 16455:2014, dato che la UNI 11087:2003 è stata ritirata senza sostituzione (verificato sul catalogo UNI). Le soglie di carico salino sono della scheda WTA 4-5-99/D (Mauerwerksdiagnostik), di cui ho verificato struttura e contenuti sul riassunto ufficiale WTA: il testo integrale è a pagamento e i valori numerici sono riportati come concordemente pubblicati dalla letteratura tecnica tedesca che recepisce la scheda. I requisiti degli intonaci da risanamento sono della scheda WTA 2-9-20/D, già citata e verificata nei miei articoli precedenti. Il protocollo operativo (ordine di iniezioni e demolizioni, boiacca antisale, intonaci) è la mia prassi di cantiere, dichiarata come tale. Le fotografie e gli schemi sono dell’autore.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.


Ditta Renzo-ArtHome
di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
P.IVA 02475540304
WhatsAppFacebookLinkedInTikTokYouTubeInstagram
Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
Vai al libro →