Impostare il risanamento di un interrato che si bagna: il regime dell'acqua e la destinazione del locale, non il materiale scelto, decidono l'intervento. Dalla diagnosi al capitolato, alla direzione lavori, al collaudo.

Renzo-ArtHome, Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita

L'interrato è la parte dell'edificio che si guarda di meno e si maltratta di più. Sta sotto la linea di terra, al buio, a contatto con un terreno che quasi sempre contiene acqua, e per anni si accetta che sia un po' umido, quasi dovesse esserlo per natura. Poi lo si vuole recuperare, a cantina, a taverna, a deposito, a stanza vissuta, e quell'umidità che si tollerava diventa un problema da risolvere. È qui che comincia la storia di quasi tutti i risanamenti sbagliati.

La sequenza è quasi sempre la stessa. Si compra un prodotto, un rasante, una guaina, un impermeabilizzante, lo si stende, e per una stagione sembra fatta. Poi l'acqua torna, nello stesso punto, e si compra un altro prodotto. Non è sfortuna e non è un materiale difettoso: è che l'acqua di un interrato non si ferma con un materiale scelto a priori, ma con una strategia scelta a partire da due dati, il regime con cui l'acqua si presenta e la destinazione del locale. Un battente permanente di falda e una percolazione di pioggia dopo il temporale chiedono interventi opposti; un'autorimessa e un archivio pretendono due risultati diversi. Chi parte dal barattolo li tratta allo stesso modo, e sbaglia due volte.

La tesi di questo articolo è che il risanamento si imposta, non si acquista. Prima si legge il regime dell'acqua e l'uso a cui il locale è destinato, poi si sceglie il lato da cui lavorare e la strategia, resistere alla pressione o gestirla, e solo alla fine il sistema e il materiale. Nelle pagine che seguono si mette in fila questo percorso: la diagnosi che vincola la scelta, le tre strategie possibili, le famiglie di sistemi tra cui scegliere e la parte che di solito manca, il capitolato, la direzione lavori e il collaudo che rendono l'intervento verificabile. Perché l'acqua di un interrato non si tampona: si governa, e la si governa con un metodo, non con un barattolo.

1. Il risanamento che rifiorisce

La scena è sempre la stessa. Su una parete di interrato che si bagna viene steso un intonaco dichiarato deumidificante, o un rivestimento impermeabilizzante scelto al banco. Per una stagione il muro sembra asciutto. Poi, di solito con le prime piogge lunghe o con l'estate umida, tornano le efflorescenze, il rivestimento si gonfia e si stacca a scaglie, la macchia ricompare nello stesso punto. Il committente pensa a un prodotto difettoso. Quasi mai lo è.

Il motivo è idraulico. Un rivestimento sottile o un intonaco applicati all'interno, cioè sul lato opposto a quello da cui viene l'acqua, lavorano contro la pressione: l'acqua che preme dal terreno tende a distaccarli dal supporto, e la cristallizzazione dei sali al fronte di evaporazione completa l'opera, spingendo via lo strato. Quel rivestimento non ha affrontato l'acqua, l'ha solo nascosta per qualche mese. L'acqua non se n'è andata: ha aspettato, e ha trovato il primo punto debole.

L'altra versione dello stesso errore è il drenaggio steso attorno o dentro un locale in falda permanente nell'attesa che asciughi la stanza. Contro un battente costante un drenaggio che non solleva l'acqua non basta: la falda ne fornisce più di quanta uno scolo passivo ne possa allontanare, e il locale resta bagnato, o il drenaggio si intasa. Due sintomi, una sola radice: l'intervento è stato scelto come prodotto, non impostato sull'acqua.

Sul campo. La firma di un risanamento impostato male è che ritorna sempre, e ritorna nello stesso punto e nella stessa stagione. Se torna, non è stato scelto il prodotto sbagliato: è stata saltata la domanda giusta.

2. La tesi: si imposta sul regime e sull'uso, non sul prodotto

Un interrato non si asciuga scegliendo un prodotto. Si imposta rispondendo a due domande prima di ogni preventivo: che regime ha l'acqua, e a che uso serve la stanza. Il prodotto è l'ultimo anello della catena, non il primo. La stessa parete bagnata può nascere da acqua di falda in pressione, da infiltrazione meteorica, da risalita capillare, da una perdita di impianto o dalla condensa: distinguere la sorgente è il primo atto, ed è materia della diagnosi, che qui diamo per fatta. Ma anche a diagnosi chiusa, sapere da dove viene l'acqua non basta a decidere l'intervento: serve impostarlo.

Impostare significa percorrere una catena in ordine, senza scavalcarla. Prima il regime dell'acqua, che dice se si ha a che fare con una pressione permanente o con un evento occasionale. Poi il lato da cui è possibile lavorare, esterno o interno, che restringe drasticamente le opzioni. Poi la strategia, cioè la scelta di fondo tra resistere all'acqua o gestirla. Solo a quel punto il sistema e il materiale, che diventano una conseguenza. E in parallelo la destinazione del locale, che fissa quanto asciutto deve essere il risultato e quindi come lo si collauda. Chi parte dal materiale rifà il lavoro; chi parte dalla catena lo fa una volta.

Figura 1. Come si imposta il risanamento. Due domande, il regime dell'acqua e la destinazione del locale, decidono la strategia; il materiale viene per ultimo. Contro un battente permanente le vie oneste sono due: resistere alla pressione o raccogliere e sollevare l'acqua.

In perizia. Impostare vuol dire poter documentare perché quell'intervento e non un altro. La scelta discende dalla causa accertata e dal target concordato, non dal catalogo del fornitore. Mostrare il perché prima del cosa è la sostanza del lavoro tecnico, ed è ciò che rende un preventivo confrontabile e un'opera difendibile.

3. Prima domanda: che regime ha l'acqua

La biforcazione madre separa due mondi. Da una parte l'acqua permanente in pressione: la falda che tiene un battente idrostatico costante contro il pavimento e le pareti controterra, la vera controspinta. Dall'altra l'acqua occasionale: la pioggia mal regimata e la percolazione laterale, che scendono lungo i muri controterra a ondate, legate agli eventi, e poi si esauriscono.

La differenza non è di quantità, è di energia e di durata. Un battente permanente esercita una pressione idrostatica continua, proporzionale all'altezza dell'acqua sopra il punto considerato: circa un decimo di bar per ogni metro di battente, che agisce senza sosta, giorno e notte, su ogni centimetro quadro della struttura interrata. Nessun intonaco e nessun drenaggio passivo tiene testa a una pressione che non molla mai. L'acqua occasionale, al contrario, è intermittente e a bassa energia: spesso si governa allontanandola a monte prima che prema, e con una barriera robusta che regge le sollecitazioni brevi degli eventi.

Per capire in quale dei due mondi ci si trova, il dato decisivo è uno solo: la falda. La quota del suo pelo libero rispetto al pavimento del locale, e l'escursione stagionale tra il minimo e il massimo. Questo dato è spesso già disponibile nella relazione geologica dell'edificio; acquisirla e riportarne i numeri è il primo atto tecnico. Distingue subito tre situazioni molto diverse: un locale con la falda sempre sopra il pavimento, in controspinta permanente; un locale che finisce in controspinta solo nelle piene stagionali, dopo periodi piovosi prolungati; un locale in cui la falda resta sempre sotto il pavimento e l'acqua che compare è solo di infiltrazione. Sono tre problemi diversi, e chiedono impianti diversi.

Il battente, inoltre, dimensiona tutto quello che viene dopo. Decide se un sistema di barriera è adeguato al suo limite di pressione dichiarato, e quanta acqua una eventuale stazione di sollevamento dovrà allontanare. Un risanamento impostato senza il dato di falda è un risanamento impostato al buio.

Sul campo. Se la relazione geologica non c'è, la quota di falda si legge con un piezometro, o anche osservando un pozzetto di ispezione nella stagione umida: conta vedere quando sale, di quanto e per quanto tempo resta alta. Una piena che dura una settimana all'anno è un'altra cosa da un battente permanente, e porta a scelte diverse.

4. Seconda domanda: da che lato posso lavorare

Stabilito il regime, la seconda domanda è da che lato si può intervenire. La distinzione tra lato positivo e lato negativo non è una sottigliezza: è il vincolo che, più di ogni altro, decide cosa è possibile. Il lato positivo è quello da cui viene l'acqua, all'esterno, controterra. Il lato negativo è quello interno, opposto alla spinta.

Il principio idraulico è semplice e spietato. Un'impermeabilizzazione lavora al meglio sul lato positivo, perché lì la pressione dell'acqua preme il manto contro il supporto e lo tiene in sede. Sullo stesso manto, applicato sul lato negativo, la medesima pressione agisce al contrario: tende a distaccarlo dal supporto. Per questo l'intervento esterno, quando è possibile, è la soluzione durevole: si impermeabilizza controterra secondo le regole dell'impermeabilizzazione delle strutture interrate, si regimano le acque a monte con pendenze e drenaggi che scaricano a valle, e la parete non vede mai la pressione.

In un risanamento, però, il lato esterno è spesso precluso: edifici aderenti, una strada, il costo e il rischio dello scavo, una sistemazione esterna esistente da non demolire. Si è allora costretti al lato negativo, e questo restringe le opzioni a due sole. La prima è usare sistemi rigidi, aderenti e integrati con il supporto, che resistono alla contropressione entro un limite dichiarato: i rivestimenti cementizi osmotici e cristallizzanti, che non sono un film steso sopra ma penetrano e reagiscono nella matrice del calcestruzzo, diventandone parte. La seconda è rinunciare a fermare l'acqua e gestirla. Ciò che non funziona, sul lato negativo contro pressione, è il film flessibile o l'intonaco: si stacca, come nel risanamento che rifiorisce.

Sul campo. La domanda pratica è brutale: posso scavare intorno? Se sì, si va sul lato positivo, ed è la scelta più duratura. Se no, si sceglie tra resistere e gestire, sapendo in partenza che dall'interno un film flessibile non tiene la pressione, e non fingendo il contrario per far quadrare un preventivo.

5. Le tre strategie, e il bivio tra resistere e gestire

Le strategie di protezione dal sottosuolo si riconducono a tre, e conviene chiamarle con il linguaggio più chiaro che esista in materia, quello della prassi britannica: è un riferimento metodologico, senza valore cogente in Italia, ma ordina le idee meglio di ogni altro.

Figura 2. Le tre strategie contro l'acqua nel sottosuolo. In un risanamento si combinano più spesso che in una nuova costruzione, perché il singolo sistema, sull'esistente, porta con sé un rischio.

Tipo A, la barriera applicata. Una barriera aggiunta, un manto o un rivestimento, che ferma l'acqua. Rende al meglio sul lato esterno; sul lato interno vale solo nella versione rigida e aderente che regge la contropressione. È la strategia più intuitiva, ma sull'esistente vive o muore sui nodi.

Tipo B, la struttura integrale. La struttura stessa è impermeabile: la vasca bianca in calcestruzzo progettato a tenuta, con la fessurazione controllata entro i limiti delle classi di tenuta. È soprattutto una strategia da nuova costruzione. In un risanamento non si rifà la struttura, ma ci si avvicina ripristinandone la tenuta: iniezione delle fessure, sigillatura dei giunti di ripresa, reintegrazione dei giunti d'arresto.

Tipo C, l'intercapedine drenata. L'acqua non si ferma: si raccoglie dietro una membrana a bugne che crea un'intercapedine, la si convoglia in una canaletta perimetrale fino a un pozzetto, e la si solleva con una pompa. È la strategia che rende possibile l'intervento dall'interno anche contro pressioni alte, al prezzo di un impianto da mantenere.

Ridotto all'osso, quando si lavora dall'interno la scelta è un bivio: resistere all'acqua o gestirla. Sono le due vie oneste, e conviene vederle a confronto.

Figura 3. Resistere o gestire l'acqua, le due vie dall'interno. A sinistra la barriera rigida che tiene la contropressione, con il nodo critico al raccordo parete-platea. A destra l'intercapedine drenata che raccoglie l'acqua e la solleva, e che dipende dalla pompa.

Resistere. Una barriera rigida, aderente e continua che regge la contropressione, eventualmente insieme al ripristino della tenuta della struttura. Funziona quando la pressione è contenuta, il supporto è sano e la barriera può essere davvero continua. Il punto debole non è mai il campo della parete, dove il rivestimento è più facile da posare, ma il nodo: il raccordo parete-platea, i giunti di ripresa, gli attraversamenti. È lì che la continuità si interrompe, e lì si lavora con sgusci, cordoli, bande e iniezioni.

Gestire. L'intercapedine drenata con raccolta e sollevamento, quando la pressione è alta o permanente e si lavora solo dall'interno. Ha un vincolo che va detto con chiarezza: dipende dalla pompa. Contro un battente permanente il solo drenaggio passivo non basta, serve una stazione di sollevamento progettata, con ridondanza: una pompa di riserva, un allarme di alto livello, un'alimentazione elettrica di continuità e un accesso per la manutenzione. Il guasto di una pompa senza riserva significa allagamento. Il Tipo C non elimina l'acqua, ne trasferisce l'onere su un impianto che va tenuto in efficienza per tutta la vita del locale.

Ecco il binario onesto su cui si imposta ogni intervento in controspinta: o si impermeabilizza contro pressione, o si progetta raccolta e sollevamento. Non esiste la terza via del tampone. È proprio perché, sull'esistente, ogni singola strategia porta con sé un rischio, spesso la scelta più solida non è l'una o l'altra ma la loro combinazione: una barriera che riduce il carico e, a valle, un'intercapedine drenata che raccoglie l'acqua residua, così che il cedimento di un elemento non si traduca subito in un fallimento. È la logica della difesa in profondità, e in un risanamento ha più senso che in una nuova opera.

6. Le famiglie di sistemi, a quale casella rispondono

Decisi il regime, il lato e la strategia, resta da scegliere con che cosa realizzarla. Qui interessano le famiglie di sistema, non le marche: ogni prodotto commerciale, di qualunque produttore, ricade in una di queste categorie, e la categoria giusta discende dalla catena, non dal listino. Le raggruppo per come lavorano e per la casella a cui rispondono.

6.1 Sul lato positivo, quando si può scavare

Membrane in teli, bituminose e sintetiche. Le guaine flessibili applicate controterra sono la scelta storica del lato positivo: bituminose, a fiamma o autoadesive, oppure sintetiche in PVC, TPO, EPDM e poliolefine. Coprono bene le grandi superfici, ma vivono sui nodi e sui sormonti e vanno protette dal rinterro. Il loro limite è che un difetto locale può lasciare correre l'acqua tra manto e supporto, lontano dal punto di ingresso.

Membrane pre-applicate a getto, pienamente aderenti. Una famiglia nata proprio per quel limite: teli posati prima del getto, che si legano in modo continuo al calcestruzzo fresco. Il legame impedisce all'acqua di migrare lateralmente tra manto e struttura, così una foratura locale resta locale e non va a cercare il punto debole. Alcune varianti integrano la bentonite sodica, che rigonfia a contatto con l'acqua e autosigilla. Fanno anche da barriera ai gas del suolo.

Membrane liquide. Poliuretaniche, poliuree o cementizio-polimeriche, applicate a rullo o a spruzzo: continue e senza giunti, sono utili sulle geometrie complesse e sui dettagli, dove i teli faticano a chiudere.

6.2 Sul lato negativo o nella massa del getto

Malte e rivestimenti cementizi osmotici, rigidi. Il cavallo di battaglia del lato negativo: penetrano e induriscono nella matrice del supporto, aderiscono e resistono alla contropressione entro un limite di battente dichiarato dal sistema. Essendo rigidi, però, non cavalcano le fessure che si muovono.

Guaine cementizie bicomponenti elastiche, armate. Flessibili e armate in fibra, cavalcano le microfessure e i piccoli movimenti; ma proprio perché flettono reggono meno contropressione dei rigidi. Vanno bene dove il supporto lavora, meno contro un alto battente spinto dall'interno.

Trattamenti per cristallizzazione capillare. Reagiscono con l'umidità del calcestruzzo e fanno crescere cristalli che occludono pori, capillari e microfessure, con un effetto autosigillante che prosegue finché resta umidità. Agiscono dentro il getto, quindi valgono anche dal lato negativo, e restano attivi nel tempo.

Additivi impermeabilizzanti di massa. Aggiunti all'impasto, riducono la permeabilità del calcestruzzo, per idrofobizzazione o per cristallizzazione: è la via della struttura integrale, la vasca bianca, soprattutto in nuova costruzione. In un risanamento tornano quando si getta un elemento nuovo, una controplatea o un rinfianco.

Impregnanti idrofobizzanti. Silani e silossani che riducono l'assorbimento capillare lasciando traspirare la muratura: un complemento su superfici poco sollecitate, non una tenuta contro un battente.

6.3 I nodi, le riprese e le iniezioni

Waterstop. Ai giunti di ripresa e di costruzione: profili bentonitici rigonfianti, lamine in PVC o TPE annegate nel getto, cordoli idroespansivi. Sono la tenuta del punto in cui due getti si incontrano, che è quasi sempre il punto in cui l'acqua prova a passare.

Tubi di iniezione riniettabili. Annegati nei giunti durante il getto, danno una tenuta di riserva: se il giunto trafila, si inietta a posteriori senza demolire.

Resine da iniezione. Le poliuretaniche idroespansive, idrofile o idrofobe, sono la prima risposta alle venute attive nel getto: reagiscono con l'acqua, schiumano e sigillano la via in pressione, e vanno usate prima di stendere qualunque barriera continua. Le epossidiche servono invece per le fessure inerti, che sigillano trasmettendo forze, con funzione anche strutturale (rientrano nella serie EN 1504-5).

Iniezione a velo, o a diaframma. Quando non si può scavare, si inietta un gel, in genere acrilico, attraverso la parete fino all'interfaccia con il terreno: si crea una barriera sul lato positivo lavorando dall'interno. È il modo di portare la tenuta dietro il muro senza aprirlo, ed è utile proprio nei casi in cui il lato esterno è precluso.

6.4 La gestione dell'acqua

Membrane a bugne per intercapedine drenata. Teli in polietilene bugnato che staccano un'intercapedine dalla parete: l'acqua non viene fermata ma raccolta, condotta a una canaletta e sollevata da pozzetto e pompa. È la famiglia che rende asciutto l'ambiente senza opporsi alla pressione, e per questo funziona solo se l'intercapedine resta libera di drenare e la stazione di sollevamento è dimensionata e mantenuta: contro un battente che torna a premere, un'intercapedine che non scarica cede.

Un quadro d'insieme delle famiglie e delle caselle a cui rispondono:

Famiglia di sistema

Lato

Regime adatto

Ruolo e limite

Membrane in teli (bituminose, sintetiche)

Positivo (esterno)

occasionale e permanente

manto continuo controterra; vive sui nodi e sui sormonti, va protetto

Membrane pre-applicate a getto, aderenti

Positivo, pre-getto

permanente

legame continuo col getto, blocca la migrazione laterale; anche barriera ai gas

Membrane liquide (poliuretaniche, poliuree)

Positivo

occasionale

continue e senza giunti su geometrie e dettagli complessi

Cementizi osmotici rigidi

Negativo e positivo

permanente entro battente dichiarato

barriera aderente e integrata; non cavalca le fessure in movimento

Guaine cementizie elastiche armate

Negativo e positivo

occasionale, microfessure

cavalcano le fessure; reggono poca contropressione dall'interno

Cristallizzanti (slurry o additivo)

In massa o negativo

permanente

occludono i pori, autosigillanti e duraturi; agiscono nel getto

Additivi impermeabilizzanti di massa

In massa

permanente

struttura integrale (vasca bianca); soprattutto in nuova opera

Impregnanti idrofobizzanti (silani)

Superficie

nessuna pressione

riducono l'assorbimento, traspiranti; non tengono un battente

Waterstop e tubi riniettabili

Nodi e riprese

permanente

tenuta dei giunti di getto; riserva riniettabile a posteriori

Iniezioni (idroespansive, epossidiche, gel a velo)

Nel getto o a diaframma

acqua attiva, permanente

fermano le venute; il velo crea barriera sul lato positivo dall'interno

Intercapedine drenata con pompa

Negativo (gestione)

permanente, battente alto

non ferma l'acqua, la raccoglie e la solleva; dipende da manutenzione ed energia

Nessuna di queste famiglie è la migliore in assoluto: ognuna risponde a una casella della catena, il regime, il lato, la strategia, e fuori dalla sua casella fallisce. In un risanamento serio, poi, raramente se ne usa una sola. Un trattamento cristallizzante o un cementizio osmotico sul campo delle pareti, l'iniezione idroespansiva sui nodi che trafilano, un waterstop sulle riprese e, dove il rischio resta, un'intercapedine drenata di riserva: è la difesa in profondità applicata ai materiali. Per questo il capitolato non nomina un prodotto, ma descrive la famiglia, la prestazione richiesta e il limite di battente, e lascia che più fornitori la interpretino con i loro sistemi.

7. La destinazione fissa il target

Manca ancora un dato per chiudere l'impostazione, ed è quello che più spesso resta implicito: a che cosa servirà il locale. La destinazione fissa il target di prestazione, e il target, non il gusto, decide il sistema e il criterio di collaudo. Un'autorimessa tollera una macchia di umido dopo un temporale; un archivio non tollera nulla. Chiedere lo stesso risultato ai due casi è sbagliato in entrambe le direzioni: si spende troppo dove basterebbe meno, o troppo poco dove serve tutto.

Figura 4. Il grado d'uso fissa il target. La scala dei gradi d'uso lega la destinazione del locale a ciò che è tollerato e quindi al criterio di collaudo. La scelta dipende dall'uso, non dalla profondità.

La scala dei gradi d'uso mette in fila proprio questo. Al grado più basso un locale di servizio, autorimessa o vano tecnico, dove un lieve trafilamento è accettabile. Salendo, il deposito ventilato, che non ammette acqua libera ma tollera un po' di umidità governata dalla ventilazione. Poi lo spazio secondario, laboratorio o retro commerciale, dove non è ammessa penetrazione d'acqua e l'umidità dell'aria va gestita. Al grado più alto il locale abitabile, l'ufficio, l'archivio, l'ambiente per gli alimenti: qui si pretende un ambiente asciutto a umidità controllata, senza penetrazioni e senza condensa.

Il salto di grado ha una conseguenza che spesso sfugge. Rendere abitabile un interrato non significa solo tenerlo privo di acqua libera: significa anche governare l'aria. Un involucro perfettamente stagno, se l'aria interna è umida e le superfici sono fredde, produce condensa e muffa senza che una sola goccia sia entrata dall'esterno. Per questo, salendo di grado, al target si aggiunge il controllo igrometrico, con ventilazione o deumidificazione, e la traspirazione delle finiture diventa un requisito. Il risanamento di un interrato abitabile è sempre, insieme, un problema d'acqua e un problema d'aria.

In perizia. Fissare il grado d'uso all'inizio, concordato per iscritto con la committenza, è ciò che evita il contenzioso: definisce in anticipo cosa significa asciutto e quindi che cosa è un difetto. Senza questa definizione ogni collaudo diventa una discussione tra impressioni.

8. Impostare l'intervento sul capitolato

A questo punto la strategia è decisa: si conosce il regime, il lato, la scelta tra resistere e gestire e il grado d'uso. Comincia la parte che di solito manca, e che separa un lavoro fatto da un lavoro fatto bene: tradurre la strategia in un capitolato che prescrive un risultato e i controlli, non un marchio. Un buon capitolato di risanamento non dice quale barattolo comprare; dice quale prestazione ottenere, in quali nodi, con quali verifiche.

Voce del capitolato

Contenuto minimo da prescrivere

Regime e dato di falda

Il regime assunto (occasionale o permanente in pressione) e, per la falda, la quota del pelo libero rispetto al pavimento, l'escursione stagionale e il battente di progetto. È la premessa che giustifica tutto il resto.

Lato e strategia

Il lato d'intervento (positivo esterno o negativo interno) e la strategia scelta (barriera, ripristino della tenuta della struttura, intercapedine drenata), con la motivazione tecnica. Non un marchio, ma un sistema e una prestazione.

Grado d'uso target

Il grado d'uso concordato con la committenza (da autorimessa a locale abitabile), che fissa cosa significa asciutto e quindi il criterio di accettazione al collaudo.

Nodi critici

La prescrizione puntuale per raccordo parete-platea, giunti di ripresa e di dilatazione, attraversamenti e corpi passanti. La tenuta si perde al nodo, non nel campo della parete: è lì che il capitolato deve essere più dettagliato.

Preparazione e venute attive

La pulizia e la scarifica del supporto, e il trattamento delle venute d'acqua attive (tamponi rapidi, iniezione idroespansiva) prima di applicare qualunque rivestimento continuo. Non si impermeabilizza sopra un getto che perde.

Tenuta della struttura

Se si ripristina la tenuta del calcestruzzo: la classe di tenuta di riferimento (EN 1992-3), il controllo delle fessure e l'iniezione (EN 1504-5), e la classe di esposizione con i requisiti di durabilità (EN 206, UNI 11104) quando l'acqua è aggressiva.

Sollevamento (Tipo C)

Se si gestisce l'acqua: la portata di progetto delle pompe in funzione del battente e degli apporti, la ridondanza (pompa di riserva e alimentazione di continuità), l'allarme di alto livello, l'accesso e il piano di manutenzione.

Gas del suolo

Il requisito di tenuta ai gas del suolo (radon, D.Lgs 101/2020) quando il locale è o diventa frequentato: la continuità del manto va verificata anche a questo scopo.

Campione e documentazione

La realizzazione di un campione, la sequenza esecutiva e l'obbligo di documentare fotograficamente ogni nodo prima della chiusura. Ciò che resta nascosto va verificato prima.

Due voci meritano un'insistenza. La prima sono i nodi: è un errore diffuso descrivere per pagine il rivestimento del campo della parete e liquidare in una riga il raccordo parete-platea o gli attraversamenti, che sono esattamente i punti dove la tenuta si perde. Il capitolato deve essere più dettagliato proprio dove il lavoro è più difficile. La seconda è la durabilità del supporto quando l'acqua è aggressiva: una falda ricca di solfati o di cloruri aggredisce il calcestruzzo, e se si ripristina la tenuta della struttura la classe di esposizione e i relativi requisiti non sono un dettaglio, sono la condizione perché il ripristino duri.

In perizia. Un capitolato che prescrive una prestazione e i suoi controlli, e non un nome commerciale, è ciò che rende l'appalto confrontabile tra offerte diverse e l'opera collaudabile. È anche ciò che protegge il committente: senza un capitolato del genere non c'è modo di dire, a lavoro finito, se è stato fatto quello che serviva.

9. La direzione lavori: i punti di controllo

Un'impermeabilizzazione è un'opera che scompare: una volta chiusa, non si vede più e non si corregge se non demolendo. Per questo la direzione lavori, in un risanamento, non è una formalità ma il momento in cui l'intervento si gioca davvero. I controlli si fanno in corso d'opera, prima che ogni nodo venga coperto.

Il supporto prima del rivestimento: pulito, scarificato dove serve, con la geometria dei raccordi corretta (uno sguscio dove il rivestimento rigido non può girare a spigolo vivo).

Le venute attive trattate prima della barriera continua: tamponi rapidi o iniezioni idroespansive che fermano l'acqua puntuale. Non si stende un manto sopra un getto che perde, perché la pressione locale lo distacca subito.

I nodi, uno per uno: raccordo parete-platea con sguscio, cavetto e banda; giunti di ripresa e di dilatazione sigillati; attraversamenti e corpi passanti risolti con il dettaglio previsto. Ogni nodo va verificato e fotografato prima di essere coperto.

Il rivestimento cementizio: il numero di mani e il consumo al metro quadro dichiarati, i tempi di maturazione, le condizioni ambientali di posa. Uno spessore insufficiente è un difetto che non si vede ma si paga.

Per l'intercapedine drenata: la continuità della membrana e delle canalette, le pendenze verso il pozzetto, e la prova di funzionamento delle pompe e dell'allarme prima della consegna, non dopo il primo allagamento.

Sul campo. La regola d'oro è una sola: tutto ciò che sarà nascosto va verificato e fotografato prima. Un difetto in un nodo sepolto non si scopre finché non torna l'acqua, e a quel punto costa la demolizione. La macchina fotografica, in un risanamento, è uno strumento di collaudo.

10. Il collaudo: il criterio di accettazione

Un risanamento si collauda su un criterio verificabile, non a occhio. E il criterio si scrive nel capitolato all'inizio, non si improvvisa alla fine, altrimenti diventa una trattativa. Tre elementi lo definiscono: cosa, quando e come.

Cosa. Il risultato atteso è quello del grado d'uso concordato: un lieve trafilamento tollerato per un vano di servizio, l'assenza di acqua libera per un deposito, un ambiente asciutto a umidità controllata per un locale abitabile. Senza questa asticella dichiarata, asciutto è una parola vuota.

Quando. La prova vera è la stagione umida, o la piena di falda, non il giorno dopo la fine dei lavori. Un interrato è facile da trovare asciutto a fine estate; conta come sta quando l'acqua torna a premere. Il collaudo prevede quindi un'osservazione differita, su un ciclo stagionale, messa a verbale.

Come. Non l'impressione, ma la misura. L'ispezione visiva si accompagna alla misura del contenuto d'acqua della muratura, confrontata con lo stato iniziale rilevato prima dei lavori; per i gradi più alti si aggiunge il monitoraggio dell'umidità relativa e del punto di rugiada, che dice se la condensa è sotto controllo. Dove serve una prova attiva, l'allagamento controllato collauda la tenuta degli elementi orizzontali, e la localizzazione elettronica delle perdite trova l'eventuale punto debole residuo di un manto.

Per un intervento di tipo drenato il collaudo cambia oggetto, e va capito bene. Non si verifica l'assenza di acqua nell'intercapedine, dove l'acqua c'è per progetto, ma l'assenza di acqua libera nell'ambiente e il corretto funzionamento del sistema: le pompe, l'allarme, la ridondanza. Collaudare un Tipo C significa collaudare un impianto, non un muro asciutto.

In perizia. Un collaudo difendibile fissa in anticipo il criterio (il grado d'uso), il metodo (la misura, non l'impressione) e il tempo (la stagione umida), e lascia un verbale. È la differenza tra un'opera che si può dichiarare riuscita e una su cui si continuerà a discutere.

11. Gli errori che si ripetono

Scegliere il prodotto prima della strategia: comprare un impermeabilizzante e poi cercare dove usarlo, invece di lasciare che regime e uso decidano il sistema.

Impermeabilizzare dall'interno contro un battente con un film flessibile o un intonaco: sul lato negativo la pressione li distacca, ed è il risanamento che rifiorisce.

Credere che un drenaggio passivo asciughi una falda permanente: senza una stazione di sollevamento progettata non basta.

Curare il campo del muro e trascurare i nodi: la tenuta si perde al centimetro del raccordo, non al metro quadro della parete.

Stendere una barriera sopra una venuta attiva non trattata: la pressione locale la stacca prima ancora che maturi.

Non fissare il grado d'uso: senza un target concordato non c'è collaudo, c'è solo contenzioso.

Affidarsi al drenato dimenticando la manutenzione: una pompa senza riserva né allarme è un allagamento rimandato alla prima estate.

Ignorare l'aria: rendere abitabile un interrato reso stagno senza governare condensa e ventilazione, e ritrovarsi la muffa senza che sia entrata una goccia.

12. Conclusione

Impostare un risanamento da infiltrazioni in un interrato significa decidere, prima di ogni prodotto, due cose: che regime ha l'acqua e a che uso serve il locale. Da queste due risposte discende tutto il resto in ordine: il lato da cui lavorare, la strategia tra il resistere e il gestire, il sistema e solo alla fine il materiale, con un capitolato che prescrive un risultato, una direzione lavori che controlla i nodi prima di coprirli e un collaudo che misura invece di impressionare. L'acqua di un interrato non si tampona, si governa: contro un battente permanente le vie oneste restano due, tenere la pressione o raccoglierla e sollevarla, e la scelta si documenta, non si improvvisa. Chi parte dal barattolo rifà il lavoro alla stagione successiva. Chi parte dalla strategia lo fa una volta, e lo può dimostrare.

Riferimenti normativi e tecnici

Sigle e anni verificati su fonti primarie o ufficiali. Le norme ritirate sono indicate come tali; le norme europee e internazionali citate sono recepite in Italia nelle corrispondenti versioni UNI EN e UNI EN ISO. BS 8102 e DIN 18533 sono prassi tecniche estere, richiamate come riferimento metodologico e prive di valore cogente in Italia.

Strategie di protezione e impermeabilizzazione

BS 8102:2022. "Protection of below ground structures against water ingress. Code of practice". Codifica le tre strategie di protezione dal sottosuolo: Tipo A (barriera applicata), Tipo B (struttura integrale, la vasca bianca), Tipo C (intercapedine drenata). Definisce inoltre i gradi d'uso 1a, 1b, 2, 3 (Tabella 2), legati alla destinazione del locale. È prassi britannica, senza equivalente cogente italiano: qui è citata come riferimento metodologico.

DAfStb WU-Richtlinie, ed. 2017. Direttiva tedesca sulle opere impermeabili in calcestruzzo ("Wasserundurchlassige Bauwerke aus Beton"), origine del metodo della vasca bianca, in cui la tenuta è affidata al getto e al controllo della fessurazione, non a un manto aggiunto.

DIN 18533-1/-2:2026-06. Impermeabilizzazione degli elementi a contatto con il terreno. Classifica il carico d'acqua in classi (da assenza di pressione fino all'acqua in pressione permanente) e vi lega i requisiti del sistema: è il riferimento per l'impermeabilizzazione controterra, cioè sul lato positivo. L'edizione 2017 è stata aggiornata nel 2026.

Calcestruzzo, tenuta e riparazione

UNI EN 1992-3:2006. Eurocodice 2, Parte 3, strutture di contenimento di liquidi. Definisce le classi di tenuta (da 0 a 3) e, per la Classe 1, il controllo dell'ampiezza delle fessure passanti (wk1) in funzione del rapporto tra battente e spessore. È il riferimento per progettare, o ripristinare, una struttura a tenuta.

UNI EN 206:2021 e UNI 11104:2025. Calcestruzzo: specificazione, prestazione, produzione (EN 206, in aggiornamento) e le specificazioni complementari nazionali (UNI 11104, edizione 2025, che supera la 2016). Fissano le classi di esposizione ambientale, richiamate dalle NTC 2018 al punto 11.2.11: in un interrato aggredito da acque solfatiche o clorurate la durabilità si prescrive da qui.

Serie UNI EN 1504. Prodotti e sistemi per la protezione e la riparazione del calcestruzzo, in dieci parti. La Parte 2 riguarda i sistemi di protezione superficiale; la Parte 5 l'iniezione del calcestruzzo (categorie: riempimento con trasmissione di forze, duttile, rigonfiante). È il riferimento per ripristinare la tenuta di un getto fessurato.

Diagnosi dell'umidità e gas del suolo

UNI EN 16682:2017 e UNI 11085:2003. Misura del contenuto d'acqua dei materiali della muratura: il quadro dei metodi in situ (EN 16682) e il metodo ponderale di riferimento, per essiccamento a massa costante (UNI 11085). Servono a fissare lo stato iniziale e a misurarlo al collaudo, invece di giudicare a occhio. In vigore.

UNI 11121:2004. Metodo al carburo di calcio per l'umidità delle murature. Ritirata il 3 aprile 2025: il metodo resta di uso pratico in cantiere, ma va citato come non più coperto da norma UNI specifica per la muratura.

D.Lgs 101/2020. Attuazione della direttiva 2013/59/Euratom in materia di radon. Rileva quando l'interrato è o diventa frequentato: la continuità del manto impermeabile lavora anche come barriera ai gas del suolo, e va prescritta di conseguenza.

Collaudo e appalti

ASTM D5957. Prova di allagamento (flood testing) delle superfici orizzontali impermeabilizzate: allagamento controllato per un tempo dato (indicativamente 24-72 ore) con verbale. Riferimento per il collaudo di tenuta di piani e solette.

ASTM D7877. Metodi per la localizzazione elettronica delle perdite nei manti impermeabili: individua il punto di difetto, non solo la sua esistenza. Utile sia in collaudo sia nella ricerca di una perdita residua.

CAM edilizia, DM 24/11/2025. Criteri ambientali minimi per l'edilizia (GU n. 281 del 3 dicembre 2025), obbligo dal 2 febbraio 2026 negli appalti pubblici: pongono requisiti ambientali di fornitura, non prescrizioni di copriferro o classi di esposizione.

L'autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).


Ditta Renzo-ArtHome
di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
P.IVA 02475540304
WhatsAppFacebookLinkedInTikTokYouTubeInstagram
Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
Vai al libro →