Il rivestimento cementizio che tiene l’acqua fuori dagli interrati ha ottant’anni di storia industriale, una norma europea che lo marca CE e prestazioni misurabili. Ha anche un nome che promette una fisica non sua, una fama di “traspirante” da leggere con il numero giusto, e un numero di scheda, i bar della controspinta, che da due anni ha perso la sua norma di prova. Qui ci sono la composizione, il meccanismo, i requisiti, i campi d’impiego e gli errori che lo staccano dal muro.
Il garage delle vesciche
Sono andato a vederlo dopo tre giorni di pioggia, i primi seri della stagione: un garage seminterrato con la parete contro terra coperta di bolle. Ne ho bucata una con un cacciavite, e ha buttato acqua per un’ora. Qualche mese prima, a terreno asciutto, il proprietario aveva fatto dare due mani di un “impermeabilizzante per muri controterra”, a rullo, sopra l’intonaco esistente: il sacco vuoto era ancora sul ripiano, e sulla marcatura si leggeva rivestimento osmotico.
Il quadro si è ricostruito in fretta, battendo la parete col dorso delle dita. Le placche suonavano vuoto, e dove si staccavano portavano dietro l’intonaco vecchio, con la muratura nuda che affiorava sotto. Il materiale, di suo, aveva le carte in regola: era il resto a mancare. Il rivestimento era steso sopra un intonaco stagionato e sporco, senza raccordo al pavimento e senza chiudere i punti da cui l’acqua entrava già. Finché il terreno è rimasto asciutto non c’era niente a spingere, e il lavoro è sembrato riuscito. Alla prima acqua vera nel terreno la spinta, la pressione che i tecnici chiamano controspinta, è arrivata intera sul rivestimento e ha cercato l’anello debole: l’aggancio.
Questo articolo racconta quel materiale da vicino. Il cemento osmotico è uno strumento serio, con una storia lunga e prestazioni documentate; è anche uno dei prodotti più fraintesi del risanamento, a partire dal nome. Vediamo che cosa contiene, come lavora davvero, che cosa dichiara la sua norma, e in quali posti la scelta è giusta.
Quattro nomi per la stessa polvere
Il primo nome è quello di cantiere: cemento osmotico, o semplicemente osmotico. Lo usano tutti, e va bene così, purché sia chiaro che descrive un’abitudine commerciale e non un principio fisico: ci torniamo tra poco, perché la storia del nome merita un capitolo suo.
Il secondo nome è quello delle schede tecniche: boiacca o rasante impermeabilizzante cementizio. Descrive la forma: una polvere da impastare con acqua, o con un lattice nei bicomponenti, e da applicare a pennello, rullo o spatola in strati sottili.
Il terzo nome è quello della marcatura CE: prodotto per la protezione superficiale del calcestruzzo, metodo “rivestimento”, secondo la UNI EN 1504-2:2005. È la norma europea della famiglia 1504, quella che regola come si proteggono e si riparano le strutture in calcestruzzo, e definisce il rivestimento come uno strato con spessore tipico fra 0,1 e 5 millimetri. Il nostro rasante, con le sue due o tre mani da un millimetro l’una, ci sta comodamente dentro.
Il quarto nome è quello della letteratura scientifica internazionale: sistemi a cristallizzazione (crystalline waterproofing). È il nome più onesto di tutti, perché descrive il meccanismo documentato: composti attivi che entrano nei capillari bagnati del supporto e li riempiono di cristalli insolubili.
C’è infine un parente stretto da non confondere: la membrana cementizia elastica, il bicomponente con polimeri che si usa sotto le piastrelle di terrazze, bagni e piscine, normato dalla UNI EN 14891:2017 nella classe CM. La parentela è vera, la base cementizia è la stessa; il mestiere è diverso, perché l’elastico è nato per fare ponte sulle fessure che si muovono, mentre l’osmotico classico è rigido e chiede un supporto stabile. La differenza pesa al momento della scelta: il rigido per la controspinta su strutture stabili, l’elastico dove il progetto prevede movimento.
Chi ha cominciato a studiarlo
Il fenomeno da cui il prodotto prende il nome ha una data di nascita precisa. Nel 1748 Jean-Antoine Nollet, abate e fisico sperimentale a Parigi, chiude dello spirito di vino in un vaso, lo sigilla con una vescica di maiale e immerge tutto in acqua. L’acqua attraversa la vescica ed entra nel vaso, l’alcol non riesce a uscire, e la membrana si tende fino a gonfiarsi; in qualche prova, fino a scoppiare. Nollet ha appena documentato l’osmosi: il passaggio spontaneo di un solvente attraverso una membrana che lascia passare lui e trattiene le sostanze disciolte.
Il seguito è un secolo e mezzo di scienza in crescita. Nel 1826 il fisiologo francese René Dutrochet dà al fenomeno il primo nome, endosmosi, e costruisce il primo strumento per misurarlo, l’osmometro. Nel 1877 il botanico tedesco Wilhelm Pfeffer, con le membrane artificiali sviluppate da Moritz Traube, pubblica a Lipsia le sue Osmotische Untersuchungen: per la prima volta la pressione osmotica viene misurata con precisione. Dieci anni dopo l’olandese Jacobus van ‘t Hoff mostra che quella pressione segue la stessa legge dei gas perfetti, e nel 1901 riceve il primo premio Nobel per la chimica mai assegnato, con una motivazione che cita per esteso “le leggi della dinamica chimica e della pressione osmotica nelle soluzioni”.
Il salto dal laboratorio al cantiere avviene molto più tardi, e altrove. Nel 1943, in Danimarca, un produttore mette in commercio il primo formulato cementizio a cristallizzazione per impermeabilizzare il calcestruzzo; nel 1969, a Vancouver, un gruppo di chimici sviluppa la versione moderna della tecnologia, quella da cui discendono i sistemi attuali. Le due aziende esistono ancora, e i loro nomi stanno nel registro delle fonti in fondo all’articolo: nel testo non servono.
In Italia i formulati arrivano con il gergo che conosciamo: cemento osmotico. Chi abbia coniato per primo l’espressione non sono riuscito a documentarlo, e lo dichiaro; quello che si può documentare è che il nome è entrato nel linguaggio commerciale promettendo un principio, l’osmosi appunto, che il prodotto non usa. Le stesse guide divulgative di settore oggi lo ammettono, scrivendo che sarebbe più corretto chiamarlo cemento impermeabile. E c’è un dettaglio che rende il nome doppiamente curioso: la legge di van ‘t Hoff dice che il solvente migra verso la soluzione più concentrata. In un muro carico di sali, un’osmosi vera richiamerebbe acqua dentro la muratura, cioè l’esatto contrario del lavoro per cui il rasante viene comprato.
L’inquadramento tecnico moderno arriva dall’America: il comitato 212 dell’American Concrete Institute, nel suo rapporto sugli additivi chimici, divide i riduttori di permeabilità in due famiglie, PRAN per le condizioni senza pressione idrostatica e PRAH per quelle in pressione, e colloca i cristallizzanti nella seconda, quella adatta a vasche e fondazioni. E le misure indipendenti più utili le hanno pubblicate i laboratori di Praga nel 2016: le vediamo tra poco, perché rispondono alla domanda che tutti fanno su questo materiale, cioè se traspira oppure no.

La composizione e il meccanismo
Dentro il sacco ci sono tre famiglie di ingredienti. La prima è il cemento Portland, grigio o bianco, che fa da legante e da riserva di calce. La seconda sono le sabbie silicee selezionate, quarzi fini e puliti che danno corpo allo strato e chiudono la curva granulometrica. La terza sono gli additivi attivi, la parte che distingue un osmotico da una comune boiacca: sali e composti chimici, tipicamente a base di silicati e carbonati, destinati a reagire dentro i pori del supporto. I bicomponenti aggiungono un lattice polimerico nel secchio del liquido, e più polimero c’è, più il prodotto scivola verso la famiglia delle membrane elastiche.
Il meccanismo di lavoro è doppio. Il primo livello è la matrice densa: la malta indurita ha una porosità capillare molto bassa, e la norma le chiede un assorbimento d’acqua sotto 0,1 chilogrammi per metro quadrato alla radice dell’ora, un decimo di quello che la norma delle malte da risanamento pretende, come minimo, da un intonaco macroporoso. Il secondo livello è la cristallizzazione nei capillari del supporto: i principi attivi si sciolgono nell’acqua presente nei pori, migrano, e reagiscono con l’idrossido di calcio libero del calcestruzzo formando composti insolubili che occludono i passaggi. Lo studio croato-sloveno che citerò più volte, pubblicato su Materials nel 2021, elenca i prodotti di queste reazioni: silicati di calcio idrati nati dal clinker rimasto senza acqua, e carbonati di calcio. Dai formulati al magnesio nasce perfino un carbonato idrato dal nome da collezione di minerali, la nesquehonite.
Da questo meccanismo discendono tre conseguenze pratiche che conviene fissare subito.
- L’acqua è un ingrediente. La reazione di cristallizzazione avviene in soluzione: senza acqua nei pori non parte. Per questo il supporto si satura a rifiuto prima della posa, e per questo il materiale rende bene proprio negli ambienti che restano umidi. Un muro bagnato, per una volta, aiuta.
- Il lavoro ha bisogno di giorni. Le misure di Praga del 2016, su calcestruzzo con l’additivo cristallizzante al 2 per cento, collocano la tenuta piena verso il dodicesimo giorno dal getto. Il rivestimento ha tempi propri di maturazione, dichiarati in scheda, ma la lezione è la stessa: la prestazione cresce con la stagionatura, e chi mette in esercizio la vasca dopo tre giorni sta collaudando un materiale a metà.
- Le microfessure si richiudono, le fessure no. La letteratura raccolta dallo studio croato-sloveno documenta richiusure complete di fessure fra 0,1 e 0,4 millimetri secondo le condizioni, e nello studio stesso la richiusura osservata arriva a 0,15 millimetri. Sono capelli: crepe da ritiro, porosità di getto. Una fessura che si muove, un giunto che lavora, una lesione strutturale stanno fuori da questa portata, e li vedremo fra gli errori.

I numeri veri, in tabella
La carta d’identità del prodotto sta nella UNI EN 1504-2, la norma della marcatura CE, che per i rivestimenti fissa i requisiti nella sua Tabella 5. L’ho letta nella versione inglese, la BS EN 1504-2:2004, e la tabella qui sotto riporta le voci che contano per il nostro uso, con la traduzione pratica accanto.
| Che cosa si misura | Requisito o classi della norma | Che cosa significa in cantiere |
|---|---|---|
| Spessore del rivestimento | tipico da 0,1 a 5 mm | le due o tre mani del rasante, 2-3 mm totali, sono un “coating” a norma |
| Permeabilità al vapore | classe I: sd < 5 m; classe II: 5-50 m; classe III: oltre 50 m | sd è lo spessore d’aria equivalente: più è basso, più il vapore passa |
| Assorbimento capillare | w < 0,1 kg/m2 alla radice dell’ora | lo strato non si lascia attraversare dall’acqua liquida per capillarità |
| Permeabilità alla CO2 | sd > 50 m | protegge il calcestruzzo armato dalla carbonatazione |
| Adesione a strappo (pull-off) | sistemi rigidi: media 1,0 N/mm2, 2,0 con traffico; flessibili: 0,8 | quanto tira il dischetto incollato prima di staccare lo strato |
| Ritiro lineare (rigidi da 3 mm in su) | non oltre lo 0,3 per cento | lo strato non deve fessurarsi da solo asciugando |
Tabella 1. I requisiti della UNI EN 1504-2 (Tabella 5) per i rivestimenti, letti sul testo inglese della norma. Le classi del vapore si misurano con il metodo della EN ISO 7783, l’assorbimento con la EN 1062-3, l’adesione con la EN 1542.
E ora le due assenze, che valgono quanto le presenze.
Nella norma della marcatura CE non esiste una prova di tenuta all’acqua in pressione. L’ho verificato sul testo integrale: la parola pressione compare solo nelle classi della resistenza chimica. La norma classifica vapore, assorbimento, adesione e ritiro; il numero che tutti cercano in scheda, i bar della controspinta, vive fuori dal suo perimetro.
La prova italiana storica della controspinta è stata ritirata. Le schede tecniche hanno citato per decenni la UNI 8298-8, il metodo che mette il provino su un supporto poroso e gli manda l’acqua in pressione da dietro, la “pressione idrostatica inversa”. Il catalogo UNI la dà ritirata senza sostituzione dal 13 giugno 2024. Il metodo resta descritto e riproducibile, ma una scheda che oggi dichiara bar di controspinta si appoggia a una norma uscita di scena, a un adattamento della prova di penetrazione del calcestruzzo, la UNI EN 12390-8, che lavora a 500 kilopascal, cioè 5 bar, per 72 ore, oppure a un metodo interno del produttore. Nelle schede che ho consultato per questo articolo la strada è la seconda: prove certificate da enti terzi con la UNI EN 12390-8 adattata al provino rivestito, con esiti anche di 9 bar senza passaggio d’acqua. Il numero può essere serissimo: la domanda da fare, per iscritto, è con quale metodo sia stato misurato.
Attorno a questi numeri circolano promesse che i numeri non autorizzano, e conviene nominarle una per una.
- “Spinge fuori l’acqua per osmosi.” Il meccanismo documentato dalla letteratura è la cristallizzazione nei capillari, più la densità della matrice. L’osmosi vera, con i sali che i muri contengono, lavorerebbe semmai nel verso opposto, come visto nella storia.
- “Regge tot bar in controspinta.” Il valore esiste ed è utile, ma è un dato di prodotto e di metodo: la norma CE non lo prevede, e la norma italiana storica è ritirata. Senza il metodo accanto, il numero non si può confrontare fra due schede.
- “Fa traspirare il muro e lo asciuga.” La traspirazione è vera e la misuriamo nella prossima sezione. L’asciugatura è un’altra cosa: il muro contro terra, con il rivestimento in opera, resta umido; a cambiare è il locale, che riceve l’umidità solo come vapore e in quantità governabile.
- “Si dà come una pittura.” La forma è quella, due mani a pennello o rullo. Il resto no: senza preparazione del supporto, saturazione e raccordi, lo strato riceve la pressione senza avere l’aggancio per resistere, e finisce come il garage dell’apertura.
La controspinta è un conto di adesione
Il conto che decide l’uso principale del materiale è corto, e sorprende. Un metro di colonna d’acqua preme con circa 9,8 kilopascal, un decimo di bar: la spinta che i tecnici chiamano battente. Una falda ferma due metri sopra il piede del muro spinge quindi con 0,2 bar, che su un metro quadrato di parete fanno l’equivalente di due tonnellate. Sembra tanto, e infatti i danni si vedono; della spinta e dei suoi effetti sulle strutture ho scritto in un articolo dedicato.
Adesso il confronto con l’adesione. La norma chiede ai sistemi rigidi un’adesione media a strappo di 1,0 newton per millimetro quadrato, che tradotto nelle stesse unità fa 1.000 kilopascal: cinquanta volte il battente di due metri. Il margine numerico è largo, ed è il motivo per cui un rasante ben incollato su un supporto sano tiene la controspinta di un interrato ordinario. Quel margine però vive tutto nell’aggancio: alla pressione basta trovare un punto in cui lo strato non è incollato. Un vuoto sotto lo strato diventa una vescica; una zona sporca o sfarinante diventa la placca del garage; un raccordo parete-pavimento lasciato vivo diventa la via d’acqua che aggira tutto il lavoro.
Per questo i sistemi seri dichiarano l’adesione, e per questo la preparazione del supporto vale quanto il prodotto. E per questo la struttura deve fare la sua parte: l’impermeabilizzazione dall’interno tiene fuori l’acqua, e il muro deve reggere la spinta per conto suo, come ho scritto nel vademecum sugli interrati. Nel quadro britannico, la BS 8102:2022, questi rivestimenti aderenti sono i materiali della protezione di Tipo A, la barriera applicata, utilizzabile anche dal lato interno; la vasca strutturale è il Tipo B, e l’ho raccontata in Vasca bianca o vasca nera?.

Traspirante o no? La risposta sta in un numero
La parola traspirante, da sola, non dice niente: serve il numero, e il numero si chiama sd, spessore d’aria equivalente. Dice a quanti metri d’aria ferma corrisponde, per il vapore, l’attraversamento dello strato: più è basso, più il vapore passa. L’ho usato anche per l’intonaco macroporoso, e i confronti tornano utili adesso.
La norma dei rivestimenti classifica il vapore in tre classi: classe I permeabile, con sd sotto 5 metri; classe II intermedia; classe III sbarrata, oltre 50 metri. Molti rasanti cementizi dichiarano la classe I, e la fisica dello strato sottile spiega perché: prendendo per il coefficiente di resistenza al vapore, il mu, valori da malta cementizia densa, fra 60 e 200, un’ipotesi che dichiaro come tale, due o tre millimetri di strato danno un sd fra 0,12 e 0,60 metri. Per confronto: i 20 millimetri di un intonaco macroporoso a norma WTA fanno 0,24 metri, e una pittura filmogena da interni supera facilmente i 2 metri. Una scheda certificata che ho consultato, di un monocomponente in commercio, dichiara un sd misurato di 1,06 metri: sopra la mia ipotesi prudente, e comunque a un quinto della soglia di classe. Il rasante sottile, sul vapore, resta quindi fra il decimo di metro e il metro d’aria: più di un intonaco da risanamento, molto meno di una pellicola. La misura di Praga sul calcestruzzo additivato va nello stesso verso, con una permeabilità al vapore ridotta soltanto del 16-20 per cento.
Quindi sì: nel senso della norma, e nel senso fisico del termine, un osmotico in classe I è un materiale che lascia passare il vapore. La risposta però è completa solo con la seconda metà, quella che le schede non scrivono in grande. Quello che lo strato chiude è l’acqua liquida, ed è l’acqua liquida a portare la massa. Un muro bagnato che poteva scaricare verso il locale gocce, trasudamenti e risalita di parete, dopo il trattamento scarica solo vapore, e il vapore è un corriere lento. Per il locale è il risultato cercato: niente più acqua sulle superfici, umidità gestibile con la ventilazione. Per il muro il bilancio è diverso: l’acqua che c’è resta, quella che arriva dal terreno continua ad arrivare, e la muratura vive satura dietro il suo rivestimento.
Questo scambio, locale asciutto contro muro bagnato, è il cuore della scelta, e ha due conseguenze da mettere in conto prima, non dopo. La prima: l’aria del locale va aiutata, perché le superfici chiuse e più fredde condensano; negli interrati il tema l’ho trattato nell’articolo sulla condensa estiva, e la coppia che funziona resta una finitura interna ai silicati con una ventilazione meccanica dimensionata. La seconda: se la parete trattata era una parete in risalita capillare, chiuderle la faccia interna non ferma niente. L’acqua trova il percorso successivo: sale più in alto, passa al lato opposto, esce oltre il bordo del trattamento. L’ho documentato per le impermeabilizzazioni interne e, come principio generale, in Il danno è dove l’acqua se ne va: ogni strato che sbarra una via d’uscita consegna l’acqua alla via dopo.
Il cemento osmotico tiene l’acqua fuori dal locale; l’acqua dentro il muro resta. Si usa dove questo scambio conviene, e a deciderlo è la diagnosi, prima del secchio.

La posa a regola
La sequenza vale più del marchio sul sacco, e i punti sono nove. Sono la generalizzazione di quello che i sistemi seri prescrivono, più due regole di cantiere che dichiaro come mie.
1. Prima la diagnosi della provenienza. Falda, dispersione, meteorica, risalita: ogni acqua ha la sua firma, e l’ho raccontato in L’acqua ha un’impronta. Il rasante è la risposta giusta a una domanda precisa: acqua che spinge da fuori su una struttura che deve restare dov’è. Se la diagnosi dice risalita capillare, la strada è un’altra: la barriera chimica o un altro dispositivo o sistema che fermi la risalita, come descritto nell’articolo dedicato. 2. Il supporto si porta al sano. Intonaci vecchi giù fino alla muratura o al calcestruzzo, giunti scarniti, superfici sgrassate da oli e disarmanti, parti sfarinanti rimosse o consolidate. Il rasante svilupperà, al massimo, l’adesione che il supporto può dare: su un supporto da 0,2 newton per millimetro quadrato, un prodotto da 1,5 lavora a 0,2. 3. Le venute attive si bloccano prima. L’acqua che entra adesso non si rasa: si scava la sede a coda di rondine, si tampona con la malta a presa rapida lasciando uno sfogo provvisorio, e lo sfogo si chiude per ultimo. La tecnica, con le misure, sta nel vademecum sugli interrati. 4. La sguscia sui raccordi. Il raccordo parete-pavimento, e ogni angolo vivo, si raccorda con una guscia di malta a sezione concava: lo strato sottile non ama gli spigoli, e l’acqua li cerca. È il dettaglio che al garage dell’apertura mancava per primo. 5. La saturazione a rifiuto. Si bagna il supporto più volte, fino a quando smette di bere, e si rasa sul saturo a superficie opaca, senza veli d’acqua lucidi. L’acqua nei pori è il veicolo dei principi attivi: rasare sull’asciutto significa togliere al materiale il suo reagente. 6. L’impasto a regola di scheda. Acqua o lattice nella quantità prescritta, mescolazione meccanica, riposo dove richiesto, ripresa senza aggiungere acqua. Gli impasti “ammorbiditi” a occhio sono ritiri e cavilli in arrivo. 7. Due mani incrociate, spessore contato. La seconda mano si stende in direzione ortogonale alla prima, sul fresco indurito quanto chiede la scheda, fino ai 2-3 millimetri totali del sistema. Gli spessori si controllano col pettine o pesando il consumo, non a sensazione. 8. La stagionatura umida. Lo strato giovane si protegge da sole, vento e gelo, e nelle prime giornate si mantiene umido: la cristallizzazione lavora in acqua e ha bisogno di giorni, come le misure di Praga ricordano con il loro dodicesimo giorno. La messa in carico, vasca piena o falda che torna, aspetta la maturazione dichiarata in scheda. 9. Il ciclo si chiude con l’elastico, la coibentazione e l’aria. Sopra il rasante maturato arrivano lo strato elastico e la coibentazione, nell’ordine e con i numeri della sezione che segue. Le pitture filmogene restano fuori dal sistema in ogni suo punto, e la ventilazione del locale si decide nel progetto, insieme al resto.

La stratigrafia che uso io
C’è una domanda che i sacchi non fanno venire in mente, e che decide la durata del lavoro: che cosa succede quando il supporto si muove di un capello? La norma dei rivestimenti dà la definizione che serve: sono rigidi i sistemi con durezza shore D di almeno 60, e per i sistemi capaci di fare ponte esiste una scala apposita, le classi del crack bridging da A1 ad A5, da un decimo di millimetro a due millimetri e mezzo di fessura coperta.
Ho controllato le schede che girano in cantiere, e la divisione è netta. I monocomponenti in sacco, quelli venduti come osmotici, alla voce resistenza alla fessurazione dichiarano NPD, prestazione non determinata: sono malte dure, e sopra una fessura che si apre si aprono anche loro. I bicomponenti con il lattice dichiarano il ponte, spesso oltre il millimetro; ed è il requisito che la UNI EN 14891 impone ai cementizi elastici da sotto piastrella, almeno 0,75 millimetri, con le classi O1 e O2 per le prove al freddo.
Per questo nei miei cantieri il rasante rigido non resta mai l’ultimo strato, e il ciclo che uso è sempre lo stesso, in tre passi.
1. Prima il rigido, osmotico o boiacca cristallizzante: lo strato che aggancia il supporto, cristallizza nei capillari e regge la controspinta. La rigidità, in questo passo, serve: durezza, adesione, corpo. 2. Sopra il rigido, sempre l’elastico: una membrana cementizia bicomponente, stesa a due mani sul rasante maturato. Il rigido dà corpo e aggancio; l’elastico segue i movimenti che il rigido non può seguire, le microfessure degli anni, i cicli caldo-freddo, le riprese. Una cosa va detta con onestà: le membrane elastiche oppongono al vapore più del rasante, con sd che nelle schede stanno spesso oltre i dieci metri, in classe II. Il muro dietro, già saturo, non se ne accorge; il locale invece sì, ed è il motivo del terzo passo. 3. Poi la coibentazione, da almeno 3 centimetri: in malta coibentante oppure in pannelli ai silicati di calcio incollati a letto pieno. Scalda la faccia interna della parete, toglie alla condensa la superficie fredda su cui formarsi, e con la ventilazione meccanica chiude il sistema dal lato dell’aria.
I tre passi rispondono uno per uno ai guasti della tabella dei verdetti che segue: il rigido all’aggancio e alla pressione, l’elastico al movimento, la coibentazione con la ventilazione all’aria del locale.

Dove si rompe, e come si legge
Quando un lavoro con l’osmotico fallisce, il modo del fallimento accusa quasi sempre un responsabile preciso. I quadri ricorrenti sono cinque.
La vescica piena d’acqua. La pressione ha trovato un vuoto sotto lo strato e lo ha gonfiato. Le cause a monte: supporto non saturato o sporco, rasatura su superficie inconsistente, pressione arrivata prima della maturazione. Si verifica bucando la vescica, guardando che cosa c’è dietro, e rileggendo il diario dei tempi di cantiere.
La placca che porta dietro l’intonaco. Il rivestimento è integro, lo strato sotto ha ceduto: chi ha posato ha rasato sopra un intonaco vecchio, e l’adesione vera era quella dell’intonaco alla parete. È il quadro del garage dell’apertura, e la verifica è immediata: sul retro della placca si legge il materiale su cui si era rasato.
La fessura che gocciola. Il rasante rigido copre le microfessure ferme e ne richiude di sottili, fino ai decimi di millimetro documentati dalla letteratura; su un giunto che lavora o su una lesione che si muove si rompe con la struttura. Lì il rimedio è un altro: iniezioni localizzate, per esempio con le resine idroespansive, o sistemi elastici progettati per il movimento.
La muffa dopo il lavoro. Il locale è asciutto d’acqua liquida e si ammala d’aria: superfici più fredde, vapore degli occupanti, ventilazione rimasta quella di prima. La diagnosi si fa con termoigrometro alla mano, e il rimedio sta nel punto 9 della posa: era un pezzo del progetto, non un optional.
L’umidità che ricompare sopra il bordo, o nella stanza accanto. Il trattamento ha chiuso una via d’uscita a un’acqua che aveva un’altra causa, tipicamente la risalita capillare, e l’acqua ha traslocato. Qui il processo era scritto prima del primo colpo di pennello: mancava la diagnosi, oppure nessuno l’ha ascoltata. Il quadro completo di questo errore, con la storia dei rivestimenti sigillanti usati come cura, sta in Chiuso dal lato sbagliato e in Ma come si cura una risalita?, dove già i Massari, negli anni Cinquanta, mettevano i sigillanti nel capitolo delle controversie.
| Sintomo | Prima ipotesi | Che cosa si controlla |
|---|---|---|
| Vescica che si gonfia e butta acqua | Aggancio mancato: supporto sporco, non saturo, o fretta | Il retro della vescica, il diario dei tempi, la scheda di posa |
| Placca staccata con intonaco dietro | Rasatura eseguita su intonaco vecchio | Il materiale visibile sul retro della placca |
| Goccia o velo da una fessura netta | Movimento strutturale oltre la portata del rigido | Monitoraggio della fessura, poi iniezione o sistema elastico |
| Muffa e condensa dopo il risanamento | Ventilazione non adeguata al locale chiuso | Termoigrometro, ricambi d’aria, temperatura delle superfici |
| Umidità sopra il bordo o nei locali vicini | Causa diversa dalla controspinta, spesso risalita | La diagnosi di provenienza, mai fatta o rimasta nel cassetto |
Tabella 2. La tabella dei verdetti. La prima ipotesi orienta i controlli della terza colonna; la conferma viene dai riscontri, non dal sintomo da solo.

La prova che non costa niente
Prima di firmare un preventivo che contiene la parola osmotico, cinque controlli sono alla portata di chiunque.
Cercare la marcatura giusta. Sulla scheda deve comparire la UNI EN 1504-2 con il metodo “rivestimento”, oppure, per i prodotti da incollaggio piastrelle, la UNI EN 14891. Un prodotto senza norma dichiarata è una scommessa.
Leggere la classe del vapore. Se il preventivo racconta di muri che traspirano, la scheda deve dichiarare la classe I, con il suo sd. La parola senza il numero vale quello che costa scriverla.
Chiedere il metodo dietro i bar. La domanda da fare per iscritto: “il valore di resistenza alla controspinta con quale metodo di prova è stato misurato?”. Le risposte possibili le conoscete: il vecchio metodo UNI 8298-8, oggi ritirato ma riproducibile, un adattamento della UNI EN 12390-8, una procedura interna. Una risposta chiara qualifica il fornitore; il silenzio qualifica anche lui.
Il giro di cacciavite. Sul supporto che riceverà il rasante si passa la punta: se riga facile e sfarina, il sistema non ha dove aggrapparsi, e prima vengono demolizione o consolidamento. Trenta secondi che valgono il lavoro intero.
La secchiata d’acqua. Si bagna la parete: se l’acqua perla e scivola via, in giro c’è un idrorepellente o un disarmante, e il ciclo non aggancerà; se il supporto beve in modo uniforme, la saturazione a rifiuto sarà possibile. Anche questa è diagnosi, al prezzo di un secchio.
La matrice operativa
Lo stesso seminterrato, con trasudamenti diffusi e episodi d’acqua dopo le piogge, sotto cinque scelte diverse. È il riassunto operativo dell’articolo.
| Scelta | Dove va l’acqua | Che cosa si vede negli anni |
|---|---|---|
| Pittura lavabile “impermeabile” sull’intonaco | Dietro la pellicola, che si gonfia | Vesciche al primo autunno, poi distacchi e aloni |
| Osmotico a rullo sopra l’intonaco vecchio | Sull’interfaccia debole, sotto tutto | Placche che cadono con l’intonaco attaccato dietro |
| Osmotico a regola: demolizione, venute chiuse, sguscia, saturo | Fuori dal locale; nel muro, che resta umido | Superfici asciutte; condensa da governare con l’aria |
| Osmotico dato su una parete in risalita capillare, come cura | Più in alto, al lato opposto, oltre il bordo | La fascia umida che trasloca e si ripresenta |
| Percorso completo: diagnosi, blocco venute, rigido più elastico, coibentazione e aria | Ognuna per la sua strada, decisa prima | Un locale che resta in esercizio, e carte che lo provano |
Tabella 3. Cinque scelte sulla stessa parete. La seconda riga è l’errore più comune perché è il più comodo; la quarta è il più costoso perché sposta il danno; la quinta è la sequenza di questo articolo.
Dove è la scelta giusta, e dove no
Il campo in cui il cemento osmotico rende è preciso, e conviene elencarlo in positivo.
- Interrati esistenti in controspinta, quando fuori non si scava: è la porta d’ingresso del risanamento dall’interno, su struttura idonea a reggere la spinta, con blocco venute e sgusce. Nel quadro britannico della BS 8102:2022 è la protezione di Tipo A applicata dal lato interno.
- Vasche, serbatoi e fosse ascensore, dove la spinta è di esercizio e la geometria è semplice. Per l’acqua potabile la scheda deve dichiarare la conformità al DM 174/2004, il regolamento sui materiali a contatto con le acque destinate al consumo umano.
- Intercapedini e bocche di lupo, come rivestimento dei muri di controripa e dei fondi, dentro un sistema che raccolga e allontani l’acqua.
- Riprese di getto, gole, raccordi e corpi passanti, in coppia con i tamponamenti rapidi e le iniezioni: il rasante generalizza la tenuta, i sistemi puntuali chiudono le singolarità.
- Sotto i rivestimenti incollati di piscine e vasche ornamentali, dove però il passaggio naturale è verso i cugini elastici della UNI EN 14891, classe CM, pensati per fare ponte sulle fessure sotto le piastrelle.
E il negativo, per simmetria: la risalita capillare si interrompe alla base, con la barriera chimica o con un altro dispositivo o sistema che la fermi, e il rasante non è quel dispositivo; i supporti sfarinanti, i gessi e le pitture vecchie si demoliscono, non si rivestono; i giunti e le fessure che lavorano chiedono elasticità o iniezione, non rigidezza; e il locale che si chiude va ventilato, perché l’acqua fermata sulla parete ricompare volentieri come condensa sull’aria.
In sintesi
1. Il nome è un ricordo storico, il meccanismo è un altro. L’osmosi di Nollet e van ‘t Hoff, primo Nobel per la chimica nel 1901, richiede membrana semipermeabile e gradiente di concentrazione; il rasante lavora per densità della matrice e cristallizzazione nei capillari. Con i sali dei muri, un’osmosi vera tirerebbe l’acqua verso dentro.
2. La famiglia industriale ha ottant’anni. Il primo formulato a cristallizzazione è danese, del 1943; la tecnologia moderna nasce a Vancouver nel 1969; il rapporto ACI 212 classifica questi sistemi fra i riduttori di permeabilità per condizioni idrostatiche, i PRAH.
3. Dentro ci sono tre famiglie di ingredienti più un reagente. Cemento Portland, quarzi selezionati, additivi attivi; il reagente è l’acqua del supporto, e per questo si posa sul saturo. I prodotti della reazione sono silicati di calcio idrati e carbonati che occludono i capillari.
4. La carta d’identità è la UNI EN 1504-2. Rivestimento da 0,1 a 5 millimetri, vapore in tre classi di sd, assorbimento sotto 0,1 kg/m2 alla radice dell’ora, adesione a strappo da 1,0 a 2,0 N/mm2 per i rigidi, ritiro sotto lo 0,3 per cento.
5. La controspinta non ha una prova armonizzata. La norma CE non la contempla, e la UNI 8298-8, il metodo storico italiano, è ritirata senza sostituzione dal giugno 2024. Il numero in bar va sempre accompagnato dalla domanda sul metodo.
6. La tenuta è un conto di adesione. Due metri di battente fanno 0,2 bar, l’adesione minima dei rigidi vale 1.000 kilopascal: cinquanta volte tanto. Il margine si consuma nei vuoti, nei supporti deboli e nei raccordi vivi, ed è lì che si decide il lavoro.
7. Traspirante è vero, con il suo numero. In classe I l’sd sta sotto i 5 metri: la mia ipotesi di conto dà da 0,12 a 0,60 metri, una scheda certificata dichiara 1,06. Sul calcestruzzo additivato la permeabilità al vapore misurata cala solo del 16-20 per cento; il canale chiuso è quello dell’acqua liquida, che porta la massa.
8. Il muro dietro resta bagnato. Il rivestimento protegge il locale, la muratura vive satura: la condensa va governata con finiture minerali e ventilazione, e l’asciugatura della struttura è un altro capitolo, con altri strumenti.
9. Sulla risalita capillare non è la cura. Chiudere la faccia di un muro in risalita sposta l’acqua più in alto, al lato opposto, oltre il bordo. Prima si ferma la risalita con la barriera o con un altro dispositivo o sistema adatto, poi si ragiona sulle superfici.
10. La posa è la prestazione, e il ciclo la chiude. Supporto al sano, venute bloccate a coda di rondine, sguscia sui raccordi, saturazione a rifiuto, due mani incrociate, stagionatura umida: i cinque fallimenti tipici stanno tutti in un punto saltato di questa lista. E nei miei cantieri il rigido non resta mai l’ultimo strato: sopra arrivano sempre l’elastico e la coibentazione ai silicati da almeno 3 centimetri, con la ventilazione.
Domande frequenti
Il cemento osmotico asciuga il muro?
No. Tiene l’acqua liquida fuori dal locale, e lascia uscire l’umidità del muro solo come vapore, lentamente. La muratura contro terra, con la causa attiva dall’altra parte, resta umida; a guadagnarci sono le superfici e l’aria del locale, se la ventilazione fa la sua parte.
È davvero traspirante?
Sì nel senso della norma, se la scheda dichiara la classe I con sd sotto i 5 metri: due o tre millimetri di rasante oppongono al vapore una resistenza da intonaco, non da pellicola. La parola da sola però non basta: si chiede il numero, e si ricorda che la traspirazione riguarda il vapore, mentre l’acqua liquida resta chiusa.
Quanti bar regge in controspinta?
Quelli che il produttore ha misurato, con il metodo che deve dichiarare: la norma della marcatura CE non prevede questa prova, e il metodo storico italiano, la UNI 8298-8, è ritirato dal 2024 senza sostituzione. Il valore utile è quello accompagnato dal metodo e dalle condizioni; l’aggancio al supporto, in opera, conta più del numero.
Posso usarlo contro l’umidità di risalita al piano terra?
Come cura no. La risalita si interrompe alla base della muratura, con la barriera chimica o con un altro dispositivo o sistema che la fermi; un rivestimento che chiude la faccia del muro sposta l’acqua più in alto o al lato opposto. Sul muro già messo in sicurezza, semmai, la superficie si gestisce con l’intonaco da risanamento.
Ci si può intonacare o piastrellare sopra?
Sì, ed è l’uso normale nei locali abitati: rasature e intonaci minerali, ancorati secondo scheda, purché le finiture non sbarrino il vapore con pellicole filmogene. Sotto le piastrelle incollate il passaggio naturale è ai prodotti della UNI EN 14891, i cementizi elastici classe CM, nati per quel lavoro.
Va bene per la vasca dell’acqua potabile?
Solo se la scheda dichiara la conformità al DM 174/2004, il regolamento del Ministero della Salute sui materiali a contatto con le acque destinate al consumo umano. È una dichiarazione specifica: un buon prodotto da interrato può non averla.
Meglio l’osmotico rigido o la membrana cementizia elastica?
Nei miei cantieri la domanda diventa un ordine di posa. Prima il rigido, che aggancia, cristallizza e regge la controspinta; sopra, sempre, l’elastico bicomponente, che fa ponte sulle microfessure future; poi la coibentazione ai silicati da almeno 3 centimetri, con la ventilazione. Le schede raccontano la stessa divisione dei ruoli: i monocomponenti dichiarano NPD alla voce fessurazione, i bicomponenti dichiarano il ponte oltre il millimetro.
Nota sui calcoli e sulle fonti
Tutti i numeri dell’articolo escono dallo script allegato alla cartella di lavoro, con le costanti dichiarate. I battenti sono colonna d’acqua per 9,81 kilopascal al metro; le adesioni sono le soglie della norma convertite di unità; gli sd sono prodotto di mu per spessore, con il mu del rasante dichiarato come ipotesi di lavoro, fra 60 e 200, perché è un dato di prodotto e non di norma. Dove un valore viene da una fonte che non ho potuto leggere per intero, lo dico riga per riga.
UNI EN 1504-2:2005, Prodotti e sistemi per la protezione e la riparazione delle strutture di calcestruzzo. Parte 2: sistemi di protezione della superficie di calcestruzzo. ✅ Edizione e vigenza verificate sul catalogo UNI. I requisiti citati, spessore tipico del rivestimento 0,1-5 mm, classi del vapore, assorbimento capillare, permeabilità alla CO2, adesioni a strappo, ritiro, li ho letti sul testo inglese della BS EN 1504-2:2004, che della norma europea è la versione ufficiale britannica; dallo stesso testo vengono la definizione dei sistemi rigidi, durezza shore D di almeno 60 secondo la EN ISO 868, e le classi del crack bridging secondo la EN 1062-7, da A1 oltre 0,1 millimetri ad A5 oltre 2,5. Ho verificato sullo stesso testo che nessuna prova di tenuta all’acqua in pressione è prevista. I metodi richiamati (EN ISO 7783 per il vapore, EN 1062-3 per l’assorbimento, EN 1542 per l’adesione) sono citati come riferimenti, non consultati.
UNI 8298-8:1986, Edilizia. Rivestimenti resinosi per pavimentazioni. Determinazione della resistenza alla pressione idrostatica inversa. ✅ Dal catalogo UNI: ritirata senza sostituzione il 13 giugno 2024. Il sommario del catalogo descrive il metodo: provini su supporto poroso sottoposti a pressione idrostatica, con verifica del mantenimento dell’adesione.
UNI EN 12390-8:2019, Prove sul calcestruzzo indurito. Parte 8: profondità di penetrazione dell’acqua sotto pressione. ✅ Edizione e vigenza dal catalogo UNI. I parametri di prova, 500 kilopascal per 72 ore, sono riportati concordemente dalla documentazione tecnica dell’ente britannico BSI e dei laboratori; il testo integrale non l’ho letto.
UNI EN 14891:2017, Prodotti impermeabilizzanti applicati liquidi da utilizzare sotto le piastrellature di ceramica incollate con adesivi. ✅ Edizione, vigenza e classi (CM cementizi polimero-modificati, DM dispersioni, RM resine reattive) dal catalogo UNI; il testo integrale è a pagamento e non l’ho letto. ⚠️ Il requisito di ponte sulle fessure, almeno 0,75 millimetri, con le classi O1 e O2 per il freddo, lo riportano concordi le dichiarazioni di prestazione pubbliche dei prodotti e la letteratura tecnica.
BS 8102:2022, Protection of below ground structures against water ingress. Code of practice. ✅ Edizione e impianto (tipi A, B, C; gradi d’uso 1a, 1b, 2, 3) verificati sul catalogo BSI per un mio articolo precedente. ⚠️ La collocazione delle boiacche cementizie cristallizzanti fra i materiali del Tipo A applicabili dal lato interno è riportata concordemente dalle guide tecniche britanniche di settore; il testo integrale è a pagamento e non l’ho consultato.
DM 6 aprile 2004, n. 174 (Ministero della Salute), Regolamento concernente i materiali e gli oggetti che possono essere utilizzati negli impianti fissi di captazione, trattamento, adduzione e distribuzione delle acque destinate al consumo umano, GU n. 166 del 17 luglio 2004. ✅ Estremi e oggetto verificati su più banche dati normative liberamente consultabili.
ACI 212.3R, Report on Chemical Admixtures for Concrete, American Concrete Institute: classificazione dei riduttori di permeabilità in PRAN (condizioni non idrostatiche) e PRAH (condizioni idrostatiche), con i cristallizzanti nel secondo gruppo. Il rapporto è a pagamento e non l’ho letto: la classificazione è riportata dallo studio di Gojević e colleghe citato qui sotto, dal quale chiunque può risalire.
A. Gojević, V. Ducman, I. Netinger Grubeša, A. Baričević, I. Banjad Pečur, The Effect of Crystalline Waterproofing Admixtures on the Self-Healing and Permeability of Concrete, Materials, 14(8):1860, 2021. ✅ Letto per intero nell’edizione ad accesso libero su PubMed Central. Da qui vengono la chimica della cristallizzazione (silicati di calcio idrati, carbonati, il carbonato di magnesio idrato nesquehonite) e la collocazione fra i PRAH. Sempre da qui le richiusure di fessure, fra 0,1 e 0,4 millimetri in letteratura con 0,15 osservati nello studio, e le penetrazioni sotto pressione ridotte da 24 a 19 millimetri e da 30 a 27 nei due impasti.
J. Pazderka, E. Hájková, Crystalline admixtures and their effect on selected properties of concrete, Acta Polytechnica, 56(4):306-311, 2016. ✅ Rivista ad accesso libero del Politecnico di Praga; ho letto l’abstract sulla pagina della rivista, da cui vengono il dosaggio del 2 per cento, la tenuta piena verso il dodicesimo giorno e la riduzione della permeabilità al vapore del 16-20 per cento.
P. Reiterman, J. Pazderka, Crystalline Coating and Its Influence on the Water Transport in Concrete, Advances in Civil Engineering, 2016, articolo 2513514. ✅ Ad accesso libero; ne ho letto l’abstract, che documenta la riduzione significativa dell’assorbimento d’acqua del calcestruzzo rivestito e le prove sui giunti di costruzione; il testo integrale non sono riuscito a scaricarlo, e chi vuole approfondire lo trova dal suo identificativo DOI.
A. de Souza Oliveira, O. da F. M. Gomes, L. Ferrara, E. de M. R. Fairbairn, R. D. Toledo Filho, An overview of a twofold effect of crystalline admixtures in cement-based materials: from permeability-reducers to self-healing stimulators, Journal of Building Engineering, 41:102400, 2021. Gli estremi sono riscontrabili da chiunque a partire dal DOI; il testo è a pagamento e non l’ho letto: la cito come rassegna di riferimento sul doppio ruolo di questi sistemi, dichiarato fin dal titolo.
Storia dell’osmosi. Nollet 1748 (la vescica, lo spirito di vino, l’acqua che entra fino a tendere la membrana): ✅ dalla scheda enciclopedica EBSCO Research Starters dedicata all’esperimento. Dutrochet 1826 e l’endosmosi, Pfeffer 1877 con le Osmotische Untersuchungen pubblicate a Lipsia, van ‘t Hoff e la legge della pressione osmotica: ✅ dalla parte storica di S. Y. Kuang e colleghi, A unified framework for van ‘t Hoff’s law, Royal Society Open Science, 12(9):250622, 2025, ad accesso libero. Il Nobel del 1901, primo per la chimica, con la motivazione che cita la pressione osmotica: ✅ riscontrabile sul sito ufficiale del premio Nobel.
Le date industriali. Il 1943 danese e il 1969 di Vancouver vengono dalle storie aziendali ufficiali dei due produttori storici della tecnologia, Vandex e Xypex: sono fonti di parte, primarie per la propria data di nascita, e le uso solo per questo. Nel corpo dell’articolo, per la regola che mi sono dato sui nomi commerciali, compaiono i luoghi e non i marchi.
Il nome italiano. L’osservazione che il termine “cemento osmotico” sia improprio, e che il meccanismo non sia l’osmosi, è condivisa dalla stessa divulgazione tecnica di settore; una paternità documentata dell’espressione non l’ho trovata, e preferisco dichiararlo piuttosto che inventarla. ⚠️
Composizione tipica (cemento Portland, sabbie silicee selezionate, additivi attivi): è la descrizione concorde delle documentazioni tecniche di settore, e per la parte degli attivi trova riscontro nella chimica dello studio di Gojević e colleghe. ⚠️ per le singole ricette commerciali, che restano segreti industriali.
Schede tecniche e dichiarazioni di prestazione di prodotti in commercio, consultate in rete: un monocomponente cristallizzante in sacco e una membrana bicomponente elastica. Dal monocomponente vengono l’sd certificato di 1,06 metri, l’adesione certificata di 2,65 N/mm2 e la controspinta di 9 bar, certificata da un ente terzo con la UNI EN 12390-8 adattata. Sempre dal monocomponente la voce NPD sulla fessurazione; dalla bicomponente il ponte dichiarato oltre il millimetro e l’sd in classe II. ✅ I documenti sono pubblici e chiunque li trova in rete; per la regola che mi sono dato sui nomi commerciali restano senza marchio. I valori sono di quei prodotti, non della categoria intera.
Regole di cantiere dell’autore. Il giro di cacciavite e la secchiata d’acqua sono prove speditive di supporto che uso in cantiere. Il ciclo a tre passi, il rigido, poi la membrana elastica, poi la coibentazione in malta coibentante o in pannelli ai silicati di calcio da almeno 3 centimetri con la ventilazione meccanica, è la mia stratigrafia di cantiere, dichiarata come tale. La fotografia dell’intercapedine viene da un mio lavoro.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




