Su un’elisuperficie in quota, con l’elicottero del soccorso fermo a pochi metri, o nel garage di un condominio qualunque, il problema si presenta identico: acqua che passa da un giunto, da una fessura, da una ripresa di getto. E quasi sempre con lo stesso vincolo: non si può demolire. Le resine idroespansive sono la mia risposta preferita a quel vincolo per una ragione quasi filosofica: usano contro l’acqua la sua stessa presenza. Il formulato che inietto resta liquido finché non incontra acqua; quando la incontra reagisce, si espande e chiude la via. Il nemico fa da innesco alla cura.

Un caso concreto l’ho raccontato in Tre centimetri invece di una demolizione. Qui faccio un passo indietro e racconto il materiale: da dove viene, come lavora, che cosa dicono le ricerche e le norme, e che cosa non bisogna chiedergli.

1. Che cosa sono

Le resine idroespansive (o idroreattive) sono formulati poliuretanici liquidi che si iniettano nella struttura e reagiscono al contatto con l’acqua: la reazione libera anidride carbonica e trasforma il liquido in una schiuma o in un gel che aumenta di volume e sigilla fessure, giunti e vuoti. La norma europea dell’iniezione del calcestruzzo, la EN 1504-5:2013, inquadra questi prodotti nella categoria S, il “riempimento espandente” (swelling fitted): materiali capaci, una volta reagiti, di rigonfiare ripetutamente assorbendo acqua. Non è una finezza da catalogo: vuol dire che il materiale è pensato per convivere con un’acqua che va e viene, non solo per respingerla una volta.

2. Da dove vengono: novant’anni in quattro tappe

Il poliuretano nasce nel 1937 nei laboratori di Leverkusen, in Germania, dal gruppo di Otto Bayer. Per vent’anni fa altro: sostituti della gomma, rivestimenti, schiume per imbottiture. Le prime iniezioni chimiche contro l’acqua arrivano negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, su chimiche diverse.

La svolta che ci riguarda è di fine anni Sessanta, quando in Giappone la Takenaka mette a punto il TACSS, il primo poliuretano idroreattivo pensato per stabilizzare i terreni: è il capostipite delle resine che usiamo oggi. Nel 1980 la belga De Neef ne acquisisce i diritti e lo distribuisce nel mondo; a metà degli anni Ottanta i produttori sono già una dozzina. Questa ricostruzione è documentata in un paper presentato all’ASCE nel 2003, “Irreversible Changes in the Grouting Industry Caused by Polyurethane Grouting”, che tira le somme di trent’anni di iniezioni poliuretaniche.

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La resina idroespansiva al lavoro, dal mio canale YouTube.

3. Come lavorano: la chimica in due righe

Il cuore è la reazione fra i gruppi isocianato del poliuretano e l’acqua: produce anidride carbonica, che gonfia la miscela, e legami urea, che la irrigidiscono. Da un liquido a bassa viscosità si passa in secondi o minuti, secondo il catalizzatore, a una schiuma o a un gel solidale con le pareti della fessura.

Le famiglie sono due, e scegliere quella giusta è metà dell’intervento. Le idrofobiche (di norma a base MDI) respingono l’acqua dopo la reazione: schiume a celle chiuse, più rigide, con le espansioni maggiori: i dati tecnici dei produttori indicano fino a circa 30 volte il volume iniziale in espansione libera, regolando il catalizzatore. Le idrofile (di norma a base TDI) incorporano l’acqua nella propria struttura: gel e schiume flessibili, adesione eccellente sul calcestruzzo bagnato, espansioni più contenute, indicativamente 5-8 volte. La contropartita delle idrofile è nota: nei periodi lunghi di asciutto possono ritirarsi, quindi vanno scelte dove l’acqua è di casa, non dove compare una volta l’anno.

Un chiarimento sui numeri, perché in giro si legge di tutto: l’espansione dichiarata nelle schede è quella libera, in aria. Dentro una fessura la resina lavora confinata: si espande meno, la densità sale e la schiuma diventa più compatta e resistente. È la condizione reale di esercizio, studiata per esempio da Buzzi e colleghi su Mechanics of Materials (2008): struttura a celle chiuse oltre il 95 per cento e permeabilità all’acqua nell’ordine di 10⁻⁸ centimetri al secondo. Perciò quando due documenti riportano espansioni diverse non si stanno contraddicendo: dipende dalla famiglia di resina, dal catalizzatore e da quanto la fessura confina l’espansione.

Caratteristica Idrofile (base TDI) Idrofobiche (base MDI)
Rapporto con l’acqua La assorbono nella struttura La respingono dopo la reazione
Risultato Gel e schiume flessibili Schiume rigide a celle chiuse
Adesione su calcestruzzo bagnato Eccellente Più limitata
Espansione libera (dati produttori) Indicativamente 5-8 volte Fino a circa 30 volte
Cicli asciutto/bagnato Possibile ritiro in asciutto prolungato Stabili
Impieghi tipici Fessure attive, giunti in movimento, opere idrauliche Sbarramenti, vuoti, stabilizzazione dei terreni

4. Dove lavorano

L’elenco dei bersagli è l’elenco dei punti deboli di ogni opera interrata: fessure attive con acqua in movimento (la diffusione del poliuretano in fessura con acqua corrente è stata studiata sperimentalmente da Li e colleghi su Construction and Building Materials); giunti di dilatazione e riprese di getto; corpi passanti di impianti, di cui ho scritto in Si compra al metro quadro, si perde al centimetro; solai in predalles che percolano nei garage, un capitolo che sul blog ha un articolo dedicato; platee e marciapiedi che portano acqua di lato, come nel caso dei tre centimetri. Accanto alle resine da iniezione esiste il filone parallelo degli elastomeri idroespansivi preformati per giunti, i waterstop rigonfianti, passati in rassegna da Polgar e colleghi su Reviews in Chemical Engineering.

Un bersaglio classico: la ripresa di getto che percola in un muro contro terra.

Un bersaglio classico: la ripresa di getto che percola in un muro contro terra.

Lo stesso quadro visto dall'intradosso: lesione o ripresa di getto con percolazione, e il calcare che cola. Un giunto che andava trattato.

Lo stesso quadro visto dall’intradosso: lesione o ripresa di getto con percolazione, e il calcare che cola. Un giunto che andava trattato.

5. Il cantiere: la sequenza che seguo

Prima si capisce da dove passa l’acqua, non da dove gocciola: ispezione, e termocamera quando il quadro non è ovvio. Poi si fora lungo la via dell’acqua, si montano i packer, e si inietta risalendo il percorso a ritroso, con pompe che lavorano da qualche decina fino a duecento bar secondo la finezza della fessura. La resina che rifluisce dai fori vicini dice che il tratto è saturo; si chiude, si pulisce, e si torna a verificare dopo le piogge.

La diagnosi prima dell'iniezione: la termocamera individua la via dell'acqua.

La diagnosi prima dell’iniezione: la termocamera individua la via dell’acqua.

Il packer al lavoro sul giunto parete-pavimento: la schiuma che rifluisce segna la saturazione.

Il packer al lavoro sul giunto parete-pavimento: la schiuma che rifluisce segna la saturazione.

Risanamento di un solaio predalles: i packer d'iniezione montati lungo i giunti dell'intradosso.

Risanamento di un solaio predalles: i packer d’iniezione montati lungo i giunti dell’intradosso.

E dove il giunto resta a vista, la sigillatura non finisce con l’iniezione: completata la resina, il giunto si chiude con una bandella incollata su mastice epossidico. Sotto lavora la tenuta chimica, sopra la protezione meccanica.

Il cantiere su un muro contro terra: gli iniettori montati lungo la ripresa di getto che percolava.

Il cantiere su un muro contro terra: gli iniettori montati lungo la ripresa di getto che percolava.

Il giunto sigillato con resina e chiuso con bandella su mastice epossidico; accanto restano le colature di prima.

Il giunto sigillato con resina e chiuso con bandella su mastice epossidico; accanto restano le colature di prima.

A lavoro finito: i giunti trattati e coperti con le bandelle.

A lavoro finito: i giunti trattati e coperti con le bandelle.

Stesso principio su un giunto di dilatazione all'aperto: si lavora inseguendo l'acqua, non demolendo.

Stesso principio su un giunto di dilatazione all’aperto: si lavora inseguendo l’acqua, non demolendo.

Sigillatura dei giunti su un'elisuperficie in quota, senza fermare l'operatività.

Sigillatura dei giunti su un’elisuperficie in quota, senza fermare l’operatività.

Sull’elisuperficie delle foto abbiamo sigillato i giunti del piazzale lavorando fra un volo e l’altro: nessuna demolizione, nessun fermo. In una taverna o in un box il principio non cambia, cambia solo il panorama.

6. Che cosa non bisogna chiedergli

Non sono un intervento strutturale. Se il quadro fessurativo nasce da un cedimento o da un sovraccarico, prima viene la verifica strutturale e la riparazione secondo le guide del settore (il riferimento per la riparazione del calcestruzzo è la guida ACI 546R-14), poi la sigillatura. Non sostituiscono il rifacimento del manto impermeabile quando l’estradosso è accessibile e i conti tornano: restano l’arma giusta quando demolire non si può o non conviene. E la famiglia sbagliata è un intervento sbagliato: un’idrofila dove la struttura passa mesi asciutta è una sigillatura che si ritira.

7. Le regole del gioco

Chi vuole mettere queste iniezioni in un capitolato ha riferimenti solidi. In Europa la EN 1504-5:2013, con la marcatura CE dei prodotti da iniezione e la categoria S per i riempimenti espandenti. Negli Stati Uniti la guida ASTM D8109-17, riconfermata nel 2024, dedicata proprio alla sigillatura di fessure nel calcestruzzo con iniezioni chimiche, con le prove di laboratorio ASTM D1621 e D1622 per compressione e densità delle schiume. Per chi vuole studiare, il manuale dell’US Army Corps of Engineers EM 1110-1-3500 “Chemical Grouting” del 1995 resta una lettura istruttiva, liberamente scaricabile. Una nota di pulizia bibliografica: la guida ACI 515.1R, che si trova ancora citata in molti documenti, è stata ritirata; per i trattamenti protettivi il riferimento attuale è la serie ACI 515.2R.

Domande frequenti

Che cosa sono le resine idroespansive?

Formulati poliuretanici liquidi che, iniettati nella struttura, reagiscono con l’acqua espandendosi e trasformandosi in schiuma o gel: sigillano fessure, giunti e riprese di getto dall’interno, senza demolire.

Si può fermare un’infiltrazione senza demolire?

In moltissimi casi sì: si fora lungo la via dell’acqua, si inietta la resina e la reazione con l’acqua stessa chiude il percorso. La demolizione resta necessaria solo quando il degrado strutturale la impone o quando conviene rifare il manto dall’esterno.

Che differenza c’è fra resine idrofile e idrofobiche?

Le idrofile assorbono acqua e formano gel flessibili con grande adesione sul bagnato: ideali per giunti in movimento e fessure sempre umide. Le idrofobiche respingono l’acqua dopo la reazione e formano schiume rigide a celle chiuse, con espansioni maggiori: ideali per sbarrare vuoti e stabilizzare. La scelta dipende dal regime dell’acqua nella struttura.

Di quanto si espande davvero una resina idroespansiva?

Le schede dichiarano l’espansione libera: indicativamente 5-8 volte per le idrofile e fino a circa 30 volte per le idrofobiche catalizzate. Confinata nella fessura, la resina si espande meno e diventa più densa e resistente: è il comportamento voluto.

L’iniezione di resina è un intervento strutturale?

No: sigilla l’acqua, non ripara la statica. Se le lesioni hanno cause strutturali serve prima la verifica e la riparazione; l’iniezione idroespansiva arriva dopo, per chiudere l’acqua.

Il registro delle fonti

Quello che ho verificato direttamente: la review di Wang e colleghi su Polymers (2022, ad accesso aperto, DOI 10.3390/polym14235099) per chimica e comportamento in acqua; lo studio di Buzzi, Fityus, Sasaki e Sloan su Mechanics of Materials (2008) per struttura e permeabilità delle schiume; lo studio di Li e colleghi su Construction and Building Materials (vol. 273, 2021) per la diffusione in fessura; la rassegna di Polgar e colleghi sugli elastomeri idroespansivi su Reviews in Chemical Engineering (uscita online nel 2017, a stampa nel 2019, DOI 10.1515/revce-2017-0052); il paper ASCE 2003 sulla storia delle iniezioni poliuretaniche; le schede delle norme EN 1504-5:2013, ASTM D8109-17(2024) e della guida ACI 546R-14; il manuale USACE EM 1110-1-3500, disponibile integralmente online. Di questi lavori scientifici ho consultato ciò che è pubblicamente accessibile: abstract, estratti e dati ripresi dalla letteratura, non sempre il testo integrale.

Quello che esiste ma non ho potuto leggere per intero: il bollettino tecnico dello SWR Institute sull’iniezione di resine uretaniche, riservato ai membri. I valori di espansione libera vengono dalle pagine tecniche pubbliche di produttori del settore e vanno letti come ordini di grandezza, non come valori di collaudo. Le pressioni di iniezione e la sequenza operativa del capitolo 5 sono esperienza diretta di cantiere, non letteratura.

Due correzioni rispetto a numeri e sigle che circolano: la guida ACI 515.1R è ritirata da anni e va sostituita con la serie attuale; e per la rassegna di Polgar circola un DOI errato, quello corretto è riportato sopra.

L'autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.


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di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
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