Un gas radioattivo naturale sale dal terreno ed entra nelle case dalle fessure dell’attacco a terra. In Italia gli si attribuiscono circa 3.300 tumori polmonari l’anno, più delle vittime della strada. Storia, scienza, salute, misura e mitigazione di un nemico che si può tenere fuori: con un dosimetro, un tubo e un ventilatore.

L’ospite che non bussa

C’è un inquinante che non esce da nessuna ciminiera, non ha odore, non ha colore, non lascia aloni sui muri né macchie sul soffitto. Non lo porta il traffico e non lo porta l’industria: lo porta la Terra. Sale dal terreno su cui la casa è costruita, entra da fessure che nessuno ha mai notato, si accumula di notte mentre dormiamo e si dilegua, in parte, quando al mattino apriamo le finestre. In Italia, secondo le stime del Piano Nazionale d’Azione per il Radon, è all’origine di circa 3.300 tumori polmonari ogni anno: più delle vittime della strada, che nel 2023 sono state 3.039. Eppure della strada abbiamo paura, e del radon quasi nessuno conosce il nome.

Io non sono un medico, non sono un geologo e non sono un ingegnere: il mio mestiere è risanare gli interrati, e il radon l’ho incontrato lì, tra vespai, platee e attacchi a terra. In questo articolo ho cercato di mettere insieme i diversi punti di vista, quello del medico, quello del geologo, quello dell’ingegnere e quello di chi progetta e costruisce, con l’esperienza di cantiere e le ricerche raccolte in anni di studio. Perché il radon si capisce solo così, tenendo insieme gli sguardi: la malattia che lo precede di quattro secoli, la scoperta, la stagione in cui lo si vendeva come medicina, la geologia che lo genera, il corpo che lo respira, la casa che lo raccoglie, gli strumenti che lo misurano, le tecniche che lo cacciano e le leggi che lo governano. Ho cercato di non far mancare niente.

Una malattia più vecchia del suo nome

La storia del radon comincia molto prima della sua scoperta, dentro le montagne. Già Lucrezio, nel primo secolo avanti Cristo, annotava i vapori maligni delle miniere d’oro, capaci di consumare i volti degli uomini e di ucciderli in fretta. Ma è sui Monti Metalliferi, al confine tra Sassonia e Boemia, che la vicenda prende la forma che ci riguarda. Nelle miniere d’argento di Schneeberg i minatori morivano giovani, di un male al petto che li consumava: le cronache parlano di uomini spenti a trenta, quarant’anni, di vedove che avevano sepolto più mariti. Paracelso, nella prima metà del Cinquecento, ne descrisse la mortalità fuori dal comune; Giorgio Agricola, medico a Joachimsthal, sull’altro versante degli stessi monti, e cronista di quel distretto minerario, ipotizzò nel De re metallica che l’aria delle gallerie contenesse una polvere capace di aggredire e corrodere i polmoni, e raccomandò, con quattro secoli di anticipo sul concetto di ventilazione industriale, di rinnovare l’aria dei pozzi con macchine ventilatrici. La chiamarono Bergkrankheit, il male della montagna, e per trecento anni restò una maledizione senza spiegazione.

La spiegazione cominciò ad arrivare nel 1879, quando due medici, Friedrich Hugo Härting e Walther Hesse, ebbero l’idea semplice e rivoluzionaria di aprire i corpi. Le autopsie sui minatori di Schneeberg dissero che il male della montagna era, nella maggior parte dei casi, un tumore del polmone: la prima neoplasia professionale documentata sistematicamente nella storia della medicina del lavoro. I due stimarono che ne morisse una quota impressionante dei minatori in attività; ma il colpevole restava ignoto, e i sospetti andarono per decenni alla polvere di roccia, all’arsenico, ai metalli.

E qui la storia diventa quasi letteraria, perché proprio da quelle montagne, dalle miniere di Joachimsthal, sul versante boemo dello stesso massiccio, veniva la pechblenda da cui Marie e Pierre Curie, nel 1898, isolarono il polonio e il radio. La stessa roccia che da quattro secoli uccideva i minatori stava aprendo la fisica del Novecento. Negli anni Trenta gli studi sui minatori di Joachimsthal confermarono l’eccesso di tumori polmonari già visto a Schneeberg, e nell’aria delle gallerie venne misurato, ormai con nome e cognome, il radon. Il cerchio si chiuse però solo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando le grandi indagini epidemiologiche sui lavoratori delle miniere di uranio, il Colorado Plateau americano, le miniere cecoslovacche, poi quelle canadesi e la Wismut della Germania orientale, dimostrarono oltre ogni dubbio che il radon e i suoi prodotti di decadimento erano la causa del male della montagna. Quattro secoli dopo Paracelso, la Bergkrankheit aveva finalmente un imputato, un meccanismo e una dose.

Per altri trent’anni, tuttavia, il problema rimase confinato al sottosuolo: roba da miniere, si pensava, non da salotti. Un fisico svedese, Bengt Hultqvist, aveva già dimostrato il contrario: nella prima metà degli anni Cinquanta misurò il radon in 225 abitazioni di Stoccolma e dintorni, la prima indagine residenziale della storia, pubblicata nel 1956, trovando in alcune case valori altissimi. La comunità internazionale la archiviò come curiosità locale, un problema delle case svedesi costruite con certi calcestruzzi leggeri a base di scisti alluminiferi; ci vollero vent’anni, e la crisi energetica degli anni Settanta che sigillò le case di mezzo mondo, perché qualcuno riprendesse in mano quei numeri.

A far crollare definitivamente il muro fu un ingegnere americano di nome Stanley Watras. Dicembre 1984, Pennsylvania. Watras lavora al cantiere della centrale nucleare di Limerick, che non è ancora entrata in funzione: dentro non c’è combustibile, non c’è radioattività artificiale da cui proteggersi. Eppure ogni mattina, all’ingresso, Watras fa suonare i portali di controllo della contaminazione. Il paradosso è perfetto: l’uomo non si contamina in centrale, arriva già “radioattivo” da casa. Quando i tecnici vanno a misurare la sua abitazione, costruita sulla formazione granitica del Reading Prong, trovano concentrazioni dell’ordine di 100.000 becquerel al metro cubo, tra i valori più alti mai registrati in una casa: vivere lì equivaleva, per i polmoni, a un lavoro in miniera moltiplicato. La famiglia venne trasferita, la Pennsylvania avviò una campagna straordinaria di misure lungo il Reading Prong, l’agenzia federale per l’ambiente lanciò il primo grande programma nazionale, e i giornali impararono una parola nuova. Il radon non era un problema dei minatori: era un problema di chiunque avesse un pavimento appoggiato sulla terra.

Da lì la strada è quella delle istituzioni, e va percorsa per date. Nel 1988 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) classifica il radon nel Gruppo 1, i cancerogeni certi per l’uomo. Nel 1990 la raccomandazione europea 90/143/Euratom fissa i primi valori di riferimento per le abitazioni (400 Bq/m³ per l’esistente, 200 come obiettivo per il nuovo). Nel 1993 la Commissione Internazionale di Protezione Radiologica dedica al radon la Pubblicazione 65, “a casa e al lavoro”. Nel 2005 l’Organizzazione Mondiale della Sanità avvia il suo International Radon Project, e nel 2009 pubblica il manuale che ancora oggi orienta le politiche di tutti i Paesi, con la raccomandazione di tenere le case, dove possibile, sotto i 100 Bq/m³. L’Europa risponde nel 2013 con la direttiva 2013/59/Euratom, che l’Italia recepirà nel 2020, e ogni 7 novembre, giorno del compleanno di Marie Curie, l’Associazione europea del radon celebra la Giornata europea dedicata a questo gas: perché la storia, almeno quella, non si dimentichi più.

Il decennio dei giganti

La scoperta dell’elemento, in sé, sta tutta in un decennio febbrile a cavallo del 1900, e merita di essere raccontata con i nomi giusti, perché su chi abbia “scoperto il radon” si discute ancora.

Nel 1895 Wilhelm Röntgen scopre i raggi X, e per la prima volta l’umanità produce radiazioni invece di limitarsi a riceverle. L’anno dopo, il 1896, Henri Becquerel si accorge che i sali di uranio anneriscono le lastre fotografiche anche al buio: è la radioattività naturale, che non ha bisogno di macchine. Nel 1898 Marie Skłodowska Curie e Pierre Curie, setacciando tonnellate di pechblenda di Joachimsthal, ne estraggono due elementi nuovi e ferocemente attivi, il polonio e il radio. Il mondo scientifico si getta su quei materiali come su un continente appena emerso.

Ed è lì che compare il nostro protagonista, sotto mentite spoglie. Nel 1899 Ernest Rutherford e Robert Owens, alla McGill di Montréal, studiando il torio notano che la sua radioattività “trema” con le correnti d’aria: dal torio emana qualcosa, la chiamano appunto emanation, che si comporta come un gas radioattivo e che perde attività in pochi minuti (era il toron, il radon-220). Nel 1900 il fisico tedesco Friedrich Ernst Dorn, a Halle, osserva che anche il radio emana un gas analogo, ma più longevo: è il radon-222, quello che riempirà le cantine del mondo. Nel 1902 Rutherford e Frederick Soddy dimostrano l’inaudito: quell’emanazione è un elemento chimico nuovo, generato dalla trasmutazione di un altro, gli elementi, dunque, non sono eterni, e la vecchia alchimia rientra dalla finestra della fisica. Nel 1908 William Ramsay, l’uomo dei gas nobili, che aveva già dato al mondo argon, neon, cripton e xenon, e Robert Whytlaw-Gray raccolgono l’emanazione del radio in quantità sufficiente a studiarla come si deve: nel 1910 ne misurano la densità con una microbilancia, e la trovano campionessa assoluta, il più denso dei gas elementari conosciuti, quasi otto volte l’aria. Ramsay lo battezza niton, dal latino nitens, “il lucente”, perché ai suoi livelli di attività il gas faceva fluorire le pareti dei recipienti. Solo nel 1923 la nomenclatura internazionale mette ordine nella famiglia: l’emanazione del radio si chiamerà radon, quella del torio toron, quella dell’attinio attinon; e “radon”, per prevalenza dell’isotopo di gran lunga più longevo, diventa il nome dell’elemento 86, ultimo della colonna dei gas nobili.

A chi spetta dunque la scoperta? I manuali hanno a lungo scritto “Dorn, 1900”; la storiografia più recente distribuisce meglio il merito: Rutherford e Owens videro per primi un’emanazione radioattiva gassosa (1899), Dorn vide per primo quella del radio (1900), Rutherford e Soddy capirono che cos’era (1902), Ramsay e Whytlaw-Gray la pesarono e le diedero un posto nella tavola periodica (1910). Come spesso accade, la scoperta non fu un momento: fu una staffetta.

Quando il radon era una medicina

C’è un capitolo di questa storia che oggi sembra inventato, e che invece è documentato fin nei dettagli: per almeno trent’anni, nel primo Novecento, il radon fu venduto come cura.

La logica dell’epoca aveva una sua perversa coerenza. Il radio era il miracolo del secolo, la radioattività era “energia vitale” allo stato puro; le acque termali più celebri d’Europa, analizzate con i nuovi strumenti, risultarono radioattive per il radon disciolto, e ne nacque l’equazione sbagliata: se le terme fanno bene e le terme sono radioattive, è la radioattività che fa bene. Fiorirono gli “emanatori” da salotto, apparecchi che arricchivano di radon l’acqua da bere, gli inalatori, le grotte e i “radium spa” dove si scendeva a respirare l’emanazione, le creme, i cioccolatini, i dentifrici al torio. Il prodotto più famoso era americano e si chiamava Radithor: acqua distillata con radio disciolto, garantita autentica, venduta come tonico per ogni debolezza. Il suo testimonial involontario fu Eben Byers, industriale e campione di golf di Pittsburgh, che dal 1927 ne bevve circa 1.400 flaconi. Morì nel 1932 di necrosi ossee devastanti, con la mandibola asportata e il cranio perforato, e il suo caso, raccontato dal Wall Street Journal con un titolo passato alla storia: “L’acqua al radio funzionava benissimo, finché non gli è caduta la mascella”, fece ciò che nessun articolo scientifico era riuscito a fare: chiuse il mercato dei tonici radioattivi e spinse il governo americano a regolare i farmaci con ben altra severità. Nello stesso torno d’anni, il processo delle “ragazze del radio”, le operaie che dipingevano i quadranti luminosi affilando il pennello con le labbra, insegnava al mondo che gli emettitori alfa, una volta dentro il corpo, non perdonano.

Vale la pena fermarsi un istante su questa parabola, perché contiene una lezione di metodo che riguarda direttamente il radon domestico. L’errore dell’età dell’ingenuità non fu misurare la radioattività delle terme: fu dedurne un beneficio senza prove, sulla base del prestigio della novità. L’epidemiologia, la disciplina che confronta esposti e non esposti contando i malati veri, avrebbe impiegato mezzo secolo a rovesciare il quadro. Ancora oggi, in alcune località alpine e boeme, esistono “cure al radon” in gallerie e acque termali, eredità storica di quella stagione, difese da chi vi cerca sollievo per i dolori reumatici; la radioprotezione moderna le guarda con la stessa freddezza con cui guarda ogni esposizione senza necessità. La differenza tra il 1912 e oggi non è l’entusiasmo: sono i dati. E i dati, come vedremo più avanti, parlano chiaro in una sola direzione.

L’elemento numero 86

Schema della catena di decadimento dell'uranio-238: dal radio al radon, e dal radon ai figli a vita breve che colpiscono i bronchi
Figura 1. La catena dell’uranio e il tratto che ci riguarda: il radon trasporta; a colpire sono i suoi discendenti radioattivi.

Per capire il radon bisogna accettare un’idea controintuitiva: il pericolo non è quasi mai il radon in sé. È la sua famiglia. Ma per arrivarci serve mettere in fila la fisica, con pazienza, perché ogni scelta tecnica che faremo più avanti, dove misurare, quanto a lungo, come mitigare, discende da qui.

La catena

Tutto comincia dall’uranio-238, presente in tracce, grammi per tonnellata, in ogni roccia e in ogni suolo del pianeta, da quando il pianeta esiste: la sua emivita, cioè il tempo in cui metà degli atomi presenti si trasforma in qualcos’altro, è di quattro miliardi e mezzo di anni: l’età della Terra. Decadendo, l’uranio genera una discendenza di elementi instabili; il quinto passaggio della catena è il radio-226, che con un’emivita di 1.600 anni presidia le rocce come una sorgente inesauribile alla scala umana. Ogni atomo di radio, decadendo, emette una particella alfa e diventa radon-222. Fin qui tutto avviene allo stato solido, dentro il reticolo dei minerali. Ma il radon è un gas nobile: chimicamente quasi inerte, non si lega a nulla, non resta al suo posto. Se l’atomo nasce abbastanza vicino alla superficie del granello, e il rinculo stesso del decadimento può spararlo fuori dal reticolo, finisce nei pori del terreno, libero di muoversi.

La sua emivita, 3,82 giorni, è il dettaglio che decide tutto. Abbastanza lunga da permettergli di viaggiare per metri nel suolo, sciogliersi nell’acqua di falda, infilarsi in una fessura e arrivare in salotto; abbastanza breve da fargli raggiungere concentrazioni importanti solo dove ristagna. I suoi due fratelli naturali non hanno questa fortuna: il radon-220, detto toron perché figlio della catena del torio-232, vive 55 secondi; il radon-219, l’attinon, figlio dell’uranio-235, vive meno di 4 secondi. Percorrono centimetri e muoiono. Per questo “radon”, nella pratica, significa radon-222, anche se il toron, come vedremo, si è ritagliato un posto nelle preoccupazioni recenti della radioprotezione, perché nei materiali da costruzione ricchi di torio nasce a pochi centimetri dal naso di chi abita, e perché disturba perfino i dosimetri progettati per il fratello maggiore.

I figli

Quando un atomo di radon decade, emette una particella alfa e apre la sequenza rapida che è il vero cuore sanitario del problema: polonio-218 (alfa, emivita 3 minuti), piombo-214 (beta, 27 minuti), bismuto-214 (beta e gamma, 20 minuti), polonio-214 (alfa, 164 microsecondi), fino al piombo-210 che, con la sua emivita di oltre vent’anni, mette in pausa la catena; molto più in là, il capolinea è il piombo-206, stabile. Questi discendenti, i “figli del radon”, come li chiama da sempre la letteratura, non sono gas: sono atomi di metalli pesanti, nascono elettricamente carichi e si attaccano in poche decine di secondi al pulviscolo che riempie qualunque aria abitata (quelli che restano liberi, la cosiddetta frazione non attaccata, sono i più insidiosi di tutti: senza il peso della polvere arrivano più a fondo). Il radon respirato, in quanto gas inerte, viene in gran parte riespirato; i figli no. Agganciati alle particelle di aerosol, si depositano sulle pareti delle vie respiratorie e lì, con le loro emivite di minuti, completano i decadimenti sparando particelle alfa a bruciapelo sull’epitelio. Le due alfa della sequenza, polonio-218 e polonio-214, consumate a contatto con il tessuto bronchiale sono il proiettile; il radon è solo il vettore che le ha portate in casa.

Da questa fisica discendono due grandezze che chi si occupa di radon incontra di continuo. La prima è il fattore di equilibrio F: se nulla li sottraesse all’aria, i figli raggiungerebbero l’equilibrio con il padre (F=1), condizione che non si osserva nemmeno nelle camere sigillate, perché una parte si deposita comunque sulle superfici; nelle case reali, dove ventilazione e deposizione sulle superfici sottraggono continuamente figli all’aria, l’equilibrio è parziale, e la radioprotezione assume convenzionalmente F=0,4. La seconda è la coppia di unità storiche nate nelle miniere americane: il Working Level (WL), che misura la concentrazione di energia alfa potenziale dei figli, e il Working Level Month (WLM), l’esposizione di un mese lavorativo a 1 WL. Tutta l’epidemiologia dei minatori è scritta in WLM; tutta quella residenziale in Bq/m³; i coefficienti di dose sono i ponti tra i due mondi.

Le unità e le dosi

dose annua [mSv] = concentrazione [Bq/m3] x ore all’anno x 0,0000067

Il becquerel (Bq) è l’unità più onesta della fisica: una disintegrazione al secondo. Dire che una stanza sta a 300 Bq/m³ significa che in ogni metro cubo della sua aria, ogni secondo, trecento atomi di radon esplodono. (La vecchia unità, il curie, pari all’attività di un grammo di radio, 37 miliardi di disintegrazioni al secondo, sopravvive negli Stati Uniti nel picocurie per litro: 1 pCi/L = 37 Bq/m³.) La dose assorbita si misura in gray, il danno biologico atteso in sievert; e il passaggio dalla concentrazione alla dose efficace è il mestiere dei coefficienti. Con quello attuale della Commissione Internazionale (ICRP 137, 2017: circa 6,7 nanosievert per ogni Bq·h/m³, assunto F=0,4), abitare 7.000 ore l’anno a 300 Bq/m³ vale circa 14 millisievert l’anno: non lontano dal limite annuo dei lavoratori professionalmente esposti (20 mSv), quattordici volte il limite per la popolazione dalle pratiche con sorgenti artificiali (1 mSv). Il coefficiente storico dell’UNSCEAR è circa la metà, e le due scuole convivono nella letteratura: chiunque pubblichi una dose da radon dovrebbe dichiarare con quale coefficiente l’ha calcolata, e in questo articolo lo si dichiara.

Un’ultima cifra per collocare il personaggio. Nel bilancio mondiale delle radiazioni naturali, raggi cosmici, radiazione gamma delle rocce, radionuclidi nel cibo, il radon con la sua discendenza pesa da solo per circa la metà della dose che un essere umano riceve in un anno dalla radioattività naturale. La principale sorgente di radiazioni della vita ordinaria non è una tecnologia, non è un ospedale, non è l’eredità dei test nucleari: è il pavimento di casa. All’aperto, dove si diluisce nell’atmosfera, il radon si ferma su valori di 5-15 Bq/m³: non un livello innocuo in assoluto, ma il minimo irriducibile sotto il quale non ha senso puntare; al chiuso può salire di dieci, cento, mille volte. Il problema del radon è, alla lettera, un problema di architettura.

La geologia sotto il pavimento

Non tutti i suoli sono uguali. Il radon che una casa può ricevere dipende in prima battuta da quanto uranio contiene la roccia sottostante, e in seconda, spesso più importante, da quanto facilmente il gas riesce a muoversi verso l’alto. Sorgente e strada: la geologia del radon sta tutta in queste due parole.

Le rocce che lo generano

Le litologie più generose di uranio sono le magmatiche acide e i loro derivati: graniti, sieniti, porfidi, rioliti, e i prodotti vulcanici esplosivi come tufi, pozzolane e peperini, che al contenuto di uranio aggiungono una porosità che lascia respirare il gas. Una tesi di geologia condotta sui Colli Euganei, il piccolo distretto vulcanico a sud-ovest di Padova, dà la misura del fenomeno con numeri di prima mano: nelle rioliti locali l’uranio arriva a 12-18 parti per milione, contro le 4-8 delle trachiti e i valori minimi di basalti, ialoclastiti e marne (per lo più fra 0,7 e 2 ppm, con qualche campione di marna e ialoclastite fino a 4); e la radioattività misurata camminando sul terreno con il dosimetro ricalca fedelmente la carta geologica, con i massimi proprio su rioliti e brecce riolitiche: 366 nanosievert l’ora di media contro i 96 delle ialoclastiti, e punte oltre i 500 sulle rioliti alterate. Lo studio annota due cose che meritano memoria. La prima: gli indici di radioattività calcolati per l’impiego edilizio collocano le trachiti euganee a cavallo della soglia di guardia raccomandata per i materiali da interno, e le rioliti nettamente sopra, “decisamente sconsigliate”. La seconda: le faglie attive si comportano «da camini» per la risalita del gas dalle profondità, la geologia strutturale, non solo la chimica, disegna la mappa del rischio. Non a caso, tra i moventi della ricerca c’era una vicenda dolorosa e molto italiana: la base militare scavata dentro la riolite del Monte Venda e i decessi tra chi vi aveva prestato servizio. Una mappatura radiometrica sistematica delle rocce venete, 486 campioni misurati con spettrometria gamma dai laboratori dell’INFN, ha dato a questa gerarchia i suoi numeri: attività totali attorno a 1.500-1.600 Bq/kg per trachiti e rioliti euganee, poche decine per calcari e dolomie; e ha mostrato che ogni formazione conserva la propria firma radiometrica per centinaia di chilometri di estensione. La geologia, in questo campo, è un destino cartografabile.

Il quadro euganeo si generalizza bene all’Italia intera. Dove affiorano vulcaniti acide e tufi, l’alto Lazio e i Castelli Romani, la Campania flegrea e vesuviana, o graniti e porfidi, le Alpi lombarde e il Carso fratturato del Friuli, l’indagine nazionale ha trovato le medie regionali più alte; altrove la media regionale resta bassa ma nasconde zone locali molto alte, come la Sardegna granitica del nord-est e le vulcaniti dell’Amiata; dove dominano argille, sabbie e calcari compatti, Marche, Basilicata, Calabria ionica, pianure alluvionali fini, le più basse. Ma la parola d’ordine, in geologia del radon, è variabilità: dentro la stessa regione, lo stesso comune, la stessa via, il passaggio da un deposito permeabile a una lente d’argilla, o l’attraversamento di una faglia, può cambiare di un ordine di grandezza il radon disponibile sotto una casa. Un’avvertenza pratica discende da qui: i terreni argillosi promettono poco radon, ma lo scavo delle fondazioni che perfora lo strato d’argilla può aprire al gas la strada che la natura gli negava. La geologia protegge finché il cantiere non la tradisce.

Come viaggia

Nel suolo il radon si muove in due modi. Per diffusione, obbedendo ai gradienti di concentrazione: pochi decimetri di percorso utile nei terreni umidi e fini, qualche metro in quelli secchi e grossolani, è il regime lento, quello che alimenta i fondi “normali”. E per advezione, trascinato dai flussi d’aria e di gas del sottosuolo lungo fratture, faglie, orizzonti ghiaiosi, cavità carsiche: è il regime veloce, capace di portare in superficie radon “di origine profonda” e di concentrarlo in fasce strette, imprevedibili senza una lettura strutturale del sito. L’umidità gioca su due tavoli: un po’ d’acqua nei pori aumenta la frazione di radon che sfugge dai granuli (il rinculo del decadimento si arresta nell’acqua invece di conficcarsi nel granello vicino), ma un suolo saturo chiude le strade e soffoca il flusso. Ne segue la sensibilità del radon al meteo, pressione atmosferica, pioggia, gelo del suolo, vento, che tormenta chiunque lo misuri: il gas che esce dal terreno oggi non è quello di ieri, e le misure brevi ne pagano il prezzo.

C’è infine la via dell’acqua. Il radon si scioglie volentieri nelle acque sotterranee, e pozzi, sorgenti e acquiferi in rocce cristalline possono trasportarlo fin dentro casa, dove una doccia calda o una lavatrice lo liberano nell’aria del bagno e della lavanderia; le acque termali e solfuree sono tradizionalmente le più ricche. Le valutazioni internazionali sono però nette su un punto: la dose che riceviamo dal radon disciolto nell’acqua viene molto più dall’inalazione del gas liberato negli ambienti che dall’ingestione diretta. Anche l’acqua, alla fine, ci riporta all’aria; al tema dedicheremo comunque un passaggio nella parte medica, perché lo stomaco non è del tutto spettatore.

I materiali da costruzione

I materiali da costruzione sono figli della geologia, e portano in casa la radioattività della cava da cui vengono. Le misure condotte dall’Istituto di Fisica Generale Applicata dell’Università di Milano sulle pietre ornamentali italiane (Facchini e collaboratori, 1991) disegnano una gerarchia eloquente, in becquerel di radio-226 per chilogrammo: il basalto lavorato del Viterbese (“basaltina”) arriva a 498; le sieniti piemontesi della Balma superano 360-375; i graniti del distretto biellese-valsesiano stanno fra 240 e 350, mentre quelli classici del lago Maggiore, Baveno e Montorfano, si fermano a 65-72; i peperini laziali attorno a 120; i graniti sardi fra 24 e 84; e all’altro estremo i marmi sono quasi muti, il bianco di Carrara si ferma a 3,9, il rosso di Verona a 1,4, certi travertini sotto l’unità. Tufi e pozzolane, largamente usati nell’edilizia storica del Centro-Sud, stanno nella parte alta della classifica ed esalano anche radon in quantità apprezzabile; lo stesso vale per alcuni materiali “di recupero” del Novecento industriale, ceneri volanti, scorie, fosfogessi, che l’Europa oggi sorveglia con un indice di concentrazione di attività dedicato (l’indice I della direttiva del 2013, costruito su radio, torio e potassio), recepito anche dall’Italia per i materiali strutturali.

Due precisazioni, per non trasformare una classifica in una caccia alle streghe. Primo: nella stragrande maggioranza delle case italiane il contributo dei materiali al radon indoor è minoritario rispetto a quello del suolo, nell’esperimento milanese che incontreremo più avanti, intonaci e piastrelle risultarono un apporto «pressoché trascurabile» a fronte di un vespaio a 12.600 Bq/m³. Secondo: il materiale conta anche per come lascia passare il gas del terreno, non solo per ciò che emette; ed è per questo che, per i muri contro terra delle zone ad alto radon, il calcestruzzo compatto dà garanzie che il laterizio forato non può dare. La regola è scegliere i materiali guardando entrambe le pagelle: quella dell’emissione propria e quella della tenuta al gas altrui.

Due parole, prima di lasciare i materiali, su una sigla che il glossario di questo articolo definisce e che il testo non ha ancora usato: NORM, i materiali che contengono radionuclidi naturali e che l’industria maneggia in quantità. Il decreto del 2020 dedica un intero titolo alle attività che li lavorano, dalle terre rare ai fosfati, dalle sabbie zirconifere della ceramica alla produzione di cemento, dall’estrazione di petrolio e gas alla geotermia e al trattamento delle acque di falda: settori dove la radioattività naturale si concentra nei residui, nelle incrostazioni delle tubazioni, nelle polveri e nei fanghi. Da lì nasce il problema che ci riguarda da vicino, perché quei residui hanno un valore e la via più corta per riutilizzarli passa dall’edilizia, sotto forma di ceneri, scorie e gessi mescolati a cementi e blocchi. L’indice di concentrazione di attività della direttiva europea, l’indice I appena citato, esiste esattamente per questo: mettere un cancello fra il ciclo industriale e il muro di casa. Il decreto lo presidia dall’altro lato, imponendo agli esercenti la valutazione delle dosi e ai residui non esenti la strada delle discariche autorizzate, non quella del primo impasto disponibile.

E una parola sul toron, il fratello povero che finora abbiamo trattato solo come disturbo dei dosimetri. Nei locali dove i muri sono ricchi di torio, i tufi e le pozzolane del Centro-Sud, certe argille, gli intonaci in terra cruda tornati di moda con la bioedilizia, il radon-220 dà un contributo di dose suo, e con una fisica diversa: i suoi 55 secondi di vita lo tengono appiccicato alla parete, con un gradiente ripidissimo che si spegne nei primi decimetri, ma il vero vettore di dose non è lui, è il piombo-212 che ne discende, che con dieci ore e mezza di vita ha tutto il tempo di distribuirsi nella stanza. Da qui tre conseguenze pratiche. Il toron va misurato con strumenti dedicati, a doppia camera o con discriminazione spettrale, non con il dosimetro qualunque. La posizione del rivelatore, per lui, conta molto più che per il radon. E soprattutto la depressurizzazione del suolo non lo tocca: se la sorgente è il muro, la risposta è la ventilazione, il trattamento superficiale, la scelta dei materiali, e il tubo nel vespaio starebbe aspirando il problema sbagliato.

Come le particelle alfa rompono il DNA

Il meccanismo del danno è di una brutalità elegante, e vale la pena guardarlo da vicino, perché spiega ogni numero che verrà dopo.

La particella alfa è un nucleo di elio: due protoni e due neutroni, un proiettile pesante e lento rispetto agli elettroni delle radiazioni “leggere”. Nell’aria percorre pochi centimetri; nella materia vivente, poche decine di micrometri. Non attraversa nemmeno lo strato corneo della pelle: dall’esterno del corpo, il radon è quasi innocuo, e si può maneggiare una sorgente alfa a mani nude senza conseguenze cutanee. Ma la fisica che la rende innocua fuori la rende devastante dentro: tutta l’energia, milioni di elettronvolt, viene scaricata in un tragitto brevissimo. I radiobiologi la chiamano radiazione ad alto LET, alto trasferimento lineare di energia: dove passa, non lascia ionizzazioni sparse, lascia solchi.

Ora mettiamo la particella al suo posto. I figli del radon, agganciati al pulviscolo respirato, si depositano preferenzialmente ai bronchi, dove l’epitelio ha spessori di poche decine di micrometri, una cinquantina nei bronchi e una quindicina nei bronchioli secondo i modelli della Commissione Internazionale: esattamente la gittata di un’alfa. Le cellule basali dell’epitelio bronchiale, le staminali del tessuto, quelle che si dividono per rigenerarlo, e che proprio perché si dividono sono le più vulnerabili, si trovano così nel raggio di tiro di ogni decadimento del polonio-218 e del polonio-214 depositati sopra di loro. Quando il colpo attraversa un nucleo cellulare, il DNA non subisce le lesioni puntuali e ordinatamente riparabili tipiche delle radiazioni a basso LET: subisce rotture doppie della doppia elica, spesso raggruppate in grappoli, i “cluster di danno”, con basi modificate e frammenti staccati nello stesso punto. I sistemi di riparazione della cellula, magnifici con i danni semplici, davanti ai grappoli sbagliano: ricuciono perdendo pezzi, o ricollocandoli nel posto sbagliato. Aberrazioni cromosomiche, delezioni, traslocazioni.

La maggior parte delle cellule colpite muore, e morire, per una cellula, è la soluzione sicura. Il problema è la cellula che sopravvive con l’errore a bordo, specialmente se l’errore tocca i geni che governano il ciclo cellulare. La letteratura sui tumori polmonari dei minatori di uranio ha segnalato mutazioni del gene p53, un’osservazione degli anni Novanta che gli studi successivi non hanno confermato del tutto, il “guardiano del genoma”, che normalmente blocca la replicazione delle cellule danneggiate e ne ordina il suicidio, e del protoncogene K-ras; studi in vitro hanno mostrato fibroblasti polmonari trasformati in morfologie anomale dopo irraggiamento alfa. A complicare il quadro, gli effetti indiretti: la traccia alfa genera radicali liberi che propagano il danno chimicamente, e le cellule colpite “avvelenano” con segnali di stress anche le vicine mai attraversate dal proiettile, il cosiddetto effetto spettatore, ben documentato in laboratorio, che contribuisce a spiegare perché l’efficacia biologica delle alfa superi quella prevista dalla sola energia depositata. Sulla forma esatta della relazione dose-effetto alle esposizioni più basse la sperimentazione conserva margini di incertezza, alcuni studi vedono linearità, altri risposte più complesse, ma la conclusione operativa è condivisa da tutte le agenzie: nessun livello di radon può essere considerato del tutto sicuro. Non esiste la soglia sotto la quale il proiettile smette di essere un proiettile; esiste solo una probabilità che scende con la dose.

Dal danno alla malattia passano i decenni della latenza oncologica: dieci, venti, trent’anni tra l’esposizione e la diagnosi. I tumori associati al radon non hanno un marchio istologico esclusivo, si presentano nelle forme comuni: carcinomi squamocellulari, adenocarcinomi, e anche il microcitoma, la variante più aggressiva, e clinicamente esordiscono come ogni tumore del polmone: tosse che non passa, sangue nell’espettorato, dispnea, dolore toracico, infezioni bronchiali ricorrenti. È una malattia a prognosi ancora severa, dove la diagnosi arriva spesso tardi. Anche per questo la partita del radon si gioca tutta prima, sulla prevenzione: è uno dei pochissimi cancerogeni ambientali che si possano letteralmente spegnere con un ventilatore.

Le prove: dai minatori alle case

Un meccanismo plausibile non basta, in medicina: servono i numeri. Quelli del radon sono stati costruiti in due grandi stagioni epidemiologiche, e conoscerle mette al riparo sia dallo scetticismo di chi dice “sono solo modelli”, sia dall’allarmismo di chi confonde rischio e destino.

La prima stagione è quella dei minatori. Tra gli anni Cinquanta e Novanta furono seguite negli anni, spesso per tutta la vita, le coorti dei lavoratori delle miniere di uranio e di altri sotterranei ricchi di radon: Colorado Plateau negli Stati Uniti, Ontario e Eldorado in Canada, Boemia, Francia, Svezia, la Wismut tedesca, gli stagni cinesi dello Yunnan. Undici di queste coorti, riunite nell’analisi congiunta di Lubin e colleghi e poi nel rapporto BEIR VI dell’Accademia delle scienze americana (1999), misero insieme decine di migliaia di minatori e migliaia di tumori polmonari: l’eccesso di rischio cresceva in modo regolare con l’esposizione cumulata in WLM, si vedeva anche nelle coorti a esposizioni più basse, e permetteva di stimare, per estrapolazione, che il radon domestico dovesse causare una quota a due cifre dei tumori polmonari nella popolazione generale. Ma l’estrapolazione dalle miniere ai soggiorni, uomini adulti che respirano polvere di roccia contro famiglie intere in poltrona, restava il fianco scoperto dell’argomento.

La seconda stagione lo ha chiuso. Tra gli anni Ottanta e Duemila, in tutto il mondo, gli epidemiologi hanno condotto studi caso-controllo residenziali: si prendono i malati di tumore polmonare, si prendono controlli comparabili, si misura il radon nelle case dove gli uni e gli altri hanno abitato per decenni, e si confronta, aggiustando per il fumo, misurato con cura maniacale. I singoli studi, quasi tutti con poche centinaia o al più qualche migliaio di casi, ballavano attorno al segnale; la svolta furono le analisi congiunte sui dati individuali. In Europa, Sarah Darby e colleghi riunirono nel 2005 tredici studi di nove Paesi, 7.148 casi e oltre 14.000 controlli, Italia compresa: il rischio di tumore polmonare cresce dell’8,4% per ogni 100 Bq/m³ misurati, che diventano circa il 16% per 100 Bq/m³ di concentrazione media “vera” di lungo periodo una volta corretta l’incertezza delle misure; l’andamento è lineare, senza soglia rilevabile, e il segnale resta significativo anche restringendo l’analisi alle sole case sotto i 200 Bq/m³, cioè sotto i limiti di legge. Nello stesso biennio l’analisi congiunta nordamericana di Krewski (sette studi, oltre 4.000 casi) e quella cinese di Lubin trovarono coefficienti compatibili. Tre continenti, tre pool indipendenti, una sola retta.

Su questa base l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato le frasi che oggi si leggono in ogni documento ufficiale: il radon è la seconda causa di tumore polmonare dopo il fumo, e la prima tra chi non ha mai fumato; a seconda delle concentrazioni medie nazionali e della prevalenza del fumo, gli è attribuibile il 3-14% di tutti i tumori polmonari di un Paese. Per l’Italia, il Piano Nazionale d’Azione traduce: circa il 10%, cioè 3.326 casi l’anno su un totale di 32.642 (2.592 tra gli uomini, 734 tra le donne, secondo la ripartizione del Piano). Sono le cifre con cui questo articolo si è aperto, e che qui trovano la loro genealogia: non un allarme di giornale, ma mezzo secolo di coorti e tredici studi caso-controllo cuciti insieme paziente per paziente.

Una precisazione va fatta subito, perché è il punto su cui chi vuole minimizzare attacca sempre. I tremilatrecento non sono morti contati uno per uno come le vittime della strada: sono casi attribuiti, calcolati applicando il rischio misurato negli studi alla distribuzione del radon nelle case italiane. L’Istituto Superiore di Sanità, che quel conto lo fa, accompagna il numero con un intervallo largo, da millecento a cinquemilanovecento casi; e il calcolo poggia su un’ipotesi dichiarata, la relazione lineare senza soglia, che alle esposizioni più basse nessuno ha potuto verificare direttamente. Dirlo non indebolisce il ragionamento, lo rende onesto: anche prendendo il limite inferiore di quell’intervallo, il radon resta la seconda causa di tumore polmonare del Paese.

Radon e fumo: la moltiplicazione

Il capitolo più importante, dal punto di vista clinico, è l’incrocio con il fumo di sigaretta. Radon e tabacco non si sommano: si moltiplicano, l’epidemiologia parla di interazione sub-moltiplicativa, ma alla scala che interessa un paziente la parola giusta resta quella.

Il rischio relativo è all’incirca lo stesso per tutti: vivere a 100 Bq/m³ in più aumenta del 16% il rischio di chiunque, fumatore o no. Ma il 16% di un rischio grande è molto più del 16% di un rischio piccolo, e qui i due destini divergono. I dati europei permettono di tradurre tutto in rischi assoluti, che sono il linguaggio che un medico deve usare: vivere fino a 75 anni in una casa a 0, 100 o 400 Bq/m³ comporta, per chi non ha mai fumato, un rischio cumulativo di morire di tumore polmonare di circa lo 0,4, 0,5 e 0,7 per cento; per un fumatore, quegli stessi tre scenari valgono circa il 10, il 12 e il 16 per cento. A parità di casa, il rischio radon del fumatore è circa 25 volte quello del non fumatore; l’ex fumatore sta in mezzo, tanto più vicino al fumatore quanto più ha fumato e quanto più di recente ha smesso.

La distribuzione italiana delle vittime fotografa la sinergia meglio di ogni formula: dei circa 3.300 casi annui attribuibili al radon, secondo il Piano nazionale, circa il 68% riguarda fumatori attivi, il 22% ex fumatori, e il 10%, poco più di 300 persone l’anno, gente che non ha mai acceso una sigaretta. Da qui discendono le due conseguenze pratiche che vanno dette insieme, sempre. La prima: la misura anti-radon più potente al mondo, per un fumatore, è smettere di fumare, nessun ventilatore compete. La seconda: la bonifica della casa protegge tutti, e protegge soprattutto chi convive con un fumatore o ha fumato in passato; in un Paese con milioni di fumatori ed ex fumatori, abbassare il radon medio nazionale è una delle poche leve di sanità pubblica capaci di togliere al tumore polmonare centinaia di casi l’anno senza chiedere a nessuno di cambiare vita. Le due frasi non si elidono: si sommano. Chi le usa l’una contro l’altra, “tanto è colpa del fumo”, “tanto è colpa del radon”, ha capito male entrambe.

Oltre il polmone

Onestà scientifica vuole che si dica anche che cosa il radon non fa, o fa poco, perché la credibilità di un rischio si difende non gonfiandolo.

Il bersaglio del radon è il polmone: su questo l’evidenza è schiacciante. Per gli altri organi il quadro è diverso. L’ingestione, il radon disciolto nell’acqua bevuta, porta il gas a contatto con la parete gastrica prima che l’organismo lo elimini rapidamente con il respiro; le valutazioni condotte con i modelli fisiologici (e riprese dall’accademia americana nel rapporto sull’acqua potabile del 1998) stimano un rischio di tumore gastrico reale ma piccolo, ordini di grandezza sotto quello polmonare: per l’acqua, la via che conta resta l’inalazione del gas liberato da docce e rubinetti. Le regole, oggi, sono cogenti: la direttiva europea del 2013 sulle acque destinate al consumo umano, recepita in Italia, fissa per gli acquedotti un valore di parametro di 100 becquerel al litro, con mille come livello oltre il quale si interviene comunque. Con un’avvertenza che vale più della norma: i pozzi privati sono fuori da ogni controllo pubblico, e chi beve dal proprio pozzo in un’area granitica o vulcanica l’analisi deve chiederla di sua iniziativa. Per le leucemie e per altri tumori, decenni di studi hanno prodotto segnali deboli e incostanti: le rassegne autorevoli concludono che, se un contributo esiste, è troppo piccolo per emergere con chiarezza dal rumore. Gli effetti deterministici delle radiazioni, quelli da grandi dosi, con soglia: anemie, cataratte, sterilità, sindromi acute, non appartengono al mondo del radon domestico, le cui dosi restano lontane da quelle soglie; appartengono alla sua storia mineraria e agli incidenti industriali, ed è bene tenerli in un cassetto separato da quello, probabilistico e senza soglia, degli effetti stocastici che ci riguardano.

Due popolazioni meritano invece un’attenzione maggiore, non minore. I bambini, prima di tutto: non perché sia dimostrata una radiosensibilità polmonare drammaticamente più alta, ma perché hanno davanti più anni di esposizione e di latenza, e perché passano ore in edifici, le scuole, spesso vecchi, a contatto col terreno, ventilati male. In Italia circa dieci milioni di persone tra alunni e personale trascorrono le giornate in oltre trentamila edifici scolastici, e le campagne condotte su migliaia di scuole (il Friuli Venezia Giulia le ha misurate tutte: oltre ventimila misure in più di duemila strutture) hanno trovato livelli equivalenti o superiori a quelli delle abitazioni: per questo il Piano nazionale previsto dal decreto del 2020 mette le scuole, con i luoghi di lavoro sotterranei, in prima fila fra le priorità di misura. E poi i lavoratori dei sotterranei veri: tunnel, grotte turistiche, catacombe, cantine vinicole storiche, stabilimenti termali, categorie per le quali la legge italiana prevede obblighi specifici da un quarto di secolo per i sotterranei veri, e dal 2020 anche per gli stabilimenti termali, perché lì il radon non è un’ipotesi ma una condizione d’ambiente. Un esempio istruttivo viene dal Salento: nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco, il santuario neolitico chiuso al pubblico per proteggere le pitture, i fisici dell’Università hanno misurato punte di 3.860 Bq/m³ e ne hanno tratto, per ogni sala, il monte-ore annuo compatibile con i limiti degli operatori: alla vicina Zinzulusa, aperta ai turisti, gli stessi calcoli hanno mostrato che i quindici minuti della visita valgono una dose trascurabile, mentre è il lavoro delle guide a dover essere organizzato con criterio. La radioprotezione, in un sotterraneo, non vieta: contabilizza.

Vale la pena dire anche che cosa fa, in concreto, un dirigente scolastico che si trova un numero alto sul tavolo, perché è la situazione in cui il panico e l’inerzia si equivalgono. Primo: si misura tutto ciò che tocca il terreno, aula per aula, non un locale a campione, perché fra due aule adiacenti la differenza può essere del doppio. Secondo: in attesa della bonifica si gestisce il transitorio, e il transitorio ha strumenti poveri ed efficaci, l’aerazione programmata prima e durante le lezioni, lo spostamento delle attività prolungate verso i piani alti, la sottrazione degli scantinati alla didattica. Terzo: si comunica ai genitori prima che lo faccia qualcun altro, con i numeri veri, il confronto con i riferimenti e il calendario dei lavori; le campagne del Friuli Venezia Giulia e dell’Alto Adige mostrano che una comunicazione fatta bene trasforma una notizia allarmante in un cantiere accettato. Quarto: si bonifica e si rimisura, perché una scuola risanata senza collaudo è una scuola di cui non si sa nulla.

L’ultima parola, qui, spetta al medico di famiglia, figura a cui il Piano nazionale affida non a caso un ruolo di sensibilizzazione: la domanda “ha mai misurato il radon in casa?” dovrebbe stare nell’anamnesi accanto a “fuma?”, specialmente in un colloquio con un ex fumatore che abita un piano terra in zona vulcanica. Non per spaventare: per completare il quadro. Dei due alleati del tumore polmonare, uno si smette, l’altro si misura.

L’edificio come pompa

Sezione di una casa con le vie d'ingresso del radon dal terreno e le concentrazioni misurate nel caso milanese
Figura 2. Da dove entra il radon: le porte del gas e il caso milanese misurato.

Se la medicina guarda i bronchi, il cantiere guarda i pascal. La domanda giusta, davanti a una casa, non è “quanto uranio c’è qui sotto?” ma “perché l’aria del terreno dovrebbe entrare proprio qui dentro?”. La risposta sta in una differenza di pressione minuscola e costante.

Una casa riscaldata funziona come un camino: l’aria calda interna sale, sfugge dagli spifferi alti, dai comignoli, dai cavedi, e richiama aria da tutte le aperture basse. Se le aperture basse guardano il terreno, fessure della platea, il giunto tra pavimento e muro che nessuna casa ha perfettamente sigillato, i passaggi di tubazioni e cavi, i pozzetti, le fosse degli ascensori, i pavimenti in terra battuta delle vecchie cantine, la casa aspira letteralmente l’aria del suolo, e con lei il radon. Bastano pochi pascal di depressione, l’equivalente di un soffio, mantenuti per tutto l’inverno; e ogni impianto che estrae aria senza reintegrarla, la cappa della cucina, l’aspiratore del bagno, la stufa a legna senza presa d’aria dedicata, un camino acceso, aggiunge il suo contributo alla pompa. Ecco perché le concentrazioni sono più alte di notte e nelle stagioni fredde, quando il tiraggio termico lavora e le finestre restano chiuse: lo studio milanese di Sesana e colleghi, tre anni di misure in continuo sul radon dell’aria esterna, ha fotografato lo stesso ritmo, massimi notturni e delle prime ore del mattino, minimi pomeridiani, inverni sopra le estati. Ed ecco perché due case gemelle, sullo stesso terreno, possono misurare valori lontanissimi: cambia una fessura, cambia un’abitudine, e cambia tutto.

Un esperimento condotto a Milano dal Politecnico con l’Università Cattolica, su un piccolo edificio campione con vespaio non aerato, fotografa la filiera con una chiarezza che vale un trattato. Nel terreno attorno alla casa il radon stava fra 15.000 e 16.100 Bq/m³, media 15.700. Nel vespaio cieco sotto il pavimento, 12.600. Nei locali abitati, con la ventilazione al minimo, 1.700. Il suolo è il serbatoio, il vespaio non ventilato è la camera di raccolta che ne conserva quasi intatta la concentrazione, la stanza è il terminale di un impianto che nessuno ha progettato ma che funziona benissimo. E i materiali? Nello stesso studio, l’analisi radiometrica di intonaci, piastrelle, adesivi e fuganti diede valori modesti: un contributo «pressoché trascurabile» a fronte della voce del suolo. Prima regola: si combatte la strada, non solo la sorgente. Seconda regola, corollario della prima: l’elenco delle porte d’ingresso è l’elenco dei dettagli costruttivi dell’attacco a terra, ogni impianto che buca la platea, ogni riempimento di scavo che fa da canale, ogni contropavimento dimenticato, e la diagnosi di una casa è, alla lettera, un sopralluogo di quell’elenco.

Il paradosso dell’efficienza energetica

C’è un capitolo nuovo, che riguarda l’edilizia di questi anni e che nessun articolo sul radon scritto vent’anni fa conteneva: il conflitto silenzioso tra risparmio energetico e qualità dell’aria.

L’efficientamento, cappotti, serramenti a tenuta, eliminazione sistematica degli spifferi, riduce i ricambi d’aria involontari che nelle case vecchie diluivano il radon senza che nessuno lo sapesse. Il fenomeno era già stato osservato negli anni Settanta, quando la crisi petrolifera sigillò le case del Nord Europa e del Nord America e i livelli indoor di tutti gli inquinanti salirono insieme alle bollette che scendevano; oggi si ripresenta in grande stile con le riqualificazioni spinte. La rassegna pubblicata da ISPRA con il Ministero dell’Ambiente lo scrive senza giri di parole: le caratteristiche degli edifici efficienti, come la sigillatura dell’involucro, se non accompagnate da una ventilazione adeguata possono aumentare la concentrazione degli inquinanti indoor, radon compreso. E la campagna del Friuli Venezia Giulia ha osservato il fenomeno sul campo, nel progetto “misure per 1000 famiglie”, che di dosimetri ne ha distribuiti milleottocento: aumenti di radon anche in edifici appena impermeabilizzati o isolati, o dove era stato rifatto il contatto col suolo, con la conclusione, che dovrebbe stare appesa in ogni studio di progettazione, che le attuali tecniche di isolamento e impermeabilizzazione «dovranno essere rimodulate, al fine di evitare l’accumulo del gas all’interno dei locali di abitazione».

La lettura corretta di questo paradosso non è “il cappotto fa male”: è che una casa che non disperde calore non disperde nemmeno gli inquinanti, e quindi ogni riqualificazione energetica seria deve includere il governo dell’aria, una ventilazione meccanica controllata con recupero di calore, nei casi migliori, o almeno una verifica del radon prima e dopo i lavori. I progetti europei sugli edifici scolastici efficienti (certificazioni climatiche italiane e svizzere studiate fianco a fianco) sono arrivati alla stessa sintesi: tenuta all’aria e qualità dell’aria non sono nemiche, ma vanno progettate insieme. Il radon, in questo senso, è la spia più sensibile del sistema: sale per primo dove l’involucro si chiude e l’aria non viene governata. Misurarlo dopo ogni intervento importante sull’involucro dovrebbe essere prassi, come si ricollauda un impianto dopo averlo modificato.

Misurare, non indovinare: tutti gli strumenti

Sezione tridimensionale di una casa protetta, con il rilevatore di radon collocato nel locale abitato e non nel vespaio
Figura 3. Il dispositivo di misura sta nel locale abitato, non nel vespaio: la sezione della casa protetta.

Su un punto tutte le fonti serie convergono con una nettezza rara: la concentrazione di radon di una casa non si stima, si misura. E poiché questo articolo vuole essere completo, ecco il catalogo ragionato degli strumenti, come funzionano, a che cosa servono, dove sbagliano. È un capitolo da leggere con calma: la misura è il fondamento di tutto ciò che viene dopo. E poiché senza metro di giudizio un catalogo di strumenti resta muto, conviene tenere in testa fin d’ora i tre numeri italiani, che il capitolo sulla legge riprenderà per esteso: 300 Bq/m³ di concentrazione media annua è il livello di riferimento per le abitazioni esistenti e per i luoghi di lavoro, 200 quello delle case costruite dopo il 2024, 100 l’obiettivo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica come traguardo di sanità pubblica.

Tavola delle nove famiglie di strumenti per misurare il radon: rivelatori passivi, monitori attivi e misure nel suolo, nell'acqua e nei materiali
Figura 4. Le famiglie di strumenti: che cosa dice ciascuna, in quanto tempo, e che cosa non sa dire.

I rivelatori passivi, i tessitori del lungo periodo

Rivelatori a tracce nucleari. Sono lo standard mondiale della misura annuale. Dentro una piccola camera di diffusione, un guscio di plastica grande come un tarallo, chiuso da un filtro che lascia passare il gas ma non i figli e la polvere, sta un pezzetto di polimero: CR-39 (policarbonato allilico) o LR-115 (nitrato di cellulosa). Ogni particella alfa che lo colpisce vi lascia un danno microscopico; dopo l’esposizione, il laboratorio “sviluppa” il polimero in un bagno chimico che scava i danni fino a farli diventare crateri visibili, e li conta al microscopio automatico. Dal numero di tracce per centimetro quadrato, nota la durata dell’esposizione, si ricava la concentrazione media. Non ha batterie, non teme l’umidità né i traslochi di mobili, costa poche decine di euro, integra per mesi: è lo strumento delle campagne nazionali, delle misure di legge, delle scuole. I suoi limiti: restituisce solo una media (nessun dettaglio temporale), e alcuni modelli sentono anche il toron, le prove di irraggiamento condotte dalle agenzie regionali italiane hanno mostrato che certi dosimetri commerciali rispondono al radon-220 quel tanto che basta da gonfiare la misura nei locali con materiali ricchi di torio, ragione per cui i laboratori seri dichiarano e correggono questa sensibilità.

Canestri a carbone attivo. Una scatola di carbone che adsorbe il radon dall’aria per pochi giorni (tipicamente da due a sette); poi si sigilla e si porta in laboratorio, dove la spettrometria gamma conta i figli del radon trattenuto. Economici, sensibili anche sotto i 20 Bq/m³, ma con due difetti strutturali: la finestra di misura è breve, fotografano giorni, non stagioni, e il carbone “respira” con temperatura e umidità, che vanno compensate. Sono lo strumento storico degli screening rapidi americani, utili per una prima ricognizione o per un sospetto, mai per una sentenza.

Elettreti. Un disco di teflon caricato elettrostaticamente dentro una camera: gli ioni prodotti in aria dai decadimenti scaricano progressivamente l’elettrete, e la perdita di tensione, misurata prima e dopo con un voltmetro dedicato, dà l’esposizione integrata. Riutilizzabili, affidabili, disponibili in configurazioni da pochi giorni a molti mesi; richiedono la correzione per la radiazione gamma di fondo (si usa un secondo elettrete schermato) e mani esperte. Sviluppati e resi pratici alla fine degli anni Ottanta, restano una delle tre grandi famiglie passive riconosciute dai protocolli internazionali.

I monitori attivi, i cronisti del tempo reale

Camere a ionizzazione. L’aria entra per diffusione in una camera metallica in tensione; ogni decadimento genera una scarica di ioni che l’elettronica conta e trasforma in concentrazione, tipicamente ogni dieci minuti o ogni ora. Sono gli strumenti di riferimento dei professionisti, l’esperimento milanese è stato condotto così, capaci di disegnare il film del radon: i picchi notturni, il crollo quando si apre la finestra, la risposta di un impianto di bonifica acceso e spento.

Celle a scintillazione (celle di Lucas). L’invenzione che nel 1957 aprì la strada a tutte le altre: una cella rivestita di solfuro di zinco argentato che lampeggia a ogni alfa, letta da un fotomoltiplicatore. Ancora oggi è il cavallo di battaglia delle misure in campo dei geofisici e delle misure di radon in acqua (si estrae il gas dall’acqua e lo si conta in cella).

Monitor a semiconduttore. Un fotodiodo al silicio in una camera di diffusione, spesso con raccolta elettrostatica dei figli sul rivelatore: conta le alfa e in molti modelli ne misura l’energia, distinguendo così radon da toron e il “nuovo” radon da quello vecchio (spettrometria alfa). È la tecnologia dei monitor professionali portatili e anche della nuova generazione di misuratori domestici da libreria, che a prezzi da elettrodomestico offrono curve settimanali oneste, preziose per capire le abitudini della propria casa, da non confondere però con la misura di legge: la loro taratura e la loro storia metrologica non sono quelle di un servizio riconosciuto.

Il dosimetrista attivo per i luoghi di lavoro. La norma tecnica di riferimento (la serie UNI ISO 11665, che dedica parti distinte alle misure integrate, in continuo e puntuali) e il decreto del 2020 disegnano l’uso corretto di ciascuna famiglia: passivi per la concentrazione media annua, l’unica grandezza a cui la legge attacca conseguenze, attivi per la diagnostica, per le verifiche degli interventi e per i casi in cui serve capire quando il radon entra, non solo quanto.

Misurare fuori dall’aria di casa

Nel suolo. La concentrazione nel gas interstiziale si misura infiggendo sonde cave a un metro circa di profondità e aspirando il gas verso una cella o una camera; il flusso in uscita dal terreno (l’esalazione) si misura con camere di accumulo appoggiate al suolo. Sono le misure dei geologi e delle reti vulcanologiche, e, in edilizia, servono alla caratterizzazione di un sito prima di costruire: i protocolli scandinavi le raccomandano da decenni, insieme alla mappatura della permeabilità.

Nell’acqua. Scintillazione liquida (un’aliquota d’acqua in cocktail scintillante), oppure degasaggio ed estrazione in cella di Lucas, oppure spettrometria gamma per le attività più alte. Riguarda pozzi privati, sorgenti, acque termali e gli acquedotti alimentati da rocce cristalline.

Nei materiali. La spettrometria gamma ad alta risoluzione con rivelatori al germanio, conteggi di ore per campione, come nelle analisi euganee, misura radio, torio e potassio di una pietra o di un calcestruzzo e alimenta l’indice di concentrazione di attività previsto dalla direttiva europea per i materiali da costruzione.

Le regole d’oro della misura

Cinque, imparate a spese di chi le ha ignorate. Primo: la misura che fa fede è lunga un anno, o due semestri consecutivi, perché il radon respira con le stagioni, e una misura invernale da sola può sopravvalutare del doppio come una estiva dimezzare. Secondo: si misura dove si vive, camera da letto, soggiorno, all’altezza del respiro, non in cantina per curiosità né dietro un mobile; e nei luoghi di lavoro si misurano gli ambienti a contatto con il terreno in cui si lavora abitualmente, a partire dal livello più basso. Terzo: le misure brevi servono a orientarsi e a verificare, mai ad assolvere: un fine settimana ventoso può dimezzare i valori, una settimana di gelo raddoppiarli, la letteratura sull’incertezza in funzione della durata è ormai un genere a sé. Quarto: la qualità si compra: laboratori con taratura riferibile ai campioni primari, partecipazione agli interconfronti internazionali, e in Italia, per le misure con valore legale, i servizi di dosimetria riconosciuti previsti dal decreto del 2020. Quinto, il più importante: la misura si ripete, dopo ogni intervento sull’edificio, dopo ogni bonifica, e comunque a distanza di anni, perché le case invecchiano, si fessurano, cambiano impianti e abitudini.

Renzo-ArtHome · Radioprotezione pratica

Calcolatore Radon

Dalla concentrazione misurata in casa alla dose annua e al rischio, con i coefficienti ufficiali (ICRP 137, Darby 2005, D.Lgs. 101/2020). E la mappa dell’Italia del radon: indagine nazionale e aree prioritarie. Nessuna mappa sostituisce la misura nella tua casa.

La tua situazione

Se non hai una misura, tocca la tua regione sulla mappa: si carica la media regionale come punto di partenza (solo orientativo).

Bq/m³

Media italiana: 70 · obiettivo OMS: 100 · nuove case: 200 · riferimento di legge: 300

19 h ≈ 6.935 h/anno

La convenzione di radioprotezione per le abitazioni è 7.000 ore l’anno.

Rapporto col fumo

Che cosa significa

Dose efficace annua
mSv
ICRP 137 · 6,7 nSv per Bq·h/m³ (F=0,4)
Rischio relativo
+16% ogni 100 Bq/m³ (Darby et al., BMJ 2005)
La tua dose da radon

Fondo naturale medio mondiale

2,4

Limite popolazione (pratiche)

1,0

Limite lavoratori esposti

20,0

Rischio cumulativo di tumore polmonare entro i 75 anni
Stima da Darby et al. 2005 (13 studi europei), a questa concentrazione mantenuta per tutta la vita.

L’Italia del radon

Due letture dello stesso Paese: le medie dell’indagine nazionale ISS-ENEA e lo stato delle aree prioritarie previste dal D.Lgs. 101/2020.

Avvertenza che vale più della mappa: la variabilità tra edifici, anche vicini, è enorme. La media regionale non dice quanto radon c’è nella tua abitazione: lo dice solo un dosimetro esposto per 12 mesi.

Le mappe ufficiali da consultare

Tabella completa (accessibile) — dati regionali

Metodo, ipotesi, limiti

Dose. E [mSv/anno] = C [Bq/m³] × ore/anno × 6,7·10⁻⁶ — coefficiente ICRP Pubblicazione 137 (2017) con fattore di equilibrio 0,4. Con il coefficiente UNSCEAR (1,6 mSv per mJ·h/m³) la stima si riduce a poco più della metà: le due scuole convivono nella letteratura.

Rischio relativo. RR = 1 + 0,16 × C/100 — aumento del 16% del rischio di tumore polmonare ogni 100 Bq/m³ di concentrazione media di lungo periodo (Darby et al., BMJ 330:223, 2005; confermato da OMS 2009). Relazione lineare, senza soglia.

Rischio assoluto. Rischio cumulativo di morte per tumore polmonare entro i 75 anni, a radon nullo: 0,41% per chi non ha mai fumato, 10,1% per il fumatore (Darby 2005); il valore mostrato è la base moltiplicata per RR. Per l’ex fumatore il rischio è intermedio e dipende da quanto e per quanto si è fumato e da quando si è smesso: qui si mostra l’intervallo tra i due profili.

Limiti. Strumento informativo: non sostituisce la misura (UNI ISO 11665-4, servizi di dosimetria riconosciuti ex D.Lgs. 101/2020) né le valutazioni di legge per i luoghi di lavoro. I dati regionali derivano dall’indagine nazionale 1989–97 (APAT, Annuario 2003): le campagne regionali successive, più fitte e mirate ai piani terra, hanno spesso misurato valori più alti. Lo stato delle aree prioritarie è aggiornato al 22 luglio 2026 (quadro ARPA Lombardia).

Renzo-ArtHome · agosto 2026 · Fonti: D.Lgs. 101/2020 e D.Lgs. 203/2022 · DPCM 11/01/2024 (PNAR) · OMS, Radon and health 2023 e Handbook on Indoor Radon 2009 · ICRP 137 · Darby et al., BMJ 2005 · APAT, Annuario dei dati ambientali 2003 · ISIN/SINRAD · MASE-ISPRA.

L’indagine: dalla casa al territorio

Misurare è metà del mestiere; l’altra metà è indagare, trasformare un numero in una diagnosi, e mille numeri in una mappa.

La diagnosi del singolo edificio

Davanti a una misura alta, il professionista serio non corre a montare ventilatori: fa la diagnosi. Si parte dal sopralluogo dell’attacco a terra con la piantina in mano: che cosa c’è sotto il pavimento, terra battuta, vespaio (di che tipo, con quali accessi), platea, cantina parziale? Dove sono i giunti, le fessure visibili, i passaggi impiantistici, i pozzetti, la fossa dell’ascensore? Poi si ascolta l’edificio con gli strumenti attivi: misure in continuo in più locali e ai diversi piani rivelano la geografia interna del gas (di norma decrescente salendo, con eccezioni istruttive quando un cavedio fa da autostrada verticale) e il suo ritmo (i picchi notturni confermano il motore termico; un picco quando si accende la cappa smaschera la depressione). Nei casi seri si cercano gli ingressi uno per uno con lo “sniffing”: un monitor a risposta rapida passato lungo giunti e fessure come un cercametalli, che impenna dove il gas soffia. Infine si caratterizza il sottosuolo immediato, un prelievo dal vespaio, come nell’esperimento milanese, dice subito se là sotto ci sono migliaia di becquerel in attesa, e si progetta il rimedio sulla diagnosi, non sul catalogo. È il metodo che il Piano nazionale chiede espressamente per i risanamenti: analisi tecnica della situazione iniziale, misurazioni, poi la scelta della tecnica.

La mappa del territorio

Alla scala del territorio l’indagine cambia strumenti e diventa statistica. Il problema è serio quanto affascinante: il radon indoor è una variabile selvaggiamente dispersa, la sua distribuzione è log-normale, con una coda di case estreme in ogni campione, e per dire qualcosa di un comune servono disegni di campionamento pensati. La scuola italiana ha prodotto esempi da manuale. La Lombardia, per la sua campagna 2003-2005, ha steso sul territorio una maglia regolare (otto chilometri per cinque nella fascia prealpina e alpina, con infittimenti locali, sedici per dieci in pianura), piazzando da cinque a dieci misuratori annuali per maglia, tutti al piano terra, per un totale di 3.600 punti in 541 comuni; sui dati, i geostatistici hanno costruito con il kriging e le simulazioni le probabilità comunali di superamento delle soglie, arrivando a individuare i comuni “ad alta concentrazione” con un intervallo di confidenza, non a occhio. La Sardegna ha misurato 1.837 edifici in 208 comuni, case e scuole insieme, due semestri, piano terra, e ha classificato il territorio con un metodo litogeostatistico che fonde le misure con la carta geologica. Il Piemonte ha fatto un passo ulteriore, integrando in un modello predittivo le concentrazioni di radionuclidi misurate su quasi quattrocento campioni di rocce e suoli con oltre quattromila misure indoor. E dove le misure mancavano, la ricerca ha proposto disegni “a due passi”: un primo campionamento leggero per orientare, un secondo mirato dove il primo ha acceso spie.

Tutte queste mappe confluiscono oggi in due contenitori nazionali, la banca dati e la mappa interattiva del sistema SINRAD dell’Ispettorato nazionale, che raccoglie trent’anni di misure comunali in abitazioni e scuole, e le carte predittive del Ministero dell’Ambiente su base litologica, e in uno europeo, l’Atlante della radioattività naturale del Centro comune di ricerca, che dal 2006 compone la mappa continentale del radon indoor su celle di dieci chilometri. A che cosa servono, lo diremo senza stancarci: a decidere dove lo Stato deve concentrare misure e risorse, le “aree prioritarie” della legge, e a niente altro. La mappa più raffinata d’Europa non sa quanti becquerel ci sono nella vostra camera da letto. Lo sa solo il dosimetro.

Chi ha cominciato a mitigare

Anche la mitigazione ha i suoi pionieri, e conoscerli serve a capire perché le tecniche di oggi sono fatte così.

I primi a doversi inventare il mestiere furono i minatori, o meglio i loro ingegneri: la ventilazione forzata delle gallerie, imposta nelle miniere di uranio del dopoguerra quando il nesso col tumore divenne innegabile, fu la prima bonifica da radon della storia, e abbatté di ordini di grandezza le esposizioni dei lavoratori. Il problema domestico produsse i suoi artigiani trent’anni dopo, su due sponde. In Svezia, il Paese di Hultqvist, che si scoprì pieno di case costruite con calcestruzzi leggeri a base di scisti alluminiferi, radioattivi in proprio, già negli anni Settanta si sperimentavano ventilazione, sigillature e trattamenti dell’attacco a terra, e nacque l’idea del “pozzo radon” esterno: un pozzo scavato nel terreno accanto alla casa, messo in aspirazione per svuotare di gas il sottosuolo circostante, soluzione tuttora usata nei terreni ghiaiosi scandinavi. In Canada, le bonifiche pubbliche nelle cittadine minerarie contaminate (Elliot Lake, Port Hope) misero a punto negli stessi anni sigillature e ventilazioni dei vespai su scala di quartiere.

La svolta metodologica arrivò però dagli Stati Uniti del dopo-Watras. Tra il giugno 1985 e il giugno 1987 l’agenzia federale per l’ambiente condusse in Pennsylvania, sulle case del Reading Prong selezionate tra quelle sopra 750 Bq/m³, il primo programma dimostrativo sistematico: quaranta abitazioni rappresentative dei tipi costruttivi americani, nelle quali vennero installate e confrontate, con misure prima e dopo, la vera novità, le tecniche candidate, scelte dopo una revisione della letteratura canadese, svedese e americana che aveva indicato nella “ventilazione attiva del suolo” la strada più promettente. Da quel programma, e da quelli che lo seguirono, uscì codificata la tecnica regina che incontreremo tra poco, la depressurizzazione attiva del suolo sotto la platea, insieme al metodo che ancora oggi distingue i professionisti dai venditori: diagnosi, intervento, verifica strumentale, ogni casa un caso. Negli anni Novanta il testimone passò anche all’Europa normativa: i centri di ricerca edilizia britannici pubblicarono le prime guide organiche per case nuove ed esistenti, la raccomandazione europea del 1990 diede i riferimenti numerici, e i Paesi a maggior rischio inserirono le protezioni anti-radon nei regolamenti costruttivi. L’Italia, come vedremo più avanti, è arrivata a codificare tutto questo con il decreto del 2020 e con la sezione 4.4 del suo Piano nazionale, che oggi elenca e raccomanda esattamente le tecniche nate da quella storia; e le schede tecniche pubblicate dall’agenzia ambientale toscana, undici schede illustrate, dalla sigillatura delle canalizzazioni alla pressurizzazione dell’intero edificio, restano la migliore biblioteca operativa in lingua italiana.

Prevenire nel nuovo

Stratigrafia dell'attacco a terra di un edificio nuovo protetto dal radon, nell'ordine di posa del cantiere
Figura 5. La stratigrafia dell’attacco a terra protetto, nell’ordine di posa del cantiere.
Vista tridimensionale dell'attacco a terra che nasce protetto: vespaio a cupole, barriera antigas continua e tubazione predisposta
Figura 6. L’attacco a terra che nasce protetto: vespaio a cupole, barriera continua, tubazione predisposta per l’aspirazione.

Nel nuovo, proteggere dal radon costa un ordine di grandezza meno che nell’esistente, e nella sua forma minima, la sola predisposizione, quasi nulla: è questa l’informazione che più fatica ad arrivare ai cantieri, ed è la più preziosa di tutto l’articolo per chi progetta.

L’attacco a terra di un edificio nuovo può nascere protetto con quattro mosse, tutte ordinarie. La prima è il vespaio aerato ben concepito: oggi tipicamente una platea continua sopra la quale si posano casseri a perdere a cupola in plastica rigida, che creano sotto il pavimento una camera d’aria continua e collegabile all’esterno, un polmone che raccoglie il gas del terreno e gli offre una via che non è il soggiorno. La seconda è la barriera ai gas: una membrana continua stesa sopra il vespaio (o sotto il massetto, secondo la stratigrafia), con giunti saldati e risvolti curati sui perimetrali, la cui tenuta al radon sia una prestazione dichiarata dal produttore nelle sue carte ufficiali, perché una norma di prodotto radon-specifica cogente non esiste, e fa fede la dichiarazione di prestazione. Va detto da cantiere: la membrana perfetta sul disegno vive o muore nei dettagli di posa, i risvolti, i giunti, le riprese attorno a ogni corpo passante, e il radon, atomo solitario, trova il difetto che l’acqua non trova. La terza mossa è la sigillatura sistematica: il giunto platea-muro con acconci idroespansivi o nastri, ogni attraversamento impiantistico con flange e sigillanti elastici, gli ingressi di tubazioni e cavi portati possibilmente dalle pareti laterali e non dal pavimento, i cavedi tappati alla base. La quarta, la più intelligente perché costa zero, è la predisposizione: un pozzetto di aspirazione nella camera d’aria del vespaio, una tubazione verticale dedicata che sale chiusa fino al sottotetto o alla copertura, in attesa. Se un giorno la misura, perché anche la casa nuova si misura, al primo inverno di occupazione, dicesse che serve di più, basterà montare un aspiratore su quel tubo: il sistema passivo diventa attivo con la spesa di un elettrodomestico, senza demolire nulla.

Questa impostazione non è un vezzo: è la linea del Piano nazionale, che raccomanda gli accorgimenti anti-radon per tutte le nuove costruzioni, del decreto del 2020, che fissa alle abitazioni costruite dal 2025 in poi un livello di riferimento più severo (200 Bq/m³) e prevede l’ingresso dei criteri anti-radon nei regolamenti edilizi, e, per gli edifici pubblici, dei Criteri Ambientali Minimi in vigore dal febbraio 2026, che pongono i 200 Bq/m³ come obiettivo progettuale. Qualche amministrazione era arrivata prima: la Lombardia ha pubblicato fin dal 2011 linee guida regionali per la prevenzione nei nuovi edifici, e a fine 2020 le prescrizioni anti-radon comparivano già nei regolamenti edilizi di 372 comuni lombardi, quasi uno su quattro. La direzione è segnata; la velocità, come sempre in edilizia, la faranno i professionisti che ci credono.

Risanare l’esistente: il catalogo completo

Grafico delle riduzioni di radon documentate per ciascuna tecnica di bonifica, dalla ventilazione alla depressurizzazione attiva
Figura 7. Quanto riduce ciascuna strada, e il patto di manutenzione senza il quale i numeri decadono.

Per gli edifici esistenti non c’è la bacchetta magica: c’è un catalogo, ordinato per principio di funzionamento, dal quale la diagnosi, mai il caso, sceglie. Eccolo per intero, con i numeri di efficacia che la letteratura e le schede tecniche italiane documentano.

Diluire

Ventilazione degli ambienti. Aprire le finestre funziona, per ore: il ricambio diluisce il gas, ma il serbatoio è sempre lì, e alla chiusura il radon si riaccumula in una notte; d’inverno, il metodo costa calore e comfort, e per i valori alti non basta comunque, a 1.000 Bq/m³ nemmeno un dimezzamento riporta alla normalità. La ventilazione meccanica controllata con recupero di calore fa la stessa cosa con ordine, tutto l’anno: nell’esperimento milanese, portare i ricambi da quasi zero a un volume/ora tagliò le concentrazioni di circa il 70%, da 1.700 a 600-700 Bq/m³, ma spingere oltre i ricambi non aggiunse quasi nulla, e la casa non scese mai sotto i 500. Morale da incorniciare: la diluizione è un ottimo coadiuvante e un pessimo protagonista. Attenzione anche al segno: una VMC squilibrata in estrazione aumenta la depressione e può peggiorare il radon; i sistemi bilanciati, o leggermente in sovrappressione, lavorano invece dalla parte giusta.

Pressurizzazione dell’edificio (o del solo interrato). Il rovescio concettuale della ventilazione: immettere aria filtrata quel tanto che basta a portare i locali in leggera sovrappressione rispetto al suolo, invertendo il flusso nei giunti. Funziona, le schede tecniche la contemplano per i casi in cui non si può agire sotto il pavimento, ma esige un involucro ragionevolmente a tenuta, consuma energia tutto l’anno e va progettata per non creare condense nelle pareti; è una tecnica di nicchia, da specialisti.

Sbarrare

Sigillatura di vie d’ingresso. Crepe, giunti, attraversamenti, pozzetti, botole: si sigillano con resine e sigillanti elastici, nastri, malte. Da sola delude quasi sempre, il gas trova la fessura dimenticata, e la superficie di scambio di una platea fessurata è enorme, ma come complemento è preziosa e in due vesti diventa decisiva: quando chiude i “canali larghi” (una botola di cantina, una fossa aperta, un contropavimento comunicante) e quando prepara le tecniche di depressurizzazione, la cui efficienza crolla se l’aria di casa corre a riempire il vuoto che il ventilatore crea.

Barriere sopra il pavimento esistente. Nelle ristrutturazioni che rifanno i pavimenti, una membrana anti-radon posata sotto il nuovo massetto trasforma il solaio a terra in un coperchio: nell’esperimento milanese, un film di alluminio accoppiato a polietilene armato rese tra il 78 e l’89% di riduzione. Richiede continuità maniacale sui perimetri e attorno agli impianti, e ragiona bene in coppia con un vespaio ventilato sotto di sé.

Svuotare il sotto-pavimento (le tecniche risolutive)

Ventilazione naturale del vespaio. Quando la casa ha un vespaio, la mossa più redditizia è spesso la più semplice: dargli aria (di quanta aria abbia bisogno un vespaio ho scritto a parte). Nel caso milanese, quattro prese d’aria contrapposte fecero crollare il vespaio da 12.600 a 700-1.000 Bq/m³, e le stanze da 1.300-1.700 a circa 150: riduzione dell’87-90%, ottenuta senza un solo ventilatore. È la prima opzione delle schede tecniche per gli edifici con vespaio; il suo limite è la dipendenza dal vento e dalla stagione, e la sua controindicazione, lo vedremo, è il conflitto con i sistemi attivi: un vespaio che deve essere depressurizzato va sigillato, non arieggiato.

Ventilazione forzata del vespaio. La stessa idea con un aspiratore che garantisce il ricambio in ogni condizione: efficacia alta e stabile, consumo modesto, manutenzione di un ventilatore.

Depressurizzazione del suolo (sub-slab depressurization). La tecnica regina, figlia del programma americano del 1985: uno o più punti di aspirazione ricavati sotto la platea, pozzetti interni scavati attraverso il pavimento, o pozzetti esterni che raggiungono il sotto-fondazione da fuori, collegati da tubazione dedicata a un aspiratore che mantiene il sotto-pavimento in leggera depressione rispetto alla casa. Il flusso nei giunti si inverte: per la prima volta dalla costruzione dell’edificio, l’aria scende invece di salire, e il radon del terreno viene catturato alla fonte ed espulso sopra il tetto. Le riduzioni documentate superano regolarmente l’80-90%, spesso il 95% nei casi ben diagnosticati; l’assorbimento elettrico è quello di una lampadina di una volta. Sue varianti a pari principio: la depressurizzazione del vespaio (il pozzetto pesca nella camera d’aria degli igloo, è il sistema della tavola che accompagna questo articolo); la canalina perimetrale per le platee senza vespaio (una scanalatura lungo il giunto pavimento-muro, chiusa e messa in aspirazione); la depressurizzazione sotto-membrana per le cantine a terra battuta (si stende una membrana sul terreno, sigillata ai muri, e si aspira l’intercapedine sottile che vi resta sotto); l’aspirazione dalle pareti scatolari dove i muri di blocchi cavi fanno da collettore del gas.

Ventilazione delle condotte di drenaggio. Se attorno alle fondazioni corre un anello drenante in ghiaia con tubo fessurato, o se lo si può posare in un risanamento dell’interrato, quel circuito è già un collettore di gas perfetto: basta metterlo in aspirazione, con l’accortezza del sifone sullo scarico dell’acqua. Le schede italiane la elencano tra le tecniche più eleganti, perché usa contro il radon un’opera nata per l’acqua.

Pressurizzazione del suolo. Il gemello rovesciato della depressurizzazione: si soffia aria nel sotto-pavimento, diluendo il gas e rompendo il richiamo verso i giunti. Funziona in certi terreni permeabili dove l’aspirazione “corto-circuita”, ma spinge aria umida e fredda sotto la casa: si sceglie solo su diagnosi, quando l’aspirazione ha dato prova di non rendere.

Pozzo radon esterno. L’eredità svedese per i terreni molto permeabili: un pozzo a qualche metro dalla casa, in aspirazione continua, che abbassa il radon nel sottosuolo di un intorno ampio, anche di più case insieme. In Italia è raro, ma appartiene al catalogo.

L’acqua

Dove l’acqua di pozzo o di sorgente porta in casa migliaia di becquerel al litro, si tratta l’acqua prima dei rubinetti: aerazione forzata (si fa gorgogliare aria nell’acqua e si sfiata il gas all’esterno) o filtrazione su carbone attivo granulare, che trattiene il radon e lo lascia decadere nel filtro. Riguarda una minoranza di case italiane, ma per quelle è la tecnica giusta al posto giusto. Il conto che dice se il problema esiste è alla portata di chiunque, e conviene tenerlo a mente: il trasferimento dall’acqua all’aria di casa vale grosso modo diecimila a uno, cioè mille becquerel per litro nell’acqua aggiungono all’incirca cento becquerel per metro cubo nell’aria respirata. Sotto quell’ordine di grandezza l’acqua è un contributo, non una causa, e la bonifica va cercata sotto il pavimento. Due avvertenze da impiantista, infine, sul filtro: su acque molto attive il carbone diventa a sua volta una piccola sorgente gamma, va collocato lontano dai locali occupati e a fine vita è un rifiuto da gestire, non da buttare; e oltre certe attività conviene l’aerazione, che il gas lo manda fuori invece di accumularlo in un contenitore dentro casa.

Che cosa scegliere, in pratica

La gerarchia operativa che esce da trent’anni di letteratura è limpida. Sotto i 200-300 Bq/m³ di partenza, le misure leggere, sigillature ben fatte, ventilazione del vespaio se c’è, un ritocco ai ricambi d’aria, bastano quasi sempre. Sopra, e ovunque si voglia una garanzia stabile negli anni, la depressurizzazione del suolo o del vespaio è la scelta di default, eventualmente in coppia con le sigillature che ne moltiplicano il rendimento. Le riduzioni attese, documentate dalle fonti italiane: oltre il 50% per i sistemi passivi ben eseguiti, fino al 90% e oltre per gli attivi. E una regola trasversale, che vale più di ogni percentuale: ogni intervento si progetta su una diagnosi, si collauda con una misura, e si mantiene nel tempo.

Quanto costa, e a chi si telefona

Un articolo che quantifica tutto in becquerel e in millisievert deve avere il coraggio di quantificare anche in euro, perché è in quella valuta che le famiglie decidono. Gli ordini di grandezza, alla metà del 2026, sono questi.

La misura. Un dosimetro a tracce costa poche decine di euro, e la coppia che copre i due semestri dell’anno sta di norma fra i cinquanta e i cento euro, analisi di laboratorio e rapporto di prova compresi. Si compra da un servizio di dosimetria riconosciuto, quelli previsti dall’articolo 155 del decreto del 2020: le agenzie regionali, salvo iniziative locali di distribuzione, fanno campagne, mappe e vigilanza, non misure a domanda per il singolo cittadino. Un kit comprato online senza un laboratorio riconosciuto dietro può valere come curiosità personale, non come misura di legge, e nei luoghi di lavoro non vale affatto.

La diagnosi. Quando il numero è alto e bisogna capire da dove entra, servono strumenti attivi, giornate di sopralluogo e mani esperte: il monitor in continuo in più locali, lo sniffing lungo i giunti, il prelievo dal vespaio, la lettura dell’attacco a terra sulla piantina. È lavoro professionale da qualche centinaio di euro, che ne fa risparmiare molte migliaia, perché è quello che evita l’intervento sbagliato.

Il rimedio. Le sigillature sistematiche di una casa unifamiliare stanno fra i cinquecento e i duemila euro; la ventilazione forzata di un vespaio esistente fra il migliaio e i tremila; un sistema di depressurizzazione del suolo o del vespaio completo di pozzetto, tubazione, estrattore, scarico sopra il tetto e collaudo sta di regola fra i duemila e i cinquemila euro per una villetta, e sale se i punti di aspirazione devono essere più d’uno o se la platea è estesa. Il riferimento straniero è coerente: la guida federale americana, che ha alle spalle centinaia di migliaia di installazioni, indica una spesa media attorno ai 1.200 dollari, con un intervallo tipico fra 800 e 2.500.

L’esercizio. Un ventilatore da radon assorbe fra i trenta e i novanta watt e gira sempre: fra i sessanta e i duecento euro l’anno di elettricità ai prezzi correnti, quanto una lampadina di una volta lasciata accesa. Vive dai cinque ai dieci anni, poi si cambia, per due o quattrocento euro. Il manometro a U non costa quasi nulla e vale l’impianto intero, perché è l’unico pezzo che vi dice che gli altri stanno lavorando.

Il nuovo. Vale la pena tornare sulla frase del capitolo dedicato, perché in cantiere circola in una versione più comoda del vero. Costa quasi nulla la sola predisposizione, il pozzetto e la tubazione lasciati in attesa sotto la platea, poche centinaia di euro. La barriera antigas posata a regola d’arte, con risvolti, saldature e ripristini dopo il passaggio degli impiantisti, è fatta invece di forniture e soprattutto di manodopera sorvegliata, e si paga. Il messaggio vero è più forte di quello sbagliato: nel nuovo la protezione costa un ordine di grandezza meno che nell’esistente, e la predisposizione da sola costa come una porta interna.

Il fisco. Un incentivo dedicato al radon, a oggi, non esiste. Gli interventi passano dalla porta ordinaria della ristrutturazione, come manutenzione straordinaria o risanamento conservativo: nel 2026 la detrazione vale il 50% per l’abitazione principale e il 36% per gli altri immobili, entro 96.000 euro per unità immobiliare e in dieci quote annuali, e dal 2027 scende al 36 e al 30. Vale la pena farsi confermare l’inquadramento dal proprio tecnico prima di firmare il preventivo, perché è la differenza fra pagare metà o intero.

I mestieri, infine, sono tre e non vanno confusi. Chi misura è il servizio di dosimetria riconosciuto. Chi progetta e realizza la bonifica è l’esperto in interventi di risanamento radon, per il quale il decreto prevede una formazione specifica di almeno sessanta ore e il Piano nazionale gli elenchi. Chi valuta le dosi, quando il risanamento non è bastato, è l’esperto di radioprotezione, e compare solo nei luoghi di lavoro. Al cittadino servono di norma il primo e il secondo, in quest’ordine: prima il numero, poi il tubo.

Il sistema attivo a regola d’arte

Sezione tecnica del sistema attivo di depressurizzazione del vespaio, con i nove componenti e il flusso d'aria invertito
Figura 8. Il sistema attivo in sezione tecnica: i nove componenti e il flusso invertito.

Vista tridimensionale del sistema attivo completo, con i nove componenti numerati come nella legenda

Figura 9. Il sistema attivo completo, con i nove componenti numerati come nella legenda.

Passa il mouse sui numeri (o toccali, da telefono) per leggere che cos'è ciascun componente.

Poiché la depressurizzazione attiva del vespaio è la tecnica che questo articolo accompagna con la sua tavola illustrata, vale la pena scriverne la grammatica per esteso, componente per componente, perché è lì, nei dettagli, che si vedono i professionisti. Nove punti, gli stessi numerati nella sezione.

Uno: la camera d’aria del vespaio aerato, il plenum di raccolta, il vuoto creato dai casseri a cupola, che il sistema mette in depressione. Due: la barriera antigas a tenuta sopra il vespaio, membrana continua a giunti saldati: senza di lei l’aspiratore ruberebbe aria ai locali invece che al terreno, e la depressione, il cuore del sistema, si disperderebbe. Tre: il pozzetto di aspirazione dentro la camera d’aria, al livello degli igloo, punto di presa unico e ben posizionato. Quattro: la tubazione di estrazione dedicata, verticale, che sale senza servire nient’altro. Cinque: l’estrattore, un aspiratore in linea, montato in alto e fuori dagli ambienti abitati, nel sottotetto, mai in cantina: a valle del ventilatore il tubo è in pressione, e ogni sua perdita dentro casa sarebbe un’iniezione di gas concentrato. Sei: lo scarico in atmosfera sopra il colmo, con comignolo, lontano da finestre, prese d’aria e dal camino di casa, perché il gas espulso non rientri dalla porta accanto. Sette: il manometro a U sul tubo, la spia più onesta dell’impiantistica mondiale, due colonnine d’acqua colorata che, finché restano sfalsate, dicono a chiunque passi che la depressione c’è; quando si allineano, il sistema è fermo e nessuno se ne accorgerebbe altrimenti. Otto: le sigillature dei giunti parete-platea, delle fessure e degli attraversamenti, che chiudono i corto-circuiti d’aria. Nove: il dispositivo di misura nel locale abitato, non nel vespaio: si misura dove si respira, che prima dell’intervento fa la diagnosi e dopo emette il verdetto.

Si noti che in questo schema il vespaio è sigillato, non arieggiato: niente griglie perimetrali. Non è una dimenticanza, è il progetto, in un sistema attivo la camera d’aria è il polmone in depressione, e ogni apertura verso l’esterno sarebbe un corto-circuito che ruba efficienza; su muri contro terra, del resto, le griglie non avrebbero comunque dove dare. Ventilazione naturale e depressurizzazione attiva sono due strategie alternative sullo stesso vespaio, non cumulabili: la diagnosi sceglie, il progetto esegue, la misura verifica.

Quattro dettagli che nei nove punti non compaiono decidono se il sistema durerà. La condensa: il tubo che attraversa un sottotetto freddo trasporta aria umida presa dal terreno, e l’acqua che vi si forma deve poter tornare giù per pendenza, mai raccogliersi nel corpo del ventilatore, che altrimenti muore in un paio di inverni. Il rumore: buona parte degli impianti che si trovano spenti sono impianti rumorosi, spenti da chi ci abita, e il rumore si combatte con il disaccoppiamento elastico dei supporti, con i percorsi dritti e con ventilatori elettronici modulanti tenuti al minimo giro utile. La prova del campo di depressione: prima di fissare il punto di aspirazione definitivo si praticano fori spia nella platea, a distanze crescenti, e si misura con un micromanometro quanta depressione arriva laggiù; è il vero test di progetto della depressurizzazione, quello che dice se un pozzetto basta o se ne servono tre. La permeabilità del sottofondo, che detta la macchina: sotto una platea su ghiaia serve un ventilatore di portata, sotto una platea su argille compatte serve un ventilatore di prevalenza, capace di tirare poco ma forte; scambiarli significa pagare un impianto che non prende.

E una verifica di sicurezza che i protocolli americani impongono e che da noi si dimentica: un sistema in estrazione toglie aria alla casa, e in una casa con caldaie a fiamma libera, stufe o caminetti può favorire il riflusso dei fumi. Dopo l’accensione dell’impianto i generatori a combustione vanno riprovati, tiraggio e monossido, come dopo ogni intervento che cambia l’equilibrio delle pressioni. Una nota di segno opposto, per il nuovo: la tubazione lasciata in predisposizione, se sale dentro il volume riscaldato ed esce sopra il colmo, lavora già da camino passivo prima che qualcuno vi monti un ventilatore, perché la differenza di temperatura fa il tiraggio da sola; in molte case, misura alla mano, basta quella.

Il collaudo, appunto. Un sistema appena acceso si verifica con una misura comparativa, la letteratura suggerisce protocolli semplici, come tre settimane consecutive con impianto spento, acceso, e di nuovo spento, lette con un monitor in continuo, e poi con la misura lunga, quella vera, sull’anno. E si consegna a chi abita con le istruzioni di un impianto qualunque: il manometro si guarda ogni tanto passandoci davanti, il ventilatore si sente (il silenzio improvviso è un allarme, non una pace), e ogni modifica edilizia futura, un pavimento rifatto, una nuova tubazione che buca la platea, è un fatto che riguarda il sistema.

Gli errori che si vedono in cantiere, e i falsi rimedi

Chi fa sopralluoghi incontra sempre gli stessi sbagli, e vale la pena elencarli, perché riconoscerli è già metà del mestiere. Lo scarico messo male, sotto la gronda, accanto a una finestra da tetto o a una presa d’aria: il gas espulso rientra dalla porta accanto e l’impianto lavora contro sé stesso. La membrana bucata dopo la posa, dagli impiantisti che passano tubi e cavi e nessuno che ripristini: una barriera continua interrotta in dieci punti non è una barriera. L’estrattore montato in cantina o in taverna, dove il tratto in pressione, se perde, inietta in casa aria concentrata: l’estrattore sta in alto e fuori dagli ambienti abitati. Il manometro mai installato, cioè un impianto senza spia, che il giorno in cui si ferma non lo dice a nessuno. Il collaudo mai fatto, che è poi la ragione per cui, in Svizzera, quattro risanamenti su dieci erano tornati sopra il riferimento senza che nessuno se ne accorgesse. Le griglie del vespaio chiuse d’inverno “per il freddo”, che è come togliere il tappo alla vasca e lamentarsi che si svuota. La misura fatta d’estate per far presto, che può dimezzare il risultato e assolvere una casa colpevole. E la sigillatura venduta come bonifica: preziosa come complemento, quasi sempre deludente da sola, perché il gas trova le vie che non si vedono.

Ci sono infine i falsi rimedi, quelli che si comprano al posto della bonifica. I purificatori d’aria e gli ionizzatori non tolgono il radon: filtrano il pulviscolo, e il radon è un gas nobile che attraversa i filtri come attraversa i muri. Anzi, togliendo pulviscolo spostano i figli verso la frazione non attaccata, quella che si deposita nei bronchi con più efficienza per becquerel: nel migliore dei casi si spende per niente. Non sono rimedi neppure i deumidificatori, che lavorano sull’acqua e non sul gas, né le piante da appartamento, né le vernici e i rasanti venduti come “antiradon” quando non fanno parte di un sistema continuo e collaudato. E non lo è il pavimento nuovo: un massetto rifatto senza barriera e senza sigillature cambia l’estetica della stanza, non la fisica dell’attacco a terra. La domanda da fare a chiunque proponga qualcosa è sempre la stessa, ed è gratis: con quale misura, prima e dopo, mi dimostra che ha funzionato?

Mantenere: la lezione svizzera

L’ultimo capitolo del rimedio non parla di come si costruisce un sistema, ma di come si tradisce: col tempo.

Lo studio più istruttivo in materia viene dalla Svizzera, che di bonifiche ne ha fatte a migliaia. Un progetto di verifica è tornato, anni dopo, in 158 edifici già risanati per il radon, a rimisurare: in 62, quattro su dieci, le concentrazioni erano risalite sopra il riferimento di 300 Bq/m³. Le cause, in ordine sparso ma tutte umane: ventilatori spenti da chissà quando, guasti mai notati, portate ridotte, modifiche edilizie che avevano cambiato le carte in tavola; e in circa la metà degli edifici la misura di controllo a fine risanamento non era mai stata fatta, il sistema era stato montato e salutato. I sistemi attivi risultavano nel complesso più efficaci dei passivi, ma con la loro condizione scritta nel contratto: sono impianti, e gli impianti si mantengono. Gli interventi recenti rendevano meglio dei vecchi, segno che la tecnica impara; ma la curva del tempo, senza manutenzione, va da una parte sola.

La morale investe tutto ciò che questo articolo ha raccontato: la bonifica dal radon non è un intervento, è un patto di lungo periodo tra l’edificio e chi lo abita. Il patto ha clausole semplici, la misura di collaudo, sempre; un’occhiata periodica al manometro; la rimisura ogni pochi anni e dopo ogni lavoro edilizio; la sostituzione del ventilatore quando invecchia, e oggi ha anche un alleato nuovo: i monitor elettronici continui a basso costo, che la ricerca europea sta integrando nei sistemi di ventilazione per creare bonifiche “a domanda”, capaci di accorgersi da sole quando il radon rialza la testa e di rispondere accelerando. Il progetto pilota italo-belga che ha sperimentato questi sistemi ibridi, sensore, centralina, ventilazione modulante, punta dichiaratamente a tenere le case sotto i 100 Bq/m³ dell’obiettivo OMS, non solo sotto i riferimenti di legge. La direzione della storia è questa: dal rimedio una tantum alla protezione continua, misurata, silenziosa, come il riscaldamento, come l’acqua calda. Il radon è entrato nelle case con la fisica; ne uscirà con l’impiantistica.

L’Italia del radon in numeri

Grafico delle medie regionali dell'indagine nazionale sul radon e mappa delle aree prioritarie pubblicate in Gazzetta
Figura 10. Le medie regionali dell’indagine nazionale e le aree prioritarie pubblicate ad agosto 2026.

L’Italia è, per geologia e per patrimonio edilizio, uno dei Paesi europei più esposti. Lo sappiamo con precisione da una campagna che resta una delle migliori pagine della sanità pubblica italiana: l’indagine nazionale condotta tra il 1989 e il 1997 dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’ENEA con i laboratori regionali, su 5.361 abitazioni campionate in 232 comuni con un disegno statistico rigoroso, tutti i comuni sopra i centomila abitanti, gli altri estratti a sorte, le famiglie in proporzione. Il risultato: una concentrazione media nazionale di 70 Bq/m³, contro una media mondiale stimata attorno a 40, con circa il 4% delle abitazioni sopra 200 Bq/m³ e quasi l’1% sopra 400. Tradotto in case: nell’ordine di 800.000 abitazioni oltre i 200, 200.000 oltre i 400.

La media, però, è il dato meno interessante. La tabella regionale racconta un Paese diviso dalla geologia:

Regione / P.A. Media (Bq/m³) % abitazioni >200 % >400
Lazio 119 12,2 3,4
Lombardia 111 8,4 2,2
Friuli Venezia Giulia 99 9,6 4,8
Campania 95 6,2 0,3
Bolzano 70 5,7 0
Piemonte 69 2,1 0,7
Sardegna 64 2,4 0
Abruzzo 60 4,9 0
Veneto 58 1,9 0,3
Umbria 58 1,4 0
Puglia 52 1,6 0
Trento 49 1,3 0
Toscana 48 1,2 0
Valle d’Aosta 44 0 0
Emilia-Romagna 44 0,8 0
Molise 43 0 0
Liguria 38 0,5 0
Sicilia 35 0 0
Basilicata 30 0 0
Marche 29 0,4 0
Calabria 25 0,6 0
Italia (media pesata) 70 4,1 0,9

Fonte: APAT, Annuario dei dati ambientali 2003, indagine nazionale ISS-ENEA 1989-1997. Sono valori di trent’anni fa, misurati su tutti i piani: le campagne regionali successive, mirate ai piani terra, hanno trovato medie più alte (Lombardia 124, Sardegna 116). La graduatoria regge, i livelli vanno letti come minimi.

In testa i territori vulcanici del Lazio e della Campania (tufi e pozzolane), le province alpine e prealpine lombarde, il Carso e le vallate friulane. In coda le regioni dei sedimenti fini, argille, sabbie, che al radon oppongono poca sorgente e poca strada.

Le campagne regionali dei decenni successivi, più fitte e mirate ai piani terra, hanno però corretto quella prima fotografia al rialzo, e questa è la notizia che il Paese ancora non ha del tutto assorbito. In Lombardia, le 3.600 misure al piano terra del 2003-2004 hanno restituito una media di 124 Bq/m³ (mediana 78, massimo 1.795), con il 15,5% dei punti sopra 200 e il 4,4% sopra 400, concentrati nelle province di Bergamo, Brescia, Lecco, Sondrio e Varese; l’analisi geostatistica ha stimato 616 comuni, il 40%, dove un’unità immobiliare su dieci al piano terra supererebbe i 200. In Friuli Venezia Giulia la media regionale si colloca attorno ai 100 Bq/m³, e la campagna di scienza partecipata “RADON: misure per 1000 famiglie” del 2017-2018, milleottocento dosimetri distribuiti ai cittadini, adesioni da 170 comuni su 216, ha trovato il 12% delle abitazioni sopra i 300, con i massimi sui suoli permeabili dell’alta pianura, delle vallate montane e del Carso; istruttivo il seguito umano: a pochi mesi dai risultati, quattro famiglie su dieci tra quelle sopra soglia avevano già chiesto il sopralluogo per intervenire. In Sardegna il progetto regionale 2017-2019 su 1.837 edifici in 208 comuni ha misurato una media aritmetica di 116 Bq/m³, aprendo la strada alla prima classificazione italiana delle aree prioritarie. L’Alto Adige ha distribuito 770 dosimetri ai privati in un’altra campagna partecipata e ha aggiornato la sua mappa provinciale. La lezione metodologica è limpida, e vale per chi leggerà qualunque mappa: più si misura vicino al suolo, e più si misura davvero, più radon si trova.

La legge italiana, dal 1995 al PNAR

Il diritto italiano del radon si racconta in quattro atti, e la sua evoluzione ricalca quella della consapevolezza scientifica.

Atto primo, 1995-2000: il radon entra nell’ordinamento dalla porta del lavoro. Il decreto legislativo 241 del 2000, recependo la direttiva Euratom del 1996, inserisce il radon nel testo del decreto 230 del 1995 e affida alle Regioni l’individuazione, rimasta allora sulla carta, delle aree a maggior rischio; lo stesso decreto impone ai datori di lavoro dei sotterranei (tunnel, grotte, catacombe, terme, miniere) la misura del radon, con un livello d’azione di 500 Bq/m³ e obblighi crescenti di dose. Le abitazioni restano esplicitamente fuori: per vent’anni la casa italiana non ha avuto, in materia, nessuna legge.

Atto secondo, 2002-2008: la strategia sanitaria. Il Piano Nazionale Radon del Ministero della Salute (2002) e le raccomandazioni collegate disegnano, senza forza cogente ma con buona scienza, l’architettura che verrà: campagne di misura, prevenzione nei nuovi edifici, formazione. È la stagione in cui le Regioni pioniere (Lombardia, Veneto, Friuli, Piemonte, Bolzano) avviano per conto loro le grandi mappature.

Atto terzo, 2020: il salto. Il decreto legislativo 101 del 31 luglio 2020, attuazione della direttiva 2013/59/Euratom (corretto e integrato dal decreto 203 del 2022), è la prima legge organica italiana sul radon. Fissa i livelli di riferimento in concentrazione media annua: 300 Bq/m³ per le abitazioni esistenti e per i luoghi di lavoro, 200 per le abitazioni costruite dopo il 31 dicembre 2024. Impone la misura nei luoghi di lavoro sotterranei ovunque, e in quelli seminterrati o al piano terra nelle aree classificate prioritarie; sopra il riferimento scattano il risanamento, la verifica, e, se il superamento resiste, la valutazione delle dosi con gli obblighi conseguenti. Definisce chi può misurare (i servizi di dosimetria riconosciuti) e chi può progettare le bonifiche (professionisti con formazione specifica di almeno 60 ore); prevede l’ingresso dei criteri anti-radon nei regolamenti edilizi. E all’articolo 11 inventa lo strumento territoriale: le aree prioritarie, cioè le zone dove si stima che più del 15% degli edifici superi i 300 Bq/m³ al piano terra, che le Regioni devono individuare e pubblicare. Le abitazioni private restano libere, nessun obbligo di misura per chi vive a casa propria, ma dentro la strategia: l’informazione, gli incentivi e le campagne devono arrivare anche lì.

Atto quarto, 2024-2026: l’attuazione. Il Piano Nazionale d’Azione per il Radon 2023-2032, adottato con DPCM dell’11 gennaio 2024, mette in fila tutto, informazione ai cittadini, protocolli di misura, banca dati nazionale, formazione dei professionisti dell’edilizia e della sanità, priorità di risanamento (prima gli edifici sopra 300, l’obiettivo di ridurre il radon in almeno metà delle abitazioni delle aree prioritarie che superano i 200 Bq/m³, dando la precedenza a quelle sopra 300), tecniche raccomandate nelle specifiche tecniche di intervento della sua sezione 4.4, e lo finanzia, con un fondo da dieci milioni l’anno per il triennio 2023-2025 destinato alle campagne regionali di misura. I Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia (DM 24 novembre 2025, in Gazzetta il 3 dicembre, obbligatori negli appalti dal 2 febbraio 2026 in sostituzione di quelli del 2022) portano l’obiettivo progettuale a 200 Bq/m³ in tutti gli edifici pubblici, e lo fanno indipendentemente dalla zona: anche fuori dalle aree prioritarie, dove il decreto del 2020 non chiederebbe nulla. E le Regioni pubblicano, una dopo l’altra, le loro aree prioritarie: all’estate 2026 lo hanno fatto in undici, Sardegna per prima (162 comuni, delibera di giunta il 30 giugno 2022, elenco in Gazzetta il 14 ottobre), poi Piemonte (37), Lombardia (90), Friuli Venezia Giulia (52), Toscana (13), Veneto (21), Puglia (8), Valle d’Aosta (11), Liguria (16) e le Province autonome di Bolzano (58) e Trento (15): 483 comuni in tutto, l’ultimo elenco pubblicato a fine giugno 2026, mentre l’Emilia-Romagna ha formalizzato che, dai dati disponibili, nessun suo comune raggiunge la soglia, e le restanti stanno completando le campagne finanziate dal fondo. Per i comuni in elenco le conseguenze sono già concrete: ogni datore di lavoro con locali al piano terra o interrati deve misurare, e risanare se serve.

Il flusso: chi fa che cosa, ed entro quando

La legge, per un datore di lavoro, non è una cronologia ma una procedura, e conviene scriverla come tale. Primo passo, la misura: si esegue con un servizio di dosimetria riconosciuto, dura un anno con sostituzione dei dosimetri a metà, e va completata entro ventiquattro mesi dall’inizio dell’attività per i luoghi di lavoro sotterranei e per gli stabilimenti termali, ed entro diciotto mesi dall’individuazione delle aree prioritarie da parte della Regione per i seminterrati e i piani terra che vi ricadono, termine introdotto dal decreto correttivo del 2022. Secondo passo, la lettura del risultato. Sotto il livello di riferimento di 300 Bq/m³ non si fa nulla di più: si mette l’esito nel documento di valutazione dei rischi e si ripete la misura dopo otto anni, o prima se si mettono le mani sull’attacco a terra, sull’involucro o sugli impianti di ventilazione. Sopra il riferimento parte il terzo passo: le misure correttive, progettate da un esperto in interventi di risanamento, vanno attuate entro due anni, e la loro efficacia si verifica con una nuova misura; da lì in avanti la misura si ripete ogni quattro anni. Quarto passo, per i casi che resistono: se dopo il risanamento il superamento persiste, entra in scena l’esperto di radioprotezione, che valuta la dose efficace ricevuta dai lavoratori. Se resta sotto i 6 millisievert l’anno la situazione si sorveglia; se li supera, il datore di lavoro entra negli obblighi delle esposizioni pianificate, con notifica, sorveglianza e tutto ciò che ne consegue.

Le tre figure, come si vede, sono distinte e successive: chi misura, chi risana, chi valuta le dosi. E gli obblighi hanno un prezzo per chi li ignora, che è bene conoscere: la mancata misura è punita con l’arresto fino a sei mesi o con un’ammenda dell’ordine di alcune migliaia di euro, il mancato ricorso all’esperto o la mancata attuazione delle misure correttive con pene più severe, e le omesse comunicazioni con sanzioni amministrative. Per un datore di lavoro, in altre parole, la misura del radon non è un adempimento facoltativo dell’anno prossimo.

A chi vive in una casa di proprietà, la legge, va detto con chiarezza, non chiede nulla. È la sua debolezza e la sua sfida: in Italia la protezione dell’ambiente domestico dal radon resta un atto volontario, che lo Stato può solo informare e facilitare: la detrazione ordinaria per le ristrutturazioni copre già questi lavori, ma un incentivo dedicato, come si fa per ogni altra opera che salva vite, non c’è ancora. La distanza tra i 3.300 casi l’anno della statistica e il silenzio dei condomini si colma lì.

La casa che si compra, la casa che si divide

Ci sono due momenti in cui il radon smette di essere una questione sanitaria e diventa una questione patrimoniale, ed è lì che gli italiani si muovono davvero: quando una casa cambia proprietario e quando la casa è di tutti e di nessuno, cioè in condominio. Su nessuno dei due la legge italiana dice qualcosa, e proprio per questo vale la pena dire qualcosa qui.

La compravendita. Negli Stati Uniti la misura del radon è prassi consolidata delle transazioni immobiliari, al punto che l’agenzia federale ha scritto protocolli apposta per quel contesto: misure brevi, in condizioni di casa chiusa dichiarate e controllate, perché i tempi di un rogito non sono quelli di una misura annuale. In Italia non esiste nulla di simile: il radon non compare nell’attestato di prestazione energetica, non compare negli atti, non compare nelle visure, e nessuno è tenuto a dichiararlo. Chi compra, però, può fare tre cose, tutte legittime e tutte poco praticate. Può chiedere se una misura esiste, e farsela consegnare. Può far eseguire uno screening breve prima del preliminare, sapendo che è un orientamento e non una sentenza. E può scrivere nel preliminare una clausola che impegna alla misura lunga dopo il rogito e ripartisce il costo dell’eventuale bonifica, che è il modo civile di trattare un’incertezza che nessuno dei due contraenti ha creato. Al venditore conviene ribaltare lo stigma: una casa con la misura in mano e, se serviva, un sistema collaudato e documentato, non vale meno di una casa che non ha mai misurato, vale di più, esattamente come una casa con l’impianto elettrico a norma.

L’affitto è il caso più ingiusto, perché chi respira non decide. L’inquilino può misurare, e dovrebbe, soprattutto se abita un piano terra o un seminterrato in area prioritaria; ma le opere sull’attacco a terra sono del proprietario. Nei contratti lunghi, la misura all’ingresso e l’accordo su chi paga il rimedio sono materia da mettere per iscritto insieme alla caldaia.

Il condominio, e i piani alti. Metà degli italiani vive in edifici plurifamiliari, e la domanda più frequente in assoluto è: al quarto piano devo preoccuparmi? La risposta onesta è quasi mai, e il quasi va spiegato. Il radon del suolo si diluisce salendo, e i gradienti misurati lo dicono con chiarezza: nell’indagine dei liceali cuneesi citata più avanti, cantine a 648 Bq/m³ di media, piani terra a 202, piani alti a 124. Ma il quasi ha due nomi. Il primo sono i materiali: dove i muri sono di tufo, pozzolana o pietra vulcanica, la sorgente è in casa e non sotto, e sale con l’edificio. Il secondo sono i cavedi, i vani ascensore e le colonne impiantistiche, che nelle case alte funzionano da autostrada verticale e possono portare in alto quello che nasce in basso: se un piano alto misura più del piano sotto, la spiegazione è di solito lì.

Restano i locali che quasi nessuno misura e che sono i più esposti: cantine, box, taverne, lavanderie, sale comuni interrate. E qui si aprono due questioni pratiche che l’assemblea prima o poi dovrà affrontare. La prima è la ripartizione: vespaio, platea, muri contro terra e colonne impiantistiche sono parti comuni, la bonifica si delibera in assemblea e la spesa si ripartisce, ma il beneficio riguarda soprattutto i piani bassi, e il codice consente di tenerne conto quando una cosa comune serve i condomini in misura diversa. Metterlo in chiaro prima, con una relazione tecnica e i numeri delle misure, evita la lite dopo. La seconda è che un condominio con dipendenti, il portiere per esempio, è un datore di lavoro a tutti gli effetti: la portineria interrata o al piano terra, in un comune classificato area prioritaria, va misurata come qualunque altro luogo di lavoro, con gli obblighi e le scadenze del capitolo precedente. È il punto in cui l’amministratore scopre di avere, sul radon, una responsabilità che non sapeva di avere.

Le mappe e i loro limiti

Chi voglia vedere il proprio territorio ha oggi strumenti pubblici che dieci anni fa non esistevano, e conviene conoscerli per nome. Il primo è il SINRAD, il sistema informativo nazionale sulla radioattività dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN): la sua sezione radon raccoglie i risultati di trent’anni di misure in abitazioni, scuole e luoghi di lavoro, dal 1989 in avanti, e li mostra su una mappa interattiva comunale: le stime di concentrazione media comunale coprono 4.241 comuni, il 53% di quelli italiani, con la trama più fitta al Centro-Nord e buchi larghi al Sud. Il secondo è il portale delle mappe del Ministero dell’Ambiente su base ISPRA: la carta predittiva nazionale, la radioattività naturale potenziale delle rocce affioranti, lo schema litologico, gli elenchi dei comuni interessati da alta radioattività potenziale, la lettura geologica del rischio, aggiornata a fine 2025, con la carta delle aree prioritarie in preparazione. Il terzo è la costellazione delle pagine radon delle ARPA e APPA regionali, dove stanno le mappe di dettaglio, gli elenchi ufficiali dei comuni prioritari con gli estremi di Gazzetta, e i riferimenti dei laboratori. Sopra tutto, l’Atlante europeo della radioattività naturale del Centro comune di ricerca compone dal 2006 la mappa continentale del radon indoor su celle di dieci chilometri, alimentata dai dati nazionali: utile per capire che il problema non ha confini, e che l’Italia vi figura tra i Paesi più segnati.

E qui va ripetuta, con le parole più nette possibili, l’avvertenza che attraversa tutto questo articolo e che le stesse istituzioni mettono in cima alle loro pagine: le mappe non diagnosticano le case. La variabilità tra edificio ed edificio, dentro lo stesso comune, la stessa via, perfino tra due villette gemelle, è tale che nessuna carta può dire quanto radon c’è nella stanza dove dormite: due case adiacenti possono stare una a 40 e una a 400. Le mappe servono alle Regioni per decidere dove concentrare misure e risorse, ai progettisti per sapere quando alzare la guardia, ai curiosi per capire la geologia sotto i piedi. Alla singola famiglia serve una cosa sola, e costa come una cena: il dosimetro.

La spia della Terra

C’è un ultimo ritratto del radon che merita un capitolo intero, perché ribalta la prospettiva di tutto l’articolo: fuori dalle case, questo gas è uno degli strumenti più raffinati che le scienze della Terra possiedano. La stessa fisica che lo rende un pericolo nei soggiorni, nasce nella roccia, risale lungo le fratture, si misura con precisione squisita, lo rende, in campo aperto, una spia dei movimenti del pianeta.

Sui vulcani

La scuola italiana è, in questo campo, tra le prime al mondo. Sull’Etna le misure di radon cominciano nel 1976, e da allora oltre cinquanta studi scientifici hanno usato questo gas per ascoltare il vulcano: la rassegna pubblicata nel 2023 dai ricercatori dell’Osservatorio Etneo racconta stazioni che registrano da decenni, con sonde interrate che contano il gas ogni venti minuti. I risultati sono di quelli che tolgono il sonno ai vulcanologi entusiasti: nel 1998, aumenti cospicui di radon furono registrati almeno 46 ore prima di ciascuno di cinque episodi di fontana di lava del cratere di Sud-Est; nel 2006 le stazioni sommitali videro l’anomalia ore prima dell’eruzione; a Piano Provenzana la velocità di risalita del gas, più di 50 metri al giorno, e oltre 90 in quota, ha permesso di stimare da dove viene e quanto corre. A Stromboli, una rete di 25 stazioni attiva dal 2002 ha stabilito perfino una soglia empirica: attività sopra i 20.000 Bq/m³ per almeno tre giorni alle stazioni sommitali hanno preceduto di 12-14 giorni i parossismi del 2002-2003, con punte della rete, negli anni, fino a 97.000 Bq/m³ (registrate attorno al terremoto di Salina del 2004); e le anomalie hanno rivelato come i grandi terremoti regionali, Palermo 2002, perfino Boumerdes in Algeria, a più di mille chilometri, “risveglino” il degassamento dei vulcani a condotto aperto. Ai Campi Flegrei, sette anni di monitoraggio continuo (2011-2017) in due siti della caldera hanno mostrato che le anomalie del radon accompagnano fedelmente sollevamento del suolo, sismicità e tremore delle fumarole, e hanno suggerito che l’area interessata dalla crisi bradisismica sia più ampia della zona dei terremoti: un’informazione che nessun sismometro, da solo, avrebbe dato. Qui il radon non promette profezie: fa il termometro di un sistema idrotermale, e lo fa bene.

Prima dei terremoti?

Il capitolo sismico è più affascinante e più scivoloso, e va raccontato con le due mani: quella dei successi e quella dei conti che non tornano.

La storia comincia a Tashkent, in Uzbekistan, dove negli anni Sessanta si osservò l’aumento del radon nell’acqua di un pozzo profondo prima del terremoto del 1966; da allora la letteratura ha accumulato casi in ogni continente. Il più celebre è Kobe, 1995: in un pozzo a trenta chilometri dall’epicentro il radon salì da 20 a 60 becquerel al litro nei tre mesi precedenti, con un picco nove giorni prima della scossa che fece seimila vittime. La scuola giapponese ha costruito su questi dati un metodo intero, monitorando il radon atmosferico con le camere a ionizzazione degli istituti universitari di radioisotopi: prima del gigantesco Tohoku del 2011 tre stazioni videro variazioni simultanee oltre le tre deviazioni standard, e prima del terremoto di Osaka del 2018 la concentrazione scese, perché anche le anomalie negative contano: un sottosuolo che smette di respirare può essere un sottosuolo che si sta caricando. In Friuli, a Cazzaso, una sonda in un foro di 80 centimetri registrò l’anomalia più netta della sua serie tre settimane prima di un terremoto di magnitudo 5.1; sull’Appennino, la stazione dell’INGV a Cittareale, 11 chilometri dall’epicentro di Amatrice, mostrò nell’estate 2016 un comportamento anomalo in direzione opposta al previsto, valori più bassi del solito, con le variazioni relative più forti dell’intera serie concentrate nei novanta giorni prima della scossa. E in Israele un esperimento elegante ha fornito il controllo negativo che alla scienza serviva: un’esplosione di calibrazione da 20 tonnellate, l’equivalente di una magnitudo 2,6, ma senza alcuna preparazione tettonica, non produsse nessuna anomalia di radon. Se le anomalie vere esistono, vengono dalla lenta preparazione del terremoto, non dallo scuotimento.

Poi c’è l’altra mano. Le statistiche oneste, quando qualcuno le fa, raffreddano: i gruppi croati che hanno monitorato per anni i loro siti riportano che le anomalie “riconoscono” dal 21 al 58% dei terremoti, a seconda del sito e del criterio scelto, e ammettono i falsi allarmi meteorologici, perché pioggia, pressione e temperatura muovono il radon quanto e più della tettonica, e ogni analisi seria deve prima sottrarre il meteo con regressioni dedicate. Le rassegne critiche più recenti, pur contando decine di casi documentati da Taiwan all’Islanda, concludono che manca ancora una corrispondenza uno-a-uno tra anomalie ed eventi, e che la strada, se esiste, passa per reti dense di centinaia o migliaia di sensori letti da algoritmi, non per la stazione solitaria. È in questa luce che va ricordata la vicenda italiana più nota, quella di Giampaolo Giuliani e dell’Aquila 2009: i suoi rivelatori gamma registrarono davvero variazioni del radon in quei giorni, su questo non c’è mistero, e i suoi rapporti tecnici successivi rivendicano anticipi di ore o giorni su eventi come Balsorano 2019, ma la commissione internazionale istituita dopo il disastro, esaminata l’intera letteratura mondiale, arrivò alla conclusione che resta il punto fermo della materia: le anomalie di radon accompagnano a volte la preparazione dei terremoti, ma non in modo abbastanza regolare, specifico e anticipato da fondarci una previsione operativa; troppi falsi allarmi, troppi terremoti senza anomalia. Il radon resta dunque un oggetto di ricerca sismologica legittimo e attivo, l’INGV stesso mantiene una rete nazionale di monitoraggio, e non uno strumento di protezione civile. Rispettarlo, anche qui, significa non fargli dire più di quello che sa.

Dove il tracciante incontra la casa

Tre osservazioni di questa letteratura tornano dritte al nostro tema domestico, ed è per questo che il capitolo sta in questo articolo. La prima: le case costruite sulle faglie respirano più radon, sull’Etna la concentrazione indoor media segue una legge di potenza della distanza dalla faglia, con misure fino a 3.500 Bq/m³, e in Pakistan le abitazioni lungo la rottura del terremoto del Kashmir mostrano i valori più alti proprio nelle case di fango fessurate. La seconda: i terremoti cambiano il radon delle case, in Nepal, dopo il sisma del 2015, le uniche due abitazioni sopra i 300 Bq/m³ erano case vecchie crepate dalla scossa; dopo un terremoto, in zona ad alto radon, rimisurare è buona igiene edilizia. La terza, la più curiosa: il radon sa fare anche il detective ambientale, a Pescara un’indagine sistematica del sottosuolo urbano trovò un’anomalia localizzata fino a 9.000 Bq/m³, inspiegabile con la geologia locale, e l’ipotesi più solida chiama in causa sorgenti artificiali disperse (i vecchi parafulmini radioattivi al radio, legali in Italia fino al 1981, e gli aghi di radioterapia smarriti): il gas che di solito accusiamo di inquinare le case può, misurato bene, smascherare l’inquinamento degli uomini.

La ricerca che tornerà nelle case

L’ultimo capitolo guarda avanti, perché il decennio in corso è, per il radon, il più ricco di ricerca applicata della storia, e quasi tutto ciò che bolle nei laboratori europei finirà, prima o poi, negli appartamenti.

Il progetto europeo RadoNorm (2020-2025, 56 partner di 22 Paesi) sta ripercorrendo l’intero ciclo del rischio, dalla sorgente alla mitigazione, dalla dosimetria alla percezione sociale, con l’ambizione dichiarata di trasformare la gestione del radon da adempimento a sistema. La metrologia ha fatto passi che dieci anni fa parevano lontani: MetroRADON ha costruito le catene di taratura per le basse concentrazioni (100-300 Bq/m³, proprio la fascia delle decisioni difficili) e ha messo a punto la difesa dal toron che inquinava le misure; traceRadon ha portato l’affidabilità metrologica perfino sulle concentrazioni atmosferiche di pochi becquerel, con una ricaduta inattesa e magnifica, il radon come tracciante per verificare gli inventari dei gas serra: il gas delle cantine arruolato nella contabilità del clima. Sul fronte degli edifici, il progetto italo-belga RESPIRE ha sperimentato nel Lazio i sistemi ibridi di nuova generazione, sensore in continuo, centralina, ventilazione che si accende e si modula da sola quando il radon rialza la testa, con l’obiettivo esplicito di tenere le case sotto i 100 Bq/m³ dell’OMS, non solo sotto i riferimenti di legge; è la “mitigazione a domanda” che i monitor elettronici a basso costo stanno rendendo possibile, ed è facile prevedere che tra dieci anni un impianto anti-radon senza sensore sembrerà strano come oggi una caldaia senza termostato.

E poi c’è la scienza dei cittadini, che in questa storia italiana ha già scritto pagine che meritano l’articolo. Le mille famiglie friulane che hanno appeso i dosimetri e poi, in quattro casi su dieci tra quelle sopra soglia, hanno chiesto il sopralluogo per intervenire. Le settecentosettanta famiglie altoatesine della campagna “Misura il radon a casa tua!”. I liceali di Cuneo che, con un rilevatore da poche centinaia di euro, hanno misurato trecento locali in ventotto comuni e ritrovato da soli tutte le leggi di questo articolo, la cantina a 648 di media, il piano terra a 202, i piani alti a 124, e che scavando nella storia della loro provincia hanno riportato alla luce una vicenda che quasi nessuno ricordava: le miniere di uranio della Bisalta e di Lurisia, l’autunite identificata nel 1912 da una studentessa, Pia Bassi, e la visita di Marie Curie in persona, nel 1918, alle acque radioattive che allora si vendevano come miracolose. Il cerchio della storia si chiude dove era cominciato: con la misura fatta in casa, da chi in quella casa vive.

Perché questa, alla fine, è la direzione di tutto: il radon è entrato nella scienza dalle miniere, è passato per i laboratori dei premi Nobel, ha attraversato un secolo di epidemiologia e quarant’anni di ingegneria della bonifica; e il suo futuro è un dischetto di plastica o un piccolo sensore su uno scaffale, in dieci milioni di case, che trasforma l’inquilino invisibile in un numero, e il numero, quando serve, in un tubo, un ventilatore e un manometro a U.

Il collo di bottiglia non è tecnico

C’è un fatto che, in tutta questa storia, andrebbe scritto sopra la porta di chi si occupa di radon: la tecnica non è più il problema. Sappiamo misurare, sappiamo prevedere dove cercare, sappiamo costruire case protette e risanare quelle che non lo sono, con percentuali di riduzione che poche bonifiche ambientali possono vantare a quel prezzo. Quello che si inceppa, regolarmente, è il passo fra il numero e la decisione. La letteratura sulla comunicazione del rischio lo documenta da decenni: dopo una misura sopra i riferimenti, solo una minoranza delle famiglie interviene. Il dato friulano citato più indietro, quattro famiglie su dieci che chiedono il sopralluogo a pochi mesi dal risultato, è un ottimo risultato proprio perché è un’eccezione.

Le ragioni si conoscono, e sono umane prima che tecniche. Il radon è naturale, e ciò che è naturale ci sembra sempre meno pericoloso di ciò che ha un colpevole con la partita IVA. È invisibile e non provoca nulla di percepibile, mentre il nostro sistema d’allarme è tarato sulle minacce che si vedono e si sentono. Il danno arriva decenni dopo, e nessuno reagisce con urgenza a una scadenza a trent’anni. E soprattutto la casa non è un impianto industriale: è identità, e un numero alto in soggiorno suona come un giudizio su chi ci abita, con in più il timore, non irragionevole, che quel numero possa pesare sul valore dell’immobile.

Da qui discende il modo giusto di parlarne, che è anche quello che questo articolo ha cercato di tenere. I messaggi di paura funzionano peggio dei messaggi di efficacia: dire “è cancerogeno” muove meno di dire “si misura con un oggetto da poche decine di euro, si risolve con un tubo e un ventilatore, e la misura dopo lo dimostra”. La misura va presentata come una diagnosi, non come una sentenza sull’immobile. Il vicino che ha bonificato e racconta com’è andata vale dieci opuscoli. E il numero alto va accompagnato subito dal nome di chi fa il lavoro e dall’ordine di grandezza della spesa, perché la finestra in cui una persona decide è breve e si richiude in fretta. Il radon esce dalle case con l’impiantistica, ma ci entra il tecnico solo se prima è passata la fiducia.

Congedo

Alla fine, i punti di vista che questo articolo ha tenuto insieme dicono la stessa cosa con lessici diversi. La medicina dice: il rischio è lineare, senza soglia, moltiplicato dal fumo, riducete l’esposizione, smettete di fumare, e avrete tolto al tumore polmonare i suoi due alleati. L’ingegneria dice: il radon entra perché la casa aspira, misurate, e se serve invertite le pressioni: è un problema noto, con soluzioni note, collaudate su quarant’anni di case vere. Chi progetta e costruisce dice: nel progetto dell’attacco a terra la protezione costa quanto un dettaglio disegnato bene; nell’esistente, quanto un piccolo impianto e la disciplina di mantenerlo. E la storia ricorda che ogni tappa di questa vicenda, dai minatori di Schneeberg a Hultqvist, da Watras alle mille famiglie friulane, è stata una vittoria della misura sull’opinione.

Il resto è consapevolezza, che è poi l’obiettivo dichiarato del Piano nazionale: in un Paese dove un tumore polmonare su dieci porta la firma di questo gas, la misura del radon dovrebbe avere, nella vita di una famiglia, la stessa ovvietà della revisione della caldaia. Lo strumento è un dischetto di plastica grande come un tarallo; il tempo richiesto, dodici mesi di pazienza; il costo, una cena in pizzeria. In cambio, la casa, per una volta, vi dice la verità su se stessa. Al resto, come sempre in edilizia, si rimedia: con un tubo, un ventilatore, un manometro a U e la cura dei dettagli che distingue il costruire dal costruire bene.

E se serve una data per cominciare, il calendario ne offre una perfetta: il 7 novembre, compleanno di Marie Skłodowska Curie e Giornata europea del radon. Non c’è modo più giusto di onorare la donna che aprì questa storia, e che ne pagò il prezzo, che appendere quel giorno, in camera da letto, un dosimetro.

In sintesi

1. Il radon non si stima, si misura. Nessuna mappa, nessuna geologia, nessun vicino può dire quanto ce n’è nella stanza dove dormite: due case affiancate possono stare una a 40 e una a 400 Bq/m³. La misura che fa fede dura dodici mesi, o due semestri consecutivi, e si fa dove si vive. 2. La sorgente quasi sempre è il suolo, non i materiali. L’edificio funziona da pompa: la differenza di temperatura e il vento lo tengono in leggera depressione rispetto al terreno, e il gas entra dai giunti, dalle fessure e dai passaggi impiantistici dell’attacco a terra. 3. I tre numeri italiani sono 300, 200, 100. Il livello di riferimento di legge per le case esistenti e i luoghi di lavoro, quello delle abitazioni costruite dopo il 2024, e l’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nessuno dei tre è una soglia di sicurezza: sotto, il rischio cala, non sparisce. 4. Il rischio è reale e quantificato. In Italia si attribuiscono al radon circa 3.300 tumori polmonari l’anno, con un intervallo largo dichiarato dall’Istituto Superiore di Sanità; il 90% dei casi riguarda fumatori ed ex fumatori, e per un fumatore la misura anti-radon più potente resta smettere. 5. Diluire aiuta, svuotare risolve. Aprire le finestre e la ventilazione meccanica abbassano il valore finché lavorano; la depressurizzazione del suolo o del vespaio inverte il flusso sotto il pavimento e taglia regolarmente l’80-95%. 6. Nel nuovo costa un ordine di grandezza meno. Vespaio ben concepito, barriera continua a tenuta, sigillature e tubazione lasciata in attesa: la sola predisposizione costa come una porta interna, e trasforma una bonifica futura in un collegamento. 7. La bonifica è un impianto, non un intervento. Lo studio svizzero su 158 edifici risanati ne ha trovati 62 di nuovo sopra il riferimento: ventilatori spenti, guasti mai visti, collaudi mai fatti. Il patto comprende manometro, rimisura e sostituzione del ventilatore. 8. Il collo di bottiglia non è tecnico. Sappiamo misurare e sappiamo risanare; quello che manca è la decisione. Per questo contano il costo dichiarato, il nome di chi fa il lavoro e la misura di collaudo: sono loro a trasformare un numero in un cantiere.

Domande frequenti

Vivo al terzo piano: devo preoccuparmi?
Quasi mai, ed è giusto dirlo con chiarezza: il radon che viene dal suolo si diluisce salendo, e i gradienti misurati lo confermano (cantine attorno a 650 Bq/m³ di media, piani terra a 200, piani alti a 124, nell’indagine dei liceali cuneesi). Il “quasi” ha due nomi: i materiali, dove i muri sono di tufo o di pietra vulcanica, e i cavedi o i vani ascensore, che possono portare in alto il gas che nasce in basso. Se un piano alto misura più del piano sotto, la spiegazione sta quasi sempre lì.

Il mio comune non è area prioritaria: posso stare tranquillo?
No. Le aree prioritarie servono alle Regioni per concentrare misure e risorse dove la probabilità di superamento è alta, e fanno scattare obblighi nei luoghi di lavoro. Non dicono nulla della singola abitazione: case sopra i riferimenti si trovano in tutte le regioni, comprese quelle senza aree prioritarie. L’unico modo per sapere quanto ce n’è a casa vostra resta la misura.

Quanto costa misurare, e a chi si chiede?
Una coppia di dosimetri a tracce che copre i due semestri dell’anno sta di norma fra i cinquanta e i cento euro, analisi e rapporto di prova compresi, e si acquista da un servizio di dosimetria riconosciuto ai sensi del decreto del 2020. Le agenzie regionali fanno campagne, mappe e vigilanza: salvo iniziative locali di distribuzione, non eseguono misure a domanda per il singolo cittadino.

Ho misurato 250 Bq/m³: devo bonificare?
Siete sotto il riferimento di legge per le case esistenti, sopra quello delle case nuove e ben sopra l’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questa fascia la strada ragionevole è quella delle misure leggere, sigillature fatte bene, ventilazione del vespaio se c’è, più aria negli ambienti, e poi una nuova misura per vedere dove si è arrivati. Nessuna urgenza, ma nemmeno l’archiviazione della pratica.

Basta aprire le finestre?
Funziona finché sono aperte. Il serbatoio resta sotto il pavimento e in una notte a finestre chiuse il gas si riaccumula; d’inverno il metodo costa calore e comfort, e sui valori alti non basta comunque. La ventilazione meccanica con recupero di calore fa la stessa cosa con ordine tutto l’anno, ma resta un ottimo coadiuvante e un pessimo protagonista.

Un purificatore d’aria o un ionizzatore risolve il problema?
No. Quegli apparecchi filtrano il pulviscolo, e il radon è un gas nobile che attraversa i filtri come attraversa i muri. Togliendo pulviscolo spostano per giunta i figli del radon verso la frazione non attaccata, quella che si deposita nei bronchi con più efficienza per becquerel. Non sono una bonifica, e chi li vende come tale sta vendendo un’altra cosa.

Ho un vespaio aerato: sono protetto?
Se ventila davvero, molto: nel caso milanese quattro prese d’aria contrapposte hanno fatto crollare il vespaio da 12.600 a 700-1.000 Bq/m³ e le stanze da 1.700 a circa 150. Il problema è che sotto quota, in un interrato, quell’aria spesso non arriva. E attenzione a non sommare le strategie: un vespaio destinato alla depressurizzazione attiva va sigillato, non arieggiato.

Sto comprando casa: posso chiedere la misura?
Sì, e nessuno può impedirvelo. In Italia non esiste alcun obbligo, il radon non compare nell’attestato di prestazione energetica né negli atti, ma potete chiedere se una misura esiste, farne eseguire una breve come orientamento prima del preliminare, e mettere nel preliminare una clausola che rinvia alla misura lunga e ripartisce il costo dell’eventuale bonifica.

Come faccio a sapere che il sistema installato funziona?
Da due cose, e nessuna delle due è la fiducia. La prima è il manometro a U sul tubo: finché le due colonnine restano sfalsate la depressione c’è, quando si allineano il sistema è fermo. La seconda è la misura: comparativa a impianto spento e acceso per il collaudo immediato, e poi lunga, sull’anno, che è l’unica che vale come verdetto.

Appendici

Appendice A. I nove componenti del sistema attivo (legenda della tavola)

1. Camera d’aria del vespaio aerato, il plenum di raccolta del gas creato dai casseri a cupola (tecnica riconosciuta dal PNAR, sez. 4.4, e dall’ISS). 2. Barriera antigas a tenuta, membrana continua sigillata, giunti termosaldati; la tenuta al radon è prestazione dichiarata dal produttore (DoP): non esiste una norma UNI radon-specifica cogente. 3. Pozzetto di aspirazione, il punto di presa dentro la camera d’aria, al livello degli igloo. 4. Tubazione di estrazione dedicata, verticale, senza altri servizi. 5. Estrattore in linea, nel sottotetto o comunque fuori dagli ambienti abitati, mai in cantina. 6. Scarico con comignolo sopra il colmo, lontano da finestre, prese d’aria e canne fumarie (buona pratica installativa). 7. Manometro a U, l’indicatore di depressione leggibile a colpo d’occhio (buona pratica installativa). 8. Sigillature a tenuta, giunto parete-platea, fessure, attraversamenti impiantistici (PNAR, sez. 4.4). 9. Dispositivo di misura nel locale abitato, campionatore passivo a integrazione, misura della media annua secondo UNI ISO 11665-4, tramite servizi di dosimetria riconosciuti (D.Lgs. 101/2020, All. II).

Nota di progetto: in un sistema attivo il vespaio è sigillato, niente griglie di ventilazione perimetrale, che ne corto-circuiterebbero la depressione (e su muri contro terra non avrebbero comunque sfogo). Ventilazione naturale e depressurizzazione sono alternative, non cumulabili.

Appendice B. Glossario minimo

Emivita (o tempo di dimezzamento), il tempo in cui metà degli atomi di una sostanza radioattiva si trasforma: 4,5 miliardi di anni per l’uranio-238, 1.600 anni per il radio-226, 3,8 giorni per il radon, minuti o meno per i suoi figli. Non è una scadenza: dopo due emivite ne resta un quarto, dopo tre un ottavo, e così via. Bq (becquerel), una disintegrazione al secondo; Bq/m³: concentrazione di attività in aria. pCi/L, unità americana: 1 pCi/L = 37 Bq/m³. Figli del radon, i discendenti a vita breve (polonio-218, piombo-214, bismuto-214, polonio-214): solidi, si attaccano al pulviscolo, e sono loro a irraggiare i bronchi. F (fattore di equilibrio), quota di equilibrio tra radon e figli nell’aria reale; convenzionalmente 0,4 al chiuso. WL / WLM, Working Level e Working Level Month, unità storiche di concentrazione ed esposizione ai figli del radon, nate nelle miniere. mSv (millisievert), unità di dose efficace: pesa il danno biologico atteso. LET, trasferimento lineare di energia: alto per le particelle alfa, che concentrano il danno. Livello di riferimento, il valore di concentrazione media annua oltre il quale la norma chiede di agire (300 Bq/m³ esistente e lavoro; 200 nuove abitazioni): non è una soglia di sicurezza, è una soglia di azione. Area prioritaria, zona dove si stima che oltre il 15% degli edifici superi i 300 Bq/m³ al piano terra (art. 11, D.Lgs. 101/2020). CR-39 / LR-115, polimeri dei rivelatori a tracce. SSD, sub-slab depressurization, depressurizzazione del suolo sotto la platea. VMC, ventilazione meccanica controllata. NORM, materiali radioattivi di origine naturale trattati dall’industria. Toron, radon-220, dalla catena del torio: vita di 55 secondi, rilevante solo vicino alla sorgente (materiali da costruzione).

Appendice C. Che cosa fare, in cinque righe

Misura (dosimetro a tracce, 12 mesi, camera da letto o soggiorno; da un servizio di dosimetria riconosciuto, cinquanta-cento euro la coppia semestrale: le ARPA fanno campagne e mappe, non misure a domanda). Leggi il risultato con i riferimenti: 100 l’obiettivo OMS, 200 il riferimento delle case nuove, 300 quello di legge. Sotto i 100: rimisura dopo ogni lavoro importante. Tra 100 e 300: sigillature, ventilazione del vespaio, più aria, e rimisura. Sopra 300: diagnosi professionale (qualche centinaio di euro) e sistema attivo di depressurizzazione (per una villetta, dell’ordine di due-cinquemila euro, detraibile come manutenzione straordinaria), collaudo strumentale, manutenzione. Se fumi: smetti, è la misura anti-radon più efficace che esista.

Nota sui calcoli e sulle fonti

I numeri di questo articolo stanno in uno script che accompagna il testo e che si lancia da solo: dosi, rischi relativi, riduzioni attese e dati del caso milanese vengono da lì, e le figure li leggono dallo stesso file, così nessuna etichetta può dire una cosa diversa dal testo. I coefficienti dichiarati sono quelli dell’ICRP 137 per la dose e di Darby 2005 per il rischio, e dove la letteratura offre due scuole, come per il coefficiente di dose, l’articolo dice quale ha usato.

Le fonti sono state riprese una per una in una lettura di controllo: trentotto affermazioni sono state ricontrollate sulle fonti originali e le imprecisioni trovate sono state corrette, comprese quelle scomode. Le poche cifre che nessuna fonte pubblica certifica, i costi italiani degli interventi, sono dichiarate per quello che sono, ordini di grandezza raccolti sul mercato e non prezzi.

Fonti

Normativa e piani

  • D.Lgs. 31 luglio 2020, n. 101 (attuazione della Direttiva 2013/59/Euratom), in particolare artt. 10-17, 19 e Allegato II; modificato e integrato dal D.Lgs. 25 novembre 2022, n. 203. GU n. 201 del 12/08/2020. [Impianto sanzionatorio: arresto o ammenda per la mancata misurazione e per il mancato ricorso all’esperto o alla realizzazione delle misure correttive; sanzioni amministrative per le omesse comunicazioni.]
  • DPCM 11 gennaio 2024, Piano Nazionale d’Azione per il Radon 2023-2032 (PNAR), Allegato A. GU Serie Generale n. 43 del 21/02/2024, S.O. n. 10. [Stime sanitarie: pp. 11-14 e 71-72; tecniche di prevenzione e risanamento: sez. 4.4; fondo per le aree prioritarie: 10 M€/anno 2023-2025.]
  • D.Lgs. 26 maggio 2000, n. 241 (recepimento Direttiva 96/29/Euratom): primi obblighi per i luoghi di lavoro sotterranei, livello d’azione 500 Bq/m³. D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 230, art. 10-bis e seguenti.
  • Ministero della Salute, Piano Nazionale Radon, 2002.
  • DM 24 novembre 2025, Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia, GU Serie Generale n. 281 del 3/12/2025, obbligatori negli appalti dal 2 febbraio 2026 in sostituzione del DM 256/2022: obiettivo progettuale 200 Bq/m³ per gli edifici pubblici, criterio applicabile indipendentemente dalla zona, con programma di monitoraggio nel piano di manutenzione.
  • Direttiva 2013/59/Euratom (EU-BSS); Raccomandazione 90/143/Euratom (abitazioni); Raccomandazione 2001/928/Euratom e Direttiva 2013/51/Euratom sulle acque destinate al consumo umano, recepita in Italia con il D.Lgs. 28/2016 e oggi confluita nel D.Lgs. 18/2023 (valore di parametro 100 Bq/L).
  • UNI ISO 11665 (serie), in particolare Parte 4: misura della concentrazione media annua con campionatori passivi.
  • Regione Lombardia, decreto n. 12678 del 21/12/2011, Linee guida per la prevenzione delle esposizioni al gas radon in ambienti indoor.

Organismi internazionali

  • WHO, Handbook on Indoor Radon: A Public Health Perspective, 2009; WHO, Radon and health, Fact sheet, 25/01/2023 (3-14% dei tumori polmonari; +16% per 100 Bq/m³; rischio radon dei fumatori ≈25 volte; riferimenti 100/300 Bq/m³).
  • IARC, Monographs on the Evaluation of Carcinogenic Risks to Humans, Vol. 43, Lione 1988 (radon nel Gruppo 1).
  • ICRP, Publication 65, Protection Against Radon-222 at Home and at Work, 1993; Publication 137, Occupational Intakes of Radionuclides Part 3, 2017 (coefficiente ≈6,7 nSv per Bq·h/m³ con F=0,4; 300 Bq/m³ x 7.000 h ≈ 14 mSv/anno).
  • UNSCEAR, Reports 2000 e 2019 (radon ≈ metà della dose naturale media; media mondiale indoor ≈ 40 Bq/m³; coefficiente di dose UNSCEAR).
  • National Research Council (USA), rapporti BEIR IV (1988) e BEIR VI (1999); Risk Assessment of Radon in Drinking Water (1999).
  • Joint Research Centre della Commissione europea, European Atlas of Natural Radiation e European Indoor Radon Map (celle 10×10 km, dal 2006).

Studi scientifici e storici

  • Darby S. et al., Radon in homes and risk of lung cancer: collaborative analysis of individual data from 13 European case-control studies, BMJ 330:223, 2005 (7.148 casi; +16% per 100 Bq/m³ di radon “usuale”; rischi cumulativi a 75 anni per fumatori e mai-fumatori).
  • Krewski D. et al., A combined analysis of North American case-control studies of residential radon and lung cancer, J Toxicol Environ Health A 69:533-597, 2006. Lubin J.H. et al., analisi congiunta delle coorti di minatori (NIH 94-3644) e studi cinesi.
  • Bochicchio F. et al., Results of the Representative Italian National Survey on Radon Indoors, Health Physics, 1996; quadro riepilogativo regionale in APAT, Annuario dei dati ambientali, ed. 2003 (indagine nazionale 1989-1997, 5.361 abitazioni, 232 comuni).
  • Härting F.H., Hesse W., Der Lungenkrebs, die Bergkrankheit in den Schneeberger Gruben, Vierteljahrsschr. f. gerichtl. Medizin, 1879. Jacobi W., The history of the radon problem in mines and homes, Annals of the ICRP 23(2), 1993. ARPAT, Storia del radon (cronologia online).
  • Hultqvist B., Studies on naturally occurring ionizing radiations, Kungl. Svenska Vetenskapsakademiens Handlingar, 1956 (prima indagine residenziale al mondo, 225 abitazioni svedesi).
  • EPA (USA), Installation and Testing of Indoor Radon Reduction Techniques in 40 Eastern Pennsylvania Houses (programma dimostrativo 1985-1987 sul Reading Prong).
  • Sesana L. et al., Long period study of outdoor radon concentration in Milan and correlation between its temporal variations and dispersion properties of atmosphere, J. Environ. Radioact. 65:147-160, 2003.
  • Ratti A., Ferrari S., Piardi S., Trenta R., Bruno M., Orlando P. (Politecnico di Milano / Università Cattolica del Sacro Cuore), Misure di mitigazione del radon indoor: confronto attraverso indagine sperimentale dell’efficacia di alcune tecniche di rimedio (edificio campione a Milano: suolo ≈15.700 Bq/m³, vespaio ≈12.600, locali ≈1.700; ventilazione del vespaio -87-90%; barriera sotto massetto -78-89%; sola ventilazione -70%).
  • Borgoni R., Cremonesi A., Somà G., de Bartolo D., Alberici A., Radon in Lombardia: dai valori di concentrazione indoor misurati all’individuazione dei comuni con elevata probabilità di alte concentrazioni. Un approccio geostatistico, Atti AIRP, Vasto 2007 (campagna 2003-2005: 3.600 misure, media 124,2 Bq/m³; 15,5% >200; 4,4% >400). de Bartolo D. et al., Piano di monitoraggio per l’individuazione delle radon prone areas nella Regione Lombardia, Atti AIRP, Catania 2005.
  • Marovelli G., Gli effetti del gas Radon negli edifici, 2021 (catena di decadimento; radiobiologia; tabella Facchini, Valli, Vecchi 1991 sulla radioattività delle pietre ornamentali italiane; quadro normativo 2000-2020; strumenti di misura).
  • Ambrosi A., Controllo geologico e geochimico sulla presenza di radon e sulla radioattività naturale nel distretto dei Colli Euganei, tesi di laurea, Università di Padova, A.A. 2015/2016 (uranio nelle rioliti 12-18 ppm; indici d’uso edilizio; faglie come “camini”; dose-rate per litologia).
  • ISPRA, Qualità dell’aria indoor e rischio radon: rassegna di iniziative e buone pratiche, Quaderni Ambiente e Società 28/2023 (accordo MASE-ISPRA; campagne FVG “1000 famiglie”, Sardegna 2017-2019, Piemonte, Bolzano; nesso efficientamento energetico-radon; progetti europei RESPIRE, RadoNorm, MetroRADON, traceRadon; progetto svizzero RAME: 62 edifici su 158 risanati di nuovo sopra 300 Bq/m³).
  • Magnoni M., Chiaberto E., Garlati L., Faure Ragani M., Sensibilità al toron dei dosimetri radon, Atti AIRP 2019.
  • ICEF, International Commission on Earthquake Forecasting (Jordan T.H. et al.), Operational Earthquake Forecasting: State of Knowledge and Guidelines for Utilization, Annals of Geophysics 54(4), 2011.
  • Letteratura geoscientifica sul radon come tracciante (selezione dai materiali raccolti): Giammanco S., Bonfanti P., Neri M., Radon on Mt. Etna: a useful tracer of geodynamic processes and a potential health hazard to populations, Frontiers in Earth Science 11, 2023; Neri M. et al., Continuous soil radon monitoring during the July 2006 Etna eruption, Geophys. Res. Lett., 2006; Sabbarese C. et al., Continuous radon monitoring during seven years of volcanic unrest at Campi Flegrei caldera (Italy), Sci. Rep. 10:9551, 2020; Cigolini C., Laiolo M., Coppola D., Earthquake-volcano interactions detected from radon degassing at Stromboli, EPSL 257, 2007; Cannelli V., Piersanti A., Spagnuolo E., Galli G., Preliminary analysis of radon time series before the Ml=6 Amatrice earthquake, Annals of Geophysics 59, 2016; Vaupotič J. et al., A radon anomaly in soil gas at Cazzaso, NE Italy, as a precursor of an ML=5.1 earthquake, Nukleonika 55(4), 2010; Yasuoka Y. e scuola giapponese (Kobe 1995, Applied Geochemistry 27, 2012; Wakayama 2011, Radiat. Prot. Dosim. 174, 2017; Tohoku, Radiat. Environ. Med. 7, 2018; Osaka 2018, Sci. Rep. 11:7451, 2021); Zafrir H. et al., Response of Radon in a seismic calibration explosion, Israel, Radiat. Meas. 44, 2009 (controllo negativo); Planinić J. et al., NIM-A 530, 2004 e Miklavčić I. et al., Appl. Radiat. Isot. 66, 2008 (tassi di riconoscimento 21-58%); rassegne critiche: Morales-Simfors N. et al., Critical Reviews in Environmental Science and Technology, 2019; D’Incecco S. et al., Earth Systems and Environment 5, 2021; Perrier F. et al., prefazione Radon, health and natural hazards II, NHESS 12, 2012.
  • Casi territoriali e ambienti particolari: Buccolieri A. et al., Determinazione del livello di radon nella grotta della Zinzulusa e Misure di radioattività naturale nel sito preistorico di Grotta dei Cervi (Università del Salento); Stoppa F., Environmental Distribution of the Radon in a Heavily Populated Area (Pescara), J. Environ. Prot. 2, 2011 (anomalia di probabile origine antropica); Rijal B. et al., Radon study around earthquake affected areas of Nepal, BIBECHANA 18, 2021; Iqbal A. et al., Radioprotection 46, 2011 (Kashmir); Muhammad S. et al., Environ. Sci. Pollut. Res., 2020 (radon nell’acqua potabile dopo il sisma di Mirpur); Strati V. et al. (INFN/Università di Ferrara), Studio preliminare del contenuto di radioattività delle principali formazioni rocciose del Veneto, atti Rovereto 2013 (486 campioni, sistema MCA_Rad).
  • Biodo A., Tonon E. (Liceo “Peano, Pellico” di Cuneo), Liberiamoci dal radon, progetto premiato FAST “I giovani e le scienze” (~2013): 300 misure in 143 edifici cuneesi; memoria storica delle miniere d’uranio di Lurisia-Bisalta.

Dati, mappe e servizi (online)

  • ISIN, SINRAD, sistema informativo nazionale sulla radioattività, sezione Radon con mappa interattiva comunale (stime di concentrazione media per 4.241 comuni, il 53% del totale, su misure 1989-2019, in prevalenza al piano terra): isinucleare.it → Radioprotezione → Radon. PNAR, testo integrale: isinucleare.it/sites/default/files/contenuto_redazione_isin/pnar_2023_2032.pdf
  • MASE, Mappe del radon in Italia (carta predittiva, radioattività naturale potenziale, litologia; dati ISPRA; agg. 3/11/2025): mase.gov.it/portale/mappa-del-radon-in-italia
  • ARPA Lombardia, Aree prioritarie in Italia (quadro nazionale con estremi di GU, agg. 31/07/2026): undici fra Regioni e Province autonome, 483 comuni in tutto, da Sardegna (162, GU 241 del 14/10/2022, DGR 20/71 del 30/06/2022) a Trento (15, GU 146 del 26/06/2026); Emilia-Romagna con comunicazione di assenza di aree. arpalombardia.it → Radioattività → Il radon. Elenchi regionali sulle pagine delle rispettive ARPA/APPA.
  • ISS, portale radon: iss.it/radon. ARPAT, le undici schede tecniche sugli interventi di mitigazione (dalla sigillatura alla ventilazione forzata con recupero di calore) e Storia del radon: arpat.toscana.it.
  • European Radon Association: radoneurope.org (Giornata europea del radon, 7 novembre).
  • ACI-ISTAT, Incidenti stradali. Anno 2023 (3.039 vittime), luglio 2024.
  • EPA (USA), A Citizen’s Guide to Radon (costo tipico di un sistema di mitigazione: media attorno a 1.200 dollari, intervallo 800-2.500). Per il quadro fiscale italiano degli interventi: legge di bilancio 2026 (detrazione 50% abitazione principale, 36% altri immobili, tetto 96.000 euro per unità, dieci quote annuali; dal 2027 36% e 30%).

Le tavole illustrate che accompagnano questo articolo (sezione dell’edificio con sistema attivo di depressurizzazione del vespaio, punti 1-9, e relative animazioni) sono di Renzo-ArtHome; i riferimenti normativi puntuali dei nove componenti sono raccolti nell’Appendice A e nella legenda tecnica allegata al progetto.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.



Ditta Renzo-ArtHome
di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
P.IVA 02475540304
WhatsAppFacebookLinkedInTikTokYouTubeInstagram
Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
Vai al libro →

Leave a Reply