Come si progetta, si controlla e si posa la tenuta di un interrato, nel nuovo e nel risanamento: le sezioni che contano, disegnate una per una, con le regole per riconoscere il lavoro fatto bene.

1. La stessa scena, in cantieri diversi
Mi capita spesso di arrivare in cantieri dove l’interrato è appena finito, e la situazione è quasi sempre la stessa. Ha piovuto qualche giorno, sul giunto tra la platea e la parete è comparsa una riga scura che luccica, e attorno a quella riga c’è un capannello che discute di chi sia la colpa. Quando il capocantiere è una persona onesta, mi racconta come sono andate le cose: chi ha steso il telo, fino alla settimana prima, faceva un altro mestiere. E poco più in là, quasi ogni volta, trovo un ferro di ancoraggio che attraversa la membrana, nudo, senza niente attorno: nessuno lo ha guardato due volte.
E qui mi fermo un attimo, perché non voglio essere frainteso: quell’uomo non ha colpe. Nessuno gli ha mai fatto vedere perché un cordone bentonitico lavora soltanto se il calcestruzzo lo stringe da ogni lato, o perché ogni ferro che buca il telo va sigillato con mastice idroespansivo, ammesso che qualcuno gliene abbia mai parlato. In trent’anni di cantieri ho conosciuto muratori che avrebbero da insegnare a parecchi progettisti, e li riconosci al primo sguardo, da come trattano il supporto prima ancora di aprire un sacco. Ma sono rari. Molto più spesso trovo squadre che oggi tirano su un muro, domani incollano un pavimento, e dopodomani qualcuno mette loro in mano un rotolo di membrana e li chiama impermeabilizzatori. E non ce l’ho con loro, ce l’ho con chi li manda allo sbaraglio, perché l’impermeabilizzazione di un interrato è un mestiere a sé, e lo dicono le norme prima ancora di me.
Davanti a quella riga scura la domanda che sento fare è sempre la stessa, di chi è la colpa, e in trent’anni non ho mai visto quella domanda asciugare un muro. Quella utile è un’altra: chi doveva accorgersene prima del getto, e che cosa doveva sapere per accorgersene? Questo articolo è il mio tentativo di risposta, e nasce da una convinzione che il cantiere mi ha messo addosso un lavoro alla volta. Un interrato non perde quasi mai in mezzo al muro o in mezzo alla platea, dove il manto è intero e il getto è pieno: perde dove qualcosa si interrompe, dove il getto si è fermato una sera ed è ripartito la mattina dopo, dove passa un tubo, dove un ferro attraversa il telo, dove il telo finisce. Questi punti si conoscono uno per uno, hanno una sezione giusta che si può disegnare e quotare, e quando sono fatti bene portano già dentro la loro riparazione. Perché sotto terra vale una legge sola: quando qualcosa perde, nessuno tornerà a scavare.
Per questo ho dato all’articolo la forma di un atlante. La mappa qui sopra numera i quattordici punti dove la tenuta si decide, e ogni numero ha la sua tavola: prima il cantiere nuovo, poi il risanamento dell’esistente, dove si lavora dall’interno. Attorno a quei disegni lavorano tre mestieri diversi, e così sotto ogni tavola tornano sempre le stesse tre voci: Da progetto, per chi la sezione la disegna e la dimensiona; Al controllo, per chi deve dire se è a regola d’arte e sapere che cosa rischia se qualcosa manca; In posa, per chi la esegue con le mani. Anche i colori sono sempre gli stessi, tavola dopo tavola: li imparate una volta e vi accompagnano fino all’ultima pagina.

2. L’acqua è un carico, non un imprevisto
La prima cosa da capire di un interrato è che l’acqua non è un incidente che può capitare: è un carico che si calcola. Un metro d’acqua contro una parete spinge con circa 9,81 kilopascal, che tradotto vuol dire quasi mille chilogrammi su ogni metro quadrato. Con tre metri di battente, alla base della parete la spinta triplica: quasi tremila chilogrammi su ogni metro quadrato. Nessuno si stupisce che un solaio vada calcolato per il peso che porta: la parete controterra va pensata allo stesso modo, solo che il suo carico spinge di lato e dal basso.
Dal basso, appunto. Quando la falda sale sopra la quota della platea, l’acqua non si limita a premere sui muri: solleva. Una vasca di calcestruzzo vuota e già stagna si comporta come lo scafo di una barca, e la verifica al galleggiamento è una verifica strutturale a tutti gli effetti, prevista dagli stati limite dell’Eurocodice 7 e delle nostre Norme tecniche. Le strade per conviverci sono due, e le ha messe in fila con chiarezza uno studio di Wong del 2001 sulle strutture interrate: resistere alla sottospinta con il peso, le zavorre e gli ancoraggi, oppure ridurla con drenaggi permanenti che tolgono battente. Resistere o alleggerire: molte scelte dell’atlante discendono da questa alternativa.
C’è poi un errore di ragionamento che sento spesso: “qui la falda è bassa, non serve impermeabilizzare”. Chi lo dice dimentica che cosa è uno scavo. Quando sbanchiamo per costruire un interrato, creiamo una conca nel terreno, e la richiudiamo con materiale di reinterro più sciolto del terreno vergine che c’era prima. La letteratura tecnica la chiama con un nome onesto: un invaso artificiale. L’acqua di pioggia che scende lungo il reinterro si raccoglie lì, contro i muri, anche dove una falda vera non c’è mai stata. Per questo la parete controterra si impermeabilizza sempre: cambia il sistema, non l’obbligo.
Bisogna infine dare all’acqua la sua dimensione nel tempo, perché il progetto ragiona su due regimi diversi. C’è l’acqua permanente, la falda che sta lì tutto l’anno e preme giorno e notte, e c’è l’acqua occasionale, quella che arriva con le piogge intense e se ne va in qualche giorno. Sistemi, dettagli e collaudi cambiano a seconda del regime, e il regime non si decide guardando lo scavo in agosto. La falda si muove con le stagioni, sale con le piene, e in cantiere è spesso tenuta bassa dalle pompe: il primo inverno vero, a pompe spente, è il collaudo che non perdona. Un manuale tecnico di settore arriva ad avvertire che una membrana appena posata e non ancora zavorrata dal getto può essere dislocata dall’allagamento dello scavo: l’acqua non aspetta la fine dei lavori per fare la sua parte. Alla spinta e alla sottospinta l’atlante dedica una tavola intera, ed è questa.

Anche questa tavola si legge con i tre mestieri. Da progetto: il livello di falda di progetto si dichiara in tavola, e la vasca si verifica anche vuota, che è il caso peggiore. Al controllo: si guarda il piano dell’acqua di cantiere, pompe e pozzetti provvisori, e quando possono spegnersi. In posa: le pompe restano accese finché la vasca non regge da sola, e i pozzetti provvisori si sigillano per ultimi, come corpi passanti.
3. Le tre domande prima del prodotto
Quando qualcuno mi chiede “che membrana metto?”, la mia risposta è che la domanda arriva troppo presto. Prima del prodotto, un progetto di impermeabilizzazione deve rispondere a tre domande, e per ciascuna esiste una classificazione fatta apposta. Il problema è che stanno in tre documenti diversi, che non si citano tra loro: il lavoro di incrociarle tocca a chi progetta.
La prima domanda è: a che cosa serve il locale? La risposta ha un nome preciso, il grado d’uso, e lo definisce la norma britannica BS 8102, l’unico codice europeo interamente dedicato alla protezione delle strutture controterra. I gradi sono quattro. Grado 1a: qualche trafilamento è tollerabile, come in certe autorimesse e locali tecnici. Grado 1b: acqua liquida no, ma un po’ di umidità si accetta, come nei depositi ventilati. Grado 2: nessuna penetrazione, umidità gestita, per laboratori e locali di servizio. Grado 3: ambiente asciutto a umidità controllata, per gli spazi abitabili, gli uffici e gli archivi. Il grado non è una sfumatura da capitolato: è la riga che decide quanto costa il resto, e va scritto nero su bianco prima di scegliere qualsiasi cosa.
La seconda domanda è: quanta acqua arriva, e come? Qui la classificazione più chiara è quella tedesca della DIN 18533, che divide l’esposizione in classi. W1-E è l’umidità del suolo e l’acqua che non va in pressione; W2.1-E è l’acqua in pressione moderata, con immersione fino a tre metri; W2.2-E è l’acqua in pressione oltre quella soglia; W3-E è l’acqua senza pressione sulle solette coperte di terreno; W4-E sono gli spruzzi e l’umidità al piede del muro. Tre metri di battente sono il confine dichiarato tra una classe e l’altra, e non è un dettaglio: sopra e sotto quella riga cambiano spessori, sistemi ammessi e severità dei dettagli.
La terza domanda riguarda la struttura stessa: quanta fessura può permettersi questo calcestruzzo? Il calcestruzzo armato si fessura per natura, è il suo modo di lavorare, e l’Eurocodice del contenimento dei liquidi, la EN 1992-3, lo dice senza giri di parole con le sue classi di tenuta. Si va dalla classe 0, dove il trafilamento è ammesso, alla classe 1, dove le fessure passanti si accettano solo sottili, nell’ordine di due decimi di millimetro e anche di un ventesimo con battenti alti, fino alle classi 2 e 3, dove le fessure passanti vanno evitate o servono misure speciali. Chi progetta una vasca strutturale sceglie qui, molto prima di scegliere un additivo.
Provate ora a incrociarle su un caso vero. La stessa cantina, con la stessa falda, può essere un deposito con grado 1b oppure, tre anni dopo, l’archivio di uno studio con grado 3: l’acqua è rimasta la stessa; il progetto giusto invece cambia da cima a fondo. È per questo che diffido dei capitolati che partono dal prodotto: la tavola qui sotto mette le tre classificazioni una accanto all’altra, ed è la pagina che vorrei vedere appesa in ogni ufficio tecnico che disegna un interrato.

4. Le strategie, le tre scuole e i quattro mondi
Con le tre risposte in mano, la strategia si restringe da sola. La prima scelta è di lato. Si può lavorare dal lato dell’acqua, il lato positivo, dove la spinta preme la tenuta contro la struttura. Oppure dal lato interno, il lato negativo, dove la spinta tende a staccarla e ogni regola diventa più severa. La seconda scelta è di famiglia: o una barriera applicata sulla struttura, o la struttura stessa resa impermeabile, la vasca strutturale, dove il calcestruzzo fa da barriera e tutto si gioca sui giunti. Nel nuovo si può scegliere; nell’esistente, quasi sempre, si lavora dall’interno, ed è un mondo con regole sue che occupa metà di questo atlante. A chi vuole approfondire la scelta tra vasca bianca e vasca nera ho dedicato un articolo su questo sito; qui mi interessa il passo successivo, quello che i cataloghi non fanno.
Perché c’è una domanda che separa i progetti seri da tutti gli altri, ed è questa: quando questo sistema perderà, come lo riparo senza scavare? Non “se”: quando. Su questo punto la letteratura tecnica dei produttori, letta tutta insieme, racconta una cosa che nessun singolo catalogo dichiara: le scuole sono tre, e si dividono esattamente su come gestire la falla. La prima scuola rende il sistema riniettabile: dentro i giunti si annegano tubi di iniezione che si possono collaudare prima dell’esercizio e riaprire anni dopo, iniettando resina dal locale finito. La seconda scuola compartimenta: divide la superficie in settori stagni, così la falla resta confinata nel suo scomparto e si sigilla iniettando solo lì, da flange accessibili dall’interno. La terza scuola si affida a materiali che si richiudono da soli: le bentoniti, che rigonfiando sigillano il foro del chiodo o del ferro che le attraversa. Tre filosofie diverse, tutte legittime, ognuna con limiti precisi che l’atlante mostra nodo per nodo. Ma un progetto che non appartiene a nessuna scuola, e che alla domanda sulla riparazione non sa rispondere, non è un sistema di impermeabilizzazione: è una fornitura di materiale con un augurio allegato.
E qui arrivo al punto che mi sta più a cuore, il motivo per cui questo articolo esiste. In tanti anni non ho mai visto un interrato restare asciutto per merito di un prodotto: l’ho visto restare asciutto quando quattro mondi lavorano a contatto stretto e si parlano. Le norme, che fissano il bersaglio. Il progettista, che lo traduce in sezioni disegnate e quotate. La ditta specializzata, che quelle sezioni le sa eseguire. E una direzione lavori all’altezza, che non si accontenta di verificare se i disegni sono stati seguiti, ma sa valutare se il lavoro è fatto bene e che cosa comporta ogni mancanza. Il ferro nudo della scena d’apertura non è un dettaglio trascurato: è un canale già pronto, e chi controlla deve saper vedere il film del danno prima che l’acqua lo giri.
Il controllo, però, non scende soltanto dall’alto. Mi è capitato, in un lavoro, di leggere i disegni e di non ritrovarci il cantiere che avevamo davanti: l’ho detto alla direzione lavori, e non è stata una conversazione comoda. Il confronto però è salito di livello, qualcuno ha ripreso in mano le carte, e alla fine i disegni sono stati cambiati. Non lo racconto per vantarmi. Lo racconto perché quella volta il sistema ha funzionato. Un cantiere dove chi posa non può discutere il disegno è un cantiere dove l’errore di progetto arriva dritto nel getto. E non è solo buon senso: per la Cassazione l’appaltatore deve “controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto”, e se esegue un progetto che riconosce sbagliato, senza manifestare il dissenso, dei vizi risponde anche lui. Saper leggere una tavola, per chi posa, non è un di più: è parte del mestiere, con tanto di conseguenze legali.
Anche per la posa, del resto, le carte parlano chiaro. Esiste una norma italiana, la UNI 11333, fatta apposta per chi posa le membrane: tre parti, una prova pratica e un certificato di terza parte che dice chi è abilitato e chi no. E la norma britannica dei gradi d’uso chiede che i sistemi siano installati da operatori specializzati che seguono il progetto. Quando un’impresa specializzata costa più della squadra generica, quel prezzo di solito paga formazione, attrezzatura e responsabilità: il rotolo è uguale per tutti, la tenuta la fa chi lo posa. Ed è giusto che questo si veda in fattura.
Un’ultima avvertenza prima di aprire l’atlante, perché la userete a ogni tavola. Gran parte dei disegni sbagliati che incontro non sono sbagliati per ignoranza: sono fotocopie. Voci di capitolato e dettagli tecnici copiati da un altro lavoro e incollati nel nuovo, senza che nessuno li abbia studiati per il caso in questione. Per questo, sotto ogni tavola, troverete un piccolo box fisso, “le spie del copia-incolla”: i segni concreti che quel nodo non è stato pensato per quel cantiere. Vi anticipo la spia più generale di tutte: lo stesso identico dettaglio prescritto per due battenti diversi. Succede perfino nei manuali di qualche produttore; nel vostro progetto non deve succedere.
E prima di entrare nell’atlante, guardate ancora una volta la mappa di apertura: quella era la vasca coi presidi al loro posto. Questa qui sotto è la stessa identica sezione senza di loro, con i percorsi che l’acqua si prende quando nessuno ha risolto i nodi. Mettetele una sopra l’altra: la differenza tra le due è tutto quello che questo articolo insegna.

Da qui in avanti si entra nell’atlante: prima il cantiere nuovo, poi l’esistente risanato dall’interno. Ogni tavola si legge nello stesso modo: il disegno quotato, i tre blocchi per i tre mestieri, i colori della tavola X1, la riga per chi non è del mestiere. E una domanda fissa, sempre la stessa: quando perde, come si ripara senza scavare?
5. L’atlante, parte prima: il cantiere nuovo
5.1 I cinque sistemi del nuovo
Nel cantiere nuovo la scelta è ampia, e proprio per questo va fatta con le tre domande già in mano. Le cinque tavole che seguono presentano i sistemi con lo stesso schema: dove lavorano, che limiti hanno, e come si ripara quando perdono. Le fonti puntuali di ogni affermazione stanno nel registro in fondo all’articolo.
La membrana bituminosa dall’esterno è il sistema più antico e ancora il più diffuso: due strati incollati sul lato dell’acqua, protetti e drenati prima del reinterro. Il suo tallone è l’irreversibilità: dopo il reinterro, il lato esterno non esiste più.

La membrana pre-applicata rovescia la sequenza: si posa prima della struttura e il getto la incolla. L’adesione totale è la sua ragione di esistere, perché impedisce all’acqua di migrare tra membrana e calcestruzzo: la falla resta piccola, localizzata, e si chiude con una iniezione dall’interno.

Il telo bentonitico è il sistema che si richiude da solo: l’argilla rigonfia a contatto con l’acqua e sigilla fori e punture. Ma vive di una condizione sola, il confinamento: senza il contrasto del getto, il rigonfiamento dilava e il telo muore. E dai giunti di dilatazione sta fuori per dichiarazione dei suoi stessi produttori.

La vasca strutturale impermeabile rinuncia al manto: il calcestruzzo fa da barriera. Studiando i manuali si scopre una cosa che pochi committenti sanno: nella documentazione della vasca bianca il calcestruzzo occupa una pagina, i giunti otto. È il sistema dove la partita si gioca tutta sulle discontinuità, e dove i tubi riniettabili trasformano ogni giunto in un organo collaudabile e riparabile.

I rivestimenti cementizi elastici lavorano a spessori di millimetri, dosati sulla classe di esposizione: la classificazione tedesca arriva a fissare spessori e consumi classe per classe. La parola elastico però non va idolatrata: un materiale elastico può essere tutt’altro che impermeabile quando lavora in pressione, e la prestazione che conta è il ponte sulla fessura, dichiarato e provato.

5.2 I nodi del nuovo
Qui comincia il cuore dell’atlante. Ogni tavola si legge con i tre blocchi: chi progetta, chi controlla, chi posa.
La ripresa di getto platea-parete

La ripresa di getto è il giunto più onesto dell’interrato: c’è sempre. Nessuna platea e nessuna parete nascono da un getto solo, e ogni volta che il calcestruzzo si ferma e riparte resta una linea in cui i due getti si toccano senza essere una cosa sola. L’acqua non ha bisogno d’altro.
Da progetto. La scelta della difesa segue il battente e una domanda da fare a voce alta: se un giorno questo giunto perde, come lo richiudo? Il waterstop si dimensiona sull’acqua che dovrà tenere: la linea guida austriaca sulle vasche bianche, riferimento di fatto perché una norma di prodotto italiana o europea per i waterstop non esiste, chiede larghezze minime di 240 mm fino a 5 metri di battente e di 320 mm tra 5 e 20. Il cordolo idroespansivo non si dimensiona: si confina, con almeno 8 cm di calcestruzzo per lato, e i sistemi più esigenti ne chiedono fino a 15. Il tubo d’iniezione è l’unica difesa che si può collaudare prima dell’esercizio e riaprire anni dopo. La lamiera rivestita, annegata 3 cm nel primo getto, ha un pregio di cantiere: l’armatura resta corrente. Nei lavori che contano le difese si sommano: in una tavola esecutiva reale di un cantiere milanese del 2019, ogni ripresa aveva insieme waterstop, cordolo e tubo, con scatole di derivazione mai oltre i 10 metri e circuiti separati per platea e pareti.
Al controllo. Chi controlla sa cosa implica ogni mancanza. Cordolo chiodato ogni 25 cm su superficie sana: un cordolo che si sposta col getto rigonfia fuori posto e apre invece di chiudere. Distanziatori ad almeno 5 cm dal cordolo: un distanziatore addosso al presidio è un ponte già pronto. Tubo con copertura minima di 10 cm e fissato ogni 20: il tubo che galleggia nel getto non inietta il giunto, inietta il nulla. E la posizione delle scatole va annotata su un elaborato che resta: un tubo non mappato è un tubo perso il giorno in cui servirebbe.
In posa. Pulire la ripresa dal lattime, posare il cordolo sul calcestruzzo sano e chiodarlo, fissare il tubo con le estremità dentro le scatole chiuse, saldare le giunzioni del waterstop testa a testa invece di sovrapporle, gettare con continuità sui due lati. Gli errori veri si conoscono: il cordolo posato il giorno prima che si prende la pioggia e arriva al getto già gonfio, si sostituisce e non si annega; la scatola lasciata aperta che si riempie di lattime; il waterstop piegato a forza nell’angolo invece che giuntato col pezzo speciale.
Le spie del copia-incolla. Se il disegno della ripresa non dice la larghezza del waterstop, il battente non l’ha deciso nessuno. Se il cordolo è disegnato a filo del bordo, gli 8 cm di confinamento non li ha contati nessuno. Se le scatole di derivazione non sono né disegnate né quotate, quel tubo non verrà mai ritrovato. E se la stessa identica tavola l’avete già vista in un altro appalto, non è un dettaglio costruttivo: è una fotocopia.
Il giunto di dilatazione

Da progetto. È l’unico giunto pensato per muoversi, e il profilo si dimensiona due volte: sul battente, con le larghezze minime della tavola, e sul movimento atteso, che si compone nelle tre direzioni. E c’è la regola che i progetti dimenticano più spesso: il sistema dei giunti deve essere chiuso, un anello continuo attorno alla vasca. Un waterstop che finisce nel nulla lascia aperta la porta che doveva chiudere: l’acqua aggira la fine del profilo e rientra.
Al controllo. Le giunzioni si saldano testa a testa, mai sovrapposte: la sovrapposizione è il punto in cui l’anello si apre. E i due esclusi vanno tenuti fuori davvero: i teli bentonitici, per dichiarazione dei loro produttori, e le resine rigide, che il movimento lo spaccano invece di seguirlo.
In posa. Il profilo va sostenuto perché resti in posizione durante il getto, con il bulbo esattamente sul giunto: un bulbo annegato fuori asse lavora come un profilo qualunque, cioè non lavora. Sul lato esterno la bandella post-getto è la seconda occasione dei prefabbricati, ma in spinta negativa va supportata: da sola si stacca.
Il corpo passante

Da progetto. Ogni servizio entra dalla vasca in un punto deciso dal progetto, mai dove capita. Il passante serio ha nome, quota e dettaglio: colletto idroespansivo confinato, oppure flangia meccanica con guarnizione, smontabile e ispezionabile, con le misure scritte in tavola come in quella milanese del 2019: piastra da 320 per 40 per 3 millimetri con tre tasselli. E una regola che quasi nessun capitolato scrive: il corrugato dei cavidotti non è certificato a tenuta d’acqua. In cantiere lo ripeto da anni: chi porta i cavi porta anche l’acqua, e a quel tema ho dedicato un articolo intero.
Al controllo. Il riempimento del foro deve assorbire il movimento del tubo: sigillante plastico, non elastico, con il tappo di chiusura. E il cordolo attorno al tubo vuole il suo confinamento di malta, almeno 6 cm: in luce libera rigonfia a vuoto.
In posa. Prima i passanti, poi il getto: la sequenza giusta è quella. Quando il tubo arriva dopo, si carota la vasca e si tratta il foro come un progetto in miniatura, non come un buco da schiumare.
Il ferro che trapassa il telo

Da progetto. È il caso di scuola di questo articolo, quello che ritrovo più spesso arrivando in cantiere. Ogni ferro, spinotto o tirante che attraversa la membrana è un canale perfetto: l’acqua lo segue per aderenza fin dentro, sotto il telo, e riappare a metri di distanza. La regola è una: colletto di sigillante su ogni ferro, nessuno escluso. Sui teli bentonitici vale l’eccezione dichiarata dai produttori: il telo si può forare attraverso i ferri perché il rigonfiamento richiude, ma solo con telo confinato e integro.
Al controllo. Si contano i ferri e si contano i colletti: devono essere lo stesso numero. E si fotografa prima del getto, perché dopo non lo vede più nessuno: quella foto è l’unica prova che resterà.
In posa. Il colletto si fa sul punto esatto in cui il ferro attraversa, non un giro di nastro a caso mezzo metro più in su. Dieci minuti di mastice contro una riparazione dall’interno a scavo chiuso: non c’è confronto che tenga.
I distanziatori dei casseri

Da progetto. Cento piccoli corpi passanti ripetuti, decisi troppo spesso dal solo carpentiere. Il progetto serio prescrive il tipo di distanziatore, il sistema di tappo, e la distanza dai presidi dei giunti: almeno 5 cm dal cordolo, perché un foro addosso al presidio è un ponte.
Al controllo. I fori si contano, e quelli sigillati devono essere tutti: ne basta uno, come dice la tavola. Il controllo si fa a disarmo, foro per foro, non a reinterro avviato.
In posa. Nel nuovo: anelli idroespansivi o tappi dedicati, subito dopo il disarmo. Sull’esistente che perde dal vecchio foro: scasso di almeno 6 cm, testa della lama tagliata in profondità, sigillatura del fondo e ripristino con malta a ritiro compensato. Il tappo a filo superficie è il modo più rapido per rivedere l’acqua.
La testa di palo

Da progetto. Dove la fondazione profonda incontra il telo ci sono solo due strade oneste. Nella prima il palo resta sotto il telo, con la membrana che corre continua sopra la testa ricostruita. Nella seconda lo attraversa: il telo si sagoma attorno con il perimetro in mastice, e ogni ferro che sale porta il suo colletto. Sono due tavole diverse: il progetto deve dire quale delle due sta disegnando.
Al controllo. La testa scapitozzata va ricostruita sana, senza lattime né calcestruzzo ammalorato, prima che il telo la tocchi. E ogni testa finita si fotografa: dopo il getto della platea quel nodo non esiste più per nessuno.
In posa. La scapitozzatura è demolizione di precisione, non sfogo: i ferri si piegano dove serve, la malta di ricostruzione si sceglie per la ripresa. Attorno ai ferri, di nuovo, la regola del colletto: la tavola D4 vale anche qui, moltiplicata per il numero dei pali.
Il nodo esterno parete-platea

Da progetto. Lo stesso angolo si difende in tre modi, e le scuole non si mescolano. I rivestimenti cementizi vogliono la sguscia, con il piede di 4-6 cm, perché il movimento si concentra nell’angolo a 90 gradi e la sguscia distribuisce le tensioni. I teli attivi lavorano con lo spigolo netto e affidano il nodo al presidio dentro la ripresa. I sistemi a profili chiudono il risvolto con elementi meccanici. Tre risposte legittime: il disegno deve dichiarare la sua.
Al controllo. La spia è il collage: la sguscia disegnata sotto un sistema che non la prevede racconta un dettaglio copiato da un altro progetto. E il nodo identico al variare del sistema è la firma della fotocopia.
In posa. La sguscia si fa con la malta giusta e si lascia maturare prima del rivestimento; i profili si chiodano nel giusto ordine, prima che il telo della parete scenda a coprirli.
Il risvolto fuori terra

Da progetto. La tenuta finisce in alto, e in alto deve uscire dal terreno: almeno 15 cm sopra il terreno finito per una scuola, circa 30 per le altre. Il numero lo sceglie il progetto, ma la parola che conta è finito: marciapiedi, aiuole e vialetti di domani, non lo sterro di oggi.
Al controllo. La chiusura di testa vuole il fissaggio meccanico e il profilo di battuta sigillato: il telo lasciato libero dietro lo zoccolo si stacca al primo inverno. E al piede del muro lavorano spruzzi e neve: la finitura dello zoccolo è una classe d’acqua, non una rifinitura estetica.
In posa. Il risvolto si protegge durante le sistemazioni esterne: è il momento in cui pale ed escavatori lavorano a centimetri dalla testa del telo, e il danno di quel giorno si scopre due anni dopo.
Il piede esterno e il drenaggio

Da progetto. Il drenaggio lavora solo alla quota giusta: il tubo alla quota della platea o più in basso, perché più in alto raccoglie acqua già entrata. E lavora solo con un recapito vero: pendenza, pozzetti di ispezione, scarico. Un drenaggio senza recapito è una vasca di accumulo appoggiata al muro.
Al controllo. La protezione del telo vuole tre funzioni, e i produttori seri le dichiarano separate: meccanica contro gli urti, drenante contro l’acqua, di scorrimento contro il terreno che si assesta e trascina. Il bugnato da solo copre la prima, non la terza.
In posa. Il reinterro è l’ultimo gesto del cantiere e il primo processo alla tenuta: strati compattati, niente inerti taglienti contro il telo, e la cintura drenante risvoltata fino al piede della fondazione come chiedono le guide del recupero.
La fossa ascensore

Da progetto. È il punto più profondo dell’interrato, il primo a sentire la falda che sale: una vasca dentro la vasca. Il telo la segue senza interrompersi, scende, gira sul fondo e risale; le sue riprese portano gli stessi presidi della platea. La quota del fondo va dichiarata in tavola, perché è il battente massimo del progetto.
Al controllo. Il telo interrotto al bordo della fossa è un buco sul fondo dell’intera vasca: si verifica la continuità prima del getto, e si trattano gli impianti della fossa come corpi passanti a tutti gli effetti.
In posa. La fossa si getta scomoda, stretta, per ultima: è il posto dove la fretta produce nidi di ghiaia. Vibrare bene lì dentro vale più che altrove.
Il giunto di controllo

Da progetto. Il ritiro fessura comunque: nei setti lunghi la scelta è tra fessure dove vogliono loro e una fessura dove decide il progetto, già presidiata. Per indurla si riduce la sezione con un profilo annegato, e la frattura segue la via più debole; in vasca bianca il waterstop verticale lavora da induttore, come nelle tavole del cantiere milanese. Posizioni e passi sono scelte di progetto, scritte in tavola.
Al controllo. Il giunto indotto senza presidio dentro è una fessura organizzata ma aperta: l’induttore e la tenuta viaggiano insieme o il nodo non esiste.
In posa. Le guide si montano in fori dedicati, con diametri e profondità da scheda: l’elemento legato male all’armatura si sposta col getto e la fessura nasce storta, cioè dove voleva lei.
6. L’atlante, parte seconda: l’esistente dall’interno
6.1 I quattro sistemi del risanamento
Qui cambia tutto: fuori non si scava, il lato dell’acqua non esiste più, e si lavora in controspinta, dal lato dove la pressione tende a staccare quello che applichiamo. È il mio lavoro di ogni settimana, ed è un mondo con regole sue. Vale una premessa che i manuali seri scrivono in ogni tavola: la struttura su cui si interviene deve essere idonea a resistere alla spinta idraulica e priva di vizi. L’impermeabilizzazione dall’interno tiene l’acqua, non tiene in piedi il muro.
I cementizi osmotici sono la porta d’ingresso del risanamento: penetrano nei pori, cristallizzano, reggono la controspinta se il supporto è sano e la preparazione è vera. Il loro limite va detto: la struttura resta bagnata, il rivestimento tiene l’acqua fuori dal locale ma non risana il muro, e la condensa va gestita con finiture che lasciano respirare.

Il manto compartimentato è il sistema di chi vuole la prova, non la promessa: settori stagni, flange numerate, collaudo settore per settore prima dell’esercizio. L’ho messo tra i sistemi dell’esistente per una ragione precisa: è l’unico manto pensato fin dal progetto per essere riparato dall’interno, a locale finito.

La rifodera strutturale interna è la risposta pesante, quella che rifà la vasca da dentro: presidio attivo sulla parete esistente, connettori, controparete in calcestruzzo armato dimensionata alla spinta, ciclo anticondensa, massetto desolidarizzato. Ruba spazio e carica le fondazioni: si progetta con lo strutturista, non si improvvisa con un catalogo.

E le iniezioni sono la riparazione fatta sistema: cinque famiglie di resine, ognuna per il suo problema, con le regole d’oro che i manuali ripetono e i cantieri dimenticano: lento e a bassa pressione, dal basso verso l’alto, e la schiuma rapida è un tampone che obbliga alla re-iniezione definitiva.

6.2 I nodi dell’esistente
La venuta d’acqua attiva

Da progetto. L’acqua che entra adesso non si tappa a filo muro: si scava la sede a coda di rondine, larga e profonda almeno 6 cm, si tampona con la malta a presa rapida, si confina il tampone con almeno 5 cm di malta strutturale. E all’acqua si dà una via di sfogo provvisoria, da sigillare per ultima: chiuderle la porta in faccia significa vederla ricomparire un metro più in là.
Al controllo. La sequenza è tutto: chi tappa senza scasso consegna alla pressione un proiettile. E il tampone riuscito non è la fine del lavoro: è l’inizio del ciclo, osmotico, rifodera o iniezioni secondo il caso.
In posa. La malta rapida si lavora con i tempi suoi: impasto piccolo, presa tenendo la pressione della mano per 10-15 secondi, acqua calda d’inverno. Chi non l’ha mai fatto la prima volta la sbaglia: è il gesto più artigianale di tutto l’articolo.
La flangia di compartimento

Da progetto. La falla confinata per progetto: ogni settore isolato dai waterstop perimetrali, ogni settore collegato all’interno dalla sua flangia. Le flange si numerano e si riportano in pianta: senza mappa, il giorno del bisogno, non esistono.
Al controllo. Il collaudo si fa settore per settore, prima dell’esercizio, e si registra. E vale la regola dura dei manuali: un settore riempito a metà non è sigillato. O tutto, o niente.
In posa. Si inietta con resine acriliche fluide, fino al rifiuto, e si lava il tubo se si vuole poterlo riusare: la riniettabilità non è un dono del prodotto, è una disciplina di chi lo usa.
7. Il collaudo e la memoria dell’opera
C’è un momento, in ogni interrato, in cui tutto quello che abbiamo visto o è stato fatto o non lo sarà mai: il reinterro da un lato, il getto dall’altro. Il collaudo serio sta prima di quel momento, non dopo. I giunti con i tubi si possono provare iniettando acqua in pressione nel tubo stesso, prima dell’esercizio: è la prova più diretta che esista, i giunti interrogati uno a uno. Le superfici orizzontali si provano con l’allagamento controllato, e per localizzare le falle sui manti esistono le prove elettroniche di localizzazione: entrambe hanno metodi di prova codificati, citati nel registro. E poi c’è il primo inverno a pompe spente, il collaudo che nessuno prescrive e nessuno evita.
Ma il collaudo più trascurato è la memoria. Un interrato ben fatto consegna al committente un fascicolo preciso: dove sono le scatole di iniezione, che percorso fanno i tubi, quali flange servono quali settori. E ancora: con quali resine si è già iniettato, e quando. I manuali lo chiamano as-built; io lo chiamo il testamento dell’impermeabilizzatore. Il sistema riparabile senza mappa è riparabile solo in teoria: e la teoria, sotto due metri di terreno, vale poco.
8. In sintesi: la checklist dei tre mestieri

1. L’acqua è un carico che si calcola: 9,81 kPa per ogni metro di battente, spinta di lato e da sotto. Chi non dichiara il livello di falda di progetto non ha ancora cominciato a progettare. 2. Anche senza falda, lo scavo è un invaso: il reinterro raccoglie l’acqua meteorica contro i muri. La parete controterra si impermeabilizza sempre. 3. Prima del prodotto, tre domande: grado d’uso del locale, classe di esposizione all’acqua, classe di tenuta della struttura. Stanno in tre norme che non si citano tra loro: incrociarle è il progetto. 4. L’interrato non perde nel campo corrente: perde nei nodi, dove la continuità si interrompe. Quattordici nodi, quattordici tavole, nessuna delega al caso. 5. Ogni nodo ha più tecniche, nessuna è universale: waterstop dimensionati sul battente, cordoli che vivono solo confinati, tubi che si collaudano e si riaprono, lamiere che non interrompono l’armatura. Si sceglie con un criterio, non con un listino. 6. La domanda che separa i progetti seri: quando perde, come si ripara senza scavare? Le scuole sono tre: riniettabile, compartimentata, autoriparante. Chi non appartiene a nessuna vende materiale, non tenuta. 7. Il controllo corre nei due sensi: la direzione lavori valuta le implicazioni, non le spunte; e chi posa deve saper leggere il disegno e fermarlo se è sbagliato. Lo dice anche la Cassazione, non solo il buon senso. 8. La posa è un mestiere con la sua norma: la UNI 11333 qualifica gli addetti con esame pratico. Il prezzo dell’impresa specializzata paga formazione, attrezzatura e responsabilità. 9. I disegni fotocopiati si riconoscono: dettagli identici per battenti diversi, quote assenti, nodi che mancano. Le spie del copia-incolla stanno sotto ogni tavola: usatele. 10. La memoria è parte dell’opera: scatole, tubi, flange e interventi annotati in un fascicolo che resta. Un sistema riparabile senza mappa è riparabile solo in teoria.
Domande frequenti
La falda qui è bassa: posso risparmiare sull’impermeabilizzazione?
No, e il motivo ha un nome: invaso artificiale. Lo scavo richiuso raccoglie l’acqua di pioggia contro i muri anche dove la falda non arriva mai. Cambia il sistema, non l’obbligo.
Meglio la vasca bianca o la membrana?
Dipende dal sito, dal grado d’uso richiesto e dal costo del fallimento: ne ho scritto in un articolo dedicato. La domanda giusta, per entrambe, è un’altra: come si ripara quando perde?
Che cos’è il tubo di iniezione nei giunti?
Un canale forato annegato nella ripresa di getto, con le estremità in scatole accessibili: si collauda prima dell’esercizio e si può iniettare, anni dopo, dal locale finito. Con le resine acriliche, lavato dopo l’uso, resta riutilizzabile.
L’idroespansivo basta da solo sulla ripresa?
È una difesa economica ed efficace, ma vive di confinamento: almeno 8 cm di calcestruzzo per lato, chiodato ogni 25 cm su supporto sano. Nei lavori impegnativi si affianca al waterstop e al tubo, non li sostituisce.
Il mio interrato perde: devo scavare fuori?
Quasi mai è la prima scelta, spesso non è nemmeno possibile. L’atlante dell’esistente lavora dall’interno: blocco delle venute, cementizi osmotici, iniezioni, fino alla rifodera strutturale calcolata per la spinta. La diagnosi di provenienza dell’acqua viene prima di tutto.
Chi deve firmare il progetto dell’impermeabilizzazione?
L’impermeabilizzazione di un interrato è progetto a tutti gli effetti: tavole quotate dei nodi, classi dichiarate, collaudi previsti. Se nel vostro fascicolo queste cose non ci sono, quello che avete in mano è una fornitura.
Nota sul metodo, sui calcoli e sulle fonti
Le tavole di questo articolo sono disegnate da programmi scritti per l’occasione: ogni numero disegnato ha la sua riga in un archivio, con la fonte e la pagina da cui viene; le tavole nascono da lì e il testo cita gli stessi valori. Un controllo automatico verifica a ogni rigenerazione che cifre, colori e diciture coincidano. Alla verifica automatica segue sempre quella a occhio. In questo lavoro mi sono fatto aiutare dall’intelligenza artificiale, come dichiaro sempre: l’aiuto moltiplica quello che sai, e proprio per questo ogni affermazione è passata dalla verifica delle fonti prima di portare la mia firma. La responsabilità resta di chi firma.
Norme e documenti di riferimento
- BS 8102:2022, Protection of below ground structures against water ingress, BSI. I gradi d’uso citati (1a, 1b, 2, 3) sono verificati sull’edizione vigente. ✅
- DIN 18533 (parti 1-3, edizione vigente), impermeabilizzazione delle opere controterra: classi di esposizione W1-E, W2.1-E (immersione fino a 3 m), W2.2-E, W3-E, W4-E. ✅
- UNI EN 1992-3:2006, Eurocodice 2 parte 3, strutture di contenimento liquidi: classi di tenuta 0-3; per la classe 1 apertura raccomandata delle fessure passanti fino a 0,20 mm, 0,05 mm con battenti alti. ✅
- Linea guida ÖBV “Wasserundurchlässige Betonbauwerke – Weiße Wannen”, ed. 02/2018, Vienna: verificata come edizione vigente al 2026; classi dei waterstop (240 mm e 3,5 mm fino a 5 m; 320 mm e 4,5 mm tra 5 e 20 m) riscontrate su documentazione tecnica concordante. Il testo integrale, a pagamento, non è stato letto: lo dichiaro. ⚠️ sul dettaglio delle classi superiori.
- DIN 18541:2021 (waterstop termoplastici) e DIN 7865:2022 (elastomerici): vigenti. La ricerca sui cataloghi UNI e CEN conferma che una norma di prodotto italiana o europea per i waterstop annegati non esiste; in Europa la copertura passa dai benestare tecnici EOTA. ✅
- UNI 11333 (parti 1:2009, 2:2010, 3:2010), formazione e qualificazione degli addetti alla posa di membrane: tutte in vigore. ✅
- UNI EN 13967:2017 (membrane sintetiche, tipi A, V e T) e UNI EN 13969:2007 (bituminose, tipi A e T), con prova di tenuta UNI EN 1928:2002 a 2 kPa per i tipi anti-umidità e 60 kPa, circa 6 metri di colonna d’acqua, per i tipi in pressione. ✅
- Eurocodice 7 e NTC 2018 per la verifica al sollevamento (stati limite di tipo idraulico): citati come quadro generale, senza entrare nelle clausole. ✅
- UNI EN 1504-5:2013 per i prodotti di iniezione del calcestruzzo. ✅
- Prove di collaudo citate: ASTM D5957 (allagamento controllato) e ASTM D7877 (localizzazione elettronica delle falle sulle membrane). ✅
Giurisprudenza
- Cassazione civile, sez. II, ordinanza n. 31273 del 24/10/2022: l’appaltatore deve “controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto”, con esonero solo per chi dimostra il dissenso manifestato e l’esecuzione da nudus minister; fondamento negli artt. 1176 comma 2 e 1655 del Codice civile. Conforme Cass. n. 29864 del 18/11/2019. Estremi verificati su fonti giuridiche concordanti, testo integrale consultato su banca dati aperta. ✅
Letteratura tecnica
- I.H. Wong, “Methods of resisting hydrostatic uplift in substructures”, Tunnelling and Underground Space Technology, vol. 16, 2001, pp. 77-86: le due famiglie di gestione della sottospinta. ✅
- J. Henshell, The Manual of Below-Grade Waterproofing, 2ª edizione, Routledge, 2016: estremi verificati; consultato per il principio del confinamento dei bentonitici. ✅
- Guide istituzionali sui basements: CIRIA Report 139 (1995) e BRE Good Building Guide 72 (2007), estremi verificati sui cataloghi editoriali. Citati come riferimenti di letteratura, non letti integralmente: lo dichiaro. ⚠️
- Documentazione tecnica dei produttori (manuali, guide di progettazione, tavole esecutive e schede di posa di sette case europee, edizioni dal 2010 al 2026, oltre mille pagine utili studiate per questo lavoro): è la cava da cui vengono i dettagli costruttivi e le quote di posa citate con prudenza nel testo. Per la regola di questo blog i marchi non compaiono; l’elenco puntuale dei documenti con le pagine resta agli atti dello studio, a disposizione di chi volesse verificare. Le cifre promozionali di quel corpus (percentuali di danno senza studio a supporto, battenti di prova spacciati per battenti di esercizio) sono state escluse o smontate nel testo. ✅ per i dati usati, ⛔ per le cifre escluse.
Ultimo aggiornamento delle verifiche: 2 agosto 2026.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




