Un'infiltrazione dal marciapiede, mezzo metro di dislivello e l'impossibilità di scavare: perché una resina idroespansiva a espansione controllata chiude il giunto in profondità, dove il silicone tiene solo la superficie

Renzo-ArtHome, Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita

C'è un'acqua che non sale dal terreno e non cade dal tetto: arriva di lato, da un marciapiede più alto del pavimento di casa, e si infila nel punto dove nessuno guarda, la linea in cui il massetto esterno tocca il muro. In questo cantiere quel dislivello era di circa mezzo metro, e la regola del manuale, scavare fuori e impermeabilizzare la parete controterra, era impraticabile: il marciapiede non si poteva demolire. La soluzione non è stata combattere l'acqua in superficie, ma raggiungerla dove correva e chiuderle la strada in profondità, usando l'acqua stessa come innesco. Tre centimetri di taglio contro il muro e una resina che reagisce con l'acqua hanno fatto il lavoro di una demolizione, senza la demolizione. Racconto perché ha funzionato, perché un silicone al suo posto avrebbe tenuto solo i primi centimetri, e perché la resina andava scelta a espansione controllata, per non sollevare il marciapiede che dovevo salvare. L'intervento è del 2022: a quattro anni di distanza, con tutte le stagioni di pioggia in mezzo, quella parete non ha più dato infiltrazioni.

In copertina. Il caso in sezione: il marciapiede esterno sta circa mezzo metro sopra il pavimento interno. L'acqua di pioggia ristagna al piede del muro, trova il giunto tra il massetto e la parete e lo percorre verso l'interno, che è più basso. Non si può scavare fuori: la cura deve entrare da quel giunto. Disegno tecnico dell'autore.

1. L'acqua che arriva di lato

Le umidità si somigliano solo per chi le guarda da fuori. La risalita capillare parte dal piede del muro e disegna una fascia continua a quota più o meno costante; la condensa è stagionale e ama i punti freddi; l'infiltrazione, invece, ha un'impronta idraulica, dipende dalla pioggia e segue una via preferenziale, una fessura, un giunto, un passaggio, e sbuca dove trova lo sbocco più comodo. Qui il quadro era chiaro fin dal primo sopralluogo: le macchie comparivano dopo le piogge, non in un periodo dell'anno; erano concentrate su un tratto di parete, non distese in fascia; e sul lato esterno, esattamente contro quel tratto, c'era un marciapiede che stava mezzo metro più in alto del pavimento interno.

Quel dislivello è tutto. Un marciapiede più alto del pavimento di casa è, dal punto di vista dell'acqua, una piccola vasca appoggiata al muro. La pioggia che cade sulla pavimentazione, o che le arriva dal terreno a monte, non ha sempre una pendenza che la porta via: una parte ristagna al piede della parete, proprio dove il massetto esterno tocca il muro. E lì trova quasi sempre la stessa porta: il giunto di costruzione tra due getti fatti in tempi diversi, la pavimentazione e la struttura, che non sono mai monolitici. È una linea di minor resistenza per definizione. L'acqua non attraversa il calcestruzzo sano, che è poco permeabile: cammina lungo il giunto, e con mezzo metro di dislivello ha pure il battente che la spinge verso il basso e verso l'interno, dove il pavimento è più in basso e l'aria più asciutta la richiama.

Figura 1. Perché entra. Il calcestruzzo integro è poco permeabile: l'acqua non lo attraversa, cerca la via più facile. Con il marciapiede più alto, quella via è il giunto tra pavimentazione e muro, percorso da un battente di mezzo metro. Sigillare quel giunto, e solo quello, risolve l'infiltrazione senza toccare il resto. Disegno tecnico dell'autore.

In cantiere. Prima di scegliere qualunque prodotto, si stabilisce da dove entra l'acqua e con quale spinta. Tre domande bastano a orientare tutto: il problema segue la pioggia o le stagioni? È concentrato su un tratto o disteso in fascia? Che cosa c'è, fuori, contro quel tratto, e a che quota sta rispetto al pavimento interno? Se le risposte dicono pioggia, tratto localizzato e pavimentazione esterna più alta, si sta guardando un'infiltrazione di giunto, e il giunto è l'indirizzo dove mandare la cura.

2. Perché non si poteva demolire

La risposta da manuale, davanti a una parete che prende acqua da un terrapieno o da una pavimentazione più alta, è nota: si scava all'esterno, si mette a nudo il muro controterra, lo si impermeabilizza contro la spinta e si ricostruisce il pacchetto con drenaggio a perdere e riempimento. È la soluzione giusta, quando si può fare. Qui non si poteva: demolire il marciapiede significava aprire un cantiere invasivo su una pavimentazione integra e in uso, con costi e disagi sproporzionati al problema, e con la certezza di non rimettere le cose come stavano.

Quando la soluzione da manuale è preclusa, la tentazione è forzarla comunque, oppure ripiegare sul rimedio cosmetico: rifare l'intonaco dentro, dare una mano di prodotto sul muro, sperare. È il modo più sicuro per pagare due volte. La strada seria è un'altra: chiedersi qual è il meccanismo reale dell'infiltrazione, e se esiste un modo di interromperlo che non passi dalla demolizione. Il meccanismo, l'ho detto, era un giunto percorso dall'acqua. E un giunto, a differenza di un'intera parete controterra, si può raggiungere anche dall'alto, con un taglio sottile, senza smontare niente.

Questa non era un'idea nuova. Un intervento simile lo avevo già fatto molti anni prima, con quello che avevo allora: un sigillante siliconico colato nella fessura al piede del muro. Aveva funzionato in parte, e mi aveva insegnato dove stava il limite. Vale la pena spiegarlo, perché è la stessa ragione per cui oggi, per lo stesso problema, si usa un materiale diverso.

3. Che cosa mi aveva insegnato il silicone

Il silicone è un ottimo sigillante di superficie. Sta in un giunto a vista, lo chiude, resta elastico, sopporta i piccoli movimenti. Ma è esattamente questo: un sigillo di superficie. Quando lo si cola in una fessura per fermare un'infiltrazione, si scontra con tre limiti che nessuna qualità del prodotto elimina.

Il primo è la profondità. Il silicone è una pasta: riempie e aderisce sui primi centimetri del giunto, poi si ferma. Non scende, non insegue l'acqua nella parte profonda della fessura, dove il percorso davvero corre. Si mette un tappo all'imbocco, ma il canale sotto resta aperto, e l'acqua, che ha tempo e battente, prima o poi trova il modo di aggirarlo o di scollarlo dal bordo.

Il secondo è l'acqua stessa. Il silicone reticola con l'umidità dell'aria, ma non ama i supporti bagnati: su una superficie umida, sporca di polvere e di calcare, l'adesione cala proprio dove servirebbe massima. E il giunto di un'infiltrazione, per definizione, è bagnato.

Il terzo è che il silicone non lavora con l'acqua, le sta contro. Riempie un vuoto e spera che l'acqua non lo scavalchi. Non c'è nessun meccanismo che lo porti a cercare il punto umido e a chiuderlo lì. Anche un silicone a basso modulo, cioè quello più elastico e migliore per assorbire i movimenti di un giunto, resta un sigillo che lavora sui primi centimetri e sulla faccia esterna. Per un giunto a vista è perfetto. Per interrompere un percorso d'acqua in profondità, è un ripiego.

4. La resina che usa l'acqua

Il materiale che oggi fa questo lavoro ribalta i tre limiti del silicone, e lo fa sfruttando proprio ciò che il silicone subisce: l'acqua. È una resina poliuretanica idroespansiva, cioè idroreattiva: allo stato di fornitura è un liquido, e reagisce chimicamente al contatto con l'acqua, passando da liquido a solido e formando una schiuma a celle chiuse che riempie e sigilla il vuoto. La letteratura tecnica dei produttori la descrive come una resina priva di solventi che, incontrando l'acqua, si espande di più volte il proprio volume e penetra nelle fessure più sottili; i valori di espansione dichiarati vanno da poche volte fino a diverse decine di volte a seconda del prodotto. È la stessa famiglia di prodotti che si marca CE secondo la norma UNI EN 1504-5, dedicata ai prodotti per il riempimento di fessure, vuoti e cavità nel calcestruzzo (estremi verificati sul catalogo UNI; qui la resina è stata colata per gravità in un giunto aperto, non iniettata in pressione come nell'uso tipico della norma).

Tre proprietà cambiano tutto rispetto al sigillante.

Scende. Essendo liquida e poco viscosa al momento della colata, la resina non si ferma all'imbocco: scorre verso il basso per gravità e per capillarità, entra nella fessura e la percorre fino in fondo. Raggiunge la profondità dove corre l'acqua, che è il punto che conta.

Reagisce dove trova l'acqua. L'umidità non è un nemico, è l'innesco. La resina comincia a espandere e a solidificare esattamente dove incontra l'acqua, cioè lungo il percorso dell'infiltrazione. Si forma così un tappo che prende la forma del canale e lo chiude nel suo punto critico, non sulla sua bocca.

Usa il battente contro sé stesso. Espandendo, la schiuma occupa il vuoto e contrasta la pressione dell'acqua che l'ha innescata. Non è un tappo appoggiato: è un tappo generato dal problema, nel punto del problema.

Per usare bene questo meccanismo, l'acqua non si aspetta: si mette. Prima di colare la resina ho bagnato il taglio, così la reazione parte subito e nella posizione voluta, non a caso e non solo se e quando ripiove. È il passaggio che la maggior parte di chi improvvisa salta, e senza il quale la resina reagisce male o troppo tardi.

Figura 2. Il cuore della differenza. A sinistra il silicone: una pasta che chiude l'imbocco del giunto e tiene i primi centimetri, mentre il canale profondo resta aperto e l'acqua lo aggira. A destra la resina idroespansiva: cola nel taglio, scende, incontra l'acqua messa apposta, reagisce, espande e chiude il giunto in profondità. Disegno tecnico dell'autore.

5. Perché a espansione controllata

Se la resina espande di molte volte il suo volume, viene naturale pensare che più espande meglio è: più si gonfia, più riempie. In un giunto libero, in una parete controterra, sarebbe anche vero. Qui no, e qui sta la scelta professionale che fa la differenza tra un lavoro riuscito e un danno nuovo.

Il taglio da tre centimetri era ricavato dentro il marciapiede, contro il muro. Sopra e ai lati c'era la pavimentazione, integra, quella che dovevo salvare e non potevo demolire. Una resina a forte espansione, reagendo in uno spazio confinato, non genera solo volume: genera pressione. E quella pressione, non trovando sfogo verso il basso una volta chiuso il canale, si scarica dove il vincolo è più debole, cioè verso l'alto, sollevando le lastre del marciapiede. Avrei risolto l'infiltrazione e rotto la pavimentazione: un problema scambiato con un altro.

Per questo la resina andava scelta a espansione contenuta. Serviva abbastanza spinta da riempire il taglio e penetrare nel giunto, non tanta da mettere in pressione la pavimentazione sopra. È lo stesso ragionamento con cui si sceglie la forza di un martinetto sapendo che cosa c'è intorno: la potenza giusta è quella che basta al compito e non un grammo di più. Chi ragiona solo per categoria ("è una resina espansiva, gonfia e tappa") sbaglia proprio qui; chi ragiona per contesto sceglie il grado di espansione in funzione di ciò che il taglio ha intorno.

In cantiere. In uno spazio confinato, con qualcosa di integro sopra o accanto, l'espansione della resina è una forza da dosare, non da massimizzare. Si preferisce un prodotto a espansione bassa o moderata, si evita di saturare il taglio all'inverosimile e, dove serve, si lascia al volume una via di sfogo controllata. La domanda da farsi prima di colare non è "quanto gonfia", ma "dove va a scaricarsi quello che gonfia".

6. Come l'ho fatto, passo per passo

Il metodo è semplice, e proprio per questo va rispettato in ogni passaggio: è la pulizia dell'esecuzione a fare la tenuta, non la quantità di prodotto.

Primo: il taglio. Ho inciso circa tre centimetri di marciapiede contro il muro, seguendo tutta la linea del giunto, con un disco diamantato e rifinendo dove serviva. Il taglio deve aprire il giunto, cioè arrivare alla linea per cui l'acqua entra, ed essere abbastanza stretto da non indebolire la pavimentazione. Tre centimetri contro il muro sono un compromesso: aprono la via alla resina senza smontare niente.

Fotografia 1. Il taglio inciso nel marciapiede contro il muro, lungo tutta la linea del giunto. È da qui che la resina entrerà per raggiungere il percorso dell'acqua. Sulla parete, lo zoccolo impermeabile già ricostruito. Cantiere dell'autore.

Secondo: la pulizia. Ho tolto detriti, polvere e frammenti dal taglio. Una fessura sporca è una fessura in cui la resina trova ostacoli e aderisce male: la pulizia non è un dettaglio, è metà del risultato. Qui il silicone e la resina si assomigliano in una cosa sola, la richiesta di un supporto pulito; per tutto il resto lavorano all'opposto.

Terzo: l'acqua. Ho bagnato il taglio prima di colare. È il passaggio che innesca la reazione nel punto voluto: l'acqua messa apposta fa partire l'espansione subito e in profondità, senza affidarla al caso della prossima pioggia.

Quarto: la colata. Ho colato la resina lungo il taglio, lasciandola scendere. Incontrando l'acqua ha iniziato a reagire, espandendo e passando da liquida a schiuma solida: si vede affiorare, di colore chiaro, mano a mano che risale dopo aver riempito il vuoto sotto. Questa è la prova visiva che il giunto profondo si è riempito: la schiuma torna su solo quando sotto non c'è più spazio.

Fotografia 2. La resina che affiora dal giunto come schiuma chiara: è la reazione con l'acqua in corso. La schiuma torna in superficie solo dopo aver saturato il vuoto in profondità, ed è il segnale che il canale sotto è chiuso. Cantiere dell'autore.

Quinto: completare il sistema. La resina chiude l'ingresso, ma un lavoro serio non si affida a una difesa sola. Sopra la sigillatura ho aggiunto una barriera chimica, un'iniezione lungo una linea orizzontale di fori che sbarra la risalita capillare dentro il muro: su una base che ha bevuto acqua per anni resta il rischio che l'umidità già presente migri verso l'alto, e la barriera glielo toglie. Poi ho protetto il muro con un impermeabilizzante sulle due facce, portandolo verso il basso fin dove si arriva: dall'interno si scende fino al pavimento, dall'esterno solo fino al marciapiede. Qui sta il senso di tutto l'intervento: più giù non si può impermeabilizzare, perché servirebbe demolire il marciapiede, ed è esattamente quella parte bassa, il giunto interrato da cui entra l'acqua, che la resina ha già chiuso. L'impermeabilizzante fa la parte alta e raggiungibile, la resina fa la parte bassa e sepolta. Tre difese in serie, ognuna con il suo compito, ed è la ridondanza a fare durare un intervento, non la fiducia in un solo prodotto.

Figura 3. Il sistema finito, in sezione, dallo schema di cantiere. L'impermeabilizzante protegge le due facce del muro fin dove si arriva, dall'interno fino al pavimento e dall'esterno fino al marciapiede: più giù bisognerebbe demolire, e quella parte bassa, il giunto interrato da cui entra l'acqua, la chiude la resina idroespansiva. Nel muro, in alto, la barriera chimica sbarra la risalita capillare. Disegno tecnico dell'autore.

Fotografia 3. Il piede del muro a lavoro concluso: sotto, la resina che ha sigillato il giunto; sulla parete, l'impermeabilizzante risvoltato. In superficie l'acqua viene allontanata; in profondità non passa più. Cantiere dell'autore.

Silicone colato nel giunto

Resina idroespansiva

Dove agisce

Primi centimetri, imbocco del giunto

In profondità, lungo tutto il percorso

Rapporto con l'acqua

La subisce, aderisce male sul bagnato

La usa come innesco della reazione

Come riempie

Pasta ferma all'ingresso

Liquido che scende, poi schiuma che espande

Rischio in spazio confinato

Nessuno, ma tenuta parziale

Sollevamento se troppo espansiva: scegliere espansione bassa

Ruolo corretto

Sigillo di un giunto a vista

Interruzione di un percorso d'acqua

Tabella 1. Non è che uno sia buono e l'altro cattivo: sono strumenti per compiti diversi. Il silicone sigilla una fuga a vista, la resina interrompe un'infiltrazione in profondità. Sbagliare compito è il vero errore.

7. Il collaudo, e dove questa strada non basta

Un intervento di questo tipo si collauda con l'acqua, non con le parole. Il collaudo vero è la prima pioggia importante, con un controllo dall'interno: la parete deve restare asciutta dove prima si bagnava. Dove si può, si anticipa la pioggia con una prova di allagamento controllato del piede del muro, e si osserva l'interno. E si guarda nel tempo: un'infiltrazione risolta non ricompare al ciclo di piogge successivo. Il criterio di riuscita è semplice e misurabile: nessuna nuova comparsa d'acqua o di macchia dopo gli eventi piovosi che prima la producevano.

In questo caso il tempo ha già dato la sua risposta. L'intervento è del 2022, e a quattro anni di distanza, con tutte le stagioni di pioggia in mezzo, la parete non ha più mostrato segni di infiltrazione. Non è una garanzia scritta: è la prova migliore che esista, un muro che resta asciutto mentre gli anni passano. Il merito non è di un prodotto miracoloso, ma del ragionamento a monte, avere capito da dove entrava l'acqua e avere chiuso quella via nel punto giusto, sostenendola con le due difese che la completano.

Questa strada, però, non è una formula universale, e va detto con onestà, perché è la stessa onestà che la rende affidabile quando è al posto giusto. Funziona quando l'infiltrazione ha un percorso raggiungibile, un giunto, una fessura, e una spinta d'acqua limitata: la pioggia che ristagna contro un marciapiede più alto, appunto. Non è la risposta a una parete davvero in controspinta, con una falda che sta stabilmente sopra il pavimento interno e preme in permanenza su tutta la superficie: lì non si tappa un canale, o si impermeabilizza contro la pressione dal lato giusto, o si progetta una raccolta e un sollevamento dell'acqua. E non sostituisce la diagnosi: se l'acqua non arrivasse da quel giunto ma risalisse dal terreno per capillarità, sigillare il giunto non cambierebbe nulla. Sapere quando una soluzione non è indicata vale quanto saperla eseguire.

In cantiere. Un intervento di sigillatura di giunto è la risposta giusta a tre condizioni insieme: l'acqua entra da un percorso localizzato e raggiungibile; la spinta è quella di un ristagno o di un battente modesto, non di una falda in pressione permanente; la via da manuale, lo scavo esterno, è preclusa o sproporzionata. Se manca anche una sola di queste condizioni, si cambia strategia, non prodotto.

8. La regola

Non tutte le infiltrazioni si combattono scavando, e quasi nessuna si risolve in superficie. L'acqua entra da un percorso, e il percorso, quando è un giunto, si può raggiungere con un taglio sottile invece che con una demolizione. Il mestiere sta nel mandare la cura dove l'acqua corre davvero, in profondità, e nel farlo con il materiale che quel lavoro lo sa fare: una resina che non subisce l'acqua ma la usa come innesco, scelta con l'espansione giusta per il poco spazio che ha intorno. Il silicone di vent'anni fa mi aveva insegnato dove stava il limite; la resina idroespansiva, a espansione controllata, quel limite lo supera. Tre centimetri di taglio, l'acqua messa apposta e un sistema a tre difese in serie, la resina nel giunto, la barriera chimica nel muro, l'impermeabilizzante sulla faccia, hanno fatto il lavoro di una demolizione, senza demolire niente. A quattro anni di distanza la parete è ancora asciutta, e questo, alla fine, è tutto quello che si chiede a un intervento: risolvere il problema che c'è, senza crearne uno nuovo.

Il registro delle fonti

Come negli altri articoli di questa serie, elenco che cosa poggia su una fonte verificabile e con quale grado di affidabilità la marco: ✅ per ciò che ho riscontrato direttamente, ⚠️ per ciò che riporto da un tramite non indipendente (tipicamente la manualistica commerciale) senza una fonte primaria, ⛔ per ciò che circola ma non è affidabile e che quindi non trovate scritto come certo.

Il caso. Cantiere dell'autore (2022): infiltrazione da marciapiede esterno più alto del pavimento interno di circa mezzo metro, con impossibilità di demolire la pavimentazione. Diagnosi, esecuzione e fotografie sono di prima mano. L'intervento ha previsto tre strati in serie: resina idroespansiva a sigillare l'ingresso nel giunto, barriera chimica contro la risalita capillare nel muro, impermeabilizzante risvoltato sulla faccia. A quattro anni di distanza non sono state più lamentate infiltrazioni. Le fotografie documentano il taglio del giunto, la reazione della resina e la finitura.

Meccanismo della resina idroreattiva. Che le resine poliuretaniche idroespansive siano liquide alla fornitura, prive di solventi, e reagiscano con l'acqua passando allo stato solido con formazione di schiuma a celle chiuse è descrizione concorde della documentazione tecnica di settore. Il principio (l'acqua come innesco della reazione) è il tratto che le distingue dai sigillanti.

⚠️ Valori di espansione (da poche volte fino a diverse decine di volte il volume): ripresi dalle schede tecniche dei produttori, che non ho verificato su una fonte indipendente. Li riporto come ordine di grandezza, non come dato certo: cambiano molto da prodotto a prodotto, ed è proprio questa variabilità che rende necessaria la scelta consapevole del grado di espansione.

UNI EN 1504-5, "Prodotti e sistemi per la protezione e la riparazione delle strutture di calcestruzzo. Iniezione del calcestruzzo": è la norma armonizzata sotto cui si marcano CE i prodotti da iniezione per il riempimento di fessure, vuoti e cavità. Estremi e oggetto riscontrati sul catalogo UNI (store.uni.com). Nel caso descritto la resina è stata colata per gravità in un giunto aperto, non iniettata in pressione: cito la norma per inquadrare la famiglia del materiale, non l'esatta modalità applicativa.

Distinzione fra le umidità (risalita, condensa, infiltrazione) e regola della controspinta (falda stabilmente sopra il pavimento: non basta sigillare, serve impermeabilizzare contro pressione o raccogliere e sollevare): principi di diagnosi consolidati, coerenti con la letteratura tecnica sul risanamento degli interrati e con la pratica di cantiere.

Nomi di prodotti e marche. Non ne trovate: il materiale è descritto per famiglia e per meccanismo, non per marca. Chi progetta sceglie il prodotto sulla scheda tecnica e sui valori dichiarati, non sul nome.

Un valore di espansione "giusto" valido sempre. Non esiste: dipende dallo spazio che il taglio ha intorno e da ciò che gli sta sopra. Nel testo l'espansione è trattata come un parametro da scegliere caso per caso, non come una costante.

L'autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.


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Murature umide: cause e rimedi

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