Un giunto di dilatazione che lasciava passare acqua, e un cantiere che non poteva rubare nemmeno un’ora né all’elicottero né alle ambulanze.

Alle otto meno dieci di quel mattino il piano era bagnato di pioggia e non c’era ancora nessuno sul piazzale. Alle nove e mezza l’elicottero era fermo al centro del cerchio, a pochi metri da dove stavo lavorando in ginocchio. Non è un dettaglio di colore: è il vincolo che ha deciso tutto il resto. Questo è un eliporto di elisoccorso, e un eliporto di elisoccorso non si chiude. L’elicottero deve poter uscire dall’hangar, raggiungere l’area di decollo e rientrare, in qualsiasi momento e senza che nessuno debba prima smontare qualcosa.
E non era nemmeno l’unico passaggio da tenere libero. Il giunto che perdeva corre anche lungo la rampa di entrata e uscita delle ambulanze. Quindi i percorsi da non toccare erano due, ed erano i due percorsi da cui, in un posto così, dipendono le persone.
Sono stato chiamato per un’infiltrazione. Prima di me era passato Luca Panisi, di Ricerca Perdite Srl, che aveva svolto l’indagine non distruttiva con strumentazione e aveva messo il quadro nero su bianco. Quando mi hanno telefonato per studiare la situazione, quel materiale c’era già. Di questo lavoro racconto il ragionamento e le lavorazioni. Per rispetto di chi mi ha chiamato non compaiono nomi di località, committenti, imprese né progettisti: gli unici due nomi ammessi sono quello di Luca e la parola eliporto.
Il vincolo viene prima del problema
Nella maggior parte dei cantieri l’ordine è questo: si capisce dove entra l’acqua, si sceglie la lavorazione giusta, e poi si vede come organizzarla. Qui l’ordine era rovesciato. Il primo dato del problema non era l’acqua: erano due percorsi che dovevano restare liberi ogni giorno, tutto il giorno. Quello dell’elicottero, fra l’hangar e l’area di decollo. E quello delle ambulanze, che entrano ed escono dalla rampa.


Due parole sui nomi, perché servono a intendersi con chi in quel posto ci lavora. L’area su cui la macchina tocca terra e si stacca si chiama TLOF, area di atterraggio e sollevamento dal suolo. L’area più ampia, in cui si completa l’avvicinamento e da cui comincia il decollo, si chiama FATO, area per l’avvicinamento finale ed il decollo. Sono le definizioni del glossario ENAC. Nel parlato di cantiere si dice piazzola, e nel resto di questo racconto la chiamo così.
Un cantiere si progetta anche così. Ci sono lavorazioni che pretendono di occupare un’area per giorni, altre che pretendono soltanto un uomo, un tubo e un metro quadro di spazio. Nelle condizioni in cui mi trovavo, la seconda famiglia non era preferibile: era l’unica praticabile.
Che cosa perdeva
Il punto era un giunto di dilatazione carrabile: una cosa che tutti calpestano e quasi nessuno guarda.
Una struttura in calcestruzzo si allunga e si accorcia al variare della temperatura. Se due parti confinanti sono grandi, o si muovono in modo diverso fra loro, non le si può gettare attaccate: si lascia fra loro un vuoto e lo si copre con un dispositivo che assorbe il movimento e regge il transito. È lo stesso principio dei giunti che si sentono battere sotto le ruote quando si passa da una campata all’altra di un viadotto. Qui il giunto corre lungo la testa della rampa delle ambulanze, cioè proprio dove le ruote passano, e prosegue fino a risvoltare contro il muro.


Il giunto è, per costruzione, il punto debole della tenuta. Deve muoversi, quindi non può essere continuo come il resto; deve reggere il carico, quindi è imbullonato e sollecitato; deve raccogliere e allontanare acqua, quindi ci convive tutto l’anno. Quando la tenuta sotto il profilo perde, l’acqua non resta lì. Trova la via del vuoto, cammina dentro la sede e ricompare dove nessuno se l’aspetta.

L’indagine di Luca Panisi
L’indagine non distruttiva serve esattamente a questo: separare le ipotesi senza demolire. Davanti a uno stillicidio la domanda non è “c’è acqua”, che si vede a occhio, ma “da quale punto entra, che strada fa e dove esce”. È una domanda a cui non si risponde guardando: si risponde con la strumentazione e con le prove.
Luca ha consegnato una relazione di cinquantacinque pagine, datata 29 luglio 2024, con cinquantadue elementi numerati, divisa per zone e con ogni punto rilevante evidenziato sull’immagine. È un tecnico certificato per le prove non distruttive secondo la UNI 11931:2024, la norma che dal gennaio 2024 disciplina la certificazione del personale che esegue prove non distruttive nell’ingegneria civile.
Il protocollo, in cinque fasi
La struttura del lavoro conta quanto i risultati, perché ogni fase serve a stringere il campo alla successiva.
Fase 1, indagine visiva. Rilievo delle patologie a vista e mappatura delle cavillature del calcestruzzo da assestamento, concentrate vicino alle canalette, alle giunzioni e dietro la pompa carburante.
Fase 2, termografia. Termocamera a infrarossi ad alta risoluzione, per individuare l’origine probabile delle perdite e leggere l’orditura dei solai. La termocamera non vede l’acqua: vede la temperatura della superficie. Una zona bagnata evapora, e l’evaporazione raffredda.

Fase 3, sistema elettrico a bassa tensione. È la fase che dà i numeri. Si collega la struttura a una centralina con un cavo di massa. Si bagna la superficie da ispezionare. Poi la si percorre con un carrello a sensori, che misura il segnale indotto in valore efficace, cioè in RMS.

Dove il pacchetto è continuo il segnale resta basso e stabile; dove l’acqua passa nel solaio il segnale sale, perché l’acqua conduce. In questo lavoro i picchi registrati sulle aree inumidite stanno fra 6,518 e 7,104 volt.

Il software classifica poi il tracciato per intervalli, e li marca come integri, a medio rischio o a elevato rischio di danneggiamenti. Non è una misura assoluta di quanta acqua passa: è una lettura comparativa che dice dove guardare, e che va confermata da una prova diretta.

Fase 4, controprove con traccianti. Si immette acqua colorata con pigmenti fluorescenti, di tre colori diversi, sui punti sospetti individuati elettricamente, sulle tubazioni di scarico e sui giunti. Tre colori permettono di provare tre percorsi nella stessa giornata senza confonderli.
Fase 5, rilevazione ultravioletta. Si va a cercare il tracciante dall’altra parte, con lampada UV ad alta frequenza. Quando il colore ricompare, il percorso dell’acqua non è più un’ipotesi.
Che cosa hanno trovato le prove
Il risultato non è stato “c’è un’infiltrazione”. Sono stati più difetti distinti, in due zone diverse, ognuno con la sua prova.
Nella zona dell’ingresso fra hangar e pista i punti sono tre. Il primo è la tenuta della pavimentazione in calcestruzzo davanti al portone. Il secondo è l’impermeabilizzazione in poliurea, che risulta completamente priva di risvolti verticali nella giunzione contro la guida del portone: il risvolto è il tratto in cui la tenuta orizzontale risale sul verticale, e senza quello l’acqua entra dietro invece che sopra. Il terzo è la canaletta di scolo sul lato destro dell’ingresso, che non tiene: il tracciante immesso nella canaletta è stato poi ritrovato a percolare nella zona sottostante.

Nella zona della rampa e del portone i difetti individuati sono stati tre. Il primo è il giunto della rampa, con criticità significative confermate in modo incrociato dal sistema elettrico e dalla controprova con tracciante: è il punto su cui poi sono intervenuto io.


Il secondo difetto è una perdita sulla pavimentazione all’ingresso del portone, in corrispondenza del pilastro di destra. Anche lì la scansione elettrica è passata prima, e la prova con il tracciante è arrivata dopo, a confermare.

La prova è stata fatta con il tracciante blu, immesso alla base del pilastro e lasciato allargare sulla pavimentazione.

Quella perdita è risultata la causa diretta della percolazione negli uffici sottostanti: dopo i bagnamenti di prova il tracciante è stato ritrovato all’interno, con la lampada.

Il terzo è un problema di quote: pendenze negative orientate verso l’ingresso dell’hangar, che a ogni pioggia producono ristagno proprio dove la tenuta è più sollecitata. È il difetto meno appariscente e il più difficile da correggere, perché non si sistema con una sigillatura.
Le raccomandazioni finali della relazione sono coerenti con questo quadro: sigillare i collegamenti critici, in particolare le canalette e tutte le parti esposte a pioggia battente; realizzare i risvolti verticali mancanti sulla poliurea; e intervenire sulle contropendenze per togliere il ristagno.

In cantiere ho lavorato con le pagine della relazione attaccate al muro con il nastro di carta, all’altezza degli occhi. Non è pignoleria. Quando si inietta si sta a terra, con le mani sporche e una pistola in mano, e la mappa dei punti va guardata dieci volte in un’ora: se sta nel furgone, non la si guarda.

Fra i punti censiti sul contorno ce n’erano anche di più banali, come i corpi passanti sulle facciate. Sono la voce di capitolato che nessuno legge: chi porta un tubo o un cavo attraverso una tenuta deve ricostruire la tenuta attorno al tubo, non riempire il buco e passare oltre. Di questa famiglia di difetti, e di come si indagano, ho scritto in chi porta i cavi porta anche l’acqua.

Il percorso naturale sarebbe stato un altro
Voglio essere chiaro su questo punto, perché è il cuore del caso. Il lavoro giusto, in condizioni normali, non era un’iniezione. Era un intervento pesante e invasivo: aprire il giunto, rifarlo, e ricostruire la tenuta con il particolare a omega. È quello che avrei proposto se avessi potuto fermare il passaggio.
Comincio dai nomi, perché su questi elementi la letteratura tecnica è precisa. Nelle fotografie si vede un elemento prefabbricato rigido, con la piastra in acciaio. Lo ancorano barre filettate su entrambi i lati del vuoto, e sta a filo della pavimentazione: montato, non sporge. La quota di posa decide quanto dura il giunto. Se l’elemento sporge, lo prendono le ruote a ogni passaggio: gli ancoraggi si allentano, l’elemento comincia a battere, e da lì si strappa la sigillatura.
Qui la pavimentazione è in calcestruzzo, non in asfalto. Il giunto è a filo del calcestruzzo, non annegato in un tappeto bituminoso, e questo cambia sia il modo di demolire la sede sia il modo di ricostruirla.
Nella classificazione europea questi dispositivi si valutano con documenti di riferimento dedicati, uno per famiglia. La famiglia in cui rientra un elemento prefabbricato che scavalca il vuoto, formato da un corpo con piastre metalliche incorporate, è quella dei giunti a piastra, e il documento è l’EAD 120110-00-0107.
Due prescrizioni contano più di tutte le altre, e le cito per esteso perché spiegano il resto.
La prima riguarda l’acqua: il giunto non deve permettere all’acqua di entrare nella struttura, né di accumularsi dentro il giunto o dentro la struttura. Non è una raccomandazione generica, è il requisito.
La seconda riguarda la ridondanza: dove si usano elementi prefabbricati, la tenuta fra gli elementi deve essere resa stagna e, in aggiunta, va installato un sistema di impermeabilizzazione secondario nella forma di una membrana continua. Quella membrana continua, nella pratica di cantiere, è la bandella posata a omega. Ed è la ragione per cui un giunto ben fatto ha due tenute e non una: se cede quella in superficie, sotto c’è ancora qualcosa che ferma l’acqua.
Ce n’è una terza, sul drenaggio: per i giunti che non sono sigillati a livello del piano di calpestio va previsto un sistema di drenaggio secondario immediatamente sotto il giunto, ispezionabile e manutenibile, con lo scarico allontanato dalla struttura.
C’è poi un dato che spiega perché prima o poi questo lavoro tocca a chiunque abbia una struttura con dei giunti. La vita utile di progetto della famiglia è di cinquant’anni, ma le parti in gomma o in polimero sostituibili hanno una vita utile minima di quindici anni. Il giunto, come categoria, dura quanto l’opera. Le sue parti che tengono l’acqua, no. E i bulloni precaricati, una volta scaricati per smontare, vanno sempre sostituiti.

Il nastro a omega, e perché si chiama così
La bandella di tenuta è un nastro sottile che si incolla a cavallo del giunto, su entrambi i lati, con un adesivo epossidico. Il nastro che ho preso a riferimento per i numeri è in poliolefina flessibile, spesso 2 millimetri, disponibile in rotoli da 25 metri e in larghezze da 15 a 200 centimetri. Allunga oltre il 750 per cento prima di rompersi, il che sembra risolvere ogni problema. Non lo risolve.
Il vincolo che conta non è la rottura della bandella, ma il suo allungamento permanente, cioè quanto resta deformata dopo essere stata tirata. La scheda tecnica ammette un allungamento permanente inferiore al 25 per cento della larghezza non incollata. Tutto quello che sta sotto l’adesivo non lavora: lavora solo il tratto libero fra i due incollaggi. Se il tratto libero è corto, la corsa disponibile è poca, e un giunto che si apre e si chiude ogni stagione se la mangia in fretta.
Da qui nasce l’omega. Il produttore lo dice in una riga della scheda: in caso di movimenti maggiori, posare il nastro a omega. Il nastro non viene teso da un bordo all’altro, ma lasciato scendere dentro il giunto e risalire, con la sezione a forma di omega maiuscola: è da quella sagoma che il dettaglio prende il nome. La piega non è una finitura estetica: è sviluppo in più, cioè lunghezza di nastro in più a parità di distanza fra gli incollaggi. Quando il giunto si apre, prima si consuma la piega e solo dopo si tira il nastro.
Lo stesso principio esiste anche nel mondo delle membrane bituminose, ed è quello che in Italia si chiama giunto di dilatazione a omega: sopra il vuoto si appoggia un profilo comprimibile a sezione circolare, in polietilene espanso a celle chiuse, e la membrana viene risvoltata sopra quel profilo invece che tesa da un bordo all’altro. Il profilo tiene la piega e garantisce il lasco. Materiali diversi, stessa idea: la tenuta non deve mai essere l’elemento che si oppone al movimento.

Il conto è semplice e si legge in un colpo solo. Nastro largo 300 millimetri, incollato 100 per lato: restano 100 millimetri di tratto libero, e il 25 per cento fa 25 millimetri di corsa. Con un omega profondo 40 millimetri lo sviluppo libero diventa 180 millimetri, e la corsa ammessa sale a 45. Con uno da 80, arriva a 65. Stesso nastro, stesso incollaggio, corsa più che raddoppiata: cambia solo quanto nastro hai lasciato dentro il vuoto.
Quanto si muove davvero un giunto
L’ordine di grandezza spiega due cose insieme: perché il vuoto strutturale esiste, e perché la corsa della tenuta è il numero che conta.
| Lunghezza dell’elemento | Salto termico 30 °C | Salto termico 40 °C | Salto termico 50 °C |
|---|---|---|---|
| 10 m | 3,0 mm | 4,0 mm | 5,0 mm |
| 20 m | 6,0 mm | 8,0 mm | 10,0 mm |
| 30 m | 9,0 mm | 12,0 mm | 15,0 mm |
| 40 m | 12,0 mm | 16,0 mm | 20,0 mm |
Tabella 1. Dilatazione termica lineare di un elemento in calcestruzzo, con coefficiente di 10 milionesimi per grado. Valori dallo script `calcoli.py`. Sono variazioni di lunghezza dell’elemento: quanto di questo movimento arrivi sul singolo giunto dipende da come è vincolata la struttura.
Un impalcato di venti metri, fra la notte d’inverno e il pomeriggio d’estate, si allunga e si accorcia di circa otto millimetri. Su quaranta metri si arriva a sedici. Sono numeri piccoli in assoluto ed enormi per una tenuta incollata: è esattamente la ragione per cui la bandella si posa a omega e non tesa.
Perché qui non si poteva fare
Rifare il giunto, con la sequenza della Figura 1, significa smontare i profili, demolire la sede nel calcestruzzo, ricostruire il supporto, posare la tenuta secondaria, mettere la canaletta, riposare l’elemento nuovo e attendere le maturazioni. È la strada corretta, ed è quella che consiglio ogni volta che si può percorrerla. Ma è una strada che occupa fisicamente il passaggio, con macchine e materiali, per un tempo che non si comprime a piacere. E non si può interrompere a metà per far uscire un elicottero o per far passare un’ambulanza: a sequenza avviata, il giunto è aperto.
Il conto, in un posto come questo, si fa in un altro modo. Non si contano i giorni di lavoro: si contano i giorni in cui il percorso non è disponibile. E quel numero, su tutti e due i percorsi, doveva essere zero.
| Rifacimento del giunto | Iniezione di resina | |
|---|---|---|
| Che cosa comporta | smontaggio dei profili, demolizione della sede, ricostruzione, riposa | fori di piccolo diametro, iniettori, iniezione dall’alto |
| Occupazione del percorso | continua, per l’intera durata | il tempo di spostarsi di qualche metro |
| Interrompibile | male: a metà sequenza il giunto è aperto | sì: si stacca il tubo e ci si sposta |
| Attrezzatura in campo | mezzi e materiali ingombranti | pompa, tubo, pistola, un secchio |
| Che cosa restituisce | l’elemento nuovo, con la sua tenuta di progetto | la tenuta della via d’acqua, non l’elemento nuovo |
Tabella 2. Le due strade a confronto, dal punto di vista di chi deve tenere aperto il passaggio. La prima colonna resta tecnicamente la soluzione migliore: qui non era praticabile.
Perché le resine idroespansive
Le resine idroespansive si iniettano liquide. Incontrano l’acqua nel vuoto in cui stanno entrando, reagiscono ed espandono, e lo riempiono con una massa che si oppone al passaggio. Lavorano dentro, non sopra. Non chiedono di aprire, non chiedono un supporto asciutto e non hanno bisogno che il difetto sia visibile: hanno bisogno che sia raggiungibile con un foro. Ho scritto per esteso che cosa sono, come si comportano le diverse famiglie e che cosa non bisogna chiedere loro nell’articolo Le resine idroespansive nei dettagli.
Qui la scelta si è formata leggendo la relazione, e su un punto va usata la parola esatta, perché è tutto il lavoro. Non ho iniettato il vuoto strutturale del giunto. Quel vuoto deve restare vuoto: è lì che la struttura si apre e si chiude, e riempirlo di resina vorrebbe dire impedirle di muoversi, cioè rompere qualcosa da un’altra parte.
Quello che ho sigillato, dall’interno, è la fessura perimetrale fra il calcestruzzo della sede e la piastra carrabile in acciaio: la linea lungo la quale la piastra appoggia e viene ancorata. È da lì che l’acqua entrava, ed è lungo quella interfaccia che poi correva, per uscire dove nessuno se l’aspettava.
Sotto la piastra la bandella di tenuta c’era, posata a omega dentro il vuoto, e l’intervento non l’ha toccata. L’acqua non passava per il vuoto: entrava di lato, restava dentro l’interfaccia e camminava lì, sopra la tenuta secondaria, fino a trovare un’uscita a distanza. È il motivo per cui il difetto si presentava lontano dal punto di ingresso.

Il difetto correva quindi lungo una linea. L’acqua restava dentro un’interfaccia. E quell’interfaccia si raggiungeva con fori di piccolo diametro, inclinati dal piano di calpestio. Sono le tre condizioni in cui questa lavorazione dà il meglio. Se ne fosse mancata una, avremmo dovuto discutere di fermare l’attività.


La giornata
Il video dei lavori è qui: intervento di risanamento sull’eliporto.
Il lavoro si è svolto seguendo il giunto tratto per tratto: foro inclinato nel calcestruzzo a lato della piastra, packer, iniezione, controllo di che cosa succede attorno, e avanti di qualche decina di centimetri. Il packer è l’iniettore, cioè il raccordo che si fissa dentro il foro e a cui si attacca il tubo della pompa. Si chiama packer perché quello che fa è tenere il foro chiuso attorno all’ago mentre dentro sale la pressione. È una lavorazione lenta e ripetitiva, che non si può accelerare senza sbagliarla, perché il segnale che dice quando fermarsi arriva dal materiale e non dall’orologio.

Quella schiuma bianca sul nero della piastra, nella Fotografia 22, è la parte più informativa di tutta la giornata. Quando la resina ricompare in superficie a mezzo metro dal foro in cui è entrata, sta dicendo due cose insieme: che lungo l’interfaccia fra calcestruzzo e piastra c’era davvero una via continua, cioè che la diagnosi era giusta, e che quella via adesso è occupata. È un riscontro immediato, che nessun’altra lavorazione impermeabilizzante restituisce mentre la stai facendo.


L’ingombro complessivo del cantiere è quello che si vede nelle fotografie: una pompa, un tubo, una pistola, un secchio, qualche cuneo di legno. Tutto sgombrabile in pochi minuti. Non è un dettaglio da poco: è la ragione per cui la piazzola è rimasta disponibile mentre ci lavoravamo sopra, e per cui la rampa delle ambulanze non è mai stata chiusa. Bastava tirare via il tubo e farsi da parte.
Che cosa questo intervento è, e che cosa non è
L’iniezione di resina non è il rifacimento del giunto: non restituisce un elemento nuovo e non ripristina la vita utile di partenza. Chiude la via d’acqua individuata, senza aprire. Quando la struttura si può fermare, la strada giusta resta il rifacimento descritto sopra; qui non si poteva, e ho scelto la migliore fra le lavorazioni compatibili con l’esercizio.
Il giunto continua a dilatarsi e contrarsi ogni stagione, perché esiste per questo. La verifica di un intervento così non si fa il giorno della consegna: si fa dopo il primo inverno.
In sintesi
1. Il vincolo di esercizio era il primo dato del problema. Due percorsi dovevano restare liberi, quello dell’elicottero fra hangar e area di decollo e quello delle ambulanze sulla rampa: nessuna lavorazione poteva occuparli, nemmeno per un giorno. 2. Perdeva un giunto di dilatazione carrabile. Deve muoversi, reggere il transito e convivere con l’acqua: per costruzione è il tratto più debole della tenuta. 3. L’indagine è servita a localizzare, non a diagnosticare l’ovvio. Che ci fosse acqua si vedeva. Quale punto la lasciasse passare, e dove finisse, no. Cinque fasi in sequenza, e il tracciante colorato è la prova che chiude: immesso sul giunto della rampa, è ricomparso sotto, all’ingresso delle ambulanze. 4. I difetti erano cinque, non uno. Giunto della rampa, canaletta di scolo non a tenuta, poliurea senza risvolti verticali, perdita al pilastro che bagnava gli uffici sottostanti, contropendenze con ristagno. Io ho chiuso il primo. 5. La relazione è stata usata in cantiere, non archiviata. Le pagine dei punti stavano attaccate al muro con il nastro di carta, all’altezza degli occhi, per tutta la lavorazione. 6. Il percorso naturale era un intervento invasivo, cioè aprire, rifare il giunto e ricostruire la tenuta. Occupa il passaggio per un tempo che non si comprime e non si interrompe a metà: qui era la sola cosa che non si poteva fare. 7. Le resine idroespansive chiedono tre condizioni: difetto localizzato, percorso d’acqua confinato, accesso possibile con un foro. C’erano tutte e tre, e il cantiere stava in una pompa, un tubo, una pistola e un secchio, sgombrabili in pochi minuti. 8. Si sigilla l’interfaccia, non il vuoto strutturale. La via d’acqua era la fessura perimetrale fra il calcestruzzo della sede e la piastra carrabile. Il vuoto centrale è rimasto libero: riempirlo avrebbe impedito alla struttura di muoversi, e il danno sarebbe uscito da un’altra parte. 9. La resina che riemerge in superficie è un riscontro, non uno sporco. Dice che sotto la via era continua e che adesso è occupata. È l’unica lavorazione impermeabilizzante che dà una conferma mentre la esegui. 10. L’iniezione non restituisce un elemento nuovo: chiude la via d’acqua individuata, e si giudica dopo il primo inverno, non il giorno della consegna.
Nota su dati e riservatezza
Il caso è reso anonimo: niente committente, impresa, progettisti, indirizzo né comune. Le insegne presenti nelle fotografie originali sono state tagliate e l’intestazione della pagina di relazione della Fotografia 18 è sfocata. Gli unici nomi che compaiono sono quelli di Luca Panisi e di Ricerca Perdite Srl, citati con il consenso di chi ha svolto l’indagine, e la parola eliporto.
Le fotografie di cantiere sono mie e documentano la giornata del 24 ottobre 2024. Tutti gli esiti diagnostici vengono dalla relazione conclusiva di Luca Panisi del 29 luglio 2024, letta per intero; le immagini dell’indagine sono sue, creditate una per una. Il percorso dell’acqua descritto è coerente con l’indagine e con il comportamento del materiale iniettato, ma non è stato verificato aprendo il giunto: aprire era la sola cosa che qui non si poteva fare.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il libro è disponibile su Grafill e su Amazon.




