Cronaca di una specializzazione nata in un fine settimana

Con i nuovi CAM Edilizia il risanamento delle murature umide entra tra i criteri obbligatori degli appalti pubblici. Ed ecco, puntuale, la corsa all'esperto dell'ultima ora: corsi lampo, attestati, cattedre improvvisate. Riflessioni, e qualche previsione fin troppo facile, di chi si occupa di murature umide da trent'anni.

Una patologia scoperta per decreto

Per decenni l'umidità di risalita capillare è stata un problema di serie B: sotto gli occhi di tutti, studiata da pochi, progettata quasi da nessuno. Se ne occupava chi doveva o chi voleva: qualche ricercatore ostinato, i restauratori alle prese con intonaci che si sfarinavano e affreschi che perdevano pellicola pittorica, e una minoranza di tecnici che aveva scelto i muri bagnati quando il tema non riempiva i convegni, non muoveva fatturati e non interessava a nessuno.

Poi è arrivata la Gazzetta Ufficiale. Il decreto del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica 24 novembre 2025, pubblicato sulla GU n. 281 del 3 dicembre 2025, adotta i nuovi Criteri Ambientali Minimi per l'edilizia e introduce il criterio 2.3.13, «Progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti». Diagnosi preliminare obbligatoria, eliminazione della causa come obiettivo primario del progetto, target prestazionali misurabili, verifica dell'efficacia protratta nel tempo: da febbraio 2026 tutto questo è obbligatorio negli appalti pubblici di progettazione e lavori.

Sia chiaro, per evitare equivoci: il criterio, nel merito, è scritto bene. Chiede le cose che andavano chieste da sempre: capire prima di intervenire, misurare invece di dichiarare, rimuovere la causa invece di truccare l'effetto, verificare nel tempo invece di fotografare il giorno della consegna. Chi lavora seriamente su questi temi non può che sottoscriverlo: è il metodo che una parte del settore applica da decenni nell'indifferenza generale, finalmente messo nero su bianco.

Il problema non è il criterio. Il problema è ciò che gli sta già crescendo intorno.

La fabbrica degli esperti

Il meccanismo è collaudato e non riguarda solo l'umidità di risalita: ogni volta che una norma crea un obbligo, il mercato fabbrica in tempo reale la figura professionale che serve a soddisfarlo. È accaduto con la certificazione energetica (finita negli attestati a poche decine di euro, venduti online senza che nessuno abbia mai visto l'edificio), con l'acustica, con ogni adempimento che abbia aperto un capitolo di spesa negli appalti. Prima la patologia non esisteva; ora esiste il modulo da compilare, e quindi serve subito qualcuno «qualificato» a compilarlo.

E così, nel giro di pochi mesi, ci scopriremo circondati da specialisti dell'umidità di risalita. Due ore di webinar, un fine settimana in aula, le slide proiettate da chi a sua volta le ha ricevute da qualcun altro, l'attestato con il logo in filigrana. Nascerà, è questione di tempo, la «figura specializzata», con il suo corso abilitante di qualche giorno, il suo registro, il suo bollino da esibire in calce alle relazioni.

Trent'anni di cantieri insegnano cose che in un fine settimana non passano. Insegnano che una parte consistente delle «risalite» diagnosticate in giro non sono risalite: sono condense, sali igroscopici che richiamano acqua dall'aria, perdite di impianti, acque disperse al piede del muro. Insegnano che gli strumenti a lettura rapida, usati senza criterio, misurano i sali più che l'acqua, e che un muro va letto nella stagione giusta, perché lo stesso paramento racconta storie diverse a gennaio e ad agosto. Insegnano soprattutto l'umiltà del ritorno a distanza di anni, a vedere come è andata davvero: l'unico collaudo che conti.

Niente di tutto questo si trasferisce con un attestato. Eppure la dinamica che si prepara è l'inversione esatta della gerarchia dell'esperienza: chi ieri vendeva il rimedio universale oggi sale in cattedra a spiegare il metodo; chi il metodo lo applica da trent'anni, se vorrà continuare a esistere negli elenchi e nelle short list, dovrà sedersi tra il pubblico e pagare il corso a chi il decreto l'ha letto a dicembre. I professori dell'ultima ora insegneranno ai veterani il mestiere che hanno appena imparato da loro.

Il paziente perfetto

Vale la pena chiedersi perché proprio l'umidità di risalita attiri, da sempre, più venditori di certezze di qualunque altra patologia edilizia. La risposta sta nella natura del fenomeno.

La risalita è lenta, stagionale, e lavora nascosta. Un muro umido migliora e peggiora da solo, col ritmo delle stagioni e dei sali che assorbono e rilasciano acqua: asciuga in superficie d'estate, torna a macchiarsi col primo autunno; un intonaco nuovo lo fa sembrare guarito per mesi anche se sotto non è cambiato nulla. Qualunque intervento, anche il più inutile, può esibire un «miglioramento» se lo si fotografa nel momento giusto e si smette di guardarlo in quello sbagliato. È il paziente perfetto per il guaritore: non smentisce mai subito.

Per questo l'unica prova che conta è la misura ripetuta nel tempo, sugli stessi punti, attraverso le stagioni. Ed è esattamente la prova che il mercato dell'esperto rapido non può permettersi di aspettare. Chi vive di obblighi normativi ha fretta: il corso a gennaio, le diagnosi a primavera, i cantieri in estate, e alla prossima Gazzetta Ufficiale si cambia specializzazione. Li abbiamo già visti migrare, gli specialisti stagionali, di bonus in bonus e di obbligo in obbligo: l'umidità è solo l'ultima fermata.

L'acqua se ne va, i sali restano

C'è poi un capitolo che nei corsi lampo non entra quasi mai, e che da solo separa chi conosce la materia da chi la recita: i sali. L'acqua che risale dal terreno non sale mai pulita: porta con sé sali disciolti (nitrati, cloruri, solfati), li trascina verso l'alto e li abbandona dove evapora. Anno dopo anno il muro diventa un deposito: l'acqua passa, i sali restano e si concentrano proprio nella fascia che vediamo degradata.

Ed è qui che il problema cambia natura, perché i sali lavorano in proprio. Cristallizzano nei pori a ogni ciclo di asciugatura e, rottura dopo rottura, sgretolano intonaci e mattoni; molti sono igroscopici, cioè capaci di riprendersi l'umidità direttamente dall'aria, e così il muro può restare umido nelle giornate di pioggia anche quando la risalita è stata fermata davvero. In più di un caso, a conti fatti, il danno dei sali accumulati supera quello della risalita che li ha portati.

La conseguenza pratica è una sola: bloccare la risalita è metà del lavoro. Un progetto serio misura i sali prima di intervenire (quali specie, in che quantità, a quali altezze e profondità: esistono norme dedicate, come la UNI 11087 per il contenuto di sali solubili) e decide come gestirli dopo: cosa rimuovere, quali intonaci compatibili usare, quali tempi aspettarsi. Chi ha imparato in un fine settimana a «fermare l'umidità» consegnerà muri sbarrati sotto e ancora malati sopra, e non saprà spiegare al committente perché.

«Vedrete quante soluzioni senza evidenze verranno eliminate»

Il criterio 2.3.13 contiene un passaggio potenzialmente rivoluzionario: le tecniche e le tecnologie previste in progetto «devono essere supportate da un'attestazione di efficacia basata sui risultati raggiunti in altri interventi o per via sperimentale», rilasciata «da Enti di ricerca riconosciuti o da Università». Sulla carta, è la fine delle soluzioni miracolose: in un settore che per decenni ha visto convivere tecniche consolidate e dispositivi dal funzionamento mai dimostrato, finalmente qualcuno chiede le prove.

Chi se lo aspetta davvero, alzi la mano.

La previsione più facile di tutte è che non sparirà quasi nulla. L'attestazione può fondarsi sui «risultati raggiunti in altri interventi»: cioè su casi applicativi scelti, documentati e raccontati da chi la tecnologia la vende. «Enti di ricerca riconosciuti»: riconosciuti da chi, secondo quale procedura, non è dato sapere. Nessun protocollo di prova standardizzato, nessuna durata minima del monitoraggio, nessun obbligo di pubblicare i dati grezzi, nessun registro pubblico delle attestazioni rilasciate. E le convenzioni di ricerca, come è noto, qualcuno le finanzia: quando il committente dello studio è il produttore della tecnologia studiata, il confine tra validazione e promozione richiede una vigilanza che il criterio non prevede e non organizza.

Andrà così: a febbraio nessuna tecnologia si ritirerà dal mercato. Spariranno, vedrete, le malte «magiche» che promettono di risanare la muratura per il solo fatto di esserle state spalmate addosso, quando anche il migliore degli intonaci gestisce l'effetto e non tocca la causa. Spariranno le pannellature e le contropareti «deumidificanti» che l'umidità non la eliminano: la nascondono alla vista del committente e la lasciano lavorare indisturbata dietro la finitura nuova. Spariranno gli apparecchi che promettono di prosciugare un palazzo senza toccarlo. Non sparirà niente, ovviamente: tutto si ripresenterà puntuale, riverniciato nel linguaggio del criterio, con la sua diagnosi allegata, i suoi target dichiarati e la brava attestazione intestata a un ente dal nome rassicurante. Il principe di Salina lo aveva capito da tempo: bisogna che tutto cambi, perché tutto resti com'è.

Il circuito chiuso

C'è poi la questione più seria, quella di cui si parlerà meno volentieri nei convegni. Il criterio affida al progettista la scelta dei parametri «rappresentativi del fenomeno», la definizione dei target prestazionali «in accordo con la Stazione appaltante» e perfino la durata del monitoraggio, «definita dal progettista come idonea a certificarne l'efficacia». Tutto ragionevole, in un mondo di attori indipendenti. Ma da nessuna parte il criterio richiede che chi diagnostica sia indipendente da chi vende l'intervento, né che chi misura dopo sia diverso da chi ha eseguito.

Lo schema è già visibile oggi, e domani avrà in più il timbro della conformità: l'«indagine gratuita» offerta da chi vende il risanamento (che non è una diagnosi: è un preventivo travestito); poi l'intervento; poi il «monitoraggio» affidato agli stessi, o agli amici degli stessi, che torneranno a misurare il proprio successo con i parametri che hanno scelto loro, per la durata che hanno deciso loro. Il cerchio si chiude, le carte sono a posto, la relazione CAM è impeccabile.

In altri ambiti delle costruzioni questa lezione è acquisita da generazioni: il collaudatore è terzo, e non può aver progettato né eseguito l'opera che collauda. Per il risanamento dall'umidità, dove la verifica dell'efficacia nel tempo è letteralmente l'unica cosa che conti, nessuna terzietà è richiesta. È la falla nella quale passerà di tutto.

Le previsioni, fin troppo facili

Mettiamole per iscritto, così fra qualche anno potremo verificarle. È il metodo che chiediamo agli altri: vale anche per noi.

Vedremo target prestazionali definiti su misura, abbastanza larghi da essere rispettati da qualunque esito. Vedremo monitoraggi che si fermano prima della stagione critica, e murature dichiarate guarite ad agosto. Vedremo attestazioni fotocopia, buone per ogni cantiere, allegate come timbri più che lette come documenti. Vedremo corsi in cui chi vende le tecnologie forma chi dovrà sceglierle e controllarle. E vedremo gli stessi nomi ruotare (oggi diagnosta, domani fornitore, dopodomani verificatore) in una filiera che si autocertifica.

E quando il risanamento fallito tornerà a galla (perché tornerà, con la pazienza che i muri hanno e i monitoraggi no), il piano di verifica sarà scaduto, la garanzia anche, e l'esperto avrà già cambiato specializzazione. Il conto del doppio intervento lo pagherà il committente; e negli appalti pubblici il committente, alla fine, siamo tutti.

Vedremo anche, per fortuna, l'altra faccia: committenti più attenti, qualche stazione appaltante esigente, giovani tecnici che del metodo si innamoreranno davvero. Non tutto il movimento sarà rumore. Ma sarà il rumore a dominare, almeno all'inizio.

Che cosa pretendere, davvero

Ai committenti, ai RUP, ai colleghi che si troveranno queste relazioni sul tavolo, l'esperienza suggerisce sette domande semplici.

1. Chi firma la diagnosi ha rapporti, commerciali, societari o di partnership, con chi propone o vende l'intervento? Chiederlo per iscritto.

2. La diagnosi contiene misure o aggettivi? Il contenuto d'acqua si quantifica come grado di saturazione secondo le norme UNI 11085 o UNI 11121 (le stesse richiamate dal criterio), con profili in altezza e in profondità, prima e dopo.

3. E i sali? La diagnosi li ha cercati? Specie, quantità, distribuzione in altezza e in profondità; e il progetto deve dire come verranno gestiti una volta fermata la risalita.

4. I target prestazionali sono numeri fissati prima dell'intervento, o formule vaghe che qualunque esito potrà soddisfare?

5. Il monitoraggio copre almeno un ciclo stagionale completo, o si ferma alla prima estate utile?

6. L'attestazione di efficacia: chi l'ha rilasciata, su quale protocollo, con quali dati? E l'ente che l'ha firmata ha rapporti con il produttore?

7. L'indagine è gratuita? Allora non è un'indagine.

Quanto alla formazione, intendiamoci: ben venga, ed è anzi il terreno su cui si è mancato di più. Il tema merita spazio vero nelle aule universitarie, con corsi dedicati alle patologie da umidità e alla diagnostica del costruito, non una lezione di passaggio dentro un altro esame; e merita un aggiornamento professionale serio. È lì che si costruiscono le fondamenta. Ma le fondamenta non sono la qualifica. Nessun titolo fa lo specialista: non l'attestato del fine settimana, e nemmeno la laurea fresca di stampa. La risalita si impara dai muri prima che dalle slide: anni di casi sbagliati e capiti, di misure ripetute attraverso le stagioni, di muri rivisti a distanza di tempo. Un neolaureato preparato è un buon tecnico all'inizio della strada, non uno specialista: lo diventerà consumando suole e taccuini, non collezionando attestati. La specializzazione, in questa materia, non si conferisce: si dimostra, caso per caso, con i dati.

Il muro non legge i decreti

A chi arriva adesso, sinceramente: benvenuto. Che il tema attiri finalmente attenzione, studio e investimenti è un bene, prima di tutto per gli edifici. Di muri bagnati ce n'è per tutti.

Ma la credibilità tecnica non si rilascia in aula in un pomeriggio, e non si revoca per anzianità. L'umidità di risalita non ha cominciato a esistere il 3 dicembre 2025, e i muri continueranno a fare ciò che la fisica impone loro, indifferenti agli attestati appesi alle pareti, comprese quelle umide. Chi se ne occupa da trent'anni non chiede riconoscenza: chiede un metro uguale per tutti, vecchi e nuovi. Misure verificabili, dati consultabili, indipendenza dichiarata.

Il resto è mercato. E si vedrà presto.

Riferimenti

Decreto del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica 24 novembre 2025, «Criteri ambientali minimi per l'affidamento di servizi di progettazione e affidamento di lavori per interventi edilizi», GU Serie Generale n. 281 del 3 dicembre 2025; in applicazione negli appalti pubblici da febbraio 2026, in sostituzione del DM 256/2022.

Allegato 1 al decreto, criterio 2.3.13, «Progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti» (le citazioni tra virgolette sono tratte dal testo del criterio).

UNI 11085 e UNI 11121 (determinazione del contenuto d'acqua, rispettivamente con metodo ponderale in laboratorio e con metodo rapido in campo), richiamate dal criterio per la quantificazione del grado di saturazione.

UNI 11087 (determinazione del contenuto di sali solubili), citata nel testo a proposito della caratterizzazione dei sali nelle murature; non è richiamata dal criterio CAM.


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Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
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Domande frequenti

Cosa cambia con il CAM per l’umidità di risalita?

Il criterio CAM 2.3.13 porta il risanamento dell’umidità di risalita dentro gli appalti pubblici, con requisiti professionali. L’effetto collaterale è la corsa alla qualifica facile, con corsi lampo e attestati veloci.

Come riconosco un vero specialista di umidità?

Da tre cose: misure verificabili, dati consultabili e indipendenza dichiarata tra chi diagnostica e chi vende l’intervento. Un attestato da solo non basta.


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