Dentro molte pareti corre un tubo che porta a terra l’acqua del tetto. Quando quel tubo perde, la macchia che produce somiglia a un’umidità di risalita. Qui si racconta da dove viene l’abitudine di murare i pluviali, quanta acqua ci passa, come si riconosce la loro firma sul muro e come si prova il tubo con una canna e un secchio, prima di decidere qualunque intervento.
La telefonata parla di risalita
C’è una parete che ho imparato a guardare due volte. La telefonata descrive un caso da manuale: macchia scura alla base del muro, intonaco che si sfarina, l’odore di umido, e la diagnosi già pronta, umidità di risalita. Al sopralluogo la macchia c’è davvero, con i sali che affiorano e la finitura che si stacca. Poi si fa il giro della stanza, e la fascia umida si interrompe: sta su una parete sola, mentre le altre sono asciutte.
La risalita capillare pesca acqua dal terreno, e il terreno sta sotto tutto il perimetro. Una risalita vera bagna quasi sempre più pareti, con una fascia continua che gira gli angoli. Una macchia che vive su una parete sola, in una casa con le fondazioni tutte nello stesso terreno, ha bisogno di una spiegazione diversa. A quel punto si esce in strada, si alza la testa e si guarda il tetto: in asse con la macchia, tre piani più su, c’è il canale di gronda con il suo bocchettone. Il tubo di discesa non si vede, perché è murato dentro la parete.
Quel tubo è un impianto idraulico a tutti gli effetti, con i suoi giunti, le sue ostruzioni e la sua usura. Con una differenza rispetto a ogni altro impianto della casa: è murato, nessuno lo ispeziona da decenni, e quando perde scarica dentro la parete l’acqua di un intero tetto. In questo articolo lo chiamo pluviale, come si usa in cantiere; nei documenti tecnici si trova anche come discendente o tubo di discesa delle acque piovane.
Chi ha cominciato a pensarci
Il problema di tenere l’acqua del tetto lontana dai muri è stato risolto molto prima dei tubi. I costruttori delle cattedrali gotiche, ai primi del Duecento, montavano in quota i doccioni: canali di pietra sporgenti, spesso scolpiti in forma di animale, che raccoglievano l’acqua delle coperture e la sputavano a distanza dalla facciata. Eugène Viollet-le-Duc, l’architetto che nell’Ottocento restaurò Notre-Dame, dedicò ai doccioni una voce del suo Dictionnaire raisonné de l’architecture française (1854-1868): i primi esemplari compaiono verso il 1220 sulla cattedrale di Laon, e verso il 1225 su Notre-Dame; il loro compito, scrive, era dividere il getto in fili sottili e lanciarli lontano dal piede delle murature. L’acqua andava buttata via dal muro, e tutta la sapienza stava nel farlo bene.
Il primo tubo verticale documentato in Gran Bretagna nasce con lo stesso scopo, e la data è precisa. Nel 1240 Enrico III fece imbiancare a calce il mastio della Torre di Londra, che da allora si chiama White Tower. Nel dicembre di quell’anno l’ordine reale, conservato nei rotoli di cancelleria e riportato nel regesto Calendar of the Liberate Rolls, dispose che tutte le gronde di piombo della grande torre fossero allungate e portate fino a terra, così che il muro appena imbiancato non si guastasse con lo stillicidio della pioggia. Il primo pluviale inglese fu ordinato per proteggere un muro. Vale la data: sono passati quasi ottocento anni, e il mestiere di quel tubo è ancora lo stesso.
Per secoli i pluviali restarono roba da cattedrali e da palazzi, in piombo lavorato. Paul Trace, in una rassegna storica pubblicata dal Building Conservation Directory, colloca il cambio di scala fra Cinquecento e Ottocento: dopo il 1539 la soppressione dei monasteri inglesi mise in circolo grandi quantità di piombo di recupero, e il tubo scese sugli edifici comuni; alla fine del Settecento arrivò la ghisa prodotta in serie, e verso la metà dell’Ottocento la ghisa aveva vinto. Il tubo esterno in ghisa, staffato alla facciata, è l’immagine classica del pluviale che tutti conosciamo.
Poi il tubo è entrato nel muro, per due spinte diverse. La prima è regolamentare, ed è ancora in vigore: molti regolamenti edilizi comunali impongono di incassare il tratto basso dei pluviali che affacciano su strada, per proteggere il tubo dagli urti e il passante dall’ingombro. Il regolamento del Comune di Fara Gera d’Adda, all’articolo 91, lo scrive così: «I tubi di discesa delle acque piovane, nelle pareti prospicienti su aree pubbliche, debbono essere incassati nel muro fino all’altezza di m. 3.50 dal piano di spiccato. Le pareti delle incassature devono essere rivestite di cemento e i tubi non devono essere collocati a contatto con le pareti stesse». Il piano di spiccato è la quota in cui la costruzione esce dal terreno. Si legga due volte la seconda frase: l’incassatura va rivestita, e il tubo non deve toccare il muro. La prescrizione esiste da sempre, e nei cantieri si è persa: i tubi si trovano annegati nella malta, a contatto pieno con la muratura.
La seconda spinta è estetica ed è novecentesca: la facciata pulita, senza tubi in vista. Interi discendenti sono stati murati dentro pareti e pilastri, dal tetto fino a terra, in edifici d’epoca come in condomini del dopoguerra. Le guide di conservazione inglesi, che sulla gestione dell’acqua piovana hanno una tradizione seria, oggi raccomandano l’opposto: Historic England, nelle sue schede tecniche sui sistemi di smaltimento, tratta i pluviali annegati nella fabbrica come un caso critico che richiede accessi dedicati per l’ispezione, e raccomanda di tenere i tubi staccati dal muro, proprio perché una perdita nascosta satura la parete prima che qualcuno la veda.
Il diritto italiano, nel frattempo, aveva fissato il principio generale. L’articolo 908 del codice civile, rubricato Scarico delle acque piovane, recita: «Il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque piovane scolino sul suo terreno e non può farle cadere nel fondo del vicino. Se esistono pubblici colatoi, deve provvedere affinché le acque piovane vi siano immesse con gronde o canali». L’acqua del tetto va governata e accompagnata: il pluviale è lo strumento di un obbligo, prima ancora che un accessorio di lattoneria.

Le parole del sistema
Il sistema che porta a terra l’acqua del tetto ha pochi pezzi, e conviene chiamarli per nome, perché la diagnosi passa da lì.
Il canale di gronda è il canale orizzontale al bordo della falda, quello che raccoglie l’acqua di tutto il tetto. Il bocchettone è l’imbuto che collega il canale al tubo verticale: è il punto dove foglie e detriti si fermano per primi. Il pluviale, o discendente, è il tubo verticale di discesa. Il giunto a bicchiere è l’innesto fra due spezzoni di tubo: un’estremità svasata, il bicchiere, dentro cui entra il tubo che arriva da sopra. Il verso è tutto: il bicchiere guarda verso l’alto e riceve il tubo superiore, così l’acqua che scende resta dentro; montato al contrario, il giunto beve a ogni passaggio d’acqua. La conversa è la lamiera sagomata che raccorda il tetto con i punti difficili, compluvi e camini. Il pozzetto sifonato è la vaschetta al piede del pluviale, con una curva sempre piena d’acqua che separa il tubo dalla fognatura e dai suoi odori. Il doccione, l’antenato di pietra, oggi sopravvive nei ponti e nei terrazzi come semplice tubo passante che sputa fuori l’acqua.
Nei sistemi progettati oggi, il dimensionamento di canali e pluviali ha una norma dedicata, la UNI EN 12056-3:2001, che tratta i sistemi di evacuazione delle acque meteoriche funzionanti a gravità; per i prodotti di lattoneria, gronde e pluviali in lamiera metallica, i requisiti stanno nella UNI EN 612:2005. Ne riporto solo l’esistenza e lo scopo: i testi sono a pagamento e chi progetta li deve avere sul tavolo, non riassunti da un articolo.

Quanta acqua passa in quel tubo
Il millimetro di pioggia ha una definizione comoda: un millimetro caduto su un metro quadrato è un litro d’acqua. Da qui in avanti i conti sono aritmetica, e li faccio su un pluviale-tipo che serve 50 metri quadrati di falda: la villetta con cento metri quadrati di tetto e due discendenti, oppure la porzione di copertura condominiale che fa capo a un solo tubo.
In Italia, secondo l’ISPRA, la precipitazione media annua del trentennio climatologico 1991-2020 è di 951 millimetri; nel 2025 ne sono caduti 962,9. Sul pluviale-tipo, 951 millimetri per 50 metri quadrati fanno 47.550 litri all’anno: quasi 48 metri cubi, l’equivalente di 317 vasche da bagno da 150 litri, dentro un solo tubo. Il tetto intero da cento metri quadrati ne scarica 95 metri cubi l’anno. Sono i volumi di un piccolo impianto idraulico, gestiti da un condotto che nessuno vede.
Durante la pioggia, la portata dipende dall’intensità. La pratica meteorologica italiana usa per convenzione queste soglie: pioggia debole fino a 2 millimetri l’ora, moderata da 2 a 6, forte oltre 6, nubifragio oltre 30. Tradotte in litri sul pluviale-tipo:
| Pioggia | Intensità | Litri all’ora nel tubo | Litri al minuto |
|---|---|---|---|
| debole | 1 mm/h | 50 | 0,8 |
| moderata | 4 mm/h | 200 | 3,3 |
| forte | 10 mm/h | 500 | 8,3 |
| nubifragio, alla soglia | 30 mm/h | 1.500 | 25 |
| nubifragio violento | 60 mm/h | 3.000 | 50 |
| anno intero, media ISPRA | 951 mm | 47.550 litri |
Ora il difetto. Un giunto sfilato o una parete di tubo fessurata non buttano fuori tutta la portata: ne intercettano una parte. Prendo un temporale ordinario che scarica 20 millimetri in un’ora: nel tubo passano 1.000 litri. Un difetto che ne intercetta l’uno per cento mette nel muro 10 litri in un’ora, un secchio da cantiere pieno. Al cinque per cento sono 50 litri, cinque secchi. Su base annua la stessa aritmetica dice questo: l’uno per cento di 47.550 litri sono 476 litri l’anno dentro la parete, più di tre vasche da bagno; il cinque per cento sono 2.378 litri, quasi sedici vasche. Una muratura riceve quell’acqua, la assorbe, la ridistribuisce e la riconsegna all’aria per evaporazione, mese dopo mese: la macchia, i sali in superficie e l’intonaco che si stacca sono il bilancio visibile di quel lavoro.
Questi numeri spiegano una cosa che in cantiere sorprende sempre: il danno da pluviale murato cresce piano. Dieci litri a temporale spariscono dentro una parete da qualche tonnellata senza dare segni per mesi. La muratura fa da serbatoio e da tampone, e la macchia compare quando il serbatoio locale è ormai carico. Per questo la correlazione con la pioggia va cercata con pazienza: fra l’evento e il suo segno passano ore, a volte giorni.

La firma della macchia
Le tre grandi famiglie di macchie da acqua meteorica e da terreno hanno geometrie diverse, e la geometria è il primo strumento diagnostico che non costa niente.
La risalita capillare disegna una fascia orizzontale che parte dal pavimento, gira gli angoli e interessa più pareti, spesso anche i tramezzi interni che appoggiano sulle stesse fondazioni. Il massimo dell’acqua sta in basso, il bordo superiore è frastagliato ma corre quasi orizzontale, e la fascia c’è tutto l’anno, con oscillazioni stagionali lente. Della sua diagnosi ho scritto in dettaglio in Diagnosi differenziale della risalita.
Il pluviale che perde disegna una figura verticale: una colonna o una lingua, su una parete sola, in asse con il tubo. Il punto più carico sta vicino al difetto, in quota. La macchia si allarga scendendo, a ventaglio: l’acqua dentro il muro scende per gravità e si apre per capillarità. Si ravviva a ridosso delle piogge, con il ritardo di ore o giorni di cui sopra, e nelle estati asciutte perde forza fino quasi a sparire.
La pioggia battente lavora invece per chiazze diffuse sulla facciata esposta al vento dominante, si presenta durante e subito dopo gli eventi con vento, e asciuga in giorni. Riguarda la parete come superficie, senza un asse verticale privilegiato.
Il caso che inganna è quello da cui siamo partiti, e ha una spiegazione precisa. In molti fabbricati la configurazione è mista: il discendente scende esterno per i piani alti e si innesta nel muro a due metri e mezzo o tre e mezzo da terra, dove il regolamento vuole il tratto protetto, così il suo tratto cieco comincia esattamente dove nascono le macchie basali. Quando il difetto sta nel tratto murato, o nell’innesto stesso, la macchia compare alla base del muro, proprio dove la disegnerebbe la risalita. Anche lì restano però due firme che la risalita non ha: la macchia vive su una parete sola, in asse con un bocchettone che sta in quota, e risponde alla pioggia. Una fascia basale che si accende dopo i temporali e si spegne nelle settimane asciutte merita la prova del tubo prima di qualunque diagnosi di risalita. Sui sali affioranti conviene non costruire conclusioni rapide: li muove qualunque acqua che evapori dal muro, e di come lavorano ho scritto in Contare i cicli, non i sali.
| Domanda | Risalita capillare | Pluviale che perde | Pioggia battente |
|---|---|---|---|
| Su quante pareti? | più pareti, gira gli angoli | una sola, in asse col tubo | le facciate esposte al vento |
| Dove sta il massimo? | alla base, sul pavimento | vicino al difetto, anche in quota; alla base se il difetto è nel tratto incassato | a chiazze, senza asse |
| Che forma ha il bordo? | quasi orizzontale, frastagliato | ventaglio verticale | contorni sfumati |
| Quando peggiora? | sempre presente, stagionalità lenta | dopo le piogge, con ritardo di ore o giorni | durante gli eventi con vento |
| Come asciuga? | non asciuga mai del tutto | in settimane senza pioggia | in giorni |
| La prova che decide | mappatura igrometrica a quote | prova d’acqua nel tubo | osservazione durante l’evento |
Tabella. La stessa macchia interrogata con sei domande. Nessuna riga basta da sola: è l’insieme delle risposte a fare la diagnosi.

Se dentro la parete macchiata corre un pluviale, quel pluviale si prova prima di firmare qualunque diagnosi di risalita.
Dove si rompe un pluviale murato
Il tubo murato si rompe negli stessi punti del tubo esterno, con l’aggravante che nessuno lo vede. I difetti che trovo più spesso sono sette.
Il giunto a bicchiere che si sfila o beve. I tubi lavorano: dilatano d’estate, si contraggono d’inverno, e l’edificio si assesta. Un giunto nato senza guarnizione, o con il bicchiere montato al rovescio, intercetta una parte del flusso a ogni pioggia. È il difetto più frequente e il più subdolo, perché perde poco e sempre.
L’ostruzione e il rigurgito. Foglie, aghi di pino, nidi, il pallone del terrazzo: il tubo si tappa, l’acqua risale, e trova le vie laterali: trabocca dal bocchettone, preme sui giunti che a tubo libero non lavorerebbero mai in pressione, e li apre. Un pluviale è progettato per scorrere a pelo libero; ostruito, diventa una colonna d’acqua in pressione.
Il gelo. Il tubo ostruito resta pieno; l’acqua ferma gela, il ghiaccio dilata e spacca la parete del tubo o apre i giunti. Il danno si scopre in primavera, alla prima pioggia seria.
La corrosione. La ghisa ottocentesca si fessura tipicamente sul retro, il lato contro il muro che nessuno ha mai potuto ridipingere; la lamiera zincata si fora ai giunti e nelle pieghe. Sul tubo murato la corrosione lavora indisturbata per decenni.
L’innesto del tubo esterno nel muro. Nei fabbricati su strada la configurazione più comune è mista: il discendente scende esterno per i piani alti e a due metri e mezzo o tre e mezzo da terra entra nel muro, dove il regolamento vuole il tratto protetto. Il punto d’innesto somma i difetti di tutte le famiglie: è un giunto, spesso risolto con una curva e un pezzo speciale; sta esposto alle intemperie e agli sbalzi termici; e raccoglie i movimenti relativi fra il tubo esterno, staffato alla facciata, e il tratto murato, solidale alla parete. Una sconnessione lì scarica l’acqua nella testa del tratto incassato, e la macchia parte da sotto l’innesto.
Il raccordo al piede. Il collegamento fra il tubo e il pozzetto è un punto di moto e di assestamento: il marciapiede si muove, il pozzetto si sconnette, e l’acqua esce proprio alla base del muro. Dei movimenti del marciapiede e di quanto contino per la parete ho scritto in Tre centimetri invece di una demolizione.
L’incassatura a contatto. Anche senza un difetto franco, il tubo annegato nella malta consegna al muro ogni trasudo e ogni goccia dei giunti, e rende impossibile l’ispezione. L’articolo 91 citato sopra vieta il contatto per questa ragione esatta; è la prescrizione più disattesa di tutte. In più il tubo percorso dall’acqua fredda raffredda la parete dell’incassatura, e nei mesi umidi quel fianco freddo può condensare: sul confine fra queste due patologie ho scritto in Chiuso dal lato sbagliato.
La prova della canna
La prova che decide è una prova d’acqua a portata nota, e si fa con attrezzi da cortile: una canna da giardino, un secchio da dieci litri, un cronometro e un aiutante. La descrivo per esteso perché la differenza fra una prova e un getto d’acqua a caso sta tutta nelle regole.
Prima regola: misurare la portata. Si riempie il secchio con la canna aperta come la si userà, cronometrando. Dieci litri in 30 secondi sono 20 litri al minuto: sulla falda-tipo da 50 metri quadrati equivalgono a una pioggia da 24 millimetri l’ora, appena sotto la soglia convenzionale del nubifragio. Dieci litri in 60 secondi sono 10 litri al minuto, una pioggia da 12 millimetri l’ora, comunque forte. Una canna comune, dunque, simula bene un temporale vero sul singolo tubo: il numero va scritto sul verbale della prova, perché trasforma un getto d’acqua in una sollecitazione quantificata.
Seconda regola: partire dal sistema pulito e asciutto. La prova si fa dopo giorni senza pioggia. Le condizioni di partenza della parete si fotografano e, dove si può, si misurano con un igrometro a contatto sulle quote della macchia. Prima dell’acqua si ispezionano gronda e bocchettone: se il canale è pieno di foglie, il primo risultato della prova sarebbe un trabocco esterno che non dice niente sul tubo.
Terza regola: acqua nel bocchettone, occhi su parete e pozzetto. L’aiutante tiene la canna nel bocchettone; chi conduce la prova sta al piede, e guarda due cose insieme. Il pozzetto: l’acqua immessa deve arrivarci, e in quantità coerente con quella immessa. La parete: si cercano la comparsa di umidità, i rigonfiamenti che si scuriscono, le gocce nei punti già noti. La prova dura almeno venti o trenta minuti a portata costante: le perdite piccole hanno bisogno di volume per farsi vedere attraverso una muratura.
Quarta regola: aspettare. Il muro tampona, si è visto con i numeri. Se dopo mezz’ora la parete tace, la prova non è finita: si torna a guardare dopo qualche ora e il giorno dopo, con foto orariate. Una macchia che compare sei ore dopo la prova, sulla parete del tubo provato, è un esito positivo quanto una goccia immediata.
Quinta regola: se l’uscita si può tappare, si fa anche la prova a colonna piena. In cantiere la chiamo la prova del palloncino, e misura la tenuta, mentre la canna misura l’esercizio. Quando il piede del tubo si raggiunge, dal pozzetto o da un’ispezione bassa, si chiude l’uscita: un palloncino robusto gonfiato dentro il tubo, un tappo di prova, oppure l’otturatore pneumatico dei collaudi fognari, che del palloncino è la versione fatta attrezzo. Poi si riempie il pluviale dall’alto e si osserva il livello. Un tubo sano tiene la colonna ferma. Se dopo qualche minuto il livello scende, il tubo perde, e il rabbocco misurato con un recipiente graduato dice quanti litri all’ora se ne vanno. Due avvertenze. Il calo può venire anche dal tappo che non fa tenuta: prima di firmare il verdetto si controlla che l’acqua non ricompaia al piede, sotto l’otturatore. E la colonna spinge: sei metri d’acqua fanno 0,59 bar al piede, che su un tubo da cento millimetri diventano 47 chili sul tappo; l’otturatore va scelto e contrastato per quel carico, e il riempimento si fa per gradi. La condizione della prova, del resto, è realistica: è la stessa in cui il tubo si trova quando è ostruito in basso durante un temporale.
Sesta regola: quando serve il percorso, si marca l’acqua. Se l’esito è dubbio, o se i tubi possibili sono più d’uno, si aggiunge all’acqua un tracciante colorato, la fluoresceina che si usa nelle prove idrauliche: dove ricompare il colore, di lì è passata l’acqua. Ho raccontato una prova di questo tipo, con le foto del tracciante che riaffiora, in Chi porta i cavi porta anche l’acqua, a proposito di un altro tubo murato che portava acqua dove non doveva.
Settima regola: se il tubo è indiziato, si guarda dentro. La videoispezione con sonda flessibile, immessa dal bocchettone o risalendo dal pozzetto, mostra giunti, ostruzioni e fratture con la stessa logica con cui si ispezionano le fognature. Su un tubo murato è l’unico modo di vedere il difetto invece di dedurlo.
La prova ha anche i suoi esiti negativi, e vanno rispettati: se con 20 litri al minuto per mezz’ora la parete resta muta, il pozzetto riceve tutto, e la macchia non si muove nei due giorni successivi, il pluviale è una causa improbabile, e la diagnosi torna alle altre ipotesi della tabella. Se anche la colonna piena del palloncino resta ferma, la tenuta è dimostrata nella condizione più severa, e il verdetto è definitivo. La prova serve a escludere quanto a confermare: in entrambi i casi si è comprato un fatto al prezzo di mezz’ora d’acqua.

I tre rimedi
Accertato il difetto, le strade sono tre, e la scelta dipende da dove sta il tubo e da che cosa dice il regolamento.
Portare il tubo fuori dal muro. È la soluzione che le guide di conservazione raccomandano da anni: discendente esterno, staccato dalla parete, ispezionabile e sostituibile. Sui prospetti interni e sui cortili si può quasi sempre; sui fronti strada resta l’obbligo del tratto basso protetto, e allora l’esterno si fa dove è consentito e il tratto incassato si rifà a regola d’arte.
Rifare il tratto murato a regola. La regola l’ha già scritta l’articolo 91 di cui sopra: incassatura rivestita e tubo che non tocca le pareti. In pratica: tubo nuovo in materiale durevole, possibilmente in un unico spezzone senza giunti nel tratto cieco, dentro un controtubo o una guaina che lo separi dalla muratura. Il piede si consegna a un pozzetto ispezionabile. Ogni giunto che proprio deve stare nel tratto murato va provato ad acqua prima di chiudere.
La camicia interna, quando non si può demolire. Esiste una terza via, mutuata dal risanamento delle fognature: la calza impregnata di resina che, inserita nel tubo esistente e fatta indurire, forma un tubo nuovo dentro il vecchio, senza aprire il muro. È un lavoro specialistico: richiede un tubo continuo e ispezionato prima, e dopo va verificata la sezione residua, perché la calza riduce il diametro e con lui la portata. Su un pluviale corretto di suo la riduzione è tollerabile; su un tubo già al limite va rifatto il conto.
Qualunque strada si scelga, il lavoro sul tubo chiude la sorgente e apre la seconda fase: la parete resta carica dell’acqua accumulata e dei sali che quell’acqua ha portato. L’asciugatura ha i suoi tempi, che dipendono dallo spessore e dai materiali, e ho dedicato un articolo a quanto tempo serve a una muratura per asciugare; i sali restano nel muro anche ad acqua chiusa, e il loro governo è un lavoro a parte. Chi rifà l’intonaco la settimana dopo la riparazione sta intonacando un muro bagnato, e fra un anno darà la colpa al tubo sbagliato.

In sintesi
1. Dentro molte pareti corre un impianto che nessuno ispeziona. Il pluviale murato è un tubo con giunti, ostruzioni e usura, annegato nella muratura, spesso da più di mezzo secolo. Quando perde, scarica nel muro l’acqua di un tetto.
2. I volumi sono da impianto, i numeri lo dicono. Con la media ISPRA di 951 millimetri l’anno, un pluviale che serve 50 metri quadrati di falda trasporta 47.550 litri l’anno: 317 vasche da bagno dentro un solo tubo.
3. Un difetto piccolo fa un danno grande, lentamente. L’uno per cento intercettato da un giunto sono 476 litri l’anno dentro la parete, più di tre vasche. Dieci litri a temporale spariscono in un muro da tonnellate: il danno matura in mesi, senza clamore.
4. La macchia del pluviale ha una firma. Una parete sola, l’asse verticale col tubo, il massimo vicino al difetto, il ventaglio verso il basso, la risposta alle piogge con ritardo di ore o giorni. La risalita disegna invece una fascia basale che gira gli angoli e non asciuga mai del tutto.
5. Il tratto incassato per regolamento è il grande equivocatore. Molti regolamenti comunali impongono l’incasso dei primi metri su strada, e molti discendenti scendono esterni per innestarsi nel muro proprio a quella quota. Il difetto nel tratto murato, o nell’innesto, produce una macchia basale che imita la risalita. La differenza resta nelle altre firme: una parete sola, e la risposta alla pioggia.
6. La prova costa mezz’ora d’acqua. Canna nel bocchettone a portata misurata col secchio: 20 litri al minuto equivalgono a una pioggia da 24 millimetri l’ora sulla falda-tipo. Dove l’uscita si può tappare si aggiunge la prova del palloncino: colonna piena e livello fermo se il tubo tiene, livello che scende se perde. Occhi su parete e pozzetto, attesa fino al giorno dopo, tracciante se serve il percorso, videoispezione se serve il difetto.
7. Anche l’esito negativo è un risultato. Se con 20 litri al minuto la parete tace e il pozzetto riceve tutto, il pluviale esce dalla lista degli indiziati. La diagnosi torna alle altre ipotesi della tabella, con un dato misurato in mano.
8. Il rimedio segue il regolamento, la fisica e l’ispezione. Tubo esterno dove si può; tratto murato rifatto con incassatura rivestita, controtubo e tubo libero, come i regolamenti prescrivono da sempre; camicia interna quando non si può demolire, con il conto della portata rifatto.
9. Chiuso il tubo, il lavoro è a metà. La parete resta carica d’acqua e di sali: prima l’asciugatura con i suoi tempi, poi il governo dei sali, e l’intonaco nuovo per ultimo. L’ordine inverso regala al muro un secondo ciclo di danno.
Domande frequenti
Come distinguo la macchia di un pluviale rotto da un’umidità di risalita?
Con quattro domande: su quante pareti sta la macchia, dove sta il suo massimo, che forma ha il bordo, e quando peggiora. La risalita occupa più pareti con una fascia basale continua e non risponde ai singoli eventi di pioggia; il pluviale lavora su una parete sola, in asse col tubo, e si ravviva dopo i temporali con ritardo di ore o giorni. Il verdetto lo dà la prova d’acqua a portata nota.
La macchia sta alla base del muro: può essere comunque il pluviale?
Sì, ed è il caso che inganna di più. Molti regolamenti edilizi impongono di incassare il tratto basso dei pluviali su strada, in genere fino a 2,50 o 3,50 metri da terra: un difetto in quel tratto, o nel raccordo col pozzetto, bagna proprio la base della parete. Restano le altre firme: una parete sola e la risposta alla pioggia.
Quanta acqua serve per fare quel danno?
Meno di quanto suggerisca l’intuito, perché lavora tutta nello stesso punto. Un giunto che intercetta l’uno per cento del flusso, su un pluviale da 50 metri quadrati di falda, mette nel muro 476 litri l’anno, più di tre vasche da bagno, concentrati in una colonna di muratura larga quanto la macchia.
Perché la macchia compare ore dopo la pioggia, o il giorno dopo?
Perché la muratura fa da serbatoio e da tampone. L’acqua entra nel punto del difetto, si distribuisce per capillarità e per gravità, e raggiunge la superficie visibile quando il volume locale è carico. Per lo stesso motivo la prova della canna prevede di tornare a guardare la parete fino al giorno successivo.
Che cos’è la prova del palloncino?
È la prova di tenuta a colonna piena. Si tappa l’uscita bassa del pluviale, con un palloncino robusto gonfiato dentro il tubo, un tappo di prova o un otturatore pneumatico, e si riempie il tubo dall’alto: se il livello resta fermo il tubo tiene, se scende c’è una perdita, e il rabbocco misurato dice quanti litri all’ora. Serve poter raggiungere l’uscita, il tappo deve fare tenuta a sua volta, e la colonna spinge forte: sei metri d’acqua fanno 47 chili su un tappo da cento millimetri, quindi l’otturatore si contrasta e si riempie per gradi.
Si può riparare un pluviale murato senza demolire la parete?
In molti casi sì, con la camicia interna: una calza impregnata di resina inserita nel tubo esistente e fatta indurire, che forma un tubo nuovo dentro il vecchio. Richiede videoispezione preventiva, un tubo continuo, e la verifica della portata dopo, perché la calza riduce il diametro. L’alternativa resta il tubo esterno, dove regolamento e prospetto lo consentono.
Il regolamento del mio comune impone l’incasso: sono condannato al tubo murato?
No. L’obbligo riguarda in genere il tratto basso sui fronti strada, per proteggere tubo e passanti; sul resto della facciata e sui cortili il discendente può correre esterno. E il tratto incassato ha le sue regole scritte, quasi sempre dimenticate: incassatura rivestita e tubo che non tocca le pareti. Rifatto così, con un controtubo e un pozzetto ispezionabile, il tratto murato smette di essere un punto cieco.
Nota sui calcoli e sulle fonti
Tutti i numeri dell’articolo escono dallo script allegato, con l’aritmetica dichiarata: un millimetro di pioggia è un litro per metro quadrato per definizione; il pluviale-tipo serve 50 metri quadrati di falda; gli scenari di perdita, uno, cinque e venti per cento della portata, sono assunzioni di scenario, dichiarate come tali, e servono a dare l’ordine di grandezza, non a descrivere un difetto specifico. Le soglie di intensità della pioggia, con il nubifragio oltre i 30 millimetri l’ora, sono la convenzione corrente della pratica meteorologica italiana, che uso per dare un nome agli scenari: nessuna norma le fissa.
ISPRA, indicatore Precipitazioni dell’Annuario dei dati ambientali, stime del modello di bilancio idrologico nazionale BIGBANG: precipitazione media annua in Italia di 951 millimetri sul trentennio climatologico 1991-2020, e di 962,9 millimetri nel 2025. ✅ Consultabile liberamente sul portale degli indicatori ambientali dell’ISPRA.
Eugène Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XIe au XVIe siècle, 1854-1868, voce Gargouille. ✅ La voce è digitalizzata e liberamente consultabile su Wikisource; ne riprendo le date sui primi doccioni, Laon verso il 1220 e Notre-Dame verso il 1225, e la descrizione della funzione.
Calendar of the Liberate Rolls, Henry III, volume 2, 1240-1245, Public Record Office. ✅ Estremi verificati; il regesto è digitalizzato e consultabile in rete. L’ordine del dicembre 1240 sulle gronde di piombo della Torre di Londra, da allungare fino a terra a protezione del muro appena imbiancato, lo riprendo dal regesto come citato dalla letteratura britannica sulla conservazione, da cui chiunque può risalire al testo.
Paul Trace, A Cast Iron Solution, in The Building Conservation Directory. ✅ Letto in rete; è la fonte della cronologia su piombo e ghisa: diffusione del piombo dopo il 1539, ghisa dalla fine del Settecento, predominio della ghisa a metà Ottocento.
Historic England, schede tecniche Inspection, Maintenance and Repair of Rainwater Systems e Upgrades or Alterations to Rainwater Goods, nella serie sui sistemi resilienti per le acque meteoriche. ✅ Consultabili liberamente sul sito di Historic England; ne riprendo le raccomandazioni generali sui pluviali annegati nella fabbrica e sulla distanza dei tubi dal muro.
Articolo 908 del codice civile, Scarico delle acque piovane: citato testualmente. ✅ Il testo è riscontrabile su qualunque edizione del codice.
Regolamento edilizio del Comune di Fara Gera d’Adda, articolo 91, Pluviali: citato testualmente come esempio di una prescrizione ricorrente nei regolamenti comunali italiani, l’incasso del tratto basso su strada con incassatura rivestita e tubo non a contatto. ✅ Il regolamento è pubblicato in rete dal comune; prescrizioni analoghe, con quote fra 2,50 e 3,50 metri, si trovano in molti altri regolamenti comunali.
UNI EN 12056-3:2001, Sistemi di scarico funzionanti a gravità all’interno degli edifici. Sistemi per l’evacuazione delle acque meteoriche, progettazione e calcolo, in vigore dal 30 settembre 2001. ✅ Estremi e scopo verificati sul catalogo UNI. Il testo integrale è a pagamento e non l’ho consultato per questo articolo: per questo non ne riporto metodi né valori, e chi dimensiona un sistema deve lavorare sulla norma, non su un articolo.
UNI EN 612:2005, requisiti di prodotto per canali di gronda e pluviali di lamiera metallica. ✅ Estremi verificati sul catalogo UNI; vale la stessa avvertenza: testo a pagamento, non consultato, nessun valore riportato.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




