Nel gennaio del 2011 mi hanno affidato il pavimento di una lavanderia: piastrelle stanche, un locale da rimettere in servizio in fretta, e nessuna voglia di demolire. Tre settimane dopo quel pavimento era un’acqua blu con le bolle di sapone che salivano dagli angoli, e le piastrelle erano ancora tutte lì, sotto, a fare da supporto. Quel cantiere dice in una frase quello che penso dei pavimenti in resina: non si comprano, si costruiscono in opera, strato su strato, e valgono quanto vale il supporto su cui li costruisci.
In questo articolo metto in fila quello che serve per capirli: le due grandi famiglie, il film sottile e il multistrato; il supporto e la sua umidità, che decidono la riuscita più della resina stessa; il procedimento vero di quel cantiere, foto per foto; e le norme con cui si scrive un capitolato serio.
1. Che cosa sono, secondo la norma
I sistemi resinosi per pavimentazioni sono rivestimenti applicati in opera allo stato liquido, a temperatura ambiente, che induriscono formando una superficie continua, senza fughe. La norma italiana di riferimento, la UNI 10966:2020 (che ha sostituito la vecchia UNI 8297 e l’edizione 2007), li inquadra proprio così: sistemi resinosi per superfici orizzontali e verticali, interne ed esterne, applicabili su qualsiasi supporto: base cementizia, ceramica, pietra. Quel “qualsiasi supporto” non è una formula di cortesia: è il motivo per cui la lavanderia non è stata demolita.
Le chimiche più usate sono tre: epossidica (grande adesione e resistenza chimica, il cavallo da lavoro degli interni industriali), poliuretanica (più elastica, più stabile ai raggi UV, ottima come finitura) e metacrilato (indurimento rapidissimo, per chi non può fermare l’attività). Un sistema ben progettato spesso le combina: fondi epossidici e finiture poliuretaniche.
2. Le due famiglie: film sottile e multistrato
La prima decisione di ogni progetto è lo spessore, e da lì discende tutto il resto.
I sistemi a film sottile (i “microfilm”: verniciature e rivestimenti fino al millimetro) sono pellicole che sposano la superficie esistente: la proteggono dalla polvere, dagli oli, dal lavaggio, la colorano e la rendono controllabile. Il limite è nella parola stessa: un film segue il supporto, ne eredita la planarità e i difetti, e sotto carichi concentrati o urti lavora quanto può lavorare una pellicola.
I sistemi multistrato (rasature armate, autolivellanti, spatolati, granigliati: indicativamente dai 2 ai 4 millimetri e oltre) costruiscono invece una lastra continua sopra il supporto: chiudono fughe e microfessure, recuperano piccole planarità, incorporano cariche di quarzo che portano i carichi e l’abrasione. È la strada dei reparti produttivi, delle officine, dei locali lavaggio, e di ogni caso in cui il pavimento vecchio va inglobato e non solo verniciato.
| Criterio | Film sottile (fino a ~1 mm) | Multistrato (~2-4 mm e oltre) |
|---|---|---|
| Cosa fa | Protegge e colora la superficie esistente | Costruisce una lastra continua nuova |
| Difetti del supporto | Li segue e li mostra | Li chiude e li recupera |
| Carichi e urti | Traffico leggero e medio | Carrelli, transpallet, officine |
| Tempi e costi | Rapidi e contenuti | Maggiori, ripagati dalla durata |
| Impiego tipico | Magazzini asciutti, garage, locali tecnici | Produzione, alimentare, lavaggi, ambienti umidi |
3. Il supporto decide, e l’acqua vota per prima
Chi legge questo blog sa già dove vado a parare: prima della resina viene il supporto, e prima del supporto viene la sua acqua. Una resina è un film continuo e poco permeabile: se il massetto sotto è umido, o se da sotto risale acqua, la pressione di vapore non ha dove andare e il conto arriva sotto forma di bolle, distacchi, osmosi. La maggior parte dei pavimenti in resina “falliti” che ho visto non aveva un problema di resina: aveva un problema di acqua non misurata.
Per questo il collaudo del supporto è un passaggio di progetto, non una cortesia: l’umidità residua del massetto si misura con l’igrometro a carburo secondo la UNI 10329 (campionando in profondità, nei punti peggiori, non passando uno strumento sulla superficie), e la coesione e la pulizia della superficie si preparano meccanicamente: carteggiatura, levigatura o pallinatura, finché il supporto è sano, ruvido e libero da lattime, oli e trattamenti vecchi. Sull’adesione non si tratta: la marcatura CE dei massetti resinosi dichiara proprio la forza di adesione, e nessuna chimica incolla su una superficie che si sbriciola o trasuda.
4. Un cantiere vero: la lavanderia, passo per passo
Torniamo al gennaio 2011. Il locale aveva un pavimento in piastrelle in buona salute statica ma esteticamente finito, e la committenza voleva un ambiente nuovo, igienico, senza fughe: il posto ideale per un multistrato con finitura decorativa.

Il punto di partenza: il locale con il vecchio pavimento in piastrelle, durante la ristrutturazione.

La preparazione meccanica: le piastrelle carteggiate a fondo per dare presa al sistema. Il supporto non si demolisce: si prepara.

La prima rasatura epossidica chiude le fughe e comincia a costruire la lastra: a metà stesura si vede ancora il confine col supporto.

La prima mano completata su tutta la superficie: resina armata con rete e spolvero di quarzo. Le piastrelle sono inglobate, le fughe non telegrafano più.

La seconda mano, ancora resina e quarzo a spolvero dopo la carteggiatura della prima. Il lavoro sui bordi e negli angoli si fa in ginocchio: è lì che un pavimento continuo si giudica.

Dopo la carteggiatura fine, il fondo è pronto per la fase decorativa: piano, pulito, continuo.

Comincia l’effetto: lo spatolato blu steso a mano sul fondo chiaro, dall’angolo verso l’uscita.

Lo spatolato antichizzato completo: l’effetto acqua chiesto dal committente. Il nuvolato nasce dal gesto della spatola, ed è irripetibile per definizione.

Il tocco finale a tema: le bolle di sapone disegnate a mano. Era una lavanderia, e il pavimento lo racconta.

Il risultato: una superficie continua, igienica, senza fughe, con la finitura protettiva lucida.

Il dettaglio controluce a lavoro finito: la profondità dell’effetto acqua sotto la finitura trasparente.
La sequenza fotografica racconta il metodo meglio di qualunque scheda: preparazione meccanica del supporto, prima mano di resina armata con rete e caricata a quarzo, seconda mano a spolvero dopo la carteggiatura della prima, il fondo di colore, lo spatolato antichizzato steso a mano libera (l’effetto acqua era una richiesta precisa del committente), la decorazione, e la finitura protettiva trasparente che sigilla tutto. Dal primo giorno di preparazione alla consegna: circa due settimane di lavorazioni, coi tempi di maturazione rispettati fra uno strato e l’altro. La resina premia la pazienza e punisce la fretta: ogni strato ha il suo tempo, e chi li somma male li paga tutti insieme.
5. Civile e industriale: che cosa cambia davvero
Il principio costruttivo è lo stesso; cambiano i numeri che il pavimento deve reggere. Nell’industriale la scelta si fa su prestazioni dichiarate: la marcatura CE secondo la EN 13813 identifica i massetti resinosi con la sigla SR seguita dalle classi di adesione (B), resistenza all’usura (AR) e resistenza all’urto (IR); su queste classi si dimensiona il sistema rispetto a carrelli, carichi puntuali e traffico. Dove il pavimento riveste e protegge un calcestruzzo esposto, entra in gioco anche la EN 1504-2, la norma dei sistemi di protezione superficiale.
Poi c’è la sicurezza di chi ci cammina: la scivolosità non è un’opinione ma una classe misurata. La scala tedesca R della DIN 51130 (da R9 a R13, misurata su piano inclinato) e la prova del pendolo della EN 13036-4 (il valore PTV) permettono di prescrivere e collaudare l’antiscivolo in funzione dell’ambiente: un conto è un ufficio asciutto, un altro un reparto di lavaggio dove la finitura va caricata di quarzo. E negli ambienti alimentari la superficie continua e senza fughe non è un vezzo estetico: è igiene che si pulisce davvero.
6. Le regole del gioco
Per scrivere un capitolato serio su un pavimento in resina i riferimenti ci sono tutti. La UNI 10966:2020 per la progettazione e l’applicazione dei sistemi resinosi, dalla diagnosi del supporto alle verifiche finali. La EN 13813 per l’identificazione e la marcatura CE dei materiali (le sigle SR-B-AR-IR di cui sopra). La EN 1504-2 quando il sistema protegge un calcestruzzo. La UNI 10329 per la misura dell’umidità residua del supporto con l’igrometro a carburo. La DIN 51130 e la EN 13036-4 per prescrivere e collaudare la resistenza allo scivolamento. E le linee guida Conpaviper sui rivestimenti resinosi, il codice di buona pratica dell’associazione di settore italiana, utili soprattutto per definire controlli e responsabilità fra committente, progettista e applicatore.
7. Gli errori che vedo più spesso
Sono quasi sempre gli stessi cinque. La posa su supporto umido senza misura preventiva: le bolle arrivano dopo mesi, quando il cantiere è smobilitato. La preparazione meccanica saltata o simbolica: la resina incolla sul lattime, e il lattime si stacca dal massetto. Lo spessore sbagliato per i carichi veri: il film sottile dove serviva il multistrato. Le fughe e i giunti ignorati: il pavimento continuo è continuo, ma i movimenti del supporto no, e i giunti strutturali vanno rispettati e ripresi, non sepolti. E la scivolosità decisa a occhio invece che per classe, con la finitura liscia dove l’acqua è di casa.
Dai cantieri: granigliati, civili e industriali
La lavanderia racconta il metodo, ma il grosso del lavoro di ogni anno sta altrove: reparti, magazzini, garage, abitazioni, esterni. Ecco una galleria dai cantieri, la stessa che trovate nella pagina del servizio: i granigliati (compresa una piscina) e i pavimenti civili e industriali.
I granigliati
Civili e industriali
Domande frequenti
Si può fare un pavimento in resina sopra le piastrelle?
Sì, ed è uno dei suoi impieghi migliori: la UNI 10966 contempla l’applicazione su ceramica. Servono piastrelle ben ancorate, una carteggiatura meccanica seria e un sistema multistrato che chiuda le fughe. Si evita la demolizione, i calcinacci e i giorni di fermo.
Che differenza c’è fra film sottile e multistrato?
Il film sottile (fino al millimetro) protegge e colora la superficie che c’è; il multistrato (dai 2 ai 4 millimetri e oltre) costruisce una lastra nuova che chiude fughe e difetti e porta carichi e urti. La scelta discende da traffico, ambiente e stato del supporto.
Perché su un pavimento in resina si formano le bolle?
Quasi sempre per acqua sotto il film: umidità residua del massetto non misurata o risalita dal terreno. Il vapore spinge e la pellicola continua non lo lascia passare. Per questo l’umidità del supporto si misura prima, con l’igrometro a carburo secondo la UNI 10329.
Il pavimento in resina è scivoloso?
Dipende dalla finitura, che si sceglie per classe: la scala R della DIN 51130 e il valore PTV della prova del pendolo (EN 13036-4) permettono di prescrivere l’antiscivolo giusto per ogni ambiente, dal magazzino asciutto al reparto di lavaggio.
Quanto dura e come si ripara?
Con supporto sano e sistema dimensionato sui carichi, decenni: e a differenza di molti rivestimenti si ripristina per zone, riportando strato e finitura dove il traffico ha consumato. La manutenzione programmata della finitura allunga la vita di tutto il sistema.
Il registro delle fonti
I riferimenti normativi citati li ho verificati sulle schede ufficiali degli enti e dei distributori di norme: UNI 10966:2020 (che sostituisce UNI 8297:2004 e UNI 10966:2007), EN 13813:2002 con le designazioni SR e le classi B, AR e IR, EN 1504-2:2004, UNI 10329 sulla misura dell’umidità dei massetti, DIN 51130 ed EN 13036-4:2011 per la resistenza allo scivolamento. Delle norme ho consultato le schede e le sintesi tecniche pubbliche, non sempre il testo integrale a pagamento; le linee guida Conpaviper sui rivestimenti resinosi sono pubbliche sul sito dell’associazione. Gli intervalli di spessore delle famiglie e le indicazioni operative vengono dalla pratica di settore e dalla mia esperienza diretta; il cantiere della lavanderia è documentazione fotografica mia, gennaio 2011.
L'autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




























