Diagnosi differenziale dell’umidità nelle murature, dalla causa alla soluzione, e il nodo del collaudo

Articolo tecnico-professionale. Tutte le norme citate sono verificate nel titolo e nello scopo; ciò che è buona prassi è etichettato come tale.

Abstract

L’umidità che affiora sulle murature viene troppo spesso attribuita “a occhio”, confondendo cause profondamente diverse: infiltrazione, risalita capillare, condensa, perdita d’impianto, umidità di costruzione. L’errore non è accademico: si traduce in interventi inefficaci, spese inutili e, non di rado, in contestazioni con il committente. In questo articolo propongo un metodo di diagnosi differenziale per esclusione, fondato su indicatori osservabili, misure quantitative e riferimenti normativi, che porta a una diagnosi tracciabile. Lo applico poi a un caso concreto, mostro come ancorare l’intervento alla causa accertata e alla norma pertinente (distinguendo ciò che è normato da ciò che è buona prassi) e affronto infine un nodo poco discusso e fonte ricorrente di contestazioni: il nuovo Criterio Ambientale Minimo 2.3.13 (DM MASE 24 novembre 2025) impone di verificare l’efficacia del risanamento nel tempo, ma lascia al progettista la definizione delle soglie di accettazione. Propongo allora un criterio quantitativo, basato su due indici (grado di prosciugamento P e umidità residua R), da adottare come target prestazionale per documentare in modo oggettivo l’avvenuto prosciugamento.

1. Il problema: la diagnosi affrettata

Una macchia scura su una parete non è una diagnosi: è un sintomo. Eppure, nella pratica corrente, la sequenza è spesso invertita. Si guarda la macchia, si decide “è umidità di risalita” oppure “sono infiltrazioni dal tetto”, e si passa direttamente alla cura. È un errore di metodo, e ha un costo.

L’umidità nelle murature può avere almeno cinque cause distinte, e tutte e cinque possono presentarsi con un quadro visivo simile: aloni, distacchi di intonaco, efflorescenze, muffe. Curare la causa sbagliata significa, nel migliore dei casi, spendere senza risolvere; nel peggiore, aggravare il problema. Impermeabilizzare una parete che soffre di condensa, per esempio, non fa che spostare il punto di rugiada e creare nuove patologie. Inserire una barriera contro la risalita dove il problema è una perdita d’impianto lascia il guasto attivo e il danno in progressione.

C’è poi un secondo costo, meno visibile ma altrettanto pesante: quello delle contestazioni. Quando l’intervento non risolve, il committente lo fa presente, e il professionista che ha diagnosticato e seguito i lavori deve poterne rendere conto. In assenza di una diagnosi documentata e di un criterio oggettivo di verifica, la discussione diventa una contrapposizione di opinioni, in cui diventa difficile dimostrare la correttezza del lavoro svolto.

La tesi di questo articolo è semplice: la diagnosi dell’umidità deve essere differenziale (escludere prima di concludere), quantitativa dove possibile, e tracciabile (ogni affermazione riconducibile a un indicatore, una misura o una norma). E quando entriamo nel territorio della prassi, dove la norma non arriva, dobbiamo dichiararlo apertamente, non travestire l’esperienza da prescrizione.

2. Cinque cause, un solo sintomo

Prima di poter escludere, bisogna conoscere i sospettati. Le cinque cause principali di umidità nelle murature sono le seguenti.

Infiltrazione. Acqua che entra dall’esterno attraverso un punto di debolezza dell’involucro: copertura, terrazzo, facciata fessurata, serramento mal sigillato, pluviale rotto. La sua firma più caratteristica è la correlazione con gli eventi piovosi: la macchia compare o si allarga dopo la pioggia, e tende a regredire nei periodi asciutti. La localizzazione segue il percorso dell’acqua, spesso con colature verticali o aloni a contorno netto.

Risalita capillare. Acqua che sale dal terreno attraverso i pori della muratura per capillarità, in assenza o per inefficacia di una barriera orizzontale. La sua firma è un fronte di umidità che parte dalla base del muro e sale fino a un’altezza in cui l’evaporazione eguaglia la risalita, con un bordo orizzontale e spesso efflorescenze saline alla sommità. La diagnosi di questo fenomeno e l’eventuale inserimento di una barriera chimica sono trattati da due riferimenti della prassi tecnica britannica: il Code of practice BS 6576:2005+A1:2012 e il BRE Digest 245 (un Digest, “Rising damp in walls: diagnosis and treatment”), che indica il metodo del prelievo di campioni in serie verticale per determinare il contenuto d’acqua capillare e igroscopico.

Condensa. Acqua che si forma per condensazione del vapore presente nell’aria, in superficie (quando la superficie scende sotto la temperatura di rugiada) o all’interno della stratigrafia (condensa interstiziale). La sua firma è la stagionalità invernale e la comparsa in punti freddi (ponti termici, angoli, dietro i mobili), tipicamente senza correlazione con la pioggia. Il metodo di calcolo per la verifica della condensa interstiziale e della temperatura superficiale minima è normato dalla UNI EN ISO 13788 (“Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi per edilizia. Temperatura superficiale interna per evitare l’umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale. Metodo di calcolo”).

Perdita d’impianto. Acqua che fuoriesce da una tubazione idrica in pressione o da uno scarico difettoso. La sua firma è la persistenza indipendente dal clima: la macchia non segue né la pioggia né le stagioni, ma resta o peggiora costantemente, spesso localizzata in prossimità di bagni, cucine o colonne montanti.

Umidità di costruzione. Acqua introdotta durante la realizzazione (getti, malte, intonaci) e non ancora evaporata. È un fenomeno transitorio, tipico degli edifici nuovi o di porzioni rifatte di recente, destinato a esaurirsi nei primi mesi o anni di vita.

La difficoltà sta nel fatto che questi fenomeni non solo si somigliano, ma spesso coesistono: una risalita può accompagnarsi a depositi salini che, essendo igroscopici, richiamano a loro volta umidità dall’aria; un’infiltrazione può innescare condensa locale per via del raffreddamento della parete bagnata. La valutazione complessiva della muratura come sistema (unità, malta, intonaci, alterazioni) è oggetto della diagnostica muraria descritta dalla linea guida tedesca WTA Merkblatt 4-5-99/D (“Beurteilung von Mauerwerk, Mauerwerksdiagnostik”).

3. Diagnosi per esclusione: il metodo

Il principio è quello della diagnosi differenziale in medicina: non si conferma un’ipotesi solo perché è plausibile, la si conferma quando si sono escluse le alternative e si dispone di indicatori positivi convergenti. Lo stesso vale per l’umidità. Affermare “è infiltrazione” è solido solo dopo aver ragionevolmente escluso risalita, condensa, perdita d’impianto e umidità di costruzione, e aver raccolto segni positivi a sostegno.

3.1 Gli indicatori osservabili

Il primo discriminante, gratuito e potente, è la correlazione con la pioggia. Se la macchia compare o cresce sistematicamente dopo gli eventi piovosi, l’infiltrazione sale in cima alla lista; se è permanente o spiccatamente invernale, lo sguardo si sposta su perdita d’impianto o condensa. È un’osservazione che richiede solo metodo e un minimo di storico (un diario degli eventi, le foto datate del committente), e che orienta tutto il resto dell’indagine.

Seguono la localizzazione e il pattern della macchia. Conviene leggerla su due assi. Sull’asse verticale: un fronte che sale dalla base, con bordo orizzontale, indirizza verso la risalita; una macchia alta, sotto la copertura o vicino a un serramento, verso l’infiltrazione; una distribuzione diffusa nei punti freddi verso la condensa. Sull’asse del tempo: comparsa nuova e progressiva, oppure stabile, oppure in regressione dopo un intervento. Conta anche il disegno del bordo: l’alone con contorno netto e secco è tipico di un apporto intermittente (pioggia), il fronte sfumato e perennemente umido di un apporto continuo.

Infine l’esposizione: una parete sopravento, battuta dalla pioggia obliqua, è molto più esposta all’infiltrazione attraverso fessure e giunti rispetto a una parete riparata. La resistenza dei sistemi di parete esterna alla pioggia battente sotto pressione pulsante dell’aria è oggetto della prova normata UNI EN 12865, utile riferimento quando si valuta la tenuta di una facciata o di un sistema di rivestimento.

3.2 Le misure quantitative

Gli indicatori osservabili orientano; le misure quantitative confermano. È qui che la diagnosi smette di essere opinione. Le principali tecniche sono le seguenti.

Profilo gravimetrico del contenuto d’acqua (UNI 11085:2003, “metodo ponderale”). Si prelevano campioni a profondità e altezze diverse, si pesano umidi, si essiccano in stufa e si ripesano: la differenza, rapportata alla massa secca, dà il contenuto d’acqua in percentuale. È il metodo di riferimento, accurato e diretto, e soprattutto restituisce un profilo, non un singolo numero: un contenuto crescente verso il basso e verso l’interno depone per la risalita; un picco localizzato in quota, magari più umido in superficie che in profondità, depone per un apporto esterno puntuale.

Metodo al carburo di calcio in campo (UNI 11121:2004). Misura quantitativa eseguibile direttamente in cantiere, utile come riscontro rapido del dato ponderale quando non si può attendere il laboratorio.

Determinazione del contenuto d’acqua di equilibrio (UNI 11086:2003), che fornisce il valore “fisiologico” verso cui la muratura tende a regime con l’ambiente: un riferimento prezioso, come vedremo, per stabilire quando un muro può dirsi davvero asciutto.

Contenuto di sali solubili (UNI 11087:2003). I sali igroscopici (cloruri, nitrati, solfati) non solo segnalano la storia dell’umidità, ma la falsano: essendo deliquescenti, sopra una certa umidità relativa richiamano acqua dall’aria e mantengono la parete umida anche dopo la rimozione della fonte. Quantificarli serve a non scambiare un effetto secondario per la causa primaria, e a spiegare perché certe pareti “non si asciugano mai”.

Tubo di Karsten (UNI EN 16302). Misura l’assorbimento d’acqua a bassa pressione di una porzione di superficie ed è utile per valutare la permeabilità di facciate, intonaci e giunti. È una prova valida, con alcune difficoltà operative note (aderenza della cella, condizioni della superficie) che vanno considerate nell’interpretazione del dato.

Termografia a infrarossi, che evidenzia le zone più fredde prodotte dall’evaporazione dell’acqua e aiuta a mappare l’estensione e l’andamento del fenomeno. È bene ricordare che è una tecnica di localizzazione qualitativa, non una misura del contenuto d’acqua: dice “dove”, non “quanto”.

Una notazione di metodo: l’igrometro a contatto (capacitivo o a resistenza) è comodo per una mappatura rapida, ma fornisce un valore indicativo, influenzato dalla presenza di sali e dalla disomogeneità del supporto. È ottimo per individuare le zone su cui poi eseguire la misura quantitativa; non lo è per certificare un valore. Tenere distinta la stima speditiva dalla misura quantitativa è una delle differenze tra una relazione solida e una fragile.

3.3 L’esclusione formale delle cause concorrenti

Il cuore del metodo è trasformare le quattro alternative in caselle da spuntare, ciascuna con il suo criterio:

Risalita: si esclude (o si conferma) con il profilo gravimetrico e con i criteri di BS 6576 / BRE Digest 245 (serie verticale di prelievi, contenuto capillare e igroscopico).

Condensa: si esclude confrontando la temperatura superficiale (misurata con termocamera o termometro a contatto, a regime stazionario) con la temperatura di rugiada dell’aria interna (ricavata da temperatura e umidità relativa con un termoigrometro) e, per la condensa interstiziale, con la verifica di calcolo secondo UNI EN ISO 13788.

Perdita d’impianto: si esclude con una prova di tenuta degli impianti (di cui al paragrafo 5) o con l’ispezione mirata delle tubazioni prossime.

Umidità di costruzione: si esclude in base all’età dell’edificio e dei getti; su strutture non recenti (orientativamente oltre i due-tre anni dalla realizzazione) è di norma trascurabile.

Solo dopo questo passaggio l’etichetta “infiltrazione” diventa una conclusione, e non un’impressione. Ed è esattamente questo passaggio che, documentato, regge a una verifica indipendente.

3.4 Falsi positivi e trappole ricorrenti

Alcuni errori si ripetono con regolarità e vale la pena anticiparli.

Il primo è scambiare la condensa per infiltrazione: una parete fredda e umida d’inverno, senza correlazione con la pioggia, viene a volte “impermeabilizzata” peggiorando il quadro. Il secondo è leggere i sali come causa: i depositi salini sono un effetto, e la loro igroscopicità mantiene umido a prescindere dalla fonte; rimuovere la fonte senza gestire i sali lascia il sintomo. Il terzo è fermarsi alla misura superficiale: senza profilo in profondità non si distingue un apporto dal basso da uno dall’alto. Il quarto, più sottile, è la coesistenza: trovata una causa plausibile, si smette di cercare, ignorando un secondo meccanismo concorrente che farà fallire l’intervento. Quando più cause convivono, conviene quantificare il contributo di ciascuna (con il profilo gravimetrico e con il contenuto di sali) e affrontare per prima quella dominante, riservandosi di riverificare dopo l’intervento.

Un avvertimento sulle citazioni normative. Chi costruisce una diagnosi tracciabile deve verificare le norme che cita, perché nella documentazione tecnica circolano errori ricorrenti. Due esempi concreti e verificabili: si trova talvolta richiamata una inesistente “EN 11085” (la determinazione ponderale del contenuto d’acqua è la UNI 11085, norma nazionale, priva di corrispondente europeo); e la UNI 11470, che riguarda le coperture discontinue e le membrane traspiranti sintetiche, viene a volte citata impropriamente a proposito delle perdite d’impianto, di competenza tutt’altra. Citare una norma sbagliata indebolisce l’intera relazione tecnica: la verifica della fonte è parte del metodo, non un dettaglio.

4. Un caso concreto: dalla macchia alla diagnosi

Per mostrare il metodo all’opera, seguiamo un caso tipico (i dati sono esemplificativi).

Si presenta una macchia all’ultimo piano di un edificio anni Settanta, parete perimetrale esposta a ovest, in alto vicino al solaio di copertura. Il committente riferisce che l’alone si “accende” dopo le piogge intense e tende a schiarirsi nei periodi asciutti.

Passo 1, indicatori. La correlazione con la pioggia è forte e l’esposizione è sopravento: due segnali a favore dell’infiltrazione. La localizzazione alta, sotto copertura, indirizza verso copertura o serramento, non verso la base del muro.

Passo 2, esclusioni. Un profilo gravimetrico (UNI 11085) su carote a tre altezze mostra il contenuto d’acqua massimo in alto, non alla base: la risalita capillare è di fatto esclusa (un profilo da risalita sarebbe decrescente verso l’alto). La temperatura superficiale, misurata a regime, resta sopra la temperatura di rugiada: la condensa superficiale è esclusa. Non vi sono impianti idrici nella zona, e l’edificio ha decenni di vita: perdita d’impianto e umidità di costruzione sono escluse.

Passo 3, localizzazione della via d’acqua. Restano copertura e serramento. La termografia, eseguita dopo una pioggia, evidenzia una zona fredda che si sviluppa dal nodo tra serramento e copertura (l’acqua in evaporazione raffredda la superficie e ne segnala il percorso). Una prova con tubo di Karsten (UNI EN 16302) sulla spalla del serramento e una verifica della classe di tenuta all’acqua del serramento orientano verso il giunto del serramento e la scossalina di raccordo come via preferenziale.

Esito. Diagnosi: infiltrazione meteorica dal nodo serramento-copertura, aggravata dall’esposizione a pioggia battente; risalita, condensa, perdita e umidità di costruzione escluse con riscontri. È una conclusione tracciabile: ogni esclusione poggia su una misura o su un criterio normato, e la via d’acqua è localizzata, non supposta. Su questa base, l’intervento (paragrafo successivo) può essere scelto con cognizione, e il collaudo (paragrafo 6) potrà dimostrarne l’efficacia.

5. Dalla diagnosi alla soluzione coerente

Una diagnosi corretta serve a poco se la soluzione non le è coerente. Il principio, banale a dirsi e disatteso a farsi, è che l’intervento deve attaccare la sorgente accertata e il meccanismo accertato, non un repertorio generico di rimedi. Una contropendenza di terrazzo non si risolve iniettando resine in facciata; una perdita d’impianto non si cura impermeabilizzando il muro controterra.

Di seguito, per ciascuna sorgente, l’indirizzo di intervento e il riferimento pertinente, con la consueta distinzione tra norma e prassi.

Copertura e terrazzi. Il rifacimento del manto impermeabile, con ripristino delle pendenze e dei risvolti, è l’intervento tipico. La progettazione dell’evacuazione delle acque meteoriche dalla copertura è normata dalla UNI EN 12056-3:2001; i canali di gronda e i pluviali metallici dalla UNI EN 612. La scelta del manto sintetico o bituminoso segue le rispettive norme di prodotto. La pulizia periodica di gronde e pluviali è invece, propriamente, manutenzione (prassi): indispensabile, ma da non confondere con la soluzione di un sotto-dimensionamento o di uno scarico mal posizionato.

Murature controterra. Qui il riferimento principale è il Code of practice britannico BS 8102:2022 (“Protection of below ground structures against water ingress”), che codifica tre approcci: Type A (barriera impermeabile, applicata sul lato esterno o interno), Type B (struttura in calcestruzzo concepita essa stessa come barriera), Type C (gestione dell’acqua tramite intercapedine drenata e sollevamento). La norma definisce gradi di prestazione in funzione dell’ambiente interno richiesto e, nella revisione 2022, richiede la presenza di un progettista specialista dell’impermeabilizzazione e privilegia i sistemi combinati per i casi più impegnativi. Si tenga presente che il Type B riguarda essenzialmente le opere nuove e non è applicabile, di per sé, a una struttura esistente.

Facciata e fessurazioni. Le lesioni e i giunti permeabili possono essere trattati con iniezione di resine secondo la UNI EN 1504-5 (prodotti e sistemi per la protezione e riparazione del calcestruzzo: iniezione). Non è però una soluzione definitiva su murature umide diffuse, e va sempre verificata la compatibilità con il substrato e con l’eventuale presenza di sali.

Serramenti. Quando la via d’acqua è il foro finestra, l’intervento riguarda il rifacimento delle sigillature e del giunto di posa o, nei casi più gravi, la sostituzione del serramento. La posa in opera è normata dalla UNI 11673-1; le prestazioni del prodotto dalla UNI EN 14351-1; la classe di tenuta all’acqua è classificata dalla UNI EN 12208 (su prova secondo UNI EN 1027), e va scelta in funzione della pioggia battente attesa per l’esposizione. È il punto del caso-studio: non basta “rifare il silicone”, serve verificare la classe di tenuta e la correttezza del giunto e dei raccordi.

Pluviali e gronde. Oltre alla manutenzione già citata, l’eventuale rifacimento si appoggia alla UNI EN 12056-3 e alla UNI EN 612.

Impianti. La riparazione del tratto perdente deve essere seguita da un collaudo di tenuta strumentale: prova in pressione secondo la UNI EN 806-4 per le tubazioni di acqua potabile, prova ad aria o acqua secondo la UNI EN 1610 per gli scarichi a gravità. È un punto importante: la riparazione si certifica, non si dà per scontata.

Risanamento dell’intonaco in presenza di sali. Dove la muratura è anche salina, il ripristino non può avvenire con un intonaco qualsiasi. Si impiegano gli intonaci di risanamento (malta tipo R secondo la UNI EN 998-1), sistemi macroporosi e traspiranti che depositano i sali al proprio interno tenendoli lontani dalla superficie; i requisiti di sistema più severi sono codificati dalla linea guida WTA Merkblatt 2-9-20/D (“Sanierputzsysteme”). Anche qui vale la distinzione: la scelta dell’intonaco è normata, mentre tempi e modalità di stonacatura e di attesa dipendono dal caso e appartengono alla prassi.

6. Il nodo del collaudo: come si certifica che ha funzionato

Arriviamo al punto più scomodo, e per questo più importante. Supponiamo di aver diagnosticato correttamente, scelto l’intervento coerente, eseguito i lavori. Come dimostriamo che il muro si è asciugato?

Fino a poco tempo fa la risposta sarebbe stata che mancava qualunque obbligo di verifica. Oggi il quadro è cambiato: il Criterio Ambientale Minimo 2.3.13 del DM MASE 24 novembre 2025 (in vigore dal 1° febbraio 2026, obbligatorio negli appalti pubblici) struttura il progetto di risanamento in quattro fasi (diagnosi, definizione dell’intervento, verifica dell’efficacia prestazionale della soluzione adottata e manutenzione) e impone che la verifica dell’efficacia nel tempo sia pianificata nel Piano di manutenzione, mediante la comparazione di parametri rappresentativi misurati periodicamente per un arco temporale definito dal progettista. Il contenuto d’acqua va quantificato secondo le UNI 11085 o UNI 11121.

Resta però un vuoto, ed è qui il nodo vero: il CAM non fissa soglie numeriche di accettazione. Demanda al progettista, d’intesa con la Stazione appaltante, la definizione dei “target prestazionali attesi” e dei parametri da monitorare nel Piano di verifica. In altre parole, che si debba verificare è ormai prescritto (almeno negli appalti pubblici); con quali valori dichiarare riuscito l’intervento resta una scelta del tecnico. E nei lavori privati, dove il CAM non è cogente, persino l’obbligo di verifica dipende da ciò che si è scritto nel capitolato. È proprio questo vuoto sui valori a generare gran parte delle contestazioni: risanata una parete, resta il dubbio sull’efficacia del trattamento, e il dubbio apre la discussione.

È esattamente lo spazio in cui un criterio quantitativo diventa prezioso: offre al progettista un target prestazionale concreto da adottare e dichiarare nel Piano di verifica. In letteratura tecnica esiste una proposta di protocollo che si presta bene allo scopo, elaborata nei primi anni Novanta da un gruppo di ricerca operante nell’ambito del Progetto Finalizzato Edilizia del CNR sull’umidità ascendente nelle murature: C. Aghemo, G. Alfano, F. R. d’Ambrosio, E. Cirillo, M. Filippi e M. Stella, «L’umidità ascendente nelle murature: proposta di protocolli», sulla rivista Recuperare (n. 2, marzo 1992). La proposta è riportata per esteso, ed è agevolmente consultabile, nella tesi di dottorato di Simona Lombardi, Umidità nelle murature: diagnosi e recupero (Università degli Studi di Napoli Federico II, dottorato in «Conservazione integrata dei beni culturali ed ambientali», XVIII ciclo). I valori che seguono vanno intesi come soglie consigliate dagli autori, non come limiti di legge. Si fonda su due grandezze, misurate sul contenuto d’acqua prima e dopo l’intervento:

il grado di prosciugamento P, in percentuale: quanto ci si è avvicinati al valore fisiologico di equilibrio;

l’umidità residua R, in punti percentuali (è la differenza fra due contenuti d’acqua): quanto contenuto d’acqua resta al di sopra del valore fisiologico.

Indicando con U_a il contenuto d’acqua attuale, con U_a° quello iniziale e con U_a,f il valore fisiologico di equilibrio (misurabile secondo UNI 11086, e dipendente dal materiale e dall’umidità relativa dell’ambiente), le due grandezze si scrivono:

P = (U_a° − U_a) / (U_a° − U_a,f) × 100

R = U_a − U_a,f

L’intervento si considera riuscito quando, in ogni punto di misura, risultano contemporaneamente P superiore a una soglia limite e R inferiore a una soglia limite. I valori consigliati dalla proposta sono P ≥ 75% e R < 3%. Il criterio è “per punto”: un singolo punto non conforme non va ignorato, ma segnala un residuo localizzato su cui concentrare la verifica successiva. Una qualità importante di R è che non dipende dal valore iniziale U_a°: può quindi essere usata come riferimento anche quando manca il rilievo ante-operam, situazione frequente quando si valuta un intervento eseguito da altri.

Lo schema di prelievo. Perché il collaudo sia rappresentativo e non aneddotico, i prelievi vanno distribuiti sulla parete. La proposta prevede, per ciascuna parete, prelievi su tre piani verticali (per esempio a un sesto, a metà e a cinque sesti della lunghezza) e, su ciascun piano, a più altezze (tipicamente a circa 40, 140 e 240 cm dal piano di calpestio) e a due profondità nello spessore (per esempio a metà e a circa un quinto dello spessore dalla superficie). Sui campioni si determinano il contenuto d’acqua e, dove rilevante, anche il contenuto di sali (cloruri, nitrati, solfati), perché un residuo salino spiega un’umidità che altrimenti sembrerebbe inspiegabile.

I tempi. I rilievi vanno effettuati 4-8 mesi dopo l’intervento, per dare tempo all’umidità residua di evaporare: un collaudo eseguito troppo presto fotografa un transitorio e può bocciare un intervento in realtà efficace. Se le condizioni non risultano soddisfatte, si ripete la misura dopo un intervallo che il collaudatore fissa in funzione delle variabili che governano la velocità di prosciugamento (umidità iniziale, grado igrometrico, temperatura, ventilazione, spessore e materiale della muratura).

Un’avvertenza sui numeri, per non fare confusione: la R = 3% di questo collaudo è l’umidità residua sopra il valore fisiologico, e non coincide con il “3% igienicamente asciutto” che si trova nelle scale di classificazione del contenuto d’acqua in percentuale di massa assoluta. È lo stesso numero, ma sono grandezze diverse: vanno tenute distinte, pena conclusioni sbagliate.

Adottare un criterio come questo, dichiarandolo nel capitolato, cambia la natura del rapporto con il committente: il successo dell’intervento non è più una questione di percezione, ma una soglia misurabile e condivisa fin dalla firma del contratto. E in caso di contestazione, il professionista dispone di un riferimento oggettivo e condiviso, anziché doversi affidare alla propria parola.

Il monitoraggio. Il collaudo a 4-8 mesi non chiude necessariamente la partita. Per gli interventi più impegnativi è buona prassi (e qui siamo, dichiaratamente, nel campo della prassi) prevedere un piano di monitoraggio a 1, 3, 6 e 12 mesi, con ispezione visiva, documentazione fotografica datata e qualche misura ripetuta sugli stessi punti, così da seguire la curva di prosciugamento e intercettare per tempo un’eventuale ripresa del fenomeno.

7. Conclusione: la diagnosi tracciabile come garanzia di qualità

Il filo che lega questo articolo è uno solo: rendere esplicito e verificabile ogni passaggio, dalla causa alla soluzione al collaudo.

Escludere prima di concludere protegge dalla diagnosi affrettata. Ancorare l’intervento alla sorgente e alla norma protegge dalla soluzione incoerente. Distinguere con onestà la norma dalla prassi protegge dalla falsa autorità: dire “questa è buona pratica di campo, non c’è una norma a imporla” è più solido, non più debole, che spacciare l’esperienza per prescrizione. E proporre un criterio quantitativo di collaudo, là dove la norma impone di verificare ma non fissa i valori, protegge dalle contestazioni.

Tutto questo non richiede strumenti speciali: richiede metodo, qualche misura fatta come si deve, e la disciplina di citare solo ciò che si è verificato. Per il professionista, una diagnosi costruita così non è un esercizio di stile: è la forma più concreta di qualità del lavoro, a vantaggio del committente e del professionista stesso. La macchia sul muro continuerà a presentarsi senza etichetta; sta a noi non dargliene una sbagliata.

Riferimenti normativi citati

(Tutti i riferimenti sono verificati nel titolo e nello scopo. Le linee guida WTA e i Codes of practice britannici sono raccomandazioni tecniche, non norme cogenti. Le UNI 11085/11086/11087/11121 appartengono al settore “Beni culturali, materiali lapidei naturali ed artificiali”: il metodo di misura che descrivono è di applicazione generale, ma il loro campo formale è quello.)

DM MASE 24 novembre 2025, Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia (GU n. 281 del 3 dicembre 2025; in vigore dal 1° febbraio 2026), criterio 2.3.13 “Progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti”.

UNI 11085:2003, Determinazione del contenuto d’acqua: metodo ponderale.

UNI 11086:2003, Determinazione del contenuto d’acqua di equilibrio.

UNI 11087:2003, Determinazione del contenuto di sali solubili (ritirata UNI nel 2016 senza sostituzione: resta il riferimento metodologico).

UNI 11121:2004, Determinazione in campo del contenuto d’acqua con il metodo al carburo di calcio.

UNI EN ISO 13788, Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi per edilizia. Temperatura superficiale interna per evitare l’umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale. Metodi di calcolo.

UNI EN 998-1, Specifiche per malte per opere murarie. Malte per intonaci interni ed esterni (malta da risanamento, tipo R).

UNI EN 12056-3:2001, Sistemi di scarico a gravità. Evacuazione delle acque meteoriche dalle coperture: progettazione e calcolo.

UNI EN 612, Canali di gronda e pluviali in lamiera metallica.

UNI 11673-1, Posa in opera di serramenti.

UNI EN 14351-1, Finestre e porte. Requisiti prestazionali.

UNI EN 12208, Classificazione della tenuta all’acqua dei serramenti.

UNI EN 1027, Tenuta all’acqua dei serramenti. Metodo di prova.

UNI EN 1504-5, Prodotti e sistemi per la protezione e riparazione del calcestruzzo: iniezione.

UNI EN 806-4, Installazione e collaudo degli impianti di acqua per consumo umano.

UNI EN 1610, Costruzione e collaudo di connessioni di scarico e collettori di fognatura.

UNI EN 12865, Resistenza dei sistemi di parete esterna alla pioggia battente sotto pressione pulsante dell’aria.

UNI EN 16302, Conservazione dei beni culturali. Misura dell’assorbimento d’acqua con il metodo del tubo (Karsten).

WTA Merkblatt 4-5-99/D, Valutazione delle murature, diagnostica muraria.

WTA Merkblatt 2-9-20/D, Sistemi di intonaci di risanamento (Sanierputzsysteme).

BS 8102:2022, Protection of below ground structures against water ingress. Code of practice.

BS 6576:2005+A1:2012, Diagnosis of rising damp and installation of chemical damp-proof courses. Code of practice.

BRE Digest 245, Rising damp in walls: diagnosis and treatment.

Riferimenti bibliografici

(Il criterio di collaudo proposto al §6, grado di prosciugamento P e umidità residua R, con le relative soglie consigliate, non deriva da una norma cogente ma dalla proposta accademica qui di seguito citata.)

Aghemo C., Alfano G., d’Ambrosio F.R., Cirillo E., Filippi M., Stella M., L’umidità ascendente nelle murature: proposta di protocolli (e, degli stessi autori, Proposta di protocolli per la caratterizzazione igrometrica di una parete e per il collaudo di un intervento di risanamento), in Recuperare, n. 2, marzo 1992. Lavoro dell’Unità Operativa del CNR nell’ambito del Progetto Finalizzato Edilizia: è la fonte del criterio di collaudo P/R.

Lombardi S., Umidità nelle murature: diagnosi e recupero, tesi di dottorato, Dottorato interpolo «Conservazione integrata dei beni culturali ed ambientali» (XVIII ciclo), Università degli Studi di Napoli Federico II, relatore Prof. Ing. Pietro Mazzei. Repository istituzionale fedOA, ID 1036 (http://www.fedoa.unina.it/1036/): vi è riportato per esteso il protocollo di collaudo qui richiamato.

AA.VV., L’umidità ascendente nelle murature, CNR, 1991. Cfr. anche, degli stessi autori del protocollo, L’umidità nelle murature: una metodologia di indagine (Aghemo C., Cirillo E., Fato I., Filippi M.), in Recuperare, n. 10, 1991, pp. 574-579.

La fonte primaria del 1992 è una pubblicazione su rivista cartacea (Recuperare, ISSN 0392-4599), verificabile nei cataloghi bibliotecari (OPAC SBN, ACNP); il protocollo è qui richiamato nella forma in cui è riportato dalla tesi di dottorato citata, direttamente consultabile.


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