Dal 1840 abbiamo provato a fermare la risalita con lastre di ardesia, tubi di terracotta, scatole elettroniche e quattro generazioni di iniezioni. Le campagne di misura europee hanno separato i rimedi che fermano l’acqua da quelli che la gestiscono e da quelli che non hanno mai superato una prova. Dal 2 febbraio 2026, negli appalti pubblici italiani, anche la legge chiede la diagnosi prima dell’intervento.

La scena si ripete spesso, e la racconto com’è. Una casa di paese degli anni Trenta, zoccolatura scura e intonaco che si sfarina fino al metro di altezza. Il proprietario mi mostra un preventivo: una scatola elettronica da fissare al muro, «asciuga con le onde, senza lavori». Sullo stesso muro, a guardare bene, ci sono ancora i tappi di un’iniezione fatta negli anni Novanta. E sotto, in cantina, spuntano tre tubi di terracotta inclinati, messi lì da qualcuno prima ancora della guerra. Tre generazioni di rimedi, uno sopra l’altro, sullo stesso muro bagnato.

Quel muro è un archivio. Racconta che il problema è vecchio e che i rimedi sono tanti. E racconta che nessuno dei tre proprietari ha mai saputo quale rimedio avesse senso, perché nessuno ha mai misurato che cosa ci fosse davvero dentro quella muratura. Questo articolo mette in fila i rimedi inventati in quasi due secoli, dice quali hanno retto alla prova delle misure e quali no, e spiega con quali strumenti, oggi, quella prova si fa a norma. La parte scomoda la anticipo: i fallimenti documentati raramente sono colpa del prodotto. Nascono quasi sempre prima, da una diagnosi che non c’è stata.

Linea del tempo dei rimedi contro la risalita dal 1840 al 2026, con l'antefatto romano di Vitruvio, i sifoni Knapen, il progetto EMERISDA e il criterio CAM italiano del 2026
Tavola R1. Due secoli di rimedi in una linea del tempo. In basso, dove sono finiti: chi ferma l'acqua, chi la gestisce, chi non è mai stato dimostrato.

Chi ha provato a fermarla, in ordine

I costruttori romani il problema lo conoscevano e lo aggiravano. Vitruvio, nel De Architectura, prescrive per i muri umidi una controparete staccata con prese d’aria in basso e in alto, e per i pavimenti i vespai su pilastrini: non fermava l’acqua nel muro, la lasciava evaporare prima che facesse danno. Di quella scuola ho già scritto a proposito di vespai e scannafossi, e non mi ripeto.

La storia moderna comincia in Inghilterra. Nei cantieri degli anni Quaranta dell’Ottocento compaiono le prime barriere fisiche di fabbrica: lastre di ardesia nel letto di malta, asfalto steso a caldo, fogli di piombo, mattoni vetrificati. Nel 1872 il British Medical Journal descrive già il fenomeno e il suo rimedio: la risalita nei muri e il corso impermeabile reso inutile dal terreno che negli anni si alza e lo scavalca. Nel 1875 il Public Health Act autorizza i regolamenti edilizi locali. La legge in sé i corsi impermeabili non li nomina: sono quei regolamenti, comune per comune, dalla fine del decennio, a imporli nelle case nuove (la ricostruzione è della Property Care Association). Il principio fissato allora è rimasto in piedi: un alloggio asciutto è un requisito minimo, non un lusso.

I materiali di quella prima stagione hanno fatto il loro tempo e lo hanno insegnato a caro prezzo. L’ardesia si fessura quando la casa assesta, il bitume invecchia e si sbriciola, e il polietilene arrivato nel dopoguerra dura più a lungo ma non per sempre. La lezione, documentata da un secolo e mezzo di sopralluoghi inglesi, è che ogni corso impermeabile ha una vita più corta dell’edificio che protegge. Prima o poi qualcuno dovrà rimetterci mano, e nel Regno Unito le case vittoriane ed edoardiane con la barriera originale degradata o assente si contano ancora in milioni.

Ai primi del Novecento entra in scena il personaggio più istruttivo di tutta la storia: Achille Knapen, belga, con i suoi sifoni atmosferici. L’idea suona ragionevole: tubi di terracotta porosa infilati inclinati nel muro, dai quali l’aria umida, più pesante, dovrebbe scivolare fuori da sola. Il sistema arriva in Gran Bretagna attorno al 1919 con la British Knapen Ltd, e il brevetto francese documentato, FR 604589, viene depositato nel 1925. I tubi Knapen hanno un capitolo tutto loro in questo articolo, perché la loro vicenda insegna quanto a lungo un rimedio possa vendersi senza che nessuna verifica pubblicata ne confermi l’efficacia.

Il dopoguerra porta la vera svolta tecnica: l’iniezione chimica. Se non si può inserire una lastra in un muro già costruito, si può però iniettargli un prodotto che chiuda o rivesta i capillari. I primi prodotti, anni Cinquanta e Sessanta, sono silicati in soluzione acquosa: occludono i pori, e la barriera che formano teme fessure e assestamenti. Negli anni Settanta arrivano i silani e i silossani, che lavorano al contrario: non tappano il poro, ne rivestono le pareti e le rendono idrorepellenti. L’acqua liquida non riesce più a salire, il vapore continua a passare, e la muratura conserva la sua capacità di traspirare. Attorno al 2000 le stesse chimiche vengono formulate in crema: niente pompe a pressione, la crema si inserisce nei fori e si diffonde da sola lungo il giunto di malta, per capillarità.

Intanto qualcuno comincia a mettere ordine. Nel 1985 il centro di ricerca belga CSTC pubblica la NIT 162, il primo documento istituzionale europeo che confronta i metodi e li mette in gerarchia di efficacia. Nello stesso anno esce la prima edizione della norma britannica BS 6576, e l’anno dopo, secondo le bibliografie tecniche tedesche, i primi Merkblatt WTA sulle iniezioni, aggiornati poi più volte fino alle edizioni del 2024. Nel 2005 la BS 6576 viene riscritta e detta la regola che in Italia ancora manca: prima di installare una barriera chimica bisogna dimostrare che il problema sia davvero risalita, escludendo le altre cause una per una.

Il salto di qualità arriva fra il 2014 e il 2017 con EMERISDA, un progetto europeo coordinato dall’istituto belga delle costruzioni con la TU Delft e i partner italiani del CNR e di Ca’ Foscari. Per la prima volta i metodi contro la risalita vengono messi alla prova in opera, su edifici veri, con un protocollo comune. Si preleva la muratura, si pesa, si essicca in stufa, si ripesa il secco. Lo si fa prima dell’intervento e a mesi di distanza, nelle zone trattate e nelle zone di riferimento lasciate come stavano. I risultati, pubblicati nel 2018 sul Journal of Cultural Heritage, sono la spina dorsale di questo articolo, e non tutti i rimedi ne sono usciti vivi.

La storia arriva fino a ieri. Nel 2024 la WTA ha riscritto le sue direttive principali: iniezioni (4-10-24/D, marzo 2024), taglio meccanico (4-7-24/D, aprile 2024), impermeabilizzazione postuma dei muri controterra (4-6-24/D). E il 3 dicembre 2025 la Gazzetta Ufficiale italiana ha pubblicato i nuovi Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia. Dentro c’è il criterio 2.3.13: dal 2 febbraio 2026, negli appalti pubblici, la diagnosi prima di qualsiasi intervento di risanamento dall’umidità è un obbligo. Ci torno in chiusura, perché per il nostro settore è la novità più grossa da decenni.

Le parole che servono

Risalita capillare. L’acqua del terreno sale dentro i pori fini della muratura come il caffè sale nella zolletta. Si ferma alla quota dove l’acqua che arriva dal basso e quella che evapora dalle superfici si pareggiano. È il modello a fronte netto di Christopher Hall e William Hoff, i due fisici britannici che hanno dato al fenomeno la sua descrizione matematica. Conseguenza pratica: ogni strato che riduce l’evaporazione, un intonaco cementizio, un rivestimento plastico, una lastra addossata, fa salire il fronte più in alto.

Corso impermeabile, o DPC. Lo strato orizzontale che interrompe la continuità dei capillari alla base del muro: ardesia e piombo ieri, polietilene oggi. Nelle costruzioni nuove si posa durante la muratura. Il problema di questo articolo è che cosa fare quando non c’è, o non funziona più.

Barriera chimica. Il corso impermeabile creato a posteriori iniettando nel muro un prodotto che rende idrorepellenti le pareti dei pori. Quando in questo articolo scrivo barriera senza aggettivi, il ragionamento vale per qualunque dispositivo o sistema che fermi la risalita: chimico, meccanico o di altro tipo.

Fermare e gestire. Sono due strategie diverse e tutte e due legittime, purché dichiarate. Fermano la risalita i presidi che interrompono il passaggio dell’acqua: il taglio con lastra, l’iniezione. La gestiscono i sistemi che aumentano l’evaporazione o accolgono i sali senza toccare la causa: la ventilazione alla base, l’intonaco da risanamento, la manutenzione ciclica dei veneziani. Il report di sintesi di EMERISDA classifica i metodi proprio così, per principio di funzionamento.

Diagnosi differenziale. La procedura che esclude, misure alla mano, le altre spiegazioni della parete bagnata: condensa, infiltrazioni, perdite di impianti, acqua di costruzione, sali igroscopici. La chiede la BS 6576, la chiede il BRE, la chiedono WTA e ÖNORM, e adesso la chiede anche il CAM italiano. Su come si distingue la risalita dalle altre umidità ho scritto un articolo dedicato.

Igroscopicità. La capacità dei sali accumulati nel muro di richiamare acqua direttamente dall’aria. Un muro carico di nitrati resta umido anche dopo che la risalita è stata fermata: è il motivo per cui molte barriere perfettamente riuscite vengono dichiarate fallite, e molti apparecchi inutili vengono dichiarati miracolosi.

La gerarchia misurata, e i numeri che la reggono

La gerarchia di efficacia pubblicata dal CSTC nel 1985 ha trovato conferma trent’anni dopo. L’hanno confermata i risultati del progetto EMERISDA e le rassegne di Elisa Franzoni, professoressa a Bologna, autrice della review più citata del settore. L’ordine non è cambiato: prime le barriere fisiche, poi le iniezioni chimiche, poi i sistemi di gestione, ultimi i metodi elettrofisici e i sifoni atmosferici.

Rimedio Che cosa dicono le misure Fonte
Barriere fisiche (taglio, lastre) le più efficaci: interruzione completa, insensibile a sali e saturazione NIT 162, 1985; EMERISDA
Iniezioni chimiche efficaci se progettate ed eseguite bene; creme provate fino al 95% di saturazione WTA 4-10-24/D; Hydrophobe VI 2011
Ventilazione alla base abbassa il fronte, non lo azzera: è una gestione Torres e de Freitas, 2007
Intonaci da risanamento gestiscono evaporazione e sali; non toccano la causa WTA 2-9-20/D
Sifoni atmosferici (Knapen) i fori lasciati vuoti rendono più dei fori col tubo dentro EMERISDA D-2.1, 2014
Elettroosmosi in muratura dopo dieci mesi le zone trattate si comportano come quelle non trattate Vanhellemont e altri, 2018

Tre numeri di questa tabella meritano di essere ripetuti per esteso, perché portano tutto il peso dell’articolo. Primo: le creme silano/silossano sono state provate dal WTA in murature sature fino al 95 per cento, e la certificazione dei prodotti prevede prove a tre gradi di riempimento dei pori, 60, 80 e 95 per cento. Secondo: nel confronto sperimentale sui sifoni atmosferici riportato dal report EMERISDA, i semplici fori di ventilazione lasciati vuoti hanno reso più dei fori equipaggiati col tubo. Terzo: nella campagna in opera sui dispositivi elettrofisici, dieci mesi di misure gravimetriche non hanno trovato differenze fra le zone con l’apparecchio e le zone di controllo senza (Journal of Cultural Heritage, 2018, doi 10.1016/j.culher.2018.04.010).

C’è un quarto numero, e riguarda noi tecnici più dei prodotti. È la stima attribuita a Stephen Boniface, già presidente della sezione dei periti edilizi del RICS, l’albo britannico di categoria: il 90-95 per cento delle diagnosi di risalita non reggerebbe a un’indagine approfondita. La riporta Jeff Howell nel suo libro del 2008. All’Architects’ Journal, nel 2009, Boniface dichiarò che la vera risalita è così rara da essere quasi un mito e che le barriere chimiche iniettate sono quasi sempre denaro sprecato. Sono dichiarazioni e stime, non misure, e vanno maneggiate come tali. Ma la sovra-diagnosi che denunciano è documentata: la norma britannica prevede la conferma quantitativa in laboratorio, e gli operatori che la offrono davvero, in proprio, si stimano in una manciata su tutto il Regno Unito.

La barriera chimica, eseguita a regola

L’iniezione è il rimedio che conosco meglio e che eseguo da vent’anni, per cui dichiaro il mio punto di osservazione: non sono neutrale, sono uno che la usa. Proprio per questo mi interessa dire dove fallisce.

Il protocollo è preciso, e le quote che seguono sono quelle della scuola WTA. I fori si praticano nel giunto di malta, circa 150 millimetri sopra il piano esterno. Il diametro tipico è di 12 millimetri, l’interasse di 100-120 millimetri, la profondità di due terzi dello spessore del muro. I prodotti liquidi si iniettano in fori inclinati di 30-45 gradi; le creme entrano in fori orizzontali e si diffondono da sole nel giunto. Sopra gli 80 centimetri di spessore si lavora dai due lati o su file sfalsate. Le fonti però non sono unanimi sui decimali: il report EMERISDA e la pratica britannica indicano interassi di 10-15 centimetri e profondità fino a tre quarti dello spessore. La sostanza non cambia, la linea deve essere fitta e quasi passante, ma in capitolato conviene dichiarare quale protocollo si segue. La barriera matura in alcune settimane, e da lì comincia l’asciugatura, che va misurata, non dichiarata.

Sezione esecutiva della barriera chimica: quota dei fori a 150 millimetri dal suolo, interasse 100-120 millimetri, profondità due terzi dello spessore, dettaglio degli angoli di foratura, punti di bypass e quattro generazioni di prodotti
Tavola R2. La barriera chimica eseguita a regola secondo WTA 4-10-24/D e BS 6576, con i punti dove la linea si interrompe e l'esito si gioca.

I punti deboli sono noti e stanno tutti nella parola continuità. Ogni interruzione della linea iniettata è un passaggio per l’acqua: l’angolo non trattato, la tubazione che attraversa il muro, il giunto fra corpi di fabbrica diversi. Le murature miste e quelle a sacco aggiungono un problema in più: il prodotto segue i vuoti invece dei capillari. Se prima non si capisce la stratigrafia del muro, con uno o due carotaggi esplorativi, l’iniezione si disperde dove non serve. Nei muri molto umidi la scelta del prodotto conta: i formulati in solvente non si mescolano all’acqua e chiedono pressione, le creme e i prodotti in base acquosa diffondono anche in murature quasi sature.

Sulla durata vale una cautela che il lettore deve conoscere. Le garanzie commerciali tipiche dichiarano 20-30 anni, ma nessun produttore dispone di serie sperimentali così lunghe: la fiducia si fonda sull’esperienza accumulata, non su prove di pari durata. La mia, di esperienza, dice che le iniezioni progettate sulla stratigrafia reale del muro e curate nei dettagli reggono nel tempo. Trovo invece fallimenti regolari dove l’esecutore aveva allargato l’interasse per risparmiare prodotto, o aveva saltato gli angoli. Un’iniezione su un muro di 120 centimetri chiede un mestiere diverso da una su 25: altra diagnosi preliminare, altro progetto, altra esecuzione.

Il taglio meccanico e la questione sismica

Il taglio è il rimedio concettualmente più pulito. Si sega orizzontalmente la muratura a tratti alternati, si inserisce una lastra o un foglio impermeabile, si rizeppa. È la barriera fisica completa, insensibile ai sali e al grado di saturazione, e non a caso sta in cima alla gerarchia di efficacia dal 1985.

In Italia però si usa poco, e le ragioni sono serie. La prima è strutturale: il taglio introduce nella sezione un piano di discontinuità, proprio del tipo che lavora peggio sotto sisma. Più di metà dei comuni italiani sta in zona sismica 1, 2 o 3: sono 4.613 su 8.102 nella classificazione di Protezione Civile. Lì il taglio chiede la valutazione di sicurezza secondo le NTC 2018 e la Circolare 7/2019, perché modifica il comportamento strutturale dell’edificio. La letteratura internazionale, e lo dichiara la stessa Franzoni, non offre ancora uno studio sistematico su quanto il taglio riduca la capacità sismica: si decide nel dubbio, e nel dubbio la prudenza comanda. La seconda ragione è di tutela: sugli edifici vincolati le Soprintendenze il taglio non lo autorizzano quasi mai, per la perdita irreversibile di materia storica. La terza è pratica: sulle murature a sacco e in pietra irregolare il taglio continuo non si esegue in sicurezza.

Sezione del taglio meccanico con la lastra nel giunto, il piano di possibile scorrimento evidenziato, l'azione sismica e il dettaglio dell'esecuzione a tratti alternati
Tavola R3. Il taglio ferma l'acqua meglio di ogni altro rimedio, e proprio per questo va maneggiato con la verifica strutturale in mano.

La direttiva WTA dedicata, riscritta nell’aprile 2024, è istruttiva per come è costruita: prima di descrivere seghe e lastre, subordina ogni applicazione alle indagini preliminari e a un progetto specialistico, e dopo la posa pretende la verifica di efficacia. Esistono varianti meno invasive, ciascuna col suo campo stretto. Le lastre ondulate di acciaio inossidabile battute nei giunti chiedono giunti regolari e accessibili. Lo scuci e cuci veneziano con fogli di piombo, mattone per mattone, è un lavoro ammirevole e lentissimo.

I tubi che dovevano asciugare i muri

Torniamo ad Achille Knapen e ai suoi sifoni dei primi del Novecento, perché la loro storia insegna più di un trattato. Il principio dichiarato: l’aria umida dentro il muro è più pesante di quella secca, quindi, dandole un tubo inclinato verso il basso, uscirà da sola e il muro asciugherà.

Le ragioni fisiche per dubitarne, elencate dalla letteratura, sono tre. Primo: nei pori fini dei materiali da costruzione l’acqua è trattenuta dalla forza capillare, e la ventilazione di un foro non la strappa via. Secondo: la poca evaporazione che avviene sulla parete del tubo deposita lì i sali, che essendo igroscopici richiamano altra umidità: il rimedio produce il suo stesso sintomo. Terzo: alla scala di un tubo da muro, la differenza di peso fra aria umida e secca è troppo piccola per generare un flusso che conti.

Le verifiche pubblicate che abbiamo trovato raccontano un’altra storia, e hanno più di cinquant’anni. La prima che il report EMERISDA cita è australiana. Nel 1973 Heiman, Waters e McTaggart, sull’Architectural Science Review (vol. 16, n. 4, pp. 170-177), misero alla prova il trattamento: le pareti coi tubi non asciugavano. Il report di sintesi del progetto europeo, nel 2014, riprende quella prova e il suo dettaglio più citato: i fori lasciati vuoti si sono comportati meglio dei fori col tubo dentro. A oggi non abbiamo trovato ricerche di terze parti, pubblicate e consultabili, che documentino il contrario.

Sezione del muro con i tubi Knapen inclinati nella fascia umida, le tre ragioni fisiche del dubbio e il confronto sperimentale fra foro con tubo e foro lasciato vuoto
Tavola R4. I sifoni atmosferici: in commercio dai primi del Novecento, senza conferme di efficacia nelle verifiche pubblicate dal 1973 in poi.

Eppure varianti commerciali di quel principio sono ancora in vendita, con nomi nuovi e dispositivi aggiornati, nessuno dei quali risulta certificato BBA o WTA. La stessa associazione britannica di categoria del settore, la PCA, ne sconsiglia l’uso nei propri codici di buona pratica: quando l’associazione dei venditori sconsiglia un prodotto della propria vetrina, il segnale è di quelli chiari. Io questi tubi li trovo nei muri, e non li ho mai messi alla prova con misure mie. Il giudizio che riporto è quello delle verifiche pubblicate, ed è a quelle che mi rimetto. Se in cantina trovate tubi di terracotta che spuntano dal muro, ora sapete che cosa sono e che cosa hanno concluso le prove che li hanno esaminati.

La ventilazione: quella che serve e quella che non serve

Il fallimento dei tubi non condanna la ventilazione in sé. Condanna l’idea di estrarre l’aria dal muro. L’altra strada, aumentare l’evaporazione alla superficie del muro nella sua fascia bassa, poggia su fisica solida: se l’altezza della risalita è l’equilibrio fra acqua che sale e acqua che evapora, dare più evaporazione alla base abbassa il punto di equilibrio.

Su questa strada la scuola portoghese ha costruito il suo contributo più originale. Maria Isabel Torres e Vasco Peixoto de Freitas, a Coimbra e Porto, hanno dimostrato con misure e modelli che un canale d’aria alla base della parete abbassa il fronte umido in modo apprezzabile. Il guadagno è massimo nelle murature storiche spesse, dove l’iniezione è più difficile. L’evoluzione ingegnerizzata di quell’idea, il sistema Humivent, è di de Freitas, Guimarães e Delgado, che l’hanno descritta su Recent Patents on Engineering nel 2011: aggiunge l’igro-regolazione. Un sensore accende la ventilazione solo quando l’aria esterna può asciugare davvero, e la spegne quando, umida com’è, porterebbe acqua invece di toglierne. Il limite va detto con la stessa chiarezza: la fascia più bassa della parete resta umida, perché il sistema gestisce l’equilibrio, non interrompe la risalita.

Confronto fra la ventilazione che non funziona, il tubo dentro il muro, e quella che funziona come gestione, il canale d'aria alla base che aumenta l'evaporazione
Tavola R5. Estrarre aria dal muro non funziona; far evaporare di più alla base sì, come gestione dichiarata del fenomeno.

In questa famiglia va collocato anche il vespaio aerato, il discendente industriale dei pavimenti sospesi romani. Va detto senza giri: il vespaio protegge il solaio e abbassa l’umidità dell’attacco a terra, ma non ferma la risalita dentro le pareti perimetrali. E la sua efficacia reale dipende da dettagli che nei cantieri vedo spesso trascurati: bocchette tutte sullo stesso lato, quindi niente ricambio trasversale; nessun controllo igrometrico, quindi d’estate l’aria calda e umida entra, incontra le superfici fredde e condensa. Ho ispezionato vespai formalmente a norma e praticamente pieni d’acqua. Chi me li mostra è convinto di avere risolto la risalita con il vespaio: è un’aspettativa che il vespaio non può mantenere.

Le scatole elettroniche alla prova delle misure

L’elettroosmosi è un fenomeno vero. Lo descrisse Ferdinand Friedrich Reuss nel 1809: un campo elettrico applicato a un mezzo poroso saturo muove il liquido nei pori. In geotecnica il principio lavora davvero, dai tempi di Casagrande, per consolidare terreni argillosi saturi. L’esistenza dell’elettroosmosi, quindi, è fuori discussione. La domanda utile riguarda il muro, che del terreno argilloso saturo ha poco: è un solido eterogeneo, parzialmente saturo, carico di sali che cambiano la conducibilità da un mattone all’altro.

La risposta sperimentale è arrivata da EMERISDA, ed è la misura più importante citata in questo articolo. I ricercatori hanno monitorato edifici storici equipaggiati con dispositivi elettrofisici, confrontando con il metodo gravimetrico le zone servite dall’apparecchio e le zone di riferimento lasciate senza. Esito, parola per parola: l’evoluzione del contenuto di umidità nelle zone trattate è comparabile a quella delle zone non trattate. Dieci mesi dopo l’installazione, l’efficacia non ha potuto essere confermata.

Schema del protocollo di verifica EMERISDA sull'elettroosmosi: zona trattata e zona di riferimento, prelievi gravimetrici all'inizio e dopo dieci mesi, esito di equivalenza
Tavola R6. Il protocollo che ha messo alla prova i dispositivi elettrofisici: stessi prelievi, stessa stufa, zone con e senza apparecchio.

Il mercato però non offre solo elettrodi. Nella stessa vetrina stanno i dispositivi che dichiarano di lavorare senza contatto con la muratura: onde elettromagnetiche pulsate, campi magnetici. I nomi commerciali parlano di inversione di polarità o di neutralizzazione della carica. Qui la nostra posizione è semplice, e la scriviamo per esteso. A oggi non abbiamo trovato ricerche di terze parti, pubblicate e consultabili, che ne determinino la funzionalità in muratura. La verifica indipendente più recente che risulta è del 2021. Lo stesso gruppo di EMERISDA (Desarnaud, Vanhellemont, Lubelli e de Bouw) ha messo alla prova un sistema a onde elettromagnetiche pulsate accanto a uno elettroosmotico attivo (atti ICMB21, doi 10.14293/ICMB210086). L’abstract pubblico documenta la prova ma non riporta l’esito di dettaglio, e il testo integrale dichiaro di non averlo letto. L’analisi tedesca dei metodi fuori dalle regole della tecnica (Weber e Schulz, Bausubstanz, n. 1/2014, pp. 44-54) inquadra questi procedimenti con la stessa prudenza. E per i sistemi passivi e senza fili il report di sintesi europeo usa la formula accademica che chiude i discorsi: serve urgentemente ricerca fondamentale. Se un produttore dispone di verifiche indipendenti pubblicate, i criteri per valutarle sono quelli usati qui: misure gravimetriche, zone di confronto, dati consultabili.

Le posizioni ufficiali si sono allineate alle misure. La norma austriaca ÖNORM B 3355, l’unica in Europa che copre l’intero ciclo dalla diagnosi al monitoraggio, ammette solo metodi di efficacia scientificamente riconosciuta ed esclude espressamente i procedimenti senza contatto, onde radio e campi magnetici. Una completezza dovuta: la precedente B 3355-2 elencava fra i metodi ammessi, con riserve, anche il procedimento elettrofisico a elettrodi. L’esclusione secca riguarda i dispositivi senza contatto; per gli apparecchi a elettrodi restano le misure in opera viste sopra. La WTA ha inserito nella direttiva sulle barriere meccaniche una presa di posizione sui metodi elettrofisici e parafisici. E qui serve un’avvertenza sul meccanismo di vendita. Molti venditori documentano l’esito con letture prima e dopo fatte con l’igrometro elettrico a resistenza: lo strumento che i sali rendono inaffidabile, proprio sui muri dove questi apparecchi si installano. La verifica che conta si fa con la pesata, e alla pesata, finora, l’equivalenza con il muro non trattato è l’esito ripetuto.

Una precisazione dovuta. Di questi sistemi, con elettrodi o senza, non ho mai fatto installazioni né valutazioni dirette con misure mie. I giudizi che ho riportato sono quelli delle verifiche pubblicate, e a quelle mi rimetto. Quando un committente me ne chiede conto, gli suggerisco le due domande da fare al venditore: con quale metodo di misura documenterà l’esito, e che cosa prevede il contratto se la verifica gravimetrica a dodici mesi non mostra differenze.

L’intonaco da risanamento gestisce, non cura

Sull’intonaco da risanamento ho scritto un articolo dedicato, e qui lo colloco nel sistema. La direttiva WTA 2-9-20/D fissa i requisiti: porosità totale oltre il 40 per cento in volume, densità sotto i 1400 chilogrammi al metro cubo, resistenza al vapore con mu sotto 12. La resistenza a compressione sta fra 1,5 e 5,0 MPa, nella categoria CS II della EN 998-1. Il meccanismo è elegante. L’acqua liquida non arriva alla superficie: evapora al passaggio fra capillari e macropori. I sali cristallizzano dentro i macropori, dove trovano spazio per crescere senza rompere niente. La parete resta asciutta e pulita alla vista.

La parola che inganna è risanamento. L’intonaco non ferma la risalita: la muratura dietro resta umida finché la causa non viene fermata da una barriera o da un altro dispositivo che interrompa la risalita. Applicato da solo contro una risalita attiva, l’intonaco lavora contro un rifornimento continuo di acqua e sali, e la sua capacità di accumulo è finita. Nella mia esperienza si satura in tre-otto anni secondo la severità del caso, e il degrado ricompare. C’è anche un risvolto più sottile, documentato da Falchi e colleghi nel 2017: l’idrorepellenza degli strati esterni non elimina la cristallizzazione, la sposta in profondità, dove il danno matura senza farsi vedere. Il protocollo corretto resta quello di sempre: si rimuove il vecchio intonaco contaminato fino alla muratura viva e si puliscono i giunti. Il sistema da risanamento arriva per ultimo, a completare il presidio che ha fermato l’acqua.

Sezione della parete con intonaco macroporoso: evaporazione nella zona di transizione, sali nei macropori, muratura retrostante ancora umida, e tabella dei requisiti WTA
Tavola R7. L'intonaco da risanamento secondo la WTA 2-9-20/D: un gestore di evaporazione e sali, non un sostituto della barriera o di un altro sistema che fermi la risalita.

Venezia, o della manutenzione come rimedio

C’è un posto dove fermare l’acqua non si può, e proprio per questo insegna. Nelle murature veneziane lo studio EMERISDA condotto da Falchi e colleghi su 25 edifici storici ha misurato la zona satura fino a 120-150 centimetri sopra il medio mare, e la zona di evaporazione fra 200 e 350. Nelle murature più vecchie la concentrazione di sale arriva, secondo la stima riferita da Mario Piana, il proto della basilica di San Marco, a 70-80 chilogrammi per metro cubo. Con questi numeri nessuna barriera chiude la partita, e la tradizione lo sapeva: intonaci di calce e cocciopesto usati come strati sacrificali, rifatti ciclicamente, che a ogni ciclo portano via dal muro il loro carico di sali. La manutenzione programmata lì non è la spia di un rimedio fallito: è il rimedio.

La lezione vale anche lontano dalla laguna, in negativo. Quando il ciclo si interrompe e su quelle murature arrivano materiali che bloccano la traspirazione, il danno non consuma più l’intonaco sostituibile: passa alla muratura, che sostituibile non è. Sui materiali compatibili con i muri umidi ho scritto a proposito di malte impermeabili, e non mi ripeto.

La matrice operativa

Rimedio Ferma la risalita? Quando è ammesso Il punto debole
Iniezione chimica sì, se la linea è continua murature iniettabili, anche molto umide con le creme angoli, attraversamenti, murature a sacco senza stratigrafia
Taglio con lastra sì, del tutto fuori tutela, con verifica strutturale in zona sismica il piano di taglio sotto sisma; mai su murature a sacco
Ventilazione alla base no: abbassa il fronte come gestione dichiarata, o accanto a un presidio la fascia bassa resta umida; d’estate serve l’igro-regolazione
Vespaio aerato no: protegge il solaio sotto i pavimenti, con ricambio trasversale vero non tocca le pareti; senza controllo d’aria può condensare
Elettroosmosi in muratura non dimostrato dove si accetti un esito da verificare col gravimetrico dieci mesi di misure: nessuna differenza dalle zone non trattate
Intonaco da risanamento no: gestisce i sintomi sempre come complemento, dopo il presidio sulla causa da solo si satura in pochi anni; il danno può spostarsi in profondità

Nessun rimedio si giudica a occhio. Si giudica con la stessa misura fatta prima e dopo: prelievo, pesata, stufa, pesata del secco, nelle stesse posizioni, a sei, dodici e ventiquattro mesi.

Gli strumenti che dicono la verità, e quelli che la confondono

La diagnosi comincia quasi sempre con lo strumento sbagliato usato nel modo sbagliato. L’igrometro elettrico a resistenza misura la conducibilità fra due punte: l’acqua conduce, quindi un muro umido dà letture alte. Il guaio è che conducono anche i sali, e li conduce meglio l’intonaco salino quasi asciutto di un muro moderatamente umido e pulito. Lo scrive il BRE Digest 245 con una frase che ogni tecnico dovrebbe sapere a memoria: si possono ottenere letture elevate da una parete dove la concentrazione di sali è alta, anche se la parete è virtualmente asciutta. Per questo l’igrometro elettrico serve, ma a un solo mestiere: mappare in fretta le zone dove indagare. La diagnosi comincia dove finisce lui.

Pannello degli strumenti di misura: igrometro elettrico, gravimetrico, carburo di calcio, igroscopicità HMC, analisi dei sali, termografia, con che cosa dice e che cosa non dice ciascuno
Tavola R8. Gli strumenti uno per uno: che cosa misurano davvero, che cosa non possono dire, quale norma li regola.

La misura che fa fede è la più antica: si preleva un campione, lo si pesa, lo si essicca in stufa a 105 gradi, lo si ripesa. La differenza è l’acqua, in percentuale assoluta sul secco. In Italia la norma di riferimento è la UNI 11085:2003, tuttora in vigore, nata nel campo dei beni culturali. In Europa la EN 16682:2017 inquadra tutti i metodi e ne classifica quattro come assoluti: gravimetrico, titolazione Karl Fischer, distillazione azeotropica e carburo di calcio. Per le misure ripetute nel tempo esiste un accorgimento italiano che uso e consiglio: i fori permanenti di campionamento proposti da Sandrolini e Franzoni nel 2006, 15-20 millimetri di diametro. Permettono di tornare a misurare esattamente nello stesso punto, prima e dopo un intervento.

Il metodo al carburo di calcio è il compromesso da cantiere: campione polverizzato in un’ampolla con il reagente, pressione proporzionale all’acqua, esito in un quarto d’ora. Qui serve un’avvertenza normativa aggiornata: la UNI 11121:2004, che lo regolava in Italia, è stata ritirata dal catalogo UNI il 3 aprile 2025 senza sostituzione. Il metodo resta valido e citabile attraverso la EN 16682, dove figura fra i quattro assoluti, ma chi scrive una perizia oggi deve saperlo: la sigla italiana non c’è più. Per i sali solubili il quadro è meno netto. Nella pratica la UNI 11087:2003 è superata dalla UNI EN 16455:2014: è quella europea la norma vigente da citare per estrarre e determinare i sali.

E i sali vanno misurati sempre, perché sono loro a spiegare i casi che l’acqua da sola non spiega. Il test dell’igroscopicità, HMC nel gergo del BRE, riespone il campione già essiccato ad aria al 75 e al 95 per cento di umidità relativa e pesa quanta acqua riprende. Se il contenuto trovato nel muro è vicino a quello che i suoi sali riprendono da soli dall’aria, la risposta sta nei sali: quel muro resta umido per igroscopicità, non per una risalita attiva. È la misura che salva dall’errore più costoso del settore: bocciare una barriera, o un altro presidio che ha funzionato, scambiando l’umidità residua dei sali per risalita ancora viva. I profili dei tre sali, cloruri, nitrati e solfati, fatti alle stesse quote dei prelievi, completano il quadro. I nitrati sono la firma del terreno: i materiali non contaminati ne contengono meno dello 0,01 per cento, contro l’1-2 per cento dei muri con anni di risalita alle spalle.

Quadro misurato Lettura corretta L’errore da non fare
letture elettriche alte, gravimetrico basso sali igroscopici in superficie diagnosticare risalita e vendere un intervento
contenuto d’acqua vicino all’HMC il muro è tenuto umido dai sali dichiarare fallita una barriera che ha funzionato
contenuto alto in profondità, nitrati al fronte risalita attiva compatibile fermarsi alla superficie e curare l’intonaco
contenuto alto solo in superficie, niente nitrati condensa o infiltrazione iniettare una barriera che non c’entra

La tavola qui sotto fa questo conto al posto vostro. Si inseriscono i pesi del campione, prima e dopo la stufa, oppure il contenuto già calcolato, più l’igroscopicità HMC se il laboratorio l’ha misurata. La tavola scompone il totale, lo confronta con la soglia orientativa del BRE e dice se il quadro parla di sali o di un apporto in corso.

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LA PROVA DELLA BILANCIA: RISALITA VERA O SALI?
dal peso del campione al quadro diagnostico, con le regole del BRE Digest 245 e della EN 16682

del campione appena prelevato

dopo la stufa a 105 gradi

se hai già il dato del laboratorio

a UR 75-95%; vuoto se non misurata
Contenuto d’acqua: 9,6% sul secco (dal valore inserito) · igroscopicità HMC: 8,9%
contenuto totale quota giustificata dai sali (HMC) soglia orientativa BRE alla base (5%)
QUADRO DA SALI

  • acqua libera, non giustificata dai sali: 0,7 punti percentuali
  • il contenuto totale è vicino a quello che i sali riprendono da soli dall’aria: quadro compatibile con umidità igroscopica residua (BRE 245), non con un apporto attivo

I limiti di questo calcolo, per iscritto

  • il conto vale per il metodo gravimetrico (UNI 11085, EN 16682): pesata, stufa a 105 gradi, pesata del secco; le letture degli igrometri elettrici non c’entrano con questa tavola.
  • la soglia del 5% alla base è un orientamento del BRE Digest 245, non un confine esatto: materiali storici possono avere un’igroscopicità naturale del 4-5%.
  • la fascia di lettura dell’acqua libera (1 punto percentuale) è una convenzione di questa tavola per dire vicino o lontano, non una soglia di norma.
  • un solo campione non fa una diagnosi: il quadro vero lo danno il profilo a più quote e profondità e le esclusioni delle altre cause.
  • i decimali a schermo sono arrotondati; il motore lavora sui valori interi inseriti.
Regole da: BRE Digest 245 (soglia orientativa e confronto con l’igroscopicità), UNI 11085:2003 e UNI EN 16682:2017 (metodo gravimetrico), UNI EN 16455:2014 (sali solubili). Aggiornato ad agosto 2026.

La termografia merita una riga a parte: vede le zone più fredde, che spesso sono le più umide perché l’evaporazione raffredda, e le vede senza toccare il muro. È preziosa per orientare i prelievi e inutile per quantificare l’acqua: la UNI EN ISO 6781-1:2023 la inquadra correttamente come indagine qualitativa. Sul confine fra risalita e condensa, che d’inverno inganna anche i bravi, rimando all’articolo sul punto di rugiada.

Il percorso minimo, passo per passo

Il percorso che segue è il minimo difendibile, ricavato dalle norme britanniche, tedesche e austriache citate e ordinato come lo applico io. Per il lettore di cantiere: sono otto passi, e i primi quattro non richiedono strumenti.

1. Rilievo e anamnesi. Quote del terreno contro le quote interne, pluviali e scarichi, marciapiedi, storia degli interventi già subiti dal muro. Metà delle diagnosi si decide qui. 2. Esclusione delle perdite. Impianti idrici e fognari in pressione e in scarico: una perdita lenta imita la risalita alla perfezione, ed è la prima cosa da togliere dal tavolo. 3. Esclusione della condensa. Temperature superficiali contro punto di rugiada, abitudini di riscaldamento e ventilazione dei locali. 4. Esclusione dell’acqua di costruzione. Un edificio appena ristrutturato trattiene l’acqua di getti e intonaci per mesi: ne ho scritto, e diagnosticare troppo presto significa sbagliare. 5. Profilo gravimetrico. Prelievi ad almeno tre quote sulla verticale, e a più profondità nello spessore: la risalita attiva dà contenuti che crescono verso il basso e verso il cuore del muro. 6. Igroscopicità e sali. HMC a 75 e 95 per cento, cloruri, nitrati e solfati alle stesse quote: distinguono l’acqua che sale oggi dall’eredità salina di ieri. 7. Diagnosi e progetto. Solo ora si sceglie il rimedio, sul quadro misurato: vincoli, zona sismica, spessore, stratigrafia, salinità. 8. Verifica di efficacia. Stessi punti, stesso metodo, a 6, 12 e 24 mesi. L’asciugatura di una muratura spessa richiede tempi lunghi, e senza misure ripetute nessuno può dire come stia andando: sui tempi reali rimando all’articolo sull’asciugatura.

Diagramma del percorso diagnostico minimo in cinque blocchi: rilievo, esclusioni, conferma quantitativa, scelta dell'intervento, verifica di efficacia a sei, dodici e ventiquattro mesi
Tavola R9. Il percorso diagnostico minimo: prima si escludono le altre cause, poi si conferma con le misure, e alla fine si misura di nuovo.

Le regole del 2026, paese per paese

Chi volesse un solo documento da leggere per ciascun paese, oggi troverebbe questo quadro. Nel Regno Unito, la BS 6576:2005+A1:2012, confermata in vigore, con il BRE Digest 245 per la diagnostica per carotaggio. In area tedesca, il sistema WTA aggiornato al 2024 su iniezioni, taglio e controterra, con la 2-9-20/D per gli intonaci e la 4-5-99/D, in revisione, per la diagnostica. In Austria, la ÖNORM B 3355:2017, l’unico testo europeo che copre l’intero ciclo dalla diagnosi al monitoraggio, con una norma contrattuale gemella, la B 2202, che regola i rapporti fra committente e impresa. In Belgio, la NIT 252 del 2014, che guida diagnosi, scelta dei prodotti su prove e controllo dell’asciugatura.

E in Italia? Fino a ieri, solo norme di misura, per giunta nate nel perimetro dei beni culturali. Ci sono la UNI 11085 per il contenuto d’acqua, la EN 16682 per il quadro dei metodi, la EN 16455 per i sali, più le ritirate 11121 e 11087 di cui ho detto. Nessuna norma nazionale su come si diagnostica, come si esegue, che requisiti debbano avere i prodotti, chi sia qualificato a operare. In questo vuoto ognuno ha fatto scuola a sé, e il committente non ha mai avuto un metro per confrontare due offerte.

Quadro delle regole 2026 paese per paese: Regno Unito, area tedesca e Austria, Belgio e Francia, Italia, con il riquadro del criterio CAM 2.3.13 e la lacuna sull'analisi dei sali
Tavola R10. Le regole in vigore nel 2026: chi ha un sistema completo, chi ha solo le norme di misura, e che cosa introduce il CAM italiano.

Il 2026 ha mosso la prima pietra. Il D.M. 24 novembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 281 del 3 dicembre 2025, ha introdotto nei Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia il criterio 2.3.13, in vigore dal 1° febbraio 2026 e applicato agli affidamenti pubblici dal giorno dopo. Per i progetti di risanamento dal degrado da umidità negli edifici esistenti, il criterio impone quattro cose: diagnosticare prima di intervenire, progettare l’intervento sulla diagnosi puntando a eliminare la causa, verificare l’efficacia con tecnologie validate, pianificare la manutenzione. Ed esclude espressamente gli interventi palliativi. Vale negli appalti pubblici, non nel privato, ma fissa un principio che il mercato farà suo: prima si misura, poi si interviene, e alla fine si misura di nuovo.

Una lacuna del decreto va conosciuta da chi scrive capitolati. Fra le indagini prescritte non compare l’analisi dei sali solubili, che la BS 6576, il BRE 245, la WTA 4-5 e la ÖNORM B 3355 considerano parte integrante della diagnosi, per le ragioni di igroscopicità viste sopra. Chi la aggiunge in capitolato colma la distanza fra il decreto e la letteratura, e si mette al riparo dall’errore diagnostico più frequente. Dei furbi che il criterio 2.3.13 ha già messo in moto, gli esperti dell’ultima ora, ho scritto in un articolo dedicato.

La tavola interattiva: che cosa ammette il tuo muro

La tavola qui sotto applica le regole di questo articolo a un caso impostato dal lettore. Si descrive il muro: muratura, spessore, vincolo, zona sismica, salinità, controterra, appalto pubblico o privato. La tavola restituisce il verdetto della letteratura su ciascun rimedio, con la fonte accanto, e l’elenco delle indagini che le norme chiedono prima di scegliere. Non sostituisce la diagnosi: dice che cosa la diagnosi deve contenere, e quali strade restano aperte una volta fatta.

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CHE COSA AMMETTE IL TUO MURO
il selettore del percorso: dal quadro del muro ai metodi ammissibili e alle indagini richieste dalle norme
Barriera chimica per iniezioneAMMISSIBILE

protocollo WTA 4-10-24/D o BS 6576; creme testate fino al 95% di saturazione
Taglio meccanico (barriera fisica)CON RISERVA

zona sismica: il taglio riduce la resistenza a taglio della sezione; serve la valutazione strutturale (NTC 2018, Circ. 7/2019; WTA 4-7)
Ventilazione alla baseCOMPLEMENTO

abbassa il fronte, non lo azzera: approccio Torres/de Freitas 2007; i tubi nel muro restano bocciati (EMERISDA D-2.1)
Intonaco da risanamentoCOMPLEMENTO

gestisce evaporazione e sali dopo il presidio che ferma la risalita; da solo è un palliativo (cap. 24.4; il CAM esclude i palliativi)
Elettroosmosi e dispositivi elettromagneticiNON DIMOSTRATO

EMERISDA in opera: zone trattate come le non trattate; OENORM B 3355 esclude i sistemi senza contatto

Le indagini richieste prima di scegliere

  • Profilo gravimetrico verticale
  • Umidità igroscopica (HMC)
  • Analisi dei sali
  • Esclusioni della diagnosi differenziale (sez. E)
  • Verifica post-intervento a 6, 12 e 24 mesi (gravimetrico)

Note sul caso impostato

  • salinità ignota: l’analisi dei sali decide intonaco e prognosi, va fatta prima di scegliere

I limiti di questo calcolo, per iscritto

  • è un orientamento di percorso costruito sulle regole di letteratura e di norma citate nell’articolo: non è una diagnosi né un progetto.
  • vale per la risalita capillare confermata: se la diagnosi differenziale non è stata fatta, prima si fa quella.
  • la zona sismica è quella del comune (classificazione 1-4); il giudizio strutturale sul taglio resta del progettista incaricato.
  • prodotti e prezzi non entrano: la scelta finale chiede la stratigrafia della muratura reale, non un modulo.
  • le soglie usate (80 cm per l’iniezione dai due lati, i tre gradi di salinità) sono convenzioni dei protocolli citati, non leggi fisiche.
Regole da: BS 6576:2005+A1:2012, BRE Digest 245, WTA 4-10-24/D, 4-7-24/D, 4-6-24/D, 2-9-20/D, OENORM B 3355:2017, NIT 252, NTC 2018 con Circ. 7/2019, D.M. 24/11/2025 (CAM, criterio 2.3.13), progetto EMERISDA. Aggiornato ad agosto 2026.

In sintesi

1. La risalita è un equilibrio, non una marea. L’acqua sale finché l’evaporazione la pareggia (Hall e Hoff): per questo ogni strato che riduce la traspirazione della fascia bassa alza il fronte umido. 2. I rimedi si dividono in tre famiglie misurabili. Fermano l’acqua le barriere fisiche e chimiche; la gestiscono ventilazione, intonaci da risanamento e manutenzione ciclica; non hanno superato le prove sifoni atmosferici ed elettroosmosi in muratura. 3. La gerarchia di efficacia ha quarant’anni e non è cambiata. NIT 162 nel 1985, confermata da EMERISDA nel 2018: barriere fisiche, poi iniezioni, poi gestione, ultimi i metodi elettrofisici. 4. La barriera chimica è un progetto, con quote precise. Fori nel giunto a 150 millimetri dal suolo, interasse 100-120, profondità due terzi dello spessore; oltre 80 centimetri si lavora dai due lati. La linea vale quanto la sua continuità. 5. Il taglio ferma tutto e chiede la verifica strutturale. In zona sismica introduce un piano di discontinuità: NTC 2018 e Circolare 7/2019 impongono la valutazione, e sugli edifici tutelati la Soprintendenza raramente lo ammette. 6. I tubi Knapen si vendono da un secolo senza conferme di efficacia. In commercio dai primi del Novecento; la prova australiana del 1973 e il report EMERISDA del 2014 riportano che i fori vuoti rendono più dei fori col tubo. Ricerche di segno contrario non ne abbiamo trovate. 7. L’elettroosmosi in muratura non ha superato la prova in opera. Dieci mesi di misure gravimetriche: zone trattate uguali alle non trattate (2018). Per i sistemi a onde o magnetici non abbiamo trovato ricerche indipendenti che ne determinino la funzionalità, e l’Austria esclude per norma i dispositivi senza contatto. 8. L’intonaco da risanamento è un complemento, non una cura. Requisiti WTA precisi, meccanismo elegante, capacità finita: da solo contro una risalita attiva si satura in pochi anni. 9. L’igrometro elettrico non diagnostica: orienta. I sali danno letture alte anche su muri quasi asciutti (BRE 245). Fanno fede la pesata con la stufa, l’igroscopicità HMC e i profili dei sali. 10. Dal 2 febbraio 2026 la diagnosi è legge negli appalti pubblici. Il criterio CAM 2.3.13 impone diagnosi, obiettivi misurabili, verifica di efficacia, ed esclude i palliativi. Manca l’analisi dei sali: chi la aggiunge in capitolato lavora meglio del decreto.

Dal cantiere

Il muro con tre rimedi sovrapposti, quello dell’apertura, alla fine l’ha spiegato la stufa del laboratorio. Contenuto d’acqua modesto, igroscopicità altissima, nitrati oltre l’uno per cento: l’iniezione degli anni Novanta la risalita l’aveva fermata davvero, e la parete restava umida per i sali che quarant’anni di risalita le avevano lasciato addosso. Non serviva la scatola elettronica: serviva togliere l’intonaco contaminato e rifarlo da risanamento, dopo una verifica sulla continuità della vecchia barriera. Il preventivo della centralina è rimasto sul tavolo della cucina, e a me è rimasta la conferma di un’idea semplice: prima di scegliere il rimedio, il muro va interrogato con una bilancia.

Domande frequenti

La scatola elettronica che dichiara di asciugare i muri funziona?
Non le ho mai valutate direttamente: riporto le verifiche pubblicate. Per nessuna delle due famiglie abbiamo trovato conferme di efficacia in ricerche di terze parti. Per gli apparecchi con elettrodi il principio fisico dichiarato esiste; la verifica in opera di EMERISDA, però, non ha trovato differenze fra zone con il dispositivo e zone senza, dopo dieci mesi di misure gravimetriche. Per i dispositivi senza contatto, a onde o magnetici, non risultano ricerche indipendenti che ne determinino la funzionalità, e la norma austriaca li esclude espressamente. Prima di firmare, chiedete per iscritto con quale metodo di misura verrà documentato l’esito e che cosa accade se la verifica a dodici mesi non mostra differenze.

Il vespaio aerato risolve la risalita nei muri?
No. Protegge il solaio e abbassa l’umidità dell’attacco a terra, ma non interrompe la risalita dentro le pareti, che va fermata con una barriera o un altro dispositivo dedicato. E il vespaio lavora solo se la ventilazione trasversale esiste davvero e se l’aria che entra non condensa dentro d’estate.

Posso mettere solo l’intonaco da risanamento e chiudere lì?
Si può, sapendo che cosa si compra: una gestione a scadenza. L’intonaco accumula i sali e tiene la superficie asciutta finché ha spazio nei macropori; contro una risalita attiva, nella mia esperienza, la capacità si esaurisce in tre-otto anni. Il criterio CAM 2.3.13, negli appalti pubblici, esclude espressamente gli interventi palliativi.

Quanto dura una barriera chimica?
Le garanzie commerciali dichiarano 20-30 anni; serie sperimentali così lunghe non esistono, e va detto. L’esperienza di campo, la mia compresa, dice che un’iniezione progettata sulla stratigrafia reale, con linea continua e quote a norma, regge nel tempo. I fallimenti che trovo hanno quasi sempre un difetto alle spalle: la diagnosi saltata, oppure l’esecuzione al risparmio.

Si può tagliare un muro in zona sismica?
La legge non lo vieta in assoluto: chiede che ogni intervento che modifica il comportamento strutturale sia accompagnato dalla valutazione di sicurezza (NTC 2018, Circolare 7/2019). Il taglio introduce un piano di discontinuità nella sezione: senza una verifica firmata da uno strutturista, in zona 1, 2 e 3 è una scommessa, non un intervento.

Ho fatto la barriera e il muro è ancora umido: è fallita?
Non necessariamente. Sopra la barriera, o qualunque altro presidio che fermi la risalita, la muratura conserva l’acqua accumulata, che se ne va in mesi o anni secondo lo spessore. E conserva i sali, che continuano a richiamare umidità dall’aria: al perché bloccare non basta ho dedicato un articolo. Solo il confronto gravimetrico prima-dopo, con il test di igroscopicità, distingue una barriera fallita da un muro che sta ancora smaltendo la sua storia.

In conclusione

Quasi due secoli di rimedi lasciano un bilancio più ordinato di quanto sembri dal marciapiede. Sappiamo che cosa ferma l’acqua: le barriere fisiche e, con progetto ed esecuzione a regola, le iniezioni. Sappiamo che cosa la gestisce con onestà: la ventilazione ben regolata, gli intonaci da risanamento, la manutenzione ciclica. E sappiamo che cosa non ha mai superato una verifica fatta con la bilancia. Quello che è mancato per quasi tutto questo tempo, in Italia, è l’obbligo di misurare prima di vendere: il criterio CAM del 2026 comincia a chiederlo negli appalti pubblici, e le norme per farlo bene esistono tutte, da anni. Il muro con tre rimedi sovrapposti aspettava solo qualcuno che gli facesse le domande nell’ordine giusto.

Nota sui calcoli e sulle fonti

I dati di questo articolo sono raccolti in uno script che accompagna il testo e che alimenta anche le dieci tavole e la tavola interattiva. Date, soglie, requisiti e regole del selettore vengono tutti da lì, con la fonte annotata accanto a ciascun valore. La fonte prima del pezzo è il mio libro sul sapere internazionale della risalita, in preparazione: questo articolo ne attraversa i capitoli sui metodi di trattamento, sulla diagnostica e sul quadro normativo. Ogni riferimento citato è stato ricontrollato sul web il 13 agosto 2026, sui cataloghi ufficiali degli enti (UNI, BSI, Austrian Standards, Buildwise, WTA) e sulla Gazzetta Ufficiale.

Norme e documenti tecnici.

  • BS 6576:2005+A1:2012, Code of practice for diagnosis of rising damp in walls of buildings and installation of chemical damp-proof courses, BSI. ✅ stato verificato sul catalogo BSI: Confirmed, vigente.
  • BRE Digest 245, Rising damp in walls: diagnosis and treatment, prima edizione 1981, revisioni 1986 e 2007 (P. Trotman). ✅ esistenza ed edizioni verificate; ⚠️ il documento integrale non l’ho letto: la soglia orientativa del 5 per cento e l’avvertenza sui misuratori elettrici sono riportate dal libro e dalla letteratura che lo cita.
  • WTA Merkblatt 4-10-24/D, marzo 2024, iniezioni con prodotti certificati; 4-7-24/D, aprile 2024, barriere meccaniche; 4-6-24/D, 2024, impermeabilizzazione postuma controterra; 2-9-20/D, 2020, sistemi di intonaco da risanamento; 4-5-99/D, diagnostica delle murature, in revisione. ✅ esistenza ed edizioni verificate sulle schede WTA e sui distributori (DIN Media); ⚠️ i testi integrali tedeschi non li ho letti per intero: requisiti e criteri citati vengono dalle sintesi ufficiali WTA e dalla letteratura che li riporta.
  • ÖNORM B 3355:2017, Trockenlegung von feuchtem Mauerwerk, Austrian Standards. ✅ edizione corrente verificata sul webshop; ⚠️ testo integrale non letto: l’esclusione dei procedimenti senza contatto è riportata dalla scheda ufficiale e dalla letteratura di settore. La norma contrattuale gemella è la ÖNORM B 2202.
  • NIT 252, L’humidité dans les constructions: particularités de l’humidité ascensionnelle, CSTC/Buildwise, dicembre 2014, 68 pagine. ✅ vigente, sostituisce la NIT 210 (1998); la NIT 162 (1985), documentata da Belspo e dagli archivi CSTC, resta il riferimento storico della gerarchia di efficacia.
  • UNI 11085:2003, contenuto d’acqua con metodo ponderale. ✅ verificata vigente sul catalogo UNI; il campo dichiarato è quello dei beni culturali, e in perizia va detto.
  • UNI 11121:2004, metodo al carburo di calcio. ⚠️ ritirata dal catalogo UNI il 3 aprile 2025 senza sostituzione, verificato; il metodo resta fra i quattro assoluti della EN 16682.
  • UNI 11087:2003, sali solubili. ⚠️ stato non chiaro sul catalogo UNI: una verifica di giugno la dava ritirata nel 2016, la scheda attuale non riporta il ritiro; nella pratica è superata dalla UNI EN 16455:2014, ✅ vigente, che è il riferimento da citare.
  • UNI EN 16682:2017, metodi di misura del contenuto d’acqua nel costruito storico. ✅ vigente, nessuna revisione al 2026; segretariato CEN/TC 346 presso l’UNI.
  • UNI EN ISO 13788:2013 (condensa) e UNI EN ISO 6781-1:2023 (termografia). ✅ vigenti, verificate.
  • UNI EN 998-1:2016, malte per intonaci, categoria R e classi CS. ✅ vigente.
  • NTC 2018 (D.M. 17/01/2018) e Circolare 7/2019. ✅ vigenti; la revisione è avviata ma non pubblicata alla data di questo articolo.
  • D.M. 24 novembre 2025 (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), CAM edilizia, G.U. n. 281 del 3 dicembre 2025, criterio 2.3.13. ✅ estremi, date e contenuti del criterio verificati su più fonti istituzionali e di settore; in vigore dal 1° febbraio 2026, applicato agli affidamenti dal 2 febbraio 2026. ⚠️ il rilievo sull’assenza dell’analisi dei sali fra le indagini prescritte viene dalla lettura del decreto fatta nel libro: chi lo usa in un capitolato lo riscontri sul testo in Gazzetta.
  • Public Health Act 1875. ✅ la legge autorizza i regolamenti edilizi locali; ⚠️ il testo non menziona i corsi impermeabili: l’obbligo nasce dai byelaws locali dalla fine degli anni Settanta dell’Ottocento (ricostruzione della Property Care Association), e le prime norme nazionali obbligatorie sono del 1966.

Letteratura scientifica.

  • C. Hall, W. D. Hoff, Rising damp: capillary rise dynamics in walls, Proceedings of the Royal Society A, vol. 463, 2007. ✅ verificato: è il modello a fronte netto dell’equilibrio fra risalita ed evaporazione.
  • B. Lubelli, R. P. J. van Hees, J. Bolhuis, Effectiveness of methods against rising damp in buildings: results from the EMERISDA project, Journal of Cultural Heritage, 31, 2018, S15-S22, doi 10.1016/j.culher.2018.03.025. ✅ verificato.
  • Y. Vanhellemont e altri, Are electrokinetic methods suitable for the treatment of rising damp?, Journal of Cultural Heritage, 31, 2018, S23-S29, doi 10.1016/j.culher.2018.04.010. ✅ verificato: è la fonte dell’equivalenza fra zone trattate e non trattate a dieci mesi.
  • Vanhellemont e altri, Summary report on existing methods against rising damp, report EMERISDA D-2.1, 2014, su emerisda.eu. ✅ verificato: classificazione dei metodi, giudizio sui sifoni e confronto fori vuoti contro tubi.
  • J. Desarnaud, Y. Vanhellemont, B. Lubelli, M. de Bouw, Effectiveness of electromagnetic and electro-osmosis methods for the treatment of rising damp, atti ICMB21 (International Conference on Moisture in Buildings), 2021, doi 10.14293/ICMB210086. ✅ atti e scheda verificati su ScienceOpen e sul portale della TU Delft; ⚠️ l’abstract pubblico documenta la prova sui due sistemi ma non riporta l’esito di dettaglio, e il testo integrale non l’ho letto: la cito come verifica ulteriore, senza attribuirle numeri.
  • J. Weber, V. Schulz, Reduzierung des Durchfeuchtungsgrades durch Verfahren außerhalb der Regeln der Technik, Bausubstanz 5 (2014), n. 1, pp. 44-54. ✅ estremi bibliografici verificati; ⚠️ articolo in tedesco non letto in originale: l’analisi critica dei metodi non convenzionali è riportata dal libro e dalla letteratura di settore.
  • E. Franzoni, F. Sandrolini, S. Bandini, An experimental fixture for continuous monitoring of electrical effects in moist masonry walls, Construction and Building Materials, 25, 2011. ⚠️ citata attraverso il libro: documenta quante variabili (sali, temperatura, materiali, contatti) rendono imprevedibile l’esito elettrocinetico nelle murature reali.
  • E. Franzoni, Rising damp removal from historical masonries: a still open challenge, Construction and Building Materials, 54, 2014, doi 10.1016/j.conbuildmat.2013.12.054; State-of-the-art on methods for reducing rising damp in masonry, Journal of Cultural Heritage, 31, 2018, S3-S9. ✅ verificati.
  • E. Franzoni, E. Rirsch, Y. Paselli, Which methods are suitable to assess the effectiveness of chemical injection treatments in the laboratory?, Journal of Building Engineering, 29, 2020. ✅ verificato: i metodi di prova in laboratorio non sono ancora armonizzati.
  • M. I. M. Torres, V. P. de Freitas, Treatment of rising damp in historical buildings: wall base ventilation, Building and Environment, 42(1), 2007; e il seguito su Construction and Building Materials, 24(8), 2010. ✅ verificati. Il sistema Humivent è di V. P. de Freitas, A. S. Guimarães e J. M. P. Q. Delgado, descritto in The “Humivent” device for rising damp treatment, Recent Patents on Engineering, 5(3), 2011, pp. 233-240. ✅ articolo verificato; ⚠️ il numero di brevetto non l’ho riscontrato sugli archivi brevettuali e non lo riporto.
  • A. Hacquebord, B. Lubelli, R. van Hees, T. Nijland, Evaluation of spreading and effectiveness of injection products against rising damp in mortar/brick combinations, atti Hydrophobe VI, 2011. ⚠️ atti di convegno, non letti in originale: il contenuto è riportato dal libro e dalla letteratura successiva.
  • F. Sandrolini, E. Franzoni, An operative protocol for reliable measurements of moisture in porous materials of ancient buildings, Building and Environment, 41(10), 2006, doi 10.1016/j.buildenv.2005.05.023. ✅ verificato: fori permanenti di campionamento.
  • D. Camuffo, Standardization activity in the evaluation of moisture content, Journal of Cultural Heritage, 31, 2018, S10-S14. ✅ verificato: inquadra la EN 16682.
  • S. Panico, D. Herrera-Avellanosa, A. Troi, Monitoring rising damp in solid masonry walls: an experimental comparison of five different methods, Journal of Building Engineering, 75, 2023. ✅ verificato: confronto fra strumenti, microonde comprese.
  • L. Falchi, D. Slanzi, E. Balliana, G. Driussi, E. Zendri, Rising damp in historical buildings: a Venetian perspective, Building and Environment, 131, 2018, doi 10.1016/j.buildenv.2018.01.004. ✅ l’abstract conferma i 25 edifici, la saturazione a 120-150 cm e l’evaporazione a 200-350 cm; ⚠️ i 70-80 kg/m³ di sali non stanno nell’abstract: sono la stima riferita da M. Piana nelle interviste del 2021-2024 e riportata dal libro. Il lavoro del 2017 di Falchi e colleghi sulla cristallizzazione spostata in profondità dagli strati idrorepellenti è citato attraverso il libro. ⚠️
  • R. Burkinshaw, The rising damp tests of Camberwell Pier, Journal of Building Appraisal, 2010, doi 10.1057/jba.2010.13. ✅ verificato; suo anche il concetto di penetrazione laterale a bassa quota (LLPD) in Remedying Damp, 2009.
  • S. Boniface, già presidente della sezione dei periti edilizi del RICS: le dichiarazioni all’Architects’ Journal del 25 giugno 2009 riguardano la rarità della vera risalita e l’inutilità di molte iniezioni; la stima del 90-95 per cento di diagnosi che non reggono è riportata da J. Howell, The Rising Damp Myth, 2008. ✅ attribuzioni ricontrollate sulle due fonti; ⚠️ restano dichiarazioni e stime, non misure.
  • Property Care Association, Guidance document: hygroscopic salts and rising dampness, 2020. ✅ esistenza verificata; ⚠️ i contenuti (fonti tipiche dei sali, soglie di contaminazione) sono riportati dal libro: il documento non l’ho letto. Della PCA è anche la ricostruzione sull’obbligo del corso impermeabile nato dai regolamenti locali, non dal Public Health Act in sé.
  • G. Massari, I. Massari, Risanamento igienico dei locali umidi, Hoepli, 5ª ed., 1985. ✅ il classico italiano della diagnosi per esclusione.
  • J. Heiman, E. Waters, R. McTaggart, The treatment of rising damp, Architectural Science Review, vol. 16, n. 4, 1973, pp. 170-177. ✅ estremi bibliografici verificati (è la nota 32 del report EMERISDA D-2.1, che vi appoggia il giudizio sui sifoni); ⚠️ articolo non letto in originale: il contenuto è riportato dal report.
  • Sifoni Knapen: sistema in commercio dai primi del Novecento, in Gran Bretagna attorno al 1919 con la British Knapen Ltd; il brevetto francese documentato è il FR 604589, depositato il 10 luglio 1925 e pubblicato il 10 maggio 1926. ✅ numero e date del brevetto verificati; ⚠️ per gli anni precedenti la ricostruzione è della letteratura di settore.

Dove il testo dice verificato, intendo che ho letto la fonte o la scheda ufficiale dell’ente che la pubblica; dove dice non letto in originale, il dato viene dal libro, che a sua volta dichiara le proprie fonti, o dalla letteratura secondaria citata. Nessun numero di questo articolo è stato scritto a memoria.

Una dichiarazione di posizione, infine. I sifoni atmosferici, l’elettroosmosi in muratura e i dispositivi senza contatto non li applico nella mia attività e non li ho mai valutati direttamente con misure mie. Su questi sistemi i giudizi riportati appartengono alle fonti citate, alle quali mi rimetto. Se in futuro usciranno verifiche indipendenti di segno diverso, andranno lette con lo stesso metro usato qui.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.



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di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
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Murature umide: cause e rimedi

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