Intorno a una casa l’acqua si tratta in tre tempi: prima si allontana quella che arriva dal tetto e dal terreno, poi si intercetta quella che scende nel terreno, e solo alla fine si ferma quella che resta. Il lavoro che non tiene, quasi sempre, ha saltato i primi due tempi.
Quando si apre uno scavo lungo il muro di una casa che si bagna, la prima cosa da guardare è il terreno, non la muratura. Lo scavo scende, il prato resta più alto del piano di dentro, il vialetto pende verso la casa invece che verso il giardino. Poi, sul muro, compare quello che è stato fatto trenta o quarant’anni fa: una spalmatura nera di bitume larga mezzo metro, ridotta a croste che si staccano con la mano, e sotto la muratura che ha continuato a bere.

Indice
- La catena delle correzioni: duemila anni per imparare dove mandare l’acqua
- Le parole che servono
- I tre tempi, e come si capisce a che punto si è
- Primo tempo: il tetto, e dove finisce davvero l’acqua
- Primo tempo: il terreno, e la pendenza che si misura
- Secondo tempo: il drenaggio, e la domanda che viene prima
- Com’è fatto un dreno perimetrale che lavora
- Il filtro: quale ghiaia e quale tessuto, e come si sceglie
- Quando il dreno peggiora le cose
- Terzo tempo: fermare quel che resta, e proteggere il lavoro
- Dove mando l’acqua: la domanda che si fa per ultima e si dovrebbe fare per prima
- I gas e il rigurgito: perché il sifone non è un dettaglio da bagno
- I punti deboli: dove il lavoro fatto bene viene vanificato
- La manutenzione: quello che decide se il lavoro dura dieci anni o trenta
- Quando allontanare l’acqua è il danno
- Le scorciatoie che non tengono
- Il metodo in tre passi
- Le voci che devono comparire in un preventivo
- La tavola interattiva: dove mando l’acqua
- In sintesi
- Dal cantiere
- Domande frequenti
- In conclusione
- Nota sui calcoli
- Fonti
- L’autore

La spiegazione che accompagna quasi sempre queste fotografie è una sola: «il muro non era stato impermeabilizzato bene». Da lì discende il preventivo: si rifà l’impermeabilizzazione, magari con un prodotto migliore, e il problema è risolto. Questo ragionamento ha un difetto, e il difetto si vede proprio nello scavo. Quel muro non riceve un po’ d’acqua: ne riceve molta, e continuamente, perché il tetto la scarica ai suoi piedi, il giardino gliela manda addosso e il terreno addossato la trattiene. Un rivestimento, per quanto buono, lavora contro tutta quella spinta. Prima o poi cede in un punto, e basta un punto.
Questo articolo sostiene una tesi semplice e scomoda: intorno a una casa l’acqua si tratta in tre tempi, e l’ordine non è invertibile. Prima si allontana quella che arriva, cioè l’acqua del tetto e quella che scorre sul terreno. Poi si intercetta quella che scende nel terreno e va verso la fondazione, ed è il compito del drenaggio. Solo alla fine si ferma quella che resta, con l’impermeabilizzazione e con lo strato che la protegge. Quasi tutti i lavori che non tengono hanno saltato i primi due tempi e sono partiti dal terzo. La Figura 1 mette in fila il percorso dell’acqua, dal tetto al recapito.

La catena delle correzioni: duemila anni per imparare dove mandare l’acqua
La storia di questo lavoro non è una linea che sale. È una catena di correzioni, dove quasi ogni rimedio ha dovuto essere corretto da chi è venuto dopo, spesso perché funzionava troppo bene in una direzione sola.
Il testo latino di agricoltura più antico che ci sia arrivato intero, il manuale di Catone della metà del secondo secolo avanti Cristo, chiude con un capitolo dedicato all’acqua d’inverno. Dice tre cose che sono ancora il mestiere: mandare via l’acqua dal campo, tenere sgombri i canali di scolo, e girare intorno al fabbricato mentre piove per vedere dove entra. Il punto si segna col carbone, e a pioggia finita si torna a ripararlo. La manutenzione è già dentro la prescrizione, non è un di più.
Un secolo e mezzo dopo, Vitruvio scrive il principio che regge tutto il resto, e lo scrive parlando della scelta del sito. Non conta che ci sia acqua: conta che l’acqua abbia una via d’uscita. Le paludi che scolano al mare, dice, danno un sito sano; quelle che non hanno uscite che scorrano, «né per fiumi né per fossi», ristagnano e guastano l’aria. Nel settimo libro descrive il rimedio per un muro che resta umido: ci si stacca davanti un muretto sottile, e fra i due si fa correre un canale posto più in basso del piano della stanza, con le bocche che sfociano all’aperto. In latino sono le nares ad locum patentem, le bocche in luogo aperto: è la regola moderna del recapito, scritta duemila anni fa.
Il dreno a trincea, quello che ancora oggi si chiama dreno cieco, ha una descrizione antica e precisa. Columella, nel primo secolo dopo Cristo, prescrive solchi profondi tre piedi, riempiti fino a metà di pietrame minuto o di ghiaia e ripareggiati sopra con la terra cavata, e vuole che i fossi ciechi sbocchino in quelli aperti. Quattro secoli dopo Palladio Rutilio riprende il passo e lo precisa: i solchi sono trasversali al campo, e le loro teste devono raggiungere un solo fosso aperto, correndo in pendenza verso di esso. Ci sono già due elementi di oggi, la ghiaia e la pendenza verso un recapito unico, e c’è già la trappola: il dreno cieco non si vede, quindi non si pulisce.
Nel Quattrocento Leon Battista Alberti scrive la tesi di questo articolo in una riga sola. Nella traduzione italiana cinquecentesca di Cosimo Bartoli suona così: i buoni architetti badavano «sopra tutto» a «di discostare e di rimuovere dallo edifitio ogni acqua piovana», anche perché il piano dell’edificio non si inumidisse. Poco prima, sulle superfici scoperte, aveva fissato il criterio della misura giusta: non si dà più pendenza «che quel che basti a scolare le pioggie». Un secolo dopo Andrea Palladio assegna il compito al tetto: il coperto, scrive, giova alla fabbrica «scacciando lontano dai muri l’acque che piovono, le quali benché pajano poco nuocere, nondimeno in progresso di tempo sono cagione di grandissimi danni». È la definizione più chiara del danno lento, quello che nessuno vede mentre accade. E sulle strade davanti alle case chiede che siano «alquanto concave nel mezzo e pendenti», perché l’acqua corra tutta in uno e se ne vada.
Poi arriva il secolo in cui si impara a drenare, e si impara sbagliando. Nel 1764 un fittavolo inglese, Joseph Elkington, capisce una cosa che oggi sembra ovvia e allora non lo era: non si asciuga il punto bagnato, si taglia la vena che lo alimenta, più a monte e più in basso. Nel 1832 James Smith di Deanston costruisce il primo sistema vero, con dreni fitti, ogni tre o sette metri, e poco profondi, non oltre trenta pollici, cioè settantasei centimetri. Nel 1845 Josiah Parkes lo corregge: i dreni vanno più profondi e più radi, e il criterio che usa è quello che interessa chi si occupa di muri umidi. Un drenaggio, dice, non è efficiente se non tiene il pelo dell’acqua «a una profondità che superi la capacità della risalita capillare di portarla vicino alla superficie». Poi la correzione tocca a Parkes: i tubi da un pollice che raccomandava, derisi da Smith come «portamine», si rivelano troppo stretti, e la sua stima di spesa si rivela circa la metà di quella vera.
Nel 1851, nelle torbiere inglesi delle Fens, viene piantato un palo con la testa a filo del terreno, dopo il prosciugamento di un lago. È il palo di Holme Fen, e da allora misura quanto è sceso il suolo: oltre quattro metri, secondo l’ente pubblico che ne ha cura. Nella stessa zona, scrive lo stesso ente, molti edifici sono ormai abbandonati, «inclinati in modo allarmante» o puntellati. Il drenaggio spinto aveva funzionato benissimo, e proprio per questo aveva fatto danno.
Nel 1856 Henry Darcy, misurando i filtri a sabbia dell’acquedotto di Digione, scrive la legge che rende calcolabile il moto dell’acqua nel terreno: per una sabbia di data natura, la portata è proporzionale al carico e inversamente proporzionale allo spessore attraversato. Da quel momento «quanta ghiaia» e «quanto in basso il tubo» smettono di essere questioni di opinione.
Tre anni dopo il metodo entra nelle case. Nel 1859 l’americano Henry Flagg French pubblica un trattato sul drenaggio dei campi e gli dedica un capitolo alle cantine. Ci trovi un dreno con le misure, scavato però nel pavimento della cantina, a due piedi dal muro, che gira tutto il perimetro dei muri, con lo sbocco diciotto pollici sotto il piano della cantina: l’antenato interno del dreno perimetrale, che la pratica porterà fuori. E ci trovi la correzione più netta di tutta la catena, contro l’abitudine di cementare le cantine dall’interno: l’acqua, scrive, riempie il terreno dietro il muro e forma una colonna alta due metri o più, e allora quel muro lavora come la diga di un mulino. Nessuno sano di mente, aggiunge, penserebbe di rendere stagna una diga spalmando un po’ di cemento sulla faccia a valle. Sono parole del 1859, e descrivono con precisione il difetto che si vede ancora oggi.
Nel 1877 compare il numero che usiamo ancora. I regolamenti tipo pubblicati dal Local Government Board inglese prescrivono, nel testo che le autorità sanitarie adottavano, che ogni muro nuovo abbia la sua barriera al piede, posta «a un’altezza non minore di sei pollici sopra la superficie del terreno adiacente». Sei pollici sono centocinquantadue millimetri. Nel documento inglese in vigore oggi, aggiornato al 2013, la stessa prescrizione dice «almeno 150 mm sopra il livello del terreno adiacente». Centotrentasei anni, stesso numero.
L’Italia di quegli anni ha i suoi manuali, e sono buoni. Nel 1872 Giovanni Curioni prescrive marciapiedi impermeabili tutto intorno, con una pendenza trasversale, «per allontanare facilmente e prontamente le acque dai muri stessi». Nel 1885 Musso e Copperi danno la prima cifra secca: due centimetri al metro. Nel 1893 Carlo Formenti descrive il rinfianco di grossi ciottoloni contro il muro della cantina, scavato fino a poco sotto il piede. Lui lo spiega con il passaggio dell’aria, che «mantiene asciutta la muratura»; noi oggi lo leggiamo come un drenaggio a ghiaia, in un manuale italiano che il tubo forato non lo nomina ancora. In Italia quel tubo entrerà nei manuali con Donghi, trent’anni dopo. Nel 1923 Daniele Donghi mette tutto in fila nel suo manuale: il marciapiede di lastre largo da 0,65 a 1 metro tutto intorno al fabbricato, con le connessure sigillate; il pavimento della cantina almeno trenta centimetri sopra il livello più alto conosciuto della falda; e una rete di tubi di drenaggio «colla maggior possibile pendenza, almeno del 2 per cento», posti a circa quarantacinque centimetri sotto il piano del pavimento. Sulla scelta del diametro scrive una frase che lo standard americano dei dreni interrati ripete in forma di velocità minima: «l’esperienza insegna che si otturano più facilmente i tubi larghi che quelli stretti, perché in questi la maggior velocità di deflusso delle acque serve a liberare il tubo dalle ostruzioni». E, nella stessa pagina, avverte delle radici di alberi e arbusti che entrano nei tubi fino a riempirli.
Nel 1972 il Consiglio nazionale delle ricerche canadese pubblica una ricerca norvegese che mette alla prova quattro modi di rinfiancare un muro interrato. Il riempimento tradizionale è quello che va peggio: l’acqua comincia a filtrare quasi subito attraverso la parete di prova, e quella parete resta umida per un’altezza di circa quarantacinque centimetri per tutti i sessantasette giorni della prova. La conclusione è la regola in una riga: il riempimento accanto ai muri interrati va eseguito in modo che contro il muro non si possa formare pressione d’acqua.
Negli ultimi trent’anni la correzione è arrivata dall’altra parte. Nel 1999 il servizio geologico degli Stati Uniti mette un numero sotto la cosa. Più dell’ottanta per cento dei cedimenti del suolo censiti nel paese viene dallo sfruttamento dell’acqua sotterranea. E il drenaggio dei terreni organici li fa consumare, perché il carbonio si ossida e se ne va in aria. A Boston, dove molte case poggiano su pali di legno, esiste una zona urbanistica dedicata a proteggere quelle fondazioni dall’abbassamento della falda. E in Italia, dal 2009 in Veneto e dal 2017 in Lombardia, chi impermeabilizza una superficie non può più scegliere liberamente dove mandare l’acqua: deve dimostrare che la portata in uscita non peggiora. La Figura 2 mette in fila questa catena di correzioni.

Le parole che servono
Sul cantiere le stesse cose hanno nomi diversi, e qualche parola comune non sta in nessun manuale. Qui fisso il significato di ognuna prima di usarla, perché ogni parola corrisponde a un pezzo di lavoro e a una responsabilità diversa.
Drenare e impermeabilizzare. Sono due lavori opposti, e vanno tenuti separati. Drenare vuol dire dare all’acqua una strada più facile di quella che passa per il muro, e accompagnarla via. Impermeabilizzare vuol dire chiuderle il passaggio. Il primo lavora con l’acqua, il secondo contro: per questo il secondo regge solo se il primo ha già tolto la spinta.
Il tubo drenante. È il tubo forato o fessurato che raccoglie l’acqua dal terreno e la porta al recapito. Non è un tubo di scarico: lavora quasi vuoto, per gravità, e la sua pendenza è quello che lo tiene pulito.
La fascia drenante, o rinfianco. È il materiale grosso e lavato che si mette fra il muro e il terreno naturale. Serve a far scendere l’acqua verso il tubo invece che verso il muro, e a interrompere la risalita per capillarità dal terreno bagnato.
Il filtro. È lo strato che lascia passare l’acqua e trattiene le particelle fini del terreno. Può essere un materiale granulare di granulometria scelta, oppure un tessuto non tessuto. Senza filtro, il terreno fine entra nei vuoti della ghiaia, li riempie, e la fascia drenante smette di drenare.
Il recapito. È il punto dove l’acqua raccolta finisce davvero: il terreno, una rete, un fosso, un corso d’acqua. Un impianto di drenaggio privo di recapito raccoglie l’acqua e la trattiene contro il muro, che è l’opposto del suo scopo.
L’intercapedine, e la parola scannafosso. L’intercapedine è lo spazio vuoto ispezionabile fra il muro interrato e il terreno, coperto e sfiatato. In cantiere si chiama quasi sempre scannafosso, e di quella soluzione ho scritto a parte. Nei manuali italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, che pure descrivono la cosa nel dettaglio, la parola «scannafosso» non compare. Donghi la chiama intercapedine d’isolamento o fossa d’isolamento, Formenti parla di muro isolatore. La cosa è vecchia, il nome è recente.
La bocca di lupo. È il pozzetto aperto davanti a una finestra o a una presa d’aria di un locale interrato, che porta luce e aria sotto il livello del terreno. È anche, per forma, il punto più basso del giardino: tutto quello che scorre in superficie tende ad arrivare lì.
Il pozzetto di ispezione. È il manufatto che permette di aprire, guardare e lavare la linea. Non è un accessorio: è quello che distingue un impianto che si può mantenere da uno che, quando si intasa, si può solo riscavare.
La barriera al piede del muro. È lo strato continuo, posto nella muratura poco sopra il terreno, che impedisce all’acqua del terreno di salire per capillarità nella parte di muro fuori terra. Nella tradizione inglese si chiama damp proof course, e la sua quota sopra il terreno è prescritta da più di un secolo.
L’invarianza idraulica. È il principio per cui chi rende impermeabile una superficie deve fare in modo che la portata d’acqua che esce dal lotto non aumenti rispetto a prima. In Lombardia, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia è un obbligo scritto.
I tre tempi, e come si capisce a che punto si è
La regola dei tre tempi non è uno slogan, è un ordine di lavoro. Una frase corta, però, non dice a nessuno che cosa deve guardare, quindi la apro.
Che cosa vuol dire. Ogni goccia che arriva a bagnare un muro interrato ha fatto una strada. È caduta sul tetto o sul giardino, è scesa lungo una superficie, è entrata nel terreno, ha attraversato il rinterro e ha trovato la muratura. Su quella strada ci sono tre punti dove si può intervenire, e sono in ordine: alla partenza, a metà, all’arrivo. Il primo tempo lavora alla partenza e toglie il grosso dell’acqua prima che entri nel terreno. Il secondo lavora a metà strada e raccoglie quello che è già entrato. Il terzo lavora all’arrivo, sulla faccia del muro, e deve fermare soltanto quel poco che è rimasto.
Perché l’ordine conta. Perché la quantità in gioco cambia di molto fra un tempo e l’altro. Con l’intensità di pioggia usata come riferimento ordinario nel documento tecnico inglese sul drenaggio, pari a 0,014 litri al secondo per metro quadro, un tetto da cento metri quadrati scarica circa 84 litri al minuto. Se quei litri finiscono al piede del muro, nessun rivestimento li regge a lungo. Se finiscono a qualche metro di distanza, il terzo tempo ha un lavoro ragionevole da fare. Quel valore è il riferimento inglese e serve da ordine di grandezza: in Italia l’intensità si prende dalle curve di possibilità pluviometrica della zona, nella forma altezza di pioggia uguale a un coefficiente moltiplicato per la durata elevata a un esponente, pubblicate dalle agenzie regionali per l’ambiente.
Come si capisce a che punto si è. Con tre domande da farsi sul posto, in quest’ordine. Dove scarica il pluviale, esattamente, e che cosa succede all’acqua nei tre metri successivi. Da che parte pende il terreno nei primi due metri dal muro, misurato e non stimato a occhio. Che cosa esiste sotto terra, cioè se c’è un tubo drenante, dove va a finire e se esiste un pozzetto da cui si possa guardarlo. Chi non sa rispondere alla terza domanda, di solito, non ha un drenaggio: ha della ghiaia.
La Figura 3 mostra i tre tempi accanto alla quantità d’acqua che arriva al muro a ogni passaggio.
Quando la regola salta. Salta in un caso, ed è bene dirlo subito: quando l’acqua non arriva dall’alto ma dal basso, cioè quando la falda sale fino a interessare il piano di posa. Lì il primo tempo serve lo stesso, ma non basta, e il problema si sposta sul secondo e sul terzo. Quel caso si riconosce misurando il livello dell’acqua in un pozzetto di prova, come dirò fra poco.

Primo tempo: il tetto, e dove finisce davvero l’acqua
Il tetto di una casa raccoglie tutta la pioggia che cade sulla sua proiezione e la concentra in pochi punti. È il più grande spostamento d’acqua che avviene intorno a un edificio, e quasi sempre è anche il più trascurato.
Palladio lo aveva già scritto nel 1570: si usano le gronde intorno alle case, e da queste l’acqua «per cannoni» viene gettata fuori, lontano dai muri. La parola importante è lontano. Un pluviale che finisce in una pozzetta appoggiata al piede del muro non allontana niente: sposta l’acqua di venti centimetri e la consegna al terreno che sta contro la fondazione.
Quanto lontano? Qui bisogna essere onesti, perché il numero che circola ha una condizione attaccata che quasi nessuno riporta. Il codice residenziale americano prescrive lo scarico a non meno di cinque piedi, cioè 1,52 metri, dai muri di fondazione, oppure in una rete di raccolta riconosciuta, ma lo prescrive per le zone dove sono presenti terreni espansivi o collassabili. Lo stesso vale per il manuale del 1990 dell’ente federale americano per l’edilizia abitativa, che aggiunge ai terreni espansivi quelli erodibili. Non è quindi una regola generale valida ovunque: è una regola per certi terreni. Il codice canadese, dove il numero non c’è, pone invece un obbligo di risultato: dove i pluviali non sono collegati a una rete, si devono prolungare in modo da portare via l’acqua senza erodere il terreno.
C’è però una regola senza condizioni, e viene dal programma di ricerca sull’edilizia del Dipartimento dell’Energia statunitense: il pluviale non si collega al dreno di fondazione. Nella stessa lista si legge di non far percolare l’acqua del tetto nel terreno addossato alla fondazione. E di guardare le geometrie che concentrano l’acqua in un punto solo, come i compluvi e gli attacchi fra falda e muro. La ragione è quella dei tre tempi: il dreno serve a togliere acqua dal piede del muro, non a portargliene. Collegarci il pluviale significa mandare al punto più delicato, in pochi minuti, tutta l’acqua del tetto.
Sulle tubazioni della pioggia il documento inglese sul drenaggio dà due numeri utili: i tubi devono essere almeno da 75 millimetri, e quelli da 75 e da 100 vanno posati con pendenza non inferiore a 1:100, cioè un centimetro al metro. Sono numeri per la rete interrata, non per il pluviale verticale, e servono soprattutto a ricordare che anche il tratto orizzontale sotto terra ha bisogno di pendenza vera.
C’è poi il vincolo che in Italia viene prima di ogni considerazione tecnica, ed è di diritto civile. L’articolo 908 del Codice civile obbliga il proprietario a costruire i tetti in modo che le acque piovane scolino nel suo terreno, e vieta di farle cadere nel fondo del vicino; se esistono pubblici colatoi, obbliga a immettervele con gronde o canali. Va letto per quello che dice: regola i rapporti fra vicini, non impone di portare l’acqua lontano dalla propria fondazione. È il punto in cui una norma pensata per il vicinato viene scambiata per una regola tecnica.
Come si controlla, in venti minuti. Si prende un secchio d’acqua, dieci litri bastano, e lo si versa nel canale di gronda vicino all’imbocco del pluviale. Poi si guarda dove esce, e si segue l’acqua per i tre metri successivi. Le cose da annotare sono quattro: se il canale la porta all’imbocco o la lascia ferma in un tratto, cosa che sul muro sotto la gronda si vede subito, se il pluviale perde a un giunto, dove finisce alla base, e se nei tre metri successivi l’acqua si allontana oppure torna indietro verso il muro. Se non si vede dove finisce, perché entra in un pozzetto chiuso, quel pozzetto va aperto: è il primo pezzo di impianto di cui nessuno sa più niente. La Figura 4 mette a confronto lo scarico fatto bene e i due errori che si ripetono.

Primo tempo: il terreno, e la pendenza che si misura
Questa è la mossa più economica di tutte, e la più saltata. Di come si prepara il terreno prima del muro ho scritto in un articolo a parte. Il terreno intorno alla casa deve scendere allontanandosi dal muro. Detta così, però, la frase non serve a nessuno: bisogna dire di quanto, su che lunghezza, con che strumento si misura e in quali casi non si può fare.
Di quanto e su che lunghezza. Il codice residenziale americano chiede che il terreno scenda di non meno di 152 millimetri entro i primi 3.048 millimetri, cioè sei pollici in dieci piedi: è il 5 per cento sui primi tre metri. Tradotto in numeri di cantiere, sono 5 centimetri sul primo metro, 10 centimetri su due metri, 15 centimetri su tre. La stessa cifra compare nel manuale del 1990 dell’ente federale americano per l’edilizia abitativa, che la giustifica con una frase da riportare: i reclami e le richieste di danno per difetti strutturali «continuano a essere numerosi a causa di livellamento e drenaggio inadeguati dei siti».
Sulle superfici pavimentate il numero è diverso, e più basso. Sempre il codice americano, ma dentro l’eccezione, chiede almeno il 2 per cento per le superfici impermeabili entro tre metri dalla fondazione. Il documento inglese chiede per le pavimentazioni almeno 1:60, cioè l’1,67 per cento. E aggiunge un limite che serve a chi cammina: per traverso un vialetto non deve superare 1:40, cioè il 2,5 per cento. I manuali italiani dell’Ottocento stavano già lì: Musso e Copperi, nel 1885, danno due centimetri al metro; Formenti, nel 1895, sta fra uno e un centimetro e mezzo al metro. Le cifre di casa nostra oscillavano già allora, ed è utile saperlo: sotto l’uno per cento un piano non scola più in modo affidabile, perché bastano un assestamento o una fuga fuori quota a creare una pozza.
Quanto dev’essere larga la fascia curata. Donghi, nel 1923, prescrive un marciapiede di lastre di pietra tutto intorno al fabbricato, largo da 0,65 a 1 metro, con le connessure sigillate, che mandi l’acqua in un canaletto coperto. La larghezza serve a portare il punto di caduta dell’acqua fuori dal cono di terreno che sta addosso alla fondazione.
Come si misura, sul posto. Serve un’asta dritta da due metri e una livella. Si appoggia l’asta al muro, in orizzontale, e si misura di quanto va alzata l’estremità lontana perché la livella vada in bolla: quel valore in centimetri, diviso due, è la pendenza in per cento. Dieci centimetri su due metri sono il 5 per cento. Chi ha un livello laser fa prima, ma il risultato è lo stesso. Va fatto in almeno quattro punti per ogni lato, perché un terreno raramente pende allo stesso modo dappertutto, e va fatto soprattutto nei punti bassi, dove l’acqua si raccoglie.
Quando non si può fare, e che cosa si fa allora. Il codice americano prevede il caso in modo esplicito: dove confini, muri, scarpate o altre barriere fisiche impediscono quella caduta, si costruiscono dreni o canali di guardia. Il documento inglese sul drenaggio aggiunge la mossa che, a mio modo di vedere, risolve il caso più frequente in città, cioè il cortile in piano incassato fra due edifici: quando le quote porterebbero l’acqua a concentrarsi lungo il muro, si crea una contropendenza per almeno 500 millimetri dal muro, per allontanare l’acqua dalla parete.
Il rapporto con la quota della barriera al piede. Il documento inglese chiede che la barriera al piede del muro esterno stia ad almeno 150 millimetri sopra il livello del terreno adiacente, salvo che una parte dell’edificio protegga il muro. Non è un obbligo italiano, ma la ragione vale in ogni paese: quei quindici centimetri servono contro gli spruzzi di rimbalzo della pioggia e contro il terreno, la ghiaia e le foglie che, anno dopo anno, si accumulano e finiscono per scavalcare la barriera al piede. L’ente pubblico inglese che si occupa di edifici storici arriva alla stessa cifra per un’altra strada: abbassare il terreno «anche solo di 150 millimetri» riduce la quantità d’acqua che entra in un edificio.
Quando la pendenza salta da sola. Salta per assestamento del rinterro, ed è la causa più comune. Il rapporto americano sul controllo dell’acqua nelle fondazioni lo dice chiaro: un riempimento mal costipato si assesta nel tempo e produce una contropendenza; la raccomandazione è costipare a strati da 15 a 30 centimetri, con attrezzi a mano vicino al muro per non danneggiarlo. E aggiunge il dettaglio che nessuno controlla: anche gli scavi degli impianti che arrivano alla casa vanno costipati, altrimenti si formano avvallamenti proprio lungo la linea dei tubi. La Figura 5 raccoglie le pendenze delle diverse fonti, il metodo di misura e i tre modi in cui saltano. Le altre due cause sono note a chiunque abbia un giardino. L’aiuola addossata al muro nasconde una contropendenza sotto le piante. La pavimentazione nuova, posata sopra la vecchia, alza il piano e si mangia i centimetri che separavano il terreno dalla barriera al piede.

Secondo tempo: il drenaggio, e la domanda che viene prima
Prima di come si fa un drenaggio viene se serve. Non è una domanda retorica: un dreno fatto dove non serve è una spesa inutile, e un dreno fatto male vicino a una fondazione è un danno.
Il documento inglese sulla preparazione del sito dà la soglia più chiara che abbia trovato. Il drenaggio del sedime va previsto dove la falda può salire fino a 0,25 metri dal piano del pavimento più basso dell’edificio, oppure dove l’acqua superficiale può entrare o comunque danneggiare la costruzione; in quel caso il terreno sotto l’edificio va drenato per gravità, o vanno prese altre misure efficaci. Il codice americano ragiona sull’uso degli spazi. I dreni vanno previsti intorno alle fondazioni che sostengono terreno e racchiudono spazi abitabili o utilizzabili sotto il piano di campagna. Ma pone un’eccezione dichiarata: i terreni che drenano da soli, cioè ghiaie e sabbie ghiaiose della prima classe della classificazione unificata.
Ne esce una regola d’uso onesta. Se sotto il piano di campagna non c’è niente da proteggere, e il terreno è ghiaioso, il drenaggio perimetrale può non servire affatto: basta il primo tempo. Se c’è una cantina, un garage interrato o un locale abitato sotto quota, e il terreno è limoso o argilloso, il drenaggio serve quasi sempre. In mezzo ci sta il caso più frequente, ed è quello in cui la decisione va presa con un dato in mano e non a sensazione.
Il dato si prende con un pozzetto di prova. Una buca larga almeno un metro quadrato e profonda due metri, tenuta d’occhio in stagioni diverse, dice dove sta il pelo dell’acqua. È la buca di prova che il documento inglese prescrive, nella parte sugli scarichi dispersi, per accertare il livello della falda. Qui serve solo a questo. Non va confusa con la prova di percolazione, che è un’altra cosa e viene dopo. Una sola osservazione dice poco: il livello va guardato in stagioni diverse, perché la falda si alza d’inverno e dopo le piogge lunghe. Donghi, nel 1923, dava la regola corrispondente sul lato costruttivo: il pavimento della cantina deve stare almeno trenta centimetri sopra il livello più alto conosciuto della falda.
C’è poi un avvertimento che arriva da un ente pubblico, e che nessuna ditta scrive nei suoi depliant. L’ente inglese che si occupa degli edifici storici scrive dei dreni a trincea che la loro efficacia «non è sempre garantita». Posati vicino alle fondazioni, aggiunge, possono concentrare l’acqua alla base dei muri, con più rischio di penetrazione o di scalzamento. E una falda alta o un terreno molto argilloso possono renderli inutili. Aggiunge che sono difficili da mantenere e da tenere liberi dalle ostruzioni. È la ragione per cui questo articolo mette il drenaggio al secondo posto e non al primo: è uno strumento potente e, come tutti gli strumenti potenti, fa danno se usato al posto sbagliato.
Com’è fatto un dreno perimetrale che lavora
Le fonti pubbliche che danno le misure sono tre, e le loro cifre quasi sempre coincidono. Sono il codice edilizio della Columbia Britannica, che ricalca il codice nazionale canadese; il codice residenziale americano; e, per l’Italia, il manuale di Donghi del 1923, che sta ancora in piedi.
La quota del tubo. È la misura che decide tutto. Il codice canadese chiede che la generatrice superiore del tubo stia sotto il fondo del pavimento dell’interrato. Dove c’è un vespaio, il riferimento è il suo piano di copertura. La prescrizione norvegese riportata dal Consiglio nazionale delle ricerche canadese quantifica: il tubo va posato almeno 200 millimetri sotto il bordo superiore del pavimento adiacente, misurati dalla generatrice interna inferiore. Donghi descrive una rete fitta sotto il pavimento, tubi a venticinque o trenta centimetri l’uno dall’altro, da stendere «ove occorra, anche all’ingiro del fabbricato»: la quota di circa 45 centimetri sotto il piano superiore del pavimento nasce lì. Il trattato americano del 1859 descriveva una trincea scavata nel pavimento della cantina, a due piedi, cioè 61 centimetri, dal muro, con lo sbocco 18 pollici, cioè 46 centimetri, sotto il piano della cantina: un dreno interno, antenato di quello perimetrale.
La ragione di tutte queste quote è una sola, e l’ha scritta Parkes nel 1845: il drenaggio deve tenere il pelo dell’acqua più in basso di quanto la risalita capillare riesca a portarla vicino alla superficie. Un tubo posato alla quota del pavimento, o peggio sopra, non abbassa niente: bagna.
Il diametro, e una sorpresa. Il codice canadese chiede un tubo di almeno 100 millimetri; lo standard americano dei dreni interrati, che è un documento agronomico, almeno tre pollici, cioè 76 millimetri; la descrizione ufficiale della figura della norma tedesca sul drenaggio degli edifici parla di un tubo DN 100 circondato da ghiaia 8/16 millimetri e fasciato da un filtro in geotessile verso il terreno. La sorpresa è che il tubo grande non è sempre meglio. Donghi, un secolo fa, sceglieva tubi da 4 centimetri immessi in collettori da 8 e spiegava perché: «l’esperienza insegna che si otturano più facilmente i tubi larghi che quelli stretti, perché in questi la maggior velocità di deflusso delle acque serve a liberare il tubo dalle ostruzioni». Lo standard americano per i dreni interrati, nell’edizione statale che ho potuto leggere, dice la stessa cosa con parole diverse, e cioè ragionando in velocità.
La pendenza, che non è un numero fine a sé stesso. Donghi chiede la maggiore pendenza possibile e comunque almeno il 2 per cento. La prescrizione norvegese si accontenta di 1:200, cioè lo 0,5 per cento. Lo standard americano dei dreni interrati non dà una percentuale e fa una cosa più intelligente: fissa la velocità che l’acqua deve avere nel tubo, e da quella si ricava la pendenza caso per caso. La velocità minima è 0,5 piedi al secondo, cioè 0,15 metri al secondo, dove non c’è rischio di interrimento, e 1,4 piedi al secondo, cioè 0,43 metri al secondo, dove il rischio c’è. Sopra ci sono i massimi, per non erodere il terreno e non aspirarlo dentro il tubo: vanno da 1,07 metri al secondo nelle sabbie a 2,74 metri al secondo nelle ghiaie.
Tradotto in parole da cantiere: la pendenza serve a far correre l’acqua abbastanza da portarsi via il fine che entra, ma non tanto da erodere. Sotto una certa velocità il tubo si interra da solo, anno dopo anno, anche se è stato posato benissimo. Per questo la pendenza va verificata a posa avvenuta, con la livella sul tubo, e non data per buona perché era sul disegno.
La ghiaia intorno. Il codice canadese chiede che sopra e ai lati del tubo ci siano almeno 150 millimetri di pietrisco o di altro materiale granulare grosso e pulito, con non più del 10 per cento di passante al setaccio da 4 millimetri. Quest’ultima è la definizione operativa di «lavato»: se la ghiaia scelta ha più fine di così, è già il problema. Lo strato granulare va posato su terreno indisturbato o costipato, almeno 125 millimetri sotto la fondazione ed esteso almeno 300 millimetri oltre il bordo esterno della fondazione. Il codice americano, con numeri in pollici, chiede che la ghiaia si estenda almeno 30,5 centimetri oltre il bordo esterno della fondazione e salga 15,2 centimetri sopra la fondazione, coperta da un tessuto filtrante. Il codice canadese aggiunge la prescrizione che descrive il cantiere vero: se durante la posa il terreno si mescola al ghiaietto, se ne aggiunge fino a tenere puliti i 125 millimetri superiori.

Il pozzetto di raccolta e i pozzetti di ispezione. Il codice canadese, dove è previsto un pozzetto di raccolta, lo vuole profondo almeno 750 millimetri, con area di almeno 0,25 metri quadrati e munito di coperchio; e, dove lo scarico a gravità non è praticabile, chiede una pompa automatica. Sui pozzetti di ispezione la fonte italiana è il regolamento lombardo sull’invarianza idraulica. Chiede un pozzetto allo scarico terminale «tale da consentire l’ispezionabilità dello scarico e la misura delle portate scaricate e delle tubazioni di collegamento con il ricettore». Serve a misurare la portata, non solo a guardare dentro.
Scavare a ridosso di una fondazione esistente non è un’operazione neutra. Lo scavo descritto qui scende sotto il piano di posa, e aperto male scarica la fondazione. Si lavora per conci alternati: tratti brevi, richiusi e costipati prima di aprire il successivo, mai una trincea continua lungo un lato intero. Su edifici datati, su murature deboli o dove il piano di posa è poco profondo, la sequenza dei tratti la decide un tecnico dopo aver visto la fondazione.
Per il rinterro c’è una prescrizione italiana e cogente, ed è l’unica del nostro ordinamento che parli di drenaggio a tergo di un’opera: il punto 6.5.1 delle Norme tecniche per le costruzioni del 2018. Chiede che il terreno di riempimento sia posto in opera «con opportuna tecnica di costipamento ed avere granulometria tale da consentire un drenaggio efficace nel tempo». Ammette i geotessili «con funzione di separazione e filtrazione». E vuole il drenaggio progettato «in modo da risultare efficace in tutto il volume significativo a tergo del muro». Riguarda le opere di sostegno, ma quel criterio vale come metro anche qui: non basta un tubo, deve lavorare tutto lo spessore di terreno addossato al muro.
La Figura 6 raccoglie in una sezione sola le quote delle fonti lette.
E l’abbassamento del pelo dell’acqua non si ferma al confine. Un dreno che tiene l’acqua sotto il piano di posa della propria casa la abbassa anche sotto quella attaccata. Su limi e argille normalmente consolidate, quell’abbassamento produce cedimenti. È lo stesso meccanismo del capitolo sulle torbe, con numeri più piccoli e tempi più lunghi. Historic England, come si è visto, avverte che un dreno posato vicino alle fondazioni può arrivare a scalzarle. Dove ci sono edifici in aderenza, il progetto del drenaggio smette di essere un fatto privato.

Il filtro: quale ghiaia e quale tessuto, e come si sceglie
Quasi tutti i drenaggi muoiono nel punto di contatto fra la ghiaia e il terreno, non nel tubo. Se le particelle fini del terreno possono entrare nei vuoti della ghiaia, ci entrano. Ci mettono qualche anno, poi la fascia drenante è piena di limo e non drena più. E c’è un secondo effetto, meno noto e più grave, che l’ente locale inglese che pubblica la scheda sul dimensionamento dei pozzi perdenti mette per iscritto: se i fini migrano dal terreno circostante, si può produrre un cedimento del terreno intorno all’opera, tale da incidere sulla stabilità degli edifici adiacenti. Non si perde solo il drenaggio: si perde terreno di appoggio.
Il filtro è quello che impedisce questo scambio. Può essere fatto in due modi, e le fonti pubbliche danno il criterio per entrambi.
Il filtro granulare: il criterio dei quindici e degli ottantacinque. Il manuale nazionale di ingegneria del servizio americano di conservazione del suolo definisce la regola così: il D15 del filtro non deve superare 9 volte il d85 del terreno da proteggere, e comunque non deve essere minore di 0,2 millimetri; per i terreni dispersivi il coefficiente scende a 6,5. Il limite inferiore, che serve a non perdere permeabilità, è il maggiore fra 0,1 millimetri e un quinto del D15 massimo.
Quei due simboli vanno spiegati, altrimenti restano lettere. Il d85 del terreno è l’apertura di setaccio attraverso cui passa l’ottantacinque per cento del terreno in peso: in pratica, la dimensione dei grani più grossi di quel terreno. Il D15 del filtro è l’apertura attraverso cui passa il quindici per cento del materiale filtrante: in pratica, la dimensione dei suoi grani più fini. La regola dice quindi una cosa comprensibile: i grani più fini della ghiaia non devono essere più di nove volte i grani più grossi del terreno, altrimenti il terreno passa attraverso.
Tradotto in tre casi tipici, con il conto fatto dal motore di questo articolo:
| Terreno da proteggere | D15 del filtro ammesso |
|---|---|
| un limo fine, d85 = 0,05 mm | fra 0,10 e 0,45 mm |
| una sabbia fine, d85 = 0,25 mm | fra 0,45 e 2,25 mm |
| una sabbia grossa, d85 = 2 mm | fra 3,6 e 18 mm |
Dalla tabella esce un fatto preciso: la ghiaia giusta dipende dal terreno, e per un limo fine una ghiaia da drenaggio comune è enormemente troppo grossa. È il motivo per cui, nei terreni fini, il filtro granulare da solo non basta e si ricorre al tessuto.
Il filtro in tessuto: il criterio dell’apertura. Il rapporto della FAO sui materiali per il drenaggio sotterraneo riporta i criteri di ritenzione ricavati da prove di laboratorio: per gli involucri sottili, cioè i geotessili fino a un millimetro di spessore, l’apertura O90 non deve superare 2,5 volte il d90 del terreno; per gli involucri spessi, oltre cinque millimetri, il rapporto sale a 5. E aggiunge la regola pratica che si porta a casa: quasi tutti i problemi si evitano con un’apertura O90 non inferiore a 200 micrometri. L’O90 è l’apertura tale che il novanta per cento dei grani di una sabbia di prova viene trattenuto: è, in pratica, la misura dei buchi del tessuto.
Le due regole si leggono insieme, e insieme dicono una cosa che sembra contraddittoria ma non lo è: il tessuto non deve essere troppo fitto. Un tessuto molto chiuso trattiene tutto, si intasa e diventa una membrana impermeabile appoggiata al dreno. Un tessuto troppo aperto lascia passare il terreno. La finestra utile sta in mezzo, e la fissa il terreno che si ha davanti.
La calza sul tubo e il tessuto contro il terreno non sono la stessa cosa. Nelle fotografie di cantiere si vedono spesso tutti e due, e vanno distinti. Il tessuto steso contro la parete di terra separa la ghiaia dal terreno, ed è quello di cui parlano le fonti citate qui sopra: la descrizione ufficiale della figura della norma tedesca mette il geotessile a fasciare il pacchetto di ghiaia verso il terreno. Il codice americano chiede una membrana filtrante sopra il ghiaietto. La calza infilata sul tubo protegge invece le fessure del tubo, e lavora su una superficie molto più piccola. Le due cose si sommano, non si sostituiscono: una calza sul tubo non toglie la necessità di separare la ghiaia dal terreno, perché il fine che riempie la ghiaia resta fuori dalla calza.
E c’è un caso in cui i due criteri non si incontrano. Nei terreni molto fini il criterio di ritenzione chiede un’apertura più piccola di quella che il criterio pratico consente: per un terreno con d90 di due centesimi di millimetro il primo vorrebbe non oltre 50 micrometri, il secondo non scende sotto i 200. Quando succede, la risposta non è un tessuto più fitto, che si intasa: è un filtro a due strati, cioè una sabbia intermedia fra il terreno e la ghiaia, dimensionata con lo stesso criterio del quindici e dell’ottantacinque applicato due volte, prima fra terreno e sabbia e poi fra sabbia e ghiaia.
La Figura 7 mette il criterio accanto ai conti dei tre terreni tipici.
Quando il filtro serve davvero. Lo standard americano per i dreni interrati elenca quattro casi: quando l’esperienza locale lo indica; quando intorno al tubo ci sono argille disperse, limi con indice di plasticità inferiore a 7 o sabbie fini con indice di plasticità inferiore a 7; quando si prevede una fessurazione profonda del terreno; e quando il modo di posa può lasciare vuoti fra il tubo e il materiale di rinterro. Prescrive inoltre uno spessore minimo di filtro di tre pollici, cioè 76 millimetri, in ogni direzione utile al flusso.


Quando il dreno peggiora le cose
C’è un modo di sbagliare peggiore del non fare niente. Consiste nel riempire di materiale permeabile lo spazio contro il muro senza dare all’acqua una via d’uscita alla base. Quel riempimento raccoglie l’acqua da tutta la superficie che lo sovrasta, la porta in basso e la consegna al punto più delicato dell’edificio.
Il meccanismo è descritto da tre fonti diverse, e nessuna delle tre usa lo slogan che gira in rete. L’espressione «effetto vasca» non l’ho trovata in nessuna fonte autorevole e pubblica: circola quasi solo sui siti commerciali. Il fenomeno, invece, è documentato eccome.
La descrizione più antica è del 1859 ed è la più efficace. Parlando di chi cementava le cantine dall’interno, il trattato americano spiega che l’acqua scorre dalla superficie dietro il muro della cantina, riempie il terreno e i passaggi, e in quelle condizioni si forma dietro il muro una colonna d’acqua alta due metri o più. La pressione, aggiunge, dipende dall’altezza e non dall’estensione della superficie, quindi quel muro lavora come la diga di un mulino con due metri di carico. Nessuno, conclude, penserebbe di rendere stagna una diga spalmando un po’ di cemento sulla faccia a valle.
La conferma sperimentale arriva dalla ricerca norvegese pubblicata nel 1972 dal Consiglio nazionale delle ricerche canadese. Fra i quattro modi di rinfiancare un muro messi a confronto in laboratorio, il riempimento tradizionale è quello che si comporta peggio. Un’ora dopo l’avvio i manometri misurano pressione. L’acqua comincia quasi subito a filtrare attraverso la parete di prova, che resta umida per circa quarantacinque centimetri di altezza per tutti i sessantasette giorni. La conclusione dello studio è la regola che serve qui: il riempimento accanto ai muri interrati va eseguito in modo che contro il muro non si possa formare pressione d’acqua.
La terza fonte riguarda le pavimentazioni drenanti e viene dal documento inglese: per le superfici molto inclinate, avverte, va verificato che l’acqua accumulata nello strato granulare non si accumuli intorno alle fondazioni dell’edificio; e i vialetti che scaricano su un’area permeabile possono farlo purché l’acqua non sia scaricata vicino agli edifici, dove potrebbe danneggiare le fondazioni. È la stessa fisica di prima, applicata a un caso oggi frequente. Le pavimentazioni drenanti si usano molto, e quasi nessuno verifica dove finisce l’acqua che hanno assorbito.
La risposta corretta non è togliere il materiale permeabile: è chiuderlo sopra e drenarlo sotto. Il rapporto americano sul controllo dell’acqua nelle fondazioni la scrive in due punti: il rinfianco drenante serve a portare l’acqua verso il basso, dove deve trovare il dreno perimetrale che la porta via; e in superficie va previsto un cappello di terreno poco permeabile, per evitare che il terreno addossato alla fondazione si saturi. Un riempimento permeabile funziona solo se è chiuso sopra e drenato sotto. Se manca una delle due condizioni, è un raccoglitore. La Figura 8 mette a confronto i tre esiti.

Terzo tempo: fermare quel che resta, e proteggere il lavoro
Arrivati qui, l’impermeabilizzazione ha un compito ragionevole. Non deve reggere la spinta di una colonna d’acqua: deve fermare l’umidità del terreno e l’acqua che percola, cioè quel poco che i primi due tempi hanno lasciato passare. Su muri già bagnati, pochi centimetri di lavorazione possono contare più di una demolizione.
Due avvertimenti, entrambi da fonti che hanno un secolo o più di distanza fra loro e dicono la stessa cosa.
Il primo riguarda il lato da cui si lavora. Il trattato del 1859 lo spiega con l’immagine della diga: un rivestimento applicato sulla faccia interna, cioè dalla parte opposta a quella da cui arriva l’acqua, lavora a sfavore, perché la pressione tende a staccarlo dal supporto. Donghi, nel 1923, scrive la versione generale: l’unico modo per asciugare un muro è togliere la causa che lo rende umido. Sono i due motivi per cui, quando si può scavare, si lavora dall’esterno.
Il secondo riguarda che cosa si mette contro il muro. La ricerca norvegese arriva a una conclusione che va contro l’istinto: contro il muro interrato si ottiene un deflusso migliore mettendo un materiale drenante piuttosto che uno impermeabile, il cui unico scopo sarebbe interrompere il legame capillare fra terreno umido e muratura. Detto altrimenti: la faccia esterna del muro va impermeabilizzata, ma subito fuori serve qualcosa che faccia scendere l’acqua, non un secondo strato chiuso che la tenga ferma lì.

Sopra lo strato impermeabile va poi messo qualcosa che lo protegga dal rinterro. Il materiale di riempimento contiene sassi e spigoli, e mentre si assesta preme e gratta: senza protezione, il manto viene inciso proprio dove nessuno potrà più vederlo. Questa è la ragione tecnica dello strato di protezione, e vale qualunque sia il prodotto scelto.
Dove mando l’acqua: la domanda che si fa per ultima e si dovrebbe fare per prima
Un impianto di drenaggio senza recapito non esiste. È il punto in cui si sbaglia di più. Il recapito non si vede sul disegno e, nella mia esperienza, pesa sul preventivo quanto un tratto di scavo. Vitruvio lo aveva già scritto: le bocche devono uscire ad locum patentem, in luogo aperto. Columella chiedeva che tutte le teste dei dreni ciechi arrivassero a un unico fosso aperto.
Oggi le strade possibili sono cinque, e vanno provate in ordine.
Primo: disperdere nel terreno, nel proprio lotto. È la prima scelta anche per la norma inglese, che elenca i recapiti «in ordine di priorità»: un pozzo perdente o altro sistema di infiltrazione adeguato; dove questo non sia ragionevolmente praticabile, un corso d’acqua; e, solo dove neppure questo sia praticabile, una fognatura. Un gestore italiano del servizio idrico lo scrive in modo ancora più netto per l’acqua di pioggia: le acque meteoriche, «ove possibile», non dovranno essere convogliate alla rete di pubblica fognatura ma rilasciate nel terreno attraverso pozzi perdenti.
Il pozzo perdente ha però tre condizioni precise, e le danno sia la norma inglese sia il codice canadese. Non si costruisce entro 5 metri da un edificio o da una strada, né in aree instabili. Non si costruisce dove la falda arriva al fondo dell’opera in qualunque momento dell’anno. E va dimensionato, non stimato: il metodo inglese prevede una prova di percolazione con una buca di 300 per 300 millimetri, scavata 300 millimetri sotto la quota di scorrimento prevista, riempita d’acqua la sera prima; il giorno dopo si riempie di nuovo e si misura il tempo, in secondi, perché il livello scenda dal 75 al 25 per cento, cioè su 150 millimetri, e lo si divide per 150 ottenendo i secondi necessari a scendere di un millimetro. La prova va ripetuta almeno tre volte su almeno due buche, mai con tempo anomalo. Per le aree scolanti fino a 25 metri quadrati si può assumere come caso peggiore una pioggia di 10 millimetri in 5 minuti, che fa 0,25 metri cubi d’acqua in ingresso, e il tempo di ritorno di progetto è dieci anni.
Secondo: la rete delle acque bianche, dove esiste. È la strada naturale, e non pone problemi particolari se la rete c’è e se il gestore la consente.
Terzo: un corso d’acqua superficiale. Qui servono i titoli. In Italia, salvo diversa disciplina regionale, la domanda di autorizzazione allo scarico si presenta alla provincia; e, di regola, oltre all’autorizzazione allo scarico serve anche il nulla osta idraulico dell’ente che ha la polizia idraulica su quel corso d’acqua. Sono due titoli diversi e uno non sostituisce l’altro.
Quarto: un canale consorziale. Il regolamento sulle bonifiche, che è del 1904 e su questi articoli non è mai stato modificato, prevede che i privati possano aprire «le necessarie bocche di scarico» nelle ripe dei canali di bonifica soltanto col permesso scritto, e che per le bonifiche in manutenzione il titolo lo rilasci il consorzio. Anche qui: è un titolo diverso dall’autorizzazione allo scarico, e non la sostituisce.
Quinto: un fosso stradale. Il Codice della strada vieta di «scaricare, senza regolare concessione, nei fossi e nelle cunette materiali o cose di qualsiasi genere o incanalare in essi acque di qualunque natura». Le parole da leggere sono due: «qualunque natura», che non lascia scappatoie, e «senza regolare concessione», che dice che la strada esiste ma passa da un permesso. La concessione la rilascia l’ente proprietario della strada. Per i tratti di strada statale, regionale o provinciale che corrono dentro un centro abitato di meno di diecimila abitanti la rilascia il comune, con il nulla osta dell’ente proprietario. E se la condotta attraversa o occupa la sede stradale serve un secondo titolo, sempre dell’ente proprietario.
E la fognatura nera o mista? È l’ultima strada, e in diverse regioni è vietata per nome. Il quadro, verificato su cinque regolamenti di gestori in cinque regioni diverse, è questo.
| Dove | Che cosa dice il documento |
|---|---|
| Lombardia, regolamento regionale | Vietato lo scarico in rete fognaria nera o unitaria delle «acque di falda emunte per operazioni di disinquinamento o drenaggio della falda»; l’ufficio d’ambito può derogare se non esistono altri recapiti |
| Veneto, piano regionale di tutela delle acque | In presenza di reti separate, vietato recapitare in fognatura nera, «qualora vi sia un recapito alternativo», acque prive di carico inquinante «quali, ad esempio, le acque di drenaggio di falda»; per le reti miste esistenti è prevista la progressiva eliminazione |
| Alto Adige, regolamento del gestore (provincia autonoma) | «Le acque sotterranee, di versante e d’infiltrazione» non possono essere immesse nella rete fognaria; se non c’è altra possibilità, nella rete delle acque meteoriche |
| Friuli Venezia Giulia, regolamento del gestore | Nessun divieto per nome, ma le acque meteoriche «ove possibile» vanno rilasciate nel terreno con pozzi perdenti |
| Toscana, regolamenti del gestore e dell’autorità d’ambito | Nessun divieto per nome nel regolamento letto per intero; nell’altro la parola drenaggio compare solo nella definizione delle acque di prima pioggia |
Il divieto, quindi, è una costante forte ma non una legge universale: dove non è scritto, la risposta va chiesta al gestore. Il divieto ha una ragione tecnica, e la norma lombarda le dà anche un nome: acque parassite. Sono acque pulite che si infilano in una rete pensata per i liquami, e fanno due danni insieme. Il primo: al depuratore arriva un liquame diluito, e un liquame diluito si depura peggio. Il secondo: i collettori viaggiano pieni di un’acqua che non dovrebbe esserci, così quando piove gli scaricatori di piena sfiorano prima. La stessa norma mette un obiettivo misurabile, cioè contenerle entro un valore di portata «pari al 30 per cento della portata nera media annua». Un dreno perimetrale che scarica in nera produce esattamente quell’acqua lì, e la produce tutto l’anno.
Il quadro di legge, in breve. Il decreto legislativo 152 del 2006 non dà una definizione di acqua di drenaggio: l’acqua di un dreno non ha, lì dentro, una casella sua. Non è refluo domestico né industriale, e diventa parte delle acque reflue urbane solo dopo essere stata convogliata in rete fognaria: il regime cambia in funzione di dove la mandi, non di che cosa è. Il decreto vieta in generale lo scarico sul suolo, salvo eccezioni; vieta lo scarico diretto nel sottosuolo e nelle acque sotterranee; e all’articolo 113 vieta «comunque» lo scarico o l’immissione diretta di acque meteoriche nelle acque sotterranee, rimettendo alle Regioni tutta la disciplina di dettaglio. La parola che regge è quel «diretta»: una trincea che infiltra attraverso uno spessore di terreno non è un’immissione diretta in falda; un pozzo che buca lo strato impermeabile e arriva all’acqua lo è. Il decreto non dà la quota di confine, e per questo la risposta finale sta nella norma regionale e nel regolamento comunale.
Le due regole di vicinato da non dimenticare. L’articolo 913 del Codice civile stabilisce che il fondo inferiore riceve le acque che scolano naturalmente dal fondo più alto, «senza che sia intervenuta l’opera dell’uomo», e che il proprietario del fondo superiore non può rendere quello scolo «più gravoso». Un drenaggio perimetrale è opera dell’uomo per definizione: raccoglie, concentra e porta in un punto acqua che prima si distribuiva. La servitù di scolo naturale non lo copre. Il codice fissa anche le distanze dal confine: almeno due metri per pozzi e cisterne, almeno un metro per i tubi, e per fossi e canali una distanza pari alla loro profondità. Restano salvi, come sempre, i regolamenti locali.
Un’ultima cosa sul quadro amministrativo, perché spesso la si attribuisce male. Il regolamento edilizio-tipo del 2016 ha uniformato le definizioni in tutta Italia. Definisce la superficie permeabile come la porzione priva di pavimentazione o di manufatti che impediscano alle acque meteoriche di raggiungere naturalmente la falda. E impone a ogni comune di disciplinare le reti di smaltimento delle acque e i canali di gronda. Non contiene invece nessun obbligo di raccolta o riuso dell’acqua piovana: quell’obbligo, dove esiste, sta nel regolamento edilizio comunale o nella legge regionale.
L’invarianza idraulica, dove c’è. In Lombardia, per interventi fino a 300 metri quadrati, il requisito minimo si soddisfa in due modi alternativi, e il primo è proprio lo scarico sul suolo o negli strati superficiali del sottosuolo, e non in un ricettore. In Veneto, sotto 0,1 ettari, cioè mille metri quadrati, l’intervento è classificato a impermeabilizzazione trascurabile e bastano buoni criteri costruttivi. In Friuli Venezia Giulia la soglia di «non significativo» è 500 metri quadrati, e il regolamento chiede un piano di manutenzione a cura e spese del proprietario. Tre regioni, tre soglie diverse: è la prova che questa è materia locale e che la risposta va cercata sul posto. La Figura 9 riassume i cinque recapiti con il titolo che serve per ciascuno.

I gas e il rigurgito: perché il sifone non è un dettaglio da bagno
C’è una ragione in più per non collegare un drenaggio alla fognatura nera o mista senza le precauzioni giuste, e non riguarda l’acqua: riguarda l’aria.
Il documento tecnico inglese prescrive che ogni punto di immissione in una rete di scarico sia dotato di un sifone «per impedire che l’aria della rete entri nell’edificio», e chiede che il sifone mantenga un battente d’acqua di almeno 25 millimetri. Lo stesso documento estende l’obbligo alle reti esterne con una riga sola: le reti di acque superficiali collegate a fognature miste devono avere sifoni su tutte le bocche di immissione.
I regolamenti italiani dicono lo stesso con parole di cantiere. Il regolamento di un grande gestore prescrive che la rete interna si colleghi all’allacciamento con un sifone intercettatore dotato di esalatore, pozzetto di ispezione a monte e braga a valle. E precisa una cosa che riguarda il giardino: dove la fognatura pubblica è unitaria, gli impianti interni di raccolta delle acque domestiche, industriali e meteoriche possono confluire solo immediatamente a monte di quel manufatto sifonato. Altri gestori lo chiamano pozzetto sifonato di tipo Firenze, chi prescrivendolo e chi consigliandolo. E un regolamento del Friuli Venezia Giulia arriva al caso che interessa il giardino: le caditoie per la raccolta delle acque meteoriche nei cortili devono essere munite di interruzione idraulica.
Il sifone, però, funziona solo se è pieno d’acqua. Che cosa succede quando si asciuga è documentato da un rapporto ufficiale del governo di Hong Kong sull’epidemia del 2003: la diffusione verticale del contagio in un edificio fu attribuita alla combinazione di sifoni a U asciugati, liquame contaminato e tiraggio d’aria nel cavedio; i sifoni degli scarichi a pavimento di molti appartamenti erano rimasti asciutti a lungo, perdendo la loro funzione di tenuta verso la colonna. Un regolamento italiano di gestore lo dice in forma di prescrizione di manutenzione: i sifoni e gli scarichi con sifone devono essere sempre pieni di acqua, e lo svuotamento dei sifoni è un sintomo da riconoscere.
Qui va dichiarato un limite, perché questo articolo non inventa nulla. Che un sifone posto su una linea stagionale possa perdere il battente per evaporazione non l’ho trovato scritto in nessuna fonte autorevole. Nemmeno ho trovato scritta la scena degli odori che escono dalla ghiaia e dalle bocche di lupo. Il meccanismo è quello documentato dal rapporto di Hong Kong, e la prescrizione sulle caditoie di cortile va nella stessa direzione. Il passaggio, però, è un ragionamento mio, e come tale lo presento.
Il secondo problema, invece, è documentato per intero, ed è il rigurgito. Le fognature miste e quelle delle acque piovane, scrive il documento inglese, sono progettate per andare in pressione durante le piogge forti: nei siti bassi va verificato che l’immobile non sia esposto a un rischio maggiore di allagamento, sentendo il gestore. Dove il rischio è alto si pompa. Dove è basso si installa una valvola antiriflusso, meglio se a doppia valvola e con chiusura manuale. Nell’edificio va messo un cartello che dica che il sistema scarica attraverso quella valvola, e dove si trova il comando. C’è poi la regola di buon senso che spesso si dimentica: solo la parte a rischio va messa dietro la valvola, tutto il resto deve scaricare a gravità. I regolamenti italiani di gestore mettono nero su bianco la conseguenza pratica: il gestore non risponde dei danni per allagamenti da rigurgito dentro la proprietà privata, e spetta al titolare dello scarico valutare i dispositivi antiriflusso. E il decreto 152 del 2006 mette la prevenzione del rigurgito fra i criteri di progettazione delle reti fognarie.

I punti deboli: dove il lavoro fatto bene viene vanificato
Un perimetro trattato bene può essere annullato da tre o quattro punti larghi pochi centimetri. Sono sempre gli stessi.
I passaggi degli impianti. Ogni tubo che attraversa il muro interrato è un percorso d’acqua, e lo resta finché non viene chiuso con qualcosa che aderisca sia al tubo sia alla muratura. Se ne trovano spesso tre generazioni sovrapposte: il vecchio scarico in cemento, i corrugati dell’elettricità, i tubi dell’acqua e del gas aggiunti dopo. Il documento inglese aggiunge un caso che in cantiere capita spesso: se durante lo scavo si taglia un dreno del sedime ancora attivo, e quel dreno passa sotto l’edificio, si fa una di tre cose. Lo si rifà con tubi a giunti sigillati e punti di accesso all’esterno, lo si devia intorno alla casa, oppure lo si porta a un altro recapito. Nella stessa sezione avverte che gli scavi per fondazioni e impianti possono modificare i percorsi dell’acqua sotterranea nel sito: uno scavo per una condotta è anche un dreno, e se scende verso la casa le porta acqua.

Le bocche di lupo. Per forma e per quota sono il punto più basso di tutto il giardino: qualunque cosa scorra in superficie tende ad arrivare lì. Il codice canadese le tratta in una riga che vale un progetto: ogni bocca di lupo deve essere drenata alla quota della fondazione o ad altro luogo idoneo. Il che significa due cose: che sul fondo ci vuole uno scarico vero collegato a qualcosa, e che quello scarico deve stare abbastanza in basso. E, se quel collegamento finisce in una rete mista, torna il discorso del sifone: un regolamento italiano chiede l’interruzione idraulica proprio per le caditoie dei cortili.


Le rampe e i punti bassi. Il codice canadese prevede il caso del passo carrabile che scende verso un garage: dove è probabile che l’acqua di dilavamento si accumuli o entri nel garage, si installa una caditoia che dia un drenaggio adeguato. La regola generale è che ogni punto basso deve avere un suo scarico, dimensionato e collegato, oppure non deve essere un punto basso.
La manutenzione: quello che decide se il lavoro dura dieci anni o trenta
Un drenaggio è un impianto, e come tutti gli impianti si intasa. La differenza fra un impianto che dura e uno che muore sta nei pozzetti e nella frequenza con cui qualcuno li apre.
Il pozzetto è la condizione della manutenzione. Senza punti di ispezione una linea interrata non si può né guardare né lavare: quando si intasa, l’unica strada è riscavare. Il regolamento lombardo sull’invarianza idraulica impone il pozzetto di ispezione allo scarico terminale; la scheda inglese sui pozzi perdenti chiede che ogni pozzo abbia una forma di accesso per l’ispezione, con due punti di ispezione nei pozzi a trincea, uno per capo.

Il lavaggio, e la pressione giusta. Il rapporto della FAO sui materiali per il drenaggio sotterraneo dà i numeri, e sono controintuitivi. Il lavaggio a getto richiede in media 1-2 metri cubi d’acqua ogni 100 metri di dreno. Le macchine si dividono in tre categorie per pressione, e quelle ad alta pressione, oltre 100 bar, sono sconsigliate, perché l’esperienza ha mostrato che destabilizzano il terreno intorno al tubo e ne distruggono la struttura. La categoria raccomandata è quella a pressione media, 20-35 bar, con una portata di circa 70 litri al minuto per tubi da 50-70 millimetri: portate maggiori spingono troppa acqua fuori dalle fessure del tubo e danneggiano l’involucro e il terreno accanto. In Olanda la frequenza tipica è una volta ogni tre anni.
L’ocra ferrosa, il nemico silenzioso. È il deposito gelatinoso, giallo o rossastro, che si forma dentro i dreni dove l’acqua porta ferro in forma ridotta. Il rapporto della FAO lo descrive come il più serio e diffuso dei fenomeni di intasamento: è idratato per oltre il novanta per cento, e la soglia minima di ferro perché i batteri responsabili si sviluppino è 0,12 milligrammi per litro. La notizia utile è che l’ocra cosiddetta temporanea può sparire da sola nell’arco di tre-cinque anni, mentre quella di origine lontana no. E la regola pratica è una sola: l’ocra si toglie prima che si secchi, perché una volta indurita il lavaggio non riapre più le fessure del tubo.
Le radici. Donghi, nel 1923, avvertiva delle radici di alberi e arbusti che entrano nei tubi «fino a riempirli». Lo standard americano per i dreni interrati dà delle distanze, ma vanno riportate per quello che sono: sono distanze per dreni agricoli di campo, non per il perimetro di una casa. Dice di usare, dove possibile, tubo non fessurato o giunti chiusi nella zona delle radici; e, dove non sia possibile, di allontanare gli alberi amanti dell’acqua, come salici, pioppi, olmi e aceri teneri, per almeno 30 metri per lato, e le altre specie arboree per 15 metri, esclusi i fruttiferi. Nessuna fonte autorevole fra quelle lette dà invece una distanza minima fra le piante e il muro di una casa: il principio si può scrivere, il numero no.
La Figura 10 raccoglie i controlli, il calendario e le pressioni di lavaggio.
Che cosa fare, e ogni quanto. Una volta all’anno, meglio in autunno prima delle piogge lunghe, si aprono tutti i pozzetti e si guarda il fondo: se c’è fango, la linea sta depositando e la pendenza o il filtro non stanno lavorando. Dopo ogni temporale forte, si controlla dove si formano le pozze e se le bocche di lupo hanno ricevuto acqua dal giardino. Una volta ogni tre anni, se il dreno serve un interrato abitato, si fa lavare la linea da chi ha l’attrezzatura, chiedendo la pressione media e non l’alta pressione. Il regolamento del Friuli Venezia Giulia sull’invarianza idraulica dice la cosa più importante di tutte, e la dice in forma di obbligo: i dispositivi di drenaggio vanno corredati di un piano di manutenzione, attuato «a cura e spese dei proprietari delle aree interessate».

Quando allontanare l’acqua è il danno
C’è un caso in cui tutto questo articolo va letto al contrario, ed è giusto che stia scritto qui e non in una nota.
Abbassare l’acqua nel terreno non è gratis. Nelle torbiere inglesi delle Fens, dopo il prosciugamento ottocentesco, il suolo si è abbassato: il palo piantato nel 1851 con la testa a filo del terreno registra da allora una perdita di quota di oltre quattro metri, e nella stessa zona molti edifici sono ormai inclinati o puntellati. Non accade solo lì. Il servizio geologico degli Stati Uniti scrive che più dell’ottanta per cento dei cedimenti del suolo censiti nel paese viene dallo sfruttamento dell’acqua sotterranea. E aggiunge che, drenando un terreno organico, il suolo non si limita a costiparsi: si consuma, perché la decomposizione trasforma il carbonio organico in anidride carbonica e acqua.
C’è poi il caso delle fondazioni su pali di legno. Vitruvio, parlando delle fondazioni in terreno bagnato, prescriveva i pali di ontano, olivo o rovere abbrustoliti, infissi fitti: sott’acqua durano. La città di Boston ha adottato una zona urbanistica dedicata proprio a proteggere le fondazioni su pali di legno dall’abbassamento della falda. Dove la casa poggia su pali di legno o su torba, togliere acqua è il danno.
E c’è, infine, il vincolo che riguarda il vicino di valle. La delibera veneta sulla compatibilità idraulica avverte che disperdere l’acqua sul terreno, in pendii di acclività non trascurabile, può portare a controindicazioni in termini di stabilità del versante. Chi abita a mezza costa, prima di infiltrare, deve sapere dove va a finire quello che infiltra.
Le scorciatoie che non tengono
Sono sempre le stesse, e hanno tutte in comune il fatto di lavorare sull’ultimo tempo saltando i primi due.
L’intonaco da risanamento come unico intervento. Ha un suo compito, che è gestire i sali e restituire una superficie sana, ma non toglie acqua al muro. Se l’acqua continua ad arrivare, il problema si sposta più in alto.
Il rivestimento impermeabile applicato dall’interno. È la scorciatoia più antica e la più documentata: il trattato del 1859 la smontava già con l’immagine della diga. Dove non si può scavare esistono soluzioni serie, che però vanno progettate, dimensionate e ancorate a un supporto verificato.
Il pluviale collegato al tubo drenante. Manda al piede del muro, in pochi minuti, tutta l’acqua del tetto. Lo esclude in modo esplicito il rapporto americano sul controllo dell’acqua nelle fondazioni: nella sua lista di controllo scrive di non collegare i pluviali ai dreni di fondazione.
La ghiaia contro il muro senza tubo e senza tessuto. È il caso della colonna d’acqua descritto dal 1859 e provato in laboratorio nel 1972. Raccoglie e consegna.
Il dreno senza recapito. Un tubo che gira il perimetro e finisce in un punto qualsiasi non porta via niente. Prima di posare il tubo bisogna sapere dove finisce l’acqua e con quale titolo.
La pompa come soluzione permanente. Serve quando non c’è pendenza, e allora è legittima. Ma una pompa è un impianto elettrico che si guasta, e di solito si guasta la notte del temporale: va prevista con allarme e manutenzione, non come ripiego.
Il pozzo perdente vicino al muro. Le fonti lette chiedono almeno cinque metri dall’edificio, e che la falda non arrivi mai al fondo del pozzo. Un pozzo perdente addossato alla casa è, semplicemente, un modo di bagnarla.
Il metodo in tre passi
Passo uno: leggere, prima di scavare. Si fa il giro della casa mentre piove, come prescriveva Catone. Si annotano dove scarica ogni pluviale, dove si formano le pozze, da che parte pende il terreno nei primi due metri, dove stanno le bocche di lupo e i punti bassi, dove entrano gli impianti. Si aprono tutti i pozzetti che si trovano e si guarda il fondo. Si misura la pendenza con l’asta e la livella in almeno quattro punti per lato.
Passo due: fare il primo tempo, e aspettare. Si prolungano i pluviali fino a portarli fuori dalla fascia di terreno addossata alla fondazione. Si correggono le contropendenze, si sigillano le fughe del marciapiede, si svuotano e si collegano le bocche di lupo. Sono lavori di poche giornate e, nella mia esperienza, costano una frazione di uno scavo perimetrale. Poi si aspetta una stagione di piogge e si guarda che cosa è cambiato. Molti muri smettono qui di bagnarsi. E chi ha fatto questo passo prima di scavare non ha perso tempo: ha tolto le cause più facili e ha ridotto quello che resta da risolvere.
Passo tre: se serve ancora, progettare il secondo e il terzo tempo insieme. Con il livello della falda misurato in un pozzetto di prova, il terreno riconosciuto, il recapito individuato e il titolo verificato. Il dreno, la fascia filtrante, l’impermeabilizzazione e la protezione si posano in un ordine solo, e ogni strato protegge quello messo prima. Lo scavo lungo un muro, intanto, è un’opera provvisionale a tutti gli effetti: sopra una certa profondità va armato o profilato secondo il piano di sicurezza, e il materiale cavato non si accumula sul ciglio. Alla fine si rifà il giardino, lasciando la sommità del rinterro un poco rilevata, perché non si formi l’avvallamento che riporta l’acqua sul tubo.
Le voci che devono comparire in un preventivo
Questo articolo non fa prezzi, e non ne farà. Ma chi deve confrontare due preventivi ha diritto di sapere che cosa deve essere scritto, perché è nelle voci mancanti che due offerte diventano incomparabili. In un preventivo per un drenaggio perimetrale devono comparire almeno:
- i metri cubi di scavo, con la profondità prevista e la sequenza dei tratti;
- i metri lineari di tubo, con il diametro, e la dichiarazione che la pendenza viene verificata a posa avvenuta;
- i metri cubi di pietrisco lavato, con la classe granulometrica e non con la sola parola «ghiaia»;
- i metri quadrati di tessuto, con l’apertura dichiarata dal fornitore, non con il solo nome del materiale;
- il numero e la profondità dei pozzetti di ispezione, e dove vanno;
- il recapito, indicato per nome, e il titolo che lo autorizza, con chi lo chiede e a chi;
- il ripristino, cioè che cosa si fa del terreno cavato e come si rifà la superficie.
Un preventivo che non dice dove va a finire l’acqua sta vendendo un tubo, non un drenaggio.
La tavola interattiva: dove mando l’acqua
In fondo all’articolo c’è una tavola interattiva che mette in fila le domande di questo testo. Si dichiara da dove arriva l’acqua, che cosa c’è sotto la casa, com’è il terreno, quanto spazio e quanta pendenza ci sono, e quale recapito esiste davvero. La tavola risponde dicendo quale sistema ha senso, in che ordine farlo, che titolo serve per il recapito scelto e qual è l’errore più probabile in quella situazione. Non sostituisce un progetto: serve a ordinare le domande prima di chiamare qualcuno, e a non partire dal terzo tempo.
Dove mando l’acqua
- aprire i pozzetti esistenti, guardare il fondo e liberare le bocche di lupo
- aspettare una stagione di piogge e rivedere che cosa resta bagnato
- recapito
- dispersione nel mio terreno
- titolo
- nessun titolo statale dedicato, ma il decreto 152/2006 vieta lo scarico sul suolo salvo eccezioni e l’immissione diretta in falda: la strada la aprono la norma regionale e il regolamento comunale
- da sapere
- il pozzo perdente non si fa entro 5 metri da edifici e strade, e va dimensionato con la prova di percolazione
- invarianza
- nessun obbligo di invarianza se non si impermeabilizzano nuove superfici; restano le regole locali
- attenzione a
- posare tutto bene e non aprire più i pozzetti: la linea si interra in silenzio
- Questa tavola ordina le domande: non sostituisce il rilievo, la misura del livello dell’acqua e il progetto.
- Le soglie citate vengono da documenti stranieri pubblici (Approved Document C e H, codice canadese, codice americano): in Italia non esiste una norma nazionale che prescriva pendenze del terreno o distanze di scarico dei pluviali.
- Il recapito e il titolo dipendono dal comune, dalla regione e dal gestore del servizio idrico: qui c’è l’ordine di priorità e il tipo di titolo, non la risposta del tuo sportello.
- Il divieto di immettere acque di drenaggio in fognatura nera o mista è scritto per nome in alcune regioni e non in altre: va verificato sul regolamento del gestore.
- La scelta della ghiaia e del tessuto dipende dalla granulometria del terreno, che si misura: i criteri sono nell’articolo.
Tutte le tavole interattive: I calcolatori.
In sintesi
1. Intorno a una casa l’acqua si tratta in tre tempi, e l’ordine non è invertibile: prima si allontana quella che arriva, poi si intercetta quella che scende nel terreno, e solo alla fine si ferma quella che resta. 2. Il tetto è il più grande spostamento d’acqua che avviene intorno a un edificio. Un tetto da cento metri quadrati, con l’intensità di riferimento del documento inglese, scarica circa 84 litri al minuto in pochi punti. 3. Il pluviale non si collega mai al tubo drenante, e non si fa percolare l’acqua del tetto nel terreno addossato alla fondazione: lo prescrive il rapporto americano sul controllo dell’acqua nelle fondazioni. 4. Il terreno deve scendere allontanandosi dal muro di cinque centimetri al metro sui primi tre metri, secondo il codice residenziale americano: dieci centimetri su due metri. Sulle superfici pavimentate il codice americano chiede il due per cento, dentro l’eccezione, e la norma inglese l’uno e sessantasette per cento. 5. La pendenza si misura, non si stima: asta da due metri e livella, in almeno quattro punti per lato. Dieci centimetri di dislivello su due metri sono il cinque per cento. 6. Il drenaggio non serve sempre. Serve dove la falda può salire entro 0,25 metri dal pavimento più basso, o dove c’è uno spazio utilizzabile sotto quota e il terreno non drena da solo. 7. La quota del tubo decide tutto: la sua generatrice superiore sta sotto il fondo del pavimento interrato, perché il dreno deve tenere l’acqua più in basso di quanto la capillarità riesca a risalire. 8. La pendenza del tubo non è un numero fine a sé stesso: è una velocità. Fra 0,15 metri al secondo, sotto i quali il tubo si interra, e i massimi che erodono il terreno. 9. La ghiaia giusta dipende dal terreno: i grani più fini del filtro non devono superare nove volte i grani più grossi del terreno da proteggere. Per un limo fine, la ghiaia comune da drenaggio è troppo grossa. 10. Il riempimento permeabile contro il muro funziona solo se è chiuso sopra e drenato sotto. Se manca una delle due cose, raccoglie acqua e la consegna alla fondazione. 11. Un drenaggio senza recapito non esiste. I recapiti, in ordine: dispersione nel proprio lotto, rete bianca, corso d’acqua, canale consorziale, fosso stradale; la fognatura nera o mista per ultima, e in diverse regioni è vietata per nome. 12. Ogni recapito ha il suo titolo, e sono titoli diversi che non si sostituiscono a vicenda: autorizzazione allo scarico, nulla osta idraulico, licenza consortile, concessione dell’ente proprietario della strada. 13. Se la linea finisce in una fognatura mista, tutte le bocche vanno sifonate, e il sifone funziona solo se resta pieno d’acqua. 14. I punti deboli sono sempre gli stessi: i passaggi degli impianti, le bocche di lupo, le rampe e i punti bassi. 15. Senza pozzetti non c’è manutenzione, e senza manutenzione il dreno si interra. Il lavaggio si fa a pressione media, fra 20 e 35 bar: sopra i 100 bar si destabilizza il terreno intorno al tubo. 16. Allontanare l’acqua non è un assoluto. Su torbe, su terreni organici e su fondazioni a pali di legno, abbassare l’acqua è il danno.
Dal cantiere
Quando si apre uno scavo lungo un muro che si bagna, mi colpisce sempre quanto poco c’entri il muro. Si trova quasi sempre un lavoro fatto con impegno, prodotti comprati, giornate spese: e si trova, accanto, un pluviale che scarica a venti centimetri dalla fondazione e un prato che pende verso casa. Il lavoro è stato fatto nel posto sbagliato.
Il giro sotto la pioggia lo consiglio più spesso di ogni altra cosa, e quasi nessuno lo fa. Non serve niente: un impermeabile, mezz’ora, un telefono per le fotografie. In mezz’ora si vede dove l’acqua va davvero, e quasi sempre va da un’altra parte rispetto a quello che si pensava. E si scopre, di solito, che due o tre correzioni da poche giornate tolgono la maggior parte del problema.
L’altra cosa che ho imparato a chiedere prima di ogni altra, quando qualcuno mi dice che ha un drenaggio, è dove finisce. Molte volte la risposta non c’è: il tubo è stato posato, la ghiaia versata, il giardino rifatto, e nessuno sa dire dove vada l’acqua né chi abbia autorizzato quel recapito. In quei casi il drenaggio esiste sul preventivo, non nel terreno.
Infine i pozzetti. Quando ci sono, quasi sempre nessuno li ha più aperti dal giorno della posa. Aprirli è il modo più economico di sapere se un impianto lavora: se sul fondo c’è fango, la linea sta depositando e qualcosa, a monte, non va.
Domande frequenti
Devo per forza fare il drenaggio intorno a casa?
No. Il drenaggio perimetrale serve dove c’è uno spazio utilizzabile sotto il piano di campagna e il terreno non drena da solo, o dove la falda può salire entro 0,25 metri dal pavimento più basso, secondo il documento tecnico inglese. Se sotto quota non c’è niente da proteggere e il terreno è ghiaioso, spesso basta correggere pendenze e pluviali. E un dreno posato vicino alla fondazione, avverte l’ente pubblico inglese che si occupa di edifici storici, può perfino concentrare l’acqua alla base dei muri.
Posso collegare il tubo del drenaggio alla fognatura?
Dipende da quale fognatura e da dove si è. Nella rete bianca, di regola sì, con il consenso del gestore. Nella nera o nella mista è l’ultima scelta possibile, e in diverse regioni è vietata per nome: in Lombardia per regolamento regionale, in Veneto per il piano di tutela delle acque, in Alto Adige per il regolamento del gestore, con deroghe che vanno chieste e a volte pagate. In Toscana, nel regolamento letto per intero, un divieto per nome non c’è. La ragione tecnica è che quell’acqua è una «acqua parassita»: diluisce il liquame e riempie i collettori. Prima di posare il tubo, la domanda va fatta al gestore del servizio idrico.
Perché dalla fognatura potrebbero uscire odori in giardino?
Perché un collegamento fra una rete esterna e una fognatura nera o mista, se non è sifonato, mette in comunicazione l’aria della fognatura con l’aperto. Il documento inglese prescrive il sifone su ogni punto di immissione «per impedire che l’aria della rete entri nell’edificio», con un battente minimo di 25 millimetri, e chiede sifoni su tutte le bocche quando una rete di acque superficiali è collegata a una fognatura mista; un regolamento italiano chiede l’interruzione idraulica anche per le caditoie dei cortili. Il sifone però lavora solo se resta pieno: un rapporto ufficiale del governo di Hong Kong ha documentato che i sifoni asciutti perdono la funzione di tenuta e lasciano passare aria. Che questo accada anche su una linea di drenaggio che scorre solo quando piove è un ragionamento mio, non una notizia che ho trovato scritta.
Che cosa succede se la fognatura va in pressione durante un temporale?
L’acqua può tornare indietro. Il documento inglese ricorda che le fognature miste e quelle bianche sono progettate per andare in pressione con le piogge forti. Nei siti bassi va sentito il gestore. Per gli interrati con apparecchi sanitari, dove il rischio è alto si pompa; dove è basso si mette una valvola antiriflusso, meglio se a doppia valvola e con comando manuale. Dietro la valvola va solo la parte a rischio. I regolamenti italiani lo dicono a modo loro: il gestore non risponde dei danni da rigurgito dentro la proprietà privata.
Quanto deve pendere il terreno intorno alla casa?
Il codice residenziale americano chiede almeno 152 millimetri di caduta entro i primi 3.048, cioè il cinque per cento sui primi tre metri: cinque centimetri sul primo metro, dieci su due. Sulle superfici impermeabili entro tre metri chiede il due per cento, e lo chiede dentro l’eccezione. Il documento inglese, per le pavimentazioni, chiede almeno 1:60 e non più di 1:40 in senso trasversale. I manuali italiani dell’Ottocento davano fra uno e due centimetri al metro.
Dove deve scaricare il pluviale?
Lontano dalla fondazione, e mai dentro il tubo drenante. Il numero dei cinque piedi, cioè 1,52 metri, viene dal codice americano ma vale per le zone con terreni espansivi o collassabili: non è una regola generale. La regola generale, quella sì senza condizioni, è che il pluviale non si collega al dreno di fondazione. E in Italia l’articolo 908 del Codice civile obbliga comunque a far scolare l’acqua nel proprio terreno, non su quello del vicino.
Posso fare un pozzo perdente?
Solo a certe condizioni. Le fonti lette chiedono almeno cinque metri di distanza da edifici e strade, e che la falda non arrivi mai al fondo del pozzo in nessun momento dell’anno. Va dimensionato con una prova di percolazione, non a occhio. E va verificata la norma regionale: il decreto legislativo 152 del 2006 vieta «comunque» lo scarico o l’immissione diretta di acque meteoriche nelle acque sotterranee, e la parola che decide è «diretta».
Che ghiaia devo usare?
Quella che sta in rapporto con il terreno che hai. Il criterio del manuale americano dei filtri dice che i grani più fini del filtro non devono superare nove volte i grani più grossi del terreno: per un limo fine si arriva a 0,45 millimetri, per una sabbia grossa a 18. Deve inoltre essere lavata: il codice canadese definisce il limite in non più del dieci per cento di passante al setaccio da 4 millimetri.
Il tessuto non tessuto serve sempre?
Serve quando il terreno è fine e la ghiaia disponibile è troppo grossa per trattenerlo, che è il caso più comune. Ma non va scelto a caso: il criterio della FAO chiede che l’apertura non superi due volte e mezzo il diametro corrispondente al novanta per cento del terreno, e che in pratica non scenda sotto i 200 micrometri. Un tessuto troppo fitto si intasa e diventa una membrana.
Ogni quanto si fa manutenzione?
I pozzetti si aprono una volta all’anno, meglio in autunno. Dopo ogni temporale forte si guarda dove si formano le pozze e se le bocche di lupo hanno ricevuto acqua. Il lavaggio della linea, dove serve, in Olanda si fa tipicamente una volta ogni tre anni, con macchine a pressione media, fra 20 e 35 bar: l’alta pressione, sopra i 100 bar, è sconsigliata perché destabilizza il terreno intorno al tubo.
Ho già fatto l’impermeabilizzazione e il muro si bagna ancora. Ho buttato i soldi?
Non necessariamente. Vuol dire quasi sempre che l’acqua continua ad arrivare in quantità che quel rivestimento non può reggere. Prima di rifare l’impermeabilizzazione conviene fare il primo tempo, che costa poco, e aspettare una stagione di piogge: pluviali prolungati, contropendenze corrette, fughe sigillate, bocche di lupo liberate e collegate.
Chi devo chiamare, e per che cosa?
Per il primo tempo di solito basta un’impresa edile seria, e in parte lo si può fare da soli. Per il secondo e il terzo serve chi sappia misurare il livello della falda, riconoscere il terreno e individuare il recapito con il suo titolo: qui il progettista non è un lusso, perché un dreno alla quota sbagliata o senza recapito è una spesa che va rifatta.
In conclusione
Quasi tutti i lavori contro l’umidità dei muri interrati partono dal punto sbagliato, che è la faccia del muro. È il punto più visibile, quello su cui si può mettere un prodotto e mostrare un preventivo. Ma è anche l’ultimo anello di una catena che comincia sul tetto e passa per il giardino.
La storia di questo mestiere dice la stessa cosa da duemila anni, con parole diverse: Vitruvio che chiede bocche in luogo aperto, Alberti che vuole discostare dall’edificio ogni acqua piovana, Palladio che manda l’acqua lontano dai muri, Parkes che lega la profondità del dreno alla risalita capillare, il trattato del 1859 che smonta il cemento steso dall’interno con l’immagine della diga, la prova di laboratorio del 1972 che boccia il rinfianco tradizionale. E dice anche il suo contrario, dove serve: nelle torbiere e sulle fondazioni a pali di legno l’acqua non si toglie.
Chi ha un muro che si bagna può cominciare domani, senza spendere niente: fare il giro della casa mentre piove, guardare dove finisce ogni pluviale, misurare da che parte pende il terreno nei primi due metri, aprire i pozzetti che trova. Sono le stesse cose che Catone chiedeva ai suoi, e restano il modo più economico di sapere che cosa serve davvero.
Nota sui calcoli
I conti stanno in un file di calcolo che accompagna il testo, le tavole e la tavola interattiva, con la fonte accanto a ogni costante. Le formule, per chi vuole rifare i conti, sono queste.
- Pendenza del terreno del codice americano: sei pollici in dieci piedi, cioè 6/120 = 5 per cento esatto. I valori metrici stampati nel codice, 152 millimetri in 3.048, danno 4,99: stesso numero letto al secondo decimale. Dislivello su una lunghezza: d = pendenza × lunghezza, quindi 5 per cento su 2 metri = 10 centimetri.
- Pendenze scritte come rapporto: 1:n = 100/n per cento. Quindi 1:60 = 1,67 per cento; 1:40 = 2,5 per cento; 1:100 = 1 per cento; 1:200 = 0,5 per cento.
- Portata di un tetto: Q = coefficiente di deflusso × intensità × area. Per un tetto il coefficiente di deflusso si assume prossimo a uno, e il conto si riduce a intensità per area. Con l’intensità di riferimento del documento inglese, 0,014 litri al secondo per metro quadro, un tetto da 100 metri quadrati dà 1,4 litri al secondo, cioè 84 litri al minuto. La stessa intensità, in altezza di pioggia, vale 0,014 × 3.600 = 50,4 millimetri all’ora.
- Criterio di ritenzione del filtro granulare: D15 del filtro non maggiore di 9 × d85 del terreno, e comunque non minore di 0,2 millimetri (6,5 × d85 per i terreni dispersivi); D15 minimo pari al maggiore fra 0,1 millimetri e un quinto del D15 massimo. Esempio del manuale: d85 = 0,05 millimetri dà D15 massimo 0,45.
- Criterio di ritenzione del geotessile: O90 non maggiore di 2,5 × d90 del terreno per gli involucri sottili fino a un millimetro, 3 volte fra 1 e 3 millimetri, 4 volte fra 3 e 5, 5 volte oltre 5; in pratica O90 non inferiore a 200 micrometri.
- Prova di percolazione del documento inglese: Vp = tempo in secondi impiegato dal livello a scendere dal 75 al 25 per cento, diviso 150. Il risultato sono i secondi necessari a scendere di un millimetro.
- Volume in ingresso per un pozzo perdente piccolo: V = area scolante × altezza di pioggia. Su 25 metri quadrati con 10 millimetri in 5 minuti, V = 0,25 metri cubi.
- Invarianza idraulica lombarda: portata ammessa = limite per ettaro × superficie / 10.000, con il minimo di 1 litro al secondo. Su 300 metri quadrati in area B il calcolo dà 0,6 litri al secondo, quindi vale il minimo di legge. I volumi di invaso, da metri cubi per ettaro a litri per metro quadro: 800, 500 e 400 metri cubi per ettaro diventano 80, 50 e 40 litri per metro quadro.
- Conversioni usate: 1 pollice = 25,4 millimetri; 1 piede = 304,8 millimetri; 1 piede al secondo = 0,3048 metri al secondo. Quindi 0,5 piedi al secondo = 0,15 metri al secondo e 1,4 = 0,43; 3 pollici = 76 millimetri; 18 pollici = 46 centimetri; 2 piedi = 61 centimetri.
Che cosa in questo articolo è mio e non delle fonti: la scena di apertura, che è un quadro ricorrente e non un episodio datato, e il racconto del «Dal cantiere»; la lettura delle dieci fotografie; la regola dei tre tempi, cioè l’ordine allontanare, intercettare, fermare, che mette in sequenza prescrizioni che le fonti danno separate; il metodo in tre passi e il consiglio di fare il primo tempo e aspettare una stagione di piogge prima di scavare; la catena delle correzioni della parte storica, con la scelta degli anelli; il confronto fra le pendenze di fonti diverse e l’avvertenza che sotto l’uno per cento un piano non scola in modo affidabile; il metodo di misura della pendenza con asta e livella; la lettura della frase di Donghi sui tubi stretti come antenata del criterio di velocità dello standard americano dei dreni interrati; il collegamento fra la migrazione dei fini e i cedimenti, che le due fonti dicono separatamente; il ragionamento sugli odori che escono dalla ghiaia, dai pozzetti e dalle bocche di lupo, e quello sul sifone che si asciuga su una linea stagionale: nel testo sono dichiarati come deduzioni non documentate; l’ordine dei cinque recapiti, costruito mettendo insieme la priorità della norma inglese con i titoli richiesti dalle norme italiane; il calendario della manutenzione; le regole della tavola interattiva e i suoi testi.
Una precisazione su un documento molto citato. La Delibera del Comitato dei Ministri del 4 febbraio 1977 e il suo Allegato 5, da cui vengono quasi tutte le «linee guida sulla sub-irrigazione» che circolano, riguardano la dispersione nel terreno del liquame chiarificato, cioè acqua reflua, e lo dicono in apertura escludendo l’immissione di acque meteoriche. I suoi numeri non sono stati trasferiti al drenaggio perimetrale di questo articolo.
Fonti
Norme e leggi italiane
- Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, articoli 74 (definizioni di scarico e di acque reflue), 100 (progettazione delle reti fognarie), 103 (scarichi sul suolo), 104 (scarico nel sottosuolo e nelle acque sotterranee), 107 (scarichi in reti fognarie), 113 (acque meteoriche di dilavamento) e 124 (autorizzazione agli scarichi). Testi letti su Normattiva.
- Codice civile (R.D. 16 marzo 1942, n. 262), articoli 889 e 891 (distanze dal confine), 908 (scarico delle acque piovane), 909, 911 e 913 (scolo delle acque). Testi letti su Normattiva.
- Decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, Nuovo codice della strada, articoli 15, 25 e 26.
- Regio decreto 8 maggio 1904, n. 368, regolamento sulle bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi, articoli 133, 134, 136, 137, 138 e 140.
- Decreto ministeriale 17 gennaio 2018, Aggiornamento delle Norme tecniche per le costruzioni, Gazzetta Ufficiale n. 42 del 20 febbraio 2018, supplemento ordinario n. 8, punto 6.5.1.
- Intesa 20 ottobre 2016 fra Governo, Regioni ed Enti locali, Regolamento edilizio-tipo, Gazzetta Ufficiale n. 268 del 16 novembre 2016, Allegato A.
- Delibera del Comitato dei Ministri per la tutela delle acque dall’inquinamento 4 febbraio 1977, Allegato 5, Gazzetta Ufficiale n. 48 del 21 febbraio 1977, supplemento ordinario. Letta in tre riproduzioni concordanti pubblicate su siti istituzionali, non sulla Gazzetta originale.
Norme regionali sull’invarianza idraulica e sugli scarichi
- Regione Lombardia, regolamento regionale 23 novembre 2017, n. 7, articoli 3, 7, 8, 11 e 12.
- Regione Lombardia, regolamento regionale 29 marzo 2019, n. 6, articoli 5 e 10.
- Regione del Veneto, Allegato A alla deliberazione della Giunta regionale n. 2948 del 6 ottobre 2009, Valutazione di compatibilità idraulica.
- Regione del Veneto, Piano di Tutela delle Acque, Norme tecniche di attuazione, articolo 20.
- Regione Friuli Venezia Giulia, D.P.Reg. 27 marzo 2018, n. 083/Pres., regolamento sull’invarianza idraulica, articoli 3, 9 e 11.
Regolamenti dei gestori del servizio idrico integrato
- Ufficio d’Ambito della Città metropolitana di Milano, Regolamento del Servizio Idrico Integrato della città di Milano, edizione 2024, punti 3.3, 3.4 e 3.6 e Allegato C.
- ETRA S.p.A., Regolamento per il servizio di fognatura e depurazione, articoli 22 e 24.
- SEAB Bolzano, Regolamento di fognatura, articoli 13, 17 e 20.
- Irisacqua S.r.l., Regolamento degli scarichi di acque reflue e del servizio di fognatura, articolo 36.
- Publiacqua S.p.A., Regolamento del servizio idrico integrato; Autorità Idrica Toscana, Regolamento fognatura e depurazione.
Codici e documenti tecnici stranieri
- International Code Council, International Residential Code, sezioni R401.3, R405.1 e R801.3, edizioni 2021 e 2024; testo identico letto anche nella riproduzione ufficiale del 2015 Seattle Residential Code, capitolo 4.
- Province of British Columbia, British Columbia Building Code 2018, sezioni 9.14 (Drainage) e 9.26 (Roofing).
- HM Government, Approved Document C. Site preparation and resistance to contaminants and moisture, edizione 2013, punti 3.2, 3.3, 3.7 e 5.5.
- HM Government, Approved Document H. Drainage and waste disposal, edizione 2015, punti 1.3, 1.33-1.38, 2.2-2.12, 3.7, 3.14, 3.15 e 3.25-3.30.
- U.S. Department of Housing and Urban Development, Handbook 4145.1 REV-2, Appendix 8. Site Grading and Drainage Guidelines, marzo 1990; Handbook 4910.1, Minimum Property Standards for Housing, edizione 1994, capitolo 3.
- Historic England, Flooding and Historic Buildings. Building Construction, 30 ottobre 2025.
- USDA Natural Resources Conservation Service, National Engineering Handbook, Part 633, Chapter 26. Gradation Design of Sand and Gravel Filters, 2017.
- USDA NRCS Ohio, Conservation Practice Standard 606. Subsurface Drain, maggio 2002.
- FAO, Materials for subsurface land drainage systems, Irrigation and Drainage Paper 60, Rev. 1, a cura di L.C.P.M. Stuyt, W. Dierickx e J. Martínez Beltrán.
- U.S. Department of Energy, Building America Report BA-1015, Bulk Water Control Methods for Foundations.
- K. I. Edvardsen, New method of drainage of basement walls, National Research Council of Canada, Technical Translation TT-1503, 1972.
- West Lindsey District Council, Information sheet on Soakaways in accordance with BRE Digest 365.
- Normenausschuss Bauwesen im DIN, Auslegungen zur DIN 4095, risposta dell’11 luglio 2007 (descrizione ufficiale della figura 4 della norma).
- SARS Expert Committee, SARS in Hong Kong: from Experience to Action, Governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, 2003, capitolo 3.
- D. Galloway, D. R. Jones, S. E. Ingebritsen (a cura di), Land Subsidence in the United States, U.S. Geological Survey Circular 1182, 1999.
- Natural England, National Character Area profile: 46. The Fens.
- City of Boston, Zoning Groundwater Conservation Overlay District, scheda del portale dati pubblici della città.
- C. De Michele, R. Rosso, M. C. Rulli, Il regime delle precipitazioni intense sul territorio della Lombardia, DIIAR-CIMI, Politecnico di Milano per ARPA Lombardia, relazione finale, febbraio 2005.
Trattati e manuali
- Catone, De agri cultura, 155.
- Vitruvio, De architectura, I, 4, 11-12; III, 4; VII, 4, 1-2.
- Columella, De re rustica, II, 2 (letto nella traduzione inglese del 1745).
- Palladio Rutilio Tauro Emiliano, Opus agriculturae, VI, 3, in Scriptores rei rusticae veteres Latini, a cura di I. M. Gesner, Lipsia 1773-1774.
- L. B. Alberti, L’architettura, tradotta da Cosimo Bartoli, Firenze, Lorenzo Torrentino, 1550.
- A. Palladio, I quattro libri dell’architettura, Venezia 1570 (letto nella ristampa del 1790), libro I capitolo XXIX, libro II capitolo XII, libro III.
- H. Darcy, Les fontaines publiques de la ville de Dijon, Parigi, Victor Dalmont, 1856, Appendice, Nota D.
- H. F. French, Farm Drainage, New York 1859, in particolare le pagine 32-40, 46, 144, 164-165, 197-198 e 352-356.
- Local Government Board, Model byelaws with respect to new streets and buildings, Londra 1877, byelaw 17 e byelaw 60.
- G. Curioni, L’arte di fabbricare. Costruzioni civili, stradali ed idrauliche, Torino, A. F. Negro, 1872.
- G. Musso, G. Copperi, Particolari di costruzioni murali e finimenti di fabbricati, parte II, Torino, Paravia, 1885.
- C. Formenti, La pratica del fabbricare, parte prima Il rustico delle fabbriche, Hoepli, Milano 1893; parte seconda Il finimento delle fabbriche, Hoepli, Milano 1895.
- D. Donghi, Manuale dell’architetto, volume I La costruzione architettonica, parte I e parte II sezione I, Torino, UTET, 1923, in particolare pp. 19-20, 40-41 e 419-423.
Norme a pagamento, non lette e quindi non citate nel merito
- DIN 4095, Baugrund. Dränung zum Schutz baulicher Anlagen; BRE Digest 365, Soakaway design; UNI EN 12056, UNI EN 476 e UNI EN 752. Di queste non è stato riportato alcun valore: dove il tema lo richiedeva sono state usate fonti pubbliche equivalenti, dichiarate di volta in volta.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Umidità di risalita e sali33
- La crosta nera sul muro non è sporco
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Caso studio: Grado, l’androne del condominio e l’acqua alta
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Le malte impermeabili nei dettagli
- L’intonaco macroporoso nei dettagli
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Caso studio: Loreto
- Il cappotto non asciuga il muro
- La gestione dei sali nei dettagli
- Come asciugare una casa bagnata
- La barriera chimica nei dettagli
- Ma come si cura una risalita?
- Improvvisamente, l’umidità di risalita
- Il danno è dove l’acqua se ne va
- Contare i cicli, non i sali
- Chi dimezza la macchia raddoppia l’acqua
- Umidità di risalita e sali solubili: perché bloccare l’umidità è solo metà del risanamento, e perché l’asciugatura richiede da mesi ad anni
- L’asciugatura della muratura dopo un intervento contro l’umidità di risalita
- L’innalzamento dell’umidità di risalita in seguito a interventi di impermeabilizzazione dall’interno
- Barriere chimiche non occludenti in zona di marea: bastano davvero contro la pressione idrostatica?
- L’umidità igroscopica nell’edilizia
- Umidità di risalita capillare primaria
- Corrosione dei metalli causata dai sali
- Sali nelle murature: cause ed effetti – Renzo Spedicato (Renzo-ArtHome)
- Alcune delle soluzioni per l’umidità di risalita
- Il tagliamuro e l’umidità di risalita: cause e conseguenze
- L’erosione salina
- L’importanza di rispettare il tagliamuro sia esso fisico o chimico
- L’umidità e le diverse tipologie
Diagnosi e metodo32
- Il verde sul muro non è un problema di giardinaggio
- La crosta nera sul muro non è sporco
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Quanto deve ventilare una casa
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Quanta acqua serve al gelo per rompere un muro
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Le stalattiti del predalles
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- Il cappotto non asciuga il muro
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- L'umidità da costruzione
- L’acqua ha un’impronta
- L’acqua non mente
- Il terreno prima del muro
- Diagnosi differenziale dell’umidità di risalita capillare
- Diagnostica delle patologie edilizie
- Umidità relativa e umidità assoluta
- Non tutte le macchie sono infiltrazioni
- Il sintomo non è la malattia
- Lo scannafosso
Interrati e impermeabilizzazioni28
- Impermeabilizzare il muro è l’ultima mossa, non la primastai leggendo
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalita
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Il cemento osmotico nei dettagli
- La condensa estiva negli interrati
- Impermeabilizzazioni pre-getto delle strutture interrate
- Impermeabilizzare un interrato: i nodi che contano
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- La casa asciutta si decide in cantiere
- Le resine idroespansive nei dettagli
- La seconda pelle del balcone
- Chi porta i cavi porta anche l’acqua
- Vasca bianca o vasca nera? La scelta che decide la durata di un interrato
- Si compra al metro quadro, si perde al centimetro
- Tre centimetri invece di una demolizione
- Prima la strategia, poi il prodotto
- La spinta idrostatica nelle strutture interrate
- Il seminterrato fra infiltrazioni, umidità e radon: un approccio integrato
- Lo scannafosso
- Fontana dei Grifi all’interno del castello Miramare di Trieste
- Impermeabilizzazioni: come intervenire e quali soluzioni scegliere
Condensa, muffe e microclima15
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Quanto deve ventilare una casa
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- La condensa estiva negli interrati
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- Chiuso dal lato sbagliato
- Il problema non è la pioggia
- Umidità di rimbalzo (rain splash)
- Umidità meteorica (penetrating damp)
- Umidità da condensazione
- Sindrome dell’edificio malato: cause, sintomi e soluzioni
- Muffe indoor
- Condensa interstiziale in edilizia
- Termoforesi: cos’è e come prevenirla
Vespai e solai8
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Le stalattiti del predalles
- Quando piove dal predalles
- Vespaio aerato
- Quanto deve ventilare un vespaio?
- Le infiltrazioni nei predalles: analisi e metodologie di intervento




