Quanti tipi di giunto ci sono in una costruzione, che cosa fa ciascuno e come lo si tiene stagno. Le famiglie sono quattro, dalla ripresa di getto al giunto perimetrale, e a decidere la tenuta è quanto il giunto si muove.

La macchia che corre lungo una riga

La macchia di cui parlo in questo articolo ha una forma precisa: è una riga. Corre dritta sul soffitto di un’autorimessa, da una parete all’altra. Oppure segue, al piano di sotto, il perimetro di un terrazzo. Oppure scende lungo lo spigolo dove due corpi di fabbrica si toccano. Quando al telefono mi descrivono una macchia così, so dove andrò a guardare prima ancora di salire: sopra quella riga, da qualche parte nello spessore, c’è un giunto.

Sul posto le spiegazioni che sento sono quasi sempre due. La prima: «il silicone è vecchio, basta rifarlo». La seconda: «lì la guaina si è strappata, ci passiamo sopra con una striscia». Tutte e due hanno un pezzo di verità, ed è per questo che resistono: il sigillante era screpolato davvero, la membrana era strappata davvero. Nessuna delle due però si chiede perché il materiale abbia ceduto proprio lì, e non un metro più in là. Ha ceduto lì perché lì la costruzione si muove. Un sigillante rifatto uguale si screpolerà allo stesso modo, e una striscia di membrana tesa da un bordo all’altro si strapperà come quella di prima. Il difetto non stava nel materiale: stava nella lunghezza. Chi l’aveva posato non gli aveva lasciato lunghezza per seguire il movimento.

La tesi la anticipo subito. I giunti non sono tutti uguali. La ripresa di getto non si deve muovere affatto. Il giunto di contrazione si muove quasi solo nei primi mesi. Il giunto di dilatazione si muoverà finché l’edificio resta in piedi. Tenerli stagni vuol dire per prima cosa riconoscere la famiglia, perché il presidio giusto per una famiglia è sbagliato per un’altra. Dove niente si deve muovere, la tenuta si mette dentro la sezione e lavora perché il calcestruzzo la stringe. Dove il movimento è previsto, la tenuta deve avere una riserva di lunghezza. Non deve mai essere lei a opporsi al movimento. E deve poter essere guardata e rifatta.

Sezione schematica di due corpi di fabbrica con interrato e terrazzo, con i quattro tipi di giunto numerati: ripresa di getto fra platea e parete, intaglio di contrazione nel pavimento, giunto di dilatazione fra i due corpi con il waterstop sotto terra e il soffietto sul terrazzo, giunto di isolamento fra pavimento e parapetto
Figura 1. Le quattro famiglie di giunto in una sezione sola. La ripresa di getto (1) non deve muoversi e ha il presidio dentro la sezione; il giunto di contrazione (2) guida la fessura da ritiro; il giunto di dilatazione (3) separa i due corpi dalla fondazione al tetto, con il waterstop a bulbo sotto terra e il soffietto a omega sul terrazzo; il giunto di isolamento (4) stacca il pavimento dalla parete. Classificazione dell’ACI, come la riporta il Bureau of Reclamation.

Chi ha cominciato a studiarlo

Per molto tempo la posizione e la larghezza dei giunti sono state una faccenda di abitudine: ogni studio e ogni ente seguiva la sua regola, come riassume la scheda dell’editore del rapporto che cito qui sotto. Negli Stati Uniti il tema arrivò al National Research Council, che nel 1974 pubblicò a Washington un rapporto tecnico dedicato solo a questo: Expansion Joints in Buildings, il numero 65 della serie, con le raccomandazioni, la discussione e un’appendice sui dati di temperatura. Del rapporto riprendo la scheda dell’editore, non il testo, e per questo non ne riporto i numeri. Lo cito perché mostra una cosa: già cinquant’anni fa il giunto di dilatazione era trattato come un problema di calcolo, con la temperatura fra i dati di ingresso.

Il riferimento più citato per i giunti nel calcestruzzo è un rapporto dell’American Concrete Institute, Joints in Concrete Construction, sigla ACI 224.3R, uscito nel 1995 e riapprovato nel 2008. Il suo sommario dice che passa in rassegna il progetto, la costruzione e la manutenzione dei giunti, un tipo di struttura alla volta: edifici, ponti, solette a terra, gallerie, canali, tubi prefabbricati, strutture che contengono liquidi, pareti, getti massivi. È da lì che viene la classificazione in quattro famiglie che uso in questo articolo.

Nel 2016 il Bureau of Reclamation, l’ente federale americano delle opere idrauliche, ha messo in fila in un suo rapporto tecnico le definizioni dei vari organismi. Si intitola Joint Spacing for Concrete Structures e l’ha curato l’ingegnere Shannon Harrell. Comincia con un’ammissione che trovo onesta: i tipi di giunto sono diversi, e le definizioni cambiano secondo chi le scrive. Il nome «giunto di controllo», per esempio, lo usano solo il Bureau of Reclamation e la Portland Cement Association, e la seconda come sinonimo di giunto di contrazione. Chi legge un capitolato deve saperlo: prima del nome conta che cosa quel giunto deve fare.

Per l’impermeabilizzazione il lavoro più utile che conosco in italiano è quello dell’architetto Antonio Broccolino, che nel 2011 dedicò ai giunti di dilatazione due puntate della sua serie sulla rivista Specializzata, nei numeri 198 e 199. Lì il giunto impermeabile di una copertura viene smontato pezzo per pezzo, con gli errori fotografati accanto alle soluzioni corrette, e con i richiami al Codice di Pratica delle coperture continue dell’IGLAE.

Le parole che servono

Ripresa di getto, o giunto di costruzione. Il punto in cui il getto si ferma e riparte. I due calcestruzzi si toccano ma non sono una cosa sola, e l’armatura di solito attraversa il giunto. Non è previsto che si muova.

Giunto di contrazione, o di controllo. Un indebolimento voluto della sezione, fatto con un taglio o con un profilo annegato. Il calcestruzzo che ritira si fessura comunque: così si fessura dove ha deciso il progetto.

Giunto di dilatazione. Una separazione completa fra due parti della costruzione, con un vuoto in mezzo. Ogni parte si allunga, si accorcia e si assesta per conto suo. Quando separa due corpi di fabbrica lo si chiama anche giunto strutturale, e in zona sismica la sua larghezza la decide il calcolo: è il giunto sismico.

Giunto di isolamento, o perimetrale. Lo stacco fra uno strato e un elemento fisso che gli sta accanto: il massetto contro la parete, il pavimento contro il pilastro, la piastrellatura contro la soglia. Nelle finiture si chiama giunto perimetrale.

Giunto di frazionamento. Il taglio che divide in campi una superficie grande, massetto o piastrellatura, perché ogni campo si muova da solo.

Waterstop. Un profilo continuo annegato a cavallo del giunto, metà in un getto e metà nell’altro. Quello per i giunti di dilatazione ha un bulbo al centro, che si deforma quando il giunto si apre.

Cordone idroespansivo. Un cordone, di solito bentonitico, che a contatto con l’acqua rigonfia. Chiude solo se il calcestruzzo lo stringe da ogni lato: si dice che va confinato.

Tubo d’iniezione. Un tubo forato lasciato dentro la ripresa di getto. Se il giunto perde, ci si inietta una resina dall’interno, anche anni dopo.

Soffietto a omega. La piega che si dà a una fascia di membrana a cavallo del giunto. È negativo quando scende dentro il vuoto, positivo quando scavalca un cordone comprimibile appoggiato sopra. La piega è lunghezza in più: quando il giunto si apre, prima si consuma la piega e solo dopo si tende la fascia.

Bandella. Una fascia elastica, in gomma o in tessuto gommato, che si incolla o si annega ai due lati di un giunto o di un raccordo: fa la tenuta dove il rivestimento si interrompe.

Fondo giunto. Il cordone comprimibile che si infila nel giunto prima del sigillante. Regola la profondità del sigillante e impedisce che aderisca sul fondo.

Capacità di movimento. Quanto un sigillante può allungarsi e accorciarsi in esercizio, in percentuale della larghezza del giunto. La classe si legge sulla scheda tecnica.

Lattime. La pellicola debole e polverosa che affiora sul getto indurito: si toglie prima di posare un presidio, altrimenti il presidio aderisce a lei e non al calcestruzzo.

Battente. L’altezza dell’acqua sopra il punto considerato, cioè la pressione con cui l’acqua spinge sulla tenuta.

Spinta negativa. L’acqua che preme dal lato su cui la tenuta è incollata, e tende a staccarla dal supporto.

Quanto si muove un giunto

Prima di scegliere un presidio bisogna avere in mano un numero: di quanto si aprirà e si chiuderà quel giunto. I movimenti che contano vengono da tre cause, e hanno tempi molto diversi.

La prima è la temperatura. Il calcestruzzo si allunga di circa 10 milionesimi della sua lunghezza per ogni grado: è il coefficiente che l’Eurocodice 2 indica al punto 3.1.3, e che riprendo da una fonte secondaria, non dal testo della norma. La tabella dice che cosa significa in millimetri.

Lunghezza dell’elemento Salto termico 30 °C Salto termico 40 °C Salto termico 50 °C
10 m 3,0 mm 4,0 mm 5,0 mm
20 m 6,0 mm 8,0 mm 10,0 mm
30 m 9,0 mm 12,0 mm 15,0 mm
40 m 12,0 mm 16,0 mm 20,0 mm

Tabella 1. Dilatazione termica lineare di un elemento in calcestruzzo, con coefficiente di 10 milionesimi per grado. Valori dallo script calcoli.py. Sono variazioni di lunghezza dell’elemento: quanto di questo movimento arrivi sul singolo giunto dipende da come è vincolata la struttura.

Una soletta di venti metri esposta al sole, con un salto di quaranta gradi fra la notte d’inverno e il pomeriggio d’estate, cambia lunghezza di otto millimetri. In assoluto è poco. Per una membrana incollata sui due bordi di un vuoto largo due centimetri è moltissimo, e si ripete a ogni stagione, e in parte a ogni giornata di sole. A questo movimento ho dedicato il conto della bandella a omega nel caso studio dell’eliporto.

La seconda causa è il ritiro. Il calcestruzzo indurito perde acqua e si accorcia, più in fretta all’inizio e poi sempre più piano. È un movimento che va quasi tutto in una direzione: il giunto si apre, e poi resta aperto. Per questo un giunto di contrazione, una volta fatto il suo lavoro, si comporta quasi come una fessura ferma.

La terza è il terremoto, e qui il numero lo dà la legge. Le Norme tecniche per le costruzioni del 2018, al paragrafo 7.2.1, chiedono che due edifici contigui stiano abbastanza lontani da non urtarsi durante il sisma: la norma lo chiama martellamento. La distanza fra i due edifici non può essere minore della somma degli spostamenti massimi calcolati per le due strutture. C’è poi un minimo che vale in ogni caso: un centesimo della quota dei punti che si fronteggiano, misurata dallo spiccato della fondazione, moltiplicato per due volte il rapporto ag·S/g. In quel rapporto ag è l’accelerazione di progetto al suolo, S il coefficiente che tiene conto del terreno e della topografia, g l’accelerazione di gravità. Il moltiplicatore non supera mai uno.

Quota dei punti affacciati ag·S/g = 0,10 ag·S/g = 0,20 ag·S/g = 0,30
3 m 6 mm 12 mm 18 mm
6 m 12 mm 24 mm 36 mm
10 m 20 mm 40 mm 60 mm
15 m 30 mm 60 mm 90 mm
20 m 40 mm 80 mm 120 mm

Tabella 2. Distanza minima fra costruzioni contigue secondo il paragrafo 7.2.1 delle NTC 2018: un centesimo della quota, moltiplicato per 2·ag·S/g, con il moltiplicatore non maggiore di uno. Valori dallo script calcoli.py. È il minimo inderogabile: la distanza vera la fissa il calcolo strutturale, e può essere più grande.

A chi impermeabilizza questa tabella dice una cosa sola, ma importante. In cima a un edificio di quindici metri, in zona sismica, il vuoto fra i due corpi deve essere largo almeno sei o nove centimetri. Un vuoto così non si chiude con un cordone di sigillante e non si scavalca con una fascia piatta: ci vuole un dispositivo pensato per quella larghezza. Per decenni quel vuoto lavora poco, con la sola temperatura. Poi, in pochi secondi, può fare tutta la sua corsa, nelle tre direzioni.

Due grafici: a sinistra le barre della dilatazione termica di un elemento in calcestruzzo per lunghezze da 10 a 40 metri e salti termici di 30, 40 e 50 gradi; a destra le rette del minimo di legge del giunto sismico in funzione della quota, per tre valori del rapporto ag·S/g, cioè l'accelerazione di progetto al suolo corretta per il terreno, divisa per la gravità
Figura 2. Quanto si muove un giunto. A sinistra la dilatazione termica dell’elemento, con il coefficiente dell’Eurocodice 2 ripreso da una fonte secondaria; a destra il minimo inderogabile della distanza fra costruzioni contigue secondo il paragrafo 7.2.1 delle NTC 2018. Valori dallo script calcoli.py; sono le tabelle 1 e 2 disegnate.

Le quattro famiglie

Alla domanda «quanti tipi di giunto ci sono» rispondo con la classificazione dell’American Concrete Institute, così come la riporta il rapporto del Bureau of Reclamation del 2016. Le famiglie sono quattro, e si distinguono per quello che il giunto deve fare.

Famiglia Che cosa fa Si muove? Che cosa succede all’armatura
Ripresa di getto, o giunto di costruzione il getto si ferma e riparte non deve attraversa il giunto
Giunto di contrazione, o di controllo guida la fessura da ritiro dove decide il progetto poco, e quasi solo all’inizio di regola si interrompe; se passa, un capo è libero di scorrere
Giunto di dilatazione, strutturale o sismico separa due parti che si muovono ognuna per conto suo sempre, nelle tre direzioni si interrompe
Giunto di isolamento, o perimetrale stacca uno strato da un elemento fisso di poco, ogni giorno non c’è niente che lo attraversa

Tabella 3. Le quattro famiglie di giunto. Classificazione dell’American Concrete Institute (rapporto ACI 224.3R-95) e della Portland Cement Association, come riportate nel rapporto tecnico del Bureau of Reclamation, Joint Spacing for Concrete Structures, settembre 2016. Le due colonne di destra, il movimento e l’armatura, sono una sintesi dell’autore su quelle definizioni.

Della ripresa di getto la definizione che preferisco è quella della Portland Cement Association: una sosta nel processo di costruzione, che permette l’aderenza fra il calcestruzzo nuovo e quello vecchio e non permette movimenti. Il giunto di contrazione l’ACI lo descrive come un piano di debolezza che serve a controllare la posizione delle fessure.

Il giunto di dilatazione, per lo stesso rapporto dell’ACI, divide l’edificio in segmenti separati. Ogni segmento si allunga e si accorcia senza danneggiare la struttura né comprometterne l’uso. Il vuoto si riempie solo con materiale comprimibile: il Bureau of Reclamation nomina il sughero, il mastice, la gomma spugnosa. Il giunto di isolamento separa due elementi che si muovono in modo diverso, e nessun ferro lo attraversa. Nelle solette a terra sta fra la soletta e quello che le è accanto: muri, pilastri, plinti, basamenti di macchine.

Le stesse famiglie tornano, con altri nomi, negli strati sopra la struttura. Nelle piastrellature la norma italiana è la UNI 11493-1, rifatta nel 2025 e in vigore dal 15 maggio di quell’anno. La norma non è in libera consultazione: come riportano i commenti tecnici che l’accompagnano, distingue giunti strutturali, di frazionamento, di dilatazione e perimetrali. Sulle coperture il giunto impermeabile ha tre forme: piatto, rilevato, in accostamento a una parete.

La matrice: ogni famiglia, a ogni livello

Un giunto attraversa tutto quello che trova: la struttura, l’impermeabilizzazione, la finitura. A ogni livello va trattato, e il trattamento cambia. La tabella incrocia le quattro famiglie con i tre livelli. È una sintesi mia, non sta in nessuna norma: serve a non perdere nessuna casella.

Famiglia Nella struttura Nell’impermeabilizzazione Nella finitura
Ripresa di getto superficie pulita dal lattime; presidio dentro la sezione: waterstop, cordone idroespansivo confinato, tubo d’iniezione, lamiera rivestita la tenuta passa sopra continua: qui non serve una piega niente di particolare
Giunto di contrazione profilo induttore annegato, con la tenuta incorporata la tenuta passa sopra continua, non aderente a cavallo del taglio il taglio si riporta nel massetto e nel pavimento
Giunto di dilatazione vuoto libero, riempito solo con materiale comprimibile; sotto terra, waterstop col bulbo sull’asse, ad anello chiuso fascia a omega con cordone comprimibile, doppia; fissata ai lati della linea di giunto; mai tesa, mai rigida giunto a pavimento separato da quello impermeabile; protezione che si può togliere
Giunto di isolamento fascia comprimibile contro muri e pilastri bandella nel raccordo fra piano e parete, e risvolto sigillante elastico su fondo giunto, da mantenere

Tabella 4. La matrice dei giunti: come si tratta ogni famiglia a ogni livello. Sintesi dell’autore. Le singole caselle sono sviluppate nei capitoli che seguono, ognuna con la sua fonte.

Nei cantieri che vedo i guai più grossi stanno nella terza riga, e non perché sia la più difficile. È quella in cui si sbaglia famiglia: si tratta un giunto di dilatazione come se fosse una ripresa di getto, cioè come una linea da chiudere.

Griglia di quattro righe per tre colonne: le famiglie di giunto contro i livelli struttura, impermeabilizzazione e finitura, con in ogni casella una piccola sezione e il presidio che spetta a quel giunto
Figura 3. La matrice dei giunti: ogni famiglia, a ogni livello dell’edificio. In ogni casella il presidio che spetta a quel giunto, con la piccola sezione che lo mostra. Sintesi dell’autore.

La ripresa di getto: il giunto che non deve muoversi

La ripresa di getto c’è sempre. Nessuna platea e nessuna parete nascono da un getto solo: il calcestruzzo si ferma una sera e riparte la mattina dopo, e sulla linea dove i due getti si toccano resta una superficie che non è mai diventata una cosa sola. All’acqua basta quello. Nel vademecum degli interrati ho dedicato a questo nodo una tavola intera, la D1, con le quote e le regole di posa: qui non la ripeto, e mi fermo sul criterio.

Il criterio è uno. Nella ripresa di getto la tenuta si mette dentro la sezione, e lavora perché il calcestruzzo la stringe da ogni lato. Per questo i presidi di questa famiglia sono tutti annegati: waterstop, cordone bentonitico, tubo d’iniezione, e la lamiera rivestita, cioè una lamiera con un rivestimento adesivo, annegata per qualche centimetro nel primo getto. Il cordone chiude solo se è confinato, con almeno otto centimetri di calcestruzzo per lato, come ho scritto nella tavola D1; i sistemi più esigenti ne chiedono quindici. Nei lavori che contano le difese si sommano, e ho visto tavole esecutive con tutte e tre insieme, waterstop, cordone e tubo, sullo stesso giunto.

Le regole di posa discendono dal criterio. Il cordone si posa sul calcestruzzo pulito dal lattime e si chioda. Un cordone che si sposta con il getto rigonfia fuori posto, e apre invece di chiudere. I distanziatori dei casseri stanno lontani dal cordone: un ferro addosso al presidio è un ponte già pronto per l’acqua. Il tubo d’iniezione va fissato, con le estremità dentro scatole chiuse. Dove stanno le scatole si scrive su un elaborato che resta: altrimenti quel tubo, il giorno che serve, nessuno lo ritrova. Il waterstop si giunta con i pezzi speciali, e le giunzioni si saldano testa a testa. E c’è l’errore che si ripete più spesso: il cordone bentonitico posato il giorno prima, che si prende la pioggia e arriva al getto già gonfio. Quello si sostituisce, non si annega.

Che cosa distingue questa famiglia dalle altre lo dice il movimento. La ripresa di getto non si deve muovere: se si apre, non è più una ripresa, è una fessura, e i presidi annegati non sono nati per seguirla. Per questo la ripresa non si confonde con il giunto di dilatazione, anche se sulla parete finita si vedono come due righe uguali. Nella prima l’armatura passa e il getto nuovo aderisce al vecchio; nel secondo l’armatura si ferma e in mezzo resta un vuoto voluto. Le resine che lavorano dentro questi giunti le ho descritte nell’articolo sulle resine idroespansive. Il modo in cui la tenuta si posa prima del getto sta in quello sulle impermeabilizzazioni pre-getto.

Il giunto di contrazione: la fessura decisa dal progetto

Il calcestruzzo, mentre indurisce e perde acqua, si accorcia, e nei setti lunghi e nelle solette a terra si fessura da solo. Il progetto ha due strade: lasciare che le fessure si aprano dove capita, oppure indurne una dove decide lui, e presidiarla prima che si apra. La seconda strada è il giunto di contrazione. Si riduce la sezione con un intaglio o con un profilo annegato, e la fessura, che cerca la via più debole, segue quella.

I numeri di riferimento li dà il rapporto dell’ACI sui giunti nel calcestruzzo, come lo riporta il Bureau of Reclamation. Nelle solette a terra raccomanda un intaglio profondo un quarto dello spessore, e tagli a un passo compreso fra ventiquattro e trentasei volte lo spessore della soletta. Per una soletta di quindici centimetri vuol dire un intaglio di quasi quattro centimetri e tagli ogni tre metri e sessanta, al massimo ogni cinque e quaranta. I tagli vanno sulle linee dei pilastri e i campi devono restare quasi quadrati: un rettangolo allungato si fessura in mezzo. Il taglio si fa appena il calcestruzzo regge la lama senza sgranarsi, prima che la soletta si fessuri da sola: il momento giusto dipende dal getto e dal clima, ed è pratica di cantiere, non un numero di norma.

Nelle strutture che devono tenere l’acqua il giunto di contrazione ha una regola in più, che ho scritto nella tavola D11 del vademecum: l’induttore e la tenuta viaggiano insieme. Un giunto indotto senza presidio dentro è una fessura organizzata ma aperta. In vasca bianca il waterstop verticale lavora lui stesso da induttore, perché riduce la sezione e insieme la tiene. Le guide del profilo si montano in fori dedicati, con i diametri e le profondità della scheda: l’elemento legato male all’armatura si sposta con il getto, e la fessura si apre fuori dalla linea prevista.

Sopra la struttura il giunto di contrazione va riportato. Una volta aperto è una fessura sottile ma vera: se il massetto e il pavimento gli passano sopra continui, la fessura risale attraverso di loro e compare nel pavimento come una crepa a caso. Il taglio si riporta negli strati sopra, sulla stessa linea, e si sigilla. La tenuta, invece, passa sopra continua, ma a cavallo del taglio non si incolla a pieno: si lascia una fascia non aderente, così la fessura sotto non la innesca. Sono due regole di cantiere mie, che le fonti citate non scrivono in questa forma e che dichiaro come tali.

Il giunto di dilatazione: la tenuta ha una riserva di lunghezza

Quello che segue vale per ogni giunto di dilatazione, in qualunque punto dell’edificio stia. Il vuoto resta vuoto, e si riempie solo con un materiale comprimibile che possa schiacciarsi quando il giunto si chiude. L’armatura si ferma ai due lati. La tenuta ha una riserva di lunghezza, e quella riserva è la sua unica difesa: una tenuta tesa da un bordo all’altro, alla prima apertura del giunto, lavora in trazione pura e si strappa dove è più debole, che di solito è l’incollaggio. Le tenute sono due, perché la prima, presto o tardi, cede e la seconda deve reggere finché qualcuno se ne accorge. E il giunto deve restare ispezionabile, perché è la parte dell’edificio che ha la vita più breve e va rifatta più volte.

Due sezioni affiancate di un giunto di dilatazione su una copertura a membrana: a sinistra il giunto piatto con i cordoli di rialzo smussati, il primo omega nel taglio, il cordone comprimibile e il secondo omega; a destra il giunto rilevato su due muretti con la scossalina a cappellotto fissata su un lato solo
Figura 4. Il giunto di dilatazione su una copertura, piatto e rilevato. I cordoli di rialzo in malta, smussati a quarantacinque gradi; la tenuta fissata ai due lati della linea di giunto; il doppio omega, negativo nel taglio e positivo sopra il cordone comprimibile; nel giunto rilevato la scossalina fissata su un muretto solo, con la staffa che la lascia scorrere sull’altro, e il punto di sfogo dell’omega. Dalle due puntate di Broccolino del 2011; le quote del rialzo stanno nel testo.

Sotto terra

Sotto terra il giunto di dilatazione è l’unico giunto progettato per muoversi, e il suo presidio si dimensiona, non si sceglie a catalogo. Il waterstop di dilatazione ha un bulbo al centro, che va a stare esattamente sull’asse del vuoto: quando il giunto si apre il bulbo si deforma, e il resto del profilo resta annegato. La larghezza del profilo si sceglie sul battente d’acqua e sul movimento atteso, composto nelle tre direzioni. La linea guida austriaca sulle vasche bianche, che è il riferimento di fatto perché una norma di prodotto italiana o europea per i waterstop non esiste, chiede larghezze minime di 240 millimetri fino a cinque metri di battente e di 320 fra cinque e venti: sono i numeri della tavola D2 del vademecum, riscontrati su documentazione tecnica concordante, perché il testo della linea guida è a pagamento.

C’è poi la regola che i progetti dimenticano più spesso: il sistema dei giunti deve essere chiuso. Il waterstop gira attorno a tutta la vasca come un anello, e dove cambia direzione si usano i pezzi speciali. Un profilo che finisce nel nulla lascia aperta la porta che doveva chiudere: l’acqua aggira la fine del profilo e rientra da lì. Le giunzioni si saldano testa a testa, mai sovrapposte, perché la sovrapposizione è il punto in cui l’anello si apre. Durante il getto il profilo va sostenuto, con il bulbo sull’asse: un bulbo annegato fuori asse lavora come un profilo qualunque, cioè non lavora.

Due materiali restano fuori da questa famiglia, e lo dicono i loro stessi produttori. I teli bentonitici, che chiudono per rigonfiamento confinato, sui giunti di dilatazione sono esclusi. Le resine rigide non ci vanno: non seguono il movimento e si spaccano. Sul lato esterno, quando la struttura è già gettata o è prefabbricata, la seconda occasione è la bandella incollata a cavallo del giunto. In spinta negativa, cioè quando l’acqua preme dal lato dove la bandella è incollata e tende a staccarla, l’adesivo da solo non basta: la bandella si tiene contro il supporto con un fissaggio meccanico lungo i bordi.

Sulle coperture a membrana

Sulle coperture il giunto di dilatazione impermeabile ha tre forme, e l’architetto Antonio Broccolino le ha descritte una per una nel 2011: il giunto piatto, che sta al livello del piano di scorrimento dell’acqua; il giunto rilevato, che sale su due muretti paralleli; il giunto in accostamento a una parete, dove la copertura finisce contro un edificio che si muove per conto suo. Le regole che seguono vengono dalle sue due puntate e dal Codice di Pratica delle coperture continue dell’IGLAE, che non è in libera consultazione: le sue prescrizioni arrivano qui attraverso i passi che Broccolino riporta per esteso.

La prima regola è che il giunto divide la copertura in campi. Dove le pendenze lo permettono, il Codice di Pratica, nel passo che Broccolino riporta, chiede di sollevare l’alloggiamento del giunto su due piccoli cordoli di malta, uno per lato del taglio, larghi ciascuno fra quindici e trenta centimetri e alti quanto basta perché l’attacco della tenuta stia almeno tre centimetri sopra la parte corrente. Serve a due cose: il giunto lavora senza acqua sopra, e se un giorno gocciola dentro si capisce da quale campo arriva l’acqua. I cordoli si fanno in malta cementizia aggrappata al supporto, e Broccolino insiste che non si fanno con listelli di legno o con mattoni: sotto un elemento staccato dal supporto l’acqua passa e gocciola nel taglio, e la ricerca della causa diventa un rompicapo. Il lato del cordolo verso il taglio si smussa a quarantacinque gradi, perché lì si appoggia il soffietto. Si smussa anche il lato opposto, per raccordarsi al piano. La tenuta si fissa ai due lati della linea di giunto, con fissaggio meccanico o con incollaggio tenace: così il giunto ha uno spazio e una direzione di movimento definiti, e il soffietto non scappa dalla sua sede.

La seconda regola è il soffietto. La tenuta non attraversa il vuoto tesa: scende dentro con una piega, che è l’omega negativo. Dentro la piega si mette un cordone comprimibile a sezione tonda, in polietilene espanso, in treccia di lana di roccia o in un compound elastomerico. Sopra il cordone passa una seconda fascia, l’omega positivo, che lo scavalca. È il doppio soffietto, e Broccolino lo chiama la metodologia corretta: quando il giunto si apre, prima si distendono le pieghe e solo dopo si tende la membrana. Il diametro del soffietto, scrive Broccolino, non scende sotto i cinquanta millimetri, e si verifica sul movimento previsto. Le fasce si posano nel senso del giunto, per evitare il più possibile le saldature di testa, che sotto le torsioni del movimento tendono a pelarsi; dove una saldatura di testa è inevitabile si allarga ad almeno venti centimetri di sormonto, e si sfalsa fra un livello e l’altro. Se l’omega positivo ostacola il deflusso dell’acqua, si fa il solo omega negativo, si riempie la piega con un cordone impermeabile e si copre con una striscia larga, saldata ai due lati e lasciata lasca in mezzo, che protegge la piega da acqua e terriccio: la tenuta resta l’omega negativo che sta sotto. Per i soffietti servono membrane elastomeriche della qualità migliore, perché è lì che si gioca l’elasticità nel tempo.

Il giunto rilevato, su muretti, tiene la linea di giunto sopra il livello dove l’acqua scorre: se il soffietto si rompe, l’acqua che può entrare è quella che arriva fin lassù, non quella che scorre sul piano. La testa dei muretti si copre con una scossalina a cappellotto, fissata su uno solo dei due muretti e trattenuta sull’altro da staffe che la lasciano scorrere: se la si fissa su tutti e due, il movimento del giunto la strappa. Sotto la scossalina si fa comunque un omega negativo, che raccoglie l’acqua entrata dalle giunzioni della lamiera. A quell’omega si dà almeno un punto di sfogo su un lato.

Il giunto in accostamento a una parete è il più insidioso. Il Codice di Pratica, nella citazione di Broccolino, dice che i giunti di dilatazione al piede di un risvolto verticale sono assolutamente da evitare: la linea di giunto va sollevata oltre il livello di scorrimento dell’acqua, con un muretto o con una scossalina. La ragione è che lì il soffietto subisce due forze insieme, l’apertura e la chiusura del giunto e la traslazione verticale dell’edificio adiacente, e le due componenti perpendicolari producono torsioni che una membrana bituminosa non regge. Se proprio il soffietto deve stare contro la parete, si fa almeno un cordolo rialzato di tre centimetri sulla parte piana, smussato come gli altri, e la tenuta si fissa meccanicamente sia sul cordolo sia sulla parete, subito sopra il soffietto. La scossalina che protegge il giunto a parete si fissa solo alla parete: anche qui, un fissaggio su tutti e due i lati la mette in trazione.

Sotto un pavimento

Quando la copertura è pavimentata, il giunto raddoppia. Sopra la tenuta c’è una protezione pesante fissa, piastrelle, massetto o conglomerato, e quella protezione si muove anche lei: le serve un giunto suo, il giunto a pavimento, o giunto meccanico. Broccolino lo scrive senza mezzi termini: sotto una protezione pesante fissa il giunto a pavimento c’è sempre, e non deve interferire né con il giunto impermeabile né con la tenuta. I due giunti stanno uno sopra l’altro e lavorano separati. Il giunto impermeabile fa la tenuta, con il suo soffietto; il giunto meccanico regge il traffico, ed è vincolato nello spessore della pavimentazione, non alla tenuta.

Questa separazione è anche quello che rende il giunto riparabile. Il giunto meccanico si smonta senza danneggiarlo, si ripara la tenuta sotto, e lo si rimette. Sotto una pavimentazione rigida che scavalca il giunto senza un suo giunto, invece, la tenuta è murata: per guardarla bisogna demolire. Sotto una pavimentazione galleggiante, su quadrotti e sostegni, il soffietto si protegge con lastre o profili appoggiati a cavallo del giunto. Si sollevano a mano, e il giunto resta ispezionabile.

Un caso a parte sono i giunti prefabbricati integrati, quelli in cui il profilo meccanico porta già le sue ali di gomma da collegare alla tenuta. Sulle membrane bituminose, avverte Broccolino, il collegamento è spesso il punto debole. Le ali sono in gomma sintetica, e la gomma con il bitume si incolla soltanto, a fiamma o con adesivi, senza la compenetrazione delle mescole che si ha fra due membrane bituminose. Un incollaggio così a volte è precario. Quando invece la membrana della copertura è dello stesso materiale delle ali, per esempio una membrana sintetica, la saldatura per termofusione funziona. Il vantaggio dei giunti integrati resta il vincolo robusto alla struttura, ed è per questo che sui viadotti si usano loro. Sulle coperture pavimentate, anche carrabili con traffico lento, la soluzione più semplice e più riparabile resta quella tradizionale: soffietto sotto, giunto meccanico sopra, svincolati.

Assonometria in spaccato di un giunto di dilatazione sotto un pavimento: i due solai col vuoto in mezzo, il primer, il manto del campo che si ferma al bordo, la prima fascia che scende nel vuoto a omega, il cordone comprimibile, la seconda fascia, lo strato di separazione, la lastra di protezione amovibile, la pavimentazione che si ferma prima del giunto e i giunti sigillati ai lati della lastra
Figura 5. Il giunto di dilatazione sotto un pavimento, strato per strato. Davanti il giunto finito in sezione, andando indietro gli strati finiscono uno alla volta: il manto del campo si ferma al bordo (5), la prima fascia scende nel vuoto a omega (6) con il cordone comprimibile dentro (7), la seconda fascia copre il cordone (8), sopra lo strato di separazione (9) posa la lastra amovibile (10), e la pavimentazione (11) si ferma prima del giunto con i giunti sigillati ai lati (12). È la stessa tavola della guida ai sistemi di impermeabilizzazione, in preparazione.

Sui piani carrabili

Sui piani carrabili il giunto meccanico diventa un elemento a piastra, ancorato con barre filettate nei due impalcati, posato a filo della pavimentazione: se sporge lo prendono le ruote, gli ancoraggi si allentano, l’elemento comincia a battere e da lì si strappa la sigillatura. A un giunto carrabile che perdeva, e che non si poteva fermare per rifarlo, ho dedicato il caso studio dell’eliporto. Lì ho riportato che cosa chiede ai giunti a piastra il documento europeo di valutazione, l’EAD 120110-00-0107. Qui ne riprendo tre prescrizioni. Il giunto non deve lasciar entrare acqua nella struttura né accumularla dentro di sé. Dove si usano elementi prefabbricati, la tenuta fra gli elementi deve essere stagna. Sotto ci vuole in più un sistema di impermeabilizzazione secondario, nella forma di una membrana continua: nella pratica è la bandella posata a omega. E per i giunti che in superficie non sono sigillati va previsto un drenaggio secondario subito sotto, ispezionabile, con lo scarico allontanato dalla struttura.

Lo stesso documento dà il numero che spiega perché questo lavoro tocca prima o poi a chiunque abbia un giunto carrabile: la vita utile di progetto della famiglia è di cinquant’anni, ma le parti in gomma o in polimero sostituibili hanno una vita utile minima di quindici. Il giunto dura quanto l’opera; le sue parti che tengono l’acqua no. Broccolino aggiunge un dettaglio di posa. Il giunto meccanico in acciaio a scorrimento si monta preassemblato in tutti i suoi pezzi, così la piastra si livella bene. A lavoro finito i fissaggi provvisori su un lato si tolgono: se restano, la piastra non scorre e il giunto è bloccato.

Con i sistemi liquidi e cementizi

Dove la tenuta è una membrana liquida, un cementizio elastico o una resina, il giunto di dilatazione non si attraversa con il prodotto del campo. Nessun rivestimento steso a spatola o a rullo, per quanto elastico, regge per anni l’apertura di un vuoto largo un centimetro: il suo allungamento è pensato per le fessure, non per i giunti. Il rivestimento si interrompe ai due lati del vuoto e in mezzo passa una bandella elastica, incollata sui due bordi con un adesivo epossidico e lasciata scendere nel vuoto a omega, esattamente come le membrane. Anche questa è una regola che nelle fonti citate non è scritta in questa forma, e la dichiaro come pratica dell’autore.

Per la bandella vale il conto che ho fatto nel caso dell’eliporto, con i dati della scheda tecnica di un nastro in poliolefina flessibile. Il nastro si rompe solo con allungamenti enormi. Il limite che la scheda fissa è un altro: oltre un allungamento del venticinque per cento della parte non incollata, il nastro non torna più indietro, e quello è il vincolo che conta. Lavora solo il tratto libero. Un nastro largo trecento millimetri incollato per cento per lato ha cento millimetri liberi, e la corsa ammessa è di venticinque. Con una piega profonda quaranta millimetri lo sviluppo libero diventa centottanta e la corsa sale a quarantacinque; con ottanta, a sessantacinque. Stesso nastro, stesso incollaggio, corsa più che raddoppiata: è cambiato solo quanto nastro è rimasto dentro il vuoto.

Profondità della piega Sviluppo del tratto libero Corsa ammessa
0 mm, nastro teso 100 mm 25 mm
20 mm 140 mm 35 mm
40 mm 180 mm 45 mm
60 mm 220 mm 55 mm
80 mm 260 mm 65 mm

Tabella 5. La corsa ammessa di una bandella larga 300 millimetri, incollata per 100 millimetri per lato, al variare della profondità della piega. Quota del 25 per cento dalla scheda tecnica citata nel caso studio dell’eliporto; la geometria della piega è una lettura dell’autore. Valori dallo script calcoli.py.

I giunti nelle finiture

Sopra la tenuta ci sono il massetto e il pavimento, e anche loro hanno i loro giunti. La norma italiana delle piastrellature, la UNI 11493-1 nell’edizione del 2025, non è in libera consultazione; come riportano i commenti tecnici che l’accompagnano, distingue quattro tipi: i giunti strutturali, che interessano tutta la stratigrafia; i giunti di frazionamento, che dividono in campi la piastrellatura e parte del massetto; i giunti di dilatazione, che interessano la sola piastrellatura; i giunti perimetrali, che corrono lungo pareti, pilastri e scale. Attenzione al nome. Quello che il piastrellista chiama giunto di dilatazione è un taglio nella sola piastrellatura. Il giunto di dilatazione della struttura, nel lessico delle piastrellature, si chiama giunto strutturale. La regola che ne discende, e che applico sempre, è che un giunto strutturale si riporta identico in tutti gli strati, adesivo e piastrella compresi. Una piastrella posata a cavallo di un giunto strutturale si spacca alla prima stagione, e prima di spaccarsi strappa quello che ha sotto.

Il giunto perimetrale è il giunto di isolamento delle finiture. Il massetto e il pavimento si muovono con la temperatura e con l’umidità; la parete no. Se i due sono a contatto rigido, il movimento del piano si scarica contro il muro, e da lì partono le lesioni. Per questo fra il piano e ogni elemento verticale resta una fascia comprimibile nel massetto, e sopra un giunto elastico nel pavimento. L’ho scritto per i balconi e per i bagni. Quel giunto elastico però non è la tenuta. La tenuta sta sotto, nel raccordo fra piano e parete, ed è la bandella annegata nella membrana. Il sigillante in superficie è manutenzione: si screpola, si stacca, si rifà. Se sotto non c’è la bandella, il giorno in cui il sigillante cede l’acqua entra, e la soglia lo insegna meglio di ogni altro punto.

Anche il sigillante si sceglie sul movimento. La norma dei sigillanti per l’edilizia, la UNI EN ISO 11600 nell’edizione del 2011, li classifica per tipo e per classe: il tipo F per i giunti dell’edilizia, il tipo G per le vetrazioni, e le classi 25, 20, 12,5 e 7,5, che sono la capacità di movimento in percentuale della larghezza del giunto. Il testo della norma è a pagamento: tipi e classi li riprendo dai documenti tecnici che la citano. Il conto è semplice: la larghezza minima del giunto è il movimento atteso diviso per la classe. Per movimento atteso intendo di quanto il giunto si apre o si chiude rispetto alla larghezza che ha quando lo si sigilla. Un giunto che si apre o si chiude di due millimetri vuole otto millimetri di larghezza con un sigillante di classe 25, e sedici con uno di classe 12,5.

Movimento atteso Classe 7,5 Classe 12,5 Classe 20 Classe 25
1 mm 14 mm 8 mm 5 mm 4 mm
2 mm 27 mm 16 mm 10 mm 8 mm
3 mm 40 mm 24 mm 15 mm 12 mm
5 mm 67 mm 40 mm 25 mm 20 mm

Tabella 6. Larghezza minima di un giunto sigillato perché il sigillante lavori dentro la sua classe di capacità di movimento: movimento diviso classe, arrotondato per eccesso al millimetro. Classi della UNI EN ISO 11600:2011, riprese non direttamente. Valori dallo script calcoli.py.

Il cordone di sigillante segue la stessa logica della bandella: deve poter lavorare. Si mette prima il fondo giunto, un cordone comprimibile che regola la profondità del sigillante e gli impedisce di attaccarsi sul fondo. Il rapporto fra profondità e larghezza lo prescrive la scheda del sigillante. Il sigillante aderisce così sui due fianchi soltanto, e si allunga come una fascia; se aderisce anche sul fondo, lavora su tre lati e si strappa. Anche queste sono regole di cantiere, che le schede dei produttori riportano e che qui dichiaro come pratica dell’autore.

A sinistra due sezioni della bandella sul giunto, tesa e con la piega, e la curva della corsa ammessa in funzione della profondità della piega; a destra il giunto sigillato fatto bene, con il fondo giunto, e quello sbagliato incollato su tre lati, con la tabella delle larghezze minime per classe di sigillante
Figura 6. Lavora solo il tratto libero. A sinistra la bandella sul giunto: tesa, la corsa ammessa è un quarto del tratto libero; con la piega di quaranta millimetri quasi raddoppia. A destra il giunto sigillato: con il fondo giunto il sigillante aderisce sui due fianchi e si allunga; incollato anche sul fondo si strappa. La tabella dà la larghezza minima del giunto per classe di sigillante. Valori dallo script calcoli.py.

Dove si rompe

Le rotture dei giunti hanno un catalogo corto. Nella tabella metto quello che si vede, che cosa è successo, e quale confusione di famiglia c’è dietro.

Quello che si vede Che cosa è successo La famiglia sbagliata
Membrana strappata lungo una riga dritta tenuta tesa da un bordo all’altro di un giunto di dilatazione, senza piega il giunto di dilatazione trattato come una ripresa di getto
Resina o malta spaccata dentro il vuoto materiale rigido in un giunto che si muove il giunto di dilatazione trattato come una ripresa di getto
Acqua che rientra alla fine di un profilo waterstop di dilatazione che finisce nel nulla: l’anello non è chiuso giunto progettato a tratti, non a sistema
Telo bentonitico gonfio e aperto sul giunto telo attivo su un giunto di dilatazione, dove i produttori lo escludono il giunto di dilatazione trattato come una ripresa di getto
Soffietto lacerato e schiacciato omega senza cordone comprimibile, o troppo piccolo per il movimento soffietto disegnato, non dimensionato
Gocciolamento dentro il taglio, impossibile capire da dove cordoli di rialzo fatti con listelli o mattoni, o assenti: i campi non sono separati giunto senza compartimentazione
Pavimento crepato sopra la riga del giunto pavimentazione rigida continua sopra il giunto, senza giunto meccanico il giunto a pavimento dimenticato
Scossalina strappata sul giunto rilevato cappellotto fissato su tutti e due i muretti protezione trattata come fissa
Tenuta strappata al piede della parete soffietto posato al piede del risvolto verticale, che il Codice di Pratica dice da evitare giunto a parete non rilevato
Piastrelle spaccate lungo una riga piastrellatura a cavallo di un giunto strutturale giunto strutturale non riportato in finitura
Silicone rifatto ogni anno, macchia sempre uguale il sigillante è manutenzione, sotto manca la bandella giunto perimetrale confuso con la tenuta
Tubo che attraversa il giunto rilevato un impianto ha carotato il giunto per non fare una curva il giunto usato come passaggio

Tabella 7. Le rotture ricorrenti dei giunti. Le righe 2, 3 e 4 vengono dalla tavola D2 del vademecum degli interrati; le righe 5, 6, 9 e 12 dagli errori fotografati e commentati da Broccolino nel 2011; le righe 1, 7, 8, 10 e 11 dall’esperienza dell’autore.

Quattro pannelli con gli errori ricorrenti dei giunti: la membrana tesa che si strappa sul giunto aperto, il pavimento continuo che crepa sopra il giunto senza giunto meccanico, il soffietto al piede della parete che si torce, e in pianta il waterstop che finisce nel nulla con l'acqua che aggira la fine del profilo
Figura 7. Dove si rompe: tre errori in sezione e uno in pianta. La membrana tesa (A), il pavimento continuo senza giunto meccanico (B), il soffietto al piede di una parete (C), il waterstop che finisce nel nulla (D). In rosso il percorso dell’acqua e la rottura, in verde il rimedio accennato. Gli altri casi stanno nella tabella 7.

Come si controlla e come si collauda

Un giunto si controlla prima di coprirlo, perché dopo non lo vede più nessuno. Per la ripresa di getto la lista è corta: la superficie pulita dal lattime, il cordone chiodato su calcestruzzo sano e ancora asciutto, il tubo fissato con le scatole chiuse, i distanziatori lontani dal presidio. Si fotografa tutto prima del getto, e la fotografia si conserva con la posizione delle scatole: è l’unica prova che resterà. Per il giunto di dilatazione sotto terra si verificano quattro cose: l’anello è chiuso; agli angoli ci sono i pezzi speciali; le giunzioni sono saldate testa a testa; il bulbo sta sull’asse del vuoto, sostenuto.

Sulle coperture il controllo segue le regole del capitolo precedente, e si può fare con gli occhi e con un metro. I cordoli sono in malta aggrappata? Sono smussati sui due lati? La tenuta è fissata ai lati della linea di giunto? Il soffietto ha il cordone dentro, e la sua piega ha il diametro previsto? Le fasce corrono nel senso del giunto? Dove finiscono, il sormonto è di almeno venti centimetri e i due livelli sono sfalsati? La scossalina è fissata su un lato solo? Sotto la pavimentazione, il giunto meccanico c’è, ed è separato dalla tenuta? Ogni risposta negativa è un punto da cui l’acqua entrerà.

Il collaudo di un giunto è la prova d’acqua, e la compartimentazione della copertura la rende leggibile: si allaga un campo alla volta, con qualche centimetro d’acqua, e si guarda sotto per almeno un giorno intero: battente e durata sono la mia pratica, non una norma. Sotto terra, il tubo d’iniezione è l’unico presidio che si collauda prima dell’esercizio, mettendolo in pressione, e che si può riaprire anni dopo. A un anno si torna a guardare le cose che si consumano: i sigillanti dei giunti perimetrali, le scossaline, i punti di sfogo dei giunti rilevati, le lastre amovibili sopra i soffietti. E si mette in calendario la sostituzione delle parti in gomma dei giunti carrabili, che per il documento europeo hanno una vita utile minima di quindici anni: chi aspetta che perdano ha già l’acqua nella struttura.

Scheda di controllo in quattro colonne, una per famiglia di giunto, con le caselle da spuntare prima di coprire, e sotto la linea del tempo dei controlli: prima del getto, prima di coprire, al collaudo, a un anno, a quindici anni
Figura 8. La scheda di controllo: che cosa si guarda prima di coprire, per famiglia, e quando si torna a guardare. Le voci vengono dai capitoli dell’articolo, con le loro fonti.

In sintesi

1. Sul giunto si impermeabilizza un movimento. Prima di scegliere il presidio si stabilisce di quanto il giunto si aprirà e si chiuderà, e con quali tempi: temperatura, ritiro, sisma. 2. Le famiglie sono quattro: ripresa di getto, giunto di contrazione, giunto di dilatazione, giunto di isolamento. È la classificazione dell’American Concrete Institute, e si ritrova a tutti i livelli dell’edificio con nomi diversi. 3. La ripresa di getto non si deve muovere, e la sua tenuta sta dentro la sezione: waterstop, cordone bentonitico confinato, tubo d’iniezione, lamiera. Lavora perché il calcestruzzo la stringe. 4. Il giunto di contrazione decide dove passa la fessura: intaglio di un quarto dello spessore, passo fra 24 e 36 volte lo spessore, e nelle vasche l’induttore porta la tenuta con sé. 5. Il giunto di dilatazione resta vuoto, con dentro solo un materiale comprimibile, e la sua tenuta ha una riserva di lunghezza: il bulbo del waterstop sotto terra, il soffietto a omega sulle coperture, la piega della bandella nei sistemi liquidi. 6. Il sistema dei giunti sotto terra è un anello chiuso, con le giunzioni saldate testa a testa. Teli bentonitici e resine rigide su un giunto di dilatazione sono esclusi. 7. Sulle coperture il giunto si rialza su due cordoli di malta e divide la copertura in campi: almeno tre centimetri sopra la parte corrente, smussi a quarantacinque gradi, tenuta fissata ai due lati della linea di giunto, fasce nel senso del giunto. 8. Sotto un pavimento i giunti sono due, quello impermeabile e quello meccanico, uno sopra l’altro e separati: così il giunto regge il traffico e resta riparabile. 9. Il giunto in zona sismica ha una larghezza minima di legge: un centesimo della quota, moltiplicato per due volte il rapporto ag·S/g, cioè l’accelerazione di progetto al suolo corretta per il terreno, divisa per la gravità; e comunque non meno della somma degli spostamenti calcolati. 10. Nelle finiture il sigillante è manutenzione, la tenuta sta sotto. Il giunto perimetrale si dimensiona sulla classe del sigillante, e il giunto strutturale si riporta identico in ogni strato. 11. Un giunto si controlla prima di coprirlo e si fotografa. Il collaudo è la prova d’acqua per campi, e le parti che si consumano hanno una data di sostituzione, non un’attesa.

Dal cantiere

La prima cosa che cerco, quando mi chiamano per una macchia a riga, è il disegno. Se esiste, guardo se dice a quale famiglia appartiene il giunto: quasi sempre dice «giunto» e basta, e da lì in poi ognuno ha messo quello che aveva. Se il disegno non esiste, lo ricostruisco con quello che vedo: se l’armatura passa o si ferma, se in mezzo c’è un vuoto o due getti che si toccano, se sopra c’è un giunto meccanico o una pavimentazione continua. Dieci minuti così valgono più di qualunque prodotto.

La seconda cosa che ho imparato a guardare è la lunghezza della tenuta sul giunto. Una membrana tesa si riconosce a occhio: è piatta, è lucida, e sotto non ha niente. Una membrana che lavora ha una piega e dentro la piega un cordone. Quando trovo quella piega, la scossalina fissata da un lato solo e il giunto meccanico sopra, so che chi ha fatto quel lavoro aveva capito il problema. Di solito, in quei casi, il giunto non è il colpevole.

La terza è la domanda sul giunto sismico, che faccio sempre quando i due corpi di fabbrica hanno età diverse. Il vuoto fra due edifici si chiude con i più strani materiali, dal polistirolo alla schiuma, e sopra ci si mette un profilo. Poi arriva la domanda sulla tenuta, e si scopre che nessuno ha mai pensato a quanto quel vuoto deve potersi muovere. Il presidio giusto, lì, si compra dopo aver letto il calcolo strutturale, non prima.

Infine il silicone. Lo trovo rifatto tre, quattro volte, con colori diversi, sullo stesso giunto perimetrale di una terrazza. Ogni volta qualcuno ha pensato di aver risolto. Quando apro, sotto non c’è la bandella. Il silicone non era il problema, e non era nemmeno la soluzione: era l’unica cosa che si vedeva.

Domande frequenti

Il giunto di dilatazione si può riempire di malta, così l’acqua non entra?
No. Il giunto di dilatazione esiste per lasciar muovere due parti della costruzione, e la malta che lo riempie si spacca alla prima stagione, lasciando una fessura peggiore di prima. Il vuoto si riempie solo con un materiale comprimibile, e l’acqua si ferma con una tenuta che ha una riserva di lunghezza: il waterstop con il bulbo sotto terra, il soffietto a omega sulle coperture, la bandella a omega nei sistemi liquidi.

Basta rifare il silicone sul giunto che perde?
Il silicone di un giunto perimetrale è una manutenzione, e va rifatto quando si screpola. Se però la macchia torna uguale dopo ogni rifacimento, il problema non è il sigillante: sotto manca la tenuta nel raccordo, cioè la bandella annegata nella membrana, e nessun sigillante la sostituisce. In quel caso il giunto va aperto e la tenuta va ricostruita.

Come distinguo a occhio una ripresa di getto da un giunto di dilatazione?
Nella ripresa di getto i due calcestruzzi si toccano senza vuoto, e l’armatura passa da una parte all’altra. Nel giunto di dilatazione c’è un vuoto voluto, largo da un centimetro a qualche centimetro, riempito con un materiale morbido, e l’armatura si ferma ai due lati. Sulla parete finita si vedono come due righe uguali: bisogna guardare il disegno, oppure sondare il vuoto.

Il waterstop serve anche in una cantina piccola?
La ripresa di getto fra platea e parete c’è anche nella cantina più piccola, e una ripresa senza presidio perde in una cantina piccola come in una grande. Il presidio si sceglie sul battente e sull’uso del locale, come ho scritto nel vademecum degli interrati: dove il battente è basso può bastare il cordone bentonitico confinato, dove è alto le difese si sommano. Quello che non cambia è che un presidio nella ripresa ci deve essere, e va posato prima del secondo getto.

Posso posare le piastrelle a cavallo di un giunto strutturale?
No. Il giunto strutturale attraversa tutta la stratigrafia, e si riporta identico nel massetto, nell’adesivo e nella piastrellatura, con un profilo o con un giunto sigillato sulla stessa linea. La piastrella posata a cavallo si spacca, e nel farlo strappa la tenuta sotto.

Il giunto che perde si ripara dall’interno con un’iniezione?
Dipende dalla famiglia. Nella ripresa di getto sì: se c’è il tubo d’iniezione si usa quello, altrimenti si inietta nella ripresa una resina idroespansiva, come ho descritto nell’articolo sulle resine. Nel giunto di dilatazione una resina rigida è un errore: non segue il movimento e si spacca. Una resina idroespansiva flessibile può fermare una venuta d’acqua anche lì, e nell’articolo sulle resine ho mostrato un giunto all’aperto trattato così. È però un tampone che guadagna tempo, non il presidio: il giunto va poi rifatto con profili e bandelle che si deformano, e dove si può dall’esterno.

Il telo bentonitico va bene sul giunto di dilatazione?
No, e lo dichiarano i produttori stessi: il telo bentonitico chiude per rigonfiamento confinato, e su un giunto che si apre e si chiude il confinamento non c’è. Sui giunti di dilatazione il telo si interrompe e passa il waterstop con il bulbo.

Quanto dura un giunto?
La struttura del giunto dura quanto l’opera. Le parti che tengono l’acqua e che si muovono no: per i giunti carrabili il documento europeo di valutazione dà cinquant’anni di vita utile alla famiglia e quindici anni minimi alle parti in gomma sostituibili. Per i sigillanti dei giunti perimetrali si ragiona in anni, non in decenni. Per questo il giunto deve restare ispezionabile: una lastra che si toglie, un giunto meccanico che si smonta, una scossalina che si solleva.

In conclusione

Un giunto è il punto in cui il progetto ha previsto che la costruzione si muova, oppure il punto in cui due getti si sono soltanto toccati. Sono due cose diverse, e si tengono stagne in modi opposti: dentro la sezione dove niente si muove, con una riserva di lunghezza dove il movimento è previsto. Chi tratta tutti i giunti allo stesso modo, con un cordone di sigillante o con una striscia di membrana tesa da un bordo all’altro, ne sbaglia almeno uno, e quello sbagliato è sempre quello che si muove.

Le fonti dicono questo da decenni, in lingue diverse. Il rapporto americano del 1995 separa le quattro famiglie; le norme sismiche italiane danno al giunto fra due edifici una larghezza minima di legge; il Codice di Pratica delle coperture, nelle pagine di Broccolino, spiega perché il soffietto si rialza su due cordoli e perché un giunto al piede di una parete è da evitare; il documento europeo sui giunti a piastra pretende due tenute e un drenaggio sotto. Nessuna di queste fonti parla di un prodotto. Parlano tutte di geometria, di movimento e di sequenza.

Chi ha una macchia a riga può cominciare da una domanda, prima di chiamare qualcuno: sopra quella riga, che cosa si muove? Se la risposta è «niente», si cerca una ripresa di getto e si ragiona di presidi annegati. Se la risposta è «due parti dell’edificio», si cerca il vuoto, si misura quanto lavora, e si ragiona di pieghe, di cordoni e di protezioni che si possano togliere. Il prodotto arriva per ultimo, e a quel punto la scelta è quasi obbligata.

Nota sui calcoli

I conti stanno nello script calcoli.py che accompagna l’articolo, con la fonte accanto a ogni costante. Le formule sono queste.

  • Dilatazione termica lineare: variazione di lunghezza = 10 milionesimi per grado × lunghezza × salto termico. Per 20 metri e 40 gradi: 0,00001 × 20.000 millimetri × 40 = 8 millimetri.
  • Distanza minima fra costruzioni contigue (NTC 2018, paragrafo 7.2.1, minimo inderogabile): quota dei punti affacciati / 100 × min(2 × ag × S / g; 1). Per 15 metri e ag × S / g = 0,20: 15.000 / 100 × 0,40 = 60 millimetri. La distanza vera è la somma degli spostamenti massimi allo SLV delle due costruzioni, e può essere maggiore.
  • Larghezza minima del giunto sigillato: movimento atteso / (classe / 100), arrotondato per eccesso al millimetro. Il movimento atteso è di quanto il giunto si apre o si chiude rispetto alla larghezza che ha quando lo si sigilla. Per 2 millimetri e classe 25: 2 / 0,25 = 8 millimetri.
  • Corsa ammessa della bandella a omega: 0,25 × (larghezza libera + 2 × profondità della piega). Larghezza libera = larghezza del nastro meno due volte l’incollaggio. Per 300 millimetri incollati 100 per lato e piega di 40: 0,25 × (100 + 80) = 45 millimetri.
  • Giunto di contrazione nelle solette: profondità dell’intaglio = spessore / 4; passo fra 24 e 36 volte lo spessore. Per 15 centimetri: intaglio 3,75 centimetri, passo fra 3,6 e 5,4 metri.

Che cosa in questo articolo è mio e non delle fonti: la tesi del movimento da impermeabilizzare, che mette in un ordine solo prescrizioni che le fonti danno separate; la matrice delle quattro famiglie sui tre livelli dell’edificio; la regola di riportare il giunto di contrazione negli strati sopra, e di lasciare la tenuta non aderente a cavallo del taglio; il momento del taglio di contrazione; il fissaggio meccanico della bandella in spinta negativa; il battente e la durata della prova d’acqua; le lastre sollevabili sopra il soffietto sotto una pavimentazione galleggiante; l’estensione a ogni giunto di dilatazione della regola delle due tenute, che il documento europeo chiede ai giunti da ponte; la regola che nessun rivestimento liquido o cementizio scavalca da solo un giunto di dilatazione; le regole di geometria del sigillante, fondo giunto e adesione su due fianchi; le righe della tabella delle rotture che non vengono dalle fonti citate; la scena di apertura, che è un quadro ricorrente e non un episodio datato, e il racconto del «Dal cantiere»; la lettura geometrica della piega della bandella, già dichiarata nel caso studio dell’eliporto.

Fonti

Articoli dell’autore su questo sito

  • Impermeabilizzare un interrato: i nodi che contano, tavole D1 (ripresa di getto), D2 (giunto di dilatazione), D7 (nodo parete-platea) e D11 (giunto di controllo), con il loro registro delle fonti.
  • Caso studio: eliporto, con le prescrizioni dell’EAD 120110-00-0107 e il conto della bandella a omega.
  • La seconda pelle del balcone; Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle; La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia; Le resine idroespansive nei dettagli; Impermeabilizzazioni pre-getto delle strutture interrate; Vasca bianca o vasca nera?

Norme e leggi

  • Decreto ministeriale 17 gennaio 2018, Aggiornamento delle Norme tecniche per le costruzioni, Gazzetta Ufficiale n. 42 del 20 febbraio 2018, supplemento ordinario n. 8, paragrafo 7.2.1, «Distanza tra costruzioni contigue». Verificato sul testo, nella riproduzione delle pagine della Gazzetta.
  • Österreichische Bautechnik Vereinigung, linea guida sulle costruzioni impermeabili in calcestruzzo (le «vasche bianche»): le larghezze minime dei waterstop sono riprese da documentazione tecnica concordante, come nel vademecum degli interrati, perché il testo è a pagamento.
  • UNI 11493-1:2025, Piastrellature ceramiche a pavimento e a parete. Parte 1: Istruzioni per la progettazione, l’installazione e la manutenzione, in vigore dal 15 maggio 2025, che sostituisce l’edizione del 2016. Edizione verificata sul catalogo UNI; i tipi di giunto ripresi non direttamente.
  • UNI EN ISO 11600:2011, Edilizia. Sigillanti. Classificazione e requisiti, in vigore dall’8 settembre 2011, versione italiana della EN ISO 11600:2003 con l’aggiornamento A1:2011. Edizione e sommario verificati sul catalogo UNI; le classi riprese non direttamente.
  • EN 1992-1-1, Eurocodice 2, punto 3.1.3, coefficiente di dilatazione termica del calcestruzzo. Ripreso non direttamente.
  • EAD 120110-00-0107, documento europeo di valutazione per i giunti di dilatazione a piastra dei ponti stradali. Le prescrizioni sono quelle riportate nel caso studio dell’eliporto.

Documenti tecnici

  • ACI Committee 224, 224.3R-95: Joints in Concrete Construction, American Concrete Institute, 1995, riapprovato nel 2008. Scheda e sommario verificati sul sito dell’ente; le definizioni e le raccomandazioni sui giunti di contrazione come riportate dal documento seguente.
  • Bureau of Reclamation, U.S. Department of the Interior, Technical Service Center, Denver, Joint Spacing for Concrete Structures, Technical Memorandum n. CGSL-8530-2016-13, a cura di Shannon Harrell, settembre 2016. Verificato sul testo.
  • National Research Council, Expansion Joints in Buildings: Technical Report No. 65, Washington, The National Academies Press, 1974, 44 pagine. Verificati sulla scheda dell’editore titolo, ente, anno e indice; il contenuto è ripreso dalla sola scheda.

Letteratura tecnica di settore

  • Antonio Broccolino, I giusti raccordi. Dettagli: giunti di dilatazione, in Specializzata, n. 198, marzo 2011, BE-MA editrice, Milano, pp. 122-127.
  • Antonio Broccolino, Il punto d’incontro. Dettagli: giunti di dilatazione, seconda parte, in Specializzata, n. 199, aprile-maggio 2011, BE-MA editrice, Milano, pp. 222-227.
  • I.G.L.A.E., Codice di Pratica delle coperture continue. Non è in libera consultazione: le sue prescrizioni sono citate come le riporta Broccolino.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).



Ditta Renzo-ArtHome
di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
P.IVA 02475540304
WhatsAppFacebookLinkedInTikTokYouTubeInstagram
Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
Vai al libro →
Gli articoli
Umidità di risalita e sali33
Diagnosi e metodo32
Interrati e impermeabilizzazioni29
Condensa, muffe e microclima15
Vespai e solai8
Casi Studio6
Norme e libro5
Altri articoli1

Leave a Reply