Mi hanno chiesto di chiudere i buchi di un grande manto in TPO, già trovati da chi aveva condotto le indagini sulla copertura. Da dove venivano quei buchi, e come si chiudono senza fare altri danni a un manto che non è più nuovo?

Una richiesta di riparazione

Tutto è partito da una richiesta di riparazione: chiudere i buchi di un manto in TPO, su una grande copertura piana. Quando sono salito sul tetto, la ricerca dei difetti l’aveva già fatta chi aveva condotto le indagini sulla copertura. I punti da sistemare erano segnati sul manto con un riquadro a pennarello, come si vede nelle fotografie 3 e 4.

La copertura piana con il manto in TPO, i teli affiancati, gli impianti e le cupole dei lucernari
Fotografia 1. La copertura in TPO: i teli posati uno accanto all’altro, con le giunzioni parallele, e sopra gli impianti e le cupole dei lucernari.

I problemi riscontrati erano di tre tipi. C’erano punti dei sormonti non saldati correttamente. Il sormonto è la fascia dove un telo si sovrappone a quello accanto, e dove i due teli vengono saldati fra loro. C’erano poi buchi lasciati da colpi, da attrezzatura contundente caduta sul manto. E c’erano i punti dove qualcuno aveva provato a chiudere con il silicone, senza successo.

Sotto il manto c’era un isolante in poliuretano espanso rigido, il PIR. La stratigrafia completa della copertura non la conosco. So però che sotto i buchi il PIR era asciutto: lo aveva verificato l’indagine fatta da altri.

Prima di toccare qualcosa dovevo capire con che materiale avevo a che fare.

Che cosa avevo sotto i piedi

Il TPO è una poliolefina termoplastica. Le poliolefine sono una classe di materie plastiche; i rappresentanti più noti, scrive l’opuscolo svizzero dei sistemi per tetti piani in TPO, sono il polietilene e il polipropilene. L’architetto Antonio Broccolino ne parla nel suo scritto sulle fondazioni in falda con membrane polimeriche. La molecola del polipropilene, spiega, contiene solo atomi di idrogeno e di carbonio, e il materiale ha un’elevata resistenza chimica. Allo stato originario, però, il polipropilene è piuttosto rigido. La flessibilità si ottiene inserendo nella sua matrice dei comonomeri di tipo elastico già durante la polimerizzazione, cioè mentre il polimero si forma. Il polimero è flessibile per come è fatto, scrive Broccolino, e non per sostanze aggiunte dopo.

Qui sta la differenza con il PVC-P, che con il TPO è fra le membrane sintetiche più diffuse sui tetti, come scrive Broccolino in un articolo sui danni da grandine. La P sta per plastificato: il PVC puro è rigido, e diventa flessibile con l’aggiunta di plastificanti, come ricorda lo stesso Broccolino nello scritto sulle fondazioni. I produttori di TPO scrivono invece che i loro manti sono esenti da plastificanti, o da emollienti e ammorbidenti, come li chiamano altri.

La storia di questo materiale comincia lontano dai tetti, nei laboratori di chimica degli anni Cinquanta. Giulio Natta dirigeva dal 1938 il dipartimento di chimica industriale del Politecnico di Milano. Nel 1953 allarga alla polimerizzazione stereospecifica le ricerche di Karl Ziegler sui catalizzatori metallorganici. Scopre così polimeri con le molecole ordinate nello spazio, che chiama isotattici. L’11 marzo 1954, come ricorda il dipartimento del Politecnico che porta il suo nome, annota nella sua agenda di aver fatto il polipropilene. Le ricerche le finanzia una grande azienda chimica italiana, la Montecatini. Secondo la biografia di Natta pubblicata dalla Fondazione Nobel, è la prima a produrre il polipropilene isotattico su scala industriale, nel 1957, nello stabilimento di Ferrara. Nel 1963 Ziegler e Natta ricevono insieme il premio Nobel per la chimica, per le loro scoperte nel campo della chimica e della tecnologia degli alti polimeri.

Sul primato della scoperta, però, le fonti non coincidono. La Società chimica americana considera scopritori del polipropilene cristallino due ricercatori di una società petrolifera americana, J. Paul Hogan e Robert L. Banks. Lo ottennero nel giugno 1951. Per molti anni, scrive, la scoperta si è attribuita a Ziegler e a Natta, perché avevano pubblicato per primi e avevano avuto il Nobel. Nel 1983, però, una corte d’appello americana ha assegnato il brevetto a Hogan, a Banks e alla loro società.

Per fare del polipropilene un materiale flessibile serviva la gomma. Nel 1994 Paolo Galli descrive la strada sviluppata dalla ricerca nata da quella stessa azienda. Le leghe di polipropilene e gomma si fanno direttamente nel reattore, a partire dai monomeri, invece di mescolare a caldo polimeri già fatti. Il problema da superare era la gomma, appiccicosa, che nei reattori a fase gassosa fa agglomerare le particelle e sporca l’impianto. Con quella tecnologia la gomma si forma dentro granuli chiusi da una pelle di polimero solido, che non si appiccica. Nello stesso anno una decisione della Commissione europea parla del gruppo di ricerca di Ferrara. Cita le sue tecnologie appena sviluppate, per materiali che uniscono le proprietà di polimeri diversi. È la flessibilità «per natura propria» di cui scrive Broccolino.

Sui tetti il TPO arriva più tardi. Ne racconta l’inizio un rapporto del 2021 del CIB, il consiglio internazionale per la ricerca e l’innovazione nelle costruzioni. I TPO nascono alla fine degli anni Settanta, flessibili e senza plastificanti né alogeni. Si usano prima per le geomembrane e nell’industria dell’automobile. Il primo manto per coperture in TPO di cui si abbia notizia viene posato nel 1986 su un tetto del Michigan, e l’introduzione commerciale arriva nei primi anni Novanta. Fra le prime spinte, scrive il rapporto, c’era quella di offrire un’alternativa al PVC, quando se ne discuteva l’impatto ambientale. In Europa i primi tetti in poliolefina flessibile sono del 1988. Lo scrive uno studio di tecnici di un produttore e di un istituto di prove tedesco, presentato nel 2011 a un convegno internazionale sulla durabilità dei materiali. Lo stesso studio data al febbraio 1991 il lancio sul mercato europeo. Spiega anche che un manto in poliolefina al sole è diventato possibile solo con gli stabilizzanti alla luce, disponibili per le coperture dalla metà degli anni Ottanta.

La norma americana per i manti in TPO, la ASTM D6878, esce nel 2003, dopo un lavoro cominciato nel 1993. Quella europea per i fogli sintetici delle coperture, la EN 13956, ha la prima edizione nel settembre 2005. In Italia entra in vigore come UNI EN 13956 il 16 febbraio 2006. Il manto su cui camminavo, quindi, era fatto di un materiale che sui tetti c’è dalla seconda metà degli anni Ottanta.

Nei documenti dei produttori lo stesso manto si chiama TPO, poliolefina termoplastica, oppure FPO, poliolefina flessibile, e c’è chi scrive le due sigle insieme. Una delle schede che ho letto parla di membrane FPO a base di polipropilene.

Il quaderno tecnico di un produttore italiano scrive che questi manti sono termoplastici e per questo si saldano per termofusione, con l’aria calda. La saldatura, spiega, è una vera fusione fra le catene molecolari dei due lembi, e resiste al battente idraulico e alle sollecitazioni meccaniche.

Dentro i teli c’è un’armatura, che cambia da produttore a produttore. Il produttore italiano usa una rete di poliestere nei manti fissati meccanicamente, perché l’aspirazione del vento la contrastano l’armatura e il fissaggio, calcolato per ogni edificio. Nei manti zavorrati e incollati usa invece un velo di vetro, che dà al telo stabilità dimensionale. Il manuale di posa tedesco ha teli armati con un tessuto in fibre sintetiche e teli con un velo di vetro, per tutti i tipi di posa. Ha anche teli senza armatura.

Broccolino, nell’articolo sui collaudi scritto con Alessandro D’Introna, spiega che i produttori di manti sintetici realizzano ormai quasi sempre i teli a più strati. Sopra c’è uno strato più chiaro, trattato contro i raggi ultravioletti, e sotto strati molto più scuri. È lo strato di segnalazione, il signal layer: il contrasto dei colori fa vedere subito tagli, abrasioni e fori che attraversano almeno lo strato chiaro. Il quaderno del produttore italiano aggiunge che serve a mettere in evidenza i danni meccanici accidentali dovuti a lavorazioni successive alla posa del manto.

Due produttori dichiarano il TPO compatibile con i vecchi manti bituminosi e con il polistirene, e l’opuscolo svizzero scrive «a contatto diretto». Il manuale di posa tedesco, però, sul polistirene espanso fissato meccanicamente chiede comunque uno strato di separazione in velo di vetro, e sopra un vecchio manto bituminoso un tessuto sintetico. Compatibile non vuol dire che una pezza bituminosa vada bene per riparare: il manuale d’uso dello stesso produttore italiano la vieta e la chiama «riparazione impropria». Con il PVC, invece, il TPO non va: l’opuscolo svizzero scrive che i manti in TPO non sono compatibili con quelli in PVC e non si possono saldare con essi.

Il silicone che non aveva tenuto

Un punto del manto in TPO chiuso con il silicone, con il sigillante crepato e sporco
Fotografia 2. Uno dei punti chiusi con il silicone prima del mio arrivo: il sigillante steso sopra il manto, crepato e sporco.

Il silicone viene usato dappertutto. In alcuni posti forse è anche utile, a patto di usare quello giusto e non quello che il rivenditore ha sullo scaffale. Per un buco su un manto in TPO, no.

Le schede dei prodotti che devono aderire al TPO chiedono tutte un primer fatto apposta. La scheda italiana di uno di questi primer lo chiama promotore d’adesione e lo dice «specifico per supporti in plastica poliolefine». Il manuale di posa tedesco lo scrive anche per i sigillanti: sulle membrane FPO un sigillante elastico aderisce bene solo con un primer al silicone dedicato. Il manuale usa il sigillante per chiudere in alto i raccordi, dove c’è il pericolo che entri l’acqua piovana. E aggiunge che i giunti sigillati restano da tenere in manutenzione.

Un buco nel mezzo del manto non è la chiusura in alto di un raccordo. Nella fotografia 2 si vede come è finita: il sigillante si è crepato e si è sporcato, e il buco sotto non era chiuso. Per riparare, poi, il silicone è proprio una delle cose da togliere. La scheda tedesca di un primer per il TPO vuole la superficie pulita e libera da oli, grassi, sali, siliconi e altre sostanze che riducono l’adesione.

Le saldature, dove serve diplomazia

Un punto non saldato sul bordo di un sormonto del manto in TPO, segnato con il pennarello
Fotografia 3. Un punto non saldato sul bordo di un sormonto, segnato con il pennarello.

Le saldature mettono davanti a un bivio. I buchi possono essere accidentali e causati da altri. Una saldatura fatta male, invece, potrebbe essere riconducibile a chi ha posato il manto. Qui bisogna essere diplomatici: su una copertura grande le saldature sono tante, e nonostante i controlli qualcuna può sfuggire.

Il manuale di posa tedesco descrive la saldatura a mano in tre passaggi:

1. si fissa il sormonto con leggeri punti di attacco, distanziati da 40 a 50 cm, nella parte più interna del sormonto; 2. si fa una saldatura preliminare continua, sempre nella parte interna, che lascia verso il bordo una tasca aperta larga circa 4 cm; 3. si fa la saldatura finale, continua e larga almeno 2 cm, con il rullo pressore che passa parallelo all’ugello, a 2 o 3 cm, premendo in modo uniforme sul bordo del giunto.

Il manuale consiglia l’ugello largo 4 cm per i giunti della superficie e quello da 2 cm per i dettagli, e una temperatura esterna sopra i +5 °C. Durante la saldatura, scrive, si formano un cordone di saldatura minimo e una leggera striscia lucida di fianco al giunto. Un cordone largo e nero, o una colorazione nerastra vicino al giunto, vuol dire invece che il manto si sta surriscaldando, e temperatura o velocità vanno corrette subito. La scheda di un manto per fissaggio meccanico, di un altro produttore, chiede anche lei una larghezza effettiva della sovrapposizione saldata di almeno 20 mm.

Temperatura e velocità non sono le stesse per tutti. La scheda chiede di stabilirle con prove in cantiere prima di cominciare, e di regolarle secondo l’attrezzatura e il clima. Il manuale tedesco chiede la saldatura di prova all’inizio di ogni cantiere, con la saldatrice manuale e con quella automatica. I parametri si annotano sul pezzo di prova. Dopo il raffreddamento, sul pezzo si fa una pelatura nel senso della saldatura e in quello trasversale, e il giunto deve risultare largo in modo costante almeno 2 cm. Se cambiano il meteo o le condizioni del cantiere, il manuale consiglia di ripetere le prove.

Poi viene il controllo. Il manuale tedesco chiede di controllare ogni giunto dopo la saldatura, un tratto alla volta, e raccomanda di farlo fare a un operatore diverso dal saldatore. A saldatura raffreddata si appoggia contro il giunto un punteruolo a punta smussata, che nel gergo di cantiere si chiama «bastardo», come ricorda Broccolino, oppure un cacciavite smussato. Lo si fa scorrere lungo il giunto con una pressione media. Se l’attrezzo si incastra nel giunto, o se il giunto si apre, lì la saldatura non tiene e serve un intervento. Gli attrezzi a punta acuminata non vanno usati, perché c’è il pericolo di forare il manto.

Broccolino e D’Introna avvertono che il difetto trovato così può stare solo nella parte iniziale del sormonto oppure attraversarlo per tutta la larghezza. Il manuale tedesco chiede un controllo accurato anche dei giunti a T, dove si incontrano tre teli, per evitare perdite dovute ai capillari. Per il collaudo distruttivo descrive la pelatura: si tira il lembo saldato, e la saldatura è buona quando il materiale si strappa fuori dal giunto. I giunti che si staccano solo tirando con forza vanno valutati con prove di laboratorio. Si prelevano dalla zona dei giunti tre campioni di 20 x 20 cm ogni 1000 m².

Su questa copertura i punti non saldati li abbiamo chiusi come i buchi, con la guaina liquida armata.

I buchi lasciati dagli attrezzi

Un piccolo strappo nel manto in TPO con il lembo sollevato, segnato con il pennarello
Fotografia 4. Un buco lasciato da un colpo: un piccolo strappo con il lembo sollevato, segnato con il pennarello.

Il buco della fotografia 4 è piccolo: un colpo ha strappato il manto e ne ha sollevato un lembo. Sotto il manto, però, ci sono altri strati, ciascuno con la sua funzione.

Nei manti fissati meccanicamente, le stratigrafie dei produttori mettono sotto il telo la barriera al vapore e l’isolante, fissato al supporto per conto suo. A volte aggiungono uno strato di separazione o di compensazione. Il manuale di posa tedesco chiede questi strati in tre casi: supporto ruvido, materiali che possono interagire fra loro, reazione al fuoco. Come strato di separazione indica un velo di vetro, come strato di compensazione un tessuto sintetico di almeno 300 g/m². Il tessuto lo mette sul legno, sul calcestruzzo e sul vecchio bitume, il velo di vetro sul polistirene espanso fissato meccanicamente. Il quaderno del produttore italiano spiega che lo strato di compensazione livella le asperità del piano di posa. Così elimina il rischio di punzonamento, cioè che il telo si buchi premuto contro un’asperità.

La barriera al vapore, posata sotto l’isolante, regola il passaggio del vapore che dai locali va verso l’esterno, perché non si formi condensa dentro il pacchetto. Lo strato che deve impedire l’infiltrazione dell’acqua piovana è il manto: lo scrive lo stesso quaderno.

Qui il PIR sotto i buchi era asciutto. In un tetto caldo, però, l’acqua che passa sotto il manto trova un altro strato impermeabile, la barriera al vapore. Broccolino e D’Introna lo spiegano parlando delle prove d’invaso. Sopra la barriera l’acqua si sposta ancora, o resta trattenuta tutta dentro il pacchetto, e nei locali sotto può non vedersi niente subito.

La riparazione con la guaina liquida armata

Su questa copertura è stato deciso che si doveva lavorare con la guaina liquida armata.

La guaina liquida armata è una resina stesa in due mani, fresco su fresco: nella prima mano si annega un velo di rinforzo, la seconda lo satura del tutto. Sul TPO, però, senza primer non aderisce. Ho letto le schede di sistemi liquidi di tre produttori diversi, e chiedono tutte un primer dedicato. Due lo dichiarano fatto apposta per le poliolefine, la terza usa lo stesso primer sui propri manti in PVC e in TPO. Tutte e tre chiedono di pulire il manto con il solvente o il pulitore indicato prima del primer. Una chiede anche di carteggiarlo con una levigatrice a grana da 40 a 60. E nessuna dà il primer per buono su qualsiasi manto:

  • una ammette la riparazione sulle membrane sintetiche dello stesso produttore;
  • un’altra prende come supporto di riferimento la propria membrana, e sulle altre chiede prove di adesione in cantiere con la sua assistenza tecnica;
  • la terza chiede di contattarla prima di applicare il prodotto su una membrana specifica.

Ho letto anche la valutazione tecnica europea di una resina liquida per coperture a base di polimetilmetacrilato. Elenca i supporti ammessi: calcestruzzo, malta, massetto, piastrelle, acciaio e rame, pannelli di legno, membrane bituminose con protezione minerale. Il TPO non c’è.

Per questo, quando servono dati più precisi di quelli che ho scritto qui, bisogna attenersi alla scheda tecnica del prodotto usato, che cambia da marca a marca. Consumi, tempi di attesa e condizioni di posa, quindi, qui non li scrivo.

Come ho risolto lo mostra la tavola 1, che riprende il disegno tecnico del sistema usato. Su ogni buco, e su ogni punto non saldato, la sequenza è stata questa:

1. si prepara il manto in TPO intorno al buco: levigatura superficiale dove serve, poi pulizia con un solvente a rapida evaporazione; 2. si stende il promotore di adesione, un primer specifico per supporti plastici; 3. si stende la prima mano di resina, il primo strato del sistema impermeabile armato; 4. nella resina ancora fresca si annega l’armatura, il velo di rinforzo, fino a impregnarla del tutto; 5. si stende la seconda mano di resina, fresco su fresco, fino a saturare l’armatura.

La riparazione a freddo di un foro nel manto in TPO, in sezione: isolante in PIR, manto con il buco al centro, promotore di adesione, prima mano di resina, armatura, seconda mano di resina
Tavola 1. La riparazione a freddo di un foro nel manto in TPO, in sezione e nell’ordine di posa: 1 isolante in PIR; 2 manto in TPO esistente, preparato; 3 il buco nel manto; 4 promotore di adesione; 5 prima mano di resina; 6 armatura; 7 seconda mano di resina, fresco su fresco. Gli spessori sono esagerati per farli vedere.

Nelle fotografie 5 e 6 ci sono due delle toppe finite.

Una toppa finita di guaina liquida armata sul manto in TPO, vista dall'alto
Fotografia 5. Una delle toppe finite: un quadrato di guaina liquida armata sul manto, visto dall’alto.
Un'altra toppa finita di guaina liquida armata sul manto in TPO
Fotografia 6. Un’altra toppa finita, con la stessa forma.

Chi sale dopo

Su quella copertura quello che era da fare l’ho fatto. Quello che consiglio vale per qualsiasi lavoro su una copertura, e riguarda chi sale dopo.

Al proprietario di un tetto come questo direi di coprire il manto durante le lavorazioni che vengono dopo la sua posa. Penso al montaggio dei motori di aerazione e dei parafulmini, e a tutto quello che si fa sul tetto quando il manto c’è già. E di pretendere la massima cura da chi sale su una copertura del genere. Anche la caduta di un martello, di un taglierino o di uno strumento di lavoro appuntito può danneggiare il manto.

Il manuale d’uso del produttore italiano dice anche con che cosa proteggerlo. Sul manto non si appoggia niente di pesante o di appuntito senza prima un piano di protezione, appoggio e ripartizione del carico, per esempio delle tavole in legno. Durante la manutenzione degli impianti chiede idonee opere provvisionali di protezione. Chiede di camminare sul manto con calzature adatte. Con le suole a carro armato bisogna controllare prima che nel battistrada non ci sia brecciolino, che può abradere o punzonare il manto. Impianti e macchinari non appoggiano direttamente sul manto, ma su basi che ripartiscano il carico, fatte di materiali e forme che non lo danneggino. Per ogni modifica, per esempio un camino nuovo o un impianto cambiato, chiede di rivolgersi per tempo all’impresa specializzata. L’opuscolo svizzero propone manti di protezione contro le azioni meccaniche, «in particolare durante la fase di costruzione».

La cosa più grave è che chi fa il danno, spesso, per paura non dice che in quel punto ha fatto un danno. Quel danno si potrebbe riparare subito. Tacendo l’accaduto, invece, si rischiano danni maggiori, se l’acqua filtra sotto il manto. A chi sale sul tetto dopo il mio lavoro chiedo cura. E se per sbaglio provoca un danno, anche di piccole dimensioni come un semplice buchino, chiedo il coraggio di chiamare chi è competente e di farlo sistemare subito. Lo stesso manuale d’uso, davanti a un danno accidentale, chiede di non fare riparazioni improprie e di rivolgersi sempre all’impresa specializzata.

Poi c’è la manutenzione programmata, che consiglio sempre. Il manuale d’uso del produttore propone una tabella di controlli, ciascuno con la sua cadenza e con chi lo deve fare. Ogni sei mesi il proprietario o chi conduce l’edificio pulisce le griglie parafoglie dei bocchettoni e la sporcizia sul manto, e questi controlli si possono affidare all’impresa con un contratto. Nella stessa tabella c’è il controllo visivo generale della copertura e di quello che ci è installato sopra. Ogni anno l’impresa specializzata controlla le scossaline e le lattonerie, la tenuta e l’adesione delle sigillature siliconiche, il manto con i suoi dettagli e accessori. In fondo al manuale c’è un esempio di lista di controllo da compilare.

In conclusione

Il buco più pericoloso è quello che nessuno dice. Su questa copertura i difetti erano di tre tipi: buchi lasciati da colpi di attrezzi, qualche saldatura sfuggita ai controlli, e buchi chiusi con il silicone, che non aveva tenuto. Li abbiamo chiusi a freddo, con la guaina liquida armata. Sul TPO il silicone dello scaffale non tiene, e un sistema liquido aderisce solo con il suo primer, sui manti che il produttore ha previsto o provato. Per i dati vale la scheda tecnica del prodotto usato. Qui, sotto i buchi, il PIR era ancora asciutto. Un buco taciuto per paura resta aperto, e in un tetto caldo l’acqua che passa sotto il manto si sposta o resta chiusa nel pacchetto. Per questo a chi sale dopo chiedo cura, e il coraggio di chiamare subito.

In sintesi

1. I difetti di questa copertura erano di tre tipi: punti dei sormonti non saldati correttamente, buchi da colpi di attrezzi caduti, buchi chiusi con il silicone che non aveva tenuto. 2. Il TPO è una poliolefina termoplastica, flessibile senza plastificanti: si salda per termofusione con l’aria calda e non si salda con il PVC. 3. Sul TPO il silicone generico non chiude un buco: un sigillante elastico aderisce solo con un primer dedicato, e anche così il giunto sigillato resta da tenere in manutenzione. 4. Il manuale di posa di un produttore chiede di controllare ogni saldatura a freddo, un tratto alla volta, con un punteruolo a punta smussata. Raccomanda che lo faccia un operatore diverso dal saldatore. Per i due produttori letti la saldatura effettiva è larga almeno 2 cm. 5. Su questa copertura è stato deciso di lavorare con la guaina liquida armata: una toppa a freddo, stesa sul manto preparato e sul suo primer. 6. Un sistema liquido sul TPO vuole il suo primer e il manto pulito, libero da siliconi. Vale sui manti che il produttore ha previsto o provato: per i dati si segue la scheda tecnica del prodotto usato. 7. Il manto va protetto durante i lavori che vengono dopo la posa, e chi lo danneggia deve dirlo subito. Un buco taciuto lascia passare l’acqua sotto il manto, dove si sposta o resta chiusa nel pacchetto.

Domande frequenti

Il silicone va bene per chiudere un buco nel TPO?
No. Sulle membrane FPO, secondo il manuale di posa tedesco, un sigillante elastico aderisce bene solo con un primer al silicone dedicato. Il manuale lo prevede per chiudere in alto i raccordi, dove può entrare l’acqua piovana. Anche lì il giunto sigillato resta da tenere in manutenzione. Prima di una riparazione con un sistema liquido, poi, il silicone va tolto: una delle schede vuole il manto libero da siliconi.

TPO e PVC si saldano fra loro?
No. L’opuscolo svizzero scrive che i manti in TPO non sono compatibili con quelli in PVC e non si possono saldare con essi.

Che cosa c’è sotto un manto in TPO?
Dipende dalla stratigrafia. In quelle a fissaggio meccanico dei produttori, sotto il manto ci sono la barriera al vapore e l’isolante. Dove serve, c’è anche uno strato di separazione in velo di vetro o uno strato di compensazione in tessuto sintetico. Fra gli isolanti dei sistemi che ho letto ci sono il polistirene espanso, il poliuretano espanso rigido PIR e la lana minerale. Su questa copertura sotto il manto c’era il PIR.

Il manto in TPO ha una classe al fuoco?
Come reazione al fuoco, il manuale di posa tedesco dichiara i suoi manti in classe E; i materiali incombustibili sono in classe A1. Il comportamento al fuoco dall’esterno si classifica invece per i tetti e le coperture dei tetti. Il sistema di classi lo ha istituito una decisione europea del 2001, con tre metodi di prova: t1, un tizzone acceso sul tetto; t2, tizzone e vento; t3, tizzone, vento e calore irraggiato. Fra i metodi non c’è una gerarchia comune, e la decisione lascia a ogni Stato la scelta delle prove e delle classi da chiedere. I produttori dichiarano la classe per le stratigrafie che hanno fatto provare. Una brochure avverte che modificarle fa decadere la classificazione, se il rapporto di prova non prevede la modifica.

Se sul manto si posa un impianto fotovoltaico, in un’attività soggetta ai controlli di prevenzione incendi, la linea guida dei Vigili del Fuoco del 1° settembre 2025 (nota n. 14030) indica più strade per evitare che un incendio passi dai pannelli all’edificio. Una è installare i pannelli su elementi di copertura incombustibili, in classe A1. Un’altra è mettere fra pannelli e piano di appoggio uno strato resistente al fuoco almeno EI 30, con uno strato continuo incombustibile in classe A1. La terza è l’accoppiamento fra pannelli e copertura. Qui la linea guida si riferisce a una specifica tecnica del 2012, che ha quattro metodi di prova. Considera accettabili in via generale tetti classificati Broof (t3) o (t4) e pannelli almeno in classe E di reazione al fuoco, classificati anch’essi Broof. Con le indicazioni del 2012, fra gli accoppiamenti accettati c’erano anche i tetti Broof (t2) con pannelli di classe 2. Resta sempre possibile una valutazione del rischio. Una nota di chiarimento del 10 settembre 2025 permette a chi aveva già avviato concretamente le procedure di completare il lavoro con le regole precedenti.

Che cosa si fa se si buca il manto?
Si chiama subito chi è competente: un buco piccolo si può riparare subito, mentre un buco taciuto lascia passare l’acqua sotto il manto. Il manuale d’uso del produttore italiano chiede di non fare riparazioni improprie e di non mettere pezze di membrana bituminosa. Ammette un nastro butilico con lamina di alluminio, posato dopo aver pulito il manto con acqua, solo in caso di estrema necessità e urgenza. È un intervento di emergenza, provvisorio e di limitata durata, e dopo serve la riparazione dell’impresa specializzata.

Fonti

Tutte lette sul testo. I documenti dei produttori sono indicati per tipo, senza nomi, per scelta editoriale.

Storia del materiale

  • Fondazione Nobel, The Nobel Prize in Chemistry 1963, pagina ufficiale con la motivazione. nobelprize.org.
  • Fondazione Nobel, Giulio Natta. Biographical, da Les Prix Nobel, 1963. nobelprize.org.
  • Politecnico di Milano, Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica «Giulio Natta», Polipropilene e Polichina. cmic.polimi.it.
  • American Chemical Society, Discovery of Polypropylene and High-Density Polyethylene, National Historic Chemical Landmark, 1999, letta nella copia d’archivio del 3 marzo 2024. web.archive.org.
  • P. Galli, The reactor granule technology: a revolutionary approach to polymer blends and alloys, Macromolecular Symposia 78, 1994, pp. 269-284, DOI 10.1002/masy.19940780123 (letto il sommario, aperto dal browser sul sito dell’editore Wiley).
  • Commissione europea, decisione dell’8 giugno 1994, caso IV/M.269, punti 30 e 54. ec.europa.eu.
  • CIB W083, TPO roof membrane systems: a world historical perspective and summary of best practice, pubblicazione 424, ottobre 2021, pp. 3-4, 11. cibworld.org.
  • H.-R. Beer, C. Kerber, G. Rieche, J.-L. Schläpfer, H. Unold, S. Wehrle, Longterm field studies and residual service life prediction of FPO roofing membranes, XII convegno internazionale sulla durabilità dei materiali da costruzione (DBMC), Porto, 2011, p. 2. irbnet.de.
  • UNI, scheda della UNI EN 13956:2006, in vigore dal 16 febbraio 2006, ritirata il 7 febbraio 2013. store.uni.com.

Ricerche e articoli tecnici

  • A. Broccolino, A. D’Introna, articolo sui collaudi delle opere di impermeabilizzazione, Specializzata n. 196, novembre-dicembre 2010, BE-MA editrice, Milano, pp. 2-4.
  • A. Broccolino, Impermeabilizzazione di fondazioni in falda con utilizzo di membrane polimeriche prefabbricate (TPO e PVC-P), documento tecnico, p. 1.
  • A. Broccolino con A. Rotolo e F. Vallati, articolo sui danni da grandine sulle coperture impermeabilizzate, Specializzata n. 217, febbraio 2014, BE-MA editrice, Milano.

Documenti pubblici sul fuoco

  • Commissione europea, decisione 2001/671/CE del 21 agosto 2001, sulla classificazione del comportamento al fuoco esterno dei tetti e delle coperture dei tetti, Gazzetta ufficiale delle Comunità europee L 235 del 4 settembre 2001, pp. 20-22. eur-lex.europa.eu.
  • Ministero dell’Interno, Dipartimento dei Vigili del Fuoco, Testo coordinato della Nota 01 settembre 2025, n° 14030. Linea guida di prevenzione incendi per la progettazione, installazione, esercizio, manutenzione di impianti fotovoltaici, settembre 2025, pp. 10, 21-23, 27, 34. vigilfuoco.it.

Documenti dei produttori

  • Istruzioni per la posa dei manti in FPO di un produttore tedesco di sistemi per coperture, edizione italiana 10/2024, pp. 6-7, 15, 17, 19, 22-24, 26, 34, 73.
  • Opuscolo dei sistemi per tetti piani in TPO di un produttore, edizione svizzera in italiano, 08/2019, pp. 2, 10, 12, 15.
  • Scheda dati di un manto sintetico in FPO per fissaggio meccanico, gennaio 2026, p. 5.
  • Quaderno tecnico dei sistemi a vista fissati meccanicamente di un produttore italiano, 06/2017, pp. 10-12, 59, 70.
  • Quaderno tecnico dei sistemi di copertura in FPO/TPO dello stesso produttore, 08/2018, pp. 5, 13, 24, 34.
  • Manuale d’uso, controllo e manutenzione dei manti in FPO/TPO dello stesso produttore, revisione 07/2020, pp. 5-6, 8-14.
  • Schede tecniche di sistemi impermeabilizzanti liquidi e dei loro primer per il TPO, di tre produttori, edizioni dal 2015 al 2025 (una senza data).
  • Valutazione tecnica europea di una resina liquida per coperture a base di polimetilmetacrilato, 2017, p. 2.
  • Brochure sui sistemi di copertura classificati Broof di un produttore, 2021, p. 10.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.



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Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
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