Una ex cucina semi interrata sotto un pendio, un risanamento del 2015 che non aveva fermato l’acqua, e il sistema che nel giugno 2020 ha ripreso il problema dalle cause. Sei anni dopo la parete è in ordine e per quella stanza non è più arrivata una chiamata.

il golfo di Trieste visto dal cantiere
Fotografia 1. Il golfo, visto dal cantiere in una pausa del primo giorno. Lavorare in certi posti ripaga di molte fatiche.

Nel giugno del 2020 sono stato chiamato per una stanza al piano semi interrato di una casa di Trieste, edificata a ridosso di un pendio. La stanza era una ex cucina di 4,43 per 2,94 metri, alta 2,50, con due pareti contro terra: quella a nord, addossata al pendio, e quella a ovest, che corre sotto il marciapiede esterno. I proprietari lamentavano muffe in avvio, attività biologica, pittura che si sfogliava nella fascia bassa e un’aria che restava pesante anche ad arieggiare. Prima di me c’erano già stati altri interventi, e questo particolare pesava più di tutti i sintomi.

la stanza prima dell'intervento
Fotografia 2. La stanza com’era, prima dell’intervento.
la punteggiatura lungo la parete
Fotografia 3. Prima dell’intervento: la punteggiatura scura affiora lungo la parete.
i segni attraverso la pittura
Fotografia 4. Prima dell’intervento: i segni riaffiorano attraverso la pittura.
un altro punto della stanza
Fotografia 5. Un altro punto della stanza, prima dell’intervento, in basso è presente attività biologica.

Di questo lavoro racconto il metodo, le lavorazioni e i numeri. Per rispetto della committenza non compaiono nomi, indirizzo né riferimenti che possano far riconoscere l’edificio: l’unica indicazione geografica è quella del titolo. Le fotografie dei lavori del 2015 sono della committenza e sono creditate come tali; tutte le altre sono mie. I costi non compaiono: qui interessa quello che si è fatto e perché.

Il cantiere è raccontato anche in un breve video sul mio canale:

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la parete nord al sopralluogo
Fotografia 6. La parete nord al sopralluogo.

Le due mosse del sopralluogo

Quando faccio un sopralluogo per un problema di umidità comincio sempre dalle stesse due mosse, e le racconto perché sono metà del lavoro.

La prima mossa sono le domande mirate. Da quando esiste il fenomeno? C’è sempre stato o è comparso dopo un lavoro? Peggiora con la pioggia, con la stagione, con l’uso della stanza? Arrivo quasi sempre dopo che altri hanno già provato a risolvere, e la storia del problema vale quanto il suo stato presente: un sintomo che riappare dopo un risanamento dice una cosa diversa da un sintomo comparso dal nulla.

La seconda mossa è farmi consegnare le fotografie. Foto della costruzione, foto delle ristrutturazioni, foto di ogni intervento precedente: tutto quello che può essere utile per capire come è fatta la parete e che cosa le è già stato fatto. Sono documenti che il committente ha quasi sempre nel telefono e che valgono più di molte ipotesi. In questo caso la committenza mi ha girato le immagini dei lavori del 2015, e sono state quelle a spiegare il problema.

Quello che raccontavano le foto del 2015

Le immagini consegnate dalla committenza documentano un intervento di cinque anni prima. Dietro la parete nord esiste un’intercapedine a cielo aperto: un cavo stretto fra il muro della casa e un muro di controripa che trattiene la terra del pendio. L’intercapedine c’era già, non l’hanno scavata nel 2015. In quell’occasione però l’hanno riempita di pietrame, con l’idea di trasformarla in un drenaggio; contro la parete è stata posata una membrana bituminosa protetta da una membrana bugnata, semplicemente appoggiata, senza risvolti né confinamento in sommità e al piede; sopra tutto è stato eseguito un getto di chiusura con una specie di canale di scolo. E qui sta il difetto più grave: il fondo dell’intercapedine si ferma circa a metà del tratto interrato della parete. Sotto quella quota il muro resta a contatto diretto con la terra del pendio, fino alle fondazioni.

lavori nell'intercapedine, 2015
Fotografia 7. I lavori del 2015 nell’intercapedine.
il cavo stretto e profondo
Fotografia 8. Il cavo visto dall’alto nel 2015: largo poche decine di centimetri, chiuso fra la casa e il muro di controripa. Fotografia della committenza.
la stanza spogliata nel 2015
Fotografia 9. La stessa stanza durante la ristrutturazione del 2015, già stonacata: muratura mista di pietra e mattoni a vista. Fotografia della committenza.

Nel 2020 l’intercapedine si presentava così: pietrame dentro, la bugnata nera contro la parete, il getto sopra. Da fuori non si poteva più fare niente di serio, per la posizione, per la logistica e perché il getto aveva sigillato l’accesso al cavo. Qualunque rimedio andava costruito dall’interno della stanza.

l'intercapedine nel 2020
Fotografia 10. L’intercapedine nel 2020: chiusa in sommità e rivestita con guaina bituminosa.
lo spiraglio del cavo
Fotografia 11. Vista dall’alto del cavedio.
sezione dell'errore
Tavola T1. La sezione dello stato di fatto: l’intercapedine riempita di pietrame si ferma a metà del tratto interrato, la membrana con la bugnata è solo appoggiata, il getto chiude tutto. L’acqua del pendio passa sotto il pacchetto e bagna il piede della parete.

Chi l’aveva già scritto: Vitruvio e il giudice French

Questo errore ha una soluzione corretta scritta da più di duemila anni, e con due firme precise.

Vitruvio, ingegnere militare e architetto romano del primo secolo avanti Cristo, dedica un capitolo del De architectura proprio alle pareti umide e ai locali contro terra (libro VII, capitolo 4). Per le stanze al piano prescrive un secondo muro sottile, staccato dal primo, e fra i due un canale che deve stare “più in basso del piano della stanza” (inferior quam libramentum conclavis, nella lettera del testo) con sfiati “verso un luogo aperto”. Per gli ambienti sotterranei aggiunge aperture di ventilazione in basso e in alto, e avverte che senza quegli sfoghi l’umidità raggiunge anche l’opera nuova. Duemila anni fa il progetto dell’intercapedine conteneva già i due requisiti che nel 2015 sono mancati: il fondo del cavo sotto la quota del piano interno, e l’aria che entra ed esce.

Il pietrame merita lo stesso trattamento storico. Henry Flagg French, avvocato e giudice del New Hampshire, agricoltore per passione e padre dello scultore del Lincoln Memorial, pubblica nel 1859 a New York Farm Drainage, il libro che darà il nome ai dreni alla francese. French lo scrive con chiarezza da giudice: un dreno funziona se ha un condotto sul fondo, una pendenza costante e un recapito libero, e “il recapito è il punto dove, più di ogni altro, un dreno si guasta” (pagina 176). Sul riempimento di sole pietre documenta che già ai suoi tempi chi drenava aveva abbandonato il pietrame sopra i condotti, pratica “costosa e inutile” (pagina 118), che la sabbia trascinata dall’acqua è la prima causa di intasamento e che i dreni in pietrame verso le cantine finiscono infestati da topi e ratti. Un mucchio di pietre dentro un cavo, senza condotto, senza pendenza organizzata e senza recapito in basso, non drena: si satura, trattiene fango e umidità e li tiene appoggiati alla parete.

Nel nostro caso i due errori si sono sommati. Il cavo non scendeva fino in fondo, quindi l’acqua del pendio passava sotto al pietrame, sotto alla membrana e arrivava senza ostacoli al piede della parete. E il pietrame senza recapito tratteneva l’umidità di ogni pioggia, trasformando l’intercapedine in un serbatoio umido permanente addossato al muro.

Il doppio danno della membrana non confinata

Sulla membrana va detta una cosa in più, perché è un errore che rivedo spesso. Una membrana bituminosa appoggiata alla parete e non confinata, cioè senza risvolto al piede, senza fissaggio e sigillatura in sommità e senza continuità con un sistema di raccolta, produce due danni insieme.

Il primo è ovvio: non ferma l’acqua. I percorsi restano aperti al piede e ai bordi, e l’acqua che scende dal pendio li trova.

Il secondo è meno ovvio ed è il più insidioso: una volta che la parete si è bagnata, quello strato impermeabile le impedisce di asciugare verso il cavo. L’evaporazione verso l’esterno è bloccata dal bitume, e l’unica via di uscita dell’acqua diventa la faccia interna della stanza, cioè esattamente la superficie che si vorrebbe proteggere. Ne ho scritto a proposito delle murature chiuse dal lato sbagliato nell’articolo sulla condensa interstiziale: impermeabilizzare male è peggio che non impermeabilizzare, perché l’acqua che entra non ha più da dove uscire, se non dentro casa.

Le patologie, una per una

Il quadro clinico della stanza metteva insieme sei voci. Le ripercorro con i loro meccanismi, perché il sistema di risanamento risponde voce per voce.

Umidità di risalita. L’acqua liquida sale nei capillari della muratura per tensione superficiale, contro gravità, e evapora dalla superficie lasciando in parete i sali che trasportava. In questa stanza la risalita era di tipo secondario: non la falda sotto le fondazioni, ma l’acqua messa a disposizione dal serbatoio umido dell’intercapedine e dal terreno a contatto con la parte bassa della parete. La fisica del fenomeno, da Hall e Hoff in giù, l’ho raccontata nella storia della risalita e dei sistemi per fermarla.

Umidità di contatto. Qui serve una distinzione che decide il progetto. Dentro la stanza non c’era percolamento, cioè acqua liquida che attraversa la parete e cola: c’era una parete tenuta costantemente umida dal contatto con un mezzo bagnato, il pietrame e la terra oltre il muro. La differenza si vede con gli occhi e con le domande: il percolamento fa rigagnoli, pozze, aloni che seguono un punto di ingresso; il contatto fa una fascia uniformemente umida che non cola mai. Il rimedio cambia di conseguenza: contro il percolamento si lavora di sigillatura localizzata, contro il contatto serve una difesa continua della superficie interrata. Per orientarsi fra le acque di un edificio rimando alla diagnosi differenziale della risalita.

I sali igroscopici. Ogni risalita è anche una questione di sali: cloruri, nitrati, solfati che l’acqua deposita in parete e che restano lì quando l’acqua evapora. I sali fanno due danni. Cristallizzando nei pori rompono meccanicamente intonaci e pitture, ciclo dopo ciclo, come ho documentato nell’articolo su come si contano i cicli, non i sali. E richiamano acqua dall’aria: il cloruro di sodio, il sale del mare, sta in equilibrio con un’aria al 75,29 per cento di umidità relativa a 25 gradi (75,47 a 20 gradi, secondo le misure di Lewis Greenspan pubblicate nel 1977 sul Journal of Research del National Bureau of Standards, tabella 2). Sopra quella soglia il sale si scioglie da solo con l’umidità dell’aria e bagna la parete anche senza risalita. In una casa a poche decine di metri dal mare i cloruri dell’aerosol marino sono attesi; dichiaro però che su questo muro non è stata eseguita un’analisi di laboratorio dei sali, e le efflorescenze si sono viste a vista già prima della demolizione (Fotografia 18).

Esfoliazione della pittura e degrado delle malte. I termini sono quelli della UNI 11182, la norma italiana che dà il lessico delle forme di alterazione: esfoliazione per il distacco in scaglie della materia pittorica, disgregazione per le malte che perdono coesione e si sfarinano. Il meccanismo qui era doppio: acqua liquida che migra verso la superficie interna e sali che cristallizzano proprio al confine fra intonaco e pittura, dove l’evaporazione si concentra.

Muffa e attività biologica. La muffa non ha bisogno di acqua liquida: le basta un’umidità relativa alta sulla superficie, protratta nel tempo. Klaus Sedlbauer, nella tesi sviluppata al Fraunhofer Institut für Bauphysik (2001), ha tracciato le isoplete limite di germinazione: per i substrati edilizi le curve corrono fra il 75 e l’80 per cento di umidità relativa superficiale alle temperature ordinarie. Una parete fredda perché bagnata, in una stanza semi interrata con poco ricambio, porta l’aria a ridosso della sua superficie proprio in quella fascia. Da lì i puntini negli angoli e dietro i mobili, che ho descritto nell’articolo sulla muffa negli angoli e dietro gli armadi.

Umidità relativa alta nell’ambiente. Una parete bagnata cede acqua all’aria per evaporazione, giorno e notte, e l’aria della stanza se la porta addosso. Se la stanza è semi interrata e scambia poco, l’umidità relativa sale e alimenta a sua volta condensa e muffa, in un circuito che si autoalimenta. È lo stesso meccanismo che rende critici gli interrati d’estate, quando l’aria calda e umida entra e trova superfici fredde: ne ho scritto nella condensa estiva negli interrati.

La strategia: le cause prima degli effetti

Escluso l’esterno, il progetto si è ordinato così: prima togliere o governare le alimentazioni d’acqua, poi proteggere la muratura, alla fine ricostruire le superfici. Nell’ordine inverso si fanno i lavori che durano una stagione.

1. Nell’intercapedine, l’unica cosa possibile e utile: dare all’acqua una via d’uscita bassa e all’aria una circolazione, così il cavo smette di essere un serbatoio. 2. Contro la risalita, una barriera chimica a lenta trasfusione alla base delle pareti contro terra, con sbarramenti verticali all’innesto con le murature adiacenti non trattate. 3. Contro l’umidità di contatto, un rivestimento osmotico sulla parte interrata della faccia interna. 4. Contro i sali, una boiacca antisalina sulla parte fuori terra della muratura stonacata, prima di qualunque ricostruzione. 4. Per l’igiene termoigrometrica, pannelli ai silicati di calcio da 3 centimetri incollati sulla parete trattata, rasatura e pittura traspirante, con la ventilazione meccanica centralizzata già presente in casa a governare il ricambio.

Osmotico e boiacca antisalina si susseguono senza interruzione: dove finisce l’uno comincia l’altra, senza muratura scoperta e senza aria fra gli strati. E il silicato è incollato in piena superficie sul pacchetto, non su un’intercapedine.

pianta della stanza e interventi
Tavola T2. La pianta della stanza dal rilievo del 7 giugno 2020, con gli interventi per parete: barriera chimica sulle due pareti contro terra con gli sbarramenti verticali agli innesti, boiacca antisalina sulla parte fuori terra, osmotico sulla parte interrata, pannelli ai silicati di calcio.

Il cantiere, giorno per giorno

Le aperture dell’intercapedine

Nel cavo non si poteva ricostruire niente: il getto sopra, la larghezza di uno spiraglio, il pietrame dentro. Le due cose possibili le ho fatte: l’apertura della parte bassa del cavo, perché l’acqua che si raccoglie defluisca invece di ristagnare nel pietrame; e un estrattore nella parte alta, che mette in movimento l’aria del cavo e porta via l’umidità che vi si accumula. Non è l’intercapedine di Vitruvio: è la versione possibile di quei due requisiti, sfogo dell’acqua in basso e aria estratta in alto, dentro i vincoli lasciati dal 2015. Su come dovrebbe essere fatto un cavo di questo tipo quando lo si può costruire, rimando all’articolo sullo scannafosso.

La barriera chimica, prima di demolire

Il 9 giugno la commessa è partita; il 10 giugno il formulato era in cantiere e sono cominciati tracciamento e foratura. I trucioli usciti dai fori erano bagnati: la controprova più semplice che la parete era alimentata dall’interno. La barriera contro la risalita l’ho eseguita con il metodo della lenta trasfusione: 63 fori orizzontali di circa 22 millimetri di diametro, a interasse di 15 centimetri, a circa 15 centimetri dal pavimento, profondi quasi quanto lo spessore del muro, che qui è di 30 centimetri. In ogni foro un trasfusore collegato a una sacca graduata da un litro e mezzo, appesa in fila con le altre: il formulato, una microemulsione, scende per gravità e in 24 ore viene assorbito dai capillari, dove forma un microreticolo di resina polisilossanica al posto dell’acqua. Il tutto lavora per gravità, senza pompe e senza pressione: 63 sacche per circa 95 litri totali su 9,5 metri di sviluppo murario. La fornitura del formulato è accompagnata da una polizza di 20 anni del produttore sul rapporto fra muratura e quantità di prodotto: un vincolo che obbliga a dosare per spessore e non a occhio.

Dove le pareti trattate si innestano su murature che la barriera non tocca, il capitolato del sistema prevede lo sbarramento verticale: una fila di trasfusori che sale lungo l’innesto, per un’altezza da 1,5 a 2,5 metri. Così l’umidità non aggira il taglio orizzontale passando dal muro a fianco. I 9,5 metri trattati comprendono anche questi tratti verticali.

Un dettaglio di metodo che sorprende sempre chi visita il cantiere: la barriera si fa prima di stonacare, attraverso l’intonaco vecchio. L’intonaco ammalorato fa da cassero ai fori e si porta via, dopo, i residui della lavorazione. Demolire prima significherebbe iniettare in una parete piagata e perdere formulato dalle lesioni aperte. L’ho spiegato per esteso in che cosa ferma la risalita e in come si cura una risalita. E il formulato fa anche un secondo lavoro: smuove e scioglie i sali della muratura, l’evaporazione li richiama verso le vecchie malte, e la demolizione che segue se ne porta via gran parte.

tracciamento della barriera
Fotografia 12. Il tracciamento del 10 giugno sulla parete nord, con la linea dei fori segnata sul vecchio intonaco. La barriera passa attraverso l’intonaco esistente, che verrà demolito dopo.
trasfusori dello sbarramento verticale
Fotografia 13. Lo sbarramento verticale: all’innesto con le murature non trattate i trasfusori salgono in verticale, così l’umidità non passa da muro a muro aggirando il taglio orizzontale.
i trucioli bagnati del foro
Fotografia 14. Il muro bagnato all’interno: i trucioli che escono dal foro del trapano.
le sacche in trasfusione
Fotografia 15. La fila delle sacche graduate in trasfusione sulla parete nord. Ogni sacca serve il suo foro: un litro e mezzo che scende per gravità nell’arco di una giornata.
riempimento delle sacche
Fotografia 16. Il riempimento delle sacche con il formulato. Le tacche graduate permettono di controllare l’assorbimento foro per foro.
la linea dei trasfusori dalla porta
Fotografia 17. La linea dei trasfusori vista dalla porta, durante la posa.
dettaglio della trasfusione
Tavola T3. Il dettaglio della barriera a lenta trasfusione: il foro a 15 centimetri dal pavimento, la sacca graduata, e nel cerchio quello che accade dentro il capillare, dove la resina prende il posto dell’acqua.

La stonacatura, e quello che è apparso

Prima della demolizione, sulle malte della fascia bassa erano evidenti le croste bianche delle efflorescenze saline, la firma dei cicli di cristallizzazione che avevano sfogliato la pittura.

croste saline
Fotografia 18. Prima della demolizione.

Il 15 giugno, a barriera assorbita, la stanza è stata stonacata fino alla muratura: pietra arenaria e mattoni pieni in tessitura mista, con i giunti in malta povera. Il giorno dopo in stanza è entrato un deumidificatore da cantiere da 11 litri al giorno, per assistere l’asciugatura della muratura messa a nudo.

la muratura stonacata
Fotografia 19. La parete nord stonacata il 15 giugno: muratura mista di pietra e mattoni pieni. La barriera è già in parete, sotto, e lavora mentre il cantiere prosegue.
la muratura dopo la demolizione delle malte
Fotografia 20. La muratura pulita, pronta a ricevere il passo successivo.

La boiacca antisalina

Dal 17 giugno, sulla parte fuori terra della muratura stonacata, è stata applicata a pennello la boiacca antisalina, due o tre mani fresco su fresco, additivata con il promotore d’ancoraggio. Il suo compito è impedire che i sali residui della muratura migrino nel pacchetto nuovo: un intonaco posato direttamente su una muratura salina si bagna d’impasto, idrata i sali, e se li ritrova in superficie alla prima stagione. La boiacca fa da filtro fra la storia salina del muro e tutto quello che viene dopo. Dei meccanismi con cui una malta tiene testa all’acqua ho scritto nel dettaglio a proposito delle malte impermeabili.

L’osmotico sulla parte interrata

Sulla parte interrata della faccia interna, quella a contatto con il pietrame e con la terra oltre il muro, la protezione è un rivestimento osmotico applicato in due mani: un cementizio che penetra nei pori del supporto e fa da difesa continua contro l’umidità di contatto. È la risposta alla voce di diagnosi che non era risalita: la parete bagnata per contatto va schermata su tutta la superficie interrata, non solo alla base. Del funzionamento e dei limiti di questi cementizi ho scritto nell’articolo sul cemento osmotico.

Qui vale una regola generale del mio lavoro, con la sua eccezione documentata. Sulle pareti interamente contro terra l’osmotico o la boiacca impermeabilizzante li accompagno sempre con un rivestimento polimero modificato bicomponente elastico, che dà flessibilità al sistema e copre le microlesioni da assestamento. In questa stanza la parete non era tutta contro terra, e quel passaggio non serviva: il pacchetto rigido bastava al carico di questa situazione.

osmotico sulla fascia bassa
Fotografia 21. Il rivestimento osmotico sulla parte interrata, dopo la prima mano e in attesa della seconda: la difesa continua contro l’umidità di contatto, dove il muro confina con pietrame e terra.
l'ultima mano di boiacca e osmotico
Fotografia 22. L’ultima mano di boiacca antisale e osmotico.

I pannelli ai silicati di calcio

Il 27 giugno sono partiti i pannelli: silicato di calcio da 3 centimetri, incollati in piena superficie direttamente sulla parete trattata, senza intercapedini né strutture. La scelta risponde a due esigenze con un materiale solo. La prima è coibentare: 3 centimetri alzano la temperatura superficiale interna, e una superficie più calda sta più lontana dalle condizioni di condensa e di muffa. La seconda è gestire l’umidità: il silicato di calcio è un materiale capillarmente attivo, cioè assorbe l’eventuale condensa e la ridistribuisce restituendola all’aria nei momenti asciutti, e la ricerca del Fraunhofer IBP (Krus e Sedlbauer) lo classifica fra i materiali più sfavorevoli alla colonizzazione delle muffe, per l’alcalinità e per il comportamento igroscopico: nelle loro prove su pannelli invecchiati la crescita comincia solo sopra un’umidità di equilibrio del 90 per cento. Sono i motivi per cui negli interrati accompagno sempre la coibentazione interna in silicato con una ventilazione che governi il ricambio: le due leve lavorano insieme, mai il pannello da solo.

Il 1 luglio i pannelli avevano le prime due mani di rasante con la rete annegata; la mano di finitura e la pittura traspirante sono arrivate nei giorni successivi, prima della consegna. Tutto il pacchetto deve lasciar passare il vapore, mai richiuderlo dentro.

posa dei pannelli
Fotografia 23. La posa dei pannelli ai silicati di calcio da 3 centimetri, incollati direttamente sulla parete trattata con boiacca e osmotico.
le pareti a posa conclusa
Fotografia 24. Le pareti a posa conclusa, prima della rasatura.
i pannelli e la rete
Fotografia 25. I pannelli e la rete: la rasatura in corso, con la rete che scompare sotto il rasante.
pannelli rasati
Fotografia 26. I pannelli dopo la prima e la seconda mano di rasante con la rete annegata: manca la terza mano, quella di finitura. Nessuna intercapedine, nessun telaio: il pacchetto lavora insieme alla muratura.
sezione del sistema
Tavola T4. La sezione del sistema completo: parte bassa del cavo aperta per l’acqua ed estrattore in alto per l’umidità, barriera chimica alla base, boiacca antisalina sulla parte fuori terra, osmotico sulla parte interrata, silicato da 3 centimetri con rasatura, e il vapore governato dalla ventilazione di casa.

La stanza restituita

Il 7 luglio la stanza era finita e arredata: cabina armadio su una parete, scrivania e libreria sull’altra. La ventilazione meccanica centralizzata della casa, già presente, fa la sua parte sul ricambio; l’estrattore del cavo fa la sua sul serbatoio esterno. Dal primo sopralluogo alla stanza arredata sono passate cinque settimane, di cui quattro di cantiere effettivo.

la stanza finita
Fotografia 27. La stanza restituita all’uso il 7 luglio 2020: studio e cabina armadio. Le pareti trattate sono sotto i pannelli, e continuano a lavorare.

I risultati, con le date

Un risanamento non si giudica alla consegna. Si giudica quando le stagioni hanno fatto il loro giro, e poi un altro.

Nel giugno del 2022 sono tornato in quella casa, chiamato per proseguire il lavoro su altre pareti e per altre verifiche. Ho aperto la porta della ex cucina e ho dato un’occhiata: la stanza era in ordine, le superfici sane, nessuna macchia, nessuna ripresa. Non l’ho fotografata, e lo dichiaro: quel giorno il lavoro stava altrove, e la fotografia di quel sopralluogo ritrae la stanza nuova, con i fori della barriera da eseguire. E il dato che vale più di tutti è il più semplice: da allora, per quella parete, non è più arrivata una chiamata. A oggi, agosto 2026, sono sei anni.

il lavoro prosegue in un'altra stanza
Fotografia 28. Giugno 2022: il lavoro prosegue in un’altra stanza della stessa casa, e sulla parete si vede la fila dei fori della nuova barriera chimica da eseguire.
linea del tempo
Tavola T5. La linea del tempo del caso, dal problema documentato nel 2015 alla situazione attuale, con lo zoom sul cantiere del giugno-luglio 2020. Ogni data viene da una fotografia, da un rilievo o da un documento.

Dico anche che cosa questi risultati non sono. Non ho una campagna di letture al carburo di calcio post intervento. Le registrazioni termoigrometriche delle centraline di casa, a fine lavori e a venti mesi, le lascio fuori da questo racconto in attesa di una verifica sui loro valori. Restano tre fatti: le superfici integre viste a due anni, il lavoro esteso ad altre pareti su richiesta della committenza, e sei anni senza una chiamata. Per come la vedo, è la forma più onesta di collaudo che un cantiere reale possa offrire.

Che cosa insegna questo cantiere

Un drenaggio è un condotto con pendenza e recapito, non un mucchio di pietre. French lo scriveva nel 1859: senza recapito libero in basso il dreno si guasta proprio lì. Il pietrame da solo trattiene l’acqua invece di allontanarla, e appoggia l’umidità alla parete che doveva proteggere.

Un’intercapedine serve se scende sotto il piano interno e se è ventilata. Il canale di Vitruvio sta più in basso del pavimento della stanza e ha sfiati verso l’aperto. Un cavo che si ferma a metà del tratto interrato lascia la metà bassa della parete nella terra, e sposta il problema invece di risolverlo.

Impermeabilizzare senza confinare è peggio che non impermeabilizzare. Una membrana appoggiata lascia entrare l’acqua dai bordi e poi le impedisce di uscire per evaporazione. Il muro resta bagnato più a lungo di prima.

La diagnosi distingue percolamento, contatto e risalita, e il rimedio cambia con la diagnosi. Qui dentro non colava una goccia: c’erano contatto e risalita. Per questo niente resine di sigillatura, e invece barriera, osmotico e boiacca, ciascuno sulla sua causa.

Serve un sistema, non un prodotto. Nessuno dei presidi di questo cantiere, da solo, avrebbe chiuso il caso. La barriera senza la gestione del cavo avrebbe lasciato il contatto; l’osmotico senza barriera avrebbe spinto la risalita più in alto; il silicato senza ventilazione avrebbe solo spostato la condensa. Le sei mosse funzionano perché stanno insieme.

Le date e le misure valgono più degli aggettivi. Questo caso si può raccontare perché ogni passaggio ha una fotografia con la data, un rilievo o un documento. È il motivo per cui chiedo sempre le foto dei lavori precedenti, e per cui fotografo i miei.

Dal cantiere

Il ricordo che mi porto dietro di questo lavoro è il sopralluogo del giugno 2022. Ero lì per altre pareti, con il trapano e la polvere di mattone sul davanzale. A un certo punto ho aperto la porta della ex cucina, ho acceso la luce e sono rimasto un momento sulla soglia a guardare: le pareti bianche, gli angoli puliti, l’aria normale. Due anni prima quella stanza aveva l’aria pesante e le pareti segnate. Ho richiuso la porta e sono tornato al trapano: di quella stanza non c’era più niente da dire, ed era il risultato che volevo.

Domande frequenti

Non si poteva rifare l’intercapedine come si deve?
In questa situazione no. Il getto di chiusura aveva sigillato l’accesso, il cavo è largo uno spiraglio e la posizione non permette mezzi d’opera. Svuotarlo e ricostruirlo avrebbe significato demolire il getto lavorando alla cieca in pochi centimetri. Quando il cavo si può costruire o rifare, la forma corretta è quella dello scannafosso: fondo sotto la quota interna, raccolta con recapito, aria che circola.

Perché la barriera si fa prima di demolire l’intonaco?
Perché l’intonaco vecchio fa da cassero: tiene i fori, contiene il formulato e assorbe i residui della lavorazione. Demolire prima vuol dire iniettare in una parete piagata, perdere prodotto dalle lesioni e lavorare sul supporto peggiore. La demolizione arriva dopo, quando il formulato è in parete. C’è anche un secondo effetto: il liquido in parete smuove e scioglie i sali e, con l’evaporazione, se li porta dietro verso le vecchie malte; quando poi le si demolisce, con le malte se ne va gran parte dei sali.

La barriera da sola non bastava?
No, e il motivo sta nella diagnosi. La barriera, o qualunque altro sistema che ferma la risalita, agisce sull’acqua che sale dal basso. Qui la parete era bagnata anche per contatto sulla fascia interrata, e l’ambiente aveva un problema di sali e di ricambio d’aria. Ogni causa ha avuto il suo presidio: barriera per la risalita, osmotico per il contatto, boiacca per i sali, silicato e ventilazione per l’aria.

Il pannello interno non rischia di fare da cappotto interno freddo, con condensa nascosta dietro?
È il rischio dei sistemi in intercapedine con barriera al vapore, quando la barriera è imperfetta. Il silicato di calcio lavora al contrario: è incollato in piena superficie, senza camera d’aria, ed è capillarmente attivo, quindi l’eventuale condensa al confine viene assorbita e restituita all’ambiente invece di ristagnare. Per questo il sistema va completato da finiture traspiranti e da un ricambio d’aria governato.

Quanto è durato il cantiere?
Cinque settimane dal sopralluogo alla stanza arredata: sopralluogo il 3 e 4 giugno 2020, barriera il 10 e 11, stonacatura il 15, boiacca dal 17, osmotico fra il 19 e il 23, pannelli dal 27, rasatura il 1 luglio, consegna con arredi il 7 luglio.

Che garanzie accompagnano un intervento così?
La fornitura del formulato della barriera è accompagnata da una polizza ventennale del produttore, vincolata al rispetto del rapporto fra muratura e quantità di prodotto. Sul resto mi attengo ai documenti: lo stato delle superfici visto a due anni e l’assenza di richiami a sei. Promesse oltre i documenti non ne faccio.

In sintesi

1. Il caso: ex cucina semi interrata a Trieste, contro un pendio, con muffe in avvio, pittura esfoliata, malte degradate e aria pesante. Due pareti contro terra su quattro; muratura mista da 30 centimetri. 2. La storia decide la diagnosi: le foto del 2015, chieste alla committenza, mostravano un’intercapedine riempita di pietrame, una membrana con bugnata solo appoggiata e un getto di chiusura. Il cavo si fermava a metà del tratto interrato. 3. Il meccanismo: l’acqua del pendio passava sotto il pietrame e sotto la membrana e bagnava il piede della parete; il pacchetto impermeabile non confinato impediva l’asciugatura verso l’esterno. Dentro: risalita secondaria e umidità di contatto, senza percolamento. 4. La regola antica: il canale di Vitruvio sta più in basso del piano della stanza e sfiata verso l’aperto (De architectura VII, 4); il dreno di French vuole condotto, pendenza e recapito (Farm Drainage, 1859). Il 2015 aveva mancato entrambe. 5. Il sistema del 2020, sei mosse: parte bassa del cavo aperta ed estrattore in alto; barriera chimica a trasfusione (63 fori, interasse 15 centimetri, circa 95 litri su 9,5 metri, con gli sbarramenti verticali agli innesti) eseguita prima di stonacare; stonacatura; osmotico in due mani sulla parte interrata; boiacca antisalina in 2-3 mani sulla parte fuori terra, in continuità con l’osmotico; silicato di calcio da 3 centimetri con rasatura e pittura traspirante, con la ventilazione centralizzata a governare il ricambio. 6. La regola con l’eccezione: sulle pareti tutte contro terra l’osmotico va accompagnato da un rivestimento polimero modificato bicomponente elastico; qui la parete non era interamente interrata e il passaggio non serviva. 7. I sali sono igroscopici: il cloruro di sodio riprende acqua dall’aria sopra il 75 per cento circa di umidità relativa (Greenspan 1977). Tenere l’aria interna lontana da quella fascia fa parte del progetto, non è un dettaglio. 8. I risultati documentati: superfici integre al sopralluogo dei due anni, lavoro esteso ad altre pareti su richiesta della committenza, nessuna chiamata in sei anni. Nessuna lettura al carburo post intervento, e valori delle centraline di casa lasciati fuori in attesa di verifica: dichiarato. 9. La lezione generale: prima le cause, poi le superfici; ogni patologia il suo presidio; e ogni passaggio fissato con data e fotografia, perché senza documenti non c’è verifica possibile.

Nota su metodo, dati e riservatezza

Riservatezza. Il caso è reso anonimo. Non compaiono committenza, indirizzo né riferimenti identificativi; la veduta di apertura è ritagliata sull’orizzonte. L’unica indicazione geografica è quella del titolo. Le fotografie dei lavori del 2015 provengono dalla documentazione consegnata dalla committenza e sono pubblicate senza logo, con il credito in didascalia. Le altre fotografie sono mie; nella Fotografia 16 il volto del collaboratore è oscurato.

Fonti dei dati. ✅ Le misure della stanza e le posizioni di porte e finestre vengono dal rilievo di cantiere del 7 giugno 2020. ✅ I numeri della barriera (63 fori, interasse 15 centimetri, 1,5 litri per foro, 9,5 metri di sviluppo, spessore 30 centimetri) vengono dalla scheda di quantificazione della fornitura e dal capitolato del sistema a trasfusione; la polizza ventennale del produttore è agli atti della commessa. ✅ Le date di cantiere vengono dalle fotografie datate e dai documenti di commessa (avvio 9 giugno, fornitura 10 giugno, chiusura della fase principale 26 giugno 2020). ⚠️ La data delle aperture nell’intercapedine non è coperta da una fotografia datata: la lavorazione è documentata, il giorno esatto no.

Limiti dichiarati. ⚠️ Le registrazioni termoigrometriche delle centraline di casa (2020 e 2022) non sono usate in questo articolo, in attesa di una verifica sui loro valori. ⛔ Su questa muratura non è stata eseguita un’analisi di laboratorio dei sali: la presenza di efflorescenze è documentata a vista, la loro natura chimica no. ⛔ Non esiste una campagna di misure al carburo di calcio post intervento: l’esito è documentato da condizioni ambientali, fotografie a distanza di anni e assenza di richiami.

Prodotti. I materiali sono descritti per funzione (formulato in microemulsione per barriera a trasfusione, boiacca antisalina con promotore d’ancoraggio, rivestimento osmotico, pannelli ai silicati di calcio) e non per marchio: i nomi commerciali non aggiungono nulla al metodo, che è quello che qui interessa trasmettere.

Nota sui calcoli e sulle fonti

Le tavole T1-T5 sono generate da `gen_figs.py`, che legge ogni numero da `calcoli.py`: nessun valore è scritto a mano nei disegni. Il registro delle fonti esterne:

  • Vitruvio, De architectura, libro VII, capitolo 4, paragrafi 1-2: il muro di intercapedine con canale “più basso del piano della stanza” e sfiati “verso un luogo aperto”; per gli ambienti sotterranei, aperture in basso e in alto. Testo latino (ed. Rose 1899) e traduzione inglese (Gwilt 1826) su LacusCurtius: penelope.uchicago.edu/Thayer/L/Roman/Texts/Vitruvius/7.html e …/E/Roman/Texts/Vitruvius/7.html. Letto sul testo.
  • Henry F. French, Farm Drainage. The Principles, Processes, and Effects of Draining Land, New York, A. O. Moore & Co., 1859: recapito come punto critico (pagina 176), pendenza costante (pagine 176 e 179), pietrame sopra i condotti abbandonato come pratica costosa e inutile (pagina 118). Testo integrale su archive.org/details/farmdrainage00fren. Letto sul testo. Avvertenza di fedeltà: French non condanna ogni dreno in pietrame; documenta i suoi modi di guastarsi.
  • Lewis Greenspan, Humidity Fixed Points of Binary Saturated Aqueous Solutions, Journal of Research of the National Bureau of Standards, 81A, n. 1, 1977, pagine 89-96, tabella 2: cloruro di sodio in equilibrio al 75,47 per cento a 20 gradi e 75,29 a 25. PDF: nvlpubs.nist.gov/nistpubs/jres/81A/jresv81An1p89_A1b.pdf. Letto sul testo.
  • Klaus Sedlbauer, Prediction of mould fungus formation on the surface of and inside building components, tesi, Universität Stuttgart / Fraunhofer IBP, 2001: isoplete limite LIM per substrati edilizi fra il 75 e l’80 per cento circa alle temperature ordinarie (pagine 84-86). PDF: ibp.fraunhofer.de. Letto sul testo nelle parti citate.
  • UNI 11182:2006, Beni culturali, materiali lapidei naturali ed artificiali, descrizione della forma di alterazione: in vigore dal 13 aprile 2006 (verificato sullo store UNI). ⚠️ Il testo integrale della norma non è stato riletto per questo articolo: i termini usati (esfoliazione, disgregazione, efflorescenza) sono quelli del suo lessico.
  • ⚠️ M. Krus, K. Sedlbauer (Fraunhofer IBP), Innendämmung und Schimmelpilzproblematik: pannelli in silicato di calcio come coibentazione interna capillarmente attiva e sfavorevole alla muffa; crescita su pannelli invecchiati solo sopra il 90 per cento di umidità di equilibrio (pagine 5-6). PDF pubblico su wufi.de; il contributo non riporta anno e sede di pubblicazione, e va citato con questa riserva.
  • ⚠️ WTA, Merkblatt 6-4 (Innendämmung nach WTA I, ed. 2016): citato come inquadramento dei sistemi di coibentazione interna; il testo integrale è a pagamento e non è stato letto.
  • Documenti di cantiere (archivio dell’autore): rilievo quotato del 7 giugno 2020, scheda di quantificazione della barriera, capitolato del sistema a trasfusione, polizza del produttore, fotografie datate 2015-2022.

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L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il libro è disponibile su Grafill e su Amazon.



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di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
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Murature umide: cause e rimedi

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