La muffa nasce sulle superfici fredde, anche con l’igrometro nella norma. Che cosa dice la temperatura di parete, come si legge la soglia di Sedlbauer, quale microclima si forma dietro l’armadio addossato al muro esterno, e come si verifica tutto con due strumenti da cento euro.
Il terzo autunno della stessa macchia
La scena è di un sopralluogo di novembre, in una camera da letto esposta a nord. La padrona di casa indica l’angolo alto fra le due pareti esterne: “L’abbiamo ridipinto due volte, l’ultima con la pittura antimuffa. È tornata anche quest’anno, sempre nello stesso punto”. Sul comodino c’è un igrometro comprato apposta: segna 20 gradi e 55 per cento. Un valore che qualunque tabella di benessere definirebbe corretto.
Poi si sposta l’armadio dalla parete nord, e la storia cambia. Dietro lo schienale la tinta è punteggiata di nero dal battiscopa a mezza altezza, e nella scarpiera accanto due paia di scarpe di pelle hanno un velo grigio sulla tomaia. La signora è sconcertata: “Ma noi arieggiamo tutte le mattine”.
L’igrometro sul comodino non ha sbagliato, e nemmeno la signora. Quel numero descrive però l’aria in mezzo alla stanza, mentre la muffa cresce sulla superficie del muro, e la superficie ha una temperatura sua. Sulla parete fredda l’umidità relativa locale è più alta che al centro della stanza; dietro l’armadio è più alta ancora. La distanza fra la lettura dell’igrometro e le condizioni vere della parete è l’argomento di questo articolo.
Chi vuole la panoramica generale sulle specie di muffa e sugli effetti sanitari la trova nell’articolo dedicato alle muffe indoor. Qui facciamo il passo successivo: la fisica che decide dove la muffa può nascere, i numeri di soglia con le fonti primarie, e la verifica strumentale che chiunque può ripetere.
Chi ha cominciato a studiarla
La muffa nelle case è antica quanto le case. Il primo protocollo scritto sta nel Levitico, capitolo 14: se la macchia compare sui muri si raschiano le pietre e si reintonaca; se dopo l’intervento ricompare, la casa è dichiarata impura e va demolita, con pietre e legname portati fuori città. Tremila anni dopo, la sostanza del protocollo regge ancora: se il rimedio superficiale non tiene, la causa sta nella costruzione. La fisica del fenomeno, però, è diventata una scienza esatta solo di recente, in tre tappe, e ogni tappa ha corretto un errore che circola ancora.
La prima tappa è inglese. Nel giugno 1985 Tony Bravery, micologo del Building Research Establishment, pubblica l’information paper “Mould and its control” con i numeri delle spore: d’estate all’aperto se ne contano circa 50.000 per metro cubo d’aria, d’inverno in una casa sana fino a 500, in una casa ammuffita da 3.000 a 7.000. La conclusione di Bravery è lapidaria: senza umidità non c’è crescita di muffa, e il rischio comincia quando l’umidità relativa resta stabilmente vicina al 70 per cento. Quattro anni dopo il British Medical Journal pubblica lo studio di Platt su 597 famiglie di Glasgow, Edimburgo e Londra: rilevatori indipendenti per le case, questionari sanitari separati per le persone. Umidità nel 30,8 per cento degli alloggi, muffa nel 45,9, e sintomi respiratori più frequenti dove c’era muffa, specie nei bambini. Quello studio tolse dal tavolo un alibi che i tecnici comunali usavano da decenni: la colpa non era dei comportamenti degli inquilini.
La seconda tappa è internazionale e riguarda proprio il rapporto fra muffa e condensa. Fra il 1987 e il 1990 l’Agenzia internazionale dell’energia finanzia l’Annex 14 “Condensation and Energy”, coordinato da Hugo Hens al laboratorio di fisica edile della KU Leuven, con cinque paesi al tavolo, Italia compresa. Il progetto nasce da un imbarazzo: i risanamenti energetici squilibrati degli anni precedenti, serramenti nuovi su muri vecchi, avevano moltiplicato muffe e condense, con il 20 per cento dell’edilizia sociale belga colpita, il 15 di quella olandese, il 25-30 degli alloggi popolari inglesi. Il Sourcebook del 1991 mette nero su bianco due cose. La prima: l’idea tradizionale che per la muffa debba verificarsi condensa, con deposito di acqua liquida, “è stata dimostrata falsa”. La seconda: le superfici sono a rischio quando la loro attività dell’acqua supera 0,80 per periodi prolungati, cioè ben prima della saturazione. È la soglia dell’80 per cento superficiale che ritroveremo in tutte le norme successive, e nello stesso rapporto compare il “temperature ratio”, il rapporto di temperatura che oggi chiamiamo fattore fRsi.
La terza tappa sposta l’attenzione dal muro al fungo. Nel dicembre 1994 Olaf Adan discute a Eindhoven una tesi di dottorato con una micrografia elettronica di Penicillium chrysogenum in copertina, ingrandita 5.700 volte; fra i promotori c’è lo stesso Hens dell’Annex 14. Adan introduce il time of wetness, la frazione di tempo che la superficie passa sopra l’80 per cento di umidità relativa: sotto la metà del tempo la crescita quasi si ferma, sopra accelera. Nel 1999 Antti Hukka e Hannu Viitanen, del centro di ricerca finlandese VTT, pubblicano su Wood Science and Technology il primo modello matematico completo di crescita su legno, con l’indice di muffa da 0 a 6 che si usa ancora. E nel 2001, all’Università di Stoccarda, Klaus Sedlbauer discute la tesi che è diventata il riferimento di tutti: “Vorhersage von Schimmelpilzbildung auf und in Bauteilen”, la previsione della formazione di muffa sui componenti edilizi, scritta lavorando al Fraunhofer-Institut für Bauphysik. È la tesi degli isopleti, le curve di uguale tempo di germinazione, e della LIM, la soglia sotto la quale il fungo non parte. Ne parliamo fra poco, perché i suoi numeri sono il cuore della verifica.
Chiude il cerchio l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2009, con le linee guida su umidità e muffa negli ambienti interni: evidenza epidemiologica sufficiente per l’associazione con asma, infezioni respiratorie e sintomi delle vie aeree, e nessuna soglia di spore “accettabile”. La raccomandazione dell’OMS è prevenire l’umidità persistente sulle superfici, senza fissare un valore limite di spore: un obbligo di superfici asciutte.
In mezzo, le norme. Il metodo di calcolo è diventato standard con la ISO 13788, prima edizione 2001, seconda edizione 2012, recepita in Italia come UNI EN ISO 13788:2013, in vigore dal giugno 2013. In Italia la verifica è obbligatoria: il decreto requisiti minimi del 26 giugno 2015 impone, per ogni intervento sulle strutture opache verso l’esterno, la verifica dell’assenza di rischio di muffe secondo quella norma; il suo aggiornamento, il DM 28 ottobre 2025 in vigore dal 3 giugno 2026, la ribadisce e aggiunge l’obbligo di verificare sia la sezione corrente sia il ponte termico, con la UNI EN ISO 13788 per il criterio e la UNI EN ISO 10211 per il calcolo delle temperature negli angoli.
Le parole, una per una
Temperatura di superficie. È la temperatura del primo decimo di millimetro del muro, quella che tocchereste con il palmo. D’inverno è sempre più bassa della temperatura dell’aria, perché il muro disperde verso l’esterno. Quanto più bassa, dipende da quanto il muro isola e da quanto l’aria della stanza riesce a lambirlo.
Umidità relativa alla superficie. L’aria a contatto con il muro contiene lo stesso vapore dell’aria della stanza, ma sta alla temperatura del muro. Siccome l’aria fredda satura prima, la stessa quantità di vapore pesa di più in percentuale: al centro della stanza il 55, sulla parete a 13,5 gradi l’83. Il vapore non è aumentato di un grammo; è cambiato il termometro. Chi vuole la fisica completa di questo passaggio la trova nell’articolo su che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità.
Fattore di temperatura fRsi. È il voto termico di un punto della parete, definito dalla ISO 13788: la differenza fra temperatura della superficie interna e aria esterna, divisa per la differenza fra interno ed esterno. Vale 1 se la superficie sta alla temperatura di casa, 0 se sta a quella di fuori. Un fRsi di 0,80 con 20 gradi dentro e 0 fuori dà una superficie a 16 gradi. Il pregio del fattore è che non dipende dal clima del giorno: è una proprietà del punto di parete, misurabile e confrontabile.
LIM, la soglia di Sedlbauer. Lowest Isopleth for Mould: per ogni temperatura di superficie, l’umidità relativa minima sotto la quale nessun fungo della classe considerata germina, nemmeno aspettando all’infinito. Sedlbauer ne dà una per famiglia di substrati: la LIM I vale per i materiali che nutrono (tappezzerie, cartongesso, pitture con leganti organici), la LIM II per i porosi minerali come gli intonaci. Sulla curva il tempo di germinazione è infinito; sopra, comincia a contare i giorni.
Attività dell’acqua. I micologi non parlano di umidità relativa ma di attività dell’acqua del substrato, aw: è lo stesso numero diviso cento, misurato nel materiale invece che nell’aria. Un substrato in equilibrio con aria all’80 per cento ha aw 0,80. Serve saperlo per leggere le fonti biologiche, e per capire i funghi degli armadi, che a quel numero fanno cose strane.
I numeri veri, e quelli che circolano
La tabella che segue raccoglie le soglie con le fonti primarie. Sono i numeri da cantiere: pochi, ma verificati.
| Grandezza | Valore | Fonte |
|---|---|---|
| Criterio di verifica anti-muffa | UR superficiale media mensile ≤ 80 % | UNI EN ISO 13788, punto 5.3 |
| Rsi per la verifica muffa | 0,25 m²K/W (angoli, mobili, tende) | ISO 13788, punto 4.4.1 |
| Rsi per il calcolo delle dispersioni | 0,13 m²K/W (flusso orizzontale) | EN ISO 6946 |
| LIM I (substrati che nutrono) | 80 % a 10 °C, 79 a 12, 76 a 20, 75 a 25 | Sedlbauer 2001, p. 84 e fig. 34 |
| LIM II (porosi minerali) | 85 % a 10 °C, 80 a 20, 79 a 30 | Sedlbauer 2001, p. 86 e fig. 34 |
| Limite generale negli edifici | niente crescita sotto ~70 % UR | Sedlbauer 2001, p. 38 |
| Xerofili estremi | germinazione da aw 0,65 | Stevenson 2017; Sedlbauer p. 38 |
| Fattore minimo tedesco | fRsi ≥ 0,70 | DIN 4108-2 (condizioni 20 °C, 50 %, fuori -5) |
| Vapore prodotto da una famiglia | da 8 kg al giorno (coppia) a 15 (famiglia numerosa) | IEA Annex 14, Sourcebook, tab. 6.2-6.3 |
| Case italiane con problemi di umidità | 17,1 % della popolazione (2023) | Eurostat SILC, ilc_mdho01 |
E questi sono i tre errori che sento più spesso ripetere nei sopralluoghi, sempre in buona fede.
“La muffa vuol dire condensa”. Falso dal 1991, ed è la frase esatta del rapporto IEA: l’idea che debba formarsi acqua liquida “è stata dimostrata falsa”. La spora germina già fra il 75 e l’80 per cento di umidità superficiale, secondo il substrato e la temperatura. La condensa arriva per ultima: quando vedete le goccioline, quella superficie ha già passato la soglia di muffa, a umidità più basse.
“L’igrometro segna 55, quindi siamo a posto”. L’igrometro descrive l’aria, non le superfici. Con 20 gradi e 55 per cento, ogni superficie sotto i 14 gradi sta già sopra l’80 per cento locale: basta che il muro abbia un fattore di temperatura scadente, o un mobile davanti. Il conto preciso è nella tavola M-01 qui sotto.
“Ci vuole la pittura antimuffa”. I lavaggi fungicidi sterilizzano la superficie, ma il rapporto IEA che li ha esaminati conclude che la maggior parte non protegge oltre poche settimane senza riapplicazione. Sedlbauer aggiunge due cose sui biocidi: dentro casa portano rischi sanitari propri, e hanno effetto selettivo, cioè aprono il posto a specie più resistenti. La strategia che il rapporto IEA chiama primaria, quella con successo duraturo, è un’altra: togliere alle superfici l’umidità relativa alta. Le pitture speciali hanno senso solo dove un vincolo di costo o di struttura impedisce l’intervento vero, e mai sotto la tappezzeria, che le rende inefficaci.

La soglia di Sedlbauer, letta sulla tesi
Il grafico che decide il verdetto è l’isopleto: temperatura di superficie sulle ascisse, umidità relativa locale sulle ordinate, e le curve LIM che separano la zona sicura dalla zona di germinazione. I valori che usiamo qui vengono dalla tesi originale, scaricabile dal sito del Fraunhofer IBP: nel testo Sedlbauer fissa per la LIM I i punti 12 gradi/79 per cento, 25 gradi/75, 30 gradi/76, e dalla figura 34 si leggono circa 80 a 10 gradi e 76 a 20. Sotto i 10 gradi la tesi non tabula valori: nella nostra tavola la curva resta piatta al valore dei 10 gradi, una semplificazione a favore di sicurezza che dichiariamo.
Due avvertenze di lettura, prese anche queste dalla tesi. La prima: le curve valgono per substrati normalmente sporchi, perché la polvere domestica è nutrimento sufficiente; su un materiale fortemente contaminato anche un supporto minerale va valutato con la curva peggiore. La seconda: sotto il 70 per cento di umidità superficiale la tesi esclude la crescita negli edifici per le muffe comuni, ma segnala xerofili spinti che partono dal 65. Sono rari sulle pareti; li ritroveremo, e non per caso, dentro gli armadi.
Sopra la soglia, il tempo. Gli isopleti della figura 34 dicono quanto in fretta: a 20 gradi di superficie la germinazione chiede circa 8 giorni all’80 per cento e un solo giorno al 91; a 10 gradi, 8 giorni all’85 e un giorno al 95. Per questo una parete che supera la soglia solo qualche ora al giorno può restare pulita per anni, mentre dietro un armadio, dove le condizioni sono stabili giorno e notte, la colonia parte in una o due settimane.

La muffa e la temperatura di superficie
La tavola interattiva qui sopra fa il conto per qualunque combinazione: temperatura esterna, aria interna, qualità della parete, con o senza mobile addossato. I cursori usano le stesse formule della ISO 13788 e le soglie della tesi; il tempo di germinazione viene dalle isolinee della figura 34. È una verifica orientativa, non una diagnosi: serve a vedere con le mani perché l’angolo ammuffisce e la parete accanto no.
Il fattore di temperatura, e quanto valgono le pareti vere
Il fattore fRsi mette tutte le pareti sulla stessa scala. Il calcolo con il criterio ISO dà, per una stanza a 20 gradi e 55 per cento di media mensile, un fattore minimo di 0,70 con fuori 0 gradi, e di 0,76 con fuori meno 5. La norma tedesca DIN 4108-2 taglia corto e chiede fRsi non inferiore a 0,70 nel punto peggiore di ogni stanza, dichiarando le sue condizioni: 20 gradi dentro, 50 per cento, meno 5 fuori, superficie critica a 12,6 gradi. Il nostro conto e la soglia tedesca arrivano quasi allo stesso numero per strade diverse, perché sotto c’è la stessa fisica e la stessa soglia dell’80 per cento.
Dove cadono le pareti italiane? L’abaco UNI/TR 11552 delle strutture esistenti dà le trasmittanze tipiche, e la tavola M-05 le converte in fattore: una parete isolata recente sta a 0,94, una cassa vuota del dopoguerra a 0,85, una muratura piena a due teste a 0,80, una pietra spessa a 0,67, una muratura piena a una testa a 0,51. Le ultime due stanno sotto la soglia con qualunque inverno serio: in quelle case l’angolo a nord è una questione di quando, non di se. Ed è la geometria a peggiorare il quadro: nell’angolo fra due pareti esterne la superficie disperde verso fuori su due lati, e la temperatura scende sotto quella della parete corrente; per questo il decreto del 2025 chiede il calcolo del ponte termico con la ISO 10211, e per questo la muffa disegna il triangolo scuro proprio nello spigolo alto.

L’esperimento del quadro
Prima di parlare di armadi, un esperimento che chiunque può fare in cinque minuti, documentato dal progetto tedesco che citiamo nel prossimo paragrafo. In una stanza riscaldata, su una parete verso l’esterno, staccate un quadro appeso da tempo e puntate subito un termometro a infrarossi dove stava: nel rilievo termografico del progetto, la parete libera stava a 17,3 gradi e il rettangolo dietro il quadro a 14,1. Tre gradi e due decimi in meno, per un oggetto spesso un centimetro appoggiato al muro. Un quadro. Poi immaginate che cosa fa un armadio profondo sessanta centimetri, pieno di lana e cotone, con due centimetri d’aria ferma dietro.
L’armadio addossato: la catena delle resistenze
La fisica del mobile addossato è una catena di resistenze in serie. Fra l’aria calda della stanza e la superficie del muro si mettono in fila lo strato d’aria a ridosso del mobile, lo schienale, il contenuto, l’intercapedine ferma dietro: ognuno aggiunge resistenza al calore che dovrebbe scaldare il muro. La conseguenza è misurabile: il muro dietro resta più freddo, e l’umidità relativa a contatto sale.
La norma lo sa da sempre. La ISO 13788 impone di verificare la muffa con una resistenza superficiale interna di 0,25 invece di 0,13, e dichiara il perché nel testo: quel valore rappresenta “l’effetto di angoli, mobili, tende o controsoffitti”. La norma tratta quindi i mobili come un caso previsto, con un numero dedicato. La norma tedesca sulla muffa, la DIN/TS 4108-8 del 2022, dedica ai mobili un punto intero, il 6.5: pareti attrezzate, armadi a incasso, divani e letti con cassone troppo vicini alle pareti esterne, soprattutto negli angoli, creano dietro di sé le condizioni per la crescita.
Poi ci sono le misure, ed è qui che i numeri si fanno seri. Nel 2024 un gruppo della TU di Dublino ha studiato un condominio del 1938 in calcestruzzo di clinker: l’ispezione ha trovato le temperature superficiali più basse proprio dietro i guardaroba e attorno ai mobili fissi. Il confronto fra calcolo e rilievo ha mostrato che i valori delle norme sottostimano il caso reale. A parità di parete, passando la resistenza superficiale da 0,13 a 0,25 a 0,50 a 1,00, la temperatura al giunto scendeva da 15,3 a 13,6 a 11,9 a 10,0 gradi: il mobile a incasso vale la riga peggiore. Il progetto tedesco del quadro, condotto dall’associazione dei falegnami del Baden-Württemberg con un fisico edile, aveva misurato nel 2008-2009 le stesse cose su un muro non isolato da 30 centimetri: dietro l’armadio chiuso la parete stava intorno agli 11 gradi, e i calcoli del catalogo davano, su una parete da U 0,57, superficie a 16,6 gradi da libera, 13,9 con armadio su piedini, 10,1 con armadio a incasso.
Lo stesso progetto ha misurato la cosa più controintuitiva, e per il cantiere più utile: allontanare l’armadio non basta. Fra 5 e 10 centimetri di distanza dal muro, senza aperture, la differenza era quasi nulla, perché in una fessura chiusa l’aria non circola comunque. La configurazione che funzionava era un’altra: zoccolo e cimasa aperti, almeno 300 centimetri quadrati di passaggio sotto e sopra, con 3-5 centimetri di fessura; così l’aria della stanza attraversa l’intercapedine per tiraggio naturale e la parete dietro guadagna 2-4 gradi a parità di punto. L’agenzia federale tedesca per l’ambiente ha trasformato questi risultati in una regola di casa: sulle pareti esterne di edifici poco isolati niente mobili massicci, e comunque mai a meno di 3-5 centimetri. Il progetto dei falegnami dà anche la soglia di tranquillità: da circa 10 centimetri di cappotto, o con trasmittanza migliore di 0,35, arredare le pareti esterne torna a essere libero.
La nostra tavola M-03 mette in fila la catena con i numeri della muratura a due teste: parete libera a 17,7 gradi e 64 per cento, parete con armadio a 12,2 gradi e 91 per cento. Cinque gradi e mezzo di differenza, sulla stessa parete, con la stessa aria. Il mobile isola il muro come farebbe un cappotto, però dal lato del caldo: il muro resta di là, al freddo, e il vapore di casa lo raggiunge lo stesso.

La scarpiera e i funghi del secco
Fin qui la muffa da parete fredda, quella delle curve LIM. Ma dentro un armadio chiuso, o in una scarpiera, la biologia aggiunge un capitolo che spiega i casi che i conti sopra non spiegano: la pelliccia grigia sulle scarpe di cuoio anche quando la parete non è ai numeri della germinazione.
I funghi di quel capitolo si chiamano xerofili, amanti del secco, e il loro campione è Eurotium halophilicum. Le misure di laboratorio pubblicate nel 2017 su Microbial Biotechnology gli attribuiscono una germinazione fino ad attività dell’acqua 0,651, cioè l’equivalente di un 65 per cento di umidità: un mondo sotto le soglie delle muffe da parete. Lo studio del 2022 di Micheluz e colleghi, su Pathogens, ha descritto il suo trucco: il fungo sfrutta la deliquescenza dei sali e microfilamenti che catturano vapore, e in pratica si costruisce da solo il velo umido che l’ambiente non gli dà. Gli stessi autori lo hanno campionato sulle copertine dei libri, pelle, pergamena, tela, cotone, in cinque biblioteche italiane, fra Venezia, Roma, Genova e Torino. Non è un fungo esotico: Samson e van der Lustgraaf lo avevano isolato nella polvere domestica già nel 1978, insieme agli acari. La revisione tassonomica del suo gruppo, la sezione Restricti degli aspergilli, elenca fra gli habitat tipici polvere di casa e di materassi, materiali da costruzione, carta da parati, tessuti, abiti e oggetti in pelle. Cresce anche vicino allo zero, il che con il retro-armadio invernale va d’accordo.
Il quadro della scarpiera, allora, si compone così, e lo dichiariamo per quello che è: le prime due parti sono misurate, la terza è un’inferenza ragionevole che la letteratura non ha ancora verificato su scarpiere vere. Primo: il mobile chiuso contro la parete esterna tiene la sua aria interna più fredda della stanza, quindi a umidità relativa più alta, stabilmente e senza ricambio. Secondo: pelle e tessuti sono igroscopici, trattengono l’umidità delle giornate peggiori e la restituiscono piano, e sono substrati documentati degli xerofili. Terzo: in quel microclima stabile, specie come E. halophilicum e Aspergillus restrictus, che la letteratura colloca in crescita da attività dell’acqua 0,75 circa, trovano le condizioni che sulle pareti di casa non troverebbero. Per questo le scarpe ammuffiscono in armadi di case “asciutte”: le soglie che valgono lì dentro sono altre, e più basse.
Le due fotografie qui sotto vengono da un armadio vero, aperto d’inverno. Nella prima, un giubbino di tessuto ha un velo grigio diffuso su tutta la manica; sul ripiano, accanto, c’è la vaschetta assorbiumidità, comprata apposta: non è bastata, e il perché a questo punto è chiaro. La vaschetta toglie un po’ di vapore all’aria del mobile, ma non cambia la temperatura della parete retrostante, e il microclima freddo e fermo si ricostruisce.

Nella seconda, un giubbotto di pelle: le chiazze biancastre non sono distribuite a caso, seguono le cuciture, il bordo delle tasche e gli orli. Sono i punti dove le pieghe trattengono polvere e residui, dove i trattamenti della pelle offrono nutrimento, e dove il materiale asciuga per ultimo. Il fungo non sceglie: cresce dove le condizioni durano di più.

Le conferme di campo, in Italia, le ha documentate il collega Marco Argiolas, patologo edile, nei suoi casi di studio su muffe e condense. A Desio, in un interrato senza allagamenti e senza condense, i mobili accatastati dal precedente proprietario sono stati aggrediti dalle muffe nel giro di un anno: umidità relativa fra il 70 e l’80 per cento, stabile per mesi, specie xerofile al lavoro, mobili finiti in discarica. In un archivio romano con impianto dedicato e parametri controllati, la specie trovata sui libri era proprio Eurotium halophilicum. E il suo rilievo spiega anche perché queste crescite partono dal basso: d’inverno l’aria vicino al pavimento sta 1-3 gradi sotto quella del soffitto, e lo scambio radiante con pavimenti e muri perimetrali raffredda gli oggetti più vicini alle superfici fredde. Variazioni minime, che alle muffe bastano: si riguardi la foto del mobile qui sotto, con la patina più fitta nella metà bassa dell’anta.

La contromossa segue dalla fisica. La scarpiera va sulla parete interna, non su quella esterna; i mobili chiusi si scostano e si retroventilano come detto sopra; il cuoio si ripone pulito e asciutto, perché il fungo parte dai residui organici della superficie.
Le cinque mosse, misurate
Torniamo alla camera della signora e proviamo le strade possibili, con i numeri. Parete fredda con fattore 0,65, fuori 0 gradi, dentro 20 e 55 per cento: la superficie sta a 13 gradi e all’86 per cento, sopra la soglia, germinazione in quattro giorni.
Deumidificare al 45 per cento porta la superficie al 70: sotto soglia, funziona. Ma chiede di tenere un elettrodomestico acceso tutto l’inverno per compensare un difetto del muro, e al primo guasto la macchia riparte.
Riscaldare a 22 gradi con lo stesso vapore scalda anche la superficie: 78,9 per cento, un soffio sopra la soglia locale, con germinazione oltre le due settimane. Aiuta due volte, sull’aria e sul muro, ma da sola non chiude la partita, e si paga in bolletta.
Ventilare fino al 50 per cento porta la superficie al 78: appena sotto la soglia. La ventilazione è sacrosanta, l’aria di una famiglia va comunque smaltita: il rapporto IEA quantifica da 8 chili d’acqua al giorno per una coppia fino a 15 per una famiglia numerosa, fra cucina, docce, bucato e le persone stesse. Lo stesso rapporto però mostra che il legame fra ricambio e umidità è un’iperbole: sotto un certo ricambio l’umidità schizza, ma oltre un certo ricambio aumentare ancora non abbassa quasi più nulla. E c’è il caso studio belga di Zolder che ogni cantiere di sostituzione serramenti dovrebbe conoscere: infissi nuovi a tenuta, ricambio crollato da 1 volume all’ora a 0,2-0,3, produzione di vapore invariata, muffa nel quartiere.
Scostare l’armadio e retroventilarlo vale 2-4 gradi sulla superficie nascosta: spesso è la mossa che da sola riporta il punto peggiore sotto soglia, e costa zero.
Isolare, portando il fattore a 0,92, mette la superficie a 18,4 gradi e il punto al 61 per cento: fuori dalla zona di rischio con margine, per sempre, con qualunque uso ragionevole della stanza. È l’unica mossa che cura il muro invece di compensarlo, ed è la stessa conclusione dell’OMS: alzare le temperature superficiali interne con l’isolamento è la misura contro la condensa nei climi freddi e temperati.
La gerarchia, dunque: prima la superficie, poi l’aria. Deumidificatore e ventilazione spostano punti percentuali e vanno benissimo come gestione; l’isolamento sposta il verdetto. E il caso Zolder insegna la regola inversa: ogni cantiere che migliora la tenuta all’aria senza ripensare il ricambio deve rifare la verifica di muffa, perché l’equilibrio del vapore si è appena spostato.

Con l’aria a 20 gradi e 55 per cento, ogni superficie sotto i 14 gradi è già in zona muffa. La diagnosi comincia dal termometro puntato sul muro, non dal deumidificatore.
Quando la macchia non è muffa
La macchia scura alla parete ha almeno sei famiglie di cause, e curarne una con il rimedio di un’altra è il modo più rapido per ritrovarla l’anno dopo. La muffa da parete fredda è puntinata, nera o verdastra, vive negli angoli alti e dietro i mobili, peggiora d’inverno. I sali sono polvere o cristalli bianchi che si sfarinano a secco: non sono un organismo, sono il segno che nel muro passa acqua liquida, e la loro storia è raccontata nell’articolo su risalita e sali. C’è anche una ragione chimica per cui la risalita raramente produce muffa, e la annota Argiolas nei suoi casi di studio: le muffe preferiscono acqua povera di sali e leggermente acida, com’è quella di condensa; l’acqua che ha attraversato il terreno arriva invece carica di sali e tende al basico, e i sali accumulati in superficie ostacolano l’attività biologica. La risalita disegna una fascia alla base con il fronte irregolare, stabile tutto l’anno, e ha una diagnosi differenziale sua. L’infiltrazione ha il bordo netto e il calendario delle piogge. La condensa estiva bagna le superfici fredde degli interrati nelle giornate caldo-umide, e ha un articolo dedicato, con una regola che qui anticipiamo: in quelle ore ventilare peggiora. E non tutte le macchie scure sono biologiche, come ricorda l’articolo sulle macchie che sembrano infiltrazioni.
Muffa o no? Il riconoscitore della macchia
Il riconoscitore qui sopra è un orientamento, costruito sulle sei famiglie: rispondete con i bottoni a quello che vedete e ottenete la rosa delle cause compatibili, ordinata, con la verifica da fare per ciascuna. Non sostituisce il sopralluogo: restringe il campo prima.
Come si misura, in cantiere
Servono due strumenti: un termoigrometro da ambiente e un termometro a infrarossi, insieme meno di cento euro. La procedura è nella tavola M-06, e si riassume in quattro passi.
1. L’aria al centro stanza: temperatura e umidità relativa a un metro e mezzo dal pavimento, lontano da caloriferi e finestre. Annotate entrambe. 2. Le superfici sospette con l’infrarosso: angoli alti e bassi delle pareti esterne, spalle delle finestre, cassonetti, e il muro dietro i mobili accostati, scostandoli. Cercate il punto più freddo. 3. Il confronto con la soglia: dalla temperatura e umidità dell’aria si calcola la temperatura di superficie che porta il punto all’80 per cento locale. Con 20 e 55 è 14,1 gradi; con 20 e 50 è 12,6; la tavola interattiva fa il conto per qualunque coppia. Ogni superficie sotto quella temperatura è in zona di rischio. 4. Il contesto: ora, meteo, riscaldamento in regime normale o appena riacceso. Senza contesto la lettura non si interpreta.
Le avvertenze che separano un rilievo da un numero a caso: il termometro a infrarossi legge male metalli e superfici lucide, e su quelle serve una sonda a contatto; la misura va fatta dopo una notte fredda, non dopo una fiammata di calore; e una lettura sola non è la verifica della norma, che ragiona su medie mensili. Il rilievo puntuale dice dove guardare; la verifica di progetto, quella che il decreto richiede, si fa con il calcolo della ISO 13788 e, per gli angoli, della ISO 10211. Sono due livelli dello stesso metodo, e il sopralluogo serio li dichiara entrambi.

In sintesi
1. La muffa è un problema di superficie, non di aria. L’igrometro al centro stanza misura l’aria; la spora germina sul muro, dove l’umidità relativa locale è più alta quanto più la superficie è fredda. 2. La condensa non è la soglia. La germinazione parte fra il 75 e l’80 per cento di umidità superficiale (curve LIM di Sedlbauer); le goccioline al 100 arrivano molto dopo il rischio. 3. Il criterio di legge è l’80 per cento in media mensile sulla superficie (UNI EN ISO 13788), e in Italia la verifica è obbligatoria dal 2015; dal giugno 2026 il DM 28/10/2025 impone anche il calcolo del ponte termico con la ISO 10211. 4. Il fattore fRsi è il voto della parete: sopra 0,76 si sta tranquilli quasi ovunque, sotto 0,70 l’angolo a nord è a rischio con qualunque inverno serio. Muratura piena a due teste: 0,80. Pietra spessa: 0,67. 5. Con 20 gradi e 55 per cento, la linea rossa è 14 gradi di superficie. Qualunque punto più freddo sta sopra l’80 per cento locale. Si misura in un minuto con un termometro a infrarossi. 6. Un quadro toglie 3 gradi alla parete, un armadio fino a 6 e più. Misure tedesche e irlandesi concordano: dietro i mobili accostati la superficie scende anche sotto gli 11 gradi, e la norma ISO tratta i mobili con un Rsi dedicato. 7. Scostare non basta: serve il ricircolo. Fra 5 e 10 centimetri di fessura chiusa non cambia quasi nulla; con aperture sotto e sopra da 300 centimetri quadrati la parete dietro guadagna 2-4 gradi. Minimo assoluto: 3-5 centimetri dal muro. 8. Gli armadi hanno una micologia loro. Gli xerofili come Eurotium halophilicum germinano da attività dell’acqua 0,65 e colonizzano pelle e tessuti: per questo le scarpe ammuffiscono anche in case con l’igrometro a posto. 9. Sull’aria si gestisce, sulla parete si risolve. Deumidificare e ventilare tolgono punti percentuali e restano doverosi; l’isolamento porta la superficie fuori dalla zona di rischio in modo permanente. Le pitture antimuffa da sole durano settimane. 10. Ogni miglioramento di tenuta all’aria chiede di rifare i conti. Serramenti nuovi con ricambio crollato e vapore invariato: è la ricetta documentata del caso Zolder, 1991, e dei condomini di oggi.
Dal cantiere
Il triangolo scuro nell’angolo alto lo riconosco prima di suonare il campanello, da come è orientata la casa. Da quando giro con il termometro a infrarossi in tasca, la conversazione nei sopralluoghi è cambiata: non discuto più di colpe, faccio leggere al proprietario i due numeri, quello dell’aria e quello del muro, e la spiegazione arriva da sola. La signora della camera a nord ha scostato l’armadio di cinque centimetri con due aperture a zoccolo e cimasa, e la parete dietro ha guadagnato i suoi gradi; per l’angolo, che restava sotto soglia solo a riscaldamento alto, si è messa in conto la correzione del ponte termico. La pittura antimuffa, la terza, non è più stata comprata.
Domande frequenti
Perché la muffa cresce proprio dietro l’armadio e non sulla parete accanto?
Perché il mobile isola il muro dal calore della stanza: la superficie dietro scende anche di 5-6 gradi rispetto alla parete libera, e l’umidità relativa locale sale di 20-30 punti. Le misure irlandesi del 2024 hanno trovato i punti più freddi di interi alloggi proprio dietro i guardaroba.
Basta scostare l’armadio dal muro?
La distanza da sola serve a poco: fra 5 e 10 centimetri, senza ricircolo, le misure tedesche non trovano quasi differenza. Funziona la fessura ventilata: 3-5 centimetri con passaggi d’aria in basso e in alto, almeno 300 centimetri quadrati, così l’aria della stanza attraversa e scalda la parete.
Il deumidificatore risolve?
Abbassa l’umidità dell’aria e quindi anche quella alla superficie: nei nostri conti, passare dal 55 al 45 per cento porta il punto critico sotto soglia. Ma è una compensazione a motore acceso di un difetto del muro: appena si spegne, o si guasta, le condizioni tornano. La soluzione stabile è alzare la temperatura della superficie, cioè isolare.
La pittura antimuffa funziona?
Come sterilizzazione iniziale sì, come soluzione no: i lavaggi fungicidi esaminati dal rapporto IEA non proteggono oltre poche settimane senza riapplicazione, e i biocidi indoor portano rischi propri e selezionano specie resistenti. Se la causa termica resta, la macchia torna.
Perché le scarpe ammuffiscono nella scarpiera se la casa è asciutta?
Perché nel mobile chiuso contro una parete fredda l’aria è stabilmente più umida che nella stanza, pelle e tessuti trattengono umidità, e lì vivono funghi xerofili che germinano già dal 65-75 per cento: soglie che le muffe da parete non raggiungono. Scarpiera sulla parete interna e cuoio riposto pulito e asciutto.
D’estate in cantina vale lo stesso ragionamento?
Il meccanismo è lo stesso, superficie fredda e aria umida, ma il calendario si rovescia: d’estate l’aria esterna è carica e le pareti controterra sono fredde, quindi ventilare nelle ore caldo-umide porta dentro acqua. Il caso ha un articolo dedicato, con le regole per ventilare al momento giusto.
Nota sui calcoli e sulle fonti
Tutti i numeri di testo, tavole e strumenti interattivi escono da un unico script di calcolo. La saturazione segue la UNI EN ISO 13788, appendice E; le resistenze in serie la EN ISO 6946; le soglie LIM e le isolinee dei tempi vengono dai valori della tesi di Sedlbauer citata sotto. Lo script è controllato con due formulazioni indipendenti della saturazione (Magnus Alduchov-Eskridge e Buck 1996), con scarti sotto lo 0,2 per cento. Le trasmittanze delle pareti tipiche vengono dall’abaco UNI/TR 11552:2014 nella riproduzione della guida STIMA10 (2018). Il caso a fattore 0,65 e le cinque mosse sono esempi calcolati con condizioni dichiarate, non medie climatiche di una località.
Fonti primarie lette per intero o nei punti citati:
- ✅ K. Sedlbauer, Vorhersage von Schimmelpilzbildung auf und in Bauteilen, tesi di dottorato, Università di Stoccarda / Fraunhofer IBP, 2001 (PDF ufficiale Fraunhofer, edizione tedesca e traduzione inglese). Valori LIM dal testo (pp. 84 e 86) e dalla figura 34, letta con calibrazione sulle griglie, tolleranza circa un punto percentuale; classi di substrato da tabella 14; biocidi pp. 16 e 24; soglie generali p. 38.
- ✅ ISO 13788:2012 (UNI EN ISO 13788:2013), punti 3.1.2, 4.4.1, 5.1-5.3, letti sull’anteprima ufficiale; la citazione su angoli, mobili e tende è testuale dal punto 4.4.1. ⚠️ L’appendice E è verificata nell’esistenza e nel titolo; i coefficienti sotto zero non sono stati riscontrati sul testo integrale.
- ✅ IEA Annex XIV, Condensation and Energy: Sourcebook, KU Leuven, marzo 1991 (PDF ufficiale IEA EBC, 337 pagine): la frase sulla condensa “dimostrata falsa” (cap. 2), la soglia aw 0,80, le tabelle del vapore domestico (cap. 6), l’iperbole della ventilazione e il caso Zolder (cap. 4), i fungicidi (pp. 2.21-2.23). ⚠️ Il volume gemello Guidelines and Practice (1990) è stato solo scaricato e riscontrato, non studiato per intero.
- ✅ O.C.G. Adan, On the fungal defacement of interior finishes, tesi di dottorato, TU Eindhoven, 1994 (PDF dal repository TU/e): time of wetness e soglia 0,5 dal Summary.
- ✅ A. Hukka, H.A. Viitanen, A mathematical model of mould growth on wooden material, Wood Science and Technology 33, 1999: estremi e impianto verificati su Springer e sul paper ASHRAE 2007 degli stessi autori (letto); ⚠️ il testo integrale del 1999 è dietro abbonamento e non è stato letto.
- ✅ A.F. Bravery, Mould and its control, BRE Information Paper, giugno 1985 (scansione integrale, archivio AIVC). Il numero d’ordine dell’information paper non è riportato perché non verificato.
- ✅ S.D. Platt et al., Damp housing, mould growth, and symptomatic health state, BMJ 298, 1989 (record e abstract PubMed Central).
- ✅ OMS, WHO guidelines for indoor air quality: dampness and mould, 2009 (testo integrale e executive summary): conclusioni sanitarie, assenza di valori guida, tabella 1 del capitolo 2 per le classi di fabbisogno idrico delle specie.
- ✅ ISO 13788: criterio DIN. La DIN 4108-2:2013-02 con fRsi 0,70 e condizioni al contorno è riscontrata su tre fonti istituzionali tedesche concordi (Comune di Monaco, dena, catalogo BV Porenbeton); ⚠️ il testo della norma, a pagamento, non è stato letto, e da maggio 2026 vige la nuova edizione 2026-05, di cui non abbiamo potuto verificare il criterio.
- ✅ DM 26 giugno 2015, Allegato 1, par. 2.3 comma 2 (testo letto sulla Gazzetta Ufficiale, S.O. 39 alla GU 162/2015); ✅ DM 28 ottobre 2025 (GU 283/2025), art. 8 e 11 e nuovo Allegato 1 par. 2.3: verifica muffe con ISO 13788 e ponti termici con ISO 10211, in vigore dal 3 giugno 2026.
- ✅ G. Carvill, J. Little, A. Lundberg, Incomplete resistance: ventilation, mould growth and built in furniture in a 1930’s Dublin clinker concrete apartment building, 44a conferenza AIVC, Dublino 2024 (PDF integrale): temperature al giunto per Rsi 0,13/0,25/0,50/1,00. ⚠️ I valori Rsi 0,50-1,00 sono attribuiti dal paper alla DIN 4108-8, che non abbiamo letto direttamente.
- ✅ V. Hägele, Schimmelpilze hinter Möbeln: eine Praxishilfe zur Vermeidung, Landesfachverband Schreinerhandwerk Baden-Württemberg, progetto 2008-2009 (PDF integrale): termografia del quadro, misure dietro l’armadio, prove di retroventilazione, soglie di tranquillità. Rapporto tecnico di categoria con metodo dichiarato, non rivista con revisione paritaria: lo segnaliamo.
- ✅ Umweltbundesamt, pagina ufficiale sulle distanze mobili-parete (3-5 cm).
- ✅ DIN/TS 4108-8:2022-09, punto 6.5 sui mobili: incipit letto sull’anteprima dell’editore autorizzato; ⚠️ il seguito del paragrafo è a pagamento.
- ✅ A. Stevenson et al., Microbial Biotechnology 10, 2017 (open access): germinazione di E. halophilicum ad aw 0,651. ✅ A. Micheluz et al., Pathogens 11, 2022 (open access): deliquescenza e biblioteche italiane. ✅ R.A. Samson, B. van der Lustgraaf, Mycopathologia 64, 1978 (abstract): polvere domestica. ✅ F. Sklenář et al., Studies in Mycology 88, 2017 (open access): habitat della sezione Restricti. ✅ G.M. Gadd, M. Fomina, F. Pinzari, MMBR 88, 2024 (open access): crescita verso 0 gradi. ⚠️ Per Aspergillus restrictus il minimo aw 0,75 è di letteratura consolidata (Snow 1949, ripreso da Pitt e Hocking), ma il manuale di Pitt e Hocking non è stato letto direttamente. ⚠️ Micheluz 2015 (International Biodeterioration & Biodegradation) è citato solo negli estremi, verificati su Crossref.
- ✅ B. Andersen et al., Applied and Environmental Microbiology 77, 2011 (open access): specie sui materiali danneggiati. ✅ W.J. Fisk et al., Indoor Air 17, 2007 (abstract): odds ratio 1,34-1,75. ✅ M.J. Mendell et al., EHP 119, 2011 (open access).
- ✅ Eurostat, EU-SILC, dataset ilc_mdho01, aggiornamento giugno 2026, interrogato via API: Italia 17,1 per cento nel 2023. La serie italiana ha un salto metodologico fra 2019 e 2020: i confronti nel tempo vanno fatti con cautela.
- ✅ M. Argiolas, patologo edile, Le situazioni più frequenti: casi di studio sulla formazione di muffe e condense, Modalità di diagnosi e La muffa e il cartongesso (articoli tecnici, letti integralmente; dello stesso autore Muffe e condense negli edifici, Maggioli). Letteratura professionale, non rivista con revisione paritaria: da qui i casi di campo italiani di Desio e dell’archivio romano, l’asimmetria radiativa con la stratificazione di 1-3 gradi, la nota su sali e pH e il richiamo al Levitico. La fotografia del mobile di Desio è dell’autore, pubblicata con il suo credito.
- ⚠️ Le misure del progetto dei falegnami sul guadagno di 2-4 gradi con retroventilazione sono lette dal grafico del rapporto, con le cautele del caso. ⛔ Non abbiamo trovato studi primari su E. halophilicum dentro scarpiere domestiche: quel passaggio è dichiarato come inferenza nel testo. ⛔ La BS 5250 sulle tabelle di vapore non è stata verificata e non è citata nei numeri.
I richiami interni portano agli articoli di questo sito citati nel testo; gli indirizzi delle fonti esterne sono disponibili su richiesta in forma integrale.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




