Molte cantine sono più bagnate ad agosto che a novembre, e la causa quasi mai è l’acqua del terreno: è l’aria calda fatta entrare apposta per asciugare. I numeri del fenomeno, il confronto fra due temperature che dice quando si può aprire, e il rimedio con cui io rendo stabile il risultato nei miei cantieri: coibentare le pareti interrate dall’interno e governare l’aria con una VMC.
La finestra aperta tutto luglio
La chiamata parla di infiltrazione in una taverna seminterrata. Sul posto il quadro è questo: pavimento che luccica di umido, gocce appese al tubo dell’acqua fredda, muffa sugli scatoloni appoggiati a terra, odore di chiuso. Il proprietario indica le finestrelle e spiega di tenerle aperte da settimane, tutto il giorno, proprio per far respirare il locale. Più apre, dice, e peggio è. Ha ragione sul fatto, e la spiegazione sta in due misure che si fanno in cinque minuti.
Fuori, nel pomeriggio, il termoigrometro legge trenta gradi e sessanta per cento di umidità relativa. Sulla parete controterra, il termometro a contatto legge diciassette gradi. Quell’aria esterna ha la temperatura di rugiada a 21,4 gradi: sotto quella soglia comincia a lasciare acqua liquida su qualunque cosa tocchi. La parete sta più di quattro gradi sotto. Ogni metro cubo d’aria che entra dalla finestrella incontra superfici più fredde del proprio punto di condensazione, e ci scarica sopra una parte del suo vapore.
Questo locale non sta prendendo acqua dal terreno. La sta ricevendo dall’aria, consegnata dalla ventilazione fatta nelle ore sbagliate. È un meccanismo con quasi tre secoli di scienza alle spalle, numeri semplici da verificare, e una regola di governo che sta in una riga.
Chi ha cominciato a studiarla
Nel 1751, a Montpellier, il medico e accademico Charles Le Roy fa l’esperimento che fonda tutto il discorso. Raffredda un recipiente metallico aggiungendo acqua fredda e ghiaccio, poco alla volta, finché sulla parete esterna compare il velo d’appannamento; a quel punto legge il termometro immerso nell’acqua. Quella lettura è la prima misura di quello che Le Roy chiama il grado di saturazione dell’aria, e che oggi chiamiamo temperatura di rugiada. Il resoconto sta nella sua memoria sull’acqua sospesa nell’aria, pubblicata negli atti dell’Académie Royale des Sciences di Parigi, alle pagine 481-518. Una parete controterra d’agosto è il suo esperimento in scala reale: il recipiente freddo è il muro, e l’appannamento è la cantina bagnata.
Cinquant’anni dopo, nel 1801, John Dalton dimostra che il vapore non è “trattenuto” dall’aria ma ha una propria pressione, che dipende solo dalla temperatura. È il fondamento di tutte le formule usate qui, e l’ho raccontato per esteso nell’articolo sulle quattro grandezze dell’umidità.
La condensa entra nella diagnostica edilizia italiana con Giovanni e Ippolito Massari, padre e figlio, a Roma, che dagli anni Cinquanta costruiscono una scuola su un principio allora poco praticato: prima si dà un nome all’umidità, distinguendo condensa, risalita e infiltrazione, e solo dopo si sceglie la cura. Il loro manuale, il Risanamento igienico dei locali umidi pubblicato da Hoepli nel 1959, dedica capitoli interi alla condensa, a come si scalda e a come si ventila un locale umido, e chiude con i casi tipici diagnosticati. Nel 1993 l’ICCROM, il centro intergovernativo per la conservazione nato in seno all’UNESCO, dove Giovanni Massari insegnò a lungo, lo tradusse in inglese come Damp Buildings, Old and New, e ne fece il riferimento internazionale della materia.
Il tassello del terreno arriva nel 1965 da Tokuo Kusuda e Paul Achenbach, del National Bureau of Standards americano. Analizzando le serie di temperatura del suolo di 63 stazioni, ricavano il modello che si usa ancora oggi nei software di simulazione energetica: sotto la superficie l’onda annuale delle stagioni sopravvive smorzata e in ritardo, tanto più quanto si scende, con ampiezze e ritardi misurati stazione per stazione. È il motivo esatto per cui una parete appoggiata al terreno resta fresca in piena estate.
Nel 2001, a Stoccarda, Klaus Sedlbauer pubblica la dissertazione che dà alla muffa le sue soglie: le isoplete, curve che dicono, per ogni coppia di temperatura e umidità relativa alla superficie, se una spora può germinare e in quanto tempo. Il lavoro, svolto al Fraunhofer Institut für Bauphysik, considera le specie fungine rilevanti negli edifici e lega il rischio al substrato: serve sapere che la muffa non aspetta la condensa, parte prima, quando la superficie è ancora asciutta al tatto.
Due anni dopo, Chris de Freitas e Adrian Schmekal misurano la condensa dove nessuno la vedeva: sulle pareti della grotta turistica di Waitomo, in Nuova Zelanda. Il loro lavoro sull’International Journal of Climatology mostra come misurarla e come prevederla con un modello numerico, stagione per stagione, su superfici che stanno alla temperatura del sottosuolo. È lo stesso fenomeno della cantina, studiato in un laboratorio naturale. Il quadro fisico completo della condensa sulle superfici fredde sta nel Microclimate for Cultural Heritage di Dario Camuffo (Elsevier, terza edizione 2019), il manuale su cui lavora chi conserva i monumenti.

Le tre grandezze che decidono
Per governare la condensa estiva servono tre numeri, non di più.
La temperatura di rugiada dell’aria esterna è la temperatura sotto la quale quell’aria comincia a bagnare le superfici che tocca: è il numero del bicchiere freddo che si appanna. La calcola qualunque termoigrometro da cantiere, oppure si ricava da temperatura e umidità relativa con le formule di questo articolo.
La temperatura di superficie della parete è il secondo termine del confronto. Si misura a contatto o con un termometro a infrarossi, sulla superficie più fredda del locale: la parete controterra più profonda, l’angolo dietro gli scatoloni, il tubo dell’acqua fredda. Non si stima: fra una parete a quattordici gradi e una a diciassette passa la differenza fra un locale che gronda e uno che regge.
L’umidità assoluta dice quanta acqua c’è in un metro cubo d’aria, in grammi: è la grandezza che permette di fare i conti di quanta acqua entra. Chi vuole la storia completa di queste grandezze, e i loro tranelli, la trova nell’articolo dedicato.
Il meccanismo, con i numeri di quattro pomeriggi

Il confronto fra rugiada esterna e temperatura di parete si fa in tabella su quattro pomeriggi d’estate tipo, con la stessa parete a diciassette gradi. I numeri escono dallo script allegato all’articolo, e chiunque può rifarli.
| Pomeriggio | Aria esterna | Rugiada esterna | Vapore | Sulla parete a 17 gradi |
|---|---|---|---|---|
| Afoso | 32 gradi, 70 % | 25,8 gradi | 23,6 g/m3 | condensa franca |
| Estivo medio | 30 gradi, 60 % | 21,4 gradi | 18,2 g/m3 | condensa franca |
| Caldo ma ventilato | 28 gradi, 50 % | 16,6 gradi | 13,6 g/m3 | niente gocce, ma UR in superficie al 98 %: zona muffa |
| Secco (favonio) | 24 gradi, 40 % | 9,6 gradi | 8,7 g/m3 | asciuga davvero |
Questa tabella corregge due convinzioni diffuse. La prima dice che d’estate conviene ventilare nelle ore calde perché l’aria calda asciuga: è vero solo per i locali caldi, e per un interrato è l’esatto contrario, perché conta la rugiada dell’aria e non la sua temperatura. La seconda dice che la cantina umida d’agosto è risalita che spinge di più col caldo: la risalita esiste, ma l’acqua che compare sui tubi, sui vetri e sugli scatoloni nei giorni afosi viene dall’aria, e sparisce con la prima settimana secca.
Il confronto con l’inverno chiude il quadro. Una giornata di gennaio a cinque gradi e ottanta per cento di umidità porta 5,4 grammi di vapore per metro cubo, con la rugiada a 1,8 gradi: sulla stessa parete a diciassette gradi quell’aria arriva al trentasei per cento di umidità relativa, e asciuga. La stessa finestra che d’inverno risana il locale, d’estate lo bagna. Non è cambiata la parete: è cambiata l’aria.
Perché la parete resta fredda anche a Ferragosto
La domanda giusta, a questo punto, è perché la parete se ne stia a diciassette gradi mentre fuori si boccheggia. La risposta è il lavoro di Kusuda e Achenbach: il terreno segue le stagioni come un’onda che si smorza e ritarda scendendo di profondità. Con una diffusività termica da terreno medio, presa come esempio dichiarato, a due metri di profondità arriva meno di metà dell’escursione annua di superficie, e ci arriva con 47 giorni di ritardo. Il picco di caldo del terreno a quella quota non cade a Ferragosto: cade a fine settembre.
Il 7 agosto, nel clima di esempio, l’aria viaggia su una media giornaliera di 23 gradi e il terreno a due metri sta a 18. Il 7 febbraio la situazione si rovescia: aria a 6, terreno a 10. La parete controterra di una cantina non riscaldata sta vicina al terreno, non all’aria: è la superficie più fredda della casa d’estate e la più tiepida d’inverno. Per questo la condensa estiva sceglie gli interrati, e per questo la stessa cantina d’inverno perdona la finestra aperta.

Il valore vero, nel singolo caso, dipende dal terreno, dalla quota, dal riscaldamento dei locali sopra. Per questo la temperatura di parete si misura col termometro a contatto invece di stimarla: il modello spiega il fenomeno, la misura decide il caso.
Quanta acqua consegna una finestra aperta
Quanto pesi il fenomeno lo dicono i grammi. Un metro cubo d’aria del pomeriggio afoso porta 23,6 grammi di vapore. Raffreddato fino a una parete a sedici gradi, di grammi ne può tenere 13,6: la differenza, dieci grammi tondi, finisce in acqua liquida sulle superfici. Ricambiare cento metri cubi d’aria, il volume di una taverna in un pomeriggio a finestre aperte, significa consegnare un litro d’acqua distribuito su pareti, pavimento, tubi e scatoloni.

Il deumidificatore fa il percorso opposto: fa condensare l’acqua su una superficie fredda sua, la batteria, e la raccoglie in tanica invece di lasciarla sui muri. Lavora però a finestre chiuse: farlo andare con la finestrella aperta significa mettergli in carico, oltre alla cantina, tutta l’aria del quartiere.
Quando si può aprire
Il criterio è il confronto già visto, e va rifatto ogni volta: si apre quando la rugiada dell’aria esterna sta sotto la temperatura della parete più fredda. L’Umweltbundesamt, l’agenzia federale tedesca per l’ambiente, lo traduce in una regola di calendario nella sua guida sulla ventilazione: nei mesi estivi i locali interrati non vanno ventilati di giorno ma di notte e nelle prime ore del mattino, perché è lì che l’aria esterna tocca il minimo di vapore. È un buon default, e la figura seguente mostra sia perché funziona sia dove smette di funzionare.

Nelle ondate di caldo umido il calendario non basta: la rugiada non scende sotto la parete nemmeno alle quattro del mattino, e ogni ora di apertura consegna acqua. In quei giorni la cantina si tiene chiusa e, se serve togliere umidità, lavora il deumidificatore. Nelle giornate secche vale l’opposto, e l’orologio smette di contare. Fra i due estremi decide la misura, non l’abitudine.
La regola: si apre quando la temperatura di rugiada dell’aria esterna sta sotto la temperatura della parete più fredda. Se sta sopra, ogni ora di finestra aperta consegna acqua.
Condensa, risalita o infiltrazione
L’errore diagnostico corre in entrambe le direzioni: si spendono soldi contro una risalita che non c’è mentre basterebbe governare la ventilazione, oppure si liquida come condensa un muro che sta prendendo acqua dal terreno. I tre quadri si separano con i segni, e i segni si vedono a occhio e con una prova da due euro.

La condensa estiva segue il caldo umido: peggiora nei giorni afosi, migliora con la settimana secca, e bagna le superfici in base alla loro temperatura, non alla loro quota. Per questo gronda anche sui materiali che non possono assorbire acqua: tubi metallici, vetri, plastica. L’acqua che lascia è distillata, quindi non porta sali: dove asciuga non resta la polvere bianca. La risalita capillare lavora al contrario dal basso, tutto l’anno: disegna una fascia continua che parte dal pavimento a quota simile lungo tutto il muro, con la riga di sali sul fronte di evaporazione. L’infiltrazione ha un punto d’origine e un calendario suo, quello della pioggia o della falda: macchia con centro, bordi netti, spesso una colatura. Su come leggere la provenienza dell’acqua ho scritto un articolo apposta.
La prova che uso in sopralluogo quando il quadro non è netto è quella del foglio: un pezzo di foglio impermeabile, alluminio o pellicola, nastrato ermeticamente sulla parete per 24-48 ore. Se le gocce compaiono sopra il foglio, dal lato della stanza, l’acqua viene dall’aria: condensa. Se l’umido si forma sotto, fra foglio e muro, l’acqua viene dalla muratura: risalita o infiltrazione, e l’indagine continua. Costa niente e toglie di mezzo la metà delle discussioni.
Un avvertimento sui rimedi sbagliati: contro la condensa estiva l’impermeabilizzazione non fa nulla, perché l’acqua non attraversa il muro, ci si appoggia sopra dal lato della stanza. E d’inverno lo stesso locale può avere la condensa dal lato opposto, dentro la parete: quel meccanismo, diverso da questo, l’ho raccontato nell’articolo sulla condensa interstiziale.
Come si misura
La diagnosi della condensa estiva è una campagna di confronti, non una lettura singola.
1. Fuori: temperatura e umidità relativa dell’aria esterna all’ombra, con la temperatura di rugiada che lo strumento calcola da sé. Il pomeriggio fotografa bene il fenomeno; il confronto per decidere se aprire si rifà invece ogni volta, nel momento in cui si vuole aprire. 2. Dentro: stessa lettura al centro del locale, per conoscere l’aria che c’è già. 3. Sulle superfici: temperatura a contatto della parete controterra più fredda, del pavimento e di un tubo freddo. Si cerca il minimo, non la media: la condensa parte dal punto peggiore. 4. Il confronto: rugiada esterna contro temperatura della superficie più fredda. Sopra: chiuso. Sotto: si può ventilare. 5. Il registro: una settimana di letture, mattina presto e pomeriggio, dice più di qualunque sopralluogo singolo, perché il fenomeno vive sul ritmo dei giorni afosi e di quelli secchi.
Tre avvertenze separano un rilievo da una lettura a caso. La prima: l’umidità relativa interna da sola non basta, perché il sessanta per cento a ventisei gradi e il sessanta per cento a diciotto sono arie diverse, con rugiade diverse. La seconda: lo strumento portato da fuori a dentro va lasciato acclimatare, altrimenti per qualche minuto misura sé stesso e non il locale. La terza: il termometro a infrarossi sulle superfici lucide o metalliche inganna, e sul tubo conviene un nastro opaco o la sonda a contatto.
Per giudicare il rischio, la letteratura tecnica dà una soglia e i suoi tempi. La soglia è della norma UNI EN ISO 13788: umidità relativa alla superficie sotto l’ottanta per cento come media mensile, proprio per la muffa. I tempi sono delle isoplete di Sedlbauer: vicino a quella soglia la germinazione richiede settimane, a superficie satura bastano pochi giorni. La condensa franca è quindi il caso estremo: la muffa sugli scatoloni parte prima, quando ancora non gocciola niente.
Il rimedio stabile: superficie più calda, aria governata
Aprire nelle ore giuste governa il fenomeno, ma resta una gestione: funziona finché qualcuno guarda i numeri e se ne occupa. Nei locali interrati vissuti (taverne, studi, archivi) la cura che applico nei miei cantieri agisce sulle due leve fisiche del fenomeno. La prima leva alza la temperatura delle superfici; la seconda toglie vapore all’aria. La condensa nasce dove una superficie sta sotto la rugiada dell’aria: quindi o si alza la superficie, o si abbassa la rugiada. Meglio ancora, tutte e due.
Io faccio così, e lo faccio sempre, dopo un risanamento da infiltrazioni o dove trovo questi problemi. Risolta l’eventuale acqua dal terreno con la sua partita separata (iniezioni, impermeabilizzazioni, drenaggi), il mio protocollo è lo stesso da anni, in tre passi.
1. Sanificazione antimuffa ad alta penetrazione su tutte le superfici minerali interessate, prima di chiudere qualunque cosa dietro un rivestimento. 2. Coibentazione interna delle pareti interrate, in silicato di calcio: pannelli minerali incollati a tutta superficie sulle facce controterra, le più fredde del locale, e rasati in due mani con rete. Il materiale è alcalino, poroso e traspirante: non offre nutrimento alla muffa e porta la faccia che l’aria tocca vicino alla temperatura della stanza. 3. VMC, ventilazione meccanica controllata con recupero di calore: fa il ricambio al posto delle finestre, nella quantità e nei momenti giusti, anche quando il locale resta chiuso per settimane.
I numeri dicono perché le leve devono essere due, e la tavola li mette in fila.

Con l’aria interna a 25 gradi e la rugiada a 21,4, la parete nuda a 17 gradi sta al cento per cento: gronda. Il pannello da otto centimetri porta la faccia a 24,2 gradi: le gocce spariscono, ma la superficie lavora ancora all’84 per cento, sopra la soglia della ISO 13788. Con la VMC che governa il ricambio e tiene la rugiada interna sui 19 gradi, la stessa faccia scende al 73 per cento, sotto soglia e con margine. Per questo nei miei capitolati coibentazione e ventilazione viaggiano insieme: il pannello da solo si ferma sopra la soglia, il governo dell’aria completa il rimedio.
Il fenomeno, dal vero, l’ho fotografato in una taverna durante un risanamento: il velo di gocce che imperla le superfici controterra, le colature che rigano le pareti, l’angolo del pavimento bagnato. Nessuna di quelle gocce arriva dal terreno: è il vapore del locale che si posa sulle superfici più fredde. Il calendario del fenomeno può cambiare, in cantiere il vapore lo mettono anche le murature e le malte ancora umide, ma il meccanismo è lo stesso dei pomeriggi afosi: una superficie sotto la rugiada dell’aria che la tocca.


Un avvertimento di progetto chiude il discorso. La coibentazione interna cambia il regime termico del muro, che dietro il pannello resta più freddo di prima. Spessori, raccordi e comportamento al vapore si dimensionano quindi caso per caso. È anche il motivo per cui uso il silicato di calcio, che resta traspirante, e non una barriera al vapore: la pellicola chiusa intrappola l’umidità fra pellicola e muro. La VMC, oltre alla condensa, dà una mano anche sul ricambio igienico e sul radon dei locali interrati, che restano obiettivi con regole proprie.
In sintesi
1. Ad agosto molte cantine si bagnano dall’aria, non dal terreno. L’aria calda e umida entra e condensa sulle superfici che stanno sotto la sua temperatura di rugiada: muri controterra, pavimenti, tubi. 2. Il confronto che decide è fra due temperature. La rugiada dell’aria esterna contro la temperatura della superficie più fredda del locale: 21,4 contro 17 nel pomeriggio dell’esempio. 3. La parete controterra è fredda per costruzione, non per guasto. Il terreno segue le stagioni smorzate e in ritardo (47 giorni a due metri, nel modello di Kusuda): il suo picco di caldo arriva a settembre. 4. La ventilazione diurna d’estate consegna acqua, non la toglie. Un metro cubo d’aria afosa lascia dieci grammi su una parete a sedici gradi: cento metri cubi di ricambio sono un litro. 5. Notte e alba sono un default, non una garanzia. La regola tedesca dell’Umweltbundesamt funziona nelle giornate normali; nelle ondate afose la rugiada non scende mai sotto la parete e si tiene chiuso. 6. D’inverno il verdetto si rovescia. L’aria fredda porta pochi grammi di vapore: entrando e scaldandosi asciuga il locale. La finestra giusta a gennaio è quella sbagliata ad agosto. 7. La condensa non porta sali. Dove asciuga non resta polvere bianca; bagna anche vetri, plastica e metallo, e segue i giorni afosi. La risalita fa la fascia basale coi sali, l’infiltrazione ha un punto e un evento. 8. La prova del foglio chiude metà delle discussioni. Foglio impermeabile nastrato 24-48 ore: gocce sopra, acqua dall’aria; umido sotto, acqua dal muro. 9. La muffa parte prima delle gocce. La soglia operativa è l’ottanta per cento di umidità relativa alla superficie (ISO 13788): si può essere in zona rischio con la parete asciutta al tatto. 10. Il rimedio stabile lavora su due leve: superficie e aria. L’impermeabilizzazione qui non c’entra. Risolta l’eventuale acqua dal terreno, la prassi che applico è sanificazione, coibentazione delle pareti interrate con pannelli in silicato di calcio (la faccia passa da 17 a 24,2 gradi nell’esempio) e VMC con recupero: il pannello da solo resta all’84 per cento in superficie, il governo dell’aria porta sotto soglia.
Domande frequenti
Perché la cantina peggiora proprio quando fuori fa bello?
Perché il caldo estivo alza la temperatura di rugiada dell’aria esterna sopra la temperatura delle pareti interrate, che restano fresche seguendo il terreno. Nei giorni afosi l’aria che entra condensa; nei giorni freschi o secchi no. Il calendario della condensa estiva è il calendario dell’afa.
Aprire di più non dovrebbe far circolare l’aria e asciugare?
Il movimento d’aria aiuta l’evaporazione solo se l’aria che arriva può assorbire acqua sulle superfici che tocca. Con la rugiada esterna sopra la temperatura di parete accade il contrario: più ricambio significa più vapore consegnato. Prima si confrontano i due numeri, poi si decide quanto aprire.
Quindi di notte posso aprire sempre?
Di solito la notte e l’alba sono le ore migliori, perché il vapore nell’aria tocca il minimo. Ma nelle ondate di caldo umido la rugiada resta sopra la parete anche alle quattro del mattino, e in quei giorni non esiste un’ora buona. La risposta non la dà l’orologio: la dà il termoigrometro, ogni volta.
Il deumidificatore è la soluzione giusta?
È lo strumento giusto quando serve togliere acqua e fuori l’aria non lo permette: fa condensare il vapore sulla sua batteria fredda e lo raccoglie in tanica. Va dimensionato sul volume e sul carico del locale e lavora a finestre chiuse. Non cura però né una risalita né un’infiltrazione: prima la diagnosi, poi la macchina.
Come faccio a sapere se è condensa o risalita?
Tre controlli: il calendario (la condensa segue i giorni afosi, la risalita c’è anche a stagioni fredde), i materiali bagnati (tubi, vetri e plastica grondanti dicono condensa), i sali (la risalita lascia la riga bianca sul fronte di evaporazione, la condensa no). Nel dubbio, la prova del foglio: gocce sopra, aria; umido sotto, muro.
La contro-parete in cartongesso risolve?
Da sola no, e spesso peggiora il quadro: crea un’intercapedine ancora più fredda e nascosta, dove l’aria del locale continua a condensare su muro, guide e retro delle lastre. Funziona quando è un pacchetto progettato: pannello coibente traspirante incollato a contatto, rasatura armata, e un ricambio d’aria governato. Coprire senza coibentare non toglie il punto freddo: lo sposta dietro le lastre.
Ventilare poco non è un problema per il radon?
Sono due obiettivi diversi che vanno tenuti insieme. Il controllo del radon nei locali interrati ha le sue regole e i suoi obblighi di misura, e la ventilazione è uno dei suoi strumenti; la condensa estiva chiede di ventilare nelle ore giuste, non di non ventilare mai. Chi ha un seminterrato abitato o di lavoro trova il quadro nella pagina dedicata a umidità e radon: le due esigenze si conciliano scegliendo quando e quanto aprire, o con una ventilazione meccanica controllata.
Nota sui calcoli e sulle fonti
Tutti i valori numerici dell’articolo escono dallo script allegato e sono ricalcolabili: pressione di saturazione con la formula di Magnus nei coefficienti di Alduchov ed Eskridge, verificata in parallelo con la formulazione di Buck (scarto sotto lo 0,3 per cento nell’intervallo usato); temperatura di rugiada per inversione analitica; umidità assoluta dalla legge dei gas applicata al solo vapore. È lo stesso motore di calcolo, con le stesse fonti, dell’articolo sulle grandezze dell’umidità, dove le formule sono discusse per esteso. La temperatura del terreno segue il modello dell’onda smorzata di Kusuda e Achenbach; il clima di riferimento (media annua 14 gradi, semiampiezza 10, minimo a metà gennaio), la diffusività del terreno (0,6 millimetri quadrati al secondo) e le due giornate della figura 5 sono esempi dichiarati, scelti per mostrare il meccanismo, non climatologia di un luogo reale. La parete a 17 gradi è la misura del caso raccontato in apertura. La temperatura della faccia coibentata della figura 7 esce dalle resistenze termiche in serie, col valore superficiale interno convenzionale della UNI EN ISO 6946 (0,13 metri quadrati kelvin a watt); pannello da 8 centimetri con conducibilità 0,065 W/(m K), aria interna a 25 gradi e rugiada interna a 19 con ricambio governato sono anch’essi esempi dichiarati.
Charles Le Roy, Mémoire sur l’élévation et la suspension de l’eau dans l’air, in Histoire et Mémoires de l’Académie Royale des Sciences, Parigi, 1751, pagine 481-518. ✅ Estremi ed esperimento verificati su fonti storiografiche (la collezione di strumenti meteorologici del Whipple Museum di Cambridge e il Dictionary of Scientific Biography). La memoria originale non l’ho letta per questo articolo.
Giovanni Massari e Ippolito Massari, Risanamento igienico dei locali umidi, Hoepli, Milano (prima edizione 1959, quinta edizione 1985, ISBN 978-88-203-1231-2); traduzione inglese Damp Buildings, Old and New, ICCROM, Roma, 1993, ISBN 92-9077-111-9. ✅ Edizioni verificate sui cataloghi (COBISS, Hoepli, WorldCat); il richiamo qui è al metodo (prima la diagnosi differenziale, poi la cura) e ai capitoli su condensa, riscaldamento e ventilazione. Le pagine specifiche non sono citate perché per questo articolo non ho riletto il testo.
Tokuo Kusuda e Paul R. Achenbach, Earth Temperature and Thermal Diffusivity at Selected Stations in the United States, National Bureau of Standards, Report 8972, Washington, 1965. ✅ Rapporto reperibile negli archivi NIST e DTIC; 63 stazioni analizzate; è il modello di temperatura del terreno indisturbato adottato ancora oggi dai software di simulazione (per esempio EnergyPlus, che lo documenta come modello Kusuda-Achenbach).
Klaus Sedlbauer, Vorhersage von Schimmelpilzbildung auf und in Bauteilen, dissertazione, Universität Stuttgart, 2001, svolta al Fraunhofer-Institut für Bauphysik. ✅ Testo integrale disponibile sul sito del Fraunhofer IBP; da qui il modello delle isoplete di germinazione e crescita usato nel paragrafo sulle soglie.
Chris R. de Freitas e Adrian Schmekal, Condensation as a microclimate process: measurement, numerical simulation and prediction in the Glowworm Cave, New Zealand, International Journal of Climatology, volume 23, numero 5, 2003, pagine 557-575. ✅ Estremi e contenuto verificati su Wiley Online Library; letto in abstract, non nel testo integrale.
Umweltbundesamt, Wie lüfte ich richtig? Tipps und Tricks zur Schimmelvermeidung, guida online dell’agenzia federale tedesca per l’ambiente. ✅ Pagina letta in originale; la frase citata nel testo (“in den Sommermonaten sollte in Kellerräumen daher nicht am Tag, sondern vorzugsweise nachts bzw. in den kühlen Morgenstunden gelüftet werden”) dice che nei mesi estivi i locali interrati non vanno ventilati di giorno ma di notte o nelle ore fresche del mattino.
UNI EN ISO 13788, Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi per edilizia. Temperatura superficiale interna per evitare l’umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale. ⚠️ Citata per il fattore di temperatura e per la soglia dell’ottanta per cento di umidità relativa superficiale come media mensile; la soglia va confermata sul testo della norma, che non è stato letto in originale.
Dario Camuffo, Microclimate for Cultural Heritage. Measurement, Risk Assessment, Conservation, Restoration, and Maintenance of Indoor and Outdoor Monuments, Elsevier, terza edizione, 2019. ✅ Esistenza ed edizione verificate; citato come trattazione sistemica della condensa sulle superfici, con il capitolo dedicato al punto di rugiada; non riletto integralmente per questo articolo.
UNI EN ISO 6946, Componenti ed elementi per edilizia. Resistenza termica e trasmittanza termica. Metodi di calcolo. ⚠️ Citata per la resistenza superficiale interna convenzionale di 0,13 metri quadrati kelvin a watt con flusso orizzontale, usata per la faccia coibentata della figura 7; il valore è confermato dalle dispense universitarie in rete (Napoli, Trieste), ma la norma non è stata letta in originale.
La prova del foglio descritta nel testo è prassi di sopralluogo: non ha una norma di riferimento, non produce numeri e va letta come indizio da confermare con le misure.
Il protocollo del paragrafo sul rimedio (sanificazione antimuffa, pannelli in silicato di calcio, VMC con recupero di calore) è la prassi di cantiere dell’autore, ripresa dai suoi capitolati: descrive un progetto e i suoi meccanismi, non promette risultati e non sostituisce il dimensionamento caso per caso. Le fotografie 1 e 2 vengono da un cantiere di risanamento dell’autore (febbraio 2025) e sono documentazione diretta, non immagini di repertorio.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.




