La maggior parte dell’acqua che un tetto raccoglie non passa mai dal soffitto: scende dai canali e dai pluviali. Quando quel percorso non regge finisce nei muri, e la macchia che ne esce viene scambiata per risalita o per condensa. Qui c’è il conto di quanta acqua è, dove trabocca un canale, perché una copertina senza gocciolatoio non è una copertina, e come si legge la macchia dal punto in cui sta.
Mi capita spesso una chiamata per una risalita che risalita non è. La parete esterna di una casa a un piano, o l’ultimo piano di una palazzina, con l’intonaco che si sfoglia e i sali che affiorano. Qualcuno ha già proposto un taglio alla base del muro, o una barriera chimica; a volte l’ha già fatta, e la macchia è ancora lì. Al sopralluogo la fascia bagnata non parte dal pavimento: parte dall’alto, subito sotto la linea di gronda. Scende a lingua verso il basso, all’angolo della casa, lungo un tratto di canale o sotto un pluviale. Al centro della stessa parete, in basso, il muro è asciutto.
La variante interna è ancora più frequente. Nella camera all’ultimo piano la macchia sta in alto, dove il muro incontra il soffitto, e corre lungo il perimetro della stanza: non al centro del soffitto, ma sulla testa del muro esterno. La spiegazione corrente è «il tetto perde», oppure «è condensa». Qualche volta è vero. Molto più spesso l’acqua è quella che il tetto ha raccolto e non è riuscito a mandare a terra: il canale che si è riempito e ha traboccato dalla parte del muro; la bocca dello scarico chiusa dalle foglie; la copertina del parapetto senza gocciolatoio; il raccordo fra la falda e la muratura che ha preso l’acqua dal lato sbagliato.
La tesi di questo articolo è semplice, ed è una questione di quantità. Un tetto raccoglie tutta la pioggia che gli cade sopra e la concentra in pochi punti: i canali, le bocche di scarico, i pluviali. Su una falda di centoventi metri quadrati, sotto un nubifragio come quelli che le stazioni italiane hanno misurato nell’estate del 2022, passano più di cinque litri al secondo, quanto ventisette rubinetti di casa aperti insieme. Quell’acqua deve avere una strada. Quando la strada non regge, o non c’è, il muro è il primo posto dove finisce. La macchia che produce ha un aspetto suo, diverso da quello della risalita, della condensa e del pluviale murato. Imparare a leggerla evita di aprire un tetto sano, e di trattare un muro contro un’acqua che viene dall’alto.
Il conto di quanta acqua scarica un tetto, e dove si ferma, sta in una norma europea in vigore dal 2001, la UNI EN 12056-3, che tratta i sistemi per l’evacuazione delle acque meteoriche. Il suo testo è a pagamento. Le formule e i prospetti che uso li riprendo da due fonti che la riportano e che chiunque può aprire: il capitolo sul dimensionamento dei sistemi di raccolta nel manuale del Politecnico di Milano sulle coperture ad alte prestazioni; e il manuale che un istituto idraulico britannico ha scritto per l’uso della stessa norma nel Regno Unito. Il resto viene dalla letteratura di conservazione, dalle guide britanniche sui parapetti e sulle copertine, dai rapporti sul clima italiano e dagli articoli dell’architetto Antonio Broccolino sul Codice di Pratica delle coperture continue. Il registro in fondo dice per ogni numero da dove viene.

Indice
- Chi ha cominciato a studiarlo
- Le parole che servono
- Quanta acqua scarica un tetto
- Il collo di bottiglia è la bocca, non il tubo
- Dove trabocca un canale in carico
- Il muro sotto la gronda: un caso dalla letteratura di conservazione
- Lo sporto e il gocciolatoio
- Il parapetto: due facce bagnate e lente ad asciugare
- La lattoneria si muove
- La pioggia battente
- Il nodo fra il tetto e il muro
- La neve e il ghiaccio in gronda
- Come si legge la macchia dal punto in cui sta
- La manutenzione che vale una diagnosi
- La tavola interattiva: il conto della gronda
- In sintesi
- Domande frequenti
- In conclusione
- Nota sui calcoli e sulle fonti
- L’autore
Chi ha cominciato a studiarlo
Il primo trattato di architettura che abbiamo descrive già il guasto per intero. Vitruvio, nel libro sesto del De architectura, parla del cortile con le falde che pendono verso l’esterno, e dice che dà grandi fastidi nelle riparazioni. I tubi che raccolgono lungo le pareti l’acqua che scende non la ricevono abbastanza in fretta dai canali; così traboccano, ristagnano, e rovinano le opere di legno e le pareti. Ci sono tutte e tre le parti, il canale, il tubo e il muro rovinato, e c’è la causa giusta: il tubo non riceve abbastanza in fretta. Nel libro secondo lo stesso autore prescrive, in sommità dei muri di mattoni crudi, sotto le tegole, una struttura di laterizio cotto alta circa un piede e mezzo, con le sporgenze delle cornici. Il testo stesso spiega il motivo: se una tegola si rompe o il vento la sposta, il laterizio cotto protegge il mattone crudo; e la sporgenza fa cadere la goccia oltre il filo del muro. È il gocciolatoio, duemila anni prima del nome, e già con la logica moderna: si dà per scontato che il manto possa cedere e si mette una seconda difesa davanti al muro.
Il diritto romano aveva già dato due nomi diversi alle due acque. La servitù di stillicidio è il diritto di far cadere sul fondo del vicino l’acqua che gocciola dal proprio tetto nel suo corso naturale; la servitù di flumen è la stessa cosa quando l’acqua è raccolta e scaricata da un condotto. La goccia sparsa dallo sporto e il getto concentrato di un tubo fanno effetti diversi, e per questo avevano regole diverse. Il codice civile italiano conserva la parola: la sezione che contiene l’articolo 908, quello che obbliga a costruire i tetti perché l’acqua scoli sul proprio fondo e, se esistono colatoi pubblici, a immetterla con gronde o canali, si intitola ancora «Dello stillicidio».
Il doccione sembra più antico del canale, e invece ne è la conseguenza. Lo scrive Eugène Viollet-le-Duc nella voce gargouille del suo dizionario ragionato di architettura francese: solo verso l’inizio del Duecento si misero i canali di gronda e, di conseguenza, i doccioni allo scarico dei tetti; fino ad allora l’acqua dei tetti sgocciolava direttamente sulla via pubblica per mezzo della sporgenza data ai cornicioni. Finché non c’è la gronda non serve una bocca: basta lo sporto. La sua cronologia va presa come sua, non come dato archeologico. Nel 1190 il coro di Notre-Dame non aveva né canali né doccioni; verso il 1210 l’acqua dei canali usciva su canaletti ricavati nei gocciolatoi, a distanze regolari; verso il 1220 a Laon compaiono i primi doccioni, larghi e pochi; verso il 1240 a Parigi sono impiegati sistematicamente. E dà la ragione tecnica della loro moltiplicazione, che è la stessa di oggi: gli architetti del Duecento riconobbero che c’era un vantaggio considerevole a dividere le cadute d’acqua. Questo evitava le lunghe pendenze nei canali, e riduceva ogni caduta a un filo d’acqua sottilissimo, incapace di nuocere alle costruzioni sottostanti. Negli stessi anni, nel dicembre del 1240, a Londra il re ordinava di prolungare le gronde di piombo della torre appena imbiancata perché il muro non deperisse per lo sgocciolamento della pioggia: quell’ordine, e la strada che dal piombo porta alla ghisa e poi al tubo dentro il muro, li ho raccontati nell’articolo sul pluviale.
Il manuale italiano che ha formato i cantieri del primo Novecento ha un capitolo intero su canali, pluviali e coperture delle cornici, e lo si può leggere per intero: è il Manuale dell’architetto di Daniele Donghi, uscito nel 1905 e ristampato senza modifiche nel 1923, nella copia digitalizzata dal Politecnico di Torino. Donghi definisce lo scopo della gronda in una riga. Un canale ben fatto, scrive Donghi, deve raccogliere l’acqua delle falde e smaltirla in modo che non abbiano a soffrire per il gocciolamento della grondaia né la fronte dell’edificio né le sue adiacenze. Poi dà le regole. Tre si sono perse, e valgono ancora. La prima: per impedire il rigurgito dell’acqua dal canale verso la falda, l’orlo anteriore del canale si tiene più basso del lembo interno; oggi si montano canali con la fascia frontale alta per ragioni estetiche. Il manuale britannico del 2003 avverte che quel canale, dal punto di vista del rischio, si comporta come un canale interno. La seconda: nel sottogrondio del cornicione si pratica una scanalatura, detta propriamente gocciolatoio. Serve ad arrestare e a far sgocciolare le acque che per caso venissero a traboccare dalla doccia e a colare lungo il frontalino; e l’intradosso si tiene un po’ inclinato in avanti, non orizzontale. Il cornicione è dichiarato seconda linea di difesa, per l’acqua che la gronda lascerà passare. La terza: la pendenza del canale, per il solo scopo di smaltire l’acqua, non sarebbe neppure necessaria; serve perché il canale si asciughi presto anche dopo le piccole piogge e perché gli escrementi degli uccelli, che lo corrodono, vengano asportati. Donghi dà anche i numeri: da 0,8 a 1 centimetro quadrato di sezione di canale per ogni metro quadrato di tetto in pianta, che è la stessa regola del pollice che circola oggi applicata al pluviale; nelle località con acquazzoni improvvisi e vento forte, dimensioni anche doppie: oggi si direbbe un’intensità di progetto locale più alta, perché il coefficiente di rischio della norma dipende da dove va l’acqua che trabocca, non dal clima; per il nord Italia una pioggia massima dei grandi temporali di 0,000025 metri cubi al secondo per metro quadrato, che sono 90 millimetri all’ora; e per i canali di zinco una lunghezza massima di quindici metri, con cinquanta gradi di escursione di irraggiamento, non di temperatura dell’aria, e un millimetro e mezzo al metro di variazione.
Il calcolo vero nasce nel 1934, e ha una data di nascita scritta nella prima riga. K. Hilding Beij, del Bureau of Standards americano, apre il suo rapporto sul flusso nei canali di gronda con una frase netta: fino ad allora il progetto dei canali era solo questione di giudizio basato sull’esperienza, e le regole in uso erano arbitrarie e molto diverse fra loro. Poi misura, in laboratorio, la capacità di canali rettangolari e semicircolari alimentati lungo tutta la lunghezza, come lo è una gronda vera. La ricerca è condotta insieme dall’associazione americana dei produttori di rame e ottone e dal Bureau of Standards. Due delle sue conclusioni sono il cuore di questo articolo. La causa abituale della tracimazione delle gronde, scrive, è la capacità insufficiente dei raccordi di scarico: le bocche sono molto comunemente troppo piccole, e possono essere ostruite ulteriormente dai filtri e dalle foglie. E sull’intensità di progetto: la si chiede alla stazione meteorologica più vicina. La si sceglie abbastanza alta perché le dimensioni ricavate dai grafici si possano usare direttamente, senza moltiplicare per qualche arbitrario coefficiente di sicurezza. La teoria di Beij entra in un codice britannico nel 1974, per i canali interni. Nel 1983 entra nella norma britannica che la estende a tutti i canali, con le capacità delle bocche misurate a Wallingford; quella norma è la base della norma europea approvata nel 1999 e recepita in Italia nel 2001, e del manuale britannico del 2003 che la spiega. La norma europea, avverte quel manuale, è più povera della norma nazionale che ha sostituito: non contiene i dati di pioggia, e il Regno Unito li ha rimessi in sei appendici nazionali. L’Italia non l’ha fatto. Nel frattempo i 90 millimetri all’ora di Donghi, più alti dei 75 che la norma britannica del 1983 usava come valore fisso, stanno sotto di quasi la metà rispetto ai 164 all’ora ricavati dalla misura del Sannio del 9 agosto 2022.
L’ultimo passaggio è un rovesciamento. Per duemila anni la regola è stata allontanare l’acqua dal muro e dal lotto il più in fretta possibile. Dal 2002 il Veneto chiede di valutare la compatibilità idraulica degli strumenti urbanistici. Dal 2017 la Lombardia applica l’invarianza idraulica agli interventi edilizi del suo regolamento, con vasche, trincee e pozzi drenanti. Le fognature e i fiumi non reggono più i deflussi delle superfici impermeabili. Così l’acqua del tetto torna vicino al piede dei muri, e un pozzo drenante troppo vicino alla fondazione può bagnare il muro come un pluviale rotto.

Le parole che servono
Il canale di gronda a sporto e il canale interno. Il canale a sporto è quello appeso al bordo della falda, fuori dal filo del muro: se si riempie, trabocca lungo tutto il suo bordo esterno, lontano dalla facciata, e l’acqua finisce a terra. Il canale interno è tutto il resto: il canale di compluvio fra due falde, il canale dietro un parapetto o dietro una fascia frontale più alta del bordo interno, il canale a cavallo di un muro di confine fra due case a schiera. Idraulicamente i quattro tipi sono simili. La differenza è tutta in dove va l’acqua quando il canale non ce la fa: il canale a sporto la manda nel prato, il canale interno la manda nell’edificio. Quando mancano i dati statistici locali, la norma europea moltiplica per due l’intensità minima del suo prospetto se la tracimazione entra in casa, e per tre negli edifici che non possono bagnarsi.
La bocca di efflusso, che in cantiere si chiama bocchettone. È l’imbocco dello scarico, il punto in cui il canale consegna l’acqua al tubo verticale. La sua capacità dipende dal diametro, dall’altezza d’acqua che le sta sopra, che si chiama battente, e dalla forma dell’imbocco: un imbocco a spigoli vivi porta meno di uno conico o arrotondato. Il parafoglie, la griglia o la cipolla che si infila nella bocca per fermare le foglie, dimezza la capacità già da pulito.
Il punto di portata nulla. In ogni tratto di canale c’è un punto da cui l’acqua non va da nessuna parte: la testata chiusa, oppure lo spartiacque fra due bocche, dove il flusso si divide. Lì l’acqua è ferma ed è più profonda che alla bocca. Nei canali in piano è il punto in cui il canale trabocca per primo, e da terra si guarda di rado.
Il pluviale. È il tubo verticale che porta l’acqua a terra, e in molte case corre dentro il muro. Di quel tubo, di come perde e di come si prova con una canna e un secchio ho scritto in Il pluviale dentro il muro: qui lo tratto solo come anello della catena, e come collo di bottiglia che non è.
Il troppopieno. È una seconda uscita, più alta della prima, che entra in funzione quando la prima non basta o si ostruisce. Ha tre lavori, e conviene tenerli distinti: avvisa che qualcosa è chiuso, limita l’allagamento, e copre gli eventi rari così che lo scarico principale possa essere dimensionato su quelli frequenti. Quando un troppopieno scarica, segnala che la bocca principale è chiusa o non basta.
Lo sporto di gronda e il gocciolatoio. Lo sporto è la parte della falda che sporge oltre il filo del muro; più è profondo, meno pioggia arriva sulla parete sotto. Il gocciolatoio è la scanalatura sotto il bordo di una lastra, di una copertina o di una soglia: interrompe il velo d’acqua che per tensione superficiale risalirebbe sotto la lastra e tornerebbe sulla faccia del muro, e obbliga la goccia a staccarsi. Una tinteggiatura che lo riempie lo cancella.
La copertina e il cappello. Nel codice di pratica britannico sulla muratura, ritirato nel 2010, la copertina è l’elemento in sommità di un muro che allontana l’acqua da tutte le superfici esposte sotto di sé; il cappello è quello che non lo fa. La differenza fra i due è il gocciolatoio. Un mattone di coltello che sporge dal muro, senza scanalatura sotto, è un cappello, non una copertina, per quanto sporga.
La scossalina e la conversa. La scossalina è la lamiera che copre e protegge il bordo alto di un risvolto, o la sommità di un muro; la conversa è la lamiera sagomata che raccorda la falda con un camino, un muro più alto, un compluvio. Sono lattoneria, cioè metallo che si allunga d’estate e si accorcia d’inverno, e che ha bisogno di posti dove muoversi.
Il nodo fra il tetto e il muro. È il punto in cui la falda, o il manto del tetto piano, si attacca alla muratura: il risvolto che sale sul parapetto, la scossalina che lo copre, la membrana dentro il muro che riceve l’acqua e la porta fuori. Nei tetti piani, come riporta la guida britannica sui parapetti, i raccordi progettati male sono la causa di infiltrazione indicata più spesso.
La pioggia battente. È la pioggia spinta dal vento contro una parete verticale. Ha una norma di calcolo, la UNI EN ISO 15927-3, e un indice che dipende dal vento, dalla pioggia e dall’orientamento. Non è acqua del tetto, ma il tetto decide quanta ne arriva sul muro: il fattore di parete della norma dipende dallo sporto di gronda.

Quanta acqua scarica un tetto
Il conto parte da una definizione: un millimetro di pioggia caduto su un metro quadrato è un litro d’acqua. La norma europea lo scrive come una moltiplicazione: la portata da smaltire è l’intensità della pioggia per la superficie in pianta per un coefficiente di deflusso. Per tegole, lamiera, membrane bituminose e sintetiche il coefficiente vale uno: tutto quello che cade scende. Con l’intensità in millimetri all’ora e la superficie in metri quadrati, i litri al secondo si ottengono dividendo per 3.600.
Prendo la stessa falda dell’articolo sul tetto coibentato, centoventi metri quadrati in proiezione, cioè mezza copertura di una villetta, e la metto sotto quattro piogge diverse.
| Pioggia | Intensità | Litri al secondo | Litri al minuto | Rubinetti di casa aperti |
|---|---|---|---|---|
| temporale forte, scenario dell’articolo | 40 mm/h | 1,33 | 80 | 7 |
| valore di progetto italiano basso, 0,03 l/s per m² | 108 mm/h | 3,60 | 216 | 18 |
| nubifragio misurato il 9 agosto 2022 in Campania | 164 mm/h | 5,47 | 328 | 27 |
| valore di progetto italiano alto, 0,05 l/s per m² | 180 mm/h | 6,00 | 360 | 30 |
Tabella 1. La portata di una falda di 120 metri quadrati alle quattro intensità dell’articolo. Il rubinetto di casa è preso a 12 litri al minuto, per dare un’idea dell’ordine di grandezza.
Il nubifragio della terza riga non è inventato. Il rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente sul clima italiano del 2022 elenca, stazione per stazione, le intensità misurate quell’anno: 27,4 millimetri in dieci minuti a San Salvatore Telesino, nel Beneventano, il 9 agosto, che riportati all’ora fanno 164 millimetri; 51,6 in venti minuti nella stessa stazione; 64 in mezz’ora e 80 in un’ora a Caserta Vecchia lo stesso giorno; circa 30 in un quarto d’ora a Stromboli il 12 agosto; 73,4 in un’ora a Curcuraci, sopra Messina, la massima intensità regionale in vent’anni; 84 all’ora a Trapani fra il 25 e il 26 settembre; oltre 100 in un’ora in Val di Fassa fra il 5 e il 6 agosto. Per le intensità della Campania il rapporto annota che sono spesso i massimi osservati da ciascuna stazione dall’inizio delle misure.
Per un tetto conta la pioggia dei pochi minuti, non quella del giorno. Il manuale britannico riporta l’unico studio di campo noto, come scrive lo stesso manuale, sul tempo che l’acqua impiega ad arrivare dal colmo allo scarico. Su una falda a 4,4 gradi lunga trenta metri, 45 secondi in media e 90 al massimo; su un tetto quasi piano lungo diciotto, 80 secondi in media e 240 al massimo. Per questo l’appendice nazionale britannica dimensiona sull’evento di due minuti, come riporta il manuale del 2003; il testo europeo lascia la durata ai dati statistici locali, e chiede di contare tutto il deflusso. Il valore di progetto alto della tabella, 180 millimetri all’ora, non è un margine generoso: è l’ordine di grandezza di quello che le stazioni italiane hanno misurato sui dieci e sui venti minuti.
Sul valore di progetto da usare in Italia c’è un problema che preferisco dichiarare. La norma dice di usare i dati statistici locali quando esistono, e solo in loro assenza un valore minimo da prospetto moltiplicato per un coefficiente di rischio; la versione italiana non ha un’appendice con le carte delle intensità. Le guide professionali in rete si contraddicono di un fattore dieci: chi scrive 0,05 litri al secondo per metro quadrato, cioè 180 millimetri all’ora, e chi scrive 0,005, cioè 18, che è un temporale ordinario e non un evento di progetto. Per confronto, la vecchia norma britannica usava un valore fisso di 75 millimetri all’ora, oggi abbandonato; nel Regno Unito il valore di un anno di tempo di ritorno va da 79 millimetri all’ora a Londra a 36 nel nord della Scozia. A Londra sale a 202 con cinquant’anni di tempo di ritorno, e a 317 con cinquecento; la Germania progetta canali e pluviali esterni sulla pioggia locale di cinque minuti attesa una volta ogni cinque anni. In questo articolo uso la formula, che è certa, le misure italiane, che sono documentate, e l’intervallo fra 0,03 e 0,05 come prassi corrente e non come prescrizione. Le guide di conservazione britanniche aggiungono un’avvertenza che vale anche qui. I valori fissi di intensità ignorano le differenze fra le regioni e il clima del luogo; per un sistema che deve reggere il clima che cambia, non sono più considerati buona pratica.
Il coefficiente di rischio dipende da dove va l’acqua quando il canale trabocca.
| Dove sta il canale | Coefficiente |
|---|---|
| canale a sporto, caso normale | 1,0 |
| canale a sporto dove la tracimazione crea disagio: ingressi di edifici pubblici, zone di forte passaggio | 1,5 |
| canale interno, dove con piogge oltre quella di progetto l’acqua entra nell’edificio | 2,0 |
| canale interno di edifici che non possono bagnarsi: ospedali, impianti di telecomunicazione, musei, depositi di sostanze che diventano tossiche a contatto con l’acqua | 3,0 |
Tabella 2. Il coefficiente di rischio della norma europea, come lo riporta il manuale del Politecnico. Il coefficiente si applica all’intensità minima del prospetto, cioè quando mancano i dati statistici locali; con i dati statistici la norma chiede di scegliere l’intensità secondo il rischio accettabile.
Il coefficiente 2,0 esiste per una ragione sola: il canale interno che tracima non bagna il prato, bagna la muratura e il solaio. La norma lo mette in conto raddoppiando l’intensità minima. In cantiere lo si mette in conto sapendo che, quando il canale dietro un parapetto trabocca, l’acqua non ha un’uscita verso l’esterno.
C’è un’ultima correzione, e riguarda il vento. La norma permette di non contarlo, ma offre un’opzione che il Regno Unito ha adottato: sotto la pioggia di progetto le gocce cadono inclinate di circa 26 gradi dalla verticale, due in verticale per uno in orizzontale. La superficie che raccoglie diventa allora la pianta più metà dell’area esposta in prospetto. Una falda a 6 gradi raccoglie il 5 per cento in più della sua pianta, una a 26 gradi il 24 per cento in più. E una parete verticale che scarica su un tetto raccoglie anche lei: l’appendice britannica conta metà dell’area esposta della parete, fino a dieci metri sopra il canale. È il ponte fra questo capitolo e quello sulla pioggia battente: la norma dello scarico ammette che la pioggia arriva di traverso, e che i muri la raccolgono e la mandano sul tetto.
Il collo di bottiglia è la bocca, non il tubo
Da terra la colpa va sempre al tubo, che sembra piccolo. Il tubo però non è quasi mai il problema, e i numeri della norma lo dicono in modo netto.
Un pluviale verticale lavora a sezione parziale: l’acqua scende aderente alla parete interna e al centro resta aria. La norma lo dimensiona con un grado di riempimento di un terzo, e per quel riempimento il prospetto delle capacità dà questi valori.
| Diametro interno del pluviale | Capacità a riempimento di un terzo | Falda servita a 108 mm/h | Falda servita a 180 mm/h |
|---|---|---|---|
| 80 mm | 5,9 l/s | 197 m² | 118 m² |
| 100 mm | 10,7 l/s | 357 m² | 214 m² |
| 120 mm | 17,4 l/s | 580 m² | 348 m² |
| 150 mm | 31,6 l/s | 1.053 m² | 632 m² |
Tabella 3. Capacità dei pluviali per diametro interno, dal prospetto della norma come riportato dal manuale del Politecnico. Le due colonne di destra sono un conto mio: la superficie che ogni tubo potrebbe servire alle due intensità di progetto, se il tubo fosse l’unico limite.
Un tubo da cento millimetri, pieno per un terzo, porta più di dieci litri al secondo: il doppio del nubifragio sulla falda dell’esempio. Il limite sta prima del tubo, nella bocca che lo alimenta. La norma calcola la capacità di una bocca a fondo piatto con due formule, come riporta il manuale britannico del 2003. Finché il battente, cioè l’acqua sopra la bocca, resta sotto metà del diametro, la bocca lavora come uno stramazzo. La portata allora cresce con il diametro e con il battente elevato a tre mezzi. Oltre metà del diametro la bocca lavora come una luce, e la portata cresce con il quadrato del diametro e con la radice del battente. In tutte e due le formule il coefficiente vale uno per la bocca libera e mezzo per la bocca con filtro o parafoglie. Con una bocca da cento millimetri e tre centimetri di battente si è nel primo caso: 2,19 litri al secondo a bocca libera e 1,10 con il parafoglie, perché la griglia, anche pulita, dimezza. Il tubo da cento porta 10,7 litri al secondo, la sua bocca con il parafoglie 1,10: circa dieci volte di meno. Lo scrive la norma stessa, nel punto sui pluviali: la capacità del sistema dipende di solito dalle bocche di efflusso, non dai pluviali. Una presentazione dell’Ordine degli ingegneri di Napoli riporta la frase alla lettera.
La forma dell’imbocco pesa quanto il diametro. Con un imbocco conico largo fino a una volta e mezzo il tubo, il diametro efficace è quello dell’imbocco; con un imbocco arrotondato è il 90 per cento. Il manuale britannico avverte che le didascalie della figura della norma, riprese dal manuale del Politecnico, rovesciano quel limite. Con il bocchettone comune, a spigoli vivi, il diametro efficace è quello del tubo. A parità di tubo, una bocca svasata porta una volta e mezzo di più con battente basso, e più del doppio con battente alto.
Sulla falda dell’esempio il conto si chiude così: sotto il nubifragio misurato servono cinque bocche da cento con il parafoglie, o tre libere, per tenere l’acqua a tre centimetri sopra la bocca. Con una bocca sola l’acqua sale, supera il bordo interno, e comincia il capitolo dei muri.
La regola pratica degli impermeabilizzatori italiani, come la riporta l’architetto Antonio Broccolino, è che il diametro dello scarico in centimetri, elevato al quadrato, dà la superficie in metri quadrati che quello scarico può servire: dieci centimetri per cento metri quadrati, dodici per centoquarantaquattro, quindici per duecentoventicinque. Lo stesso autore la dichiara prudente rispetto alla letteratura tecnica e rimanda per il dimensionamento alla norma. Il margine c’è davvero, e si può misurare: il tubo da cento a riempimento di un terzo porta 3,6 volte la portata di cento metri quadrati a 108 millimetri all’ora e 2,1 volte quella a 180. Ma è un margine sul tubo, e il tubo, si è visto, non è il limite.
Il manuale del Politecnico aggiunge due vincoli di posizione: un pluviale serve in genere non più di centocinquanta metri quadrati, e due pluviali stanno a non più di dieci metri l’uno dall’altro. Su dieci metri il canale, per pendere verso la bocca, scende già di circa cinque centimetri.

Dove trabocca un canale in carico
Un canale raccoglie l’acqua lungo tutta la sua lunghezza, e la porta a una bocca. Per muoversi verso la bocca l’acqua deve accelerare, e per accelerare ha bisogno di una pendenza del pelo libero: la superficie dell’acqua è più alta all’estremità lontana dalla bocca e più bassa alla bocca. Il manuale britannico ne trae una conseguenza che in cantiere sorprende spesso: un canale in piano, o quasi in piano, tende a traboccare per primo nel punto di portata nulla, dove l’acqua è più profonda, e non alla bocca. La testata chiusa e lo spartiacque fra due bocche sono i punti in cui un canale in piano sfiora per primo, e da terra si guardano di rado. Gli angoli sono un caso diverso: nei canali a sporto tolgono il 15 per cento di capacità al tratto, nei canali interni fanno accumulare l’acqua contro il lato esterno della curva.
La capacità di un canale si calcola dalla sua sezione. Per i canali semicircolari la norma dà una capacità nominale proporzionale all’area della sezione elevata a 1,25, e una capacità di progetto pari al 90 per cento della nominale; per i canali a cassetta la formula ha un coefficiente diverso e due correzioni per la profondità e per la forma. Il manuale britannico fa l’esempio di un mezzo tondo da 150 millimetri di diametro, che dà 2,38 litri al secondo nominali. Applicando la stessa formula agli sviluppi commerciali italiani si ottengono le capacità di progetto massime della tabella; il diametro è la larghezza del canale che riporta la scheda tecnica di un produttore.
| Sviluppo del canale semicircolare | Larghezza dalla scheda tecnica | Capacità di progetto massima, canale corto e in piano |
|---|---|---|
| 250 mm | 105 mm | 0,88 l/s |
| 280 mm | 127 mm | 1,41 l/s |
| 333 mm | 153 mm | 2,25 l/s |
| 400 mm | 192 mm | 3,97 l/s |
| 500 mm | 250 mm | 7,69 l/s |
Tabella 4. Capacità dei canali semicircolari secondo la formula della norma, per gli sviluppi commerciali correnti. Il diametro è la larghezza del canale riportata dalla scheda tecnica di un produttore italiano, bordino compreso, quindi le capacità sono un limite superiore.
La falda dell’esempio, sotto il nubifragio misurato, scarica 5,47 litri al secondo. Un canale da 333, largo 153 millimetri come riporta la scheda tecnica, corto e in piano ne porta al massimo 2,25: meno della metà. Servono uno sviluppo da 500 oppure più bocche, che dividano la portata in tratti da non più di 2,25 litri al secondo.
Il canale però è di rado corto. La norma chiama idraulicamente corto un canale lungo non più di cinquanta volte la sua profondità; oltre, la resistenza fa salire l’acqua verso monte e la capacità scende. Il manuale britannico dà le formule di quel coefficiente, che riproducono il prospetto della norma: un canale in piano lungo cento volte la sua profondità perde il 7 per cento, lungo duecento volte perde il 20, lungo cinquecento volte perde il 40. La pendenza verso la bocca recupera e guadagna, fino a un massimo di dieci millimetri al metro, oltre i quali la norma sconsiglia perché la velocità e la turbolenza fanno traboccare localmente: con dieci millimetri al metro la capacità sale fino al 55 per cento in più del canale in piano. Sul canale da 333 dell’esempio, lungo dodici metri e in piano, con la profondità presa pari a metà della larghezza il rapporto fra lunghezza e profondità vale 157, e la capacità scende da 2,25 a 1,93 litri al secondo; con sei millimetri al metro verso la bocca sale a 2,65.
Il manuale aggiunge due avvertenze. La prima: le procedure della norma contengono margini di sicurezza, ma quei margini non vanno usati come protezione. Li annulla un canale posato fuori quota o fuori pendenza, o un po’ di detriti sul fondo. Un canale nato con il 10 per cento di margine e posato con una contropendenza di un centimetro non ha più margine: sul canale da 333 dell’esempio, rifacendo il conto con la formula della norma, quel centimetro di profondità in meno toglie circa un quinto della capacità. La seconda: gli angoli lungo un canale interno non si fanno, perché l’acqua che gira si accumula contro il lato esterno della curva e trabocca lì; dove il canale deve cambiare direzione ci vuole una cassetta di raccolta.
E poi c’è la distinzione che regge tutto l’articolo. Il canale a sporto può traboccare in sicurezza lungo tutto il suo bordo, lontano dalla facciata: per questo la norma non gli chiede un franco, e l’appendice britannica lo dimensiona sull’evento di un anno. Il canale dietro il parapetto, il canale di compluvio e il canale a muro di confine non possono traboccare lontano dall’edificio; lo stesso vale per il canale a sporto con la fascia frontale più alta del bordo interno. Se sfiorano, l’acqua va dentro. Per loro la norma chiede un franco sopra il livello di progetto e raccomanda un troppopieno; nel Regno Unito l’appendice nazionale aggiunge categorie con tempi di ritorno più lunghi.
Sui troppopieni la norma dà un obbligo e una raccomandazione. L’obbligo sta nel punto sulle bocche: sui tetti piani con parapetto ogni area deve avere almeno due bocche, oppure una bocca e un troppopieno di emergenza. La raccomandazione sta al punto 6.4: sui tetti piani con parapetto e nei canali che non sono a sporto conviene prevedere troppopieni o bocche di emergenza. Servono a ridurre il rischio che l’acqua tracimi dentro l’edificio, e quello di sovraccarico strutturale. Il manuale britannico dà anche la formula della soglia sfiorante, la cui lunghezza cresce con la portata e cala con la potenza tre mezzi del carico d’acqua disponibile sopra la soglia: per i 5,47 litri al secondo della falda dell’esempio servono 37 centimetri di soglia con cinque centimetri di carico, e 80 centimetri con tre. Se il troppopieno è ricavato nella testata del canale, la sua soglia deve stare vicina al livello di progetto, per non entrare in funzione troppo spesso. Allora il carico utile si riduce a circa il 30 per cento della profondità del canale: sui canali lunghi con più bocche i troppopieni alle estremità aiutano poco nel mezzo.
L’architetto Broccolino, negli articoli in cui commenta il Codice di Pratica delle coperture continue, aggiunge la pratica di cantiere. Sulle coperture impermeabilizzate, scrive l’autore, è sempre consigliabile un troppopieno; il più semplice è un doccione con l’imbocco pochi centimetri sopra il piano di scorrimento. Una soluzione che lo stesso autore giudica molto interessante e funzionale sta più in basso: il troppopieno innestato direttamente sulla colonna del pluviale, uno o più metri sotto il solaio di copertura, che esce all’esterno con una curva a una quota di qualche decimetro più alta del primo innesto. Se il pluviale si riempie, l’acqua esce fuori prima di arrivare alla quota del bocchettone. E due regole di prudenza: gli scarichi che risultano dal calcolo si aumentano sempre di almeno uno. Quando uno scarico è collegato a un pluviale conviene interporre una cassetta ispezionabile, che fa anche da troppopieno se il tubo si intasa. Il Codice di Pratica, come riporta lo stesso autore, non ammette una copertura che non possa scaricare attraverso gli scarichi predisposti, e fissa le pendenze minime del piano di scorrimento: l’1 per cento in generale, il 3 per cento con l’elemento di tenuta autoprotetto con lamina metallica a vista, l’1,5 per cento con l’isolante a tetto rovescio o a sandwich. Sotto quelle pendenze l’acqua ristagna, e il ristagno sopra un canale interno lascia l’acqua più a lungo a contatto con i raccordi.
Il muro sotto la gronda: un caso dalla letteratura di conservazione
Che cosa succede al muro quando il sistema di raccolta non regge lo descrive, senza giri di parole, una scheda diagnostica del 2010. La pubblicano Roberto Cecchi e Paolo Gasparoli nel loro lavoro sulla prevenzione e la manutenzione dei beni culturali edificati, nel caso studio dell’area centrale di Roma. Per gli esterni di un tempio, scrivono, le problematiche più rilevanti sono connesse a un inadeguato sistema di smaltimento delle acque meteoriche. La causa è soprattutto un numero esiguo di pluviali rispetto allo sviluppo della copertura, con probabili contropendenze dei canali. Questo ha prodotto ristagni consistenti d’acqua e di terriccio nei canali di gronda. Il loro peso, scrivono gli autori, può aver disallineato ancora di più le pendenze e aperto nuovi punti di infiltrazione; e l’acqua rischia di entrare nelle murature sottostanti. Nella scheda della gronda annotano un forte accumulo d’acqua fra due discese, dovuto anche a un’interruzione del canale a cui non corrisponde un pluviale. Un’altra criticità riguarda le copertine in malta che raccordano i livelli di falda con la muratura, dove non sono coperte dallo sporto di gronda. All’interno trovano macchie sull’intonaco della cupola, che riconducono a infiltrazioni negli innesti delle coperture sul tamburo.
È la stessa sequenza che si legge sotto le gronde di case molto meno illustri. Pochi scarichi per lo sviluppo del canale; una contropendenza; il ristagno; il peso dell’acqua e del terriccio, che deforma il canale e crea nuovi ristagni; la muratura sotto che riceve tutto. Gli interventi che la scheda indica per l’esterno sono di manutenzione prima che di restauro: la pulitura dei canali almeno annuale, alla fine dell’autunno; le cipolle negli imbocchi dei pluviali; il completamento del canale fra due discese con un pluviale nuovo; la ripresa dei raccordi in malta fra le falde e la muratura. Per l’interno la scheda chiede misure ponderali al piede delle murature, perché anche lì l’umidità di risalita resta un’ipotesi da verificare.
Le guide di conservazione britanniche, che sull’acqua piovana hanno una tradizione seria, arrivano allo stesso punto da un’altra strada. Historic England ha pubblicato nel 2024 le schede sui sistemi di raccolta resilienti. Ispezionare con regolarità, fare la manutenzione ordinaria e programmare le riparazioni, vi si legge, è essenziale perché il sistema protegga l’edificio dal degrado causato dall’acqua. Le stesse schede consigliano una pianta della copertura che descriva come funziona il sistema: serve a organizzare le ispezioni ed è necessaria per fare i calcoli di capacità. Per i canali di compluvio, a cassetta e dietro parapetto l’ispezione da terra può non bastare, e serve l’accesso in quota. I pluviali collegati direttamente alla fognatura possono intasarsi, e conviene un terminale a scarpa che scarichi a vista in un pozzetto, così l’ostruzione si vede. La condizione del sistema va valutata durante e dopo gli eventi estremi. E una regola di progetto che vale come principio: il sistema di raccolta dovrebbe essere fatto in modo che ogni guasto sia immediatamente evidente. Un troppopieno che getta acqua dalla facciata segnala che lo scarico principale è chiuso, prima che la macchia compaia sul muro.
Lo sporto e il gocciolatoio
Che lo sporto di gronda protegga il muro lo scrive una linea guida commissionata da un ministero britannico al laboratorio per le costruzioni, la guida del 2011 sulla sicurezza dei parapetti in muratura. E lo scrive proprio dove invita a considerare alternative al parapetto, per l’alto rischio di guasto quando le sue indicazioni non vengono seguite: uno sporto ben progettato ha molte meno probabilità di portare a penetrazione della pioggia, e offre una protezione migliore al muro sottostante. Historic England, nella scheda sugli edifici senza canali e pluviali, descrive le coperture tradizionali con sporti profondi, che gettano l’acqua ben lontano dai muri senza bisogno di tubi. Descrive anche le coperture con canale dietro parapetto che hanno solo doccioni per lanciarla lontano. La scheda romana usa lo sporto come discriminante: le copertine in malta degradano dove lo sporto non le copre, e reggono dove le copre.
Una quota minima di sporto non compare nelle norme italiane e britanniche citate in questo articolo, e non la invento: è un parametro di progetto che dipende dall’altezza del muro e dall’esposizione. L’unico appiglio quantitativo è indiretto, ed è il fattore di parete della norma sulla pioggia battente, che include lo sporto fra le sue variabili. La direzione invece è certa: più sporto, meno acqua sul muro.
Il gocciolatoio invece ha i suoi numeri, e vengono dalle norme britanniche sulle copertine, riportate da una guida di progettazione del settore laterizio. Il codice di pratica britannico sull’uso della muratura, la BS 5628-3, ritirato nel 2010 come riporta il catalogo dell’ente britannico, definiva la copertina come l’elemento in sommità di un muro progettato per allontanare l’acqua piovana oltre tutte le superfici esposte della muratura sottostante. Il cappello è l’elemento che non lo fa; fra gli esempi di cappello metteva il mattone di coltello e gli altri elementi, a filo o sporgenti, che non incorporano un gocciolatoio. La guida lo dice in una riga: gli elementi che forniscono semplicemente uno sporto non costituiscono una copertina. Le quote: il bordo del gocciolatoio ad almeno quaranta millimetri dalla faccia del muro, per il codice sulla muratura; quarantacinque millimetri di sporgenza per la norma sulle copertine prefabbricate, preferibili perché lasciano spazio a una gola larga dodici; e il gocciolatoio deve essere continuo attraverso i giunti di malta, altrimenti, scrive la guida, compaiono macchie a disegno in corrispondenza dei giunti. La stessa norma chiede alle copertine posate senza grappe una massa di almeno venticinque chili al metro. Alle copertine in laterizio la guida chiede giunti di movimento a non più di tre metri, portati fino alla membrana che sta sotto.
Il meccanismo che quelle quote governano è la tensione superficiale. L’acqua che scorre sul dorso della copertina arriva al bordo e non cade: aderisce all’intradosso, risale verso il muro e scende sulla sua faccia, dove la muratura la assorbe. Il gocciolatoio interrompe il velo e obbliga la goccia a staccarsi a quaranta millimetri dal muro. Quando manca, o quando una tinteggiatura lo ha riempito, la fascia di muro sotto il cornicione resta bagnata a ogni pioggia. Nei giunti fra le lastre, dove il gocciolatoio si interrompe, compaiono le colature a pettine che si vedono su tanti muri di recinzione. È lo stesso principio del gocciolatoio sotto una soglia, di cui ho scritto nell’articolo sulla vaschetta sotto la soglia.
La guida britannica aggiunge un’osservazione storica: le copertine tradizionali erano elaborate e pesanti perché dovevano proteggere muri molto spessi. La loro forma, spesso ereditata dalla pietra, allontanava l’acqua dal muro, e con uno sporto alla base proteggeva la malta di allettamento e i corsi più alti; le copertine moderne sono piccole e leggere, e con le malte cementizie richiedono un progetto più attento per durare.
Resta il piede del muro. Historic England lo tratta nella stessa scheda: perché la pioggia non rimbalzi alla base dell’edificio, il terreno intorno deve essere in pendenza verso l’esterno e non deve offrire una superficie dura; ghiaia o un rivestimento morbido assorbono l’acqua e impediscono lo schizzo e il ristagno al piede dei muri. E un’avvertenza che in Italia si legge di rado: i drenaggi perimetrali annegati nella ghiaia, quando stanno vicino alle fondazioni, possono concentrare l’acqua al piede dei muri invece di allontanarla. Del terreno attorno al muro, e di quanto conti prima di qualunque intervento sulla muratura, ho scritto in Il terreno prima del muro.

Il parapetto: due facce bagnate e lente ad asciugare
Il parapetto del tetto piano è un muro speciale, e la guida britannica del 2011 spiega perché nella prima pagina: ha di norma entrambe le facce esposte agli agenti atmosferici, quindi si bagna di più e asciuga più lentamente delle altre murature. I livelli di umidità più alti accelerano il degrado dei componenti. Per questo richiede più attenzione ai dettagli in costruzione e più manutenzione. Il risultato dell’indagine sul campo, condotta in diverse città britanniche, sta nell’appendice della guida: il guasto principale associato ai parapetti e ai timpani rialzati è la penetrazione della pioggia, non il cedimento strutturale. Gli autori non hanno trovato parapetti prossimi al collasso; ne hanno trovati molti macchiati di scuro per l’acqua contenuta, coperti di alghe, fessurati, con i materiali disgregati dal gelo e dal disgelo. Erano problemi maturati in anni senza manutenzione. E concludono che, su base nazionale, l’impatto economico della penetrazione d’umidità supera di gran lunga quello dei danni alle persone.
Un parapetto tiene se tengono insieme quelli che la guida chiama i dispositivi di gestione dell’acqua: la copertina in sommità, le membrane contro l’umidità, cioè quella sotto la copertina e quella al piede, e gli sfoghi che lasciano uscire l’acqua che comunque entra. Piccoli difetti in queste protezioni, scrive, possono portare a gravi ingressi d’acqua nelle parti adiacenti dell’edificio. Le quote sono queste, e sono tutte nella guida.
| Elemento | Prescrizione |
|---|---|
| copertina | gocciolatoi ad almeno 40 mm dalle facce del parapetto; fissata meccanicamente; giunti sigillati con un sigillante che assorba il movimento; niente intonaco sul dorso |
| membrana sotto la copertina | fra la copertina e il corso più alto; continua; giunti sovrapposti di almeno 150 mm e sigillati; sostenuta attraverso l’intercapedine; allettata su malta fresca; sporgente di almeno 5 mm oltre ciascuna faccia |
| membrana al piede del parapetto | gradino di almeno 150 mm verso la faccia interna o esterna; sporgente di almeno 5 mm dal filo del muro; sovrapposizioni di almeno 150 mm sigillate; pezzi speciali agli angoli e testate chiuse |
| sfoghi | giunti verticali aperti subito sopra la membrana al piede, a passo non superiore a 1 m |
| risvolti del manto | almeno 150 mm sopra il livello finito della copertura, coperti da scossaline fissate; le scossaline passano sotto la membrana del parapetto |
| muratura | zanche a passo 450 mm in orizzontale e 225 in verticale; laterizi resistenti al gelo; malta cemento, calce e sabbia 1 : 0,5 : 4,5; nei parapetti in mattoni, niente intonaco su entrambe le facce; giunti di movimento come nei muri sotto |
Tabella 5. Le prescrizioni della guida britannica sui parapetti in muratura, ridotte alle quote. La membrana al piede è la cavity tray dei muri a intercapedine; nei muri pieni italiani il suo equivalente è la membrana che raccoglie l’acqua entrata nel parapetto e la porta fuori sopra il risvolto del manto.
Sul verso della membrana al piede, la guida indica come preferibile il drenaggio verso l’esterno, o attraverso il paramento esterno. I paramenti esterni, spiega, sono fatti aspettandosi acqua sulla loro faccia interna; se drena verso l’interno, l’acqua che il parapetto ha assorbito va a finire sul perimetro del tetto e nel paramento interno. E la guida avverte che quando l’intercapedine è riempita di isolante l’acqua può essere indirizzata verso l’interno anche se il progetto diceva il contrario. Sull’intonaco la guida è netta: non si intonacano entrambe le facce di un parapetto in laterizio, perché è probabile che si allunghino i periodi in cui il muro resta umido. Il parapetto intonacato dentro e fuori, con la copertina in malta senza gocciolatoio, è il parapetto che si vede su molti terrazzi italiani.
La guida chiude con una lista di controllo per la manutenzione: il parapetto è a piombo, dritto, non fessurato; non ci sono parti distaccate; non c’è evidenza di penetrazione d’acqua attraverso il parapetto; ci sono le membrane e le scossaline necessarie; l’acqua viene allontanata dal muro da una copertina adeguata, con il suo dettaglio di smaltimento; non ci sono segni di calcestruzzo che si sfalda, ruggine o movimenti ai giunti; il degrado è ragionevole per l’età e l’esposizione. E, quando si ripara: il muro ricostruito deve avere gli sfoghi e le membrane corrette sotto le copertine, altrimenti si è ricostruito il difetto.

La lattoneria si muove
Canali, scossaline e converse sono di metallo, e il metallo si allunga con il caldo. La misura è nota, e sta in qualunque manuale di metallurgia: l’allungamento è il coefficiente di dilatazione del metallo per la lunghezza per la differenza di temperatura. I coefficienti vengono dal capitolo sulla dilatazione termica di un manuale dell’associazione americana dei metallurgisti: quello dell’alluminio è scritto nel testo, quelli degli altri metalli sono estratti dalla sua tabella. Fa eccezione lo zinco-titanio, per il quale uso il valore di 22 milionesimi per kelvin delle fonti di settore di lattoneria.
| Metallo | Coefficiente, milionesimi per kelvin | Allungamento su 10 metri con 80 gradi di escursione | Con 100 gradi |
|---|---|---|---|
| acciaio al carbonio | 12 | 9,6 mm | 12,0 mm |
| acciaio inox austenitico | 17,5 | 14,0 mm | 17,5 mm |
| rame | 16,5 | 13,2 mm | 16,5 mm |
| zinco-titanio | 22 | 17,6 mm | 22,0 mm |
| alluminio | 24 | 19,2 mm | 24,0 mm |
| piombo | 28 | 22,4 mm | 28,0 mm |
Tabella 6. Quanto si allunga un canale o una scossalina di dieci metri fra l’inverno e l’estate. Ottanta gradi di escursione sono da meno dieci a più settanta sulla superficie di una lamiera al sole; cento gradi è il caso severo che usa la letteratura tedesca di lattoneria. I coefficienti di inox, rame e piombo sono ripresi da tabella, quello dello zinco-titanio dalle fonti di settore: vanno presi come ordine di grandezza.
Il manuale di metallurgia aggiunge che la variazione dimensionale dell’alluminio è circa il doppio di quella dei metalli ferrosi. Quando grandi pezzi di alluminio sono fissati su un telaio d’acciaio o su una muratura, scrive, servono di norma giunti scorrevoli e sigillature plastiche. Una scossalina di venti metri in zinco-titanio, fissata rigidamente alle due estremità, non ha dove mettere i suoi 35 millimetri di escursione con ottanta gradi, 38 se è di alluminio: li mette nei fissaggi, che si allargano, e nelle saldature, che si strappano. E dove si strappa una scossalina c’è, sotto, la testa di un muro.
Le regole tedesche di lattoneria non sono in libera consultazione, e le riprendo da fonti di settore che le riportano. Fissano la distanza massima fra due giunti di dilatazione: quindici metri di lunghezza sviluppata per i canali in rame e in zinco-titanio, dodici per l’alluminio. E aggiungono la regola che spiega perché i canali si spaccano agli angoli: in presenza di angoli esterni le lunghezze si dimezzano, in presenza di angoli interni si riducono a un quarto. Un canale in rame che gira un angolo esterno vuole un giunto ogni sette metri e mezzo; se gira un angolo interno, ogni tre metri e settantacinque. L’angolo del canale sta sopra lo spigolo del muro, che riceve anche più pioggia battente del centro della facciata, come riporta la rassegna sulla pioggia battente.
Ci sono poi i contatti fra metalli diversi. Historic England avverte che i sistemi di raccolta metallici possono subire corrosione galvanica, e che fissaggi e accessori vanno scelti con particolare cura; e che la sostituzione parziale può compromettere l’intero sistema, perché è difficile collegare alluminio verniciato o plastica a piombo e ghisa. L’architetto Broccolino documenta due incompatibilità di cantiere: il contatto diretto del piombo con il cemento, che ossida e degrada il manufatto se la superficie non è trattata; e la lamiera zincata e l’alluminio, poco compatibili con l’adesione a fiamma delle membrane in bitume polimero. Per questo bocchettoni e doccioni si fanno in acciaio inox, rame o piombo. In lattoneria si tramanda a voce una regola sull’ordine dei metalli lungo il percorso dell’acqua. Non compare nelle fonti di questo articolo, e per questo non la riporto come dato.

La pioggia battente
Non tutta l’acqua che bagna un muro alto viene dal tetto. Una parte arriva di traverso, spinta dal vento: è la pioggia battente, e la letteratura scientifica la indica come la principale fonte di penetrazione d’acqua nelle facciate. Ne scrivo qui perché il tetto decide quanta ne arriva sul muro, e perché la sua macchia si confonde con quella della gronda.
La norma che la calcola è la UNI EN ISO 15927-3. Come riporta la rassegna di Blocken e Carmeliet, discende dalla norma britannica del 1992, che aveva sostituito una bozza del 1984; la bozza europea del 1997 ha poi lasciato indice e mappe per un calcolo sui dati orari. Calcola due grandezze. La prima è un indice annuale medio, che governa il contenuto d’acqua di una parete assorbente come una muratura. La seconda è un indice di picco, o di spell, che governa la probabilità che la pioggia attraversi la muratura e i giunti. La formula dell’indice in campo aperto somma, ora per ora, un prodotto di tre fattori: la velocità del vento a dieci metri, l’intensità della pioggia elevata a otto noni e il coseno dell’angolo fra il vento e la normale alla parete. Il tutto è moltiplicato per due noni; servono almeno dieci anni di dati orari, meglio venti o trenta. Il coefficiente due noni è, in sostanza, l’inverso della velocità di caduta di una goccia da un millimetro e due, circa quattro metri e mezzo al secondo: la rassegna lo dice realistico per piogge di circa un millimetro all’ora, e da correggere oltre i cinque. Per dare l’ordine di grandezza: con un vento di cinque metri al secondo e un millimetro all’ora di pioggia, su una parete sopravento in campo aperto arriva circa un litro al metro quadrato in un’ora. Poi entrano i fattori di correzione: la rugosità del terreno; la topografia, che sulle creste e sulle scarpate moltiplica fino a 1,6; l’ostruzione degli edifici vicini; e il fattore di parete, che è il rapporto fra l’acqua che colpisce una parete e quella che passerebbe nello stesso spazio libero. Il fattore di parete, come riporta la stessa rassegna, tiene conto del tipo di parete, della sua altezza e dello sporto di gronda.
È qui che il tetto torna in gioco, ed è anche qui che il metodo mostra i suoi limiti, dichiarati dalla norma stessa: si applica in primo luogo a climi simili a quello britannico; non vale in zone montuose con rupi e gole; non vale dove più del 25 per cento della pioggia annuale viene da temporali convettivi, cioè da rovesci che durano meno di un’ora. In Italia la parte della pioggia annua che viene dai temporali convettivi va verificata stazione per stazione: dove supera il quarto, la norma stessa dichiara di non valere. Per questo qui la norma serve per il metodo e per quello che dice sul fattore di parete, non come fonte di valori: una mappa italiana degli indici di pioggia battente, calcolata con quel metodo, non risulta pubblicata, e i valori vanno calcolati caso per caso sui dati orari delle stazioni regionali. Non ne invento.
Quello che la norma dice, e che serve alla diagnosi, sono tre cose. La prima: il fattore di parete dipende dallo sporto, quindi la fascia di muro sotto una gronda profonda riceve meno pioggia battente di quella sotto una gronda a filo. La seconda: la norma assume che il fattore di parete sia lo stesso lungo tutta la larghezza della facciata. Le misure mostrano invece che la pioggia battente cresce dal centro verso i bordi. È il motivo per cui le macchie da pioggia battente si concentrano agli angoli e sui bordi dei timpani, mentre quelle da gronda seguono il canale. La terza è quella già vista: l’appendice britannica della norma dello scarico conta come area di raccolta metà della parete verticale che sta sopra il canale, fino a dieci metri.
Il nodo fra il tetto e il muro
Nei tetti piani, come riporta la guida britannica sui parapetti, la causa di infiltrazione indicata più spesso sono i raccordi con i muri progettati male; e la membrana non separata dai movimenti dell’edificio. La scheda romana riconduce le macchie sull’intonaco della cupola agli innesti delle coperture sul tamburo, cioè al punto in cui la falda si attacca alla muratura.
Le quote del nodo vengono da tre fonti indipendenti fra loro, che dicono cose compatibili. Dalla guida britannica: tutti i risvolti almeno 150 millimetri sopra il livello finito della copertura, coperti da scossaline fissate; le scossaline della copertura passano sotto la membrana del parapetto, e questo conta soprattutto quando quella membrana raccoglie acqua e la porta verso il tetto; dove il parapetto si accosta a un muro adiacente serve una scossalina di raccordo. Dagli articoli dell’architetto Broccolino sulle coperture continue: i tubi e i cavidotti che attraversano il risvolto devono uscire dalla parete ad almeno 15-20 centimetri sopra il pavimento finito, che è il primo piano su cui l’acqua scorre; se per ragioni architettoniche l’uscita deve stare nello spessore del pavimento, si ricava prima nel muro una nicchia impermeabilizzata, con il punto d’uscita ad almeno 20 centimetri dal pavimento; il passaggio attraverso la parete si fa almeno 5 centimetri sopra la sommità del risvolto impermeabile; al piede del risvolto va un elemento comprimibile in polietilene reticolato, che assorbe le spinte termiche della pavimentazione pesante, e non polistirene espanso, che si schiaccia; la guscia di raccordo al piede del risvolto non si fa, perché favorisce il distacco della membrana. Dalla norma europea dello scarico, con il verbo dell’obbligo: dove i tubi attraversano i muri esterni si deve realizzare una sigillatura a tenuta d’acqua; e i pluviali interni devono poter sopportare il battente che si forma in caso di ostruzione. La norma, cioè, prevede che si ostruiscano; e quando succede il tubo diventa una colonna d’acqua in pressione dentro il muro.
Da queste quote si ricostruisce la catena che produce la macchia in sommità del muro interno. Il risvolto finisce troppo basso, o l’acqua sale oltre la sua quota perché lo scarico non smaltisce. La scossalina di raccordo è sovrapposta nel verso sbagliato rispetto alla membrana del muro, e conduce l’acqua dentro invece che fuori. La membrana al piede del parapetto drena verso l’interno, o l’isolante nell’intercapedine la costringe a farlo. L’acqua raggiunge la testa del muro e scende. La macchia compare in alto, lungo il perimetro della stanza all’ultimo piano, e non al centro del soffitto: è la stessa geometria della diga di ghiaccio in gronda, per una causa diversa.

La neve e il ghiaccio in gronda
Dove nevica e gela c’è un’altra via dell’acqua, e lavora esattamente sopra la testa del muro. Comincia dalla neve, che sul tetto è acqua non ancora scesa. La conversione è aritmetica: un chilonewton al metro quadrato di carico vale 102 chili, e ogni chilo d’acqua su un metro quadrato è un millimetro di pioggia, quindi un chilonewton di neve equivale a 102 millimetri di pioggia.
Il carico di progetto lo danno le norme tecniche per le costruzioni, che dividono l’Italia in quattro zone e legano il valore all’altitudine. Su una casa a mille metri in zona alpina, il carico sulla copertura di una falda a venti gradi vale 3,2 chilonewton al metro quadrato, cioè 327 chili al metro quadrato. Il conto usa il coefficiente di forma 0,8 delle falde fino a trenta gradi e i coefficienti di esposizione e termico pari a uno, che è il caso corrente. Sulla falda di 120 metri quadrati dell’esempio fanno 39 tonnellate, cioè 39 metri cubi d’acqua. In zona III, che comprende fra le altre Roma, Napoli, la Sicilia e la Sardegna, sotto i 200 metri il carico scende a 49 chili al metro quadrato, un settimo del caso alpino; nella zona I mediterranea, che comprende fra le altre Milano, Bologna, Parma e Treviso, sotto la stessa quota arriva a 122. La pianura padana non sta in una zona sola: Torino e Brescia sono in zona I alpina, Padova, Venezia e Mantova in zona II.
Contro un parapetto la neve si accumula nella fascia lungo il bordo, cioè dove stanno le bocche di scarico, e quanto aggiunga dipende dalla zona. Con un parapetto alto un metro, in zona III il carico nella fascia passa da 49 a 122 chili al metro quadrato, due volte e mezzo; nella zona I mediterranea da 122 a 204. A mille metri in montagna non cambia, perché il coefficiente di accumulo scende sotto il minimo di norma. In proporzione, l’accumulo contro il parapetto pesa di più nelle zone con poca neve al suolo.
La coibentazione cambia anche questo conto. Le norme prevedono un coefficiente che riduce il carico quando il calore che esce dal tetto scioglie la neve. La circolare esplicativa, però, lo sconsiglia in generale. Lo ammette, con una motivazione, solo dove il carico della neve al suolo supera 1,5 chilonewton al metro quadrato e la copertura ha una trasmittanza superiore a un watt al metro quadrato e grado, mentre i limiti di legge per le coperture stanno fra 0,20 e 0,35: per la norma, su un tetto coibentato il carico della neve non si riduce. Con un fermaneve, poi, il coefficiente di forma non scende sotto 0,8 qualunque sia la pendenza, perché la neve non scivola via.
Quanto pesa davvero quella neve dipende da com’è fatta. La rivista dell’associazione interregionale neve e valanghe ha pubblicato l’analisi di 12.112 misure giornaliere di densità della neve fresca, raccolte dai servizi valanghe regionali in dieci stagioni da 132 stazioni: la media è 115 chili al metro cubo, con un quarto delle misure sotto gli 80 e un quarto sopra i 140. La neve asciutta sta sui 104, quella umida sui 153, quella caduta insieme alla pioggia sui 178. In media dieci centimetri di neve fresca fanno poco più di un centimetro d’acqua, e il manto vecchio pesa di più, perché si compatta e trattiene l’acqua di fusione.
Al disgelo, o con la pioggia sulla neve, quell’acqua scende tutta in pochi giorni: nel febbraio del 2012, in Emilia Romagna, il manto nevoso di pianura è sparito in una decina di giorni. Se in quel momento le bocche e i canali sono ancora chiusi dal ghiaccio, l’acqua trabocca dal bordo più basso che trova, e il muro sotto la riceve.
Sui tetti a falda la neve produce anche un guasto suo. Una fotografia del laboratorio americano che studia le regioni fredde mostra due edifici ripresi a pochi minuti di distanza: uno ha ghiaccioli e dighe di ghiaccio in gronda, l’altro è pulito. La neve rimasta sul comignolo del secondo spiega la differenza: quell’edificio non era riscaldato, mentre il primo stava a temperatura ambiente. Le condizioni perché la diga si formi sono quattro, già elencate in una scheda canadese del 1967: neve sulla falda, aria esterna sotto zero, calore che esce dal tetto e fonde la neve da sotto, e un bordo freddo dove l’acqua che scende possa rigelare. Lo sporto di gronda sta alla temperatura dell’aria, perché sotto non ha la casa. Lì l’acqua di fusione si ferma e diventa ghiaccio; la diga cresce e a monte trattiene acqua liquida, che risale sotto le tegole e passa. La diga si forma dove finisce l’isolante e comincia lo sporto freddo, cioè sul filo esterno del muro perimetrale. L’acqua che rigurgita trova la muratura poco più in basso.
I ritmi sono lenti e il risultato è grande. Nel conto del laboratorio americano, con 41 centimetri di neve sul tetto, un soffitto di resistenza termica 5,2 e 5,6 gradi sotto zero fuori, il calore fonde circa 17 grammi d’acqua al metro quadrato all’ora. Su una falda in salita di sei metri fanno due chili e mezzo per metro di gronda al giorno, 17,6 in una settimana, 74 in un mese. Settantaquattro chili di ghiaccio per metro, su una falda a 45 gradi, sono una diga alta 43 centimetri. Gli autori avvertono che il conto trascura il sole e gli sbalzi di temperatura, e che sul campo hanno visto il ghiaccio crescere anche più in fretta.

Da lì viene la correzione che interessa chi progetta. Lo stesso laboratorio ha ricavato la ventilazione che serve a tenere il tavolato sotto zero. Nel suo esempio di riferimento l’area delle aperture, fra gronda e colmo, vale circa un centocinquantesimo della superficie del sottotetto: il doppio del trecentesimo che circola nei manuali. Il trecentesimo, scrivono gli autori, è nato per il controllo dell’umidità nei sottotetti, e rispettarlo non mette al riparo dalle dighe; con più isolante la richiesta cala, con meno sale. Nei tetti a falda abitati, dove l’aria passa in un’intercapedine stretta sopra l’isolante, contano anche le perdite di carico. Nell’esempio dello stesso gruppo un’intercapedine alta 25 millimetri non basta e sopra i 44 non si guadagna quasi più niente; nelle regioni dove il carico della neve al suolo supera 146 chili al metro quadrato, circa 1,4 chilonewton, Joseph Lstiburek raccomanda almeno 51 millimetri, il doppio del pollice che chiedono i regolamenti americani.
Contro il danno, e non contro la causa, esiste un rimedio costruttivo che in Italia nessuna norma impone. Il codice residenziale americano lo prescrive, per i manti a scandole e in lastre sovrapposte, dove la tabella climatica locale segnala una storia di ghiaccio in gronda. È una membrana impermeabile, fatta di due strati di sottomanto incollati o di un foglio autoadesivo di bitume modificato. Parte dal bordo più basso della copertura e arriva ad almeno 610 millimetri all’interno della linea del muro perimetrale; sulle falde con pendenza di 8 su 12 o maggiore, cioè da circa 34 gradi in su, deve coprire anche almeno 914 millimetri misurati lungo la falda dal bordo di gronda. La stessa raccomandazione sta nella scheda canadese del 1967. La membrana non impedisce alla diga di formarsi: limita il danno che fa, perché sotto le tegole l’acqua trattenuta trova uno strato continuo. La scheda canadese avverte anche che i fermaneve e i canali di gronda, trattenendo neve e acqua sul bordo freddo, favoriscono il ghiaccio invece di ostacolarlo.
La cura resta quella dell’articolo sul tetto coibentato: un soffitto che non lascia uscire calore e aria, e una via perché quello che passa se ne vada. La macchia da ghiaccio compare in sommità del muro esterno dell’ultimo piano, dopo un periodo di neve e gelo seguito da un disgelo, e non dopo una pioggia.
Come si legge la macchia dal punto in cui sta
Ogni via dell’acqua lascia il segno in un posto diverso, e il posto è il primo strumento di diagnosi, prima di qualunque misura. Nell’articolo sul pluviale murato ho descritto la firma della risalita, quella del pluviale che perde e quella della pioggia battente; qui aggiungo le firme dell’acqua di gronda, che completano il quadro.
| Dove sta la macchia | Che cosa la produce di solito | Quando compare | Che cosa guardare per primo |
|---|---|---|---|
| in alto sul muro interno dell’ultimo piano, lungo il perimetro della stanza, non al centro del soffitto | il nodo fra tetto e muro: risvolto basso, scossalina nel verso sbagliato, membrana del parapetto che drena verso dentro; oppure il canale interno che trabocca; in montagna la diga di ghiaccio | dopo le piogge forti, o dopo un disgelo | il parapetto e il canale dalla copertura, con la pioggia in corso |
| fascia orizzontale sulla faccia esterna, subito sotto la linea di gronda o sotto un cornicione | il gocciolatoio che manca o è riempito, lo sporto troppo corto, la pioggia battente su una parete esposta | durante e subito dopo la pioggia, asciuga in giorni | il bordo della copertina o del cornicione: c’è una scanalatura sotto, ed è pulita? |
| lingua verticale sulla faccia esterna, che parte da un angolo del canale o da una testata | il canale che trabocca nel punto di portata nulla, il giunto della lattoneria aperto all’angolo | dopo le piogge intense, con ritardo di ore | quel tratto di canale con la pioggia in corso: trabocca? c’è una contropendenza? |
| macchie a disegno sotto i giunti di una copertina o di una cimasa | il gocciolatoio interrotto ai giunti | dopo ogni pioggia | la continuità della scanalatura attraverso i giunti |
| chiazze diffuse sulla facciata esposta al vento, più fitte agli angoli e sui bordi del timpano | la pioggia battente | durante gli eventi con vento, asciuga in giorni | l’orientamento della parete e lo sporto sopra |
| al piede del muro esterno, su tutta la lunghezza o davanti a un pluviale | il rimbalzo sulla pavimentazione dura, il pluviale che scarica a terra, il drenaggio in ghiaia addossato alle fondazioni | dopo le piogge; in estate quasi sparisce | il terreno e il marciapiede: pendono verso il muro? dove finisce l’acqua del tubo? |
| colonna verticale su una parete sola, in asse con un bocchettone | il pluviale murato che perde | dopo le piogge, con ritardo di ore o giorni | la prova della canna, descritta nell’articolo sul pluviale |
| fascia continua dal pavimento, che gira gli angoli e occupa più pareti | la risalita capillare | sempre presente, stagionalità lenta | la mappatura igrometrica a quote, descritta nell’articolo sulla diagnosi differenziale |
Tabella 7. La diagnosi per posizione. Nessuna riga basta da sola, ma la posizione della macchia esclude subito metà delle ipotesi. Le ultime due righe rimandano agli articoli dedicati: Il pluviale dentro il muro e Diagnosi differenziale della risalita.
Il sopralluogo che decide si fa con la pioggia in corso, ed è l’unico momento in cui questi difetti si vedono. Dalla strada, in poco tempo, si possono vedere cinque cose: un canale che sfiora all’estremità lontana dalla bocca; un giunto che schizza a un angolo; una copertina da cui l’acqua cola sulla faccia del muro invece di gocciolare; una bocca con il pelo dell’acqua sopra la griglia; un troppopieno che lavora. Se non piove, si fa piovere: una canna sul tetto, a portata misurata con un secchio, sul tratto di canale sospetto, con qualcuno sotto a guardare dove esce l’acqua. È la stessa prova descritta per il pluviale, fatta sul canale.
Due segni distinguono l’acqua di gronda dalla condensa, con cui viene confusa nelle stanze dell’ultimo piano. Il calendario: la macchia di gronda si ravviva dopo le piogge forti, quella di condensa nelle mattine fredde e serene, e un mese di annotazioni lo dice senza strumenti. E la posizione: la condensa cerca i ponti termici, cioè gli angoli, le travi, i cordoli, e si presenta a chiazze con la muffa; l’acqua di gronda segue il canale, e sta in asse con un tratto preciso di bordo, sopra il quale, salendo a guardare, c’è spesso una ragione.

La manutenzione che vale una diagnosi
Una parte di questo articolo si riassume in una frase della scheda romana: pulitura dei canali di gronda almeno annuale, al termine dell’autunno. Le foglie cadono fra ottobre e novembre, e i nubifragi arrivano anche fuori dall’estate: il rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente sul 2022 ne registra uno il 15 settembre nelle Marche e un altro fra il 25 e il 26 settembre a Trapani. Un canale mai pulito lavora con la griglia in parte chiusa, e la bocca, già dimezzata dal parafoglie pulito, porta ancora meno: il manuale britannico avverte che bastano piccole ostruzioni per alzare molto l’acqua nel canale.
Il resto è nella lista di Historic England: una pianta della copertura con i canali, le bocche, i pluviali e i troppopieni, per sapere dove guardare; l’accesso in quota per i canali interni, che da terra non si vedono; un terminale a scarpa a vista al piede dei pluviali, così l’ostruzione si vede prima che il tubo vada in carico; un giro di controllo durante e dopo gli eventi estremi, che sono gli unici in cui il sistema lavora al limite; e il collaudo di ogni sistema nuovo prima di accettarlo, perché i calcoli di capacità sono sempre approssimati e la posa può annullare i margini. Dietro un parapetto il canale che trabocca manda l’acqua dentro, e la pulizia diventa parte della tenuta della copertura.
La tavola interattiva: il conto della gronda
La tavola qui sotto fa i due conti dell’articolo con i numeri che si hanno in mano. Il primo è il conto della gronda. Si parte dalla superficie della falda e dall’intensità della pioggia, che danno la portata. Poi entrano il canale (sviluppo, lunghezza, pendenza), la bocca (diametro, battente, parafoglie) e il pluviale (la sua misura). Per ognuno la tavola calcola la capacità. Il più piccolo dei tre è il collo di bottiglia, e la tavola dice se il sistema regge, dove trabocca se non regge, e quante bocche servirebbero. Il secondo è il conto della lattoneria: il metallo, la lunghezza e l’escursione termica danno l’allungamento, e gli angoli dicono dove servono i giunti. Le formule sono quelle della nota in fondo, e i limiti sono scritti sotto la tavola.
Il conto della gronda
capacità di progetto
con il parafoglie
riempito per un terzo
| Metallo | Coefficiente | Allungamento | Giunti sul tratto |
|---|---|---|---|
| acciaio al carbonio | 12,0 · 10-6/K | 9,6 mm | nessuna regola nelle fonti |
| acciaio inox austenitico | 17,5 · 10-6/K | 14,0 mm | nessuna regola nelle fonti |
| rame | 16,5 · 10-6/K | 13,2 mm | 0 (ogni 15 m) |
| zinco-titanio | 22,0 · 10-6/K | 17,6 mm | 0 (ogni 15 m) |
| alluminio | 24,0 · 10-6/K | 19,2 mm | 0 (ogni 12 m) |
| piombo | 28,0 · 10-6/K | 22,4 mm | nessuna regola nelle fonti |
- Il canale è assunto semicircolare, con il diametro pari alla larghezza che la scheda tecnica di un produttore dà per ogni sviluppo, bordino compreso, e la profondità pari a metà della larghezza: la capacità è un limite superiore. Per i canali a cassetta servono i coefficienti di forma della norma.
- Il battente alla bocca lo imposti tu: nella norma si ricava dalla profondità di progetto con un coefficiente da grafico. La bocca lavora a stramazzo finché il battente non supera metà del diametro, a luce oltre, e il motore usa la formula del caso. Il bocchettone è a spigoli vivi: con un imbocco conico o arrotondato la bocca porta di più.
- L’intensità di progetto italiana non ha una carta nazionale e le guide si contraddicono: qui trovi i valori di prassi e una misura del 2022. Per un progetto valgono i dati della stazione più vicina.
- I coefficienti di dilatazione di inox, rame e piombo sono ripresi da tabella, quello dello zinco-titanio dalle fonti di settore; le distanze fra i giunti vengono dalle regole tedesche di lattoneria riprese da fonti di settore, e ci sono solo per rame, zinco-titanio e alluminio.
- Le cifre a schermo sono arrotondate: il motore lavora sui valori interi, e un conto rifatto a mano può scostarsi di un decimale.
- Qui non si progetta un edificio: chi dimensiona un sistema deve avere sul tavolo la UNI EN 12056-3, che è a pagamento.
Tutte le tavole interattive: I calcolatori.
In sintesi
1. La maggior parte dell’acqua del tetto non passa dal soffitto. Scende dai canali e dai pluviali, e quando quel percorso non regge finisce nei muri. La macchia che ne esce viene scambiata per risalita, per condensa o per un tetto che perde.
2. Il conto è una moltiplicazione. Portata uguale superficie per intensità di pioggia, diviso 3.600: una falda di 120 metri quadrati sotto il nubifragio misurato nel 2022 in Campania, 27,4 millimetri in dieci minuti cioè 164 all’ora, scarica 5,47 litri al secondo, ventisette rubinetti di casa aperti insieme.
3. Il collo di bottiglia è la bocca, non il tubo. Un pluviale da 100 pieno per un terzo porta 10,7 litri al secondo; la bocca che lo alimenta, con tre centimetri di battente e il parafoglie, 1,10. Lo scrive la norma: la capacità del sistema dipende di solito dalle bocche, non dai pluviali.
4. Un canale trabocca nel punto di portata nulla, non alla bocca. Alla testata o allo spartiacque fra due bocche, dove nei canali in piano l’acqua è più profonda; negli angoli dei canali interni l’acqua si accumula contro il lato esterno della curva. Un canale lungo e in piano perde fino al 40 per cento della capacità; la pendenza verso la bocca, fino a dieci millimetri al metro, recupera fino al 55 per cento.
5. Il canale a sporto sbaglia nel prato, il canale interno sbaglia in casa. Per questo la norma, quando si parte dal valore minimo del prospetto, raddoppia la pioggia di progetto sui canali che tracimano dentro. E raccomanda il troppopieno sui tetti piani con parapetto e nei canali che non sono a sporto. Quando un troppopieno scarica, segnala che la bocca principale è chiusa o non basta.
6. Una copertina senza gocciolatoio è un cappello. Il gocciolatoio sta ad almeno 40 millimetri dalla faccia del muro, con una gola di 12, continuo attraverso i giunti. Senza, l’acqua risale sotto la lastra per tensione superficiale e scende sulla faccia del muro; ai giunti compaiono le macchie a pettine.
7. Il parapetto si bagna da due lati e asciuga più lentamente degli altri muri. La guida britannica del 2011 ha trovato che il guasto principale dei parapetti è la penetrazione della pioggia, non il crollo. Tiene se tengono insieme la copertina, la membrana sotto la copertina e la membrana al piede che drena verso fuori, con gli sfoghi ogni metro.
8. La lattoneria si allunga. Dieci metri di zinco-titanio fanno 22 millimetri con cento gradi di escursione, di alluminio 24. Sui canali in rame e zinco-titanio i giunti di dilatazione vanno ogni 15 metri sul dritto, la metà con un angolo esterno, un quarto con un angolo interno: e l’angolo del canale sta sopra lo spigolo del muro.
9. Il nodo fra tetto e muro ha le sue quote. Risvolti di almeno 150 millimetri, scossaline sotto la membrana del muro e non sopra, attraversamenti ad almeno 15-20 centimetri sopra il pavimento e 5 sopra il risvolto, sigillatura a tenuta dove un tubo attraversa il muro. Quando una di queste quote manca, la macchia compare in alto sul muro interno dell’ultimo piano, lungo il perimetro.
10. La posizione della macchia è la prima diagnosi. Sotto la gronda non è risalita; lungo il perimetro dell’ultimo piano non è il centro del soffitto; a pettine sotto i giunti è il gocciolatoio; a lingua da un angolo del canale è il punto di portata nulla. Il sopralluogo che decide si fa con la pioggia in corso, o con una canna a portata misurata.
11. La manutenzione fa parte della tenuta. Pulizia dei canali almeno una volta l’anno, a fine autunno; una pianta della copertura; l’accesso in quota per i canali interni; il terminale a scarpa a vista; un giro durante gli eventi estremi. Un canale dietro un parapetto, quando trabocca, bagna l’interno.
12. Dove nevica e gela, la diga di ghiaccio porta l’acqua sulla testa del muro. Nasce dal calore che esce dal tetto e rigela sullo sporto freddo; la membrana in gronda ne limita il danno, e la cura è un soffitto che non lascia uscire calore e aria. Su un tetto coibentato, per la norma, il carico della neve non si riduce, e al disgelo l’acqua scende in pochi giorni.
Domande frequenti
La macchia sta in alto sul muro esterno, sotto la gronda: può essere risalita?
No. La risalita capillare pesca l’acqua dal terreno e disegna una fascia che parte dal pavimento e gira gli angoli. Una fascia che parte dalla linea di gronda e scende, con il muro asciutto in basso, viene dall’alto: dal gocciolatoio che manca, dallo sporto troppo corto, dal canale che trabocca, dalla pioggia battente. Prima di qualunque trattamento alla base si sale a guardare il bordo del tetto.
Nella camera all’ultimo piano la macchia corre in alto lungo il perimetro, non al centro del soffitto: è condensa?
La posizione dice di no, o almeno dice di controllare prima altro. La condensa cerca i ponti termici e si presenta a chiazze con la muffa, nelle mattine fredde e serene. Una macchia che segue il perimetro sulla testa del muro esterno, e si ravviva dopo le piogge forti, è la firma del nodo fra tetto e muro: il risvolto basso, la scossalina nel verso sbagliato, il canale interno che trabocca. Un mese di annotazioni sul quando compare distingue le due senza strumenti.
Quanta acqua scarica davvero il mio tetto?
Superficie in pianta per intensità di pioggia in millimetri all’ora, diviso 3.600, e si hanno i litri al secondo. Una falda di 120 metri quadrati sotto un temporale forte da 40 millimetri all’ora scarica 1,33 litri al secondo; sotto il nubifragio da 164 millimetri all’ora misurato nel 2022, 5,47. La tavola interattiva fa il conto con i numeri della propria copertura.
Il pluviale è grosso, quindi il sistema è dimensionato bene?
Il tubo non è quasi mai il limite. Un pluviale da 100 porta 10,7 litri al secondo pieno per un terzo, ma la bocca che lo alimenta, con tre centimetri di battente, ne porta 2,19 libera e 1,10 con il parafoglie. La norma lo scrive nel punto sui pluviali: la capacità del sistema dipende di solito dalle bocche di efflusso, non dai pluviali. Si contano le bocche, non i tubi.
Il canale trabocca sempre nello stesso punto, lontano dallo scarico: è rotto lì?
Probabilmente no. Un canale in piano trabocca per primo nel punto di portata nulla, dove l’acqua è più profonda: la testata o lo spartiacque fra due bocche. Nei canali interni anche l’angolo, dove l’acqua si accumula contro il lato esterno della curva. Se lì trabocca a ogni pioggia forte, il canale è corto di capacità, o lungo e in piano, o con una contropendenza. Oppure la bocca è ostruita, e l’acqua sale in tutto il tratto. Si guarda la bocca per prima.
Il parapetto è intonacato dentro e fuori e sopra c’è la copertina in malta: dove entra l’acqua?
Da più parti, e la guida britannica le descrive tutte. La copertina in malta non ha gocciolatoio, quindi l’acqua torna sulla faccia del muro; in un parapetto in mattoni l’intonaco su entrambe le facce allunga i periodi in cui il muro resta umido; e senza una membrana sotto la copertina e una al piede che porti fuori l’acqua entrata, quell’acqua finisce nel perimetro del tetto e nel muro sotto. Il parapetto va rifatto con le tre protezioni, non ridipinto.
La scossalina si è strappata al fissaggio, in mezzo a un tratto dritto: posa sbagliata?
Più probabilmente un giunto di dilatazione che manca. Dieci metri di zinco-titanio si allungano di 22 millimetri fra inverno ed estate, di alluminio 24: se la lamiera è fissata rigidamente alle estremità, quell’escursione si scarica sui fissaggi e sulle saldature. Per i canali, le regole tedesche di lattoneria riprese da fonti di settore mettono un giunto ogni 15 metri in rame e zinco-titanio e ogni 12 in alluminio, con distanze dimezzate agli angoli esterni e ridotte a un quarto agli interni.
Serve la norma per dimensionare la gronda di una villetta?
Serve il metodo della norma, che sta in questo articolo e nella tavola interattiva, e serve la sua prudenza. Per una villetta il conto è breve: la portata della falda; la capacità della bocca con il parafoglie; un pluviale per non più di 150 metri quadrati e non più di dieci metri di canale; uno scarico in più di quelli calcolati; e il troppopieno se il canale non è a sporto. Chi progetta un edificio deve avere la norma sul tavolo; chi cerca la causa di una macchia sotto la gronda deve prima salire a guardare il canale.
In conclusione
La chiamata dell’apertura riguardava una risalita che non era una risalita. Se avessi accettato la diagnosi come me la portano, avrei tagliato un muro alla base per fermare un’acqua che scendeva dal cielo. La domanda giusta era un’altra, ed era la stessa dell’articolo sul tetto coibentato: da dove comincia la macchia, e quando. Una fascia che parte dalla linea di gronda dopo le piogge forti indica una causa in alto, da cercare prima di intervenire sul muro.
Il tetto raccoglie tutta l’acqua che gli cade sopra e la concentra in pochi punti. In quei punti decidono cose piccole: tre centimetri di battente sopra una bocca, una griglia pulita, un gocciolatoio a quattro centimetri dal muro, un giunto ogni quindici metri, un risvolto di quindici centimetri, il verso di una scossalina. Queste cose si controllano dal bordo del tetto, meglio con la pioggia in corso, e non dall’interno della stanza.
Prima si legge la posizione della macchia, che esclude metà delle ipotesi. Poi si sale, e si guarda dove l’acqua esce davvero. Poi si contano bocche, canali e pluviali con la formula, che è breve. E solo alla fine si decide se il muro va curato: spesso va lasciato asciugare, dopo aver chiuso la strada all’acqua che lo bagnava dall’alto.
Nota sui calcoli e sulle fonti
I numeri di questo articolo escono da un programma di calcolo che accompagna il testo, le tavole e la tavola interattiva. Ogni costante porta la sua fonte, e a ogni esecuzione il programma ricontrolla la coerenza interna: che il mezzo tondo da 150 millimetri dell’esempio britannico dia 2,38 litri al secondo, che il coefficiente dei canali lunghi riproduca il prospetto della norma, che le due formule della bocca diano lo stesso valore quando il battente vale metà del diametro. Le formule, per chi vuole rifare i conti con carta e penna, sono queste.
- Portata di una copertura: Q = A · i / 3600, con A superficie in proiezione in metri quadrati, i intensità di pioggia in millimetri all’ora, Q in litri al secondo, coefficiente di deflusso pari a uno (norma europea sullo smaltimento delle acque meteoriche, punto 4.1). L’intensità in litri al secondo per metro quadrato è i diviso 3600.
- Area efficace con il vento: A = A_H + 0,5 · A_V, con A_H l’area in pianta e A_V l’area esposta in prospetto, dall’ipotesi di pioggia inclinata di 26,6 gradi dalla verticale (prima opzione del prospetto 3 della norma, come riportata dal manuale britannico). Per le pareti verticali che scaricano su un tetto si conta il 50 per cento dell’area esposta fino a 10 metri di altezza.
- Capacità nominale di un canale semicircolare corto e in piano: QN = 2,78 · 10⁻⁵ · AE^1,25, con AE area della sezione in millimetri quadrati e QN in litri al secondo; capacità di progetto QL = 0,9 · QN (punto 5.1 della norma, via manuale del Politecnico e manuale britannico). Per i canali rettangolari o trapezoidali il coefficiente è 3,48 · 10⁻⁵ e si applicano i coefficienti di profondità e di forma dai grafici della norma. Il diametro di un canale semicircolare è preso pari alla larghezza riportata dalla scheda tecnica, bordino compreso, e la profondità pari a metà del diametro; l’area: π · D² / 8.
- Coefficiente per i canali lunghi (L > 50 · W, con L lunghezza del tratto fino al punto di portata nulla e W profondità): in piano, con pendenza fino a 3 millimetri al metro, FL = 1 − (0,2/150) · (L/W − 50) fra 50 e 200, FL = 0,8 − (0,2/300) · (L/W − 200) fra 200 e 500; in pendenza, con i fra 4 e 10 millimetri al metro, FL = 1 + [(0,10 + 0,075 · (i − 4)) / 150] · (L/W − 50) fra 50 e 200, FL = 1,10 + 0,075 · (i − 4) oltre 200 (equazioni del manuale britannico, che riproducono il prospetto della norma).
- Capacità di una bocca a fondo piatto: Q0 = k0 · D · h^1,5 / 7500 finché h non supera D/2, e Q0 = k0 · D² · h^0,5 / 15000 oltre, con D diametro efficace in millimetri, h battente in millimetri, k0 = 1,0 a scarico libero e 0,5 con filtro o parafoglie (tabella 7 della norma, come riportata dal manuale britannico, equazioni 7.1 e 7.2). Diametro efficace: pari all’imbocco se conico e largo non più di una volta e mezzo il tubo; il 90 per cento dell’imbocco se arrotondato, con lo stesso limite e un raggio non oltre un sesto dell’imbocco; pari al tubo se a spigoli vivi.
- Contropendenza: la capacità persa si stima applicando la formula del canale all’area del segmento circolare che resta quando la profondità utile cala di un centimetro; è un conto mio.
- Capacità dei pluviali: dal prospetto della norma per grado di riempimento 0,33, riportato nella tabella 3 e per esteso nel programma.
- Soglia del troppopieno: LW = 24000 · Q / h^1,5, con LW lunghezza della soglia sfiorante in millimetri, Q portata in litri al secondo, h carico sulla soglia in millimetri (equazione 11.1 del manuale britannico).
- Dilatazione della lattoneria: ΔL = α · L · ΔT, con α coefficiente di dilatazione lineare in milionesimi per kelvin, L lunghezza, ΔT escursione in kelvin.
- Pioggia battente, indice orario in campo aperto: (2/9) · U₁₀ · R_h^(8/9) · cos θ, con U₁₀ velocità del vento a 10 metri in metri al secondo, R_h intensità della pioggia orizzontale in millimetri all’ora, θ angolo fra il vento e la normale alla parete; l’indice di parete si ottiene moltiplicando per i coefficienti di rugosità, topografia, ostruzione e parete (norma europea sulla pioggia battente, come riportata dalla rassegna di Blocken e Carmeliet).
- Carico della neve sulla copertura: qs = μ1 · qsk · CE · Ct, con μ1 = 0,8 per falde fino a 30 gradi, CE e Ct pari a uno nel caso corrente (norme tecniche 2018, punto 3.4.1). Valore caratteristico al suolo, per quota superiore a 200 metri: qsk = k · [1 + (as/aref)²], con k e aref dati per zona dal punto 3.4.2. Conversione fra carico e acqua: 1 chilonewton al metro quadrato = 1000/9,80665 = 102 chili al metro quadrato = 102 millimetri d’acqua.
- Accumulo contro un parapetto: μ2 = γ · h / qsk, compreso fra 0,8 e 2,0, con γ il peso specifico della neve accumulata (2 chilonewton al metro cubo) e h l’altezza del parapetto in metri; il carico nella fascia è μ2 · qsk (circolare 2019, punto C3.4.3.3.4).
- Ventilazione contro le dighe di ghiaccio: Ai = 22,18 · (W / tan φ)^0,5 / R, con Ai area netta degli ingressi in gronda in millimetri quadrati per millimetro di lunghezza dell’edificio, W larghezza del sottotetto in metri, φ pendenza, R resistenza termica del soffitto in metri quadrati kelvin per watt. Al colmo serve la stessa area.
- Conversioni: 1 millimetro di pioggia = 1 litro al metro quadrato; 27,4 millimetri in 10 minuti = 164 millimetri all’ora; un rubinetto di casa = 0,2 litri al secondo, assunzione di scenario.
La norma europea sullo smaltimento delle acque meteoriche e la norma sulla pioggia battente sono a pagamento, e così le regole tedesche di lattoneria e il Codice di Pratica delle coperture continue. I loro valori arrivano da fonti secondarie dichiarate, e dove ne cito uno dico da quale. Le guide britanniche sui parapetti e sui sistemi di raccolta, il rapporto sul clima italiano, il manuale del Politecnico e il manuale britannico sono liberamente consultabili.
Le fonti, con il segno che distingue i valori verificati sul testo da quelli ripresi da fonti secondarie:
- UNI EN 12056-3:2001, Sistemi di scarico funzionanti a gravità all’interno degli edifici. Sistemi per l’evacuazione delle acque meteoriche, progettazione e calcolo, in vigore dal 30 settembre 2001. ✅ Estremi e struttura verificati sul catalogo dell’ente di normazione; le prescrizioni in parole (coefficiente di deflusso, scelta dell’intensità, troppopieni e bocche di emergenza, sigillatura degli attraversamenti, battente dei pluviali interni) verificate sul testo dell’edizione europea in una copia in cui i numeri dei prospetti non sono leggibili. ⚠️ I numeri dei prospetti e le formule sono ripresi dalle due fonti seguenti.
- S. Croce (a cura di), Teoria e tecnologia delle coperture ad elevate prestazioni, Politecnico di Milano; capitolo 10 di M. Fiori, Cenni sul dimensionamento dei sistemi di raccolta e allontanamento delle acque meteoriche. ✅ Verificato: formula della portata e coefficienti di deflusso, prospetto del coefficiente di rischio, formule dei canali semicircolari e rettangolari, prospetto dei canali lunghi, coefficienti delle bocche 1,0 e 0,5, prospetto dei pluviali, vincoli di posizione (150 metri quadrati, 10 metri). ⚠️ Per le bocche riporta la sola formula a luce, e i diametri efficaci con il limite rovesciato della figura della norma: qui valgono le due formule e il limite del manuale britannico.
- HR Wallingford, Manual for the Design of Roof Drainage Systems. A guide to the use of European Standard BS EN 12056-3:2000, Report SR 620, 2003. ✅ Verificato: conversione delle unità, durata di progetto dell’appendice nazionale britannica e tempi di concentrazione, valori britannici di intensità, angolo della pioggia e area efficace, quota delle pareti verticali, definizioni dei quattro tipi di canale, punto di portata nulla, margini di sicurezza, equazioni del coefficiente dei canali lunghi, pendenza massima, scopi e limiti dei troppopieni, formula della soglia sfiorante, le due formule della bocca a stramazzo e a luce, l’avvertenza sulle didascalie della figura dei diametri efficaci, la storia normativa britannica e le sue sei appendici nazionali.
- G. Del Giudice, La norma UNI EN 12056:2001 per i sistemi di scarico funzionanti a gravità all’interno degli edifici, presentazione per l’Ordine degli ingegneri di Napoli, 2024. ✅ Verificato: la frase della norma, nel punto sui pluviali, sul grado di riempimento 0,33 e sulla capacità del sistema che dipende di solito dalle bocche e non dai pluviali.
- SNPA, Il clima in Italia nel 2022, Rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, 14 luglio 2023, capitolo 2. ✅ Verificato: le intensità misurate nel 2022 stazione per stazione, con le date, e il nubifragio del 15 settembre nelle Marche; le conversioni in millimetri all’ora sono conti miei.
- A. Broccolino, Sistemi di scarico sulle coperture impermeabilizzate con membrane prefabbricate in bitume polimero, 2017, e gli articoli sugli attraversamenti e sulla logica di progettazione delle coperture continue, pubblicati su una rivista di settore. ✅ Verificati: la regola del diametro al quadrato, i troppopieni, lo scarico in più, la cassetta ispezionabile, la corona libera, le pendenze minime del Codice, i metalli dei bocchettoni, il contatto piombo-cemento, le quote degli attraversamenti e del risvolto, l’elemento comprimibile, la guscia. ⚠️ Il Codice di Pratica IGLAE non è in libera consultazione: le sue regole vengono da questi articoli.
- R. Cecchi, P. Gasparoli, Prevenzione e manutenzione per i beni culturali edificati. Procedimenti scientifici per lo sviluppo delle attività ispettive. Il caso studio delle aree archeologiche di Roma e Ostia antica, Alinea, 2010, capitolo 3. ✅ Verificato: la scheda diagnostica sullo smaltimento delle acque, le schede della gronda, gli interventi e il piano di manutenzione.
- Historic England, Resilient Rainwater Systems: Inspection, Maintenance and Repair of Rainwater Systems, Upgrades or Alterations to Rainwater Goods, Buildings Without Rainwater Goods, 23 luglio 2024. ✅ Verificati sul sito dell’ente.
- BRE per il Department for Communities and Local Government, Guidance document on parapet walls, BD2452, 2011, pubblicato con licenza governativa aperta. ✅ Verificato: il risultato dell’indagine, le due facce esposte, le tre protezioni, tutte le quote della tabella 5, il verso della membrana al piede, l’intonaco, la lista di controllo, la frase sui raccordi, la frase sullo sporto.
- Guida britannica di progettazione su copertine e cappelli, di un produttore del settore laterizio, che riporta BS 5628-3 e BS 5642-2. ✅ Verificate: le definizioni di copertina e cappello, i 40 millimetri, i 45 e la gola di 12, la continuità del gocciolatoio ai giunti, i 25 chili al metro, i giunti ogni 3 metri, l’osservazione storica. ⚠️ Le due norme britanniche sono a pagamento: i valori vengono da questa guida, che le riporta. La BS 5628-3 è stata ritirata il 30 marzo 2010, come riporta il catalogo dell’ente britannico; la BS 5642-2 è vigente nell’edizione del 1983 aggiornata nel 2014. I giunti ogni 3 metri sono un’indicazione della guida.
- ASM International, Thermal Properties of Metals, capitolo 2, Thermal Expansion, tabella 2.1, in una copia didattica universitaria. ✅ Verificato: il coefficiente dell’alluminio, le osservazioni sull’alluminio e sugli inox, i giunti scorrevoli per i grandi pezzi di alluminio su telai d’acciaio o murature. ⚠️ I coefficienti di acciaio inox, rame e piombo sono estratti dalla tabella e vanno presi come ordine di grandezza; quello dello zinco-titanio, 22 milionesimi per kelvin, è il valore d’uso delle fonti di settore.
- Regole tedesche di lattoneria (Klempner-Fachregeln), riprese da fonti di settore che le riportano. ⚠️ Testo a pagamento: le distanze fra i giunti e la regola degli angoli vengono da fonti secondarie. Sviluppi, larghezze e lunghezze commerciali dei canali da una scheda tecnica italiana che cita la norma europea e la regola tedesca sulla pioggia locale. ⚠️
- B. Blocken, J. Carmeliet, Overview of three state-of-the-art wind-driven rain assessment models and comparison based on model theory, Building and Environment, 2010, e J. Pérez-Bella e altri, Incorporating façade-specific climatic factors to improve the ISO 15927-3 characterisation of wind-driven rain spells, Developments in the Built Environment 17, 2024. ✅ Verificati: la storia della norma, le formule, i fattori di correzione, i limiti dichiarati, la definizione di spell e le 96 ore, la pioggia battente come principale fonte di penetrazione nelle facciate. ⚠️ La UNI EN ISO 15927-3 è a pagamento: formule e limiti vengono da queste due fonti; ⛔ una mappa italiana degli indici di pioggia battente non risulta pubblicata.
- J. Straube, Ice Dams, Building Science Digest 135, 2006, e J. Lstiburek, Dam Ice Dam, Building Science Insight 046, 2011. ✅ Verificati: il meccanismo e i 51 millimetri di ventilazione, con la soglia di 146 chili al metro quadrato di neve al suolo.
- Norme tecniche per le costruzioni, decreto ministeriale 17 gennaio 2018, capitolo 3.4, e circolare esplicativa del 21 gennaio 2019, punto C3.4. ✅ Verificate sul testo in Gazzetta: il carico neve sulla copertura, le quattro zone con le formule di quota, il coefficiente di forma, i coefficienti di esposizione e termico, il coefficiente di accumulo contro i parapetti. La circolare sconsiglia in generale il coefficiente termico minore di uno e lo ammette, con una motivazione, solo dove il carico al suolo supera 1,5 chilonewton al metro quadrato e la trasmittanza supera un watt per metro quadrato e grado.
- Decreto 26 giugno 2015, appendice A tabella 2 e appendice B tabella 2, e decreto 28 ottobre 2025 che li conferma. ✅ Verificati in Gazzetta: le trasmittanze limite delle coperture, da 0,20 a 0,35 watt al metro quadrato e grado secondo la zona climatica e il tipo di intervento.
- M. Valt, densità della neve fresca sulle Alpi italiane, rivista dell’associazione interregionale neve e valanghe. ✅ Verificata: 12.112 misure giornaliere, 132 stazioni, dieci stagioni; media 115 chili al metro cubo, quartili 80 e 140, neve asciutta 104, umida 153, con pioggia 178.
- W. N. Tobiasson, J. S. Buska, A. R. Greatorex, linee guida per ventilare sottotetti e tetti a falda abitati ed evitare le formazioni di ghiaccio in gronda, laboratorio dell’esercito americano per le regioni fredde, 2001. ✅ Verificate: la fotografia dei due edifici, la temperatura di progetto, la formula della ventilazione, il confronto con la regola del trecentesimo, la crescita della diga con le sue condizioni (41 centimetri di neve, soffitto di resistenza 5,2, falda a 45 gradi) e l’avvertenza degli autori sui suoi limiti, le altezze utili dell’intercapedine.
- M. C. Baker, Ice on roofs, scheda del Consiglio nazionale delle ricerche canadese, 1967. ✅ Verificata: le quattro condizioni che fanno nascere la diga, la raccomandazione della fascia impermeabile in gronda e l’avvertenza che fermaneve e canali favoriscono il ghiaccio.
- Codice residenziale americano, sezione R905.1.2 sulle barriere al ghiaccio. ✅ Verificato il testo su una raccolta pubblica di codici, nelle edizioni 2021 e 2024: almeno 610 millimetri all’interno della linea del muro perimetrale, almeno 914 millimetri misurati lungo la falda sulle pendenze da 8 su 12 in su, i manti a cui si applica, e la condizione che rimanda alla tabella climatica compilata dalla giurisdizione. ⚠️ L’edizione 2024 è verificata su una sola adozione.
- Agenzia regionale per l’ambiente dell’Emilia Romagna, sul disgelo del febbraio 2012. ✅ Verificata: il manto nevoso di pianura scomparso in una decina di giorni.
- Codice civile, articolo 908, Scarico delle acque piovane. ✅ Testo riscontrabile su qualunque edizione del codice, con la condizione dei colatoi pubblici; già citato nell’articolo sul pluviale.
- Vitruvio, De architectura, libro II, 8.18, e libro VI, 3.2, nel testo latino di una raccolta pubblica e nella traduzione inglese di J. Gwilt. ✅ Verificati sul testo latino: il coronamento di laterizio cotto con le sporgenze delle cornici sui muri di mattoni crudi, e i tubi che non ricevono in fretta l’acqua dei canali.
- W. Smith, W. Wayte, G. E. Marindin, A Dictionary of Greek and Roman Antiquities, 1890, voce Servitutes. ✅ Le servitù di stillicidio e di flumen, con il rimando al Digesto. ⚠️ La distinzione è riportata come la formulano i repertori.
- E. Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l’architecture française, voce Gargouille. ✅ Verificate sul testo: i canali e i doccioni dall’inizio del Duecento, le date di Notre-Dame, di Laon e di Parigi, la divisione delle cadute d’acqua. ⚠️ Le datazioni sono sue, e nel testo sono attribuite a lui.
- Calendar of the Liberate Rolls, Henry III, volume 2, 1240-1245, come citato dalla letteratura britannica sulla conservazione, e J. Taylor, Rainwater, Historic Churches, 2013. ⚠️ L’ordine del dicembre 1240 sulle gronde di piombo della Torre di Londra, riportato come nell’articolo sul pluviale.
- D. Donghi, Manuale dell’architetto, volume I, parte I, UTET, uscito nel 1905, nella ristampa senza modifiche del 1923 digitalizzata dal Politecnico di Torino. ✅ Verificati: lo scopo della gronda, l’orlo anteriore più basso, il gocciolatoio del cornicione, la pendenza, la sezione per metro quadrato, le dimensioni doppie nelle località esposte, la pioggia massima per il nord Italia, le tratte di zinco.
- K. H. Beij, Flow in roof gutters, National Bureau of Standards, Research Paper 644, 1934. ✅ Verificati: il progetto affidato al giudizio e all’esperienza, la ricerca condotta con l’associazione dei produttori di rame e ottone, la stazione meteorologica più vicina, i coefficienti di sicurezza arbitrari, le bocche troppo piccole come causa abituale della tracimazione.
- Regione Lombardia, regolamento regionale 7/2017 sull’invarianza idraulica, e Regione Veneto, allegato A alla delibera 2948 del 2009, che richiama la delibera 3637 del 13 dicembre 2002. ✅ Verificati sul testo: gli interventi edilizi soggetti al regolamento lombardo, con vasche, trincee e pozzi drenanti; la valutazione di compatibilità idraulica chiesta in Veneto per gli strumenti urbanistici.
- RICS, Historic England e Property Care Association, dichiarazione congiunta sull’indagine dell’umidità negli edifici, 2022. ✅ Gronde, canali nascosti e smaltimento dell’acqua fra i primi controlli, nella linea del tempo.
- Guide professionali italiane in rete sul dimensionamento degli scarichi. ⚠️ I valori di progetto di 0,03 e 0,05 litri al secondo per metro quadrato, quello di 0,005 e la sezione di un centimetro quadrato per metro quadrato vengono da queste guide, che si contraddicono fra loro: sono riportati come prassi, non come prescrizione.
Che cosa in questo articolo è mio e non delle fonti: le scene di apertura, che sono casi ricorrenti e non episodi datati; la falda di 120 metri quadrati e il rubinetto da 12 litri al minuto come scenari; le conversioni in millimetri all’ora delle misure del 2022; il calcolo delle capacità dei canali per sviluppo commerciale, con l’ipotesi della sezione semicircolare larga quanto la scheda tecnica; le bocche necessarie per la falda dell’esempio e il canale di dodici metri; il calcolo del margine della regola del diametro al quadrato; le soglie del troppopieno per la falda dell’esempio; la stima della capacità persa con un centimetro di contropendenza; l’esempio di pioggia battente; le tabelle dell’allungamento e dei giunti agli angoli, che applicano le regole dichiarate, e la scossalina di venti metri; i due casi climatici della neve e l’accumulo contro il parapetto, calcolati con le formule della norma; la tabella della diagnosi per posizione, che mette insieme le firme descritte dalle fonti con l’esperienza di cantiere; e la lettura dei rapporti fra le fonti, indipendenti fra loro.
L’autore
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense; anni di cantiere. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).
Umidità di risalita e sali32
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalitastai leggendo
- Caso studio: Grado, l’androne del condominio e l’acqua alta
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Le malte impermeabili nei dettagli
- L’intonaco macroporoso nei dettagli
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Caso studio: Loreto
- Il cappotto non asciuga il muro
- La gestione dei sali nei dettagli
- Come asciugare una casa bagnata
- La barriera chimica nei dettagli
- Ma come si cura una risalita?
- Improvvisamente, l’umidità di risalita
- Il danno è dove l’acqua se ne va
- Contare i cicli, non i sali
- Chi dimezza la macchia raddoppia l’acqua
- Umidità di risalita e sali solubili: perché bloccare l’umidità è solo metà del risanamento, e perché l’asciugatura richiede da mesi ad anni
- L’asciugatura della muratura dopo un intervento contro l’umidità di risalita
- L’innalzamento dell’umidità di risalita in seguito a interventi di impermeabilizzazione dall’interno
- Barriere chimiche non occludenti in zona di marea: bastano davvero contro la pressione idrostatica?
- L’umidità igroscopica nell’edilizia
- Umidità di risalita capillare primaria
- Corrosione dei metalli causata dai sali
- Sali nelle murature: cause ed effetti – Renzo Spedicato (Renzo-ArtHome)
- Alcune delle soluzioni per l’umidità di risalita
- Il tagliamuro e l’umidità di risalita: cause e conseguenze
- L’erosione salina
- L’importanza di rispettare il tagliamuro sia esso fisico o chimico
- L’umidità e le diverse tipologie
Diagnosi e metodo30
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalitastai leggendo
- Quanto deve ventilare una casa
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il tagliamuro e la fascia impermeabile alla base del muro
- Storia della risalita e i sistemi per fermarla
- Quanta acqua serve al gelo per rompere un muro
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- Quando l’acqua sale nell’intercapedine
- Il pluviale dentro il muro
- Le stalattiti del predalles
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- Il cappotto non asciuga il muro
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- L'umidità da costruzione
- L’acqua ha un’impronta
- L’acqua non mente
- Il terreno prima del muro
- Diagnosi differenziale dell’umidità di risalita capillare
- Diagnostica delle patologie edilizie
- Umidità relativa e umidità assoluta
- Non tutte le macchie sono infiltrazioni
- Il sintomo non è la malattia
- Lo scannafosso
Interrati e impermeabilizzazioni27
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Il muro bagnato sotto la gronda non è risalitastai leggendo
- Il bagno si impermeabilizza prima delle piastrelle
- La vaschetta ferma le infiltrazioni all’interno, ma non protegge la soglia
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Caso studio: Trieste, la parete contro il pendio
- Il cemento osmotico nei dettagli
- La condensa estiva negli interrati
- Impermeabilizzazioni pre-getto delle strutture interrate
- Impermeabilizzare un interrato: i nodi che contano
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Caso studio: Loreto
- Caso studio: eliporto
- Caso studio: Isola d’Elba
- La casa asciutta si decide in cantiere
- Le resine idroespansive nei dettagli
- La seconda pelle del balcone
- Chi porta i cavi porta anche l’acqua
- Vasca bianca o vasca nera? La scelta che decide la durata di un interrato
- Si compra al metro quadro, si perde al centimetro
- Tre centimetri invece di una demolizione
- Prima la strategia, poi il prodotto
- La spinta idrostatica nelle strutture interrate
- Il seminterrato: infiltrazioni, umidità e radon – approccio integrato
- Lo scannafosso
- Fontana dei Grifi all’interno del castello Miramare di Trieste
- Impermeabilizzazioni: come intervenire e quali soluzioni scegliere
Condensa, muffe e microclima15
- La macchia sotto il tetto coibentato non è sempre un’infiltrazione
- Quanto deve ventilare una casa
- Il muro non respira: traspirazione, acqua e aria sono tre cose diverse
- La muffa negli angoli e dietro gli armadi
- La condensa estiva negli interrati
- Che cosa misuriamo quando misuriamo l’umidità
- Chiuso dal lato sbagliato
- Il problema non è la pioggia
- Umidità di rimbalzo (rain splash)
- Umidità meteorica (penetrating damp)
- Umidità da condensazione
- Sindrome dell’edificio malato: cause, sintomi e soluzioni
- Muffe indoor
- Condensa interstiziale in edilizia
- Termoforesi: cos’è e come prevenirla
Vespai e solai8
- L’umidità residua del massetto: quando si può posare
- Radon, l’inquilino invisibile: da dove entra e come si tiene fuori
- Il vespaio aerato negli interrati: perché sono contrario
- Le stalattiti del predalles
- Quando piove dal predalles
- Vespaio aerato
- Quanto deve ventilare un vespaio?
- Le infiltrazioni nei predalles: analisi e metodologie di intervento




