Impermeabilizzazione bagno e doccia: la piastrella, l’adesivo e le fughe non trattengono l’acqua, e in Italia nessuna legge obbliga a mettere sotto uno strato che la trattenga. Che cosa prescrivono la norma tecnica italiana, il documento europeo dei locali umidi e i tre paesi che il bagno lo hanno normato, e la sequenza che uso in cantiere

La chiamata arriva quasi sempre dal piano di sotto. Sul soffitto del bagno, o della cucina, è comparsa un’ombra. Le prime volte si asciuga in un paio di giorni, poi resta. L’idraulico ha messo in pressione l’impianto e la pressione tiene. Il proprietario di sopra dice che la doccia è nuova, che le piastrelle sono di gres, che il silicone è stato rifatto l’anno scorso. Ha ragione su tutto, e il soffitto continua a bagnarsi.

Quando salgo a vedere faccio due prove, sempre le stesse e in quest’ordine. La prima allaga il piano della doccia a scarico tappato e lo lascia sotto battente per ventiquattro ore: mette alla prova il piano e lo scarico, e tiene le pareti asciutte. La seconda bagna le pareti una fascia alla volta, dal basso verso l’alto, a scarico aperto e piano asciutto: mette alla prova le fughe e i giunti verticali, e tiene il piano fuori causa. Le due prove sono scritte per esteso al capitolo 2, con i tempi, le quantità e la distanza del getto, perché una prova senza tempi non è una prova.

Quando la macchia di sotto non cambia durante la prima prova e si ravviva durante la seconda, la diagnosi è fatta: l’acqua entra dalle fughe delle pareti e dall’incontro fra pavimento e parete, scende nel massetto, lo riempie, attraversa il solaio e riemerge di sotto. Fra la prima doccia e la macchia passano mesi, e in quei mesi il massetto ha fatto da deposito.

La tesi di questo articolo sta nel titolo. Il bagno si impermeabilizza al rustico, prima delle piastrelle, con uno strato continuo che copre il pavimento, sale sulle pareti della doccia e si raccorda allo scarico e ai corpi passanti. La piastrella arriva dopo e fa un altro mestiere: protegge quello strato e si lascia pulire. Chi affida alla piastrella la tenuta all’acqua le chiede una cosa che nessuna norma le riconosce.

Impermeabilizzazione bagno e doccia: un bagno in sezione con lo strato di tenuta in evidenza sotto il pavimento e sulle pareti della doccia
In copertina. Un bagno in sezione: lo strato di tenuta corre sotto il pavimento, sale sulle pareti della doccia e abbraccia lo scarico. Illustrazione generata a partire da una descrizione dell’autore: è uno schema, non un dettaglio esecutivo. La sequenza reale, con le quote, è nella Figura 4.

Chi ha cominciato a metterlo

L’idea che l’acqua debba essere trattenuta da uno strato apposta, e non dalla muratura che le sta intorno, è antica quanto le cisterne. Vitruvio, nel libro VIII del De architectura, descrive come si costruiscono le cisterne in opera signina: sabbia purissima e ruvida, pietra spezzata in pezzi non più pesanti di una libbra, calce fortissima, cinque parti di sabbia per due di calce; le pareti si battono con pali di legno ferrati, poi si batte il fondo, e chi può ne fa due o tre in fila, perché l’acqua travasata risulti «molto più salubre e gradevole». Leggendolo oggi, il principio lo direi così: la cisterna tiene perché il rivestimento battuto è continuo e compatto, non perché il muro è spesso. È lo stesso principio che, nel libro VII, Vitruvio applica alle stanze umide con il cocciopesto, di cui ho scritto a proposito della condensa interstiziale.

Per secoli il bagno di casa, quando c’è, ha una vasca e pareti piastrellate a mezza altezza, e l’acqua che schizza è poca. Il bagno moderno cambia due cose insieme: la doccia al posto della vasca, con le pareti bagnate ogni giorno fino a due metri, e il piatto a filo pavimento, senza bordo. Le regole arrivano dietro a queste due novità. A leggere le date, arrivano prima nei paesi dove le case hanno pareti leggere, in legno e in cartongesso, che l’acqua rovina in fretta.

L’Australia pubblica la prima edizione della norma sulla tenuta all’acqua dei locali umidi domestici, la AS 3740, nel 1989; oggi è alla quinta edizione, del 2021, ed è richiamata dal codice nazionale delle costruzioni. In Germania la tecnica dello strato di tenuta incollato sotto le piastrelle, che i tedeschi chiamano Verbundabdichtung, tenuta in aderenza, ha vissuto per una quindicina d’anni nei soli fogli tecnici dell’associazione dei piastrellisti: l’edizione più vecchia che ho trovato in catalogo è dell’agosto 2000, e ne seguono altre nel 2005, nel 2010, nel 2012, nel 2019 e nel 2022. Nel luglio 2017 quella prassi diventa norma nazionale con la DIN 18534, dedicata per intero all’impermeabilizzazione dei locali interni. Nell’aprile 2007 arriva la linea guida europea ETAG 022 per i sistemi di tenuta dei locali umidi. La pubblica l’EOTA, che allora si chiamava organizzazione europea per le approvazioni tecniche. Nel 2019 la sostituisce il documento europeo di valutazione EAD 030352-00-0503, pubblicato in Gazzetta europea nel 2020. In Italia la prima norma nazionale sulle piastrellature ceramiche è la UNI 11493 del 2013, rifatta nel 2016 come UNI 11493-1 e rinnovata il 15 maggio 2025.

Le date dicono una cosa che in cantiere si sente ancora poco: fra i paesi che ho messo a confronto, la regola d’arte sull’acqua sotto le piastrelle ha meno di quarant’anni dove è arrivata prima, e in Italia meno di quindici. Chi ha imparato il mestiere prima non l’ha mai incontrata.

Le parole che servono

Impermeabilizzazione bagno e doccia. L’insieme dello strato di tenuta, delle bandelle nei giunti e dei collari attorno agli scarichi e ai corpi passanti, posato sul massetto e sulle pareti della doccia prima delle piastrelle: è quello che tiene l’acqua fuori dal solaio, non la piastrellatura.

Massetto. Lo strato di malta che sta fra il solaio e il pavimento: porta in quota il piano, gli dà la pendenza e riceve l’adesivo delle piastrelle. È poroso, quindi assorbe acqua e la trattiene.

Solaio. La struttura orizzontale che divide un piano dall’altro: sopra ci sta il massetto del piano di sopra, sotto c’è il soffitto del piano di sotto.

Fuga. Lo spazio fra una piastrella e l’altra, riempito con lo stucco. Non è un difetto della posa: serve a far lavorare la piastrellatura, e proprio per questo non può essere a tenuta.

Percolazione. Il cammino dell’acqua dentro un materiale poroso, verso il basso, per gravità. È quello che disegna sul muro le lingue irregolari delle fotografie 1 e 3.

Strato di tenuta. Lo strato continuo che ferma l’acqua, posato sul supporto e sotto il rivestimento, con cui fa corpo unico. I tedeschi lo chiamano tenuta in aderenza, e il nome dice il principio: non è un foglio appoggiato, è un materiale che aderisce al supporto su tutta la superficie, così un’eventuale lesione non mette in comunicazione due parti del pacchetto.

Bandella. Il nastro che arma il giunto fra due elementi che si muovono, cioè l’incontro fra pavimento e parete e gli spigoli verticali. È fatta di tessuto non tessuto di polipropilene resistente agli alcali accoppiato a uno strato adesivo, e si annega fra le due mani del liquido: da sola non è una tenuta, e il liquido da solo non regge il movimento del giunto.

Collare. Il pezzo sagomato che chiude il passaggio dello strato di tenuta attorno a un corpo estraneo: un tubo, un attacco della rubinetteria, il corpo di uno scarico.

Platea. Il piano orizzontale su cui si costruisce il bagno: qui è la superficie del solaio, sgombra, prima che ci vada sopra il massetto. Impermeabilizzare la platea vuol dire mettere lo strato lì sotto, non sotto le piastrelle.

Piletta. La parte a vista dello scarico a pavimento, quella con la griglia, che si monta per ultima sopra il pozzetto. Pozzetto e piletta sono due pezzi dello stesso scarico: il pozzetto sta annegato nel massetto, la piletta si vede.

Flangia. Il bordo piatto e sporgente del pozzetto di scarico, fatto apposta perché lo strato di tenuta ci aderisca sopra. Un pozzetto senza flangia non ha una superficie a cui la tenuta possa attaccarsi.

Battente idraulico. L’altezza della colonna d’acqua che resta nel sifone e impedisce ai gas della fognatura di risalire. La norma dei pozzetti a pavimento parla di pozzetti con sifone con battente di almeno cinquanta millimetri.

Piatto a filo pavimento. La doccia senza bordo. La pendenza sta nel massetto o in un pannello annegato, e il piano su cui si cammina nella doccia è alla stessa quota del pavimento del bagno.

A tenuta e resistente all’acqua. Due requisiti diversi, che i codici anglosassoni distinguono con due parole e la pratica italiana confonde in una. A tenuta vuol dire che l’acqua non passa; resistente all’acqua vuol dire che la superficie sopporta di essere bagnata senza degradarsi. La doccia chiede la prima, il resto del bagno la seconda.

Classe di esposizione all’acqua. Il modo tedesco di dire quanta acqua prende una superficie: dalla parete sopra il lavabo, che prende spruzzi ogni tanto, al pavimento di una doccia a filo, che prende acqua tutti i giorni e la trattiene per qualche secondo. La classe decide se lo strato di tenuta serve e quale supporto è ammesso sotto.

1. Da dove passa l’acqua

Una piastrella di gres porcellanato assorbe pochissimo. La norma europea delle piastrelle di ceramica, la UNI EN 14411:2016, le classifica per assorbimento d’acqua: il gruppo BIa, il gres pressato a secco, assorbe fino allo 0,5 per cento del proprio peso; il gruppo BIII, che riguarda essenzialmente le piastrelle smaltate da rivestimento, oltre il 10 per cento. Il corpo della piastrella, quindi, non è il problema. Il problema è tutto quello che sta intorno.

Le fughe. La fuga cementizia è una malta, e una malta assorbe acqua per capillarità. La norma degli stucchi per fughe, la UNI EN 13888-1:2022, prevede la classe a ridotto assorbimento d’acqua, quella che sulle confezioni si legge CG2WA. Ridotto, non nullo: un articolo dell’associazione dei posatori lo dice con chiarezza, quegli stucchi «rimangono comunque dei materiali assorbenti». Le fughe epossidiche assorbono pochissimo, ma restano attaccate alla piastrella con un’interfaccia che lavora, e su una parete di doccia il lavoro non manca mai.

Il conto delle fughe sorprende sempre chi lo fa la prima volta. In un metro quadro di piastrelle quadrate da 30 centimetri corrono circa 6,7 metri di fuga. Con il formato 60 per 60 sono 3,3 metri. Con il mosaico da 2,5 centimetri, che nelle docce in muratura si usa spesso, sono 80 metri di fuga per ogni metro quadro. È solo geometria, e chiunque può rifarla: milleseicento tessere, quattro lati da 2,5 centimetri ciascuna, e ogni fuga divisa con la tessera vicina. È lo stesso conto che sta dentro i calcolatori di consumo dello stucco dei produttori.

L’incontro fra pavimento e parete. È il giunto più sollecitato del bagno. Il pavimento e la parete si muovono in modo diverso, con la temperatura e con il ritiro del massetto, e il sigillante che li unisce invecchia: si stacca da un lato, si screpola, ammuffisce e viene raschiato via. Quando il sigillante ha finito il suo giro, quel giunto è una fessura continua lungo tutta la doccia.

Il bordo dello scarico. Fra il pozzetto e il pavimento c’è un cambio di materiale: plastica o metallo da una parte, ceramica e malta dall’altra. Se il pozzetto è stato incollato nel massetto e la piastrella gli arriva contro, quel bordo è una fuga come le altre. Con una differenza: sta nel punto più basso, dove l’acqua converge.

I corpi passanti. La rubinetteria incassata, il braccio della doccia, i tasselli della cabina, la mensola: ogni foro nella parete è un ingresso, e sulla parete della doccia i fori stanno tutti nella zona bagnata. Ho scritto altrove che chi porta i cavi porta anche l’acqua: in bagno vale per chi porta i tubi.

La soglia della doccia. Con il box chiuso l’acqua resta dentro. Con la porta scorrevole che non chiude, con il piatto a filo e con la doccia aperta, l’acqua passa sul pavimento del bagno. Quel pavimento, nei bagni che ho aperto, non era quasi mai impermeabilizzato.

Da dove passa l'acqua sotto una doccia: le sei vie d'acqua in sezione
Figura 1. Le sei vie d’acqua di una doccia senza strato di tenuta, in sezione: le fughe, l’incontro fra pavimento e parete, il bordo dello scarico, i corpi passanti, il massetto che trattiene, il solaio che restituisce di sotto. Disegno tecnico dell’autore.

Quanta acqua, e perché ci vogliono mesi

I Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia pubblica fissano per le docce una portata massima di 8 litri al minuto. Prendo quel valore come riferimento e aggiungo due ipotesi mie: una doccia dura otto minuti, e in casa se ne fanno due al giorno. Sono 64 litri a doccia e circa 47 metri cubi l’anno, che cadono su un piatto di ottanta centimetri di lato, poco più di mezzo metro quadro, e sulle due pareti che lo chiudono. Se quell’acqua restasse sul piatto, in un anno farebbe una colonna alta 73 metri. Basta che una parte su mille entri nelle fughe per avere decine di litri l’anno nel massetto.

Il massetto è una malta porosa. Riceve l’acqua per capillarità e la trattiene, perché sopra ha la piastrella che frena l’evaporazione e sotto ha il solaio. La quantità che entra a ogni doccia è piccola, ma finché la piastrella frena l’evaporazione il bilancio resta positivo: entra più acqua di quella che esce. Il massetto si riempie per mesi prima di cedere acqua al solaio. Il solaio a sua volta la cede al soffitto di sotto, dove trova un giunto, una traccia, un punto più freddo. Per questo il danno compare tardi, e per questo il proprietario di sopra è convinto in buona fede che la sua doccia non c’entri.

Che cosa si vede di sotto, e in quanto tempo

Fin qui il conto dice che l’acqua arriva piano. Quando però arriva, quello che succede sotto è veloce, e le cinque fotografie che seguono lo mostrano su un caso solo, nell’ordine in cui l’ho visto: sono la stessa perdita, dal bagno del piano di sopra, riprese nell’arco di tre giorni.

Il primo segno è il soffitto bagnato su tutta la campata, con l’acqua che si raccoglie in gocce sulla superficie. Poi la bagnatura gira lo spigolo e scende sulle pareti in lingue irregolari, fino a circa metà altezza: è la percolazione, e disegna il percorso che l’acqua ha trovato dentro il solaio. Al terzo giorno, sulla stessa area, ci sono le colonie di muffa.

Tre giorni sono coerenti con quello che scrive l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente nella sua guida sulle muffe e l’umidità in casa: se le zone e i materiali bagnati vengono asciugati entro le ventiquattro o quarantotto ore dalla perdita, nella maggior parte dei casi la muffa non cresce. Qui nessuno ha asciugato niente, per la ragione che rende questo danno diverso da un allagamento: nessuno sapeva. L’acqua è uscita dal bagno di sopra e ha attraversato il solaio. Si è presentata già dentro il soffitto e dentro l’intonaco della parete, dove un ventilatore non arriva.

Questa muffa è alimentata dall’acqua della perdita, non dalla condensa: cresce dove l’acqua liquida ha bagnato l’intonaco e segue le colature, non gli angoli freddi della stanza. La muffa da condensa ha un’altra causa e un altro disegno, e ne ho scritto in La muffa negli angoli e dietro gli armadi.

Il soffitto del locale sotto il bagno, bagnato su tutta la campata, con l'acqua raccolta in gocce
Fotografia 1. Il primo giorno della serie: il soffitto del locale che sta sotto il bagno è bagnato su tutta la campata e l’acqua si raccoglie in gocce sulla superficie. La bagnatura non si ferma al soffitto: gira lo spigolo e comincia a scendere sulla parete, con il bordo irregolare che si vede in basso a sinistra. Cantiere dell’autore.
Lo stesso soffitto con la macchia a contorno netto e i primi punti scuri
Fotografia 2. Lo stesso soffitto più avanti nella serie. L’acqua libera non c’è più e la macchia ha preso il contorno a mappa che lascia l’asciugatura; sulla superficie e sul pannello chiaro in basso compaiono i primi punti scuri. Cantiere dell’autore.
Il fronte umido sceso dal soffitto sulle due facce dello spigolo, fino a metà altezza
Fotografia 3. La percolazione sulle pareti: dal soffitto il fronte umido scende in lingue irregolari fino a circa metà altezza, su tutte e due le facce dello spigolo, e prosegue oltre la porta. È il disegno che l’acqua ha trovato uscendo dal solaio. Cantiere dell’autore; una zona dell’immagine è stata oscurata, conteneva un marchio commerciale.
Le prime colonie di muffa, punti scuri isolati sull'area rimasta umida
Fotografia 4. La stessa parete da vicino: sull’area rimasta umida compaiono le prime colonie, punti scuri isolati che si dispongono lungo le colature. Cantiere dell’autore.
Le colonie diffuse su tutta la fascia bagnata, con le colature ancora leggibili sotto
Fotografia 5. Il terzo giorno: le colonie sono diffuse su tutta la fascia che era rimasta bagnata, sullo spigolo e attorno all’interruttore, e le colature verticali si leggono ancora sotto le macchie. Fra questa fotografia e la prima passano tre giorni. Cantiere dell’autore.

Il vapore e la condensa

Il bagno ha anche un’altra acqua, quella del vapore. Su questo la legge italiana una regola ce l’ha, ed è vecchia: il decreto del Ministero della sanità del 5 luglio 1975, all’articolo 7, prescrive che «la stanza da bagno deve essere fornita di apertura all’esterno per il ricambio dell’aria o dotata di impianto di aspirazione meccanica». Sull’acqua del bagno la legge italiana dice poco, e quel poco riguarda l’aria.

Lo strato di tenuta sotto le piastrelle non peggiora il quadro del vapore, e la ragione sta dal lato giusto della parete. Quello strato sta sulla faccia interna, calda, del pavimento e delle pareti: è la posizione che nella regola della condensa interstiziale si chiama stretto verso dentro, e l’ho spiegata nell’articolo Chiuso dal lato sbagliato. Uno strato che frena il vapore sul lato caldo riduce il vapore che arriva dietro di sé.

2. Le due prove, con i tempi

Una prova d’acqua serve solo se è ripetibile: stessa quantità, stesso tempo, stessa superficie bagnata, e qualcuno che guarda dove l’acqua non dovrebbe arrivare. Le due che seguono si fanno in quest’ordine, e ognuna serve a escludere qualcosa. Fra la prima e la seconda vanno lasciate almeno ventiquattro ore di asciugatura, altrimenti la seconda legge l’acqua della prima.

La prova di allagamento: mette alla prova il piano e lo scarico

Si tappa lo scarico con un tappo a espansione. Si porta l’acqua sul piano della doccia fino a circa venticinque millimetri, misurati nel punto più basso. Si segna il livello sulla parete e si lascia per ventiquattro ore. Prima di riempire, il soffitto del locale di sotto va fotografato con la data. Dove ci sono già macchie, va letta anche l’umidità superficiale, con lo strumento appoggiato negli stessi punti. Dopo ventiquattro ore si rilegge il livello e si rifotografa il soffitto.

Qui serve una cautela, se no la prova condanna anche una doccia sana. In ventiquattro ore un po’ d’acqua se ne va per evaporazione, e sul segno fatto sulla parete si vede. Per non scambiare l’evaporazione per una perdita appoggio sul piano un recipiente pieno d’acqua, con il suo livello segnato, e alla fine confronto i due cali: quello del piano e quello del recipiente. Se sono uguali, il piano tiene. Se il piano è sceso di più, o se sotto compare acqua, il difetto è nel piano o nel raccordo con lo scarico. Se il livello è fermo e sotto non cambia niente, piano e scarico tengono, e la ricerca si sposta sulle pareti.

I codici che prescrivono questa prova per accettare un lavoro chiedono meno tempo, perché a loro basta scoprire un foro. Il codice idraulico internazionale, alla sezione 312.9, chiede di tappare il tubo dello scarico e di riempire il piano fino ad almeno due pollici, cioè cinquantuno millimetri misurati alla soglia, e di trattenere l’acqua per non meno di quindici minuti senza evidenza di perdite. La norma australiana dei locali umidi domestici, per quanto ne riportano concordi le fonti tecniche australiane, mette la prova di allagamento nel suo allegato C e la chiede soprattutto quando il locale sta sopra uno spazio abitabile, a maggior ragione di un altro proprietario: venticinque millimetri d’acqua per almeno ventiquattro ore, con il controllo da sotto. Il testo della norma è a pagamento e non l’ho letto. Le ventiquattro ore sono la mia scelta e non un obbligo di legge: una fessura fine bagna il solaio in una notte e non in un quarto d’ora.

Due avvertenze. L’acqua pesa: cento litri sono un quintale sul solaio, e su una struttura di cui non si conosce lo stato la quantità va valutata prima. E il tappo deve tenere davvero: un tappo che perde fa fallire la prova senza che il bagno abbia colpe.

La prova di bagnatura delle pareti: mette alla prova fughe e giunti

Questa prova bagna le pareti e lascia il piano asciutto. Per questo lo scarico resta aperto e il getto non tocca mai il pavimento. Serve la doccia a mano staccata dal supporto.

Si divide la parete in fasce orizzontali alte una cinquantina di centimetri e si comincia dalla più bassa, quella che contiene l’incontro fra pavimento e parete. Il getto si tiene a una trentina di centimetri dalla superficie e si muove avanti e indietro lungo la fascia, coprendo circa un metro e mezzo di giunto ogni cinque minuti. Finita la fascia si chiude l’acqua e si aspetta, tenendo d’occhio il soffitto di sotto. Si guarda se la macchia si ravviva, e si rilegge l’umidità superficiale con lo strumento appoggiato negli stessi punti segnati prima di cominciare. Poi si sale alla fascia successiva e si ripete. Su una parete di doccia alta due metri sono quattro fasce, e con le attese la prova occupa una mattinata.

L’ordine dal basso verso l’alto non è un dettaglio. È la regola delle prove d’acqua diagnostiche sugli involucri, e la guida americana che le codifica ne dà la ragione: partire dal basso toglie l’ambiguità sull’origine di una perdita, che altrimenti potrebbe venire da acqua scesa dall’alto lungo la parete. Chi bagna tutta la parete in una volta ottiene una perdita e nessuna informazione. La distanza del getto e i cinque minuti per tratto vengono dalla prova a lancia usata sulle facciate, dove il getto si tiene a un piede dal giunto e si muove avanti e indietro su circa un metro e mezzo di giunto per cinque minuti.

Quello che si guarda non è solo il soffitto di sotto. Si guarda anche il piano della doccia, che deve restare asciutto: se si bagna, la prova non è più pulita e va rifatta con più attenzione al getto.

Il tracciante e la prova dell’impianto

Restano due sorgenti che l’acqua della doccia non tocca. Per lo scarico e per il sifone si versa nello scarico un tracciante colorato per impianti, si fanno scorrere due o tre litri e si guarda se la macchia di sotto si colora: se si colora, è acqua di scarico e la doccia è fuori causa. Per le tubazioni in pressione la prova la fa l’idraulico, isolando il tratto con un manometro lasciato in vista per una notte: se la pressione cala a rubinetti chiusi, la perdita è nell’impianto e non nel rivestimento.

Fluoresceina stesa sul piatto della doccia e lungo i giunti con la parete
Fotografia 6. Il tracciante fluorescente non serve solo nello scarico. Qui è stato steso sul piatto della doccia, lungo il giunto fra piatto e parete, sullo spigolo verticale e sul davanzale della finestra: dove passa, lascia il segno, e si va a cercare dall’altra parte. Il sedile è protetto con un sacco. Fotografia Idralclima srl.
Manometro digitale montato sul tratto di impianto isolato
Fotografia 7. La prova dell’impianto in pressione: il tratto è isolato e il manometro digitale resta montato, con la lettura più alta tenuta in memoria. Si legge la sera e si rilegge la mattina: se a rubinetti chiusi la pressione è calata, la perdita è nell’impianto. Fotografia Idralclima srl.
La cassetta degli strumenti di ricerca aperta accanto al piatto della doccia
Fotografia 8. Gli strumenti della ricerca, in un bagno vero: la videosonda nella sua cassetta e, sul piatto, la pompa a mano per mettere in pressione il tratto isolato. Il piatto è coperto con un telo, perché la prova non deve aggiungere acqua a quella che si sta cercando. Fotografia Idralclima srl.
Il corpo della piletta visto dall'interno con la videosonda
Fotografia 9. Quello che vede la videosonda scendendo nello scarico: il corpo della piletta incrostato e il tubo che si infila dentro, con il cambio di materiale che resta il punto debole. È l’immagine che l’endoscopio va a prendere senza demolire niente. Fotografia Idralclima srl.

La termocamera mostra dove la superficie è più fredda, cioè dove l’acqua sta evaporando, e disegna in fretta la mappa della zona bagnata. La Fotografia 10 mostra che cosa restituisce sul soffitto delle Fotografie da 1 a 5, quello del locale sotto il bagno che perde: la zona dove l’acqua evapora è di due o tre gradi più fredda di quella attorno, e il suo contorno, che a occhio non si vede, nell’immagine è netto. L’igrometro a contatto dà valori relativi, buoni per seguire il bordo di quella mappa nel tempo. Un valore vero lo danno due strade. Il metodo al carburo si fa su un campione prelevato dalla muratura. Le sonde lasciate in un foro leggono l’umidità dell’aria in equilibrio con il materiale, e dicono quanto è bagnato in profondità e non solo in faccia. L’endoscopio guarda dentro una cavità o dietro un rivestimento senza aprirlo. Il gas tracciante e il correlatore acustico cercano il punto di una perdita in pressione, quando il manometro ha detto che c’è ma non dove.

Il soffitto sotto il bagno che perde visto con la termocamera: la zona fredda in blu dove l'acqua evapora
Fotografia 10. Lo stesso soffitto delle Fotografie da 1 a 5, quello del locale sotto il bagno che perde, visto con la termocamera. La zona più fredda, in blu, è quella dove l’acqua sta evaporando, e il suo confine con la parte calda, in verde e in giallo, è netto. La scala dell’immagine va da 26,3 a 30,4 °C e il punto al centro segna 27,6 °C. Termogramma dell’autore.

Questi strumenti dicono dove il muro è bagnato. Non dicono da dove l’acqua entra. Sono due domande diverse, e la seconda decide chi paga.

Le due prove d'acqua che separano le sorgenti, in sezione
Figura 2. Le due prove, in sezione. A sinistra l’allagamento: scarico tappato, venticinque millimetri d’acqua sul piano, livello segnato, ventiquattro ore, soffitto di sotto fotografato prima e dopo. A destra la bagnatura delle pareti: scarico aperto, piano asciutto, fasce di mezzo metro affrontate dal basso verso l’alto, getto a trenta centimetri dalla superficie, cinque minuti per ogni metro e mezzo di giunto. Disegno tecnico dell’autore; i valori dei codici sono dichiarati nel cartiglio.

In cantiere. Il verbale di queste prove è una pagina con quattro fotografie datate: il soffitto prima, il livello segnato, il livello dopo, il soffitto dopo. Costa dieci minuti e vale più di qualunque dichiarazione, sia quando la doccia è colpevole sia quando è innocente.

3. Non tutte le macchie sotto un bagno vengono dalla doccia

Prima di demolire una doccia va esclusa ogni altra sorgente, perché sotto un bagno le acque sono almeno cinque e si somigliano tutte. Le distinguo con i tempi, con le prove e con l’apertura del rivestimento, nell’ordine.

La sorgente Come si comporta la macchia La prova che la conferma
Fughe e giunti della doccia Cresce dopo l’uso, si asciuga nei periodi di assenza, compare mesi dopo una ristrutturazione Piano allagato a scarico tappato per 24 ore: nessun cambiamento; bagnatura delle pareti a fasce: la macchia si ravviva quando si bagna una fascia
Piatto e raccordo piatto-parete Come sopra, ma la macchia sta sotto il piatto Piano allagato a scarico tappato per 24 ore: la macchia si ravviva
Scarico e sifone Cresce con ogni scarico, anche del lavabo o del bidet se collegati Tracciante colorato nello scarico; ispezione del raccordo
Impianto in pressione Continua, non dipende dall’uso; il contatore può girare a rubinetti chiusi Prova di pressione dell’impianto
Cassetta incassata e raccordi Continua o legata agli scarichi del vaso; la parete dietro il vaso è fredda e umida Apertura del rivestimento davanti alla cassetta
Condensa su tubazioni fredde Compare quando la superficie del tubo scende sotto il punto di rugiada dell’aria del bagno: con l’acqua fredda in uso e l’aria umida dopo la doccia, in qualunque stagione Termometro a contatto sul tubo e igrometro nell’aria: si confronta la temperatura del tubo con il punto di rugiada

Tabella 1. Le acque sotto un bagno e come si distinguono. La doccia non è l’unica: la prova di allagamento chiede ventiquattro ore, quella delle pareti una mattinata, la demolizione sbagliata costa un bagno.

La parete aperta dietro il rivestimento: il raccordo corroso di una cassetta incassata
Fotografia 11. Grado, agosto 2020: il rivestimento aperto e, dietro, il raccordo corroso di una cassetta incassata. Prima di accusare la doccia si apre e si guarda. Fotografia dell’autore.
Il raccordo e la tubazione ossidati dentro la traccia
Fotografia 12. Lo stesso nodo da vicino: il raccordo e la tubazione ossidati dentro la traccia. Un bagno può bagnare il piano di sotto da qui, con la doccia perfettamente a tenuta. Fotografia dell’autore.

In cantiere. Il tracciante colorato nello scarico costa quasi niente ed è la prova che chiude prima le discussioni fra un piano e l’altro: se la macchia di sotto si colora, è acqua di scarico e la doccia è assolta. La prova di pressione dell’impianto la faccio fare all’idraulico con il manometro lasciato in vista per una notte, non con l’orecchio sul tubo.

Trovato il guasto, resta l’asciugatura

Riparare la perdita ferma l’ingresso dell’acqua. Non asciuga quello che si è già bagnato.

Il solaio, l’intonaco e il massetto restano carichi, e finché lo sono non ha senso rifare la tinta né giudicare se la muffa è stata tolta davvero: torna, e sembra colpa del prodotto. L’asciugatura è un lavoro a sé, con i suoi tempi, e i tempi dipendono dallo spessore e dal materiale. Qui non ci entro, perché ne ho scritto per intero altrove: i tempi di asciugatura della muratura.

4. Che cosa dice la norma, in Italia

La legge parla del bagno, non dell’acqua sotto la doccia

In Italia nessuna legge prescrive uno strato di tenuta sotto le piastrelle di un bagno. Le norme di legge che toccano il bagno riguardano altro, e le elenco per non confonderle con quello che manca.

Il decreto del 1975 già citato riguarda il ricambio d’aria. Il decreto ministeriale 14 giugno 1989 n. 236, quello sulle barriere architettoniche, al punto 8.1.6 prescrive per i servizi igienici accessibili che «la doccia deve essere a pavimento, dotata di sedile ribaltabile e doccia a telefono», e al punto 8.1.2 che i dislivelli dei pavimenti non superino i 2,5 centimetri. È la ragione normativa della doccia a filo pavimento, e quindi, senza dirlo, della necessità di impermeabilizzare tutto il pavimento del bagno: una doccia senza bordo scarica l’acqua sul pavimento, e il pavimento deve essere pronto a riceverla. I Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia fissano le portate massime dei rubinetti e delle docce, 6 e 8 litri al minuto. Gli 8 litri stavano nel criterio 2.3.9 del decreto del 23 giugno 2022, ed è il valore che uso nel conto del capitolo 1; il decreto è stato sostituito da quello del 24 novembre 2025, obbligatorio negli appalti pubblici dal 2 febbraio 2026, che tiene le stesse portate e stringe i volumi delle cassette. Dell’acqua che finisce sotto il pavimento nessuno di questi testi parla.

La norma tecnica: la UNI 11493-1 e le sue compagne

La regola tecnica esiste, ed è volontaria: vale quando la richiama il contratto, quando la richiama il capitolato, e quando la richiama il giudice come regola d’arte. La UNI 11493-1, «Piastrellature ceramiche, Parte 1: istruzioni per la progettazione, l’installazione e la manutenzione», secondo il suo sommario di catalogo definisce «la qualità e le prestazioni di una piastrellatura ceramica» e fornisce «regole ed istruzioni da osservare nella scelta dei materiali, nella progettazione, nell’installazione e nell’impiego e manutenzione». Non ho acquistato il testo integrale, e lo dico. La prescrizione che interessa qui la riportano concordi le guide tecniche della stampa di settore, e la riporto come la scrivono: il rivestimento, completo di adesivo e fughe, non può garantire l’impermeabilità della superficie rivestita, e negli ambienti con presenza d’acqua va progettato e realizzato uno strato impermeabile sotto la piastrellatura. La stessa impostazione vale per i rivestimenti in pietra naturale nella UNI 11714-1, e anche questo lo riprendo dalle guide tecniche: l’anteprima pubblica del catalogo, che per questa norma dà l’indice completo, non ha nessun punto dedicato all’impermeabilizzazione. Dove la piastrellatura non è a tenuta per sua natura, la tenuta va progettata come strato a sé: questa è la regola d’arte italiana, e chi la contesta in giudizio parte in salita.

La sorpresa viene dalla norma di prodotto. La UNI EN 14891, che tutti citano per le guaine liquide sotto piastrella, si applica, dice il suo sommario, ai prodotti impermeabilizzanti applicati liquidi «impiegati sotto piastrellature di ceramica per la posa di pavimenti e rivestimenti esterni ed in piscine». Esterni e piscine. Il bagno di casa, formalmente, non ci sta dentro. Lo scrive con chiarezza il documento europeo dei locali umidi, di cui parlo al capitolo seguente: i sistemi di tenuta per i locali umidi non hanno una norma armonizzata, perché la EN 14891 copre solo la membrana e solo per le piscine e le applicazioni all’esterno. In pratica quasi tutti i prodotti che si usano in bagno portano la marcatura CE secondo la EN 14891, e va bene così: le prove di tenuta all’acqua, di adesione e di resistenza agli alcali sono le stesse. Chi vuole un documento scritto per il bagno chiede l’ETA del sistema, la valutazione tecnica europea rilasciata sull’EAD dei locali umidi.

Le altre norme del pacchetto sono quelle della posa. La UNI EN 12004-1 classifica gli adesivi: per il bagno un cementizio di classe migliorata, C2, e deformabile, S1, dove il supporto è lo strato di tenuta elastico. La UNI EN 13888-1:2022 classifica gli stucchi per fughe. La UNI EN ISO 11600:2011 classifica i sigillanti in quattro classi, 25, 20, 12,5 e 7,5, e il numero è la percentuale di movimento che il giunto può fare. Le classi 25 e 20 portano una seconda sigla, LM o HM, che dipende dal modulo secante a trazione: è a modulo basso, LM, il sigillante che resta entro 0,4 N/mm² a +23 °C ed entro 0,6 N/mm² a meno 20 °C, e basta superare uno dei due valori per finire fra quelli a modulo alto, HM. Elastici sono i sigillanti delle classi 25, 20 e 12,5E; quelli 12,5P e 7,5P la norma li chiama plastici. Nell’angolo fra pavimento e parete il sigillante va sopra le piastrelle come manutenzione, non come tenuta. La UNI EN 1253-1:2015 è la norma dei pozzetti a pavimento con sifone, quelli con un battente idraulico di almeno 50 millimetri: il pozzetto della doccia va scelto lì, con la flangia per il raccordo allo strato di tenuta. La UNI 11928-1, invece, riguarda i prodotti liquidi per le coperture continue: ne ho scritto a proposito dei balconi, e in bagno non c’entra.

Il giudice: l’articolo 1669 e le infiltrazioni

Quando lo strato manca e il soffitto di sotto si bagna, la questione passa dal cantiere al tribunale, e lì la regola c’è. L’articolo 1669 del codice civile rende l’appaltatore responsabile per dieci anni dal compimento dell’opera dei «gravi difetti» dell’edificio, purché la denuncia sia fatta entro un anno dalla scoperta. La Corte di cassazione, seconda sezione, sentenza n. 14650 dell’11 giugno 2013, ricorda che la giurisprudenza «si è spinta fino a considerare rientranti nella nozione di gravi difetti anche le infiltrazioni d’acqua determinate da carenze d’impermeabilizzazione». Cita le proprie decisioni del 1998, del 2000 e del 2003. Per i vizi minori vale l’articolo 1667: la denuncia va fatta entro sessanta giorni dalla scoperta, e l’azione si prescrive in due anni dalla consegna dell’opera.

C’è una seconda decisione che riguarda il bagno più di ogni altra, perché il bagno quasi sempre si rifà invece di costruirlo. Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 7756 del 27 marzo 2017, hanno stabilito che l’articolo 1669 si applica anche alle opere di ristrutturazione edilizia e, in generale, agli interventi di manutenzione o modificazione di lunga durata su immobili preesistenti, quando presentano gravi difetti che incidono sul godimento e sull’uso normale dell’immobile. Un bagno rifatto in un appartamento degli anni settanta rientra lì dentro, e il bagno che bagna il piano di sotto è il caso di scuola della carenza di impermeabilizzazione.

Scrivo da tecnico e non da avvocato: i termini appena richiamati sono brevi e perentori, e chi sospetta un difetto grave farebbe bene a parlarne con un legale prima che scadano, non dopo.

Il documento Che cosa copre Che cosa chiedere in cantiere
UNI 11493-1:2025 La piastrellatura ceramica come sistema: materiali, progetto, posa, manutenzione; la tenuta come strato a sé negli ambienti con acqua Il capitolato che la richiama, con lo strato di tenuta descritto e quotato
UNI 11714-1:2018 Lo stesso per i rivestimenti in pietra naturale Come sopra
UNI EN 14891:2017 Il prodotto liquido sotto piastrella, per esterni e piscine; marcatura CE La dichiarazione di prestazione, con tenuta all’acqua e adesione
EAD 030352-00-0503 Il sistema di tenuta per i locali umidi interni, membrana e accessori insieme La valutazione tecnica europea del sistema, con le categorie di prova
UNI EN 12004-1:2017 Gli adesivi Classe C2 S1 per la posa sullo strato elastico
UNI EN 13888-1:2022 Gli stucchi per fughe Classe CG2WA, sapendo che resta assorbente
UNI EN ISO 11600:2011 I sigillanti elastici Classe e modulo dichiarati; piano di manutenzione
UNI EN 1253-1:2015 I pozzetti a pavimento con sifone Pozzetto con flangia per il raccordo allo strato
DM 236/1989 L’accessibilità: doccia a pavimento, dislivelli massimi Il progetto delle pendenze e del pavimento intero a tenuta
DM 5 luglio 1975 Il ricambio d’aria del bagno Finestra o aspirazione meccanica
Art. 1669 c.c. La responsabilità decennale per i gravi difetti Il verbale fotografico prima delle piastrelle

Tabella 2. Il quadro italiano: nessuna legge prescrive lo strato, la norma tecnica lo pretende, il giudice lo presume. La colonna di destra è quello che si può chiedere per iscritto.

5. Il documento europeo dei locali umidi, letto nel testo

Il documento europeo di valutazione EAD 030352-00-0503, «Liquid applied watertight covering kits for wet room floors and/or walls», è del gennaio 2019. Si scarica gratis dal sito dell’organizzazione europea per la valutazione tecnica, e l’ho letto nelle parti che contano, lo scopo e le caratteristiche essenziali. Riguarda i sistemi di tenuta applicati liquidi per i pavimenti e le pareti dei locali umidi, con o senza strato di usura, e sostituisce la parte 1 della linea guida ETAG 022 del 2007. I sistemi in fogli flessibili hanno il loro documento, l’EAD 030436-00-0503, e i sistemi in pannelli il loro, l’EAD 030437-00-0503.

Quattro cose di quel testo servono a chi progetta un bagno.

La prima è la parola sistema. Il documento valuta un kit: la membrana liquida, mono o bicomponente; i primer e gli adesivi; «i collari per le penetrazioni dei tubi e per i pozzetti di scarico»; le reti o i tessuti di rinforzo negli angoli e sulle penetrazioni; le bandelle e i sigillanti dei giunti. Le tubazioni e i pozzetti non fanno parte del kit, e nemmeno le piastrelle e le fughe. Il produttore dichiara le prestazioni del sistema intero, non del secchio: quando un cantiere sostituisce la bandella del sistema con un’altra, la valutazione non copre più quel bagno.

La seconda è la scala delle esposizioni. L’uso previsto è per interni, con temperatura della struttura fra 5 e 40 gradi, in tre situazioni: superfici «con esposizione diretta all’acqua solo occasionale, per esempio a buona distanza dalla doccia o dalla vasca»; pavimenti e pareti «nelle zone doccia o intorno alle vasche usati per poche docce al giorno, per esempio nelle abitazioni ordinarie, nelle case plurifamiliari e negli alberghi»; superfici «con esposizione all’acqua più frequente o di durata maggiore di quella normalmente prevista nelle abitazioni, per esempio locali umidi pubblici, scuole e impianti sportivi». Le tre situazioni non cambiano i criteri di prova: una valutazione tecnica europea le copre tutte.

La terza è la durata. I metodi sono scritti per una vita utile di 25 anni, e di 10 per i sistemi a pittura senza rivestimento; il testo aggiunge che la vita reale, in condizioni d’uso normali, può essere considerevolmente più lunga. Venticinque anni è anche l’ordine di grandezza del tempo che passa fra due ristrutturazioni di un bagno, e questo dà la misura della scelta: lo strato si mette una volta e deve durare quanto le piastrelle che lo coprono.

La quarta è l’elenco di quello che si prova. Diciassette caratteristiche essenziali, fra cui la tenuta all’acqua, la capacità di fare ponte sulle fessure del supporto, l’adesione, la capacità di fare ponte sui giunti, la tenuta all’acqua intorno alle penetrazioni, la resistenza alla temperatura, all’acqua e agli alcali, lo spessore. Le categorie sono quelle che contano in un capitolato. Per le fessure ci sono tre categorie di prova, con fessura di 0,4, 0,75 e 1,5 millimetri: il sistema deve restare integro ventiquattro ore dopo che la fessura è stata aperta. Per l’adesione due categorie, sopra 0,3 e sopra 0,5 megapascal su calcestruzzo. Per i giunti la prova si fa con una fessura di 2 millimetri in trazione e in taglio. Per le penetrazioni, la prova copre pozzetti, tubi e angoli, con supporti flessibili e con supporti rigidi.

C’è anche una tabella dei supporti, e dice una cosa semplice. I supporti sensibili all’umidità richiedono prove diverse da quelli che non lo sono. Fra i primi stanno i blocchi e le lastre di gesso e i materiali a base di legno; fra i secondi il calcestruzzo, la muratura, le lastre in silicato di calcio e in fibrocemento. Il cartongesso in bagno non è vietato dal documento europeo: è un supporto che chiede al sistema una prova in più, e a chi lo posa la certezza che il sistema l’abbia superata.

6. Chi la regola ce l’ha: Germania, Australia, Stati Uniti

La DIN 18534 e le classi di esposizione all’acqua

La norma tedesca DIN 18534, «Abdichtung von Innenräumen», impermeabilizzazione dei locali interni, è comparsa nel luglio 2017 e le sue sei parti sono state rifatte nell’ottobre 2025: la prima con i requisiti e i principi di progetto ed esecuzione; la seconda per le membrane in fogli; la terza per i prodotti liquidi in aderenza sotto piastrelle e lastre; la quarta per l’asfalto colato; la quinta e la sesta per i fogli e i pannelli in aderenza. Il campo di applicazione dichiara il limite fisico entro cui la norma vale, e conviene tenerlo a mente: acqua con un battente di progetto fino a dieci centimetri. Sopra quel battente si entra nel campo delle vasche e dei serbatoi, che ha un’altra norma.

Non ho letto il testo della norma, che è a pagamento: quello che ne riporto viene dalle pubblicazioni tecniche tedesche che la spiegano, comprese le note della Camera degli architetti bavarese, e dal catalogo normativo che ne pubblica titolo, scopo e indice. Nella tabella dico da dove viene ogni valore.

L’idea che regge la norma è la classe di esposizione all’acqua, da W0-I a W3-I, dove la I sta per interni. Ogni superficie del bagno ha la sua classe, e la classe decide se serve lo strato di tenuta e quale supporto è ammesso.

Classe Esposizione Esempi Strato di tenuta Supporti sensibili all’umidità
W0-I, bassa Spruzzi non frequenti Pareti sopra i lavabi, pavimenti domestici senza scarico Non obbligatorio Ammessi
W1-I, moderata Spruzzi frequenti o acqua d’uso non frequente, senza ristagno Pareti sopra le vasche e nelle docce domestiche; pavimenti dei bagni domestici con o senza scarico, fuori dalla zona doccia Ammessi
W2-I, alta Spruzzi e acqua d’uso frequenti, sul pavimento con ristagno temporaneo Pavimenti con scarico o canaletta, docce a filo pavimento; pareti delle docce negli impianti sportivi e commerciali Non ammessi
W3-I, molto alta Acqua molto frequente o prolungata, anche da lavaggi intensivi Bordi delle piscine, cucine professionali, lavanderie Sì, con documentazione degli spessori Non ammessi

Tabella 3. Le classi di esposizione all’acqua della DIN 18534, come le riportano le pubblicazioni tecniche tedesche che ho consultato: ripresa non direttamente dal testo di norma, che è a pagamento. Con la revisione dell’ottobre 2025 le lastre di gesso restano ammesse solo nelle due classi basse, W0-I e W1-I, indipendentemente dal colore della lastra.

Le altre prescrizioni che le pubblicazioni tedesche riportano concordi sono queste. Lo strato di tenuta sulle pareti della doccia deve sporgere di almeno 20 centimetri sopra il punto di erogazione più alto, cioè sopra il soffione; l’articolo della Camera degli architetti bavarese precisa che la norma non fissa una sporgenza minima oltre il bordo della vasca o del piatto, e che il foglio tecnico dell’industria del gesso indica 30 centimetri come minimo. Dove si impermeabilizza solo il pavimento, lo strato risale sulle pareti per almeno 5 centimetri.

Lo strato si applica in almeno due mani, e per le dispersioni in due colori diversi, così si vede dove manca la seconda. Gli spessori minimi a secco stanno nella parte 3, al punto 7.4: mezzo millimetro per le dispersioni polimeriche, un millimetro per le resine reattive, due millimetri per le malte cementizie elastiche capaci di fare ponte sulle fessure. Sono minimi che non possono essere scesi in nessun punto della superficie, e dove la scheda del prodotto chiede di più vale la scheda. La norma tedesca aggiunge poi un sovraspessore del 25 per cento: il minimo più il sovraspessore fa lo spessore nominale, ed è su quello che si ordina il materiale, non sul minimo. La flangia dei pozzetti e delle canalette deve essere larga almeno 50 millimetri, e nelle classi fino a W2-I bastano 30. Bandelle e collari devono essere provati nel sistema insieme al prodotto, e per gli angoli vanno usati i pezzi speciali preformati. Dove l’acqua non deve passare su superfici non impermeabilizzate, la norma chiede un dislivello di almeno un centimetro, per esempio con le pendenze.

Nei bagni domestici con vasca e doccia con box, la parete della doccia e il pavimento sono in classe W1-I, la parete del lavabo in W0-I; con la doccia a filo pavimento la zona doccia passa in W2-I, e lì il supporto sensibile all’umidità non è più ammesso. La revisione dell’ottobre 2025 ha toccato proprio i punti che in cantiere si sbagliano. Le pareti in classe W1-I costruite con struttura a montanti, e la protezione dalla corrosione dei montanti metallici. I supporti non sensibili all’umidità nelle zone W2-I. I sistemi di scarico che stanno dentro il piano di tenuta. Il trattamento delle penetrazioni eseguite dopo, distinto per classe di esposizione. È la fotografia di dove si perde un bagno: i montanti, gli scarichi e i buchi fatti dopo.

L’Australia: 1800 millimetri, e il pavimento intero

Il codice nazionale australiano delle costruzioni dedica ai locali umidi la parte 10.2 delle disposizioni per le abitazioni. L’edizione in vigore è la 2025, adottata progressivamente dagli stati dal primo maggio 2026, e su questo punto ripete le stesse quote dell’edizione 2022. L’ho letta sul sito dell’ente che lo pubblica, dove è consultabile gratis, e le prescrizioni sono corte e numeriche. Il pavimento della zona doccia deve essere a tenuta, compreso ogni gradino o ribassamento. Le pareti della zona doccia devono essere a tenuta per almeno 1800 millimetri sopra il supporto del pavimento. I giunti e gli incontri fra pareti dentro la doccia devono essere a tenuta, come l’incontro fra pavimento e parete e le penetrazioni; dove il raccordo si fa con una scossalina, la sua ala orizzontale non può essere più corta di 40 millimetri. Fuori dalla doccia, le pareti a fianco degli altri apparecchi devono essere resistenti all’acqua per almeno 150 millimetri sopra l’apparecchio, per la sua estensione. Il pavimento va allo scarico con una pendenza continua compresa fra 1:80 e 1:50, cioè fra l’1,25 e il 2 per cento. Materiali e posa rimandano alla norma AS 3740.

Il codice distingue due parole che in italiano si confondono: a tenuta, waterproof, e resistente all’acqua, water resistant. La doccia deve essere a tenuta; il resto del bagno resistente all’acqua. È la stessa gerarchia delle classi tedesche, detta con due parole invece che con quattro classi.

Il bagno secondo il codice australiano: le quote della parte 10.2
Figura 3. Il bagno secondo il codice nazionale australiano delle costruzioni, parte 10.2 delle disposizioni per le abitazioni: pareti della doccia a tenuta fino a 1800 mm, pavimento della doccia a tenuta gradino compreso, ala della scossalina di almeno 40 mm, pareti resistenti all’acqua per 150 mm sopra gli altri apparecchi, pendenze fra 1:80 e 1:50. Le quote sono le stesse nelle edizioni 2022 e 2025 del codice. Disegno tecnico dell’autore su quote lette sul testo del codice.

Gli Stati Uniti: sei piedi di superficie non assorbente

Il codice residenziale internazionale, quello adottato dalla maggior parte degli stati americani, alla sezione R307.2 prescrive che i pavimenti delle vasche e delle docce e le pareti sopra le vasche con soffione e nei vani doccia siano finiti con una superficie non assorbente, e che tale superficie si estenda «a un’altezza non inferiore a 6 piedi (1829 mm) sopra il pavimento». È quasi la stessa altezza dei 1800 millimetri australiani, ma quella regola parla della superficie, non dello strato sotto.

Lo strato sotto sta altrove nello stesso codice. La sezione P2709.2 obbliga a rivestire e rendere a tenuta i vani doccia costruiti in opera, con foglio di piombo, foglio di rame, teli in materia plastica, hot mopping o membrane impermeabili incollate conformi alla ANSI A118.10; anche le versioni liquide applicate a spatola devono rispettare quella norma. Il rivestimento deve risvoltare almeno 51 millimetri oltre gli stipiti e almeno 51 millimetri sopra la soglia finita. La stessa cosa dice il codice idraulico alla sezione 417.5.2, ed è quel rivestimento che la prova del capitolo 2 va a collaudare: la sezione 312.9 comincia proprio dicendo che si applica ai piani doccia resi a tenuta con i materiali richiesti dalla 417.5.2.

La differenza con l’Australia, quindi, non è che manchi la tenuta. È che negli Stati Uniti i sei piedi riguardano la finitura, mentre la tenuta è prescritta per il piano della doccia e per il suo risvolto, non per l’altezza della parete.

Paese Documento Che cosa prescrive per la doccia Fino a dove
Germania DIN 18534, luglio 2017, sei parti rifatte nell’ottobre 2025 Strato di tenuta in aderenza, due mani, classi W0-I-W3-I, spessori minimi a secco, flangia e collari 20 cm sopra il punto di erogazione più alto (ripreso non direttamente)
Australia NCC 2025, parte 10.2, con AS 3740 Pavimento a tenuta, pareti a tenuta, giunti e penetrazioni a tenuta, pendenze 1800 mm sopra il supporto del pavimento
Stati Uniti IRC, sezioni R307.2 e P2709.2; IPC 417.5.2 Superficie non assorbente su pavimenti e pareti; rivestimento a tenuta del piano doccia, membrane incollate secondo ANSI A118.10 6 piedi, 1829 mm, per la superficie; 51 mm di risvolto oltre gli stipiti e sopra la soglia per il rivestimento
Italia UNI 11493-1:2025 (volontaria) Strato impermeabile sotto la piastrellatura dove c’è acqua Nessuna quota di legge; la divulgazione tecnica indica 10-15 cm sopra il bordo del piatto

Tabella 4. Quattro paesi, quattro modi di dirlo. Due fissano la quota, uno fissa la superficie, uno lascia la quota al progetto.

7. La sequenza corretta, dal rustico alle piastrelle

Quella che segue è la sequenza che uso e che prescrivo. Le quote sono mie, dettate dall’esperienza di cantiere e non da una norma italiana, che non c’è; dove coincidono con le norme straniere lo dico. Il materiale è un impermeabilizzante liquido bicomponente a polimero modificato, elastico, di quelli che ogni produttore ha in catalogo con nomi diversi. Non è una membrana in fogli: è un prodotto che si stende e fa corpo con il supporto.

Che cosa si stende: le tre famiglie

La norma di prodotto elenca tre famiglie di impermeabilizzanti liquidi sotto piastrella, e la scelta fra loro non è un dettaglio da magazzino: cambia lo spessore, cambia il supporto ammesso, cambia il modo di stenderlo. I tre spessori minimi a secco che seguono vengono tutti dalla parte 3 della norma tedesca, per quanto ne riportano le pubblicazioni tecniche che la spiegano: il testo di norma non l’ho letto.

Le malte cementizie modificate con polimeri, quelle che in cantiere si chiamano guaine cementizie bicomponenti: una polvere e un lattice che si mescolano in cantiere. Aderiscono ai supporti cementizi anche leggermente umidi, sono le più spesse delle tre e sono quelle che uso in bagno. Chiedono due millimetri di spessore a secco: è il valore più alto delle tre famiglie, perché la loro elasticità viene dallo spessore.

Le dispersioni polimeriche, pronte all’uso, si stendono a rullo e asciugano per evaporazione dell’acqua. Sono le più sottili, mezzo millimetro a secco, e le più rapide; il loro campo d’impiego è però il più stretto, e nelle classi di esposizione alte la documentazione dei produttori le ammette solo a parete, o non le ammette. Siccome asciugano cedendo acqua all’aria, in un locale chiuso e senza ricambio ci mettono di più: in bagno, che è quasi sempre quella la condizione, il tempo di attesa fra le mani va rispettato e non stimato a occhio.

Le resine reattive, bicomponenti, che induriscono per reazione chimica e non per evaporazione: un millimetro a secco. Sono la scelta dove ci sono aggressioni chimiche, come nelle cucine professionali, e dove serve indurimento rapido. Chiedono in cambio condizioni di posa controllate e un applicatore che le conosca.

Qualunque sia la famiglia, la regola che viene dal documento europeo vale sempre: si sceglie un sistema, non un secchio. Bandelle, pezzi d’angolo e collari devono essere quelli provati insieme a quel prodotto, altrimenti la prestazione dichiarata non copre più il bagno che stiamo facendo.

1. Il supporto. Massetto stagionato, stabile, senza polvere, con le pendenze già fatte verso lo scarico nella zona della doccia a filo; pareti intonacate a civile o lastre adatte al bagno, piane. Un massetto ancora bagnato sotto uno strato impermeabile resta bagnato: ne ho scritto a proposito dell’umidità da costruzione, e in bagno la regola vale il doppio, perché sopra ci sarà la piastrella.

2. Il pozzetto. Pozzetto a pavimento con sifone e con flangia, posato a quota di progetto e fissato prima dello strato: lo strato si raccorda alla flangia, non al tubo.

3. Il primer, dove la scheda del sistema lo prevede, sulle superfici assorbenti e su quelle lisce.

4. La prima mano nei punti singolari. Si comincia dal perimetro e dall’angolo della doccia, in verticale fino a 2,30 metri, e attorno allo scarico e ai corpi passanti. La prima mano nei punti difficili serve a far aderire la bandella.

5. La bandella. Nastro in tessuto non tessuto di polipropilene resistente agli alcali, da annegare fra le due mani del liquido: si posa nel giunto fra pavimento e parete lungo tutto il perimetro del bagno, e sugli spigoli verticali della doccia, con un risvolto di 5-10 centimetri per parte. Per gli angoli interni ed esterni si usano i pezzi preformati. Sullo scarico e sui corpi passanti si posano i collari del sistema.

6. Le due mani sul campo. Prima e seconda mano sul pavimento, sulle verticali della doccia e sopra la bandella, a coprirla. Fra le mani si rispettano i tempi di attesa della scheda, e lo spessore a secco è quello della scheda. La seconda mano incrociata rispetto alla prima.

7. Lo strato sale sulle pareti della doccia fino a 2,30 metri. È più dei 180 centimetri australiani e sta sopra il soffione della maggior parte delle docce; dove il soffione è montato più in alto, i 20 centimetri di sporgenza della regola tedesca chiedono di alzare la quota. Il resto del pavimento del bagno può restare fuori dalla zona trattata, se la doccia ha il piatto e il box; con la doccia a filo pavimento e aperta lo strato copre tutto il pavimento del bagno, e risale sulle pareti per almeno 5-10 centimetri.

8. La prova di tenuta. Scarico tappato e zona doccia allagata per ventiquattro ore, con il soffitto di sotto controllato, prima di piastrellare. È l’unico momento in cui un difetto costa una mano di prodotto.

9. Le piastrelle. Adesivo cementizio di classe C2 S1, a strato compatto, e stucco per le fughe; nell’angolo fra pavimento e parete non stucco ma un sigillante elastico, che va nel piano di manutenzione.

10. Il verbale fotografico dello strato finito, con la data, prima che le piastrelle lo coprano per i prossimi venticinque anni.

Impermeabilizzazione bagno e doccia, la sequenza dello strato di tenuta prima delle piastrelle, in sezione
Figura 4. La sequenza in sezione: lo strato di tenuta sul massetto e sulle pareti della doccia fino a 2,30 m, la bandella nel giunto con risvolto di 5-10 cm, il collare sulla flangia dello scarico e sulla rubinetteria, le due mani, poi adesivo e piastrelle, e il sigillante elastico nell’angolo come manutenzione. Le quote sono dell’autore. Disegno tecnico dell’autore.
Lo scarico senza e con la flangia e il collare
Figura 5. Il bordo dello scarico nei due modi. A sinistra il pozzetto incollato nel massetto, con lo strato che si ferma al bordo: l’acqua scende lungo il corpo del pozzetto. A destra la flangia, che dà allo strato un piano su cui aderire, e il collare, che chiude il cambio di materiale. Disegno tecnico dell’autore.

Il sistema con due piani impermeabili

Nel bagno sopra un locale abitato metto due piani impermeabili invece di uno.

Il primo lo stendo sulla platea del bagno, sopra il solaio e prima del massetto, e insieme a lui sale la faccia della parete. Nell’angolo fra i due c’è la bandella. Poi ci sono i due tubi che bucano l’involucro: lo scarico della doccia attraversa la platea, la mandata dell’acqua attraversa la parete, alla quota che ho disegnato nella Figura 6, un metro e settanta da terra, e tutti e due hanno il loro collare. Sopra questo piano si getta il massetto della doccia, con la pendenza verso la piletta.

Il secondo lo stendo sopra il massetto, sotto le piastrelle, e lo porto contro la stessa faccia di parete già trattata. Nell’angolo fra il piano e la parete c’è la seconda bandella, con il risvolto di 5-10 centimetri per parte. I due strati si sovrappongono sulla faccia della parete, uno sopra l’altro: da lì in su l’acqua trova una superficie sola, senza un bordo libero in mezzo.

Nessuna norma lo prescrive: è una scelta mia, per il caso in cui sotto il bagno c’è un locale abitato. Il massetto è poroso e assorbe. Se si bagna, sotto di sé trova una superficie impermeabile invece del solaio, e l’acqua che raccoglie deve avere una via verso lo scarico: se il piano di sotto è chiuso contro il muro e non drena, il massetto resta bagnato e il problema cambia forma invece di sparire. Costa in più un secondo strato intero: le sue due mani, la sua bandella, i suoi collari e i giorni di attesa che il massetto in più porta con sé. Se manca, si rifà il soffitto del piano di sotto.

Gli ultimi quattro passaggi sono quelli che si vedono, e l’ordine fra loro non è scontato. L’adesivo cementizio va steso sul piano e sulla parete, sopra l’impermeabilizzazione ormai indurita. Poi si posano le piastrelle del pavimento, e sulla piastrella appena posata, nell’angolo contro la parete, va subito il silicone a basso modulo: è il sigillante elastico della UNI EN ISO 11600 nella variante LM, quella che a parità di allungamento tira meno i bordi del giunto. Da lì il silicone resta, e le piastrelle verticali si posano sopra il giunto già fatto. Per ultima viene la piletta, che appoggia sul collare già annegato nell’impermeabilizzazione. Con lei il silicone della doccia, quello al corpo passante della rubinetteria: va dopo le piastrelle, e per questo chiude la sequenza.

L’ordine dei passaggi conta quanto i materiali. Ogni strato si aggancia al precedente, e un raccordo fatto dopo non si aggancia più. La bandella va annegata nella prima delle due mani, quando è ancora fresca, e coperta dalla seconda. Appoggiata sull’impermeabilizzante già asciutto resta incollata sopra invece che dentro, e nei lavori che ho aperto è lì che l’ho trovata staccata. Chi dirige il cantiere tiene l’elenco degli otto passaggi della Figura 6 e sa chi fa ognuno: ogni squadra, da sola, vede solo il proprio.

Impermeabilizzazione bagno e doccia, il sistema in sezione, passaggio per passaggio: le due impermeabilizzazioni, le bandelle, i collari
Figura 6. La stessa sezione della Figura 4, con in più l’impermeabilizzazione della platea sotto il massetto, quella che metto quando sotto il bagno c’è un locale abitato. Nell’ordine in cui si monta: 1 platea e muro al rustico, con i due tubi già in opera. 2 impermeabilizzazione della platea e della faccia di parete, fino a 2,30 m, con la bandella nell’angolo basso, il collare sullo scarico che attraversa la platea e il collare sulla mandata che attraversa la parete. 3 massetto sotto la doccia, con la pendenza verso la piletta. 4 seconda impermeabilizzazione sopra il massetto, sovrapposta alla verticale già in opera, con la bandella nell’angolo. 5 adesivo cementizio steso sul piano e sulla parete. 6 piastrelle del pavimento, e sulla piastrella appena posata il silicone a basso modulo nell’angolo, che da lì resta. 7 piastrelle verticali, posate sopra il giunto siliconato. 8 piletta finale, che appoggia sul collare, e il silicone della doccia al corpo passante della rubinetteria. La tavola mostra i raccordi, non l’intera lavorazione: la prova di allagamento del capitolo 2 va fra il quarto e il quinto passaggio, la stuccatura delle fughe fra il settimo e l’ottavo. Disegno tecnico dell’autore: il sistema, la sequenza e i colori sono suoi, e nessuna norma prescrive il doppio piano impermeabile.

In cantiere. La bandella è la prima cosa che vado a cercare, perché nell’angolo il rullo passa e sembra fatto. Senza bandella nell’angolo resta il solo film liquido, che deve reggere da solo il movimento fra pavimento e parete: in più di un lavoro che ho ripreso l’ho trovato fessurato al primo controllo. L’altra cosa che trovo saltata spesso è il collare allo scarico, perché il pozzetto è dell’idraulico e lo strato è del piastrellista, e nessuno dei due ha in tasca il collare dell’altro. In capitolato lo scrivo come un solo lavoro con un solo responsabile.

Ho visto anche docce con le pareti in cartongesso verde, dato per impermeabile. Non lo è: la lastra idrofuga limita l’assorbimento, e il suo cuore resta gesso. Su quelle lastre lo strato di tenuta serve più che sull’intonaco, e la norma tedesca lo dice a modo suo: nella zona doccia a filo pavimento il supporto sensibile all’umidità non è ammesso.

8. Piatto appoggiato, piatto a filo, doccia in muratura

Le docce che trovo sono di tre tipi, e lo strato si adatta a ciascuno.

Il piatto prefabbricato appoggiato, in ceramica, in acrilico o in resina, è a tenuta di suo. I suoi punti deboli sono due: il giunto fra il bordo del piatto e la parete, affidato al silicone, e il raccordo con lo scarico sotto, che nessuno vede più. Lo strato di tenuta va sulle pareti sopra il piatto. La bandella si posa dietro il bordo del piatto prima di montarlo, come le pubblicazioni tedesche riferiscono che la norma prescrive per vasche e piatti: così l’acqua che passa il silicone finisce nel piatto e non dietro. Il pavimento del bagno fuori dal piatto, con il box chiuso, sta nella classe moderata: la norma tedesca ammette di lasciarlo senza strato solo se il supporto non teme l’umidità e l’acqua non può raggiungere strati che la temono. Io lo impermeabilizzo lo stesso, quando sotto c’è un locale abitato.

Il piatto a filo pavimento, in massetto con le pendenze o in pannello prefabbricato annegato, è il caso in cui lo strato è indispensabile. Lo dice anche la divulgazione tecnica italiana citata in fondo. Le pendenze si fanno nel massetto e si verificano prima dello strato: il riferimento australiano, da 1:80 a 1:50, è una buona forchetta: sotto il minimo, in cantiere, vedo l’acqua ristagnare, e sopra il massimo la pendenza si sente sotto i piedi. Il pozzetto, o la canaletta, con la flangia; lo strato sul pavimento intero del bagno, perché l’acqua della doccia aperta ci arriva; le pareti della doccia fino a 2,30 metri. Qui accessibilità e tenuta si incontrano: il decreto 236 chiede dislivelli sotto i 2,5 centimetri, la norma tedesca chiede un centimetro di dislivello dove l’acqua non deve passare. Le due richieste non si escludono, e io le tengo insieme con la pendenza continua verso la canaletta e il pavimento fuori dalla doccia impermeabilizzato comunque: è la soluzione che uso, non una prescrizione.

La doccia in muratura, quella costruita sul posto con il piano rivestito in mosaico, è la più esposta di tutte. Ottanta metri di fuga per metro quadro, un piano con le pendenze fatte a mano, i raccordi fra piano e pareti rivestiti in continuità: senza strato di tenuta sotto il mosaico, il massetto della doccia beve dal primo giorno. Il piano si fa in continuo, senza interruzioni fra il fondo e i bordi, e l’unico foro che resta è lo scarico.

Nell’esistente. Quando la doccia perde e il resto del bagno è sano, la strada della sovrapposizione esiste anche qui: lo strato di tenuta si può costruire sopra la piastrellatura esistente. Servono il primer per superfici lisce, la bandella nei giunti e, sopra, una nuova piastrellatura o una finitura continua. Le verifiche sono le stesse dei balconi, di cui ho scritto in La seconda pelle del balcone: aderenza del pavimento esistente, quota alle soglie, e soprattutto lo scarico, che va rifatto con la flangia del sistema nuovo. Con un piatto a filo pavimento da rifare, la sovrapposizione quasi mai basta, perché le pendenze vanno rifatte nel massetto.

9. Gli errori ricorrenti

L’errore Che cosa succede Il rimedio
Nessuno strato: si confida nelle piastrelle e nel silicone Il massetto si riempie, e il soffitto di sotto si macchia mesi dopo Lo strato al rustico, prima delle piastrelle
Strato fermato al filo del piatto o del pavimento L’acqua delle pareti scende dietro lo strato Lo strato sale sulle pareti della doccia, e la bandella chiude l’angolo
Angolo senza bandella Lo strato si fessura sul giunto che si muove Bandella con risvolto di 5-10 cm per parte, coperta dalla seconda mano
Pozzetto senza flangia, o strato non raccordato al pozzetto L’acqua scende attorno al corpo dello scarico Pozzetto con flangia, collare del sistema
Rubinetteria e corpi passanti non sigillati nello strato Ingresso d’acqua nella zona più bagnata della parete Collari sui corpi passanti, sigillatura della rubinetteria sullo strato
Una mano sola, spessore non misurato Strato discontinuo, fori invisibili sotto le piastrelle Due mani, consumo verificato, spessore a secco secondo scheda
Piastrelle posate il giorno dopo Strato non maturato, adesione compromessa Tempi di attesa della scheda, prova di tenuta prima
Nessuna prova di tenuta Il difetto si scopre al piano di sotto, a bagno finito Allagamento di 24 ore a scarico tappato, con verbale
Cartongesso dato per impermeabile Il gesso dietro le piastrelle si imbeve e si sfalda Strato di tenuta sul cartongesso, o supporto cementizio nella doccia
Silicone nell’angolo come unica tenuta Dura pochi anni, poi è una fessura Il sigillante è manutenzione; la tenuta sta sotto le piastrelle

Tabella 5. Dieci errori, e nessuno di prodotto: sono tutti di sequenza e di dettaglio.

10. Che cosa si scrive in capitolato

  • Lo strato di tenuta come voce a sé, con il campo di applicazione disegnato in pianta: zona doccia, pavimento intero del bagno dove la doccia è a filo o aperta, pareti della doccia fino a 2,30 metri.
  • Il sistema, non il prodotto: impermeabilizzante liquido bicomponente a polimero modificato, elastico, con marcatura CE secondo la UNI EN 14891 e, dove disponibile, valutazione tecnica europea sulla base dell’EAD 030352-00-0503; bandelle, pezzi d’angolo e collari dello stesso sistema, con la dichiarazione di compatibilità del produttore.
  • Le prestazioni da dichiarare: tenuta all’acqua, capacità di ponte sulle fessure con la categoria, adesione, spessore minimo a secco.
  • La bandella nel giunto pavimento-parete su tutto il perimetro e sugli spigoli verticali della doccia, con risvolto di 5-10 centimetri per parte; pezzi preformati negli angoli.
  • Il pozzetto a norma UNI EN 1253-1:2015, con sifone e con flangia, posato e fissato prima dello strato; collare del sistema sulla flangia. Un solo responsabile per pozzetto e strato.
  • I corpi passanti: collari o sigillatura nello strato per la rubinetteria e per ogni attraversamento della parete della doccia; divieto di forare lo strato dopo la posa, salvo ripristino documentato.
  • Il supporto: massetto con umidità residua compatibile con la scheda del sistema e con le pendenze verificate prima dello strato; supporti sensibili all’umidità esclusi dalla zona doccia a filo pavimento.
  • Le due mani, con i tempi di attesa e il consumo minimo per metro quadro, e la seconda mano di colore diverso o incrociata.
  • La prova di tenuta di ventiquattro ore a scarico tappato, prima delle piastrelle, con verbale fotografico controfirmato dalla direzione lavori; sospensione della posa in assenza del verbale.
  • La posa: adesivo C2 S1 secondo UNI EN 12004-1 a strato compatto, stucco CG2WA secondo UNI EN 13888-1:2022, sigillante elastico secondo UNI EN ISO 11600 nei giunti perimetrali, inserito nel piano di manutenzione con periodicità dichiarata.
  • Il ricambio d’aria secondo il decreto del 5 luglio 1975, perché l’acqua del vapore ha la sua regola.

Impermeabilizzazione bagno e doccia, in sintesi

1. La piastrella non ha il compito di trattenere l’acqua. Il gres assorbe fino allo 0,5 per cento, ma le fughe, i giunti, il bordo dello scarico e i corpi passanti assorbono e lasciano passare. In un metro quadro di mosaico corrono 80 metri di fuga.

2. Il massetto trattiene, e per questo il danno arriva tardi. Entra poca acqua a ogni doccia, ma ne esce ancora meno: il massetto si riempie per mesi prima di cedere al solaio.

3. Sotto un bagno le acque sono almeno cinque, e due prove le separano. Allagamento del piano a scarico tappato, venticinque millimetri per ventiquattro ore: mette alla prova piano e scarico. Bagnatura delle pareti a fasce dal basso verso l’alto, getto a trenta centimetri e cinque minuti per ogni metro e mezzo di giunto: mette alla prova fughe e giunti. Mai insieme, e con ventiquattro ore di asciugatura in mezzo.

4. In Italia nessuna legge prescrive lo strato. La legge parla di aria, di accessibilità e di portate. La UNI 11493-1, volontaria, pretende lo strato impermeabile sotto la piastrellatura dove c’è acqua; i giudici ci hanno ricondotto anche le infiltrazioni da impermeabilizzazione mancante: dieci anni di responsabilità, denuncia entro un anno dalla scoperta.

5. La norma di prodotto che tutti citano riguarda esterni e piscine. Il bagno ha il suo documento europeo, l’EAD 030352-00-0503: valuta il sistema intero, con collari e bandelle, per 25 anni di vita utile.

6. La Germania ha le classi, l’Australia ha le quote. DIN 18534: classi da W0-I a W3-I, due mani, 20 centimetri sopra il soffione, flangia da 30 o 50 millimetri. Codice australiano: pareti della doccia a tenuta fino a 1800 millimetri, pavimento a tenuta, ala della scossalina di almeno 40 millimetri, pendenze fra 1:80 e 1:50.

7. Lo strato sta dal lato giusto del vapore. Sulla faccia calda del pavimento e della parete non fa condensare nulla dietro di sé.

8. La sequenza è una sola: supporto asciutto e in pendenza, pozzetto con flangia, prima mano nei punti singolari, bandella e collari, due mani, 2,30 metri sulle pareti della doccia, prova di tenuta, verbale, poi le piastrelle.

9. La bandella e il collare sono le due cose che saltano. Nell’angolo il rullo passa e sembra fatto; allo scarico il pozzetto è dell’idraulico e lo strato del piastrellista.

10. Il sigillante nell’angolo è manutenzione, non tenuta. Dura pochi anni ed è giusto così: sotto ci deve essere lo strato.

11. Il cartongesso verde non è impermeabile. Limita l’assorbimento e resta gesso: nella doccia a filo pavimento la norma tedesca non lo ammette come supporto.

12. La prova di tenuta prima delle piastrelle è l’unico collaudo economico. Dopo, il difetto si scopre al piano di sotto.

Dal cantiere

Davanti a un soffitto macchiato sotto un bagno, la prima cosa che chiedo è da quanto tempo è stata rifatta la doccia di sopra. Se la doccia è stata rifatta da poco, so già dove guardare. Poi chiedo la fotografia della doccia prima delle piastrelle. Non esiste mai, ed è una risposta anche quella.

Con le imprese l’argomento che funziona non è la norma tedesca. È il conto delle giornate. Lo strato di tenuta su una doccia e sul pavimento di un bagno vale una giornata di un applicatore e qualche decina di chili di prodotto. Rifare una doccia che perde vuol dire demolire il rivestimento, asciugare il massetto, ripristinare il soffitto di sotto e convincere un condomino. Non serve un prezzario per vedere il rapporto.

Sui numeri delle quote, dico come la penso. I 2,30 metri sulle pareti della doccia e i 5-10 centimetri di risvolto della bandella sono i miei, e li prescrivo perché coprono i casi che ho visto andare male. Chi vuole numeri di norma li trova nei codici stranieri: 1800 millimetri in Australia, che è meno dei miei, e in Germania 20 centimetri sopra il punto di erogazione più alto, che con i soffioni montati a due metri e dieci o più può chiedere anche più di 2,30. Quando il soffione è alto, alzo lo strato di conseguenza. Nessuno dei due mi ha mai fatto cambiare quota, perché il soffione si sposta e il box si toglie, e lo strato resta dov’è per venticinque anni.

Domande frequenti

Il gres porcellanato non è già impermeabile?
La piastrella sì: il gruppo BIa della UNI EN 14411:2016 assorbe fino allo 0,5 per cento del proprio peso. La piastrellatura no, perché è fatta di piastrelle e di fughe, di giunti e di fori. Le fughe cementizie restano materiali assorbenti anche nella classe a ridotto assorbimento, e l’incontro fra pavimento e parete è un giunto che si muove. Per questo la norma italiana delle piastrellature chiede uno strato impermeabile sotto, dove c’è acqua.

È obbligatorio impermeabilizzare il bagno?
Nessuna legge italiana lo impone. Lo prescrive la norma tecnica UNI 11493-1, che è volontaria ma vale come regola d’arte: i giudici hanno ricondotto all’articolo 1669 del codice civile anche le infiltrazioni dovute a un’impermeabilizzazione mancante. Sono dieci anni di responsabilità per chi ha fatto il lavoro, e la denuncia va fatta entro un anno dalla scoperta. Resta però una valutazione caso per caso, non un esito automatico.

Basta impermeabilizzare la doccia o serve tutto il bagno?
Con il piatto appoggiato e il box chiuso, lo strato può limitarsi alle pareti della doccia e al raccordo con il piatto. Con la doccia a filo o aperta, l’acqua arriva su tutto il bagno: lo strato copre l’intero pavimento e risale sulle pareti. La norma tedesca ragiona allo stesso modo con le classi di esposizione: con il piatto e il box, doccia e pavimento stanno nella classe moderata; con la doccia a filo pavimento la zona doccia sale alla classe alta, e lì il supporto sensibile all’umidità non è più ammesso.

Fino a che altezza si sale sulle pareti?
I codici stranieri dicono 1800 millimetri in Australia e almeno 20 centimetri sopra il punto di erogazione più alto in Germania. Io salgo a 2,30 metri sulle pareti della doccia, sopra il soffione, perché il soffione si sposta e il box si toglie, e lo strato resta.

Il silicone nell’angolo non basta?
No. Il sigillante elastico nell’angolo fra pavimento e parete va messo, ma è manutenzione: dura pochi anni, si stacca, ammuffisce e si rifà. La tenuta sta sotto le piastrelle, con la bandella nel giunto coperta dalle due mani dello strato.

Che documento chiedo al fornitore?
La dichiarazione di prestazione con la marcatura CE secondo la UNI EN 14891: riguarda esterni e piscine, ma contiene le prove di tenuta e di adesione. Dove esiste, l’ETA del sistema, rilasciata sull’EAD 030352-00-0503 dei locali umidi, con le categorie di ponte sulle fessure e di adesione. E la conferma scritta che bandelle, pezzi d’angolo e collari fanno parte dello stesso sistema.

Come faccio a sapere se la macchia di sotto viene dalla doccia?
Con due prove separate, un tracciante e la prova dell’impianto. Prima: scarico tappato, venticinque millimetri d’acqua sul piano, livello segnato, ventiquattro ore, soffitto di sotto fotografato prima e dopo. Se il livello non scende e sotto non cambia niente, piano e scarico tengono. Poi, dopo un giorno di asciugatura: scarico aperto, piano asciutto, pareti bagnate una fascia di mezzo metro alla volta partendo dalla più bassa, getto a trenta centimetri e cinque minuti ogni metro e mezzo di giunto, con una sosta di osservazione fra una fascia e l’altra. Se la macchia si ravviva su una fascia, l’acqua entra da lì. Un tracciante colorato nello scarico dice se è acqua di scarico; il manometro lasciato una notte esclude le tubazioni in pressione. Prima di demolire, si apre il rivestimento davanti alla cassetta.

Si può impermeabilizzare senza togliere le piastrelle?
Sì, con la stessa logica della sovrapposizione sui balconi: primer per superfici lisce sulla piastrellatura esistente, bandella nei giunti, strato di tenuta e nuova piastrellatura sopra, o finitura continua. Il vincolo è lo scarico, che va rifatto con la flangia del sistema nuovo, e la quota alle soglie. Con un piatto a filo pavimento da rifare nelle pendenze, la sovrapposizione non basta.

In conclusione

Un bagno non è una stanza qualsiasi con dentro una doccia: è il locale della casa in cui, tutti i giorni, qualcuno rovescia decine di litri d’acqua su un pavimento che sta sopra la testa di un altro. Trattarlo come una stanza qualsiasi, e affidare la tenuta a una piastrella e a un cordolo di silicone, è la ragione per cui i soffitti si macchiano.

La regola è corta. L’acqua si ferma sotto il rivestimento, con uno strato continuo che il rivestimento protegge; i giunti si armano, perché è lì che il pacchetto si muove; gli scarichi e i corpi passanti si raccordano allo strato, perché è lì che cambia il materiale; e prima di piastrellare si fa una prova con l’acqua, perché è l’ultimo momento in cui un difetto costa una mano di prodotto.

In Italia questo non lo impone nessuna legge. Lo chiede la norma tecnica, ci arriva il giudice quando il danno è fatto, e lo scrivono per esteso i paesi che il bagno lo hanno normato. Nel frattempo, la sola cosa che protegge davvero il committente è una riga di capitolato e quattro fotografie datate.

Ringraziamenti

Le fotografie 6, 7, 8 e 9, quelle della fluoresceina, del manometro, della cassetta degli strumenti e della piletta vista dall’interno, sono di Idralclima srl, che ringrazio per averle messe a disposizione. Sono immagini di una ricerca vera, fatta in un bagno abitato, e mostrano quello che in un articolo si può solo descrivere.

Fonti

Norme e documenti tecnici.

  • UNI 11493-1:2025, Piastrellature ceramiche, Parte 1: Istruzioni per la progettazione, l’installazione e la manutenzione, in vigore dal 15 maggio 2025, in sostituzione della UNI 11493-1:2016, che aveva sostituito la UNI 11493:2013 (sommario letto sul catalogo UNI; il testo integrale è ripreso non direttamente).
  • UNI 11714-1:2018, Rivestimenti lapidei di superfici orizzontali, verticali e soffitti, Parte 1: Istruzioni per la progettazione, la posa e la manutenzione, del 12 luglio 2018. Titolo, data e indice verificati sull’anteprima pubblica del catalogo UNI; il testo è a pagamento e non l’ho letto, e nell’indice non compare nessun punto dedicato all’impermeabilizzazione: la frase che la riguarda viene da una sola fonte secondaria, l’articolo di Canuri su «Ingenio» dell’8 marzo 2021.
  • UNI EN 14891:2017, Prodotti impermeabilizzanti applicati liquidi da utilizzare sotto a piastrellature di ceramica incollate con adesivi, in vigore dal 16 marzo 2017 (sommario letto sul catalogo UNI).
  • EOTA, EAD 030352-00-0503, Liquid applied watertight covering kits for wet room floors and/or walls, gennaio 2019, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea nel 2020; PDF liberamente scaricabile. EAD 030436-00-0503 per i sistemi in fogli flessibili ed EAD 030437-00-0503 per i sistemi in pannelli.
  • EOTA, ETAG 022, Guideline for European Technical Approval of Watertight covering kits for wet room floors and or walls, Part 1: Liquid applied coverings with or without wearing surface, edizione 11 aprile 2007; PDF.
  • UNI EN 14411:2016, Piastrelle di ceramica: definizioni, classificazione, caratteristiche, valutazione e verifica della costanza della prestazione e marcatura, in vigore dal 30 agosto 2016 (data e stato verificati sul catalogo UNI; i gruppi di assorbimento sono ripresi da documentazione tecnica di produttore che riproduce il prospetto della norma).
  • UNI EN 12004-1:2017, adesivi per piastrelle; UNI EN 13888-1:2022, stucchi per fughe delle piastrellature ceramiche, in vigore dal 6 ottobre 2022 in sostituzione della UNI EN 13888:2009; UNI EN ISO 11600:2011, sigillanti; UNI EN 1253-1:2015, pozzetti per edilizia, che ha sostituito le edizioni 2004 delle parti 1 e 2. Designazioni e date verificate sul catalogo UNI; i testi sono a pagamento e non li ho letti.
  • DIN 18534, Abdichtung von Innenräumen, parti da 1 a 6: prima edizione luglio 2017, edizione vigente ottobre 2025. Titoli, scopo (acqua con battente di progetto fino a 10 cm), indice e data verificati sul catalogo normativo baunormenlexikon.de; il testo è a pagamento e non l’ho letto. Contenuti ripresi non direttamente da: H. Tietje, Hinweis zur Anwendung DIN 18534, «Deutsches Architektenblatt», edizione Bayern, 07/2021, PDF; BauNetz Wissen, voce Wassereinwirkungsklassen; il Merkblatt 5 del Bundesverband der Gipsindustrie, quello dei 30 centimetri sopra il bordo, noto attraverso l’articolo di Tietje; documentazione tecnica di produttori tedeschi del 2017-2018; scheda della revisione dell’ottobre 2025 su bauprofessor.de, 2 ottobre 2025, per i punti toccati dalla revisione.
  • Fachverband Fliesen und Naturstein im ZDB, Merkblatt Verbundabdichtungen, edizioni dell’agosto 2000, del gennaio 2005, del gennaio 2010 e dell’agosto 2012, poi Abdichtungen im Verbund, agosto 2019 e novembre 2022 (dal catalogo dell’editore; non lette).
  • Australian Building Codes Board, National Construction Code 2025, Volume Two, ABCB Housing Provisions, Part 10.2 Wet area waterproofing, edizione in vigore, adottata progressivamente dagli stati dal 1° maggio 2026; testo consultabile. Le quote citate sono identiche a quelle dell’edizione 2022, sulla quale era stata disegnata la Figura 3. Standards Australia, AS 3740, Waterproofing of domestic wet areas, prima edizione 1989, quinta edizione 2021, con le prove nell’appendice C (allagamento in C.2, rilevazione elettronica in C.3, sonda sui sormonti in C.4): ripresa non direttamente.
  • International Code Council, International Plumbing Code, sezione 312.9 Shower liner test: tubo dello scarico tappato, riempimento fino ad almeno 2 pollici (51 mm) misurati alla soglia, tenuta per non meno di 15 minuti senza evidenza di perdite (letta nella riproduzione integrale del codice adottato dallo stato del Texas).
  • ASTM E2128, Standard Guide for Evaluating Water Leakage of Building Walls: la guida delle prove d’acqua diagnostiche sugli involucri, da cui viene la regola di provare per aree isolate partendo dal basso e salendo. Testo a pagamento, non letto; contenuto ripreso da L. Haughton e C. Murphy, Overview of ASTM E2128, «Interface», IIBEC, gennaio 2010.
  • AAMA 501.2, prova a lancia sulle facciate: getto tenuto a un piede (circa 30 cm) dal giunto e mosso avanti e indietro su circa cinque piedi (circa 1,5 m) di giunto in cinque minuti. Ripresa non direttamente da documentazione tecnica di settore.
  • International Code Council, International Residential Code, sezione R307.2, Bathtub and shower spaces, e sezione P2709.2, Lining required, che prescrive il rivestimento a tenuta dei vani doccia costruiti in opera con membrane conformi alla ANSI A118.10 e il risvolto di 51 mm oltre gli stipiti e sopra la soglia; International Plumbing Code, sezione 417.5.2, Shower lining, di identico contenuto. Letti nelle riproduzioni integrali dei codici adottati, edizioni 2018 e 2021.

Leggi e giurisprudenza.

  • Decreto del Ministero della sanità 5 luglio 1975, Modificazioni alle istruzioni ministeriali 20 giugno 1896 relativamente all’altezza minima ed ai requisiti igienico-sanitari principali dei locali di abitazione, Gazzetta Ufficiale n. 190 del 18 luglio 1975, articolo 7.
  • UNI 11928-1, Sistemi impermeabilizzanti applicati liquidi per coperture continue: nominata nel capitolo 4 solo per dire che in bagno non c’entra. Designazione verificata sul catalogo UNI; testo a pagamento, non letto.
  • Decreto del Ministro dei lavori pubblici 14 giugno 1989 n. 236, Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, punti 8.1.2 e 8.1.6; testo sul sito del Ministero.
  • Decreto del Ministero della transizione ecologica 23 giugno 2022 n. 256, Criteri ambientali minimi per l’affidamento del servizio di progettazione di interventi edilizi, per l’affidamento dei lavori per interventi edilizi e per l’affidamento congiunto di progettazione e lavori per interventi edilizi, Gazzetta Ufficiale n. 183 del 6 agosto 2022, allegato, criterio 2.3.9. Il decreto è stato sostituito da quello del 24 novembre 2025, obbligatorio negli appalti pubblici dal 2 febbraio 2026, che tiene le stesse portate di rubinetti e docce e stringe i volumi delle cassette.
  • Codice civile, articoli 1667 e 1669.
  • Corte di cassazione, sezione II, sentenza 11 giugno 2013 n. 14650 (letta nella trascrizione pubblicata su un sito di commento giuridico); Corte di cassazione, Sezioni Unite, sentenza 27 marzo 2017 n. 7756, che estende l’articolo 1669 alle opere di ristrutturazione e agli interventi di manutenzione o modificazione di lunga durata su immobili preesistenti.

Testi tecnici.

  • M. Canuri, Impermeabilizzazione nel bagno: proteggere la zona doccia dalle infiltrazioni, «Ingenio», 8 marzo 2021; M. Canuri, Impermeabilizzazione ambienti umidi: il caso del vano doccia con rivestimento ceramico, «Ingenio», 3 novembre 2020.
  • C. Montecchi, Impermeabilizzazione sotto il rivestimento ceramico: cosa c’è da sapere?, «Ingenio», 8 febbraio 2024; C. Montecchi, Ceramica negli ambienti umidi: considerazioni tecniche essenziali, «Ingenio», 30 agosto 2024; C. Montecchi, Pavimenti e rivestimenti in ceramica: cosa cambia con la nuova UNI 11493-1?, «Ingenio», 29 luglio 2025.
  • Assoposa, Fughe e stuccatura piastrelle ceramiche: guida alla posa, alla scelta del sigillante e alla manutenzione, «Ingenio», 11 settembre 2025.
  • R. di Gregorio, Impermeabilizzazione del piatto doccia: quando è necessaria?, «Edilportale», 15 maggio 2025.
  • Pozzetti per edilizia: pubblicata la UNI EN 1253-1 in lingua italiana, «Ingenio», 14 aprile 2015.
  • I calcolatori di consumo dello stucco pubblicati dai produttori, usati nel capitolo 1 come riscontro esterno degli 80 metri di fuga per metro quadro: il fattore geometrico (a+b)/(a per b) sui lati della piastrella in millimetri, moltiplicato per mille, dà i metri di fuga al metro quadro.
  • United States Environmental Protection Agency, A Brief Guide to Mold, Moisture and Your Home: «If wet or damp materials or areas are dried 24-48 hours after a leak or spill happens, in most cases mold will not grow», e «It is important to dry water-damaged areas and items within 24-48 hours to prevent mold growth». Letta sulla pagina dell’agenzia.

Fonti storiche.

  • Vitruvio, De architectura, libro VIII, capitolo 6, paragrafi 14 e 15, testo latino; libro VII, capitolo 4, per il cocciopesto nei locali umidi.

Dove i valori sono ripresi non direttamente dal testo di norma, prima dell’uso in un capitolato vanno verificati sul testo.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.



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