Quantificazione, cinetica di essiccamento, misura e diagnosi differenziale
Sommario. L'acqua d'impasto introdotta nell'organismo edilizio con calcestruzzi, malte, massetti e intonaci non scompare al termine della presa: una quota rilevante resta libera nella porosità dei materiali e deve evaporare durante la fase di esercizio dell'edificio. Le indagini sperimentali del Fraunhofer-Institut für Bauphysik indicano tempi di essiccamento compresi tra uno e dodici anni in funzione del materiale e della stratigrafia, con incrementi della trasmittanza fino a circa il venticinque per cento nel primo anno. La norma di verifica igrotermica oggi cogente in Italia, la UNI EN ISO 13788, assume per ipotesi che l'umidità di costruzione sia già evaporata. Il contributo ricostruisce l'origine fisica del fenomeno, ne quantifica gli ordini di grandezza, richiama il quadro normativo della misura (UNI 10329, UNI 11371, WTA 4-11) e propone i criteri di diagnosi differenziale rispetto alla risalita capillare. Chiude una riflessione operativa sul cronoprogramma, a partire da una consuetudine scomparsa: il grezzo lasciato a stagionare.
1. Un fenomeno fisiologico che diventa patologia solo per errore di gestione
Nella pratica professionale l'umidità da costruzione, detta anche umidità residua o di edificazione, occupa una posizione anomala. Non è un difetto in senso stretto: è la conseguenza inevitabile del fatto che i conglomerati cementizi, le malte, i massetti e gli intonaci a base minerale vengono messi in opera allo stato fluido o plastico, quindi con un contenuto d'acqua largamente superiore a quello che il legante è in grado di fissare chimicamente. Diventa patologia soltanto quando il processo di essiccamento viene compresso dai tempi di cantiere, ostacolato da stratigrafie poco permeabili al vapore o ignorato in fase di progetto.
La classificazione storica delle forme di umidità nelle costruzioni, consolidata nella letteratura tecnica italiana a partire dal testo di Giovanni e Ippolito Massari edito da Hoepli, distingue l'umidità di costruzione dalle altre manifestazioni (risalita capillare, condensazione, infiltrazione meteorica, cause accidentali) proprio in ragione del suo carattere transitorio e regressivo. È una distinzione che ha conseguenze operative molto concrete, perché orienta la diagnosi e, di conseguenza, la scelta e il dimensionamento dell'intervento.
Il problema, oggi, è che il carattere transitorio del fenomeno viene assunto come garanzia implicita di innocuità. I dati sperimentali dicono altro: la scala temporale dell'essiccamento non è quella dei mesi che intercorrono tra il completamento delle finiture e la consegna, ma quella degli anni.
2. L'origine: acqua d'impasto e acqua di idratazione
L'acqua introdotta nell'impasto di un conglomerato cementizio assolve due funzioni distinte. Una quota reagisce chimicamente con il clinker e resta incorporata nei prodotti di idratazione (acqua non evaporabile, o chimicamente legata); una seconda quota resta fisicamente adsorbita sulle superfici del gel di silicati di calcio idrati (acqua di gel); la rimanente occupa i pori capillari come acqua libera ed è destinata a evaporare.
Il modello classico di Powers e Brownyard, tuttora alla base della determinazione del grado di idratazione, quantifica queste frazioni: l'acqua chimicamente legata alla completa idratazione ammonta a circa 0,23 g per grammo di cemento, valore che viene tuttora impiegato come denominatore nel calcolo del grado di idratazione a partire dall'acqua di idratazione misurata per via termogravimetrica. Sommando l'acqua di gel si arriva al noto rapporto acqua/cemento di circa 0,42, che rappresenta il valore minimo teorico per una idratazione completa: al di sotto di esso l'idratazione non può procedere fino in fondo per carenza di spazio saturo d'acqua.
La conseguenza pratica è immediata. Un calcestruzzo confezionato con 320 kg/m³ di cemento e rapporto acqua/cemento pari a 0,55 contiene circa 176 litri d'acqua per metro cubo. Di questi, alla completa idratazione, circa 74 litri risultano chimicamente legati (0,23 × 320) e non contribuiscono all'umidità evaporabile. Restano dunque, in prima approssimazione, un centinaio di litri per metro cubo di acqua evaporabile, in parte trattenuta nel gel e in parte libera nella porosità capillare. Poiché nelle condizioni reali di stagionatura l'idratazione non giunge mai a completamento, la frazione chimicamente fissata è inferiore e l'acqua evaporabile risulta corrispondentemente maggiore.
Il calcolo sopra riportato è una elaborazione condotta sui coefficienti del modello di Powers applicati a una miscela di riferimento, e ha valore di ordine di grandezza. Serve però a fissare un punto: l'acqua che deve uscire dall'edificio non è un residuo marginale, è una frazione maggioritaria dell'acqua d'impasto.
3. Quanta acqua resta davvero nelle murature
Il dato più solido e verificabile sul contenuto d'acqua iniziale delle murature nuove proviene dalle campagne sperimentali condotte in campo aperto dal Fraunhofer-Institut für Bauphysik di Holzkirchen, nelle quali i contenuti d'acqua sono stati determinati per via gravimetrica su carote prelevate a scadenze successive e poi ricostruiti per via numerica.
Nel caso assunto come standard, una muratura di 24 cm in blocchi silico-calcarei di un edificio sperimentale di nuova costruzione, l'umidità iniziale del paramento murario risulta pari a circa il 10 per cento in volume. Il valore di riferimento assunto per definire la muratura asciutta è il 2,5 per cento in volume, corrispondente all'umidità di equilibrio del materiale all'80 per cento di umidità relativa.
Tradotto in termini volumetrici, il 10 per cento in volume equivale a 100 litri d'acqua per metro cubo di muratura. Per una parete di 24 cm di spessore significa circa 24 litri per ogni metro quadrato di superficie muraria, dei quali circa 18 devono evaporare per raggiungere l'equilibrio igroscopico. Su una unità immobiliare con 150 m² di superficie di involucro verticale opaco si parla di quasi tre metri cubi d'acqua che devono attraversare gli strati di finitura, ai quali vanno sommati i contributi di massetti, sottofondi, intonaci e getti.
Nel caso assunto come estremo, una muratura di 30 cm in calcestruzzo aerato autoclavato posta in opera in condizioni di forte bagnatura, il contenuto d'acqua iniziale sale a circa il 30 per cento in volume, pari a 300 litri per metro cubo e a circa 90 litri per metro quadrato di parete. È la condizione tipica delle murature rimaste esposte alle precipitazioni prima della copertura, situazione tutt'altro che rara nei cantieri con cronoprogrammi compressi.

Figura 1. Il bilancio dell'acqua d'impasto: dal metro cubo di calcestruzzo all'unità immobiliare.
4. I tempi reali di essiccamento
La grandezza che interessa il progettista non è il contenuto d'acqua iniziale, ma il tempo necessario perché scenda al valore di equilibrio. Le ricerche del Fraunhofer IBP, condotte combinando misure gravimetriche in campo aperto e simulazione igrotermica transitoria validata sulle misure stesse, forniscono su questo punto dati quantitativi che è utile riportare per esteso.
| Stratigrafia | Umidità iniziale | Finitura interna | Tempo di essiccamento |
|---|---|---|---|
| Muratura silico-calcarea 24 cm, cappotto in lana minerale | ca. 10 % vol. | intonaco | poco più di 1 anno |
| Muratura silico-calcarea 24 cm, cappotto in EPS | ca. 10 % vol. | intonaco | ca. 2 anni e mezzo |
| Muratura silico-calcarea 24 cm, cappotto in lana minerale | ca. 10 % vol. | rivestimento ceramico | ca. 2 anni |
| Muratura silico-calcarea 24 cm, cappotto in EPS | ca. 10 % vol. | rivestimento ceramico | oltre 4 anni |
| Calcestruzzo aerato 30 cm, cappotto in lana minerale | ca. 30 % vol. | intonaco | meno di 4 anni |
| Calcestruzzo aerato 30 cm, cappotto in XPS con piastrelle esterne su malta | ca. 30 % vol. | intonaco | fino a 12 anni |
| Muratura in mattoni pieni 40 cm, cappotto in lana minerale | esposta alla pioggia | intonaco | poco più di 1 anno |
| Muratura in mattoni pieni 40 cm, cappotto in EPS | esposta alla pioggia | intonaco | ca. 2 anni e mezzo |
Elaborazione su dati sperimentali e numerici Fraunhofer IBP (Künzel, 1998). Il criterio di "asciutto" è l'umidità di equilibrio del materiale all'80 per cento di umidità relativa.
La sintesi che gli autori traggono dalla ricerca è che il tempo di essiccamento può variare, a seconda del caso applicativo, tra uno e dodici anni. La scheda di progetto dell'istituto è ancora più esplicita: in condizioni sfavorevoli l'essiccamento completo può superare i dieci anni, ed è proprio per questo che le misure sperimentali sono state prolungate per via numerica.

Figura 2. Le otto stratigrafie della tabella a confronto con il momento della consegna.
Due osservazioni meritano di essere sottolineate, perché ribaltano alcune convinzioni diffuse in cantiere. La prima è che il tempo di essiccamento è largamente indipendente dallo spessore dell'isolante, almeno nell'intervallo tra 60 e 100 mm indagato: un pannello più spesso aumenta la resistenza alla diffusione del vapore verso l'esterno, ma innalza contemporaneamente il livello termico della muratura e favorisce quindi la migrazione verso l'interno, con effetti che si compensano. La seconda è che la variabile realmente determinante non è lo spessore, ma la permeabilità al vapore degli strati che racchiudono la muratura.
5. Il ruolo degli strati di finitura: dove va a finire l'acqua
I profili di umidità misurati sulle due metà della stessa parete sperimentale, una con cappotto in lana minerale e l'altra con cappotto in EPS, mostrano un comportamento nettamente diverso. Con l'isolante in polistirene espanso l'essiccamento avviene in via principale verso l'ambiente interno; con l'isolante in lana minerale una quota significativa di vapore migra anche verso l'esterno, con essiccamento complessivamente più rapido.
Questo dato ha due implicazioni operative di segno opposto, che vanno tenute insieme.
Sul fronte interno: se l'essiccamento avviene prevalentemente verso l'ambiente abitato, l'umidità di costruzione si traduce in un carico igrometrico aggiuntivo sull'aria interna per l'intero periodo di essiccamento. Le stesse ricerche del Fraunhofer IBP rilevano che, dovendo l'umidità di costruzione evaporare in gran parte verso l'interno, occorre mettere in conto perdite di calore aggiuntive per ventilazione, necessarie a smaltirla.
Sul fronte esterno: la rapida migrazione verso l'esterno consentita dagli isolanti a elevata permeabilità al vapore ha prodotto, nel primo inverno delle prove sul calcestruzzo aerato bagnato, un forte inumidimento del retro degli intonaci di finitura, con danni da gelo che hanno interessato in particolare gli intonaci a base di resine sintetiche. La conclusione degli autori è che, con cappotti in lana minerale su murature ancora umide, vadano impiegati esclusivamente intonaci esterni ad alta permeabilità al vapore.
Il caso peggiore, in termini di durata, è quello del calcestruzzo aerato messo in opera bagnato e rivestito con un cappotto in XPS finito a piastrelle su malta: l'intero pacchetto esterno supera i 10 m di spessore d'aria equivalente riportati nello studio, l'essiccamento verso l'esterno è praticamente annullato e l'estrapolazione numerica porta i tempi fino a dodici anni.

Figura 3. La direzione di uscita del vapore nelle tre configurazioni sperimentali.
6. Le conseguenze energetiche
Un materiale poroso umido ha una conduttività termica superiore a quella dello stesso materiale asciutto. L'effetto, durante la fase di essiccamento, non è trascurabile e si traduce in uno scostamento sistematico tra la prestazione dichiarata in progetto e quella effettivamente disponibile nei primi anni di esercizio.
Le misure del Fraunhofer IBP quantificano l'incremento di trasmittanza dovuto all'umidità nel primo anno in circa il cinque per cento nel caso di muratura silico-calcarea, quindi con materiale poco isolante, e in circa il venticinque per cento nel caso di muratura in blocchi di laterizio alveolato posta sotto cappotto. Il divario si spiega con la maggiore sensibilità dei materiali alveolati alla presenza d'acqua nella porosità.
A questo si somma il fabbisogno energetico per la ventilazione supplementare necessaria a smaltire l'umidità immessa nell'aria interna. Simulazioni condotte dallo stesso istituto su un locale modello in calcestruzzo aerato collocato in climi diversi mostrano che, nella fase di essiccamento, il carico di deumidificazione può richiedere il raddoppio della capacità dell'impianto di climatizzazione rispetto al regime, e che l'effetto diventa trascurabile solo a partire, orientativamente, dal secondo anno.
È un elemento che meriterebbe attenzione nel contenzioso sulle prestazioni energetiche degli edifici di nuova costruzione, dove lo scostamento tra consumi attesi e consumi reali nel primo periodo di esercizio viene abitualmente attribuito al comportamento dell'utenza.
7. Le conseguenze patologiche
7.1 Condensazione superficiale e sviluppo fungino
L'immissione continua di vapore nell'aria interna, in un edificio a elevata tenuta all'aria e con infissi a bassa permeabilità, innalza l'umidità relativa ambientale. Se il primo inverno di esercizio coincide con la fase iniziale dell'essiccamento, la combinazione tra alta umidità dell'aria e superfici fredde in corrispondenza dei ponti termici produce le condizioni per la condensazione superficiale e per la crescita fungina.
Le linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla qualità dell'aria interna dedicate a umidità e muffe individuano nella prevenzione o minimizzazione dell'umidità persistente e della crescita microbica sulle superfici interne e nelle strutture edilizie il mezzo più importante per evitare effetti avversi sulla salute, e associano l'esposizione ai contaminanti microbici a un aumento della prevalenza di sintomi respiratori, allergie e asma, oltre che ad alterazioni della risposta immunitaria. Non si tratta quindi di un inconveniente estetico.
7.2 Danni alle pavimentazioni e alle finiture
La posa di rivestimenti a bassa permeabilità al vapore su supporti non ancora stabilizzati produce un quadro di dissesti ricorrente: rigonfiamenti e distacchi delle pavimentazioni in legno, sollevamento dei rivestimenti resilienti, distacchi dei rivestimenti ceramici, efflorescenze saline in corrispondenza dei giunti, degrado delle pitture. Nel caso dei massetti a base di solfato di calcio la presenza prolungata di acqua compromette anche la stabilità del legante.
Va precisato un punto spesso frainteso: l'umidità presente nel massetto al momento della posa può derivare dall'acqua residua della fase di realizzazione, da bagnature accidentali successive, dall'umidità assorbita dall'ambiente oppure dalla risalita dagli strati sottostanti. La misura restituisce un contenuto d'acqua, non ne indica l'origine. L'attribuzione della causa resta un atto diagnostico.
8. La misura: quadro normativo e metodi
8.1 Il riferimento italiano: UNI 10329
La norma UNI 10329:2018, in vigore dal 26 luglio 2018 in sostituzione della edizione del 1994, definisce i metodi di misurazione dell'umidità presente nei massetti cementizi o a base di leganti speciali per utilizzo in interno ed esterno e a base di solfato di calcio per utilizzo in interno.
La norma distingue metodi diretti e metodi indiretti. I metodi diretti, da utilizzare rigorosamente in caso di contenzioso, comprendono il metodo per reazione chimica con carburo di calcio e il metodo per pesata (gravimetrico). I metodi indiretti comprendono i rilevatori conduttimetrici e quelli capacitivi. Oltre a metodi, procedimenti e contenuti del referto di prova, la norma fornisce i criteri di campionamento, indicando il numero minimo di campioni da prelevare in funzione della superficie complessiva di posa.
La distinzione tra metodi diretti e indiretti non è formale. Gli strumenti conduttimetrici e capacitivi restituiscono grandezze correlate al contenuto d'acqua, non il contenuto d'acqua: sono strumenti di mappatura, utilissimi per individuare le zone a maggiore contenuto di umidità sulle quali eseguire i prelievi, ma privi di valore probatorio. La stessa norma raccomanda di campionare in corrispondenza delle zone più umide dei locali, la cui individuazione può essere agevolata proprio dagli igrometri elettrici o capacitivi.
8.2 Il prelievo, punto critico della procedura
Il campione deve essere rappresentativo dell'intero strato e va prelevato senza adoperare trapani o carotatrici, scartando la parte superiore dello strato superficiale per almeno 15 mm. La ragione è fisica: l'utensile elettrico riscalda il materiale e ne altera il contenuto d'acqua, mentre lo strato superficiale è quello già in equilibrio con l'aria dell'ambiente e quindi il meno rappresentativo. Il prelievo va eseguito a mano e con protezione delle mani, per non contaminare il campione.
La strumentazione per la prova al carburo comprende un contenitore in acciaio con manometro a scala da 0 a 1,6 bar e precisione pari all'1,5 per cento, una bilancia con accuratezza di 0,4 g, quattro sfere metalliche di diametro differenziato e fiale di carburo di calcio. Dopo l'introduzione del campione, delle sfere e della fiala, il contenitore va agitato energicamente per cinque minuti e occorre attendere la stabilizzazione della pressione, almeno quindici minuti, prima di eseguire la lettura. L'agitazione vigorosa non è un dettaglio: serve a micronizzare il campione perché l'acqua presente nelle diverse forme (igroscopica, pellicolare, capillare, gravifica) reagisca in modo completo con il carburo.
Va inoltre ricordato che la durata della fase di agitazione va adattata alla tipologia di legante: nei massetti che sviluppano ettringite una agitazione prolungata porta a sovrastimare il contenuto d'acqua.
8.3 Il riferimento internazionale: WTA 4-11
Per la misura dell'umidità nei materiali da costruzione minerali in generale, e quindi nelle murature, il riferimento tecnico più strutturato resta il foglio WTA 4-11 nell'edizione del 2016, che definisce i parametri igrometrici dei materiali (tra i quali il contenuto d'acqua di saturazione e il grado di imbibizione), illustra i diversi metodi di misura con le rispettive peculiarità, tratta i principi del campionamento e descrive i metodi diretti, ossia il metodo per essiccamento in stufa e il metodo CM al carburo, oltre al metodo igrometrico che consente di determinare direttamente l'umidità di equilibrio del materiale senza passare per il contenuto d'acqua.
L'impiego del grado di imbibizione, cioè del rapporto tra contenuto d'acqua misurato e contenuto d'acqua di saturazione del materiale, è particolarmente utile proprio nella valutazione dell'umidità di costruzione, perché consente di confrontare materiali con porosità molto diverse su una scala omogenea. Un valore assoluto del 6 per cento in massa significa cose molto diverse in un laterizio pieno e in un blocco di calcestruzzo aerato.
Sul fronte dei lavori pubblici il quadro si è mosso da poco: i nuovi Criteri Ambientali Minimi per l'edilizia (decreto del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica 24 novembre 2025, Gazzetta Ufficiale n. 281 del 3 dicembre 2025, obbligatori negli appalti da febbraio 2026) dedicano il criterio 2.3.13 alla progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti, e chiedono tra l'altro la determinazione del grado di saturazione secondo le norme UNI 11085 o UNI 11121, con parametri e durata del monitoraggio definiti dal progettista. Due osservazioni utili al nostro tema: il metodo ponderale della UNI 11085 è ripetibile nel tempo sugli stessi punti, cioè è lo strumento del monitoraggio che nella sezione 11 distingue le forme regressive da quelle stazionarie; e la UNI 11121 richiamata dal decreto risulta ritirata dall'aprile 2025 senza sostituzione, quindi in appalto conviene appoggiarsi alla UNI 11085, che lo stesso criterio ammette.
9. I valori limite per la posa delle pavimentazioni
La UNI 10329 stabilisce come misurare, non quanto è ammesso. I valori limite per la posa delle pavimentazioni di legno sono fissati dalla UNI 11371, che richiama espressamente la UNI 10329 come metodo di verifica.
| Tipologia di massetto | Senza impianto radiante | Con impianto radiante |
|---|---|---|
| Massetto cementizio | max 2,0 % | max 1,7 % |
| Massetto a base di solfato di calcio (anidrite) | max 0,5 % | max 0,2 % |
Valori limite di umidità residua per la posa di pavimentazioni di legno (UNI 11371). Misura secondo UNI 10329.
Il quadro contrattuale è completato dalla UNI 11265:2015, che definisce competenze e responsabilità di tutte le figure della filiera: l'impresa esecutrice del supporto risponde della conformità del massetto al progetto o, in mancanza di questo, alle specifiche tecniche di settore, cioè alla UNI 11371, mentre il posatore deve consegnare alla fine dei lavori la scheda del prodotto posato. È una ripartizione che nella pratica viene richiamata di rado e che invece costituisce il primo elemento di ricostruzione delle responsabilità quando il pavimento si solleva.
Nella pratica di cantiere si utilizza come riferimento previsionale la regola empirica di derivazione britannica, riportata dalla prassi applicativa con riferimento alla BS 5385-3, secondo la quale un massetto tradizionale asciuga di circa un millimetro al giorno per i primi 40 mm di spessore, con velocità che si dimezza oltre tale soglia, e sempre a condizione che siano garantite temperatura dell'aria intorno ai 20 °C e umidità relativa non superiore al 65 per cento. È una regola utile per programmare, non per certificare: il rispetto dei valori limite si attesta solo con la misura.
10. Il punto cieco normativo
Qui si arriva all'aspetto più delicato dell'intera questione, e a quello di maggiore interesse per il progettista.
Il riferimento cogente è il decreto interministeriale 26 giugno 2015, i cui contenuti tecnici sono stati aggiornati dal decreto 28 ottobre 2025 del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (Gazzetta Ufficiale n. 283 del 5 dicembre 2025), applicabile ai titoli abilitativi richiesti dal 3 giugno 2026. Il nuovo testo conferma che, per gli interventi sulle strutture opache che delimitano il volume climatizzato verso l'esterno, va verificata l'assenza del rischio di formazione di muffe, con particolare attenzione ai ponti termici negli edifici di nuova costruzione, e l'assenza di condensazioni interstiziali. Il metodo di calcolo richiamato è quello della UNI EN ISO 13788, che determina la temperatura superficiale interna al di sotto della quale è probabile la crescita di muffe e valuta il rischio di condensazione interstiziale per diffusione del vapore.
Quel metodo, però, è per esplicita dichiarazione della norma stessa un metodo semplificato, che assume che l'umidità di costruzione si sia già asciugata e che non tiene conto di una serie di fenomeni fisici rilevanti. In altri termini: la verifica igrotermica cogente esclude per ipotesi proprio la condizione che, nei primi anni di vita dell'edificio, determina il maggiore carico igrometrico.

Figura 4. L'intervallo scoperto dalla verifica semplificata e coperto dalla simulazione transitoria.
La strada alternativa esiste ed è normata: la UNI EN 15026, oggi nell'edizione 2023, disciplina la valutazione del trasferimento di umidità mediante simulazione numerica transitoria, consente di assegnare i contenuti d'acqua iniziali dei materiali e restituisce l'andamento nel tempo di temperatura, umidità relativa e contenuto d'acqua all'interno di ciascuno strato. È lo strumento con cui sono stati ricostruiti e prolungati i dati sperimentali richiamati in questo articolo. E il quadro cogente si è mosso in questa direzione: la FAQ 3.11 del Ministero dello Sviluppo Economico (dicembre 2018) aveva chiarito che la verifica è soddisfatta quando la condensa non supera la quantità massima ammissibile e rievapora completamente entro il ciclo annuale; il decreto 28 ottobre 2025 ha portato quel criterio nel testo normativo e ha ammesso espressamente che le verifiche di conformità alla UNI EN ISO 13788 siano condotte «anche con metodi più dettagliati, così come previsto da tale norma», includendo la UNI EN 15026 tra le norme tecniche di riferimento elencate in allegato.
La conclusione operativa è che, in presenza di stratigrafie con elevata resistenza alla diffusione del vapore su almeno un lato, di murature messe in opera in condizioni di bagnatura o di cronoprogrammi che non prevedono una fase di essiccamento controllata, la verifica semplificata non è sufficiente e la simulazione transitoria dovrebbe diventare la prassi, non l'eccezione.
11. Diagnosi differenziale rispetto alla risalita capillare
Nella pratica professionale e in quella commerciale l'umidità da costruzione viene spesso confusa con la risalita capillare, con conseguenze rilevanti: nel primo caso l'intervento corretto consiste nel governare l'essiccamento, nel secondo nell'interrompere l'apporto d'acqua. Applicare la soluzione dell'uno al problema dell'altro produce, nel migliore dei casi, una spesa inutile.
La diagnostica muraria, che il quadro tecnico internazionale colloca tra le attività codificate (foglio WTA 4-5, dedicato specificamente alla valutazione delle murature), si fonda in questi casi su alcuni criteri di discriminazione.
Distribuzione spaziale. L'umidità da costruzione interessa l'intero organismo edilizio, comprese le pareti interne, i piani superiori e le partizioni non a contatto con il terreno. La risalita capillare è confinata agli elementi in contatto con il terreno o con strutture bagnate e presenta una altezza di risalita con un profilo verticale caratteristico.
Andamento nel tempo. È il criterio dirimente. L'umidità da costruzione è regressiva: misure ripetute a distanza di mesi sugli stessi punti, con lo stesso metodo diretto e a pari profondità, restituiscono valori in diminuzione, con andamento coerente con le curve di essiccamento. La risalita capillare è stazionaria o progressiva, con oscillazioni stagionali attorno a un valore medio che non decresce.
Profilo dei sali solubili. L'acqua di risalita veicola i sali presenti nel terreno e nei materiali attraversati, con accumuli in corrispondenza della fascia di evaporazione e formazione di efflorescenze e subefflorescenze igroscopiche. L'acqua d'impasto non introduce sali di origine terragna, e in particolare non giustifica la presenza di nitrati e cloruri. Il criterio va usato con cautela per i solfati, che possono provenire dai materiali stessi, dai leganti e dalle malte.
Profilo in spessore. I profili di contenuto d'acqua misurati a profondità crescenti nella muratura restituiscono, nel caso dell'umidità di costruzione, andamenti coerenti con un essiccamento bidirezionale o unidirezionale a partire da un contenuto iniziale uniforme, come documentato dalle campagne sperimentali richiamate. Nel caso della risalita il gradiente è governato dalla posizione della fonte.
Nessuno di questi criteri è risolutivo isolatamente. Il monitoraggio ripetuto nel tempo, associato alla caratterizzazione dei sali e alla lettura della distribuzione spaziale, lo è quasi sempre.
12. La gestione: cosa fare, e in quale ordine
L'essiccamento non è un evento che accade, è un processo che si progetta. Le tre variabili sulle quali si può agire sono la temperatura del materiale, l'umidità relativa dell'aria a contatto e il ricambio d'aria.
Riscaldare senza ventilare è inutile e dannoso: aumenta il flusso di vapore verso l'aria interna, ma se il vapore non viene allontanato l'aria satura blocca l'evaporazione e la condensazione si sposta sulle superfici fredde, tipicamente le spalle degli infissi e i ponti termici.
Ventilare senza riscaldare è inefficace nella stagione fredda e umida: aria esterna fredda ha una capacità igrometrica assoluta ridotta e, una volta riscaldata all'interno, sottrae poca acqua.
La deumidificazione meccanica, associata a un riscaldamento moderato, è la strategia efficiente: il deumidificatore abbassa l'umidità dell'aria, l'aria a bassa umidità relativa sottrae acqua alle superfici, i materiali riequilibrano. Il processo va monitorato con misure ripetute, non a tempo.
Sul piano progettuale e di cronoprogramma vanno considerati alcuni punti che i dati sperimentali rendono difficilmente controvertibili.
La protezione dalle precipitazioni durante la fase di grezzo non è un accorgimento di buona pratica ma una scelta con conseguenze pluriennali: la differenza tra il caso standard e il caso estremo delle prove sperimentali è di quasi un ordine di grandezza nei tempi.
La posa di rivestimenti a bassa permeabilità al vapore sul lato interno di murature ancora umide raddoppia i tempi di essiccamento e, nelle configurazioni sfavorevoli, li porta oltre il decennio.
Sulle murature ancora umide, i sistemi a cappotto ad alta permeabilità al vapore favoriscono l'essiccamento verso l'esterno ma richiedono intonaci di finitura altrettanto permeabili, pena il rischio di danni da gelo nel primo inverno.
Per i massetti destinati a ricevere pavimentazioni sensibili, e in particolare per quelli con impianto radiante incorporato, il ciclo di riscaldamento previsto dalla norma di prodotto va completato prima della misura e la misura va eseguita comunque, indipendentemente dal tempo trascorso.
13. Il tempo che il cantiere ha perso
C'è un aspetto che i numeri della sezione 3 rischiano di far sembrare un caso di scuola e che invece è la normalità di molti cantieri: l'acqua da smaltire non è soltanto quella d'impasto. Le murature in laterizio alveolato, il poroton della pratica corrente, presentano una rete di fori verticali che funziona da collettore: se i corsi in sommità non vengono coperti a fine giornata e nelle pause di lavorazione, ogni pioggia scarica acqua direttamente dentro i blocchi, in profondità, dove l'asciugatura superficiale tra un piovasco e l'altro non arriva. È la strada più corta verso quella condizione di forte bagnatura iniziale che le prove sperimentali hanno esplorato sul calcestruzzo aerato, con tempi che si allungano fino a quasi un ordine di grandezza; e il laterizio alveolato è anche il materiale che paga il conto energetico più alto quando è umido, con l'aumento di trasmittanza intorno al venticinque per cento visto nella sezione 6. La protezione provvisoria delle murature in elevazione costa teli e minuti; la sua mancanza si paga in anni di essiccamento.
Il secondo fattore è la velocità. Il cronoprogramma corrente chiude il grezzo e monta subito gli infissi, perché ogni settimana di cantiere aperto è un costo e perché serrare l'involucro protegge le lavorazioni successive. L'effetto fisico, però, va messo in conto: tutta l'acqua ancora presente in murature, getti e massetti resta sigillata dentro un involucro a tenuta, con infissi a bassa permeabilità all'aria, e da lì può uscire solo per diffusione attraverso gli strati o scaricandosi sull'aria interna, il meccanismo descritto nelle sezioni 5 e 7. Se poi sulla muratura ancora carica arrivano in rapida successione cappotto, intonaci e rivestimenti, la sequenza degli strati fissa per anni direzione e velocità dell'essiccamento, come mostra la figura 3.
Chi scrive ricorda una consuetudine che i cantieri di oggi non conoscono più: le case che restavano al grezzo per qualche anno, il tetto chiuso, i muri nudi, i vani delle finestre aperti. Nessuno lo faceva per fisica delle costruzioni: si costruiva a misura di risparmi e, finiti quelli, il cantiere si fermava. Eppure quell'attesa forzata era di fatto una stagionatura. La struttura scaricava assestamenti e ritiri prima che ci fossero intonaci da fessurare; le murature, attraversate dall'aria da ogni apertura, arrivavano all'appuntamento con infissi e finiture già in equilibrio con l'ambiente. Era un essiccamento gratuito, fatto dal tempo e dal vento, negli anni in cui nessuno sapeva calcolarlo.
Un dato pubblicato che misuri esattamente questa differenza, il grezzo lasciato aperto per mesi o anni contro l'involucro chiuso subito, chi scrive lo ha cercato e non lo ha trovato. Il ragionamento che segue è quindi un tentativo di capire con quello che c'è: nessun numero inventato, solo i dati già citati, riletti da questa angolatura. Perché il costo di ogni chiusura, quello sì, è misurato. Sul silico-calcareo, chiudere il lato interno con il rivestimento ceramico porta i tempi da poco più di un anno a circa due con la lana minerale, e da circa due anni e mezzo a oltre quattro con l'EPS: quasi il doppio. Sul calcestruzzo aerato bagnato, sostituire l'uscita esterna permeabile con il pacchetto quasi stagno di XPS e piastrelle li porta da meno di quattro a dodici anni: il triplo. E per l'edificio consegnato chiuso c'è anche un riferimento istituzionale: la guida sulle muffe dell'Umweltbundesamt, l'agenzia federale tedesca per l'ambiente, avverte che nelle nuove costruzioni massicce l'umidità di costruzione va smaltita con una ventilazione rafforzata di tutti i locali, che l'obiettivo si può considerare raggiunto dopo uno o due anni e che per l'intero periodo vanno messi in conto costi di riscaldamento più alti.
Messi in fila, i numeri dicono questo: la finestra di essiccamento delle stratigrafie permeabili, tra uno e due anni e mezzo, ha proprio la durata di quegli anni al grezzo, e quell'attesa, unita a finiture traspiranti, copriva per intero il fabbisogno della muratura tradizionale. L'edificio chiuso subito, anche quando è gestito bene, quel tempo se lo porta comunque dentro, in forma di ventilazione forzata e bollette; nelle configurazioni chiuse dal lato sbagliato la coda si allunga fino ai dodici anni visti sopra. Il dato onesto, dunque, non è che l'aperto asciughi prima: è che ogni faccia chiusa moltiplica i tempi.
Non è una proposta di ritorno al passato: tenere fermo un immobile per anni è un lusso che nessun piano economico sopporta, e non è nemmeno necessario, perché ciò che il tempo faceva gratis oggi si può fare per progetto. Il principio, però, resta valido: le finiture vanno posate su un supporto stabile e asciutto, non su un serbatoio di vapore. Se il mercato ha tolto al cantiere gli anni del grezzo, il progetto deve restituirli in un'altra forma: murature coperte in corso d'opera, stratigrafie che lascino all'acqua una via d'uscita, una fase di essiccamento pilotata con deumidificazione e misure ripetute prima delle lavorazioni sensibili, e una verifica igrotermica che parta dai contenuti d'acqua reali, come consente la simulazione transitoria richiamata nella sezione 10. Il tempo è ancora un materiale da costruzione: chi non lo mette in distinta lo paga in esercizio.
14. Conclusioni
L'umidità da costruzione è l'unica forma di umidità nelle costruzioni che si risolve da sola. Il punto è che si risolve da sola su una scala temporale che, secondo i dati sperimentali disponibili, va da uno a dodici anni, mentre l'edificio viene consegnato e abitato entro pochi mesi dal completamento delle finiture.
In quell'intervallo l'edificio ha una trasmittanza superiore a quella di progetto, immette vapore nell'aria interna, presenta un rischio di condensazione superficiale e di sviluppo fungino che la verifica igrotermica cogente non intercetta perché la assume per ipotesi già esaurita, e può danneggiare in modo irreversibile le finiture posate su supporti non stabilizzati.
Il contributo che il tecnico può dare è duplice. Sul piano della progettazione, riconoscere che l'essiccamento è una fase del processo edilizio con una sua durata, una sua stratigrafia di riferimento e un suo costo, e verificarla con gli strumenti adeguati. Sul piano diagnostico, distinguere con metodo l'umidità da costruzione dalle forme che non si esauriscono, evitando tanto di trattare come patologia ciò che è fisiologia quanto, e il caso è più frequente, di archiviare come fisiologia una risalita capillare che continuerà a crescere.
Domande frequenti
Quanto impiega ad asciugare un edificio appena costruito?
Da uno a dodici anni, secondo le prove sperimentali del Fraunhofer IBP (Künzel, 1998). Con cappotto in lana minerale e intonaco una muratura silico-calcarea torna in equilibrio in poco più di un anno; con l'EPS servono circa due anni e mezzo; un calcestruzzo aerato messo in opera bagnato e rivestito con XPS e piastrelle arriva fino a dodici anni.
La muffa in una casa appena consegnata è normale?
È un rischio tipico del primo inverno: l'umidità di costruzione evapora in gran parte verso l'aria interna proprio quando le superfici sono più fredde, e la verifica igrotermica di legge (UNI EN ISO 13788) assume per ipotesi che quell'umidità sia già evaporata. Servono ventilazione rafforzata, riscaldamento adeguato e, nei casi più carichi, deumidificazione controllata con misure ripetute.
Quando si può posare il parquet su un massetto nuovo?
Quando l'umidità residua, misurata con igrometro a carburo secondo la UNI 10329, rispetta i limiti della UNI 11371: 2,0 per cento per i massetti cementizi (1,7 con impianto radiante) e 0,5 per cento per quelli a base di solfato di calcio (0,2 con radiante). La regola del millimetro al giorno serve a programmare, non a certificare.
Come si distingue l'umidità da costruzione dalla risalita capillare?
Il criterio dirimente è l'andamento nel tempo: l'umidità da costruzione è regressiva, cioè misure ripetute a distanza di mesi danno valori in calo, mentre la risalita è stazionaria o progressiva. Contano anche la distribuzione, tutto l'edificio contro la sola fascia a contatto con il terreno, e il profilo dei sali: l'acqua d'impasto non porta nitrati né cloruri.
Chiudere subito la casa con cappotto e rivestimenti rallenta l'asciugatura?
Sì, in modo misurabile: chiudere il lato interno con un rivestimento ceramico quasi raddoppia i tempi, annullare l'uscita esterna con strati poco permeabili al vapore li triplica (dati Fraunhofer IBP). Anche nell'edificio chiuso e ben gestito, la guida sulle muffe dell'Umweltbundesamt indica uno o due anni di ventilazione rafforzata per smaltire l'umidità di costruzione.
Come si misura l'umidità nei muri e nei massetti?
Con i metodi diretti: prova al carburo di calcio o pesata per i massetti (UNI 10329, da usare rigorosamente in caso di contenzioso), essiccamento in stufa o metodo CM per le murature (WTA 4-11). Gli strumenti elettrici a contatto servono a mappare le zone più umide e a scegliere i punti di prelievo, non a certificare il contenuto d'acqua.
Fonti
Künzel H. M., Austrocknung von Wandkonstruktionen mit Wärmedämm-Verbundsystemen, in Bauphysik, 20 (1998), Heft 1, pp. 18-23, Ernst & Sohn, Berlin. Testo integrale disponibile presso Fraunhofer-Institut für Bauphysik: www.ibp.fraunhofer.de
Fraunhofer-Institut für Bauphysik IBP, Baufeuchte und Wärmedämmung, scheda di progetto, www.ibp.fraunhofer.de/de/projekte-referenzen/austrocknung-von-waenden.html
Sedlbauer K., Künzel H. M., Holm A., Saur A., Bauen in anderen Klimazonen, IBP-Mitteilung 455, 31 (2004), Fraunhofer-Institut für Bauphysik; anche in Bauphysik, 25 (2003), Heft 6, pp. 358-366, Ernst & Sohn, Berlin.
UNI 10329:2018, Massetti per pavimentazioni. Metodi di misurazione dell'umidità. Ente Italiano di Normazione, store.uni.com
UNI 11085:2003, Materiali da costruzione. Determinazione del contenuto d'acqua. Metodo ponderale. Ente Italiano di Normazione (in vigore; la UNI 11121:2004 sul metodo al carburo di calcio risulta ritirata dal catalogo UNI il 3 aprile 2025, senza sostituzione).
UNI 11371:2017, Massetti per parquet e pavimentazioni di legno. Proprietà e caratteristiche prestazionali. Ente Italiano di Normazione.
UNI 11265:2015, Pavimentazioni e rivestimenti di legno e/o a base di legno. Posa in opera. Competenze, responsabilità e indicazioni contrattuali. Ente Italiano di Normazione.
UNI EN ISO 13788:2013, Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi per edilizia. Temperatura superficiale interna per evitare l'umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale. Metodi di calcolo.
UNI EN 15026:2023, Prestazione termoigrometrica dei componenti e degli elementi di edificio. Valutazione del trasferimento di umidità mediante una simulazione numerica.
WTA-Merkblatt 4-11, Ausgabe 03.2016/D, Messung des Wassergehalts bzw. der Feuchte von mineralischen Baustoffen, Wissenschaftlich-Technische Arbeitsgemeinschaft für Bauwerkserhaltung und Denkmalpflege e.V., Referat 4, Fraunhofer IRB Verlag, Stuttgart. Sintesi ufficiale: www.wta-international.org
WTA-Merkblatt 4-5-99/D, Beurteilung von Mauerwerk. Mauerwerksdiagnostik, WTA, Referat 4, Fraunhofer IRB Verlag, Stuttgart.
World Health Organization, WHO Guidelines for Indoor Air Quality: Dampness and Mould, WHO Regional Office for Europe, Copenhagen, 2009, ISBN 978 92 890 4168 3.
Umweltbundesamt, Leitfaden zur Ursachensuche und Sanierung bei Schimmelpilzwachstum in Innenräumen (Schimmelpilz-Sanierungsleitfaden), Innenraumlufthygiene-Kommission, Dessau-Roßlau, 2005, scaricabile dal sito www.umweltbundesamt.de. Le indicazioni sull'umidità di costruzione (ventilazione rafforzata di tutti i locali, obiettivo raggiunto dopo 1-2 anni nelle costruzioni massicce, maggiori costi di riscaldamento nel periodo) sono nella parte dedicata a riscaldamento e ventilazione.
Powers T. C., Brownyard T. L., studi sulla struttura della pasta di cemento indurita, richiamati in: Zhang Z. et al., Hydration of Binary Portland Cement Blends Containing Silica Fume, Frontiers in Materials, 6:78, 2019, ad accesso aperto.
Rettondini P., Misurazione dell'umidità del massetto prima della posa in opera del parquet, Ingenio, www.ingenio-web.it (la procedura operativa che vi è illustrata è riscontrabile sul testo integrale della UNI 10329, disponibile sul catalogo UNI)
Decreto interministeriale 26 giugno 2015, Applicazione delle metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche e definizione delle prescrizioni e dei requisiti minimi degli edifici, G.U. 15 luglio 2015; aggiornato dal decreto del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica 28 ottobre 2025, G.U. n. 283 del 5 dicembre 2025, applicabile ai titoli abilitativi richiesti dal 3 giugno 2026. Le FAQ ministeriali di chiarimento sul decreto (Ministero dello Sviluppo Economico, terza serie, 18 dicembre 2018) sono pubblicate sul sito istituzionale del Ministero.
Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, decreto 24 novembre 2025, nuovi Criteri ambientali minimi per l'edilizia (sostituisce il d.m. 23 giugno 2022, n. 256), G.U. Serie generale n. 281 del 3 dicembre 2025, obbligatori negli appalti pubblici da febbraio 2026. Il criterio 2.3.13 riguarda la progettazione degli interventi di risanamento del degrado da umidità negli edifici esistenti.
Massari G., Massari I., Risanamento igienico dei locali umidi, 5ª ed., Hoepli, Milano, 1985.
L'autore
Renzo Spedicato. Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di Murature umide: cause e rimedi (Grafill, 2026).
Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.
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