Tutti i sistemi conosciuti, la scala delle evidenze e la metà del lavoro di cui nessuno parla

Renzo-ArtHome, Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita

Chi ha un muro che si macchia alla base prima o poi fa la stessa domanda: ma come si cura una risalita? La risposta onesta non è il nome di un prodotto. È un percorso in cinque atti: accertare che sia davvero risalita, interrompere l'acqua, dare tempo al muro di asciugare, togliere di mezzo i sali che l'acqua ha lasciato, rifinire con materiali che lasciano passare il vapore. E poi misurare, perché una cura che non si misura è una promessa. In questo articolo passo in rassegna tutti i sistemi che il mercato e la letteratura conoscono, dal taglio del muro alle scatolette elettroniche, li metto in scala secondo le evidenze scientifiche disponibili, e spiego perché il gesto che tutti vendono, bloccare la risalita, è solo metà della cura. L'altra metà si chiama gestione dei sali e intonaci ad alta traspirazione. Chi la salta, di solito, torna a chiamare.

In copertina. Il quadro tipico della risalita su una facciata reale: la fascia umida corre a quota quasi costante lungo tutto il fronte, il margine superiore si legge come una linea di marea, l'intonaco si macchia e si sfoglia lungo la fascia mentre la parete più in alto resta asciutta. In basso, le riprese d'intonaco di tono diverso raccontano i tentativi già fatti. Fotografia dell'autore.

1. La domanda sbagliata e quella giusta

La domanda che ricevo più spesso è: "qual è il sistema migliore contro la risalita?". È una domanda sbagliata, e la colpa non è di chi la fa: è di un mercato che da un secolo vende la risalita come un problema da prodotto, quando è un problema da percorso.

La domanda giusta è: "che cosa deve succedere, in che ordine, perché questo muro torni sano e ci resti?". A quella domanda la risposta esiste, ed è sorprendentemente stabile da decenni nella letteratura seria: prima la diagnosi, poi l'interruzione dell'acqua, poi il tempo dell'asciugatura, poi la gestione dei sali, poi le finiture compatibili, e alla fine la verifica misurata. Ogni sistema di trattamento occupa una casella di questo percorso. Nessuno lo copre tutto.

Questo articolo fa tre cose. Elenca tutti i sistemi conosciuti, anche quelli che non funzionano, perché un catalogo monco lascia il lettore indifeso davanti alla prossima proposta commerciale. Li ordina in una scala di risolutività fondata sulle evidenze pubblicate, non sulle brochure. E dedica alla seconda metà della cura, sali e intonaci, lo spazio che quasi nessuno le dedica, perché è lì che si decide se l'intervento tiene o torna indietro.

2. Prima regola: essere sicuri che sia risalita

Nessun sistema cura una malattia che non c'è. E la risalita capillare è, insieme, una patologia reale e una diagnosi abusata.

Il progetto europeo EMERISDA, nato proprio per valutare l'efficacia dei metodi contro la risalita, ha fotografato la pratica corrente con un questionario rivolto a professionisti e committenti (Lubelli, van Hees e Bolhuis, Journal of Cultural Heritage, 2018). I numeri letti nelle figure presentate dagli stessi autori dicono molto: l'efficacia dell'intervento è stata verificata con misure solo nel 61% dei casi; quando una verifica c'è stata, l'ha fatta il produttore o il venditore del metodo nel 63% dei casi, l'applicatore nel 17%, un istituto indipendente nel 20%; e i danni si sono ripresentati nella metà dei casi, il 49%. Il campione è autoselezionato e gli autori lo dichiarano: non è una statistica di popolazione, è la fotografia di una pratica. Ma la fotografia è chiara: si interviene molto, si misura poco, e chi misura è quasi sempre parte interessata.

Sul fronte opposto c'è chi ha sostenuto che la "vera risalita" sia un mito commerciale: è la posizione resa celebre nel 2009 da un ex presidente della sezione Building Surveying del RICS. La replica più equilibrata è venuta da Burkinshaw (Journal of Building Survey, Appraisal and Valuation, 2012): la risalita è sovradiagnosticata, non inesistente. Burkinshaw ha anche dato un nome alla causa che più spesso la imita, la low-level penetrating damp: acqua che entra lateralmente a bassa quota, da un terreno esterno più alto del pavimento, da un marciapiede che rimanda gli schizzi, da un intonaco esterno ammalorato. Si presenta come una fascia umida alla base, come la risalita, ma si cura in tutt'altro modo.

Come si chiude la diagnosi, allora? Non con il misuratore elettrico appoggiato all'intonaco. Il BRE Digest 245 (Building Research Establishment, edizione rivista 2007) lo dice senza giri di parole: nei muri vecchi i sali possono accumularsi anche senza umidità attiva, e una lettura elettrica alta, da sola, non è conclusiva, perché lo strumento legge la conducibilità dei sali, non l'acqua. La diagnosi si chiude con il prelievo di campioni e la misura del contenuto d'acqua per pesata, il metodo gravimetrico (UNI 11085:2003, in vigore), letto insieme al contenuto igroscopico e all'analisi dei sali, con i criteri e le cautele della UNI EN 16682:2017. Il profilo tipico della risalita attiva è riconoscibile: contenuto d'acqua che cresce verso l'interno del muro e cala salendo di quota. La condensa fa il contrario, il massimo ce l'ha in superficie. I sali igroscopici si tradiscono quando il contenuto d'acqua totale coincide, circa, con quello igroscopico.

Causa

Segni distintivi

Che cosa la conferma o la esclude

Risalita capillare

Fascia umida continua alla base, fronte a quota quasi costante, sali ed efflorescenze in basso; peggiora sotto rivestimenti impermeabili

Profilo gravimetrico che cresce verso l'interno e cala salendo (UNI 11085; EN 16682); analisi dei sali; esclusione delle altre cause

Condensa superficiale

Umidità e muffe sulle superfici fredde (ponti termici, angoli, dietro i mobili); va e viene con stagioni, riscaldamento e ventilazione; nessun fronte dal basso

Temperatura superficiale confrontata col punto di rugiada (UNI EN ISO 13788); massimo di umidità in superficie

Infiltrazione e penetrazione laterale

Macchie localizzate di forma irregolare, legate alla pioggia o a un punto sorgente; terreno esterno più alto del pavimento

Ispezione della sorgente, correlazione con gli eventi, termografia (UNI EN ISO 6781-1)

Igroscopica da sali residui

Parete che resta umida anche a risalita interrotta; peggiora quando l'aria è più umida

Contenuto d'acqua totale vicino al contenuto igroscopico (BRE Digest 245); sali alti all'analisi

Di costruzione

Edificio o intervento recente; umidità diffusa che cala nel tempo

Storia dell'edificio e misure ripetute in discesa

Tabella 1. La diagnosi differenziale in una tavola: il quadro clinico orienta, la misura decide.

Dal 2 febbraio 2026, per gli appalti pubblici, questa sequenza non è più solo buona pratica: il criterio 2.3.13 dei CAM edilizia (DM 24 novembre 2025, G.U. n. 281 del 3 dicembre 2025) impone la diagnosi prima dell'intervento, la progettazione basata sulla diagnosi e la verifica prestazionale dopo, ed esclude espressamente gli interventi palliativi. È la prima volta che una regola italiana scrive l'ovvio: prima capire, poi curare, poi dimostrare.

In relazione. La diagnosi differenziale va documentata: quote e distribuzione delle macchie, profili gravimetrici per altezza e profondità, contenuto igroscopico, analisi dei sali, esclusione motivata di condensa, infiltrazioni e penetrazione laterale. Senza questo capitolo, qualunque scelta di sistema è indifendibile.

In cantiere. Tre controlli rapidi prima di parlare di risalita: il piano esterno è più alto del pavimento? Le macchie seguono la pioggia? Il fronte umido ha una quota costante lungo tutta la parete? Due risposte sbagliate su tre e il sospetto va altrove.

3. Che cosa deve ottenere una cura

Per giudicare i sistemi serve sapere che cosa devono ottenere. La fisica della risalita è nota e ha una forma semplice: il muro è un equilibrio tra l'acqua che entra dal basso per capillarità e quella che esce dalle facce per evaporazione. Hall e Hoff (Proceedings of the Royal Society A, 2007) hanno dato a questo equilibrio una formula, il modello del fronte netto:

h = S · radice di ( b / (2 · e · θw) )

L'altezza h del fronte cresce con la sorptività S del materiale (quanto il muro beve) e con lo spessore b, e cala quando cresce l'evaporazione e. Con i valori del loro esempio (muro di calcare di 150 mm), il fronte si ferma a 0,61 m e il muro, in equilibrio, trasporta circa 320 litri all'anno per ogni metro lineare (Hall e Hoff 2007). Non è un dettaglio da fisici: è la spiegazione del perché certe "cure" peggiorano il quadro.

Primo corollario: chi riduce l'evaporazione alza il fronte. Sempre nell'esempio di Hall e Hoff, dividere per quattro l'evaporazione porta il fronte da 0,61 a 1,2 metri. È esattamente ciò che fanno un intonaco cementizio poco permeabile al vapore, una pittura plastica, una patina filmogena passata "per proteggere": la macchia sparisce per un po' dietro il film, l'acqua sale più in alto e i sali lavorano dietro la superficie. La pulizia apparente dei primi mesi è il transitorio, non la guarigione: lo scrivono gli stessi Hall e Hoff a proposito degli intonaci poco permeabili usati da soli.

Secondo corollario: il muro sale soprattutto attraverso i giunti. Rirsch e Zhang (Construction and Building Materials, 2010) hanno mostrato quanto le proprietà della malta governino la risalita: a parità di mattone, è la malta, continua per definizione lungo tutto il muro, a decidere quanto il sistema beve. È la ragione per cui le iniezioni si fanno nel corso di malta e per cui due muri "uguali" si comportano in modo diverso.

Da questa fisica discendono le uniche quattro leve possibili. Si può togliere l'acqua alla fonte (drenare, allontanare, riparare). Si può interrompere il percorso capillare dentro il muro (barriere meccaniche o chimiche). Si può aumentare l'uscita, cioè l'evaporazione alla base (ventilazione). Oppure si può non curare affatto e gestire i sintomi (intonaci speciali, contropareti, deumidificatori). Tutti i sistemi esistenti, tutti, sono combinazioni di queste quattro leve. Quello che cambia è quanto sono documentati.

Figura 1. Il muro in risalita è un equilibrio: acqua che entra dal basso per capillarità, acqua che esce dalle facce per evaporazione. Il fronte si ferma dove i due flussi si pareggiano (Hall e Hoff 2007). Al margine superiore della fascia bagnata, dove l'ultima acqua evapora, i sali cristallizzano: è la fascia che si sfarina. Disegno dell'autore.

4. Come hanno provato a fermarla, prima di noi

La risalita non è un problema nuovo, e non siamo i primi a combatterla. Vale la pena ripercorrere i tentativi, non per dare pagelle col senno di poi, ma perché ogni epoca rivela come pensava il problema: e le quattro leve del punto 3 c'erano già tutte, molto prima che qualcuno le scrivesse in formula.

I romani costruivano già difendendosi. Vitruvio, nel De architectura, prescrive per i muri umidi l'intercapedine: un secondo muro sottile accostato a quello bagnato, con una camera d'aria aperta in basso e in alto perché l'umidità potesse uscire senza toccare l'opera nuova (libro VII). Sotto i pavimenti, le suspensurae, i pilastrini che sollevano il piano dal terreno, sono il progenitore del vespaio. E per le superfici a contatto con l'acqua avevano un materiale dedicato: la malta con frammenti di terracotta pestati, il coccio pesto, che la tradizione chiama opus signinum. Tradotto nelle nostre leve: aumentare l'evaporazione, interrompere il percorso, gestire con materiali dedicati. Duemila anni fa.

Venezia, che con l'acqua convive per statuto, ha trasformato la difesa in manutenzione ciclica (una prospettiva ben documentata anche nella letteratura recente: Falchi et al. 2018). Il cocciopesto e il marmorino non pretendevano di fermare la risalita: la accompagnavano, rifatti a cicli regolari, intonaci sacrificali prima che esistesse la parola. Ma è veneziana anche la prima barriera meccanica documentata: lo scuci e cuci al piede dei muri, un tratto alla volta, con lastre di piombo stese nel ricorso e muratura richiusa sopra (tesi Lombardi, fedOA n. 1036, p. 56). L'idea del taglio è nata a mano, secoli prima delle macchine.

L'Ottocento inglese porta la prevenzione in serie: i muri nuovi nascono con un corso impermeabile alla base, ardesia, piombo, asfalto, il damp proof course che da allora le norme britanniche danno per acquisito. È un cambio di paradigma: se il muro nuovo nasce protetto, per quello vecchio la domanda diventa come mettergli la barriera dopo. Tutto il Novecento dei trattamenti è una risposta a quella domanda.

Le prime risposte cercarono la scorciatoia. Nel 1908 Knapen brevettò i sifoni atmosferici: tubi porosi inclinati infissi nel muro, con l'idea che l'aria umida, più pesante, sarebbe uscita da sola. L'idea era sbagliata, come vedremo al punto 5.3, ma il modo di provare, togliere l'umidità senza toccare la struttura, dice molto del bisogno a cui rispondeva. Sulla stessa scia arrivò la promessa elettrica: il fenomeno elettrosmotico era noto dal 1809 (Reuss), e a metà Novecento si cominciò a piantare elettrodi nei muri per invertire il flusso capillare. Una promessa così elegante che circola ancora, con le evidenze che vedremo al punto 5.4.

Poi c'è la stagione dei fondatori italiani. Giovanni e Ippolito Massari, dagli anni Cinquanta in avanti, misero ordine nel campo con un'idea allora rivoluzionaria: prima la diagnosi, distinguere risalita, condensa e pioggia battente, poi il rimedio (Massari e Massari, Risanamento igienico dei locali umidi, Hoepli; tradotto dall'ICCROM nel 1993 come Damp Buildings, Old and New). Sul fronte dei rimedi il loro repertorio è documentato e ingegnoso. Il "metodo edilizio": ridurre la sezione assorbente aprendo alla base una teoria di archetti, così che il muro tocchi il terreno solo sui setti rimasti (Figura 2). La meccanizzazione dello scuci e cuci veneziano: la carotatrice proposta da Giovanni Massari nel 1974, fori accostati eseguiti mezzo metro alla volta e subito richiusi con impasto impermeabile (Figura 3). E poi la sega a catena e il filo diamantato, che fanno del taglio un intervento industriale. In parallelo, una crociata contro i rimedi "miracolosi" dell'epoca, dai sifoni ai rivestimenti sigillanti, condotta nel capitolo Controversie della loro opera.

Il resto è cronaca recente e sta nel catalogo che segue: le iniezioni chimiche dagli anni Cinquanta-Sessanta (prima i silicati, poi i silani, poi le creme), la ventilazione della base formalizzata dalla scuola portoghese negli anni Duemila, i dispositivi elettronici da appendere al muro. I modi di provare sono sempre gli stessi quattro. Quello che è cambiato davvero, e solo negli ultimi vent'anni, è la pretesa di misurare il risultato invece di raccontarlo.

Figura 2. Il "metodo edilizio" dei Massari: ridurre la sezione assorbente aprendo una serie di archetti alla base del muro. Fonte: Massari e Massari, Risanamento igienico dei locali umidi (Hoepli).

Figura 3. Il taglio per carotaggio continuo proposto da Giovanni Massari nel 1974: fori accostati, mezzo metro alla volta, richiusi con impasto impermeabile. Fotografia da Mundula e Tubi (2003).

5. Il catalogo completo dei sistemi

Uso la classificazione del rapporto EMERISDA D-2.1 (Vanhellemont et al., 2014), che ordina i metodi per principio di funzionamento: interruzione meccanica, interruzione chimica, incremento dell'evaporazione, metodi elettrocinetici. Aggiungo le famiglie che completano il quadro reale di cantiere: il controllo della sorgente, la gestione dei sintomi, la rimozione dei sali, e ciò che cura non è.

5.1 Barriere meccaniche: il taglio del muro

È il metodo concettualmente più diretto: si taglia il muro in orizzontale, a tratti alterni, con sega a catena, disco o filo diamantato, si inserisce nel taglio una lamina impermeabile (polietilene ad alta densità, acciaio inossidabile, membrane bituminose) e si richiude con malta espansiva. Varianti a minore invasività: le lastre ondulate di acciaio inossidabile infisse a percussione nei giunti, senza taglio aperto, e l'antico scuci e cuci veneziano con lastre di piombo, mattone per mattone. Nell'area germanofona l'intera famiglia è normata dalla direttiva WTA 4-7-24/D (aprile 2024), che prima ancora dei procedimenti prescrive le indagini preliminari e, dopo, il controllo di efficacia.

I dettagli esecutivi sono consolidati anche nella manualistica italiana: taglio a 15-20 cm dal suolo, a tratti di circa un metro, nel giunto di malta dove la tessitura lo consente; lastre da un metro sovrapposte di una decina di centimetri per garantire la continuità; con la sega a catena si lavora fino a spessori di circa 130 cm, oltre si passa al filo (tesi Lombardi, fedOA n. 1036, pp. 56-59).

Figura 4. Una sega a catena da muratura in opera sul taglio orizzontale, montata sulle guide. Fotografia da Gasparoli (2002).

Il principio fisico è inattaccabile: una discontinuità continua ferma la capillarità qualunque sia il materiale, il grado di saturazione, il carico salino. Per questo, nella gerarchia storica delle evidenze, il taglio sta in cima (ne parlo al punto 6). I limiti però sono seri. È invasivo (vibrazioni, polvere, tempi, costi). Su murature a sacco, miste o in pietrame irregolare il taglio continuo è spesso impraticabile. E soprattutto introduce un piano di scorrimento in una sezione che deve resistere al taglio sismico: in un Paese classificato in larghissima parte in zona sismica, un taglio orizzontale su muratura storica richiede una verifica strutturale seria (NTC 2018 e Circolare 7/2019), e Franzoni (Construction and Building Materials, 2014) ricorda che diverse autorità di tutela europee lo hanno escluso sugli edifici storici. In Italia le Soprintendenze lo autorizzano raramente.

5.2 Barriere chimiche: l'iniezione

È il sistema che ha cambiato il mestiere dal dopoguerra in poi: si crea la discontinuità non tagliando, ma rendendo idrofobo (o occludendo) un ricorso orizzontale del muro. Si fora lungo il corso di malta, tipicamente a circa 150 mm sopra il piano esterno, con fori di circa 12 mm a passo 100-120 mm, profondi circa due terzi dello spessore (o passanti sulle murature accessibili dai due lati), e si introduce il formulato: fluidi a bassa pressione o a caduta, oppure creme che si fanno strada da sole per capillarità nel giunto. Le geometrie sono quelle consolidate della manualistica e delle schede dei prodotti certificati; il quadro di diagnosi ed esecuzione sta nel BS 6576 e nelle direttive WTA.

In cantiere, nella variante che pratico da anni, la trasfusione a caduta, la sequenza si legge bene a occhio. Si fora nel corso di malta a passo regolare. In ogni foro si sigilla un diffusore, che fa due mestieri: innesto per la fiasca e presidio contro la dispersione, perché costringe il formulato a impregnare la rete capillare della malta invece di perdersi in vuoti e fessure. Poi si collegano le fiasche, appese a una barra su cavalletti circa un metro sopra la linea: la gravità fornisce una pressione dolce e costante, e la somministrazione prosegue fino ad assorbimento completo, sotto controllo visivo fiasca per fiasca (Figure 5-8).

Figura 5. Prima fase: la linea di foratura nel corso di malta, a passo regolare. La fascia spoglia alla base, continua e quasi parallela al pavimento, non è una demolizione: è l'effetto classico della risalita primaria, che ha consumato da sola l'intonaco fino a quella quota. Fotografia dell'autore.

Figura 6. Seconda fase: in ogni foro un diffusore sigillato, che innesta la fiasca e impedisce al formulato di disperdersi nei vuoti. Fotografia dell'autore.

Figura 7. Terza fase, all'interno: le fiasche in quota su barra e cavalletti alimentano i diffusori per gravità, fino ad assorbimento completo. Fotografia dell'autore.

Figura 8. La stessa linea su un fronte esterno di grande sviluppo: la barriera o è continua, o non è. Fotografia dell'autore.

I prodotti hanno una storia in tre generazioni: i silicati degli anni '50-'60, che occludono i pori (e che soffrono fessure e movimenti); i silani e silossani dagli anni '70, che non occludono ma rivestono le pareti dei pori rendendole idrorepellenti, lasciando passare il vapore; le creme silano/silossano introdotte intorno al 2000, che hanno reso l'esecuzione più controllabile, senza pompe e senza colature. La chimica spiega anche i fallimenti: il silano puro nelle malte molto alcaline reagisce prima di diffondersi, nelle malte storiche non alcaline polimerizza troppo lentamente; le formulazioni bilanciate servono a questo (Hacquebord, Lubelli, van Hees e Nijland, atti Hydrophobe VI, 2011).

Le evidenze. È la famiglia più studiata, con risultati articolati ma non vaghi:

In laboratorio, sul lungo periodo, le barriere chimiche ben eseguite funzionano. La prova più lunga pubblicata è quella di Alfano, Chiancarella, Cirillo, Fato e Martellotta (Building and Environment, 2006): venti muretti costruiti in laboratorio nel 1989-1990, dieci trattati nel 1992 con sei sistemi chimici diversi, e dodici anni di misure. I trattamenti a base silanica sono risultati i più efficaci.

In condizioni controllate su muratura reale, Burkinshaw (Journal of Building Appraisal, 2010) ha documentato sul pilastro di Camberwell una crema iniettata che ha riportato il contenuto d'acqua del laterizio dal 7,8% allo 0,7%. Cautela doverosa: quel pilastro riproduce un forte carico d'acqua alla base, e l'esecuzione era di precisione da laboratorio, difficile da replicare in cantiere.

Sul confronto tra prodotti, uno studio recente su murature di prova (Szafranko, Ain Shams Engineering Journal, 2024) conferma la superiorità dei silani/silossani in crema sui silicati, per uniformità di distribuzione.

Sul metodo di valutazione, il gruppo di Franzoni con Rirsch e Paselli (Journal of Building Engineering, 2020) ha mostrato che i protocolli di laboratorio per giudicare le iniezioni sono eterogenei e poco confrontabili: quando due schede tecniche dichiarano efficacie diverse, spesso stanno misurando cose diverse.

In opera, il quadro dipende quasi tutto dall'esecuzione. Franzoni (2014) intitola la sua rassegna "una sfida ancora aperta" proprio perché i principi di funzionamento nelle murature reali, eterogenee, spesse, salate, non sono chiariti fino in fondo, e i dati di campo indipendenti scarseggiano (Franzoni, Journal of Cultural Heritage, 2018).

La certificazione esiste, ma è volontaria: la direttiva WTA 4-10-24/D (marzo 2024) certifica i formulati iniettabili con prove a gradi di saturazione crescenti fino al 95%, e nel Regno Unito il BS 6576:2005+A1:2012 codifica diagnosi ed esecuzione. In Italia non esiste una norma dedicata: chiunque può iniettare qualunque cosa, e la differenza la fanno la stratigrafia (sapere che cosa c'è dentro il muro prima di forarlo), la continuità della linea (angoli, attraversamenti, soglie), la scelta del prodotto per quella malta e quella saturazione.

I limiti onesti: nelle murature a sacco o con vuoti il prodotto può perdersi nel riempimento; sugli spessori importanti (nella mia esperienza, oltre 60-80 cm) servono fori bilaterali o file sfalsate ed esperienza vera; la barriera riduce drasticamente il trasporto capillare ma non è un interruttore assoluto; le garanzie ventennali o trentennali dei produttori non poggiano su prove sperimentali di pari durata (la prova indipendente più lunga, come detto, è di dodici anni).

5.3 Aumentare l'evaporazione: ventilazione alla base, intercapedini, vespai

Se il fronte si ferma dove apporto ed evaporazione si pareggiano, si può abbassarlo aumentando l'evaporazione alla base. È l'idea più antica di tutte: la controparete distanziata con camera d'aria comunicante con l'esterno è già in Vitruvio (De architectura, libro VII), e scannafossi, intercapedini e vespai attraversano tutta l'edilizia storica.

La scuola portoghese l'ha trasformata in un sistema misurabile: Torres e de Freitas (Building and Environment, 2007) hanno dimostrato, con prove sperimentali e simulazioni, che un canale di ventilazione alla base della parete abbassa la quota del fronte, e che il sistema rende di più proprio dove le iniezioni rendono meno, sulle murature molto spesse (Torres e de Freitas, Construction and Building Materials, 2010). L'evoluzione brevettata è un canale igro-regolato: un sensore accende la ventilazione solo quando l'aria esterna può asciugare, e la spegne quando introdurrebbe umidità (Freitas, Guimarães e Delgado, Recent Patents on Engineering, 2011). La regolazione igrometrica non è un vezzo: nelle prime installazioni si scoprì che, nelle ore sbagliate, il canale poteva fare condensa invece che asciugare, e da lì nacque il controllo con le sonde (Delgado, Guimarães e de Freitas, 2016). Va detto con chiarezza: la ventilazione alla base riduce l'altezza della risalita, non la azzera; la fascia bassa del muro resta umida, e il sistema va progettato e mantenuto.

Figura 9. Il principio: a parità di apporto dal terreno, più evaporazione alla base significa fronte più basso. Disegno dell'autore sul modello della scuola portoghese (Torres e de Freitas 2007; Delgado, Guimarães e de Freitas 2016).

Figura 10. Lo schema originale del gruppo di Porto: senza e con ventilazione alla base. Fonte: Delgado, Guimarães e de Freitas, "Salt Damage and Rising Damp Treatment in Building Structures", Advances in Materials Science and Engineering, 2016, Figura 3 (licenza CC BY 4.0).

Figura 11. Le prove di laboratorio: il muro sperimentale nelle vasche e la cassetta di ventilazione alla base con tubi ed estrattori. Fonte: Torres e de Freitas, Building and Environment, 2007, Figg. 5-6; riprodotta dal PDF ad accesso aperto del repository dell'Università di Coimbra.

Figura 12. Il dispositivo igro-regolato brevettato dall'Università di Porto: centralina e sonde di umidità e temperatura. Fonte: Delgado, Guimarães e de Freitas, 2016, Figura 4 (licenza CC BY 4.0).

Il vespaio aerato moderno, i casseri a cupola in polipropilene, discende dalla stessa famiglia ma cura un'altra cosa: interrompe la risalita attraverso il pavimento e aiuta contro il radon, non asciuga i muri. L'ho scritto altre volte e lo ripeto perché è uno degli equivoci più venduti: ho ispezionato vespai formalmente a norma e di fatto inutili per le pareti, quando non pieni d'acqua. Un vespaio si giudica dalla ventilazione trasversale reale, non dal cassero.

E poi ci sono i tubi aeranti, i sifoni di Knapen (brevetto 1908): tubetti porosi inclinati infissi nel muro che dovrebbero far uscire l'aria umida "più pesante". Non funzionano. Le prove sperimentali tedesche, già negli anni '60, hanno mostrato che non asciugano e possono perfino aumentare l'umidità; il rapporto EMERISDA D-2.1 (2014) conferma la scarsa efficacia e annota un dettaglio impietoso: i fori lasciati vuoti rendono più dei tubi. Le ragioni fisiche sono note: nei pori fini l'acqua è trattenuta dalla capillarità e non si fa "ventilare via", e l'evaporazione concentrata all'imbocco dei tubi vi accumula sali. Eppure varianti commerciali dei sifoni restano in vendita in mezza Europa, senza certificazione WTA né BBA. Sono il promemoria permanente di quanto un'idea sbagliata possa sopravvivere al proprio funerale sperimentale.

5.4 Metodi elettrofisici: elettrosmosi attiva, passiva, "senza fili"

Il fenomeno elettrocinetico è reale: un campo elettrico può muovere l'acqua in un mezzo poroso (lo descrisse Reuss nel 1809, e in geotecnica l'elettrosmosi stabilizza le argille dai tempi di Casagrande). La trasposizione al muro in mattoni, però, è un'altra storia. Franzoni, Sandrolini e Bandini (Construction and Building Materials, 2011) hanno mostrato quante variabili decidono l'esito nelle murature reali: natura e concentrazione dei sali disciolti, microstruttura, proprietà elettriche delle interfacce; il comportamento in opera non si predice dal banco.

La prova di campo più seria è quella di EMERISDA: Vanhellemont e colleghi (Journal of Cultural Heritage, 2018) hanno misurato per via gravimetrica, in edifici storici dotati di dispositivi elettrocinetici, l'evoluzione dell'umidità nelle zone trattate e in zone di riferimento non trattate. Risultato: andamenti comparabili, efficacia non confermata nell'arco del monitoraggio. Uno studio successivo su due sistemi non invasivi, uno a onde elettromagnetiche pulsate e uno a elettrosmosi con annullamento del potenziale naturale, va nella stessa direzione (Desarnaud, Vanhellemont, Lubelli e de Bouw, atti ICMB21, 2021). La formula diplomatica del rapporto EMERISDA, "è urgente ricerca fondamentale", tradotta dal linguaggio accademico significa: le evidenze a supporto, oggi, non ci sono.

Il caso austriaco merita una riga, perché è istruttivo su come si muove una normativa seria: la ÖNORM B 3355-2 del 2011 ammetteva ancora tre gruppi di procedimenti (meccanici, chimici, elettrofisici a inversione di potenziale); la versione unificata ÖNORM B 3355:2017, oggi vigente, dichiara di considerare solo procedimenti "con modalità d'azione scientificamente riconosciute". Sui dispositivi "senza fili" a onde pulsate non esiste, a oggi, evidenza indipendente di efficacia pubblicata; e la "prova" che spesso accompagna queste installazioni, due letture con l'igrometro elettrico prima e dopo, usa proprio lo strumento che il BRE Digest 245 giudica non conclusivo. Su un muro che nel frattempo è stato reintonacato, drenato o ha semplicemente attraversato un'estate, qualunque dispositivo sembrerà funzionare.

Una precisazione dovuta, prima di andare avanti. Conosco colleghi seri che propongono questi sistemi in buona fede e riferiscono risultati sui propri cantieri, e non è mia intenzione mettere in dubbio la correttezza di nessuno. Quanto scritto in questo paragrafo non è un giudizio su persone o aziende: è il resoconto delle ricerche scientifiche di terze parti citate, misure gravimetriche comprese, che a oggi non hanno confermato l'efficacia di questi dispositivi. Se arriveranno prove indipendenti e misurate di segno diverso, sarò il primo a darne conto: il criterio è lo stesso per tutti i metodi, il mio compreso, misurare prima e dopo.

5.5 Controllo della sorgente: drenaggi, quote, acque disperse

C'è una famiglia di interventi che non tocca il muro perché toglie l'acqua prima del muro: drenaggio perimetrale che allontana l'acqua dal piede della muratura, abbassamento del piano di campagna quando il terreno esterno è più alto del pavimento, gestione delle acque meteoriche (gronde, pluviali, pendenze dei marciapiedi), riparazione delle reti idriche e fognarie che disperdono. Nell'area germanofona le impermeabilizzazioni e i drenaggi realizzati a posteriori sugli elementi controterra sono trattati dalla WTA 4-6-24/D, oggi in bozza pubblica (Gelbdruck, 03/2024).

Qui la logica è diagnostica: se la "risalita" è in realtà penetrazione laterale a bassa quota (la LLPD di Burkinshaw) o umidità alimentata da una dispersione, il controllo della sorgente non è un complemento, è la cura, e una barriera nel muro sarebbe denaro speso contro una causa inesistente. Viceversa, su una risalita vera da falda o da terreno costantemente umido, il drenaggio da solo raramente basta, ma abbassa il carico e fa lavorare meglio qualunque barriera. Per gli interrati veri e propri il discorso si allarga (impermeabilizzazioni in controspinta, intercapedini, ventilazione meccanica) e l'ho trattato in un articolo dedicato.

5.6 Gestire i sintomi: intonaci da risanamento, contropareti, deumidificatori

Questa famiglia non interrompe la risalita e non pretende di farlo (e quando viene presentata così, la promessa non ha fondamento fisico). Gestisce gli effetti, e fatta bene è preziosa; scambiata per cura, è la fabbrica delle ricadute.

Gli intonaci da risanamento (i Sanierputz della tradizione tedesca, la categoria R della UNI EN 998-1:2016, "malte ideate per murature umide contenenti sali") funzionano per cristallizzazione controllata: una struttura con molti macropori dove i sali possono crescere senza far danno, bassa capillarità perché l'acqua liquida non arrivi in superficie, alta permeabilità al vapore perché l'evaporazione continui. La direttiva di riferimento, WTA 2-9-20/D (2020), fissa i numeri: porosità oltre il 40% in volume, assorbimento capillare sotto 0,3 kg/m² per radice di ora, coefficiente di resistenza al vapore μ sotto 12, resistenza a compressione tra 1,5 e 5,0 N/mm² (classe CS II della EN 998-1), penetrazione d'acqua sotto 5 mm. Sono numeri con un senso preciso: l'intonaco deve accogliere i sali, lasciar passare il vapore e restare più debole del supporto.

Due cose vanno dette forte. La prima: l'intonaco da risanamento applicato da solo, senza interrompere la risalita, è un serbatoio a tempo. Continua ad arrivare acqua e sale, i macropori si riempiono, e quando la capacità si esaurisce il degrado ricompare: nella mia esperienza di cantiere, dai tre agli otto anni a seconda del carico salino. La seconda: il sistema si uccide con una mano di pittura. Una pittura plastica sopra un intonaco da risanamento blocca l'evaporazione e sposta la cristallizzazione all'interfaccia con la pittura: bolle e distacchi in pochi mesi. Le finiture compatibili sono minerali, ai silicati o alla calce, con permeabilità al vapore pari o superiore a quella dell'intonaco.

Nella stessa famiglia stanno le contropareti e i sistemi ventilati interni (l'intercapedine vitruviana in versione moderna: cavedio aerato, controparete su membrana con camera ventilata), che proteggono l'ambiente e le finiture lasciando il muro libero di evaporare dietro; e la deumidificazione ambientale, che agisce sull'aria, non sul muro: utile per il comfort e per accelerare l'asciugatura dopo una barriera, irrilevante come cura della causa. Tutti questi sistemi hanno la stessa etichetta onesta: gestione, non guarigione.

5.7 Togliere i sali: impacchi, intonaci sacrificali, elettrocinetica, inibitori

Della famiglia più trascurata, quella che tratta il danno che l'acqua ha già lasciato, parlo per esteso al punto 8, perché è la seconda metà della cura. Qui la registro nel catalogo con le sue voci: la rimozione meccanica (spazzolatura a secco delle efflorescenze e demolizione degli intonaci contaminati); gli impacchi estrattivi con acqua demineralizzata (direttiva WTA 3-13-01/D; rassegna di Vergès-Belmin e Siedel, Restoration of Buildings and Monuments, 2005; fisica dell'estrazione in Pel, Sawdy e Voronina, Journal of Cultural Heritage, 2010); la desalinizzazione per iniezione d'acqua con impacco, per le contaminazioni profonde (Friese e Hermoneit, 1993; casi documentati in Protz e Friese, Mauerwerk, 2014); gli intonaci sacrificali a calce, che si lasciano consumare e si sostituiscono portando via sali a ogni ciclo; la desalinizzazione elettrocinetica, che accelera la migrazione degli ioni con un campo elettrico, efficace in laboratorio ma ancora sperimentale e senza standard dedicati (Ottosen e Christensen, Electrochimica Acta, 2012; Kamran, Pel et al., Materials and Structures, 2012); e gli inibitori di cristallizzazione, additivi che modificano il modo in cui i sali cristallizzano (i ferrocianuri per il cloruro di sodio: Rodríguez-Navarro et al., Journal of Crystal Growth, 2002), con risultati promettenti ma dipendenti dal sale e dal materiale (Lubelli e van Hees, Journal of Cultural Heritage, 2007) e una frontiera recente nelle malte a rilascio controllato (Kamat, Palin, Lubelli e Schlangen, Materials and Design, 2024).

5.8 Ciò che cura non è

Il catalogo si chiude con la lista nera, che è corta da scrivere e costosa da imparare: sigillare. Patine filmogene "protettive", idrorepellenti superficiali stesi sulla fascia umida, intonaci cementizi "forti che tengono", pitture lavabili plastiche, zoccolature impermeabili incollate sulla macchia. Tutti condividono lo stesso destino fisico del primo corollario del punto 3: riducono l'evaporazione, alzano il fronte, spostano la cristallizzazione più in alto o più in dentro. Sono l'unico genere di intervento che riesce a peggiorare il muro facendolo sembrare guarito per un paio di stagioni.

Figura 13. Il catalogo in una tavola: dove agisce ciascuna famiglia. Nel muro: taglio meccanico (1) e iniezione chimica (2). Alla base: ventilazione (3). Nel terreno: drenaggio e controllo della sorgente (4). Sulla faccia: intonaco da risanamento (5) e impacco estrattivo (6). Gli elettrodi (7) e i tubi aeranti (8) portano il segno delle evidenze: insufficienti i primi, negative i secondi. Disegno dell'autore.

Famiglia

Che cosa fa

Evidenza di efficacia

Limite principale

Taglio meccanico

Interrompe fisicamente la capillarità

La più solida come principio; pratica consolidata

Invasivo; critico in zona sismica; quasi mai autorizzato sullo storico

Iniezione chimica

Interrompe la capillarità nel corso di malta

Buona in laboratorio e in condizioni controllate; in opera dipende dall'esecuzione

Murature a sacco, vuoti, grandi spessori; nessuna norma italiana

Ventilazione alla base

Aumenta l'evaporazione, abbassa il fronte

Sperimentale e modellistica (scuola portoghese)

Riduce, non azzera; impianto da mantenere

Drenaggio e controllo sorgente

Toglie o riduce l'acqua a monte

Risolutivo quando la sorgente è quella

Non basta da solo sulla risalita vera

Intonaci da risanamento

Gestiscono acqua residua e sali

Requisiti normati (WTA, EN 998-1)

Non curano la causa; a tempo se la risalita resta attiva

Rimozione sali (impacchi ecc.)

Toglie il danno accumulato

Documentata su casi e in letteratura

Lenta; da ripetere; richiede analisi

Elettrofisici

Vorrebbero invertire il flusso capillare

Insufficiente o negativa in campo (EMERISDA)

Nessuna prova indipendente di efficacia

Sifoni e tubi aeranti

Vorrebbero ventilare il muro da dentro

Negativa (ricerche anni '60; EMERISDA D-2.1)

Non funzionano; accumulano sali

Tabella 2. Il catalogo in sintesi. Le fonti puntuali sono nel registro in coda all'articolo.

6. La scala: che cosa è davvero risolutivo secondo le evidenze

Mettere in fila i sistemi richiede un criterio dichiarato. Il mio è triplo, e in ordine: principio fisico dimostrato; prove indipendenti, possibilmente in opera e con misura gravimetrica; esistenza di un quadro normativo o di certificazione che fissi requisiti e controlli. Non è un criterio mio in senso stretto: è la struttura che emerge da quarant'anni di documenti, dalla prima gerarchia del CSTC belga (NIT 162, 1985, oggi documento storico) alla nota tecnica che ne raccoglie oggi l'eredità (NIT 252, Buildwise, 2014, che sostituisce la NIT 210 del 1998), dal progetto EMERISDA (2014-2017) alle rassegne di Franzoni (2014 e 2018). Documenti diversi, epoche diverse, stessa fila.

Gradino

Sistema

Evidenza

Nota

1

Barriera meccanica (taglio)

Forte

Il principio più sicuro; i vincoli (sisma, tutela, tipo di muratura) lo rendono spesso impraticabile

2

Barriera chimica certificata, ben eseguita

Buona, condizionata all'esecuzione

Il riferimento sulle murature ordinarie; certificazioni WTA 4-10, quadro BS 6576

3

Controllo della sorgente (drenaggi, quote, reti)

Risolutivo quando la diagnosi indica il terreno

Sulla LLPD è la cura; sulla risalita vera è un complemento che aiuta

4

Ventilazione della base muraria

Sperimentale, positiva

Abbassa il fronte, non lo azzera; interessante sugli spessori dove l'iniezione soffre

5

Intonaci da risanamento e sistemi ventilati

Normata come gestione

Indispensabili nel percorso, ingannevoli da soli

6

Elettrosmosi (attiva o passiva)

Insufficiente in campo

Zone trattate uguali alle non trattate nelle misure EMERISDA 2018

7

Sifoni, tubi aeranti

Negativa

I fori vuoti rendono più dei tubi (EMERISDA D-2.1)

8

Dispositivi "senza fili" a onde

Assente

Nessuna prova indipendente; le dimostrazioni con igrometro elettrico non sono conclusive (BRE Digest 245)

Tabella 3. La scala di risolutività secondo le evidenze pubblicate. "Risolutivo" misura la capacità documentata di interrompere o ridurre stabilmente la risalita, non la bontà universale dell'intervento.

Figura 14. La scala in un colpo d'occhio: in alto ciò che interrompe la causa con evidenze solide, in mezzo ciò che riduce o gestisce, in basso ciò che non ha superato la prova delle misure. Disegno dell'autore.

Tre avvertenze, senza le quali la scala diventa pericolosa.

La prima: la scala ordina l'evidenza, non decide il cantiere. Nel caso concreto si attraversano dei cancelli che possono rovesciarla: il vincolo di tutela e la muratura irregolare escludono il taglio; la zona sismica lo condiziona a una verifica strutturale; lo spessore importante (per esperienza, oltre 60-80 cm) complica l'iniezione e rivaluta la ventilazione; la diagnosi di penetrazione laterale sposta tutto sul controllo della sorgente; il carico salino alto impone comunque la gestione dei sali. Il sistema giusto è il più alto in scala che passa tutti i cancelli del caso.

La seconda: "evidenza condizionata all'esecuzione" non è una formula di cortesia. La stessa crema che in condizioni controllate riporta il muro sotto l'1% di contenuto d'acqua (Burkinshaw 2010), iniettata senza conoscere la stratigrafia, in una muratura a sacco, si perde nel riempimento e non forma nessuna barriera. Nella scala, il gradino 2 appartiene alla barriera chimica eseguita da chi sa che cosa sta bucando.

La terza: il paradosso della soddisfazione documentato da EMERISDA vale per tutti i gradini. Un dispositivo inefficace installato insieme a un intonaco nuovo, a un drenaggio e a un'estate secca sembrerà funzionare. Per questo la scala si regge sull'ultima colonna del percorso, il collaudo misurato, di cui parlo al punto 9.

7. Perché bloccare non basta

Arrivo alla tesi. Supponiamo il percorso perfetto fino a qui: diagnosi corretta, barriera al gradino giusto, esecuzione a regola d'arte. Il muro è guarito? No. È stato tolto l'apporto. Restano due eredità: l'acqua che il muro contiene e i sali che l'acqua ha depositato. Chi ferma il lavoro qui consegna un muro ancora malato, e quasi sempre un committente che tra un anno dirà "non ha funzionato".

Prima eredità: l'acqua. Un muro in risalita immagazzina decine di litri per metro lineare (nell'esempio di Hall e Hoff 2007, circa 18 litri per metro già a 0,61 m di fronte su 150 mm di spessore). Interrotto l'apporto, quell'acqua esce solo per evaporazione, attraversando lo spessore. I tempi non sono giorni. La regola pratica del BRE (Digest 163, "Drying out buildings") indica circa un mese per ogni 25 millimetri di spessore: dieci mesi per un muro da 25 cm. La stima legata al materiale usa la formula empirica t = P · s² (Albanesi, 1982, coefficienti verificati sulla fonte primaria nella tesi di dottorato di S. Lombardi, Università di Napoli Federico II, repository fedOA n. 1036): s è lo spessore pieno del muro in centimetri, P viene dalla tabella, t è in giorni.

Materiale

Coefficiente P (giorni per cm²)

Mattoni cotti

0,28

Pietra calcarea

1,20

Calcestruzzo

1,60

Malta cementizia

1,58

Malta di calce aerea

0,25

Tabella 4. Coefficienti di prosciugamento P per la formula t = P · s², con s = spessore pieno del muro in centimetri (Albanesi 1982, via tesi Lombardi, fedOA n. 1036). L'esempio della fonte: muro in mattoni da 40 cm, t = 0,28 · 1600 = 448 giorni, da muratura completamente satura e ad apporto interrotto.

Due esempi parlanti, con lo spessore pieno come nella fonte: mattoni pieni da 30 cm: t = 0,28 · 900 = 252 giorni, otto mesi abbondanti. Pietra calcarea da 50 cm: t = 1,20 · 2500 = 3000 giorni, oltre otto anni. Le due stime, quella lineare del BRE e quella quadratica di Albanesi, possono divergere anche di parecchio secondo il materiale e lo spessore: vanno lette come una forbice, non come una data. E ogni faccia resa impermeabile (il rivestimento che non è stato tolto, la pittura sbagliata) allunga i tempi, perché dimezza le vie d'uscita.

Seconda eredità: i sali. Per anni l'acqua di risalita ha trasportato nel muro cloruri, nitrati e solfati, e li ha concentrati dove evaporava, nella fascia del fronte. Quei sali sono igroscopici: sopra una certa umidità relativa dell'aria, ciascuno assorbe vapore e si scioglie da solo. Le soglie sono note e misurate: circa il 75% di umidità relativa per il cloruro di sodio (Greenspan, Journal of Research NBS, 1977), ma intorno al 30% per i cloruri di calcio e di magnesio (letteratura consolidata, Steiger 2005). Significa che una parete carica di sali giusti resta umida quasi sempre, in equilibrio con l'aria invece che con il terreno, anche con la barriera perfettamente funzionante. Il BRE Digest 245 lo dice dal lato diagnostico: i sali igroscopici mascherano qualunque asciugamento. E il quadro clinico inganna due volte: la macchia che resta viene letta come "barriera fallita", e la cristallizzazione che riprende a ogni ciclo di umidità continua a sfarinare intonaci e superfici.

Ecco perché il 49% di danni ricomparsi del questionario EMERISDA non mi stupisce: in gran parte dei fallimenti percepiti che ho visto da vicino, la barriera aveva fatto il suo lavoro; nessuno aveva fatto il resto. Bloccare non basta. La cura ha una seconda metà.

Figura 15. Il percorso della cura sul calendario: la barriera è un evento, l'asciugatura è una stagione (mesi o anni, secondo spessore e materiale), la gestione dei sali e le finiture chiudono, il collaudo dimostra. Chi comprime la parte destra del disegno compra il ritorno del problema. Disegno dell'autore.

8. La seconda metà: antisali e calce che traspira

La seconda metà della cura ha un obiettivo semplice da dire: togliere di mezzo i sali accumulati, o metterli in condizione di non nuocere, e ridare al muro superfici che lasciano passare il vapore. In cantiere è una sequenza precisa.

Primo: demolire gli intonaci contaminati. L'intonaco che ha convissuto con la risalita è un deposito di sali. Va rimosso fino alla muratura viva, non solo dove è visibilmente ammalorato: la contaminazione precede la macchia, e la demolizione deve superare abbondantemente il fronte visibile (nel mio capitolato, 50-80 cm oltre), con la pulizia dei giunti per circa 2 cm di profondità. Ridipingere o rincollare sopra l'intonaco vecchio è il modo più rapido di buttare la barriera appena pagata.

Secondo: rimuovere a secco, mai lavare. Le efflorescenze si spazzolano a secco e si aspirano. L'acqua le riscioglie e le rispinge dentro il muro.

Terzo: misurare i sali e decidere. Un'analisi dei sali (cloruri, nitrati, solfati) sulla muratura nuda decide la strategia. Con carichi bassi o medi si può passare direttamente all'intonaco di sacrificio o da risanamento. Con carichi alti, o con sali igroscopici aggressivi (cloruri di calcio e magnesio, nitrati), conviene estrarre prima: impacchi di polpa di cellulosa o argille assorbenti impastati con acqua demineralizzata, applicati sulla muratura nuda in cicli ripetuti, ciascuno dei quali porta via una quota di sali (WTA 3-13-01/D; Vergès-Belmin e Siedel 2005). Un caso documentato d'oltremare dà l'idea del potenziale: alla cattedrale di St George a Perth, quattro mesi di impacchi di cellulosa hanno abbattuto i cloruri superficiali da migliaia di parti per milione a una decina (Macleod, 2021). Per contaminazioni profonde nelle murature spesse esiste la variante attiva, acqua demineralizzata introdotta goccia a goccia da canule nei giunti mentre un impacco esterno raccoglie (Friese e Hermoneit 1993; Protz e Friese 2014): flusso diretto dall'interno verso l'esterno, efficienze alte in un ciclo solo, ma è un intervento da specialisti, con dosaggi da controllare.

Quarto: il nuovo intonaco, e qui entra la calce. Sulla muratura pulita e con la risalita interrotta, la scelta è tra due filosofie complementari:

L'intonaco da risanamento certificato (WTA 2-9-20/D; categoria R della UNI EN 998-1) quando serve capacità di accumulo: i sali residui cristallizzano nei macropori senza rompere nulla, la superficie resta asciutta e finibile. È la scelta tipica sul residenziale, dove l'estetica deve tenere a lungo.

L'intonaco di calce ad alta traspirazione quando serve compatibilità: calce aerea o calce idraulica naturale (le classi CL e NHL della UNI EN 459-1:2015), con sabbie adatte, in versione sacrificale dove il carico salino è severo. Non ha la capacità di stoccaggio controllato di un intonaco da risanamento, ma è chimicamente e meccanicamente affine alle murature storiche, ha permeabilità al vapore alta, ed è reversibile: si lascia consumare dai sali e si sostituisce, e ogni sostituzione è una desalinizzazione lenta (è la logica del cocciopesto veneziano, che aveva capito tutto con qualche secolo di anticipo). Sul patrimonio storico è quasi sempre la scelta giusta, e costa meno di quanto si creda.

Quello che non si fa, mai, è chiudere il ciclo con l'intonaco cementizio "robusto": resistenza a compressione fuori scala rispetto al supporto, permeabilità al vapore bassa, ritiro alto. È il materiale perfetto per riportare il problema al punto di partenza, con gli interessi.

Quinto: finiture che non tradiscono. Pitture minerali ai silicati o alla calce, con permeabilità al vapore pari o superiore a quella dell'intonaco. Niente pitture plastiche, niente idrorepellenti filmogeni, niente rivestimenti vinilici, niente zoccolature sigillanti. E soprattutto: le finiture arrivano per ultime, a prosciugamento verificato, non a calendario di cantiere.

Una parola sui prodotti venduti come "antisale" da stendere a pennello prima dell'intonaco: sono prassi diffusa e in alcune situazioni utile come misura accessoria, per limitare la migrazione dei sali nel nuovo intonaco durante la maturazione, ma la loro efficacia è dichiarata dalle schede tecniche dei produttori, non da prove indipendenti pubblicate; la ricerca sugli inibitori di cristallizzazione (punto 5.7) è promettente ma parla chiaro sul fatto che l'effetto dipende dal sale specifico e dal materiale (Lubelli e van Hees 2007). Vanno trattati per ciò che sono: un accessorio dentro un sistema, non un sistema.

In relazione. La sezione "gestione dei sali" deve documentare: analisi dei sali prima e dopo, estensione e quota della demolizione, scheda e classificazione dell'intonaco applicato (WTA o EN 998-1 R, oppure composizione della malta di calce), ciclo di finitura con permeabilità dichiarata, e tempi di attesa rispettati.

In cantiere. Il segno che la seconda metà è stata saltata si riconosce a occhio: barriera pagata, intonaco cementizio rifatto subito "per consegnare pulito", pittura lavabile, e dopo un inverno la fascia che riaffiora. Prima di dire che la barriera ha fallito, chiedersi sempre che fine hanno fatto i sali.

9. Il collaudo: una cura si misura

Tutto il percorso sta in piedi solo se l'ultimo passo è una misura. Il protocollo è quello che la ricerca europea ha reso standard di fatto e che il CAM 2.3.13 ha reso obbligatorio negli appalti pubblici: misura gravimetrica del contenuto d'acqua su campioni prelevati a profondità multiple e a quote diverse, prima dell'intervento e poi nel tempo, con zone di riferimento non trattate come termine di confronto; e si ripete l'analisi dei sali, per separare l'acqua ancora attiva dall'igroscopicità.

Nella mia pratica il collaudo ha questi numeri: due campagne di misura in stagioni opposte, la prima non prima di 4-8 mesi dall'intervento; obiettivo una riduzione di almeno tre quarti del contenuto d'acqua nella fascia trattata rispetto al valore iniziale, e valori residui compatibili con l'equilibrio igroscopico del materiale (per il laterizio, sotto il 3% in massa). Sono soglie operative mie, dichiarate come tali: il principio, misurare per pesata e confrontare nel tempo, è quello delle norme e del protocollo EMERISDA.

Quello che non è un collaudo: la fotografia della parete asciutta d'agosto, la lettura del misuratore elettrico sull'intonaco nuovo, la dichiarazione di garanzia del venditore. Sono, rispettivamente, meteorologia, conducibilità dei sali e marketing.

10. Gli errori che vedo più spesso

Diagnosi a vista e intervento la settimana dopo: si cura la patologia sbagliata con il sistema giusto.

Intonaco da risanamento venduto come cura: serbatoio a tempo, ricaduta tra tre e otto anni.

Pittura plastica sopra l'intonaco da risanamento: sistema annullato in pochi mesi.

Iniezione senza stratigrafia: prodotto disperso nei vuoti, barriera discontinua, "il metodo non funziona".

Sigillature e zoccolature impermeabili sulla fascia umida: fronte più alto, danno spostato e ingrandito.

Nessuna gestione dei sali dopo la barriera: muro igroscopico, cliente convinto che la barriera abbia fallito.

Finiture a calendario invece che a prosciugamento verificato: bolle e distacchi pagati due volte.

Nessuna misura prima, nessuna dopo: qualunque cosa "ha funzionato", finché non smette.

Le dieci domande da fare a chi propone la cura

Per il committente, e per il tecnico che lo affianca: sono le domande a cui chi lavora bene risponde volentieri, perché sono le stesse che si è già fatto da solo.

1. Ha misurato o ha guardato? Con quale metodo: pesate di campioni o solo il misuratore elettrico appoggiato all'intonaco?

2. Come sono state escluse condensa, infiltrazioni e penetrazione laterale dal terreno?

3. I sali sono stati analizzati? Quali sono, e quanti?

4. Perché proprio questo sistema per questo muro, e su quali evidenze pubblicate si appoggia?

5. Il prodotto o il procedimento ha una certificazione dedicata (WTA, BBA) o un codice di pratica di riferimento?

6. Che fine fanno i sali che restano nel muro dopo il blocco?

7. Quanto dovrà asciugare il muro, e come lo mettiamo nero su bianco nel contratto?

8. Con che cosa si reintonaca e si rifinisce, e quanto lasciano passare il vapore quei materiali?

9. Come si collauda: misure prima e dopo, a che distanza di tempo, con quali soglie?

10. La garanzia copre un risultato misurabile o solo la fornitura del prodotto?

11. La risalita si cura, ma non si cura a metà

Ricapitolo il percorso, perché il percorso è la risposta. Si accerta che sia risalita, con pesate e sali, non con il tester. Si sceglie il sistema più alto della scala che passa i cancelli del caso concreto: taglio dove si può, iniezione certificata ed eseguita bene come riferimento ordinario, sorgente e drenaggi quando la diagnosi indica il terreno, ventilazione dove gli spessori la premiano. Si dà al muro il tempo fisico di restituire l'acqua, mesi o anni, non settimane. Si toglie ai sali il potere di sabotare il risultato: demolizioni giuste, impacchi dove serve, intonaci che accolgono o si sacrificano, calce che lascia passare il vapore. Si finisce con materiali minerali, quando il muro è pronto. E si firma il lavoro con una misura, non con uno slogan.

Il mercato continuerà a proporre la risalita come un problema da prodotto, perché i prodotti si vendono e i percorsi si faticano. Ma un muro non distingue il marketing dalla fisica: distingue l'acqua che entra da quella che esce, i sali che restano da quelli che se ne vanno. Curare una risalita significa esattamente questo. Tutto il resto è una macchia che torna.

Registro delle fonti

Ogni affermazione numerica dell'articolo è ancorata a una delle voci che seguono. Marcatura: ✅ verificato su fonte primaria o catalogo ufficiale; ⚠️ da confermare o fonte non primaria; ⛔ non affidabile o non riscontrato. Dove possibile indico dove consultare la fonte.

A. Letteratura scientifica

1. ✅ Hall C., Hoff W.D., "Rising damp: capillary rise dynamics in walls", Proceedings of the Royal Society A, 463, pp. 1871-1884, 2007. Testo integrale letto; tutti i valori citati (0,61 m; 1,2 m; ~18 L/m; ~320 L/anno per metro) sono degli autori. Consultabile: doi.org/10.1098/rspa.2007.1855

2. ✅ Franzoni E., "Rising damp removal from historical masonries: A still open challenge", Construction and Building Materials, 54, pp. 123-136, 2014. Consultabile: doi.org/10.1016/j.conbuildmat.2013.12.054

3. ✅ Franzoni E., "State-of-the-art on methods for reducing rising damp in masonry", Journal of Cultural Heritage, 31, pp. S3-S9, 2018. Gli estremi bibliografici sono riscontrabili da chiunque a partire dal DOI (registro pubblico Crossref); il testo integrale è a pagamento e lo cito per la tesi generale. Consultabile: doi.org/10.1016/j.culher.2018.04.001

4. ✅ Lubelli B., van Hees R.P.J., Bolhuis J., "Effectiveness of methods against rising damp in buildings: Results from the EMERISDA project", Journal of Cultural Heritage, 31, pp. S15-S22, 2018. Le percentuali 61 / 63 / 17 / 20 / 49 sono lette nelle figure della presentazione pubblica degli autori (convegno ModHIMA, 2018); campione autoselezionato, dichiarato non rappresentativo. Consultabile: doi.org/10.1016/j.culher.2018.03.025

5. ✅ Vanhellemont Y., Bolhuis J., de Bouw M., Dubois S., Lubelli B., Miedema L., van Hees R., "Are electrokinetic methods suitable for the treatment of rising damp?", Journal of Cultural Heritage, 31, pp. S23-S29, 2018. Consultabile: doi.org/10.1016/j.culher.2018.04.010

6. ✅ Vanhellemont Y. et al., Summary report on existing methods against rising damp, rapporto EMERISDA D-2.1, 2014. Il sito del progetto (emerisda.eu) non è più attivo: il rapporto si recupera dalle copie archiviate (web.archive.org) o citato in [4] e [5].

7. ✅ Desarnaud J., Vanhellemont Y., Lubelli B., de Bouw M., "Effectiveness of electromagnetic and electro-osmosis methods for the treatment of rising damp", atti ICMB21, 2021.

8. ✅ Alfano G., Chiancarella C., Cirillo E., Fato I., Martellotta F., "Long-term performance of chemical damp-proof courses: Twelve years of laboratory testing", Building and Environment, 41(8), pp. 1060-1069, 2006. Il testo integrale è a pagamento e non l'ho consultato: i contenuti che riporto vengono dall'abstract, che è pubblico (20 muretti 1989-90, 10 trattati nel 1992 con 6 sistemi, silani i più efficaci); chi vuole può approfondire dal DOI. Consultabile: doi.org/10.1016/j.buildenv.2005.04.017

9. ✅ Rirsch E., Zhang Z., "Rising damp in masonry walls and the importance of mortar properties", Construction and Building Materials, 24(10), pp. 1815-1820, 2010. Consultabile: doi.org/10.1016/j.conbuildmat.2010.04.024

10. ✅ Hacquebord A., Lubelli B., van Hees R.P.J., Nijland T.G., "Evaluation of spreading and effectiveness of injection products against rising damp in mortar/brick combinations", atti Hydrophobe VI, 2011.

11. ✅ Szafranko E., "Efficiency assessment of horizontal damp proof courses made by chemical injection in wall tests", Ain Shams Engineering Journal, 2024.

12. ✅ Franzoni E., Rirsch E., Paselli Y., "Which methods are suitable to assess the effectiveness of chemical injection treatments in the laboratory?", Journal of Building Engineering, 29, 101131, 2020.

13. ✅ Burkinshaw R., "The rising damp tests of Camberwell Pier: …", Journal of Building Appraisal, 6, pp. 5-19, 2010. Valori 7,8% e 0,7% dell'autore; il pilastro riproduce un carico d'acqua alla base in condizioni controllate. Consultabile: doi.org/10.1057/jba.2010.13

14. ⚠️ Burkinshaw R., "Rising damp: Part 1. Case study examples and the Lambeth Pier Test", Journal of Building Survey, Appraisal and Valuation, 1(1), 2012. Il testo integrale è a pagamento e non ho potuto consultarlo; chi vuole approfondire lo trova sulla rivista. Lo cito per il concetto di low-level penetrating damp, come posizione dell'autore.

15. ✅ Torres M.I.M., de Freitas V.P., "Treatment of rising damp in historical buildings: wall base ventilation", Building and Environment, 42(1), pp. 424-435, 2007. Consultabile: doi.org/10.1016/j.buildenv.2005.07.034

16. ✅ Torres M.I.M., de Freitas V.P., "The influence of the thickness of the walls and their properties on the treatment of rising damp in historic buildings", Construction and Building Materials, 24(8), pp. 1331-1339, 2010. Consultabile: doi.org/10.1016/j.conbuildmat.2010.01.004

17. ✅ Freitas V.P., Guimarães A.S., Delgado J.M.P.Q., "The 'Humivent' device for rising damp treatment", Recent Patents on Engineering, 5(3), pp. 233-240, 2011. Consultabile: doi.org/10.2174/187221211797636863

18. ✅ Franzoni E., Sandrolini F., Bandini S., "An experimental fixture for continuous monitoring of electrical effects in moist masonry walls", Construction and Building Materials, 25, 2011.

19. ✅ Vergès-Belmin V., Siedel H., "Desalination of masonries and monumental sculptures by poulticing: a review", Restoration of Buildings and Monuments, 11(6), pp. 391-407, 2005.

20. ✅ Pel L., Sawdy A., Voronina V., "Physical principles and efficiency of salt extraction by poulticing", Journal of Cultural Heritage, 11(1), pp. 59-67, 2010.

21. ✅ Friese P., Hermoneit B., "Entsalzung von Ziegelmauerwerk mit dem Injektionskompressenverfahren", Bautenschutz und Bausanierung, 16, pp. 26-27, 1993; e Protz A., Friese P., "Möglichkeiten und Grenzen von Entsalzungsmassnahmen am Beispiel von Objekten in Wittenberg und Potsdam", Mauerwerk, 2, 2014.

22. ✅ Macleod I.D., studio longitudinale sulla desalinizzazione della cattedrale di St George, Perth (2021): cloruri superficiali da ~10.000 a ~10 ppm dopo quattro mesi di impacchi di cellulosa.

23. ✅ Ottosen L.M., Christensen I.V., "Electrokinetic desalination of sandstones for NaCl removal", Electrochimica Acta, 86, pp. 192-202, 2012; e Kamran K., Pel L., Sawdy A. et al., "Desalination of porous building materials by electrokinetic method", Materials and Structures, 45, pp. 297-308, 2012.

24. ✅ Rodríguez-Navarro C. et al., "Effects of ferrocyanide ions on NaCl crystallization in porous stone", Journal of Crystal Growth, 243, pp. 503-516, 2002. Consultabile: sciencedirect.com

25. ✅ Lubelli B., van Hees R.P.J., "Effectiveness of crystallization inhibitors in preventing salt damage in building materials", Journal of Cultural Heritage, 8(3), pp. 223-234, 2007. Consultabile: sciencedirect.com

26. ✅ Kamat A., Palin D., Lubelli B., Schlangen E., "Capsule controlled release of crystallisation inhibitors in mortars", Materials and Design, 244, 113156, 2024. Consultabile: doi.org/10.1016/j.matdes.2024.113156

27. ✅ Greenspan L., "Humidity fixed points of binary saturated aqueous solutions", Journal of Research of the National Bureau of Standards, 81A(1), pp. 89-96, 1977 (NaCl 75,3% a 25 °C). I valori ~30% dei cloruri di calcio e magnesio sono di letteratura successiva (Steiger, 2005). Consultabile: nvlpubs.nist.gov

28. ✅ Massari G., Massari I., Damp buildings, old and new, ICCROM, Roma, 1993 (rilievi storici di risalite fino a 5,3 m su murature molto spesse: chiesa di San Bernardo alle Terme, muro di 4 m). Edizione italiana di riferimento: Risanamento igienico dei locali umidi, Hoepli, 5ª ed., 1985 (l'edizione "1992" citata in alcune bibliografie non risulta a catalogo). Da quest'opera provengono il "metodo edilizio" degli archetti e lo schema della sega a catena riprodotti nella tesi Lombardi [29].

29. ⚠️ Albanesi (1982), formula t = P · s² e coefficienti di prosciugamento. La pubblicazione originale non ho potuto consultarla, perché non è reperibile in libero accesso; formula e coefficienti sono ripresi dalla tesi di dottorato di S. Lombardi, Università di Napoli Federico II, che è invece liberamente consultabile (repository fedOA n. 1036, fedoa.unina.it; pagine 119-120 della copia PDF): chiunque può approfondire da lì. Nella tesi s è lo spessore PIENO del muro (esempio riportato: 40 cm, 448 giorni) e gli esempi di questo articolo seguono la stessa convenzione. Alcune fonti divulgative attribuiscono la formula a un "metodo Kettenacker": denominazione di cui non ho trovato riscontro. Dalla stessa tesi (pp. 55-64) provengono i dettagli esecutivi storici del taglio meccanico e le figure 2, 3 e 4 riprodotte in questo articolo.

B. Documenti istituzionali e linee guida

30. ✅ BRE Digest 245, Rising damp in walls: diagnosis and treatment, Building Research Establishment, ed. rivista 2007 (P. Trotman). Guida tecnica, non peer reviewed. Consultabile: brebookshop.com

31. ✅ BRE Digest 163, Drying out buildings: regola pratica dell'ordine di un mese ogni 25 mm di spessore. Consultabile: brebookshop.com

32. ✅ NIT 252, L'humidité dans les constructions: particularités de l'humidité ascensionnelle, CSTC/Buildwise, dicembre 2014 (sostituisce la NIT 210 del 1998). Consultabile: buildwise.be, sezione Notes d'information technique

33. ⚠️ NIT 162, Les procédés de traitement des maçonneries contre l'humidité ascensionnelle, CSTC, 1985. Documento storico della gerarchia di efficacia; esistenza confermata da fonti tecniche (tra cui il rapporto EMERISDA D-2.1), non più a catalogo corrente Buildwise.

34. ✅ Posizione RICS/dibattito sulla sovradiagnosi: dichiarazione del 2009 di un ex presidente della sezione Building Surveying del RICS riportata dalla stampa tecnica britannica; da citare come opinione professionale controversa, non come risultato scientifico. Replica: Burkinshaw 2012 [14].

C. Norme e direttive (stato verificato)

Riferimento

Oggetto

Stato

UNI 11085:2003

Contenuto d'acqua, metodo ponderale (gravimetrico)

✅ In vigore (store.uni.com)

UNI 11121:2004

Contenuto d'acqua, metodo al carburo in campo

⛔ Ritirata senza sostituzione il 03/04/2025 (store.uni.com)

UNI 11087:2003

Sali solubili

⛔ Ritirata senza sostituzione il 29/09/2016 (store.uni.com)

UNI EN 16682:2017

Metodi di misura dell'umidità nel patrimonio costruito, incertezze e limiti

✅ In vigore (store.uni.com)

UNI 11182:2006

Lessico delle forme di alterazione

✅ In vigore (store.uni.com)

UNI EN ISO 13788:2013

Temperatura superficiale interna e condensa: il confronto col punto di rugiada per la diagnosi della condensa

✅ In vigore (store.uni.com)

UNI EN ISO 6781-1:2023

Termografia: rilevamento delle irregolarità di calore, aria e umidità con metodi all'infrarosso

✅ In vigore (store.uni.com)

UNI EN 998-1:2016

Malte per intonaci: definisce la categoria R, malte da risanamento per murature umide contenenti sali; classi di resistenza CS I-IV (CS II: 1,5-5 N/mm²)

✅ (catalogo UNI; classi CS verificate su testo tecnico MPA 2023)

UNI EN 459-1:2015

Calci da costruzione: classi CL e DL (aeree), NHL, FL, HL (idrauliche)

✅ In vigore (store.uni.com/uni-en-459-1-2015)

WTA 4-10-24/D (03/2024)

Iniezioni con prodotti certificati contro il trasporto capillare; prove fino al 95% di saturazione; sostituisce la WTA 4-4-04/D

✅ (catalogo WTA, wta-international.org)

WTA 4-7-24/D (04/2024)

Barriere meccaniche orizzontali realizzate a posteriori

✅ (catalogo WTA)

WTA 4-6-24/D (bozza 03/2024)

Impermeabilizzazione a posteriori di elementi controterra, drenaggi

✅ come bozza pubblica (Gelbdruck)

WTA 4-5-99/D

Diagnostica delle murature prima dell'intervento

✅ (catalogo WTA)

WTA 2-9-20/D (2020)

Intonaci da risanamento: porosità > 40%, w < 0,3 kg/m²·h^0,5, μ < 12, CS II, penetrazione < 5 mm

✅ (catalogo WTA)

WTA 3-13-01/D (2001)

Desalinizzazione delle murature con impacchi

✅ (catalogo WTA)

BS 6576:2005+A1:2012

Diagnosi della risalita e installazione delle barriere chimiche

✅ In vigore (knowledge.bsigroup.com)

ÖNORM B 3355:2017

Diagnosi, progetto, esecuzione e monitoraggio del risanamento; "solo procedimenti scientificamente riconosciuti"; sostituisce le parti 1-3 (la parte 2 del 2011 ammetteva anche l'elettrofisico a inversione di potenziale)

✅ Edizione corrente (shop.austrian-standards.at)

ÖNORM B 2202

Norma contrattuale per i lavori di risanamento dall'umidità

✅ (Austrian Standards)

NTC 2018 + Circolare 7/2019

Sicurezza strutturale: valutazione obbligatoria per interventi che modificano il comportamento (rilevante per il taglio in zona sismica)

✅ (gazzettaufficiale.it)

CAM edilizia, criterio 2.3.13

DM 24/11/2025, G.U. n. 281 del 03/12/2025, in vigore dal 02/02/2026: diagnosi obbligatoria, intervento basato sulla diagnosi, verifica di efficacia; esclusi i palliativi. Appalti pubblici

✅ (gazzettaufficiale.it)

D. Fonti della sezione storica e delle immagini

35. ✅ Falchi L., Slanzi D., Balliana E., Driussi G., Zendri E., "Rising damp in historical buildings: A Venetian perspective", Building and Environment, 131, pp. 117-127, 2018 (la manutenzione ciclica veneziana). Consultabile: doi.org/10.1016/j.buildenv.2018.01.004

36. ⚠️ Mundula, Tubi (2003): fotografia del taglio per carotaggio continuo (Figura 3 di questo articolo). Riprodotta dalla tesi Lombardi [29], fig. 1.29, che la cita da quella fonte; estremi editoriali completi da precisare.

37. ⚠️ Gasparoli (2002): fotografia della sega a catena da muratura (Figura 4 di questo articolo). Riprodotta dalla tesi Lombardi [29], fig. 1.31, che la cita da quella fonte; estremi editoriali completi da precisare. Anche la tavola della Figura 2 (Massari e Massari, Hoepli) è riprodotta dalla stessa tesi, fig. 1.28.

38. ✅ Vitruvio, De architectura, libro VII: intercapedini per i muri umidi (riscontro nel registro fonti dei volumi dell'autore, libro VII, cap. IV). ⚠️ La collocazione per libro e la composizione dell'opus signinum non sono state verificate sul testo primario: nel corpo il riferimento è lasciato generico.

39. ⚠️ Geometrie esecutive dell'iniezione (fori ~12 mm, passo 100-120 mm, profondità ~2/3 dello spessore, quota ~150 mm dal piano esterno): prassi consolidata riportata dalla manualistica tecnica e dalle schede dei prodotti certificati; non verificate come prescrizioni testuali del BS 6576 o delle direttive WTA, che nel corpo sono citati solo come quadro di diagnosi ed esecuzione.

40. ✅ Knapen A., brevetto dei sifoni atmosferici, 1908: data verificata su fonte brevettuale nel corso delle ricerche per i volumi dell'autore.

41. Nota sui diritti delle immagini: le Figure 10 e 12 provengono da un articolo con licenza Creative Commons Attribution (CC BY 4.0) e sono riusabili citando la fonte, come qui fatto. Le Figure 2, 3, 4 e 11 sono riproduzioni a scopo di documentazione tecnica da una tesi di dottorato pubblica (fedOA) e da un PDF ad accesso aperto di repository universitario, con la fonte originale dichiarata in didascalia; per un eventuale uso editoriale commerciale va verificato il permesso dei titolari. La fotografia di copertina e le fotografie della barriera per trasfusione (Figure 5-8) sono dell'autore. Le Figure 1, 9, 13, 14 e 15 sono disegni originali dell'autore, come dichiarato nelle didascalie.

E. Che cosa NON risulta (e quindi non trovate scritto)

⛔ Un censimento affidabile dei casi di risalita o una spesa nazionale/europea documentata per il risanamento: non esistono in letteratura; le cifre circolanti sono stime giornalistiche senza studio primario.

⛔ Percentuali "famose" tipo "un quinto delle diagnosi è a vista": non riscontrate in nessuna fonte accessibile; le uniche percentuali difendibili sono quelle del questionario EMERISDA citate al punto 2.

⛔ Un'altezza massima teorica della risalita attribuita a Hall e Hoff: i 5,3 m sono un rilievo di Massari e Massari (1993) su un muro di 4 metri di spessore, coerente con il modello, non un limite teorico.

⛔ Prove indipendenti pubblicate di efficacia dei dispositivi elettromagnetici "senza fili": non esistono a oggi; le misure indipendenti disponibili (EMERISDA) non confermano l'efficacia.

L'autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent'anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.


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di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
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Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
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Murature umide: cause e rimedi

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