Tutti dicono che il clima cambia e che piove sempre di più. I dati raccontano un’altra storia, e spostano l’attenzione dove conta davvero: l’acqua negli edifici.

Immagine dall'articolo: Il problema non è la pioggia

Precipitazione totale annua nei capoluoghi di regione: il 2023 a confronto con la media del decennio 2006-2015, valori in millimetri. In quasi tutte le regioni nel 2023 è piovuto meno della media recente. Il 2023 è l’ultimo anno con dati ISTAT validati per singolo capoluogo di regione (pubblicati a dicembre 2025); il quadro nazionale del 2024 è confermato dal rapporto ISPRA citato in calce. Fonte: ISTAT, Rilevazione Dati meteoclimatici ed idrologici (anni 2006-2023).

Partiamo da un luogo comune

Esiste una catena di pensieri che diamo quasi tutti per buona: il clima cambia, quindi piove di più; quindi, gli edifici sono più esposti all’umidità. Sembra logica, ed è ripetuta ovunque. Ho deciso di verificarla davvero, perché stavo costruendo un articolo proprio su questa premessa. Sono andato a guardare i dati ufficiali ISTAT sulla precipitazione totale annua, capoluogo di regione per capoluogo di regione, con la serie storica.

Il grafico in apertura mostra il risultato, ed è il primo motivo per cui vale la pena leggere oltre. Nel 2023, in quasi tutte le regioni, è caduta meno pioggia rispetto alla media del decennio 2006-2015. In alcuni casi molto meno: a Genova e a Catanzaro lo scarto è marcato, e Cagliari resta la più asciutta in assoluto, intorno ai 260 millimetri. La pioggia totale, insomma, non sta aumentando. In gran parte del Paese sta diminuendo. Già qui il senso comune comincia a scricchiolare.

Non solo cala: cade su meno giorni

Si potrebbe obiettare che il totale conta poco e che è l’intensità a essere cambiata, cioè che la stessa acqua oggi cade più concentrata. Anche questo si può verificare, perché ISTAT pubblica gli indici di estremi. Sui capoluoghi di regione, nel 2023 i giorni di pioggia sono diminuiti di circa cinque rispetto alla media 2006-2015, mentre l’intensità per giorno di pioggia è rimasta praticamente identica, intorno ai nove millimetri e mezzo. In poche parole è piovuto meno, su meno giorni, ma non più forte. Anche la seconda versione del luogo comune, quella del piove sempre più forte, a questa scala non regge.

E qui serve onestà, perché è il punto in cui si confondono molti articoli. A grande scala e su serie lunghe l’aumento degli eventi di precipitazione intensa esiste davvero. Il rapporto IPCC sugli estremi conclude che la frequenza e l’intensità delle precipitazioni intense sono aumentate sulla maggior parte delle terre emerse, con un incremento riconosciuto a scala continentale anche in Europa, e che l’influenza umana ne è la causa principale. È una misura diversa, su un orizzonte diverso, dal totale annuo di una singola città. Confondere i due piani porta a dire che piove sempre di più e sempre più forte: tenere distinte le scale è ciò che separa l’analisi seria dallo slogan.

Il dato italiano più recente lo conferma e lo rende concreto. Il rapporto ISPRA sul clima in Italia nel 2024 descrive un Paese spaccato: a livello nazionale circa l’8 per cento di pioggia in più della media recente, ma con il Nord a più 38 per cento e il Sud e le Isole a meno 18, in piena siccità, con fino a 146 giorni consecutivi senza pioggia in Sardegna e Sicilia. Nello stesso anno l’alluvione del 29 e 30 giugno in Valle d’Aosta e nel Piemonte settentrionale è nata da piogge che hanno raggiunto valori altissimi in poche ore, e in autunno l’Emilia-Romagna è stata colpita da rovesci eccezionali caduti su suoli già saturi. Meno pioggia diluita, più pioggia concentrata: due facce della stessa medaglia.

Il terreno che non assorbe

Qui entra il meccanismo che lega il dato climatico al danno all’edificio, ed è la chiave di tutto. Ogni terreno ha una capacità di infiltrazione, cioè una velocità massima con cui può assorbire l’acqua. È il principio descritto dal classico modello di Horton: finché l’intensità della pioggia resta sotto quella soglia, l’acqua entra nel suolo; quando la supera, la parte in eccesso non si infiltra, ristagna se il terreno è pianeggiante e scorre via se è in pendenza.

Il punto controintuitivo è che la siccità non aiuta l’assorbimento, lo peggiora. Dopo un periodo secco prolungato il terreno tende a sviluppare repellenza all’acqua e una crosta superficiale che riducono l’infiltrazione iniziale. La letteratura idrologica lo documenta: in seguito a estati secche i suoli diventano idrorepellenti e l’efficienza con cui la pioggia si trasforma in ruscellamento può triplicare; e la storia di siccità del terreno pesa sul suo comportamento più dell’umidità del momento. È un effetto in parte transitorio, che dipende dal tipo di suolo e che si attenua quando il terreno si riumidifica, ma proprio nei primi minuti di un rovescio intenso, quando l’acqua arriva tutta insieme su un suolo indurito, è il momento peggiore.

La conseguenza per la casa è diretta. L’acqua che il terreno non assorbe non sparisce: si accumula e cerca la via più facile, e la via più facile attorno a un edificio è il terreno rimaneggiato del rinterro, più sciolto del terreno naturale, a ridosso delle fondazioni. Quel rinterro si comporta come una vasca: raccoglie l’acqua di ruscellamento, che si concentra contro il muro e spinge. Ecco perché un anno con meno pioggia totale, ma con rovesci concentrati su un terreno reso impermeabile dalla siccità, può portare più acqua contro la casa, non meno. La quantità annua scende, il rischio per l’edificio no.

Cosa dice davvero la ricerca: l’acqua, non il caldo

Qui serve subito un chiarimento, per non cadere in un equivoco e per non sembrare di dire una cosa e il suo contrario. La ricerca europea sul patrimonio costruito non risponde alla domanda quanta pioggia cade, ma a un’altra domanda: fra tutti i fattori legati al clima, quale fa davvero danno a un edificio. E la risposta non è il caldo, è l’acqua. Non l’acqua come quantità annua, ma l’acqua come agente: pioggia battente, umidità relativa, cicli di bagnatura e asciugatura, eventi intensi. È una domanda diversa da quella del grafico in apertura, e la sua risposta non contraddice il dato sulla quantità: lo completa.

Il progetto NOAH’S ARK, finanziato dall’Unione Europea e premiato nel 2009, ha prodotto il primo atlante di vulnerabilità del patrimonio europeo al cambiamento climatico. Tra tutti i fattori esaminati ha individuato proprio l’acqua, nelle sue diverse forme, come la minaccia principale per i materiali, ben più della temperatura, con il rischio più alto nell’area mediterranea. Di nuovo, va letto per quello che dice: non che pioverà di più, ma che è l’acqua a fare il danno.

Alla stessa conclusione arriva, per un’altra strada, il progetto europeo Climate for Culture, coordinato dall’istituto tedesco Fraunhofer: ha collegato gli scenari climatici alla simulazione igrotermica degli edifici, cioè a come il clima esterno modifica l’umidità dentro le murature, mappando il rischio di danno per i materiali. E qui va detta con onestà una cosa, per non tirare la coperta: questi progetti, nelle loro proiezioni di lungo periodo e a scala europea, in alcune aree prevedono anche aumenti di pioggia o di umidità. Ma è un orizzonte e una scala diversi dal dato recente, osservato e per singola città italiana, che mostra il grafico. Non si smentiscono, misurano cose diverse. Il punto che entrambi i progetti dicono a chiare lettere è uno solo: il problema non è quanta pioggia cade in un anno, è dove va l’acqua e come interagisce con i materiali. Ed è esattamente il terreno su cui si gioca il resto di questo articolo.

I sali e i cicli: perché meno pioggia non vuol dire meno danni

Spostato il fuoco sull’acqua nella muratura, il danno trova la sua spiegazione, ed è ancora una volta una questione di cicli, non di totali. I sali presenti nelle murature si sciolgono quando il materiale è bagnato e cristallizzano quando asciuga. La spiegazione più accreditata del danno è la pressione di cristallizzazione: i cristalli che si formano nei pori spingono contro le pareti con forze che possono superare la resistenza del materiale, fino a sgretolarlo. I ripetuti cicli di asciugatura e riumidificazione concentrano i sali e amplificano queste tensioni, accelerando la perdita di superficie e di coesione. Il riferimento tecnico è il lavoro di Scherer sulla pressione di cristallizzazione, confermato da un’ampia letteratura sperimentale su murature in pietra.

Un dettaglio aiuta a capire perché contano i cicli e non la quantità: la cristallizzazione è legata anche all’umidità relativa, ma con soglie che dipendono dal sale. Il cloruro di sodio, per esempio, tende a cristallizzare quando l’umidità relativa scende sotto circa il 75 per cento, ma altri sali hanno soglie diverse. Quindi non è la pioggia in sé a fare il danno, ma l’alternanza di condizioni che porta i sali a sciogliersi e ricristallizzare più volte. A fare il danno è il numero di passaggi, non il totale di acqua ricevuta.

Per capire perché il clima agisce sui cicli e non sulla quantità, bisogna guardare come l’acqua si muove davvero in un muro. La risalita capillare non è un fenomeno statico, è un equilibrio dinamico. Da un lato il terreno alimenta di continuo la muratura dal basso, che si comporta come uno stoppino e richiama acqua attraverso i suoi pori; dall’altro la superficie del muro perde acqua per evaporazione. L’altezza a cui si ferma l’umidità è il punto in cui questi due flussi si bilanciano: tanta acqua sale dal terreno, tanta ne evapora dalla superficie. Lo descrive il modello a fronte netto di Hall e Hoff, riferimento riconosciuto sulla dinamica della risalita, secondo cui l’altezza massima dipende dal peso relativo di tre fattori: l’apporto d’acqua dal terreno, l’evaporazione e le caratteristiche dei materiali.

Da questo equilibrio discende il punto che sembra un paradosso e invece è fisica. Quando il clima diventa più caldo e più secco accadono due cose opposte. Da un lato piove più di rado, quindi le bagnature dovute alla pioggia diminuiscono e con esse il numero di cicli di scioglimento e cristallizzazione di quell’origine: meno cicli, in teoria meno danno. Dall’altro lato l’evaporazione dalla superficie aumenta, e qui scatta il meccanismo controintuitivo. Un’evaporazione più intensa non fa salire più in alto l’umidità, anzi tende ad abbassare la linea visibile, perché l’acqua evapora prima di arrivare in quota. Ma proprio perché è l’evaporazione a regolare quanta acqua il muro continua a richiamare dal terreno, una superficie che asciuga in fretta mantiene attivo il flusso che trasporta i sali disciolti verso la fascia dove l’acqua evapora. Lì i sali si concentrano in una banda più bassa e ristretta, dove il carico salino locale cresce, e cristallizzano.

Non è una deduzione personale: la letteratura di conservazione lo afferma in modo diretto, legando la cristallizzazione salina nelle murature al cambiamento climatico e al progetto NOAH’S ARK. In alcune aree estati più secche riducono il numero complessivo di cicli di cristallizzazione, riducendo potenzialmente il danno da quel meccanismo, mentre l’aumento dell’evaporazione può accentuare la captazione capillare dei sali. Sono due spinte opposte: una tende a ridurre il danno, l’altra a spostarlo verso il basso e in certi casi ad aggravarlo.

Ecco perché l’effetto del clima sul degrado non è lineare e non si lascia leggere con la quantità di pioggia. Il risultato dipende dal singolo edificio, dai suoi materiali e dalla sua esposizione, non dai millimetri annui. È il contrario di quello che dice il senso comune, secondo cui meno pioggia significa muri più asciutti e meno problemi. Per i sali, un clima più secco non è affatto una buona notizia automatica: può semplicemente cambiare dove e come si manifesta il danno.

Lo smaltimento delle acque meteoriche

Capito che il problema è gestire l’acqua e non contare i millimetri, i temi di cantiere tornano tutti con una logica coerente. Prendiamo lo smaltimento dalle coperture. Gronde, pluviali e bocchettoni si dimensionano secondo la norma UNI EN 12056-3, in funzione dell’intensità di pioggia, dell’area della copertura e del coefficiente di scorrimento, mentre per le reti di drenaggio all’esterno dell’edificio il riferimento è la UNI EN 752. Il punto, però, non è quanta acqua arriva dal cielo: è se quell’acqua viene davvero allontanata dall’edificio, oppure no. Un pluviale può essere dimensionato a regola d’arte e fallire lo stesso, perché il problema quasi sempre non è il tubo, è dove finisce.

Il punto debole è l’innesto a terra. Il pluviale scarica in un pozzetto che spesso trovo già sottodimensionato in partenza, e che quando arriva la portata va in crisi: se a questo si aggiungono l’intasamento di fogliame e detriti o i giunti non sigillati, il pozzetto non riesce più a smaltire e l’acqua rigurgita, risale e si accumula proprio al piede dell’edificio, cioè esattamente dove non deve stare. Così l’acqua che il pluviale doveva portare lontano dalle fondazioni torna indietro e ricarica il terreno a ridosso del muro, alimentando le stesse problematiche che volevamo evitare. È un meccanismo che si osserva di continuo in cantiere: capita di trovare, sulla faccia interna della parete e proprio all’altezza del pluviale, il muro bagnato da infiltrazioni che nascono da questo riflusso, non da una pioggia eccezionale.

Ecco perché questo non è un dettaglio idraulico estraneo al discorso: è il discorso. Non serve che piova più di prima perché un pluviale mal raccordato faccia danni, basta la pioggia di sempre incanalata male. E la cura non è un tubo più grande, ma un percorso di smaltimento integro e pulito dalla copertura fino al recapito finale: pozzetti adeguati e ispezionabili, giunti sigillati, manutenzione regolare contro foglie e detriti, e scarico portato lontano dal piede dell’edificio. Di nuovo, è gestione dell’acqua, non conteggio dei millimetri.

Il piede dell’edificio, gli interrati e i vespai

È al piede che si concentra il rischio. L’acqua di ruscellamento si raccoglie nel rinterro a ridosso del muro controterra e genera una spinta idrostatica anche dove la falda naturale è bassa. Per questo il drenaggio perimetrale e l’impermeabilizzazione al piede non sono finiture, ma elementi primari della costruzione. E qui vanno trattati con attenzione i corpi passanti, cioè gli attraversamenti dell’impermeabilizzazione interrata: tubazioni, cavidotti, passaggi di impianti che bucano il muro controterra o la platea. Sono i punti deboli veri della tenuta, da progettare e sigillare con cura, non da improvvisare in opera.

Sotto il piano terra il primo elemento a incassare è il vespaio: la camera che sta sotto il pavimento, il punto più basso e più vuoto a contatto con la costruzione. Se ventilato e drenato protegge, se cieco o intasato diventa una raccolta d’acqua che alimenta evaporazione e risalita capillare nelle murature soprastanti. La protezione del piano a terra dall’umidità del suolo discende dal D.M. 5 luglio 1975, che richiede murature interne prive di umidità, e si declina nei regolamenti edilizi comunali. Premetto che sono contrario ai vespai aerati o di qualsiasi tipo oggi abbiamo a disposizione sistemi molto più performanti e sicuri.

C’è poi una pressione che arriva dal basso e che spesso si trascura. Lungo le coste l’innalzamento del livello del mare spinge verso l’alto le falde: lo documentano enti e ricerche indipendenti dal mondo del patrimonio, dal Servizio Geologico degli Stati Uniti a studi su riviste scientifiche, che mostrano come l’area interessata dall’innalzamento delle falde si estenda oltre quella raggiunta dalla sola inondazione marina. Nell’entroterra il quadro è meno netto, perché lì la falda dipende più dalla ricarica delle piogge e in molte zone tende ad abbassarsi per siccità e prelievi. Il messaggio corretto non è la falda sale dappertutto, ma il livello della falda è meno prevedibile, e l’assunzione storica non basta più.

Non a caso le Norme Tecniche per le Costruzioni del 2018, ai paragrafi 6.2.1 e 6.2.2, impongono che la caratterizzazione del sito comprenda le caratteristiche idrogeologiche e il regime delle acque sotterranee, esteso al volume di terreno significativo per l’opera. Le stesse norme dedicano attenzione al controllo del regime delle pressioni interstiziali nelle opere in sotterraneo e prevedono il monitoraggio e il consolidamento delle opere esistenti. Il punto, oggi, è leggere quel regime considerandone escursione e tendenza, non come fotografia dello stato attuale. Adesso qui non c’è acqua è l’assunzione più pericolosa che si possa fare.

La diagnosi prima dell’intervento

Tutto questo porta a una conclusione che è anche un modo di lavorare. In un’epoca in cui tutti guardano il cielo e parlano di clima, la competenza vera sta nel guardare il terreno e il muro. Non conta cosa fa la media nazionale delle piogge: conta cosa succede a quel singolo edificio, in quel terreno, con quella falda e quei sali. Il clima, per chi risana, è rumore di fondo. La diagnosi è il mestiere.

Aver scoperto, dati alla mano, che la pioggia non aumenta non indebolisce il discorso. Lo rende più onesto e più utile, perché sposta l’attenzione dalla paura ai fatti, e dai fatti alle scelte di cantiere giuste: smaltimento integro e pulito fino al recapito, drenaggio e impermeabilizzazione al piede, cura dei corpi passanti, vespai sani, o altri sistemi, indagini idrogeologiche serie. È questa, alla fine, la differenza tra inseguire un allarme e capire un edificio.

Fonti

ISTAT, Rilevazione Dati meteoclimatici ed idrologici. Temperatura e precipitazione dei comuni capoluogo di provincia, Anno 2023 e serie storica 2006-2023 (Tavole 8 e 10). www.istat.it

IPCC, Sixth Assessment Report, Working Group I (2021), Capitolo 11, Weather and Climate Extreme Events in a Changing Climate. www.ipcc.ch

SNPA-ISPRA, Il clima in Italia nel 2024, Rapporto SNPA 44/2025. www.isprambiente.gov.it

Sabbioni C., Brimblecombe P., Cassar M. (a cura di), The Atlas of Climate Change Impact on European Cultural Heritage, Anthem Press, 2010. Progetto NOAH’S ARK, Unione Europea, Sesto Programma Quadro, 2004-2007.

Climate for Culture, progetto dell’Unione Europea, Settimo Programma Quadro, 2009-2014. Coordinamento Fraunhofer.

G.W. Scherer, Stress from crystallization of salt, Cement and Concrete Research, vol. 34, 2004. The Building Conservation Directory, Salt Crystallisation in Masonry, www.buildingconservation.com

Dinamica della risalita capillare: M.A. Hall, W.D. Hoff, modello a fronte netto (Sharp Front Model); S.J. I’Anson, W.D. Hoff, Water movement in porous building materials, effetti dell’evaporazione sull’altezza di equilibrio; A. Hall, A. Hamilton, W.D. Hoff, H.A. Viles, J.A. Eklund, Moisture dynamics in walls: response to micro-environment and climate change, Proceedings of the Royal Society A.

G.J. Burch, I.D. Moore, J. Burns, Soil hydrophobic effects on infiltration and catchment runoff, Hydrological Processes, vol. 3, 1989; e Hydrology and Earth System Sciences (HESS), Does drought alter hydrological functions in forest soils?, 2016.

Innalzamento delle falde costiere: U.S. Geological Survey (modello CoSMoS-GW); K.M. Befus et al., Nature Climate Change, 2020; A.L. Bosserelle et al., Earth’s Future, 2022.

UNI EN 12056-3:2001 e UNI EN 752 (sistemi di scarico e di drenaggio). D.M. 17 gennaio 2018, Norme Tecniche per le Costruzioni, Capitolo 6 (paragrafi 6.2.1 e 6.2.2). D.M. 5 luglio 1975, requisiti igienico-sanitari dei locali di abitazione.

L’autore

Renzo Spedicato. Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore del volume “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).


Ditta Renzo-ArtHome
di Spedicato Oronzo
Specialista in risanamenti di interrati e umidità di risalita
E-mail: renzo.spedicato@gmail.com  ·  PEC: renzoarthome@pec.it
Cell.: +39 335 844 2978  ·  Ufficio: +39 371 775 4189
P.IVA 02475540304
WhatsAppFacebookLinkedInTikTokYouTubeInstagram
Murature umide: cause e rimedi

Murature umide: cause e rimedi
Grafill, 2026
Vai al libro →

Leggi anche