Tempi, stratigrafie e criteri di collaudo: un confronto fra metodi di stima
Sommario
L'intervento contro l'umidità di risalita capillare, qualunque sia la tecnica adottata, interrompe l'apporto di nuova acqua dal terreno ma non rimuove l'acqua già contenuta nella muratura. Il prosciugamento che ne segue è la fase più lunga, più fraintesa e meno documentata dell'intero processo di risanamento. Questo studio mette a confronto quattro metodi di stima del tempo di asciugatura (un bilancio di massa di tipo fisico, una parametrizzazione di tradizione massariana, la regola pratica LABC e la formula empirica di Albanesi) applicati a sei stratigrafie murarie tipiche (muri di diverso materiale, spessore e numero di lati esposti all'aria), a parità di condizioni al contorno. I risultati mostrano tre fatti: il tempo cresce in modo fortemente non lineare con lo spessore; il materiale incide attraverso la permeabilità al vapore quanto e più dello spessore; e per le murature dense e poco traspiranti i metodi divergono di un ordine di grandezza, segnalando che in quei casi la previsione analitica non è affidabile e va sostituita dalla misura strumentale. In pratica, i tempi vanno da poche settimane o pochi mesi per un tramezzo sottile e traspirante a uno o più anni per un muro spesso e poco traspirante, come mostra la Tabella 2. Si discutono infine i sali igroscopici come fattore che può rendere irraggiungibile l'asciugatura naturale, i criteri di misura del contenuto d'acqua (UNI 11085, UNI 11121) e gli indici di collaudo del prosciugamento, in assenza di una norma dedicata.
Parole chiave: umidità di risalita, asciugatura, prosciugamento, barriera anticapillare, sali igroscopici, intonaco di risanamento, contenuto d'acqua, collaudo.
1. Introduzione
L'umidità di risalita capillare è una delle patologie più diffuse dell'edilizia storica e tradizionale. L'acqua del terreno sale per capillarità nella muratura, trasportando sali solubili, e produce il quadro tipico: fascia umida alla base delle pareti con bordo superiore ondulato, distacco degli intonaci, efflorescenze saline (le tipiche velature e croste biancastre in superficie), degrado dei materiali.
Gli interventi di interruzione della risalita, dalla barriera chimica per iniezione di prodotti idrofobizzanti al taglio meccanico con inserimento di membrana, sono ampiamente praticati e, se correttamente eseguiti, efficaci nel loro compito specifico: impedire alla muratura di assorbire nuova acqua dal basso. Va detto che "ben eseguiti" non è un dato scontato, proprio sui muri che questo studio prende a esempio. Nelle murature spesse, eterogenee (a sacco, con vuoti, ciottoli o malta dilavata) e molto bagnate, l'iniezione fatica a generare una barriera continua: il prodotto non diffonde in modo uniforme, l'umidità elevata ostacola la reazione, e spesso servono file multiple di fori senza che la continuità sia garantita. Le due grandi famiglie di iniettati, idrofobizzanti (silani e silossani, che rivestono i capillari e li lasciano aperti) e otturanti (silicati, che tendono a chiudere i pori), hanno limiti diversi. Per i prodotti idrofobizzanti certificati (WTA 4-10:2024) la qualificazione copre l'impiego fino a gradi di saturazione elevati (le prove arrivano al 95% del grado di saturazione), ma non oltre: su muratura prossima alla saturazione l'efficacia non è più garantita e può servire una pre-asciugatura. Le due tecniche non sono poi equivalenti per invasività: il taglio meccanico, che interrompe fisicamente la continuità della muratura, è poco indicato o sconsigliato sulle murature storiche eterogenee, a sacco o di pregio, per ragioni strutturali e conservative, in particolare in zona sismica, mentre l'iniezione, meno invasiva, è oggi la via prevalente. La scelta della tecnica esula comunque da questo studio, che riguarda ciò che accade dopo: l'asciugatura.
Quel compito è infatti solo la metà del problema. La muratura, al momento dell'intervento, contiene già una quantità d'acqua accumulata in anni o decenni di risalita. Quell'acqua non viene rimossa dalla barriera: deve uscire per evaporazione, lentamente, governata dalla fisica del trasporto nei materiali porosi.
È in questa fase, l'asciugatura, che si concentra la gran parte delle controversie tra committenti e operatori. Il committente, informato male o non informato affatto, si aspetta un muro asciutto in poche settimane; vede invece una parete che resta bagnata per mesi e che, anzi, espelle sali in superficie come se peggiorasse. Ne deriva il sospetto che l'intervento sia fallito, quando nella maggior parte dei casi il prosciugamento sta procedendo regolarmente.
Lo scopo di questo lavoro è duplice. Sul piano quantitativo, fornire un ordine di grandezza realistico dei tempi di asciugatura in funzione della stratigrafia muraria, confrontando metodi di stima differenti per evidenziarne convergenze e limiti. Sul piano operativo, tradurre questi risultati in criteri verificabili: quando si può stimare e quando si deve misurare, con quali strumenti, e quali sono i veri errori da evitare nella fase successiva all'intervento.
2. Quadro fisico: perché la barriera non asciuga
Conviene fissare subito la distinzione concettuale che regge tutto il resto. Una barriera anticapillare introduce, alla base del muro, una discontinuità che l'acqua del terreno non può attraversare per capillarità. Da quel momento l'apporto dal basso cessa. Ma l'acqua già presente nello spessore della muratura resta dove si trova: la barriera chiude l'ingresso, non svuota il serbatoio.
Lo svuotamento avviene per un solo meccanismo dominante: l'acqua liquida migra per capillarità verso le superfici, dove evapora e cede vapore all'aria. La velocità del processo è quindi limitata da due colli di bottiglia in serie: il trasporto interno dell'acqua verso la superficie, che dipende dalla microstruttura del materiale e dal cammino che l'acqua deve percorrere, e lo smaltimento del vapore dalla superficie all'ambiente, che dipende da temperatura, umidità relativa e ventilazione.
Due conseguenze immediate. La prima è che il tempo di asciugatura non può essere proporzionale al solo spessore: man mano che lo strato umido arretra in profondità, il cammino dell'acqua si allunga e il processo rallenta. La seconda è che chiudere superficialmente la muratura, per esempio con un intonaco poco traspirante applicato troppo presto, equivale a strozzare il secondo collo di bottiglia e a fermare di fatto l'asciugatura. Su questi due punti si torna nel seguito.
3. Materiali e metodi
3.1 I quattro metodi di stima
Non esiste una formula unica e universalmente accettata per il tempo di asciugatura di una muratura. La letteratura tecnica offre approcci diversi, ciascuno con ipotesi e limiti propri. In questo studio se ne confrontano quattro, scelti perché rappresentativi di filosofie distinte. Le formule complete e i parametri di taratura sono riportati in Appendice A, per trasparenza e riproducibilità.
a) Bilancio di massa (modello fisico). Si stima la massa d'acqua da rimuovere per unità di superficie (densità per spessore efficace per la variazione di contenuto d'acqua) e la si divide per una velocità di evaporazione, distinguendo una prima fase a velocità costante, governata dall'evaporazione superficiale (fronte umido in prossimità della superficie), e una seconda fase a velocità decrescente, in cui il fronte evaporativo arretra nello spessore e il limite diventa il trasporto capillare interno. Si tratta di un bilancio a due flussi di evaporazione costanti, ispirato all'ordine di grandezza dei dati di trasporto capillare in laterizio, pietra e calcestruzzo (Hall e Hoff), non di un modello diffusivo del fronte di asciugatura. In questa forma il tempo cresce in modo lineare con lo spessore; ed è proprio questa ipotesi semplificatrice, che non incorpora il rallentamento progressivo descritto al paragrafo 2, una delle ragioni per cui il metodo diverge dagli altri sulle murature spesse.
b) Parametrizzazione massariana. A Massari si deve la classificazione igienica del contenuto d'acqua usata in questo studio (soglia del 3% in massa per la condizione non più patologica), non una formula esplicita del tempo di asciugatura. Si adotta qui una parametrizzazione che lega il tempo al quadrato dello spessore, ispirata al principio che il tempo cresce con il quadrato del cammino dell'acqua, con un peso esplicito sulla permeabilità al vapore del materiale e tarata su condizioni di riferimento. Il tempo cresce con il quadrato dello spessore.
c) Regola pratica LABC (adattata). Punto di partenza è la regola empirica di settore (Local Authority Building Control, Regno Unito), comunemente espressa come "circa un mese ogni venticinque millimetri di spessore". Nel confronto la si riporta alla cornice ambientale comune e la si arricchisce di due correzioni rispetto alla forma grezza: un fattore di traspirabilità, che la rende sensibile al materiale, e un fattore legato al contenuto d'acqua da rimuovere. Resta lineare nello spessore. La regola grezza, indipendente dal materiale, è recuperabile come caso particolare (laterizi) e darebbe per la pietra da 50 cm circa venti mesi, contro i trentatré della versione adattata.
d) Formula di Albanesi. Formula empirica T = P · s², dove s è lo spessore in centimetri e P un coefficiente di prosciugamento dipendente dal materiale. I coefficienti P sono ripresi dalla tabella riportata nella tesi di dottorato di S. Lombardi (Università di Napoli Federico II, 2005, repository fedOA 1036, pagg. 118-119), che li attribuisce ad Albanesi (1982). Parte della letteratura divulgativa presenta gli stessi coefficienti come "metodo di Kettenacker", senza indicare autore né anno: qui si adotta l'attribuzione documentata nella tesi (Albanesi 1982), segnalando la doppia denominazione. La fonte primaria del 1982 non è stata consultata in originale. Ad alcuni materiali (per esempio il tufo) la tabella non assegna un coefficiente: per essi il metodo non è applicabile. Per i calcari il P è dato per la categoria, quindi applicarlo a un calcare poroso (μ basso) è un'estrapolazione di categoria, segnalata in Tabella 1, mentre per il tufo, privo di voce documentata, il metodo resta N/D.
La diversità non è un difetto, è il punto. Due metodi (la parametrizzazione massariana e la formula di Albanesi) sono quadratici nello spessore, due (bilancio fisico e LABC) sono lineari. I due quadratici non sono fonti indipendenti: condividono la dipendenza dal quadrato dello spessore e si differenziano per il modo di pesare il materiale, la permeabilità al vapore nella parametrizzazione massariana, il solo coefficiente sperimentale P in Albanesi. Il loro accordo va quindi letto con cautela. Quando invece concordano metodi di natura diversa (un lineare e un quadratico), la stima è robusta; quando divergono, il caso è intrinsecamente incerto e nessuno dei quattro può essere preso come verità.
3.2 Parametri dei materiali
Per i metodi che dipendono dalle proprietà del materiale servono la densità apparente (ρ), il fattore di resistenza al vapore (μ) e, per Albanesi, il coefficiente di prosciugamento (P). I valori adottati derivano dal prospetto della UNI 10351 (per ρ e μ dei materiali ivi tabellati) e da Albanesi 1982 (per P); sono riassunti in Tabella 1. La UNI 10351 non tabella direttamente il fattore μ per tutte le pietre naturali: i valori di μ del tufo, della pietra calcarea e del calcare riportati in tabella sono stime coerenti con la classe di materiale, non letture dirette della norma (cfr. nota a Tabella 1).
Tabella 1. Parametri dei materiali murari.
Materiale
ρ (kg/m³)
μ (adim.)
P (giorni/cm²)
Mattone pieno
1800
10
0,28
Mattone forato
1000
8
0,28
Tufo vulcanico (tipo campano)
1500
8 *
non documentato
Calcare tenero (poroso)
1900
40 *
1,20 ⚠️
Pietra calcarea compatta
2700
165 *
1,20
Calcestruzzo strutturale
2000
100
1,60
Nota a Tabella 1. I valori di μ contrassegnati con asterisco non sono tabellati direttamente nella UNI 10351 per le pietre naturali: sono stime coerenti con la classe di materiale, soggette a variabilità per cava; i restanti derivano dal prospetto della norma. Il coefficiente P di Albanesi è documentato per categorie ampie (mattone pieno e forato condividono 0,28; i calcari condividono 1,20): per il calcare tenero il valore 1,20 è estrapolato dalla pietra calcarea e va letto con cautela (⚠️); per il tufo, privo di voce documentata, il metodo resta non applicabile. La pietra calcarea compatta (μ = 165) rappresenta il limite sfavorevole, non il calcare poroso medio del costruito storico (pietra leccese, tufo calcareo, pietra di Vicenza).
Si noti l'ampiezza dell'intervallo di μ: dal valore 8 del tufo vulcanico e del mattone forato al 165 della pietra calcarea compatta. Poiché la permeabilità al vapore entra direttamente nella capacità della muratura di cedere acqua, questa sola colonna anticipa gran parte dei risultati.
3.3 Scenario di riferimento
Per isolare l'effetto della stratigrafia, tutti i calcoli sono stati condotti a condizioni al contorno identiche, riportando i quattro metodi alla stessa cornice ambientale:
temperatura 20 °C, umidità relativa 50%, ventilazione di riferimento (condizioni assunte come fattore ambientale unitario);
umidità iniziale della muratura pari all'11% in massa (classe "alta", muratura sensibilmente bagnata). L'11% è realistico per laterizi e materiali porosi; per i lapidei molto compatti (pietra con densità vicina a 2700 kg/m³, porosità di pochi punti percentuali) è da intendere come limite superiore teorico, e il caso "pietra calcarea 50 cm" va letto come confronto a parità di stato convenzionale, non come stato fisico misurabile in quel materiale;
soglia di asciugatura convenzionale posta al 3% in massa, scelta come riferimento comune a tutte le stratigrafie per renderne confrontabili i tempi. È una soglia igienica di abitabilità (classificazione di Massari per la condizione non più patologica), non l'umidità di equilibrio del materiale, che dipende da porosità e materiale ed è variabile (cfr. §7); l'operatore la adegua al caso reale.
Una avvertenza sul parametro umidità: l'11% è un contenuto d'acqua in massa, non un grado di saturazione dei pori; lo stesso valore corrisponde a stati molto diversi secondo la porosità, e per i materiali densi a bassa porosità l'11% implica già una saturazione molto alta, vicina al limite di lavoro degli iniettati certificati.
Questa scelta rende i confronti tra stratigrafie leciti: poiché lo scenario è comune a tutti, le differenze nei tempi derivano unicamente dal muro. I valori assoluti vanno letti come ordini di grandezza, non come date garantite.
Va segnalato che proprio i locali più spesso colpiti dalla risalita (interrati, ambienti controterra, vani poco ventilati) si trovano di norma in condizioni più sfavorevoli di quelle qui assunte: temperature più basse, umidità relativa più alta, scarsa ventilazione. Per essi i tempi di tabella vanno letti come un minimo, da aumentare anche sensibilmente: in ambiente controterra (intorno a 12 °C, 75% di umidità relativa, aria quasi ferma) possono richiedere tempi da due a tre volte superiori, in una cantina fredda anche di più. I tempi vanno inoltre intesi come mesi utili di asciugatura, non di calendario: il prosciugamento è stagionale, avanza nei mesi caldi e ventilati e quasi si arresta d'inverno, e il tempo di calendario per lo stesso risultato può arrivare a circa il doppio.
3.4 Le stratigrafie analizzate
Sono state considerate stratigrafie rappresentative del costruito italiano, variando materiale, spessore e numero di facce libere all'evaporazione: dal tramezzo sottile in forati che asciuga da entrambi i lati, al muro perimetrale in pietra calcarea compatta di mezzo metro, scelto come caso limite sfavorevole, che asciuga da un lato solo. Quest'ultima distinzione, una o due facce, è cruciale e viene trattata separatamente (paragrafo 4.3).
4. Risultati
4.1 Tempo di asciugatura in funzione dello spessore
La Figura 1 riporta il valore orientativo (mediana dei metodi applicabili, privo di valore statistico e indicativo del solo ordine di grandezza) del tempo di asciugatura in funzione dello spessore, per quattro materiali, con asciugatura da una sola faccia. L'asse verticale è in scala logaritmica: i valori coprono quasi due ordini di grandezza.

Figura 1. Tempo di asciugatura in funzione dello spessore.
Tre letture. Primo, la crescita con lo spessore è marcata: per il mattone pieno si passa da pochi mesi a 15 cm a oltre un anno a 40 cm. Secondo, le curve dei materiali si separano nettamente: mattone e tufo restano in basso (alta traspirabilità), calcestruzzo e calcare denso salgono molto più ripidamente (bassa traspirabilità: per il tufo la stima poggia su tre metodi, perché la fonte primaria di Albanesi non gli assegna un coefficiente), fino a tempi che, oltre il mezzo metro, si misurano in anni. Terzo, la distanza verticale tra le curve a parità di spessore mostra che il materiale, da solo, può cambiare il tempo di asciugatura di un fattore vicino a quattro: non è solo questione di quanto è spesso il muro, ma di quanto traspira.
4.2 Confronto dei quattro metodi per stratigrafia
La Figura 2 e la Tabella 2 confrontano i quattro metodi su sei stratigrafie. È il risultato metodologicamente più importante.

Figura 2. Confronto dei quattro metodi per stratigrafia.
Tabella 2. Tempi di asciugatura per stratigrafia (mesi, arrotondati).
Stratigrafia
Fisico
Massari
LABC
Albanesi
Forbice
Valore orientativo (mediana)
Tramezzo forato 12 cm, 2 facce
2
<1
2
<1
<1 – 2
~1
Mattone pieno 25 cm, 1 faccia
16
9
7
6
6 – 16
~8
Mattone pieno 40 cm, 1 faccia
25
22
11
15
11 – 25
~18
Tufo vulcanico 50 cm, 1 faccia
26
30
13
N/D
13 – 30
~26
Pietra calcarea compatta 50 cm, 1 faccia
47
186
33
99
33 – 186
~73 *
Calcestruzzo strutturale 30 cm, 1 faccia
21
50
17
47
17 – 50
~34 *
Forbice = distanza tra la stima minima e la massima. N/D = metodo non applicabile (la fonte primaria non documenta il coefficiente). Valore orientativo = mediana dei metodi applicabili: fissa solo l'ordine di grandezza e va ignorato dove i metodi divergono (pietra, calcestruzzo, segnati con asterisco), casi in cui fanno fede la forbice e la misura. I valori derivano dal calcolo e vanno letti come ordini di grandezza, non come date garantite.
Per le murature in laterizio i quattro metodi convergono entro una forbice ragionevole: il muro in mattone pieno da 40 cm è stimato da tutti tra circa un anno e poco più di due, e la stima è quindi affidabile. Per le murature dense e poco traspiranti, invece, i metodi divergono fortemente: sulla pietra calcarea compatta da 50 cm (caso limite, materiale denso e poco poroso) si va da meno di tre anni (LABC) a oltre quindici (Massari), con un rapporto di oltre cinque tra il valore minimo e il massimo.
Questa forbice ha due componenti distinte, ed è onesto separarle. Circa la metà nasce da una differenza di modellazione legittima e dichiarata, il fatto che due metodi crescano col quadrato dello spessore e due in modo lineare: su mezzo metro questo divario strutturale vale già un fattore di poco superiore a due. L'altra metà nasce dal modo, non documentato nelle fonti originali e calibrato in questo studio, in cui i due metodi pesano la bassa traspirabilità del materiale: su una pietra molto compatta questo introduce da solo un ulteriore fattore di poco superiore a due. La conseguenza pratica si rafforza: per questi materiali il tempo non è prevedibile con una singola formula, e parte della dispersione è incertezza del modello, non del muro. In quei casi la stima analitica va abbandonata a favore della misura strumentale ripetuta nel tempo.
Box. Stima a mano in cantiere. Per un controllo rapido, la formula di Albanesi T = P · s² (s in centimetri, P il coefficiente del materiale) riproduce la colonna corrispondente della Tabella 2. Esempio: mattone pieno da 40 cm che asciuga da una faccia, P = 0,28; T = 0,28 × 1600 = 448 giorni, circa 15 mesi; da due facce lo spessore efficace è 20 cm, T = 0,28 × 400 = 112 giorni, circa 4 mesi. La regola del pollice LABC, un mese ogni 25 mm, dà per lo stesso muro 40/2,5 = 16 mesi a faccia singola: è volutamente prudenziale; nelle tabelle di questo studio la stessa regola è corretta per l'umidità iniziale effettiva e restituisce un valore più basso (circa 11-12 mesi). La differenza non è un errore: la regola a spanne sovrastima di proposito. In entrambi i casi il numero è un ordine di grandezza, non una data: fanno fede le misure strumentali.
4.3 Effetto delle facce di asciugatura
A parità di muro, asciugare da uno o da due lati cambia radicalmente i tempi, perché con due facce libere lo spessore efficace che l'acqua deve percorrere si dimezza. La Figura 3 quantifica l'effetto sul valore orientativo.

Figura 3. Effetto delle facce di asciugatura.
Il passaggio da una a due facce riduce il tempo di un fattore compreso tra circa due e tre: il muro in mattone pieno da 40 cm passa da circa 18 a circa 7 mesi, il calcestruzzo da 34 a 11. Il fattore non arriva a quattro perché solo due dei quattro metodi sono quadratici (e quindi beneficiano in pieno del dimezzamento dello spessore efficace), mentre gli altri due sono lineari. È un punto pratico di grande peso: un muro perimetrale controterra, che può asciugare solo verso l'interno, è in condizione molto più sfavorevole di un tramezzo che evapora da entrambi i lati, anche a parità di materiale e spessore. Una precisazione: il dimezzamento dello spessore efficace vale quando le due facce evaporano verso ambienti con forza motrice confrontabile, come il tramezzo fra due locali interni. Per un muro a due facce ma asimmetrico, tipicamente il perimetrale fuori terra con un lato interno riscaldato e ventilato e un lato esterno freddo e spesso più umido, la faccia sfavorita contribuisce poco e il beneficio reale resta inferiore a quello calcolato: il caso va valutato a parte, e nel dubbio conviene trattarlo come a faccia singola.
5. Il ruolo dei sali
I tempi calcolati descrivono l'uscita dell'acqua. Ma l'acqua di risalita non è pura: trasporta sali solubili (solfati, nitrati, cloruri) che si concentrano nella fascia di evaporazione e restano nella muratura anche dopo l'intervento. Durante l'asciugatura questi sali cristallizzano dove l'acqua evapora, affiorando come efflorescenze (la classificazione delle forme di alterazione segue la UNI 11182, la quantificazione dei sali solubili la UNI 11087). È utile distinguere l'efflorescenza superficiale, sale che cristallizza sulla faccia del muro ed è segno atteso di asciugatura, dalla subefflorescenza (UNI 11182), che cristallizza nello spessore subito sotto la superficie ed è la forma dannosa che distacca l'intonaco. La comparsa di efflorescenze nei mesi successivi all'intervento è dunque attesa e, di per sé, segno che il muro sta cedendo acqua, non che il lavoro sia fallito.
Il problema è un altro, ed è di natura chimica. Alcuni sali sono igroscopici: al di sopra di una certa umidità relativa dell'aria, propria di ciascun sale (umidità di deliquescenza), assorbono vapore acqueo direttamente dall'ambiente e tornano in soluzione. La conseguenza è netta e controintuitiva:
se la muratura conserva un carico rilevante di sali igroscopici e l'aria dell'ambiente supera la loro umidità di deliquescenza, la superficie non si asciuga, indipendentemente dall'efficacia della barriera.
In questa condizione la causa dell'umidità non è più sotto, nel terreno, ma dentro il muro, nel sale che pesca acqua dall'aria. Interrompere la risalita è allora necessario ma non sufficiente: occorre ridurre il carico salino prima di considerare conclusa l'asciugatura e prima di reintonacare. Il tipo di sale (solfati, nitrati, cloruri secondo UNI 11087) determina aggressività, umidità di deliquescenza e quindi strategia. L'estrazione a impacco (impasti di cellulosa o argille tipo sepiolite e attapulgite) sfrutta l'acqua del muro come veicolo e funziona solo finché il muro è ancora umido, a cicli ripetuti; lo strato sacrificale si satura di sali e va rimosso e rifatto, non è una finitura definitiva. Il comportamento è stagionale: nei mesi umidi i sali deliquescenti richiamano acqua e le macchie riaffiorano, e la ricomparsa invernale non significa fallimento.
Questo non significa che l'asciugatura forzata sia un errore. Va solo capito su cosa agisce. Un deumidificatore, e più in generale la ventilazione del locale, lavora sul secondo dei due colli di bottiglia descritti al paragrafo 2: abbassa l'umidità relativa dell'aria e smaltisce il vapore dalla superficie, accelerando la fase superficiale. Non tocca il primo collo di bottiglia, il trasporto dell'acqua dall'interno verso la superficie, che dipende dalla microstruttura del muro. Per questo su murature spesse e dense rende molto meno dell'atteso: per quanto si asciughi l'aria, l'acqua profonda arriva in superficie alla velocità che il materiale le consente. Ha senso quando il locale è chiuso, nella fase iniziale e con umidità dell'aria alta; va sempre lasciato lavorare a porte e finestre chiuse. Va invece subordinato al problema dei sali quando il carico salino è igroscopico: prima si riduce il sale, perché un'estrazione d'acqua troppo rapida concentra i sali e ne accelera la cristallizzazione, talvolta in forma dannosa.
6. Discussione
6.1 Spessore e materiale
I risultati confermano e quantificano due intuizioni. Lo spessore conta in modo non lineare: i metodi quadratici lo penalizzano fortemente, e anche il valore orientativo, che media metodi quadratici e lineari, cresce più che proporzionalmente. Ma il materiale conta quanto lo spessore, e per la via della permeabilità al vapore. Tre dei quattro metodi pesano esplicitamente questa permeabilità; il solo bilancio di massa, per costruzione, distingue i materiali in base alla massa d'acqua (densità e contenuto iniziale) e non alla resistenza al vapore, ed è anche per questo che tende a sottostimare la divergenza sui materiali più compatti. Un muro spesso ma traspirante (tufo, laterizio) può asciugare prima di un muro più sottile ma compatto (pietra densa, calcestruzzo). Qualunque previsione che guardi solo ai centimetri, ignorando la natura del materiale, è destinata a sbagliare.
6.2 Quando la stima non basta
La divergenza dei metodi sulle murature poco traspiranti (paragrafo 4.2) ha un corollario operativo forte: esiste una classe di casi in cui il tempo di asciugatura non è stimabile in modo utile a priori. Per quei muri, dichiarare un tempo preciso è una falsa certezza. L'unica risposta corretta è il monitoraggio: misurare il contenuto d'acqua nello stesso punto a intervalli regolari e seguire la curva reale di prosciugamento, anziché fidarsi di un numero calcolato. Le formule servono a dare l'ordine di grandezza e ad ancorare le aspettative; non sostituiscono la misura.
6.3 L'errore della fase successiva
Il punto più dannoso non è nell'intervento, ma in ciò che si fa dopo. Reintonacare troppo presto, e con un intonaco poco traspirante, chiude il secondo collo di bottiglia descritto nel paragrafo 2: l'acqua non evapora più dalla superficie, si spinge più in alto e ricompare oltre il bordo del nuovo intonaco, mentre i sali, intrappolati dietro lo strato compatto, cristallizzano nello spessore e distaccano l'intonaco.
Le due regole conseguenti sono semplici, ma vanno calate nel cantiere reale, dove quasi nessun committente accetta di vivere mesi con il muro scrostato in soggiorno. Prima regola, non chiudere la muratura finché non ha asciugato, senza per questo condannarla a restare nuda, e lasciarla traspirare: parete libera e ventilata, senza pitture filmanti, senza battiscopa o zoccolature impermeabili al piede, senza contropareti chiuse e senza mobili a ridosso. La sequenza praticabile è in tre tempi: scrostare l'intonaco degradato fino al vivo e lasciare la parete traspirare qualche settimana; applicare poi un solo strato sacrificale, un intonaco macroporoso ad alta traspirabilità che riconsegna subito l'ambiente abitabile e nel frattempo continua a estrarre i sali; monitorare il contenuto d'acqua con misure ripetute. Questo strato è per sua natura provvisorio: si rimuove e si rifà una volta verificato il prosciugamento. L'attesa va gestita anche sul piano della salubrità: una muratura nuda e ancora umida in ambiente confinato favorisce la formazione di muffe e peggiora la qualità dell'aria, perciò vanno assicurati ricambio d'aria e controllo periodico di condense e colonie fungine, a tutela di maestranze e occupanti; la fase protratta, quando ricade in cantiere, è materia di PSC e POS.
Seconda regola, la finitura definitiva si applica solo a prosciugamento verificato, una volta ridotto il carico salino, con intonaci di risanamento traspiranti (malte classificate di tipo R secondo UNI EN 998-1 e, soprattutto, qualificate secondo i criteri prestazionali WTA 2-9-20/D, che fissano porosità, ridotta capillarità e permeabilità al vapore che la sola EN 998-1 non garantisce), concepiti per lasciar passare il vapore e depositare i sali nei propri pori senza degradarsi. Prima del reintonaco conta la preparazione del supporto: rimuovere l'intonaco degradato fino alla muratura sana, spazzolare e aspirare i sali superficiali, applicare se serve un rinzaffo aggrappante poroso e discontinuo, verificare la compatibilità tra malta nuova e supporto storico (porosità, modulo elastico, ritiro). Mai chiudere con intonaci compatti e impermeabili.
6.4 Quando l'umidità persiste perché qualcosa è andato storto
Per onestà metodologica va detto l'opposto di quanto sostenuto finora: non sempre un muro che resta umido sta solo asciugando. Tre cause alternative vanno escluse prima di rassicurare il committente con il "è solo asciugatura". La barriera può essere stata eseguita male o risultare inefficace, soprattutto in murature spesse, eterogenee o molto bagnate. La diagnosi iniziale può essere stata sbagliata, attribuendo alla risalita un'umidità in realtà dovuta a condensa o a infiltrazione, casi in cui la barriera non poteva funzionare per definizione. Oppure il carico salino igroscopico, descritto al paragrafo 5, mantiene la parete umida a dispetto della barriera. I segnali che distinguono questi casi da un'asciugatura regolare sono concreti: un contenuto d'acqua che, a misure ripetute nel tempo, non cala affatto; una macchia che non si sposta né si riduce su tempi lunghi; l'assenza di una diagnosi differenziale all'origine. Il monitoraggio strumentale, di nuovo, è ciò che separa la pazienza giustificata dall'attesa di un risultato che non arriverà.
6.5 La gestione del tempo in cantiere
Tempi che si misurano in mesi o in anni pongono un problema che la fisica non risolve: nessun cantiere tiene un ponteggio aperto e gli oneri di sicurezza attivi per nove, diciotto o novanta mesi in attesa che il muro asciughi. Il modo corretto di affrontarlo è separare contrattualmente l'intervento in due fasi. La prima comprende l'interruzione della risalita, la rimozione degli intonaci degradati e dello strato più contaminato dai sali, e l'eventuale strato sacrificale traspirante; al termine il cantiere può chiudersi e il ponteggio essere smontato. La seconda, la finitura definitiva, va contrattualizzata a parte e subordinata all'esito positivo del collaudo del prosciugamento (paragrafo 7). Sul piano gestionale: un verbale di sospensione o di consegna parziale che fotografi lo stato a fine prima fase, l'individuazione chiara di chi risponde della parete durante l'intervallo, e la previsione che la finitura sia un lotto autonomo, attivabile solo a collaudo superato. Per le murature dense con tempi pluriennali questa separazione è una necessità: vincolare la finitura al raggiungimento dell'umidità fisiologica, e non a una data, è l'unico modo per non reintonacare su un muro ancora bagnato.
Sul piano delle competenze, ferma restando l'assenza di un quadro normativo dedicato, la buona prassi distribuisce i compiti: la diagnosi differenziale e la scelta della tecnica al tecnico che redige il progetto; l'esecuzione della barriera e degli strati sacrificali all'impresa, tenuta alla posa a regola d'arte; la verifica quantitativa del contenuto d'acqua a una misura strumentale tracciabile (laboratorio per il metodo ponderale UNI 11085, operatore qualificato per il carburo di calcio UNI 11121), il cui esito documentato è la sola base oggettiva per decidere quando reintonacare.
7. Misura del contenuto d'acqua e collaudo del prosciugamento
La verifica dello stato di asciugatura non può affidarsi al tatto né agli strumenti a contatto di tipo conduttivo o capacitivo (i comuni misuratori "a puntale"). Questi ultimi non forniscono una misura quantitativa del contenuto d'acqua e, in murature salinizzate, risentono della presenza dei sali, che alterano la lettura: sono utili per una ricognizione rapida, non per certificare la fine di un risanamento.
La misura corretta è quantitativa e si esegue su un campione prelevato nello spessore della muratura, non solo in superficie. I metodi normati sono due e complementari: il metodo ponderale gravimetrico di laboratorio (UNI 11085), più preciso, e il metodo al carburo di calcio in cantiere (UNI 11121, che impiega un reagente che a contatto con l'acqua sviluppa acetilene, gas infiammabile, e va eseguito da operatore formato con le cautele d'uso). Entrambi restituiscono il contenuto d'acqua in percentuale di massa, un numero verificabile.
Il prelievo non è un gesto neutro: è un foro nel muro, da eseguire in punti rappresentativi (non sui giunti di malta né su zone già trattate), a più profondità nello spessore (superficie, mezzo spessore, cuore) e a più quote dalla base, annotando per ciascun campione quota e profondità e richiudendo poi il foro. Lo stesso muro restituisce valori diversi a seconda del punto: solo registrando dove si è prelevato il dato diventa confrontabile nel tempo e tra operatori.
L'obiettivo non è l'azzeramento, fisicamente impossibile, ma il rientro verso l'umidità fisiologica del materiale, cioè il livello che la muratura avrebbe in assenza della patologia. Per il collaudo del prosciugamento non esiste, a oggi, una norma dedicata. Per essere difendibile in contraddittorio, il collaudo richiede numeri operativi, non solo principi. In assenza di una norma, una prassi tecnica consolidata fissa uno schema di prelievo e due indici di esito. Schema di prelievo: per ogni parete, almeno tre piani verticali di misura (a un sesto, a metà e a cinque sesti della lunghezza), con un minimo di tre punti per ambiente; in ciascun piano i prelievi a tre quote dal pavimento (circa 40, 140 e 240 cm) e ad almeno due profondità nello spessore (mezzo spessore e un quinto dello spessore; per murature oltre il metro, a 20 e 50 cm). Indici di esito sul singolo punto: il grado di prosciugamento, che confronta lo stato dopo con lo stato prima dell'intervento, e l'umidità residua, intesa come scarto fra il contenuto d'acqua misurato e l'umidità fisiologica del materiale. Valori di riferimento della prassi: grado di prosciugamento maggiore di circa il 75% e umidità residua inferiore a circa il 3%, con rilievi a 4-8 mesi dall'intervento. Il muro si dichiara asciutto solo se la condizione è soddisfatta in ogni punto e confermata su almeno due campagne successive. Va ribadito che questa umidità residua, scarto rispetto al valore fisiologico, è una grandezza diversa dal 3% igienico citato al paragrafo 3.3, anche quando i due numeri coincidono per caso. Restano buone prassi e non obblighi di legge.
Dalla teoria al capitolato. Le indicazioni qui discusse si traducono in poche voci computabili e contestabili in contraddittorio; quantità, quote e cadenze vanno fissate nel progetto specifico.
1. Rimozione dell'intonaco ammalorato fino a muratura nuda: a metro quadrato di parete; accettazione, superficie priva di intonaco distaccato o decoeso, asportazione dello strato più contaminato dai sali.
2. Intonaco di risanamento traspirante, malta tipo R conforme a UNI EN 998-1, su muratura prosciugata: a metro quadrato, per spessore e numero di mani indicati; accettazione, malta marcata R con scheda tecnica, messa in opera non prima del rientro del contenuto d'acqua nei limiti del punto 3.
3. Determinazione del contenuto d'acqua su campione prelevato nello spessore: cadauno per punto, con numero di punti e quote da fissare; metodo ponderale di laboratorio (UNI 11085) o al carburo di calcio in cantiere (UNI 11121); accettazione, contenuto d'acqua rientrato verso il valore fisiologico, in assenza di soglia normata il riferimento è concordato in capitolato.
4. Monitoraggio del prosciugamento: a corpo o a campagna, con rilievi ripetuti sugli stessi punti a cadenza concordata (per esempio ogni 2-3 mesi); accettazione, curva del contenuto d'acqua decrescente e stabilizzata su due rilievi consecutivi.
Una precisazione necessaria sull'ambito normativo. I Criteri Ambientali Minimi per l'edilizia, che per gli interventi sull'umidità richiedono una diagnosi documentata e una misura quantitativa con i metodi sopra citati, sono cogenti per gli appalti pubblici. Per il committente privato non costituiscono un obbligo generalizzato: rappresentano un riferimento di buona pratica e possono diventare vincolanti solo in presenza di lavori pubblici o di specifici incentivi che li richiamino, o di un richiamo esplicito in capitolato. Resta comunque vero che una misura quantitativa, in qualsiasi contesto, è l'unica prova oggettiva che l'intervento ha raggiunto il suo obiettivo.
8. Conclusioni
L'interruzione della risalita è un atto tecnico breve e, se ben eseguito, efficace nel suo compito. Ma è solo la metà del risanamento, ed è la metà rapida. L'altra metà, l'asciugatura della muratura, è lenta, governata dalla fisica del trasporto dell'acqua e dalla chimica dei sali, e si misura in mesi o in anni, non in settimane.
Il confronto fra metodi di stima, applicato a stratigrafie reali, porta a tre conclusioni operative. Primo, il tempo di asciugatura dipende in modo forte e non lineare dallo spessore e, in pari misura, dalla permeabilità al vapore del materiale: ogni previsione deve tenere conto di entrambi. Secondo, esiste una classe di murature, quelle dense e poco traspiranti, per cui i metodi divergono di un ordine di grandezza e la stima a priori non è affidabile: lì la previsione va sostituita dalla misura strumentale ripetuta. Terzo, i sali igroscopici possono rendere irraggiungibile l'asciugatura naturale, e vanno affrontati come problema autonomo rispetto alla risalita.
Sul piano della committenza, la conseguenza è una sola: la qualità di un intervento contro la risalita non si giudica nei giorni successivi all'iniezione, ma nei mesi successivi, sulla base di misure quantitative e di scelte corrette nella fase di reintonaco. Il muro non mente, ma non ha fretta: non lo si giudica nei giorni dopo l'intervento, lo si misura nei mesi e lo si aspetta.
Bibliografia e riferimenti
Affidabilità: ✅ fonte verificata e consultabile; ⚠️ da usare con cautela (ritirata, o catena di fonti secondaria).
✅ UNI 11085:2003, Beni culturali. Materiali lapidei naturali ed artificiali. Determinazione del contenuto d'acqua: metodo ponderale.
✅ UNI 11121:2004, Beni culturali. Determinazione del contenuto d'acqua in opera: metodo al carburo di calcio.
⚠️ UNI 11087:2003, Beni culturali. Materiali lapidei. Determinazione del contenuto di sali solubili. Ritirata senza sostituzione il 29/09/2016; citata come metodo di riferimento operativo, non come norma cogente.
✅ UNI 11182:2006, Beni culturali. Materiali lapidei naturali ed artificiali. Descrizione della forma di alterazione: termini e definizioni.
✅ UNI 10351:2021, Materiali e prodotti per edilizia. Proprietà termoigrometriche. Procedura per la scelta dei valori di progetto (valori di densità ρ e fattore di resistenza al vapore μ).
✅ UNI EN 998-1:2016, Specifiche per malte per opere murarie. Malte per intonaci interni ed esterni (malte di risanamento, tipo R).
✅ WTA 4-10 (2024), Iniezione contro l'umidità di risalita capillare (aggiorna e supera la WTA 4-4-04/D).
✅ WTA 4-5-99/D (rev. 2015), Beurteilung von Mauerwerk / Diagnostica della muratura: valutazione dell'umidità e del carico salino.
✅ WTA 2-9-20/D (2020), Sanierputzsysteme (sistemi di intonaco di risanamento).
✅ Criteri Ambientali Minimi per l'edilizia, DM MASE 24/11/2025 (GU n. 281 del 03/12/2025), cogenti per gli appalti pubblici dal 2 febbraio 2026; sostituiscono il DM 23/06/2022. Il criterio 2.3.13 prevede diagnosi documentata e, come approfondimento del piano di indagine, la quantificazione del contenuto d'acqua secondo UNI 11085 o UNI 11121.
✅ G. e I. Massari, Risanamento igienico dei locali umidi, Hoepli, Milano, 1985 (ISBN 9788820312312): trattato di riferimento. ⚠️ La soglia del 3% in massa è un riferimento convenzionale di prassi (classificazione del contenuto d'acqua), non una pagina puntuale verificata su questa fonte né un valore di collaudo normato; la parametrizzazione quadratica qui denominata "massariana" è una taratura ispirata al suo principio, non una sua formula pubblicata.
⚠️ Coefficienti di prosciugamento P della formula T = P · s², attribuiti ad Albanesi (1982). Ripresi dalla tabella alle pagg. 118-119 della tesi di dottorato di S. Lombardi, "Umidità nelle murature: diagnosi e recupero", Università degli Studi di Napoli Federico II, 2005 (repository fedOA n. 1036, fedoa.unina.it/1036). La fonte primaria del 1982 non è stata consultata in originale e il riferimento editoriale completo di Albanesi 1982 non è stato reperito. Gli stessi coefficienti circolano nella letteratura divulgativa come "metodo di Kettenacker", senza autore né anno.
✅ C. Hall, W. D. Hoff, Water Transport in Brick, Stone and Concrete, CRC Press / Taylor & Francis, 2a ed., 2012 (ISBN 978-0-415-56467-0, da verificare su SBN/OPAC). Riferimento per il trasporto capillare; la teoria fonda il bilancio di massa qui adottato. La ripartizione in due fasi e i valori di velocità usati nel calcolo sono una schematizzazione operativa coerente con questa teoria, non valori da essa tabellati (cfr. Appendice A).
✅ Regola pratica LABC (Local Authority Building Control, UK): circa un mese ogni 25 mm di spessore (regola del pollice indipendente dal materiale). Nel testo è usata in forma adattata (vedi 3.1c e Appendice A).
✅ A. E. Charola, Salts in the Deterioration of Porous Materials: An Overview, JAIC 39 (2000): 327-343.
✅ E. Doehne, C. A. Price, Stone Conservation: An Overview of Current Research, Getty Conservation Institute, 2a ed., 2010.
✅ L. Greenspan, Humidity Fixed Points of Binary Saturated Aqueous Solutions, J. Res. NBS 81A (1977): valori di umidità di deliquescenza dei singoli sali (per esempio NaCl circa 75%, Na2SO4 circa 87%, KNO3 circa 92%, MgCl2 circa 33%, CaCl2 circa 30% a 25 °C).
Appendice A. Note sui metodi, sui limiti e sulle figure
I quattro metodi sono stati riportati a condizioni al contorno comuni per renderne lecito il confronto. La struttura nello spessore rispetta la forma di letteratura per i metodi che ne hanno una pubblicata: bilancio di massa per il modello fisico, regola lineare per LABC, T = P · s² per Albanesi (con P ripresi dalla tesi Lombardi). La parametrizzazione "massariana" non è una formula letterale di Massari, ma una parametrizzazione quadratica con peso sulla permeabilità al vapore, tarata su condizioni di riferimento.
La dipendenza dal materiale tramite il fattore μ è modellata con esponenti di taratura non presenti nelle formulazioni originali (μ/10 elevato a 0,6 per la parametrizzazione massariana, a 0,3 per LABC), mentre il bilancio fisico non introduce alcun termine in μ. Questi esponenti, e il coefficiente di ancoraggio della parametrizzazione massariana, sono calibrati perché una muratura di riferimento (laterizio, 30 cm, una faccia, umidità iniziale circa 11%, condizioni buone) asciughi in circa dodici mesi; non derivano da un fit su dati sperimentali.
Per trasparenza, le formule complete (Leff spessore efficace in cm; frac frazione di acqua da rimuovere; E fattore ambientale, unitario nello scenario):
Parametrizzazione massariana: T = [365 / (900 · 0,7)] · Leff² · frac · (μ/10)^0,6 · E, in giorni.
LABC adattata: T = 12 · Leff · frac · (μ/10)^0,3 · E, in giorni.
Albanesi: T = P · Leff², in giorni.
Bilancio di massa: massa d'acqua (densità · Leff · frac) ripartita in fase rapida (30%, velocità circa 0,18) e lenta (70%, velocità circa 0,06 kg/m² al giorno), il tutto per E.
Il bilancio di massa adotta due velocità di evaporazione costanti: questi tre valori sono parametri di taratura nell'ordine di grandezza dei dati di trasporto capillare di Hall e Hoff (la ripartizione in due fasi e i valori di velocità non sono tabellati dalla fonte), non coefficienti tabellati. Il fattore di resistenza al vapore non entra nel bilancio di massa: è una scelta dichiarata, ed è una causa della sua divergenza dagli altri metodi.
La cornice ambientale è applicata come singolo fattore moltiplicativo adimensionale, calibrato per valere 1 nello scenario di riferimento (20 °C, 50% UR, ventilazione moderata): l'unità non è una coincidenza fisica ma una scelta di calibrazione, e scenari più freddi, umidi o poco ventilati la portano sopra 1. È una correlazione empirica di lavoro, lineare nelle tre variabili, priva di fonte primaria dedicata; in particolare la dipendenza dall'umidità relativa è lineare e quindi conservativa solo entro umidità moderate, perché alle umidità più alte la vera forza motrice è il deficit di pressione di vapore, che si annulla a saturazione: in ambienti molto umidi e poco ventilati il modello tende a sottostimare i tempi. Il fattore ambientale agisce su bilancio fisico, parametrizzazione massariana e LABC; la formula T = P · s² è un coefficiente già riferito alle condizioni standard 20 °C / 50% e non viene riscalato (ininfluente nello scenario di riferimento).
Il valore orientativo di Tabella 2 è la mediana dei metodi applicabili: fissa solo l'ordine di grandezza, va ignorato dove i metodi divergono (pietra, calcestruzzo), casi in cui fanno fede la forbice e la misura; il criterio di calcolo qui adottato, per coerenza, non espone un valore centrale ma soltanto la forbice. La voce N/D indica i materiali per cui la fonte primaria non documenta un coefficiente, esclusi dal calcolo del metodo corrispondente anziché stimati con valori surrogati. I valori riportati sono stime di orientamento; per le decisioni di cantiere fanno fede le misure strumentali del contenuto d'acqua.
Le figure sono state prodotte in formato vettoriale e convertite in immagine raster ad alta risoluzione per l'impaginazione; i valori rappresentati coincidono con quelli di Tabella 2.
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Renzo-ArtHome
Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di "Murature umide: cause e rimedi" (Grafill, 2026). Professionista non ordinistico ai sensi della Legge 4/2013.
Domande frequenti
Quanto impiega una muratura ad asciugare dopo il taglio della risalita?
Dipende soprattutto da spessore e materiale: i muri sottili asciugano in mesi, quelli spessi possono richiedere anni. L’articolo riporta i tempi attesi per le diverse stratigrafie e come verificarli con le misure.




