La vaschetta sotto soglia ferma l’acqua che arriva da fuori. Non risolve il problema del letto di allettamento che le sta dentro, e quel letto assorbe dai giunti e dai fianchi

C’è una fotografia che in cantiere torna sempre uguale. Una soglia in pietra a cinque o sei anni dalla posa: il bordo esterno che si sfoglia in scaglie sottili, un alone chiaro che segue la linea del giunto con il pavimento, macchie che dopo la pulizia tornano nel giro di poche settimane. E in un paio di punti la superficie si è distaccata, portando via un velo di materiale. A mezzo metro di distanza il pavimento esterno è intatto.

Quando chiedo che cosa è stato fatto sotto quella soglia, la risposta è quasi sempre la stessa, e me la danno con la sicurezza di chi ha già chiuso il discorso: «la vaschetta l’abbiamo fatta». Spesso è vero. La vaschetta c’era, era in lamiera, era stata rivestita, e la portafinestra non ha mai bagnato il parquet.

In cantiere rispondo sempre così. La vaschetta va benissimo, ma serve a impedire le infiltrazioni dentro casa. Non protegge il sotto soglia, e non protegge la soglia. Sono due cose diverse, e il locale interno asciutto lo dimostra: se l’acqua fosse entrata da fuori scavalcando il contenimento, il danno lo troveremmo dentro, sul massetto interno, sul battiscopa, sull’intradosso del solaio di sotto. Invece la vaschetta ha fatto il suo lavoro fino in fondo. A rompersi è soltanto la soglia, e si rompe per un’altra ragione, che riguarda l’acqua rimasta dentro la vaschetta.

Il primo controllo da fare è però un altro, e serve a non attribuire tutto a una causa sola. Che il pavimento accanto sia sano non basta a incolpare il sotto soglia, perché quasi mai è dello stesso materiale: un gres porcellanato ha assorbimento d’acqua sotto lo 0,5 per cento ed è praticamente insensibile alla cristallizzazione salina, mentre la soglia è una pietra naturale porosa. L’indizio vale, ma vale meno di quanto sembri: le altre due cause che danno lo stesso quadro visivo stanno nel capitolo sulla diagnosi.

La tesi dell’articolo è questa. Sotto una soglia lavorano due meccanismi distinti, che chiedono due rimedi diversi. Il primo è la penetrazione: acqua liquida che, spinta dalla pioggia e dal vento, cerca di passare dall’esterno all’interno. Contro quella la vaschetta è la risposta giusta, ed è quella che la regola d’arte codifica da trent’anni. Il secondo è l’assorbimento capillare: il letto di malta su cui la soglia è allettata è un materiale poroso, e assorbe acqua dai giunti e dai fianchi. Quell’acqua non se ne va verso il basso, perché sotto c’è la vaschetta.

L’acqua che un materiale poroso ha trattenuto per capillarità non si scarica con una pendenza, e quasi tutti i nodi sbagliati nascono da qui. La suzione capillare di un poro fine vale ordini di grandezza più del battente di pochi millimetri che una pendenza può offrire: fra le due forze non c’è partita. Quell’acqua ha una sola via d’uscita, ed è passare allo stato di vapore. Il vapore esce dove trova la strada più corta verso l’aria, e in questo nodo la strada più corta è la lastra che sta sopra il letto: la soglia. Il resto viene da sé, perché i sali viaggiano con l’acqua liquida e si fermano dove l’acqua evapora.

La conclusione operativa, quindi, è duplice. Serve interrompere la continuità capillare fra il letto e la lastra, oppure, meglio, non avere un letto.

Chi ha cominciato a studiarlo

Questo nodo ha due storie parallele. Una è la fisica di quello che succede dentro il letto, e viene da tre secoli di studi che con l’edilizia all’inizio non c’entravano nulla. L’altra è la regola d’arte del dettaglio, e in Italia è molto più recente di quanto si creda.

La fisica: dall’ascesa capillare al bilancio in parete

Il fenomeno ha un nome preciso: ascesa capillare. Un liquido che bagna le pareti di un condotto abbastanza stretto vi sale da solo, contro la gravità. Si ferma dove la tensione superficiale non regge più il peso della colonna sollevata. Il condotto, in laboratorio, è un tubo capillare di vetro; in un materiale da costruzione sono i pori capillari, cioè i vuoti abbastanza fini da comportarsi allo stesso modo. L’osservazione è antica. La prima di cui si ha traccia si attribuisce a Leonardo, che collegava le sorgenti di montagna all’acqua che sale dentro le fessure della roccia. Per un paio di secoli resta un’osservazione senza numero.

Il numero arriva con Giovanni Alfonso Borelli, che intorno al 1670 stabilisce il fatto decisivo: l’altezza a cui l’acqua sale è inversamente proporzionale al raggio del tubo capillare. Poi vengono le misure di Francis Hauksbee, pubblicate a Londra nel 1709 nei Physico-Mechanical Experiments. Segue la sua dimostrazione che il fenomeno funziona anche nel vuoto, il che toglie di mezzo le spiegazioni fondate sulla pressione dell’aria. Nel 1718 James Jurin mette la relazione nella forma che porta il suo nome.

Fin qui si parla di quanto in alto arriva l’acqua all’equilibrio. La domanda pratica è un’altra: con che velocità ci arriva. La risposta è del 1921, ed è di Edward W. Washburn, che su Physical Review pubblica The Dynamics of Capillary Flow applicando la legge di Poiseuille al moto dentro il capillare. Da lì viene l’idea che l’assorbimento di un materiale poroso sia una proprietà misurabile e non un’impressione.

Il passaggio alla muratura reale matura molto più tardi, e non con un colpo solo: Vos nel 1971 lega l’altezza raggiunta dall’umidità allo spessore del muro e alla sorptività, e I’Anson e Hoff negli anni ottanta la legano all’evaporazione. La sistemazione che oggi si cita è del 2007, quando Christopher Hall e William D. Hoff pubblicano sui Proceedings of the Royal Society A il lavoro Rising damp: capillary rise dynamics in walls. Il loro modello a fronte netto dice una cosa che a chi lavora in cantiere serve: quanto un elemento resta bagnato lo decide il rapporto fra quanta acqua entra e quanta ne evapora, non la sola acqua che entra. Nello stesso lavoro, al paragrafo 5(c), descrivono il caso in cui l’acqua che attraversa il materiale porta sali disciolti, che è il nostro.

Sull’altro versante, quello dei sali, la storia è altrettanto precisa. Che i cristalli che crescono dentro un poro esercitino una spinta è stato misurato in laboratorio da Carl Wilhelm Correns e W. Steinborn nel 1939, facendo crescere cristalli di allume fra due lastre e pesando la forza che le allontanava; la formulazione che tutti citano è quella che Correns pubblica nel 1949 sulle Discussions of the Faraday Society. La cornice termodinamica generale, quella che spiega perché la spinta dipende dal raggio del poro, la dà Douglas H. Everett nel 1961 sulle Transactions of the Faraday Society, e nel 1999 George W. Scherer, su Cement and Concrete Research, riunisce sotto la stessa teoria della pressione di cristallizzazione due fenomeni che i cantieri vedono separati: il gelo e i sali. Sono lo stesso meccanismo, con due cristalli diversi.

La regola d’arte: come il sotto soglia è entrato nei codici

Nel novembre 1969 nasce l’IGLAE, l’Istituto per la Garanzia dei Lavori Affini all’Edilizia, fondato da imprenditori specializzati in impermeabilizzazioni e opere affini. Per vent’anni resta soprattutto una struttura associativa.

Quello che cambia le cose sono gli anni ottanta. Le membrane prefabbricate in bitume polimero sostituiscono i vecchi sistemi multistrato, il che riduce drasticamente l’attrezzatura necessaria e apre il mercato a imprese molto piccole. Il risultato è un abbassamento medio della qualità, e chi se ne accorge per primo è chi paga i danni. Nel 1989 i rappresentanti di una grande compagnia assicurativa fanno sapere che sarebbero disponibili ad assicurare le coperture impermeabilizzate a regola d’arte. La condizione è che in Italia esista un documento che dica che cosa sia, quella regola d’arte. Nel 1990 si insedia una sottocommissione UNI, dove lavorano fra gli altri Giuseppe Barbesino, Pier Maria Sartori, Antonio Broccolino e Carlo Galeazzi. Nel 1992 si vota e l’unanimità non si raggiunge. L’IGLAE pubblica allora il documento per conto proprio: è il Codice di Pratica delle coperture continue, prima edizione 1993, seconda 2006, terza 2016.

Da lì il quadro si è normato per gradi. La UNI 8178-2:2019 analizza oggi gli elementi e gli strati funzionali delle coperture, e la UNI 11540 ha fatto una cosa che a questo articolo serve: ha definito la regola d’arte dichiarando che, in assenza di riferimenti normativi completi, valgono anche le linee guida promosse dalle associazioni di settore. Il Codice di Pratica ha quindi il valore di un riferimento riconosciuto, non di una raccomandazione privata.

Sul sotto soglia in particolare, il testo più dettagliato che io conosca in italiano è la serie di articoli che Antonio Broccolino ha pubblicato sulla rivista Specializzata fra il 2010 e il 2012. Il riferimento maggiore è l’articolo sul numero 205 del gennaio-febbraio 2012, dedicato per intero alle soglie, con sei tavole esecutive assonometriche e una legenda di ventotto voci. Da lì viene anche il nome corretto dell’elemento, che in cantiere si sente storpiare in tutti i modi. Nella legenda dei suoi disegni l’elemento si chiama vaschetta di contenimento, e il nodo nel suo insieme contenimento a vaschetta, o vaschetta sotto soglia. Non vasca, non bacinella, non scossalina: vaschetta. Il piano rialzato su cui appoggia si chiama rilievo sotto soglia.

Le parole che servono

Vaschetta di contenimento. L’elemento metallico sagomato che, sotto la soglia, dà all’impermeabilizzazione una forma a contenitore: piano di appoggio, bordo verticale a salire verso l’interno, bordi sulle spallette laterali. Non è l’impermeabilizzazione: è il supporto che le dà la sagoma, e va trattata perché l’impermeabilizzazione ci aderisca.

Rilievo sotto soglia. Il piano rialzato, in leggera pendenza verso l’esterno, su cui la vaschetta appoggia. È l’elemento che permette al contenimento interno di stare sopra la quota della pavimentazione esterna senza creare un gradino inaccettabile.

Letto di allettamento. Lo strato di malta su cui la lastra viene posata e messa in quota. È il protagonista di questo articolo: un materiale poroso continuo, quindi capillarmente attivo, che in questo nodo si trova dentro un contenitore impermeabile verso il basso.

Sorptività. La proprietà che misura quanto in fretta un materiale poroso assorbe acqua per capillarità. Non è un parametro empirico di comodo: è definita rigorosamente nella teoria del flusso non saturo. Chi la vuole misurare sui rapporti di prova italiani la trova come coefficiente di assorbimento d’acqua per capillarità: la norma è la UNI EN ISO 15148 per i materiali da costruzione, la UNI EN 1925 per la pietra naturale.

Efflorescenza e subflorescenza. Quando l’evaporazione è lenta rispetto al trasporto, gli ioni arrivano in superficie e il sale cristallizza fuori dal materiale: è l’efflorescenza, antiestetica ma spazzolabile. Quando l’evaporazione è veloce, il fronte rientra dentro il materiale e il sale cristallizza nella matrice porosa, sotto la faccia: è la subflorescenza, che non si vede ed è quella che fa il danno.

Pressione di cristallizzazione. La spinta che un cristallo esercita sulle pareti del poro in cui cresce. Dipende dalla sovrasaturazione della soluzione e, in modo inverso, dal raggio del poro: tanto più il poro è fine, tanto più alta è la pressione.

Deliquescenza. La proprietà di un sale di assorbire umidità dall’aria e sciogliersi, sopra una certa umidità relativa che è propria di ciascun sale. Per questo una pietra che contiene sali si riumidisce anche senza che arrivi una goccia d’acqua liquida.

Che cosa fa la vaschetta, e che cosa non fa

Bisogna essere giusti con la vaschetta, perché risolve davvero un problema, e chi la esegue sta già facendo più della media.

La vaschetta risolve un problema dimensionale prima ancora che idraulico. Il Codice di Pratica chiede che i risvolti verticali dell’elemento di tenuta salgano almeno 15 cm dal piano di scorrimento delle acque quando la copertura è protetta con una pavimentazione. E ne chiede di più lungo le linee di compluvio. Solo con protezioni pesanti mobili e drenanti quel minimo scende: 12 cm con ghiaia o terreno di coltivo, 7 cm con ghiaia o pavimentazione galleggiante. La fonte scrive proprio così, con la ghiaia in tutte e due le classi e senza la condizione che le distingue: riporto il testo com’è e segnalo l’ambiguità. Sono altezze che si ottengono senza sforzo contro un parapetto e che davanti a una portafinestra sono impossibili.

Il vincolo che le rende impossibili è quello sull’accessibilità. Le regole tecniche sulle barriere architettoniche chiedono che la soglia fra balcone o terrazza e ambiente interno non presenti un dislivello tale da ostacolare il transito di una persona su sedia a ruote, e non ammettono portefinestre con traversa orizzontale a pavimento di altezza tale da costituire ostacolo. I numeri sono questi: 2,5 cm di dislivello massimo dei pavimenti, 8 per cento di pendenza massima delle rampe. Sono requisiti tecnici, e il loro campo di applicazione esatto è materia del progettista, non di questo articolo. Chi ha redatto il Codice, dal canto suo, riassume il vincolo alla soglia in 20 mm di dislivello massimo.

La vaschetta è la risposta a questo conflitto. Portando l’impermeabilizzazione dentro il sotto soglia e dandole la forma di un contenitore, il contenimento idraulico non si ottiene più con l’altezza di un risvolto contro un muro. Si ottiene con la geometria del nodo. Il Codice chiede allora che il contenimento arrivi a 20 mm sopra il livello della pavimentazione finita, che è il vero piano di scorrimento delle acque. Non sopra il livello dell’impermeabilizzazione. Nella divulgazione tecnica lo stesso valore si ritrova come deroga: si può abbassare il risvolto a 2 cm dal piano di calpestio finale, a condizione che l’impermeabilizzazione risvolti nel sotto soglia e sia collegata a una vaschetta di contenimento. Attenzione a non farne una conferma incrociata: quel testo non cita la propria fonte, e il valore è verosimilmente lo stesso, cioè quello del Codice, riportato due volte.

Le quote esecutive che ne discendono sono di Broccolino e non del Codice, e le riporto come tali. La soglia va posata con una leggera pendenza verso l’esterno, dell’ordine di 4-5 mm sull’intera profondità della lastra. La pendenza si dà al piano di posa o durante l’allettamento. Risultando la soglia rilevata di circa 20 mm rispetto alla pavimentazione esterna, la fonte conclude che il contenimento a tenuta dietro lo spessore della soglia viene a trovarsi 20-25 mm più alto della pavimentazione stessa. Su quell’intervallo aggiungo un’osservazione mia, perché l’estremo inferiore non torna. Se i 20 mm si misurano al bordo esterno, che è il punto più basso della lastra, e la lastra sale poi verso l’interno dei 4-5 mm di pendenza che la fonte stessa prescrive, il contenimento sul lato interno non può valere 20: vale 24 o 25. Uso quindi i 20 mm come quota del bordo esterno, che è il dato della fonte. E tratto i 24-25 mm come la sua conseguenza aritmetica, non come una prescrizione a sé. Sulle spallette laterali del vano l’impermeabilizzazione deve risvoltare fino all’altezza dei risvolti verticali della parete di tamponamento su cui il vano si apre: è il punto che si dimentica più spesso, perché la vaschetta si vede e le spallette no.

Va segnalata un’ambiguità che un lettore con la calcolatrice trova subito, ed è meglio dichiararla che lasciarla lì. Quando la fonte descrive la soglia a sezione trapezoidale, scrive che con una lastra larga almeno 40 cm e un’inclinazione dell’8 per cento si ottiene un contenimento interno di almeno 24 mm, e mette il conto fra parentesi: 24 mm uguale all’8 per cento di 40 cm. L’aritmetica non torna, perché l’8 per cento di 40 centimetri fa 32 millimetri. O la larghezza su cui la pendenza lavora è di 30 centimetri, cioè la lastra al netto della parte che sborda oltre il filo della pavimentazione, e allora 24 mm è giusto. Oppure il conto è scivolato. Uso il valore prudente, 24 mm, e dichiaro il dubbio.

Le tavole della serie disegnano il caso a piano terra: soglia su platea, con il marciapiede esterno accanto. È il gemello del balcone di cui parla il testo, scelto perché mette in vista tutti gli strati. Il nodo, con i suoi meccanismi, è lo stesso.

Il nodo senza nessuna impermeabilizzazione: l'acqua passa sotto la soglia e arriva all'interno
Figura 1. Il caso sbagliato in partenza: letto e soglia posati senza nessuna tenuta. L’acqua che entra passa sotto la soglia e arriva all’interno. Serie disegnata dall’autore.
La vaschetta: l'impermeabilizzazione primaria in azzurro, con il letto e la soglia dentro il contenimento
Figura 2. La vaschetta. In azzurro l’impermeabilizzazione primaria: risale sulla verticale interna, corre sulla platea sotto il letto e sotto il marciapiede, e scende sul bordo esterno. Il locale interno adesso è protetto, e il letto sta dentro il contenimento.

Tutto questo funziona, ed è quello che tiene asciutto il locale interno. Ma si legga bene che cosa è stato risolto: il passaggio di acqua liquida dall’esterno verso l’interno. Non è stato detto nulla su che cosa succede all’acqua che, dentro quel contenitore, ci finisce comunque.

Il letto che assorbe: da dove entra l’acqua

Il letto di allettamento non ha bisogno di un’infiltrazione per bagnarsi. Ha cinque vie di alimentazione ordinarie, tutte compatibili con un lavoro fatto bene.

Le fughe e le sigillature della pavimentazione esterna. Una pavimentazione piastrellata non è un piano impermeabile: è un mosaico attraversato da giunti. Per questo l’elemento di tenuta si mette sotto la pavimentazione, e non ci si affida alla pavimentazione stessa. Il Codice lo dice in modo esplicito quando fissa le altezze dei risvolti: con protezione pesante fissa l’acqua scorre in gran parte sulla superficie della protezione, e in parte minore la attraversa fino al livello dell’elemento di tenuta. Quella parte minore, nel tratto adiacente alla soglia, arriva al sottofondo della pavimentazione, che è in malta cementizia e sta in contatto con il letto.

Il giunto perimetrale fra soglia e pavimentazione. È la linea in cui due materiali diversi, con due dilatazioni diverse, si accostano. Sigillata bene tiene per anni; sigillata con lo stucco delle fughe, o non sigillata affatto, raccoglie l’acqua e la mette proprio sopra il letto.

Le spallette laterali del vano. Dove il risvolto sulle spallette non è stato eseguito, o è stato eseguito basso, l’acqua che scende lungo la muratura entra lateralmente nel sotto soglia. Che la regola d’arte consideri seria questa via lo dimostra una voce della legenda che di solito passa inosservata: a chiusura della scassa che alloggia il risvolto verticale, il dettaglio prescrive una rete con intonaco trattato per evitare la risalita dell’umidità. La preoccupazione per il movimento capillare dell’acqua, in questo nodo, la regola d’arte ce l’ha già.

Le fughe fra una lastra e l’altra. Le soglie accostate capitano più spesso di quanto si pensi: dove il vano è largo si affiancano due o tre lastre, e fra l’una e l’altra c’è una fuga. Quella fuga sta sopra il letto e dentro il perimetro, quindi l’acqua che ci scende arriva sul letto e sulla base della lastra senza incontrare niente. È la via che sopravvive anche quando il fronte del supporto è stato impermeabilizzato, perché lì la protezione data sul fronte non arriva. C’è anche un segno che in cantiere mi ha aiutato più volte, ed è un’osservazione mia: un degrado che compare a metà di un davanzale, e non alle testate, fa pensare a questa via piuttosto che alle altre.

Le soglie accostate: sezione presa per il lungo dentro la fuga fra due lastre, e la stessa soglia vista dall'alto
Figura 3. La quarta via, quella che resta aperta. A sinistra il taglio per il lungo del davanzale, con l’acqua che scende nella fuga fra due lastre e arriva sul letto. A destra la pianta: il trattamento del fronte, in verde, corre lungo il bordo esterno, mentre le fughe stanno dentro il perimetro e lui non le raggiunge.

L’acqua d’impasto. Il letto è stato impastato con acqua, e se la soglia è stata incollata sopra il letto prima che quell’acqua fosse ceduta, l’acqua è stata sigillata dentro. È lo stesso principio che Broccolino descrive per i massetti e i vespai di copertura: una volta posato lo strato impermeabile, che funziona da schermo al vapore in senso contrario, l’acqua rimasta nella stratigrafia non può più evaporare. Resta latente, con gocciolamenti e macchie scambiati per infiltrazioni. Nei balconi ha documentato lame d’acqua di oltre 20 millimetri intrappolate all’intradosso dello strato termoisolante. Nel sotto soglia il volume è molto più piccolo, ma il contenitore è più chiuso, e il trasferimento del principio da quel caso a questo è mio.

A queste cinque si aggiunge l’acqua di stravento che bagna il serramento e cola sulla soglia. Broccolino la affronta consigliando due accorgimenti che non sono prescrizioni del Codice ma sue raccomandazioni: sigillare la superficie di contatto del traverso del serramento sulla soglia. E inserire fra soglia e pavimentazione interna una barretta rilevata di circa 5-10 mm, in plastica, in metallo o in un listello di pietra.

Perché non se ne va

Qui va fatta una distinzione che regge tutto il ragionamento, e che nella pratica corrente si perde.

Dentro il nodo ci sono due acque. C’è l’acqua libera, quella che scorre sopra un piano impermeabile: quella una pendenza la manda via. È per questo che il rilievo sotto soglia si fa in pendenza a uscire, e che la conca deve essere drenante verso l’esterno. E c’è l’acqua capillare, quella che il letto ha assorbito dentro i propri pori: quella una pendenza non la sposta di un millimetro. La suzione capillare in un poro fine si misura in decine di metri di colonna d’acqua equivalente, contro un battente gravitazionale di quattro o cinque millimetri. Fra le due forze ci sono tre o quattro ordini di grandezza, e in questo confronto la gravità non esiste.

All’acqua trattenuta dal letto resta quindi un’uscita sola: cambiare stato. E il vapore se ne va dove la strada verso l’aria libera è più corta.

Guardiamo allora quali strade ha. Verso il basso e verso l’interno la vaschetta è impermeabile, per progetto: quella è la sua funzione, e non è un difetto. Sulle spallette, se il lavoro è fatto bene, c’è l’impermeabilizzazione. Sul fronte esterno il letto non affaccia all’aria: incontra il sottofondo della pavimentazione esterna, o l’elemento comprimibile perimetrale che il dettaglio prevede nello spessore della pavimentazione. Cioè, in un caso, un altro materiale poroso, e nell’altro un elemento a cellule chiuse. Non è una faccia evaporante, è un’interfaccia. Restano due uscite reali: il giunto perimetrale, che è una fessura stretta, in ombra sotto lo sbordo della soglia, e che al passo finale della posa viene sigillato; e la lastra di soglia, che sta immediatamente sopra, che prende il sole per tutta la giornata ed è il punto più caldo dell’assieme.

Fra una fessura stretta, ombreggiata e sigillata e una lastra calda di grande superficie, il fronte di evaporazione si stabilisce nella lastra. Non perché le altre strade siano murate, ma perché quella è la più corta e la più sollecitata. Chi vuole verificare la cosa in cantiere ha un riscontro immediato: se il fronte evaporante fosse il giunto perimetrale, il degrado sarebbe una riga lungo il giunto; se è la lastra, il degrado è diffuso sulla lastra e si concentra dove la pietra è più esposta, cioè sul bordo esterno. È il quadro con cui questo articolo si è aperto.

Hall e Hoff, qui, dicono una cosa che serve più della formula che di solito se ne cita. Il loro modello è un bilancio di massa: a regime, l’acqua che entra per assorbimento capillare uguaglia quella che esce per evaporazione. Nel paragrafo 5(c), The effect of salts, scrivono che, se l’acqua che attraversa la struttura contiene quantità apprezzabili di sali disciolti, al bilancio si aggiunge un termine. I sali si accumulano nella zona bagnata, la concentrazione della soluzione cresce progressivamente, e alla fine il sale si deposita, dentro il materiale oppure in superficie. È la tesi di questo articolo, scritta nella fonte primaria, con la distinzione fra subflorescenza ed efflorescenza già dentro.

E c’è un secondo passaggio, nello stesso paragrafo, che chiude il cerchio. In presenza di sali la velocità di evaporazione si riduce, perché la soluzione salina ha una tensione di vapore più bassa dell’acqua pura. E tende a zero quando la tensione di vapore della soluzione si avvicina a quella dell’ambiente. Tradotto: più sale si accumula nella soglia, più lentamente la soglia asciuga, più a lungo il nodo resta bagnato, più sale si accumula. È un anello che si autoalimenta, e spiega perché questo degrado non si stabilizza ma prosegue e si aggrava.

Vale la pena riportare anche il numero che, nello stesso lavoro, lavora contro la tesi, perché tacerlo sarebbe disonesto e dirlo non costa nulla. Quando gli autori riducono di quattro volte la capacità evaporante dell’ambiente, l’acqua immagazzinata raddoppia e il tempo medio di permanenza dell’acqua nel muro quadruplica, da 21 a 84 giorni. Ma il flusso totale che attraversa il muro dimezza, da 0,88 a 0,44 litri al giorno. Meno evaporazione significa quindi anche meno acqua che transita. La conseguenza per il nostro caso non cambia, e anzi si precisa: l’acqua smette di viaggiare e comincia a stazionare, e tutto il sale che comunque transita si concentra nell’unico elemento che si voleva proteggere.

Un chiarimento sull’uso che faccio di questa fonte. La formula dell’altezza di risalita all’equilibrio, quella che lega l’altezza bagnata alla sorptività e alla velocità di evaporazione, non la trasferisco al sotto soglia, e sarebbe scorretto farlo: descrive la posizione di un fronte capillare libero di salire lungo una parete. In uno strato orizzontale di tre centimetri chiuso in una vaschetta, un fronte libero non esiste. Quello che trasferisco è il bilancio di massa e il paragrafo sui sali, che sono generali e valgono per qualunque materiale poroso attraversato da acqua salina.

Resta l’obiezione dell’ordine di grandezza, che è la prima che farebbe un tecnico: e quanta acqua vuoi che sia. Il conto è semplice e lo faccio in chiaro. Un letto largo trenta centimetri e spesso tre, per un metro di soglia, sono nove decimetri cubi; con una porosità del venti per cento circa, alla saturazione capillare significa poco meno di due litri d’acqua per metro di soglia. Presa una volta sola non è una quantità che spaventi. Il punto non è la quantità istantanea: è che quel volume si rinnova e che ogni rinnovo deposita sale. Anche pochi litri l’anno di transito, con qualche centinaio di milligrammi di sali per litro, depositano grammi di sale l’anno. Il deposito si concentra nei primi millimetri di pietra sotto la faccia. È così che il quadro compare al quinto o sesto anno: non perché il nodo cominci a bagnarsi al quinto anno, ma perché il bilancio idrico va a regime in pochi giorni mentre l’accumulo salino cresce nel tempo.

Anche con la vaschetta il letto si bagna: in ciano l'acqua trattenuta dentro il contenimento
Figura 4. Il punto dell’articolo, disegnato. La primaria tiene verso l’interno e verso il basso, e proprio per questo l’acqua che il letto assorbe resta lì: l’unica uscita è l’evaporazione, e la strada dell’evaporazione passa per la soglia.

La parte che manca quasi sempre: la temperatura

Fin qui si è parlato di acqua liquida e di evaporazione. In un nodo esposto al sole e al cielo notturno manca una terza variabile, e in cantiere non la nomina quasi nessuno.

La notte serena. Una lastra di pietra all’aperto, con cielo sereno, irraggia verso la volta celeste e scende di qualche grado sotto la temperatura dell’aria. Diventa l’elemento più freddo dell’assieme. Il vapore che sale dal letto ancora tiepido incontra la faccia inferiore della lastra fredda e vi condensa. È una ricarica di acqua liquida a cadenza notturna, indipendente dalla pioggia, e avviene fra le due facce, cioè all’interfaccia fra letto e lastra: proprio dove il danno si manifesta. Avviene fra gli strati e non sulla faccia esposta: è condensa interstiziale, non superficiale, e sono due diagnosi diverse.

Il giorno d’estate. Una soglia scura in pieno sole arriva a temperature molto alte, mentre il letto sotto resta molto più fresco. Il gradiente spinge il vapore verso il basso. E soprattutto sposta e irripidisce il fronte di evaporazione dentro la pietra. È la ragione, aggiuntiva rispetto alla sola velocità di evaporazione, per cui su una soglia esposta al sole i sali tendono a cristallizzare sotto la faccia e non sopra: subflorescenza, non efflorescenza.

La lamiera. La vaschetta è una lamiera continua che dall’esterno rientra fino al risvolto interno, sotto il traverso del serramento. In rame conduce il calore in modo eccellente, in piombo e in acciaio inox molto meno, ma sempre più della malta che la circonda. È un ponte termico lineare in un punto già delicato, cioè l’angolo basso interno del vano. Quell’angolo è una posizione classica per la verifica del fattore di temperatura superficiale. La scelta fra inox, rame e piombo non è quindi solo di durabilità e di saldabilità: su un edificio con involucro curato, e a maggior ragione dove il balcone ha un taglio termico, la vaschetta in rame può vanificare quello che si è fatto altrove. Lo segnalo come questione da valutare in progetto, non come prescrizione: nelle fonti che ho letto questo aspetto non è trattato.

Dove finiscono i sali

Il letto di allettamento è confezionato con cemento, e il cemento è una sorgente di sali solubili. L’acqua che lo attraversa li scioglie e li trasporta. A quelli si aggiunge, dove c’è, tutto il resto: l’aerosol marino in zona costiera, i solfati che l’atmosfera urbana deposita sulle superfici esposte, i cloruri dei sali disgelanti dove d’inverno si spargono.

Sui cloruri serve una precisazione, perché il dato che circola, e che ho usato anch’io in un testo precedente, non regge alla verifica. Si legge spesso che i cloruri cristallizzino a 25 gradi con umidità atmosferica intorno al 30 per cento. Quel valore appartiene al cloruro di calcio e al cloruro di magnesio, non al cloruro di sodio: il sale comune, che è poi quello dell’aerosol marino e del disgelante più diffuso, ha umidità relativa di deliquescenza intorno al 75 per cento a 25 gradi. E cristallizza scendendo sotto quel valore. La correzione non indebolisce il ragionamento, lo rafforza: il 30 per cento di umidità relativa all’aperto in Italia è raro. Il 75 per cento, invece, lo si attraversa quasi tutti i giorni sereni, una volta al mattino mentre l’umidità cala e una la sera mentre risale. Con il valore giusto, il ciclo di dissoluzione e cristallizzazione non è un evento occasionale: può compiersi anche nell’arco della stessa giornata.

Il danno ha due facce. Nei casi gravi la pietra si degrada: si sfoglia, si apre, porta via materiale. Nell’altra la lastra resta integra e cambia colore, vira a chiazze, con aloni che non se ne vanno con la pulizia. Non è un dissesto, ma su una soglia in vista è un danno lo stesso, perché quello che il committente ha comprato è anche l’aspetto.

Il percorso dei sali è sempre lo stesso: la soluzione viaggia con l’acqua liquida e si ferma dove l’acqua evapora. L’acqua che evapora è praticamente distillata, e i sali restano. Il processo è cumulativo, perché ogni ciclo di bagnatura ed evaporazione aggiunge sale a quello che c’era.

Quello che succede poi dipende da dove il sale cristallizza. E da dove cristallizza dipende se il risultato è un problema di aspetto oppure un danno al materiale, come si è visto nel glossario. Nel nostro nodo la subflorescenza è il caso atteso, per la ragione termica appena descritta.

La spinta che il cristallo esercita è stata misurata da Correns e Steinborn nel 1939 e messa in forma da Correns nel 1949; la cornice termodinamica è di Everett, per la ragione già detta nel glossario. La conseguenza pratica più istruttiva viene da un confronto documentato sul sito archeologico di Nora, dove un’arenaria meccanicamente più debole delle malte dell’opus caementicium risultava molto meno aggredita dai sali: la sua struttura porosa, con pori più larghi, accomodava meglio la cristallizzazione. Le pressioni calcolate con il modello di Fitzner e Snethlage stavano fra 1 e 4 MPa nell’arenaria. Nelle malte erano sempre superiori, in certi casi di un ordine di grandezza. Non è la resistenza meccanica a decidere: è la distribuzione dei pori.

Il solfato di sodio merita una nota, e anche una cautela. Esiste anidro, come thenardite, con volume molare di 53 cm³ per mole, ed esiste decaidrato, come mirabilite, con volume molare di 220 cm³ per mole: fra le due forme c’è un aumento di volume superiore al 300 per cento. La temperatura di transizione sta intorno ai 32 gradi, che nei nostri climi si attraversa più volte nella stessa giornata estiva. Questo confronto fra volumi molari rende bene l’idea, ma non va usato come spiegazione del danno: la letteratura più recente ha mostrato che la mirabilite non idrata la thenardite dove si trova. La thenardite si scioglie, e la mirabilite cristallizza da una soluzione sovrasatura. La causa resta quindi la pressione di cristallizzazione e la sovrasaturazione, non il rapporto fra i volumi.

Infine il gelo, che su questo nodo è il colpo di grazia ma non va raccontato in modo ingenuo. Non basta che il materiale sia bagnato: il danno da gelo comincia quando si supera il grado critico di saturazione di quel materiale, e sotto quella soglia la porosità libera accomoda l’espansione. Un letto alimentato con continuità sta sopra la propria soglia molto più a lungo di uno drenante, ed è questa la differenza che conta. Va anche detto che i sali disciolti abbassano il punto di congelamento, quindi una soluzione salina gela più tardi, non prima: il danno non viene dal semplice congelamento di acqua libera, ma dalla pressione di cristallizzazione del ghiaccio. La alimenta l’acqua non congelata che i pori fini continuano a fornire. Un nodo con alimentazione permanente continua a nutrire il cristallo mentre cresce. Sul meccanismo per esteso ho scritto in Quanta acqua serve al gelo per rompere un muro; sulla gestione dei sali in La gestione dei sali nei dettagli.

Una previsione che si può smentire

Un ragionamento che non si può falsificare non serve a nessuno. Dichiaro quindi che cosa si dovrebbe trovare se la mia lettura è giusta, e che cosa la smentirebbe.

Se la sorgente è il letto di allettamento, i sali attesi nella soglia sono quelli che il cemento rilascia: solfati alcalini e calcio dilavato dal legante, cioè la stessa famiglia dei residui calcarei di cui parla la regola d’arte quando prescrive di trattare il sottofondo. Il profilo di concentrazione dovrebbe crescere avvicinandosi alla faccia superiore della lastra, perché è lì che l’acqua evapora.

Se invece il prelievo dà cloruri prevalenti, con un profilo uniforme nello spessore, la mia diagnosi è sbagliata e la sorgente è ambientale: aerosol marino o disgelanti depositati dall’alto. In quel caso l’intervento non è sul letto ma sulla superficie e sull’uso.

La distinzione ha anche un peso pratico, perché non tutti i sali fanno lo stesso danno: il carbonato di calcio forma croste ed è soprattutto un problema estetico, mentre i solfati alcalini sono quelli che rompono. Il prelievo si fa sui detriti di una piccola foratura, per intervalli di profondità noti, e la misura si esegue in soluzione.

La sequenza corretta, punto per punto

Quello che segue non è un’alternativa alla vaschetta: è la vaschetta più il passaggio che le manca quasi sempre. Nel capitolo successivo spiego perché, in molti nodi reali, la strada migliore è un’altra.

Primo. La vaschetta di contenimento, raccordata con continuità. Si realizza sul rilievo sotto soglia, già formato con una minima pendenza verso l’esterno. La lamiera va in acciaio inox o rame da 8-10/10, oppure in piombo da 20/10 saldato a stagno. Si fissa con gruppi di fissaggio a testa piatta, sfalsati su due linee o a quinconce. Va trattata perché l’impermeabilizzazione ci aderisca: con pasta bituminosa fusa stesa a cazzuolino, ricavata da spezzoni di membrana, se si lavora con membrane in bitume polimero; con nastro di rinforzo sui bordi se si lavora con resine cementizie; con lamiera preaccoppiata alla stessa membrana se si lavora con TPO o PVC-P. L’impermeabilizzazione riveste la vaschetta per intero, piano e verticale, risvolta sulle spallette fino all’altezza dei risvolti verticali di facciata, e si raccorda con continuità all’impermeabilizzazione del piano esterno.

Sopra la parte orizzontale va poi un elemento che nella pratica corrente sparisce quasi sempre e che il dettaglio prescrive: uno strato di aggrappo per la soglia. Con le membrane in bitume polimero è una striscia di membrana a finitura ardesiata, posata a fiamma sulla sola superficie orizzontale della vaschetta; con le membrane polimeriche è colla a contatto compatibile più spolvero di sabbione quarzifero. Serve a evitare l’effetto cartella, cioè il distacco della lastra da un supporto liscio.

Due eccezioni della regola d’arte, che è onesto riportare. La vaschetta metallica si può evitare, con membrane in bitume polimero o con resine cementizie, se un contenimento interno esiste già. Può essere ricavato nello spessore del sottofondo della pavimentazione interna, o con un cordolo adeguatamente dimensionato. E si può evitare nel caso delle soglie rialzate alla marinara. Lì, se il piano di posa ha la pendenza verso l’esterno, l’impermeabilizzazione può risvoltare anche solo in orizzontale, senza creare il contenimento interno.

Se il programma di cantiere impone di chiudere il sotto soglia prima del resto, la regola d’arte prevede l’intervento preventivo: si esegue almeno il primo tratto di massetto delle pendenze adiacente alla parete, si realizza la vaschetta, si prolunga l’impermeabilizzazione in orizzontale per almeno 40 cm per permettere la ripresa. Quel tratto si protegge meccanicamente. Con un’avvertenza: questa soluzione non è adottabile se la stratigrafia è termoisolata a tetto caldo, cioè con l’isolante sotto l’elemento di tenuta, perché l’impermeabilizzazione va applicata sul massetto delle pendenze e non sui pannelli né sul solaio nudo: l’anticipo, cioè, si può fare solo quando il supporto della tenuta è il massetto, e sul tetto caldo quel supporto in quella fase non esiste ancora.

Secondo. Il letto in pendenza a uscire, e stagionato. La pendenza si dà al letto, non alla lastra sopra il letto. La stagionatura, in cantiere, è la prescrizione che si dissolve per prima. La guaina cementizia bicomponente non chiede un supporto asciutto: le schede tecniche di questi prodotti chiedono in genere un supporto saturo a superficie asciutta, cioè bagnato. Il tempo di attesa, quindi, non lo chiede il prodotto: lo chiede il ragionamento di questo articolo, che è non chiudere sopra un letto ancora pieno d’acqua d’impasto. È un requisito mio e lo dichiaro come tale. E siccome un requisito non verificabile in cantiere non viene rispettato, la risposta pratica non è aspettare le settimane che un legante ordinario chiederebbe, ma cambiare legante: una malta con legante a rapido essiccamento è pronta a ricevere il rivestimento in ventiquattro o quarantotto ore. Sulla verifica sono altrettanto netto: su mezzo metro quadro di letto una misura strumentale dell’umidità residua non si fa, quindi il controllo realistico è il tipo di legante impiegato, dichiarato in bolla.

Terzo. Impermeabilizzare il basamento della soglia. È il passaggio che manca quasi sempre, ed è quello che in cantiere prescrivo io. Il letto, confezionato con il legante a rapido essiccamento del secondo passo, si esegue per primo, sagomato e in pendenza, e si lascia asciugare. Poi, prima che la lastra arrivi, si danno due mani di impermeabilizzante, con gli spessori e gli intervalli di scheda e con l’indurimento completo prima della posa, su tutto il basamento della soglia: sul piano di posa, cioè la faccia superiore su cui la lastra andrà a posarsi, sulla testa, cioè il fronte verticale del supporto verso l’esterno, e sui fianchi. Piano di posa, testa e fianchi: è la formula che uso da qui in avanti. Solo a quel punto si posa la soglia. Il prodotto è una guaina liquida cementizia bicomponente conforme alla UNI EN 14891, la norma dei prodotti impermeabilizzanti applicati liquidi impiegati sotto piastrellature per esterni.

In cantiere, però, c’è un sistema di posa molto diffuso in cui questo passo non si può proprio fare. Il sistema è quello tradizionale, e funziona così. Si stende il letto di sabbia e cemento, si spalma la boiacca sul dorso della lastra, e la lastra si cala sul letto ancora fresco. Fresco su fresco, si dice in cantiere, ed è la condizione che fa la presa: se il letto ha già tirato, la boiacca non attacca più. Fra il letto e la lastra, quindi, non si può interporre niente, perché quel niente toglierebbe alla boiacca il fresco su cui fa presa.

C’è poi una seconda conseguenza, peggiore, che riguarda l’acqua e non la presa. La boiacca è cemento e acqua, quindi è a sua volta un materiale poroso e capillarmente attivo. Non separa il letto dalla lastra: li salda in un corpo unico anche dal punto di vista idrico. Fra il letto e la pietra non resta nessuna interruzione, e quello che il letto assorbe la lastra se lo prende. Il corpo unico, che nasce come vantaggio di montaggio, è anche un ponte capillare.

In quel sistema resta comunque una cosa che si può fare, e che va fatta: a lastra montata si impermeabilizzano la testa e i fianchi del supporto in sabbia e cemento, cioè il fronte verticale e i lati. Sono quello che resta accessibile una volta che la pietra ci è sopra. Il piano di posa, a quel punto, sta sotto la lastra e non lo raggiunge più nessuno. Chiude le facce da cui il letto beve di lato, ed è molto meglio di niente. Quello che non chiude è la fuga fra una lastra e l’altra, che sta dentro il perimetro e scarica direttamente sul letto: la protezione data sulla testa lì non arriva. Chi vuole l’impermeabilizzazione orizzontale sotto la lastra deve quindi cambiare sistema di posa, non aggiungere una mano: letto maturo, impermeabilizzazione, e adesivo cementizio al posto della boiacca.

L’ordine conta più del prodotto, e lo ripeto perché è il punto in cui il cantiere sbaglia più spesso: prima il letto, poi l’asciugatura, poi l’impermeabilizzazione del basamento, poi la lastra. Chi stende il letto e ci incolla sopra la soglia nella stessa giornata ha già perso il nodo, qualunque cosa abbia messo sotto.

E questa impermeabilizzazione del basamento ha un valore anche da sola: dove la vaschetta manca, isolare il basamento vuol dire mettere una barriera fra il sottofondo e la soglia: fermare la risalita verso la lastra anche senza il contenimento.

Questo passaggio è prassi mia di cantiere, non una prescrizione di norma. Il trattamento in resina cementizia esiste anche nella regola d’arte, e compare nelle legende dei dettagli esecutivi in una o due mani con la motivazione di ridurre il dilavamento dei residui calcarei; ma è prescritto sul sottofondo della pavimentazione esterna, prima dell’incollaggio delle piastrelle, non sul basamento della soglia. Portare quello stesso strato sul letto sotto soglia è quello che faccio io, per la ragione descritta in questo articolo, e la ragione è diversa dalla sua: non le colature di calcare, ma l’interruzione della continuità capillare fra il letto e la lastra.

Vale però la pena osservare che nel dettaglio della soglia la preoccupazione per l’umidità di risalita c’è già. La esprime la voce di legenda che, a chiusura della scassa del risvolto, prescrive una rete con intonaco trattato per evitare la risalita dell’umidità. Non è la stessa cosa, ma indica che il redattore del dettaglio quel problema lo aveva in mente.

Due precisazioni esecutive, che vengono dal cantiere e non dalle norme, senza le quali questo passo fallisce.

La prima riguarda l’aderenza. Il problema non è la colla sopra la guaina, che con una coppia guaina e adesivo dichiarata compatibile dallo stesso fornitore e con la guaina completamente indurita tiene; il problema è la guaina sopra il letto. Una malta di sabbia e cemento tirata a mezzo secco ha la pelle superficiale friabile, e la guaina si stacca portandosi via quel velo. Se si vuole il terzo passo, il letto non può essere una malta qualunque: serve una malta ben dosata di legante, oppure una rasatura o un primer consolidante prima della guaina.

La seconda riguarda lo scarico, ed è la stessa obiezione che l’articolo muove alla vaschetta. Se la guaina scarica sulla testa del letto e quella testa finisce contro un giunto perimetrale riempito di colla e sigillante, si è costruito un secondo contenimento chiuso sopra il primo. Il giunto perimetrale va quindi tenuto libero da adesivo fino al livello dell’impermeabilizzazione sottostante, con fondogiunto a cellule chiuse. La sigillatura va solo nella parte alta, dove il sigillante lavora come barriera all’acqua battente e non come tappo.

La prima mano di impermeabilizzazione sul piano di posa e sulla testa del letto, prima che arrivi la lastra
Figura 5. Il terzo passo, prima mano: in viola la secondaria sul piano di posa e sulla testa del letto, prima che arrivi la lastra. Si può fare solo con letto maturo e posa in adesione, non a fresco su fresco.
Il rivestimento del basamento completato con la seconda mano
Figura 6. Seconda mano della secondaria, rivestimento completato: il letto è chiuso su tutte le facce e la continuità capillare fra letto e lastra è interrotta. Quello che il letto assorbe non arriva più alla pietra.

Quarto. La posa della soglia in adesione. Adesivo cementizio migliorato e deformabile, designazione C2 con classe di deformabilità S1, o S2 dove le sollecitazioni sono maggiori, secondo la UNI EN 12004-1, che per l’esterno esclude gli adesivi in dispersione. Da cantiere aggiungo le due lettere che le fonti non nominano e che qui risolvono un problema che questa sequenza crea: T, scivolamento ridotto, ed F, presa rapida, cioè la designazione C2FT S1. Il motivo è che su un supporto non assorbente come una guaina la colla non cede acqua e resta fluida a lungo: una lastra pesante posata con quattro o cinque millimetri di pendenza e con una parte a sbalzo scivola verso l’esterno. La presa rapida accorcia proprio la finestra in cui può farlo. La stessa scelta va incontro alle pietre sensibili all’umidità, per cui la norma di posa indica adesivi a presa rapida. Servono comunque cunei e divieto di calpestio fino a presa.

La posa va fatta a strato compatto, con doppia spalmatura. La UNI 11493-1:2025, in vigore dal maggio 2025, ha sostituito il vecchio letto pieno con la definizione di posa a strato compatto: chiede almeno il 90 per cento di contatto in interno e il 95 per cento in esterno. E precisa che quello strato non si ottiene con una sola spalmatura, salvo adesivi o attrezzature specifici. Il motivo per cui insisto: un vuoto sotto la lastra è una camera dove l’acqua ristagna ed evapora, cioè un laboratorio di cristallizzazione salina esattamente sotto la faccia della pietra.

Per le soglie in pietra naturale il riferimento di posa è la UNI 11714-1:2018. Per elementi di spessore costante indica la posa in adesione come la soluzione più adatta, indica la doppia spalmatura nei casi impegnativi, e contiene un’indicazione molto pertinente: per i materiali lapidei sensibili all’umidità, quelli che con gli adesivi tradizionali sviluppano aloni, la norma indica adesivi a presa rapida. Riconosce cioè che l’acqua dell’adesivo è un problema per certe pietre.

Un avvertimento che riguarda il mestiere e non il prodotto. Una soglia si posa battendola con la mazzuola su un tassello di legno. In quel gesto il posatore prende quota, planarità e pendenza tutte insieme, nel letto fresco. Sopra una guaina appoggiata a un letto già rigido non si batte più: quota e planarità vanno risolte a monte, sul letto, con la tolleranza che si chiede a un piano di posa per marmo. E da un’altra squadra, in un altro giorno. Non è un dettaglio: è la ragione principale per cui questo passaggio salta, molto più della disattenzione.

Quinto. Le sigillature. Sigillatura perimetrale elastica e giunto elastico sul raccordo fra soglia e telaio dell’infisso. Il requisito che conta di più sulla pietra naturale è che il sigillante non macchi, perché certi prodotti lasciano aloni permanenti e irreversibili: la prova preliminare su un campione della pietra effettivamente fornita è l’unico modo di saperlo prima. Sulla scelta del modulo la regola d’arte è esplicita, e contrasta con il principio generale che vorrebbe il basso modulo sui giunti di movimento. La riporto com’è: per zoccolino e pavimentazione in pietra il dettaglio prescrive un sigillante monocomponente a base poliuretanica ad alto modulo elastico, riservando il siliconico acetico a basso modulo alle piastrelle di ceramica. I sigillanti si classificano secondo la UNI EN ISO 11600, che distingue i tipi F per i giunti edilizi e G per quelli di vetrazione e le classi 25, 20, 12,5 e 7,5.

Sul giunto vale più l’esecuzione della classificazione. Sotto i cinque o sei millimetri di larghezza nessun sigillante lavora; il rapporto fra profondità e larghezza va tenuto intorno alla metà; e senza fondogiunto il sigillante aderisce anche sul fondo, lavora su tre facce e si strappa nel giro di una stagione. Va aggiunto anche il giunto verticale contro le spallette, che è la via d’acqua che si vede più spesso. E una cosa che quasi nessun capitolato scrive: il sigillante è un elemento di usura, con vita dell’ordine dei cinque o dieci anni, e va messo nel piano di manutenzione. Tutta l’architettura di questo nodo dipende anche da un componente consumabile.

E c’è un’ultima cosa che non è impermeabilizzazione ma finitura: il trattamento protettivo della pietra. Va chiesto al marmista, che conosce il materiale che ha fornito meglio di chiunque altro in cantiere. E va fatto fare a lui, perché è lui che ha la lastra pulita e asciutta nel momento giusto. Se vada dato prima o dopo la posa lo dice ancora lui in base alla pietra: normalmente si fa prima, ma anche darlo dopo non è sbagliato. Qui non indico prodotti di proposito, perché sulla pietra naturale la scelta dipende dal materiale e sbagliarla si paga. Quello che non cambia è la condizione: il trattamento viene dopo che il supporto è stato protetto, mai al posto di quello.

Sesto. La protezione fino alla consegna. Anche questo passo è prassi mia di cantiere e non una prescrizione della regola d’arte, che sul punto dice una cosa sola: proteggere meccanicamente il tratto di impermeabilizzazione lasciato scoperto in attesa della ripresa. Il nodo a questo punto è finito, ma il cantiere no, ed è qui che si perde quello che si è fatto. La vaschetta rivestita va coperta e non calpestata fino alla posa della lastra: un tacco su un risvolto già raccordato apre una via d’acqua che poi nessuno vedrà più. La soglia posata va protetta con tessuto non tessuto e tavola, mai con un film plastico a contatto diretto con la pietra, fino alla fine delle finiture: è il piano di passaggio naturale di chiunque entri ed esca. Sul rilievo sotto soglia non si appoggiano piedi di ponteggio e non si fanno passare carriole. E le protezioni si tolgono a fine lavori senza solventi aggressivi, che su sigillature e pietra possono lasciare danni peggiori di quelli che si volevano evitare.

Il nodo giusto: impermeabilizzazione primaria in azzurro e secondaria in viola
Figura 7. Il nodo giusto, con i due ruoli distinti: in azzurro la primaria, che ferma l’acqua verso l’interno e verso il basso; in viola la secondaria, che chiude il piano di posa e la testa del letto e prosegue verso l’esterno. E dove la vaschetta manca, la secondaria fa anche un altro lavoro: isola la soglia dal sottofondo, come una barriera alla risalita.

Il nodo sotto soglia, dall’errore al nodo giusto: la primaria, i componenti, l’acqua trattenuta, i sali, e la secondaria che chiude. Animazione dell’autore.

Una precisazione sul perimetro, prima di andare avanti. Nelle tavole e nei video di questo articolo mancano di proposito i dettagli complementari del nodo: le bandelle di rinforzo negli incroci e negli angoli, i pezzi speciali, le chiusure fra materiali diversi, i raccordi con gli scarichi. Non mancano perché non contino: mancano perché il fuoco di questo articolo è l’impermeabilizzazione del sotto soglia e i meccanismi che ho descritto. Caricare i disegni anche di quei dettagli li avrebbe resi illeggibili. Ognuno di quei nodi ha le sue regole, e la regola d’arte li tratta per esteso.

Perché spesso la strada giusta è togliere il letto

Il capitolo precedente descrive come si fa il nodo con il letto. Questo spiega perché, in molti casi reali, con il letto non si fa affatto.

Ci sono tre ragioni, e le metto in ordine di forza.

La quota non c’è. Basta sommare gli spessori. Massetto delle pendenze, impermeabilizzazione, colla e piastrella portano la pavimentazione esterna finita a cinque o sei centimetri sopra il supporto. La soglia deve stare venti millimetri più in alto, quindi la sua faccia superiore sta sui sette-otto centimetri. Da lì si scende: lastra, colla a doppia spalmatura, guaina cementizia con il suo spessore minimo per essere conforme, e un letto che sotto i due centimetri e mezzo o tre non si lavora e si sbriciola. Quello che resta per il rilievo, per la vaschetta e per il suo rivestimento è quasi sempre insufficiente. E il rilievo deve stare sopra il massetto delle pendenze. Sono conti di cantiere e non di norma, e cambiano con i prodotti, ma l’ordine di grandezza non cambia: il letto e la seconda impermeabilizzazione, insieme, nella quota disponibile spesso non ci stanno.

Quel conto, però, è monco, perché parte da fuori e si ferma alla soglia. La catena va chiusa anche verso l’interno, ed è la metà che sul disegno manca quasi sempre. I numeri da mettere in fila sono quattro: la quota del pavimento interno finito, il dislivello ammesso fra interno e soglia, la quota della faccia superiore della soglia, e i 20 mm che separano il bordo esterno della soglia dalla pavimentazione esterna finita. Solo scrivendoli uno sotto l’altro si vede se il dislivello massimo ammesso di 2,5 cm regge, oppure se il nodo lo sfonda prima ancora di essere costruito. E si vede anche l’altra cosa che serve all’impermeabilizzatore: quanto sottofondo interno resta disponibile per annegarci il risvolto verticale della vaschetta, che è la quota da cui dipende se quel risvolto si può fare o no.

Il terzo passo spesso non si può proprio fare, e quando si potrebbe non è di nessuno. La ragione principale è tecnica e l’ho descritta al terzo passo: nel sistema tradizionale la lastra fa presa sulla boiacca spalmata sul suo dorso e calata sul letto ancora fresco. Fra i due non si può interporre uno strato senza togliere alla boiacca il fresco su cui attacca. Per avere l’impermeabilizzazione orizzontale bisogna cambiare sistema di posa, e quello è un altro mestiere e un altro preventivo. Alle ragioni tecniche si aggiungono poi quelle di organizzazione, che pesano anch’esse. Il letto lo fa il muratore, l’impermeabilizzatore a quel punto ha già smontato il cantiere, il marmista vuole posare. Il terzo passo richiede un secondo viaggio dell’impermeabilizzatore per meno di mezzo metro quadro a soglia. E un bicomponente si vende in kit da venticinque o trenta chili, con vita d’impasto di meno di un’ora, mentre per una soglia ne servono poco più di un chilo. Nessuno apre un kit per quello. Le vie realistiche sono due, e vanno scritte nel programma: programmare le soglie in una giornata in cui l’impermeabilizzatore è comunque in opera sul terrazzo, con lo stesso impasto e con il letto già maturo a quella data, oppure prescrivere un prodotto conforme disponibile in confezioni piccole.

La seconda impermeabilizzazione protegge la lastra, non asciuga il letto. È l’obiezione più forte che si possa muovere a questa sequenza, e va guardata in faccia invece che scansata. Due dei cinque ingressi elencati sopra alimentano il letto lateralmente. Altri due, il giunto perimetrale e la fuga fra le lastre accostate, lo alimentano dall’alto. E il quinto, l’acqua d’impasto, è già dentro il letto in partenza. Lo strato steso sopra il letto interrompe la continuità capillare con la lastra, che è il risultato voluto e che risolve il degrado della soglia; ma non toglie acqua al letto, e anzi gli chiude anche l’ultima faccia da cui il vapore poteva uscire. Il letto resta permanentemente umido, con quello che ne consegue in termini di gelo e di tenuta dell’adesione all’interfaccia. Se si sceglie questa strada, quindi, gli ingressi laterali vanno chiusi comunque. E il fronte va gestito come ho detto al terzo passo, altrimenti il serbatoio è solo stato spostato.

Da qui la conclusione, che è una valutazione mia e non una prescrizione di norma. Dove è possibile, il letto si elimina invece di impermeabilizzarlo due volte. Si livella il rilievo sotto soglia con una rasatura in pendenza eseguita a tolleranza, e si impermeabilizza. Poi si incolla la soglia in adesione con doppia spalmatura direttamente sulla tenuta, e si tiene il giunto perimetrale libero con fondogiunto. Lo strato capillarmente attivo sparisce dal nodo, e quello che resta è un film di adesivo di pochi millimetri, che non ha volume per fare da serbatoio.

Le norme di posa non si limitano a consentirlo: la UNI 11714-1 la indica come la soluzione più adatta per gli elementi di spessore costante, come ho già riportato al quarto passo. E lo stesso dettaglio della regola d’arte non impone la malta, ma scrive «allettamento in malta cementizia o idonea colla». La colla è già dentro la regola d’arte, come alternativa pari.

Resta da dire quando questa strada non si può prendere, perché presentarla come universale sarebbe falso. Sono cinque casi, e in cantiere pesano.

  • Lastre non calibrate, con faccia inferiore grezza e spessore che varia di un centimetro o più su pietre a spacco: con la colla quella variazione finisce tutta in faccia.
  • Dislivelli da recuperare di centimetri: la colla non è un materiale di messa in quota, e oltre pochi millimetri ritira e fessura; le formulazioni a medio letto hanno comunque un limite.
  • Soglie massicce, di forte spessore e peso, che si mettono in quota a cunei e si assestano, e che un film di colla non sostiene mentre fa presa.
  • Vani fuori squadra, con spallette non parallele e quote interne ed esterne che non coincidono: quelle differenze il letto le assorbe, la colla no.
  • Serramento già montato. È il vincolo che decide più di tutti e che nessuna norma nomina: una lastra da infilare sotto la battuta di un telaio già in opera, con pochi millimetri di gioco, con il letto la si infila e la si assesta, con la colla no. L’ordine di montaggio dell’infisso, in questo nodo, pesa quanto quello del marmista.

In tutti questi casi il letto serve, si accetta il pacchetto più alto e si esegue per intero la sequenza del capitolo precedente, terzo passo compreso.

Il deflusso: a tenuta verso dentro, drenante verso fuori

Un principio tiene insieme tutto il capitolo precedente. Ogni strato impermeabile di questo nodo deve avere una direzione di deflusso. Un contenimento che raccoglie e non restituisce non protegge: accumula.

La regola d’arte non lo enuncia in questa forma, è una mia inferenza; ma lo pratica in due modi. Il primo è la prescrizione del rilievo sotto soglia in leggera pendenza verso l’esterno, che è il modo di dare alla conca una direzione. Il secondo è il rifiuto esplicito dell’errore opposto: quando la guida di frontalino viene posata prima dell’impermeabilizzazione e la membrana viene risvoltata sul suo spessore interno, Broccolino chiama il dettaglio che si ottiene vaschetta priva di scarico. Ed è la migliore definizione del problema.

Da questa logica discendono le condizioni al contorno da verificare prima di scegliere il dettaglio.

Le pendenze del terrazzo devono andare verso l’esterno, e non verso la parete su cui si aprono le portefinestre. Se sono state realizzate al contrario, nessun contenimento da venti millimetri regge un accumulo che punta verso la soglia. La regola d’arte prevede allora tre rimedi. Il primo è la soglia rialzata alla marinara, con rampa eventuale distaccata di due o tre centimetri dal bordo per lasciar defluire l’acqua. Il secondo è la pavimentazione esterna galleggiante e drenante in quadrotti su sostegni. Il terzo è la canaletta grigliata immediatamente prima della soglia, eccedente di almeno 25 cm per lato la larghezza della soglia. Quando invece è la quota a mancare, cioè quando la soglia risulta rilevata di 15 mm o meno rispetto alla pavimentazione esterna, la fonte indica la pavimentazione galleggiante o la canaletta. A queste si aggiunge la soglia a sezione trapezoidale descritta più avanti.

I tre rimedi però non sono intercambiabili. La differenza sta nelle conseguenze sull’accessibilità e sulla sicurezza, che le fonti tecniche non trattano e che il progettista deve pesare. La soglia alla marinara rialza il piano ben oltre i due centimetri e mezzo. E una rampa all’8 per cento per superare dieci o dodici centimetri chiede da un metro e un quarto a un metro e mezzo di sviluppo, che su un balcone profondo un metro e venti non esiste. La pavimentazione galleggiante alza il calpestio di quattro o otto centimetri e quindi abbassa di altrettanto l’altezza residua del parapetto, che le regole tecniche fissano a un minimo di 100 cm: è una verifica da fare con il metro prima di scegliere. La canaletta grigliata è la soluzione più neutra sulle quote, ma va prescritta per intero e non solo in pianta: scarico collegato, pendenza di fondo propria, griglia asportabile per l’ispezione e la pulizia, e maglia della griglia adeguata al transito. Una canaletta senza sbocco è la stessa vaschetta priva di scarico, spostata di venti centimetri.

Esiste anche la soluzione della soglia a sezione trapezoidale, con la faccia superiore inclinata verso l’esterno dell’8 per cento. Genera da sola il contenimento, senza rialzare il bordo esterno. Va usata sapendo due cose. La prima è che il contenimento così ottenuto va comunque confrontato con il dislivello massimo ammesso. La seconda è che l’8 per cento ammesso è la pendenza massima di una rampa, cioè di un elemento con requisiti propri: non è un permesso a inclinare di altrettanto un piano di calpestio in pietra, bagnato e potenzialmente gelato, proprio sulla linea di passaggio.

Sulle pendenze della pavimentazione esterna il riferimento che circola è la UNI 8627: pendenza non superiore al 5 per cento, con la raccomandazione di non scendere sotto valori fra l’1 e l’1,5 per cento.

La condizione al contorno Come si verifica Se è verificata Se non lo è Che cosa va ricontrollato
Pendenza della pavimentazione esterna Rilievo di quote su griglia di punti, prova di bagnatura Contenimento a vaschetta con soglia rilevata Marinara, galleggiante o canaletta Dislivello e altezza del parapetto
Quota disponibile alla soglia Quote di progetto della pavimentazione finita Contenimento sopra la pavimentazione Soglia trapezoidale, galleggiante o canaletta Dislivello massimo ammesso
Deflusso della conca Verifica che la conca non sia chiusa a valle La vaschetta restituisce all’esterno Vaschetta priva di scarico Anche lo scarico della seconda guaina
Risvolti sulle spallette Esame del vano prima della finitura Risvolti fino alla quota di facciata Ingresso laterale nel sotto soglia Raccordo con il cappotto, se c’è
Sequenza dei lavori Verbale di consegna del piano di posa Impermeabilizzazione prima della soglia Solo palliativi sulla testa del supporto Ordine di montaggio dell’infisso

Tabella 1. Le cinque verifiche che decidono quale dettaglio si può usare, e per ciascuna la conseguenza che di solito non viene guardata. La scelta si fa prima che arrivino i marmisti.

Le varianti che cambiano il dettaglio

Il testo fin qui descrive un balcone aggettante con pavimentazione incollata, e le tavole il suo gemello a terra su platea. Cinque situazioni cambiano il dettaglio in modo sostanziale, e vanno decise in progetto.

La loggia rientrante. Qui non esiste un bordo libero verso cui restituire l’acqua: il deflusso va a un bocchettone, e la sua posizione decide la direzione delle pendenze e quindi tutto il sotto soglia. C’è di più, e per questa tesi è il caso peggiore, non il migliore: la loggia è più riparata dalla pioggia ma molto meno ventilata e soleggiata, quindi ha una capacità evaporante minore. E per il bilancio di Hall e Hoff una minore capacità evaporante significa permanenza più lunga dell’acqua. In più le spallette, che qui sono l’elemento dimenticato, in loggia sono presenti su più lati e portano il carico d’acqua della muratura sovrastante.

Il cappotto. Con isolamento a cappotto il risvolto sulle spallette deve passare sotto l’isolante e raccordarsi al profilo di partenza. E lo spessore del cappotto cambia lo sbordo della soglia e la geometria del gocciolatoio. Senza questo coordinamento la prescrizione sui risvolti non è eseguibile.

La stratigrafia drenante e il tetto rovescio. La regola che il piano di scorrimento è la pavimentazione finita vale per la pavimentazione aderente su massetto. Con pavimentazione galleggiante, con ghiaia o a tetto rovescio i piani di scorrimento sono due, quello sulla membrana e quello superficiale. E l’acqua corre in gran parte sul primo: per questo in quei casi il Codice ammette risvolti molto più bassi. Nel tetto rovescio, inoltre, il rilievo sotto soglia deve essere dimensionato per contenere lo spessore dell’isolante, e l’interruzione dell’isolante al nodo va gestita.

La facciata continua e i serramenti a montanti e traversi. Qui la tenuta non è più la vaschetta ma il sistema del serramentista, con le sue camere di drenaggio, e sulla traversa non si fissa nulla: il dettaglio va concordato, non prescritto. Vale la pena ricordare che la posa in opera dei serramenti ha una propria famiglia di norme, la UNI 11673. È la famiglia che governa proprio il giunto in cui il sotto soglia incontra la portafinestra.

Il marciapiede gettato in seconda fase. Nelle tavole il marciapiede è un massetto pendenziato posato sulla platea, dentro lo stesso sistema. In cantiere però si vede spesso l’altra strada: la platea si ferma al filo del fabbricato e il marciapiede arriva dopo, con un getto in calcestruzzo armato accostato e ammorsato con connettori in acciaio. Fra i due getti resta una ripresa, e una ripresa di getto non è mai stagna per conto suo: i connettori cuciono staticamente i due corpi, non chiudono il passaggio dell’acqua. E lungo le barre e nelle microfessure di ritiro che la ripresa si porta dietro, l’acqua trova strada. La Figura 8 mostra i percorsi: entra dal giunto fra il massetto sotto soglia e quello del marciapiede, dalla testa del supporto della soglia e dalle fughe non sigillate con cura; corre nel letto di posa sopra i getti; scende nella ripresa fra platea e calcestruzzo del marciapiede. E la stessa ripresa lavora anche in senso contrario: l’acqua che sta nel terreno la risale. Le macchie sulla soglia, alla fine, sono le stesse del nodo base.

Il marciapiede gettato in seconda fase, senza tenuta: in ciano l'acqua nei giunti e nella ripresa fra platea e getto, fino al terreno
Figura 8. Il marciapiede gettato in seconda fase, senza nessuna tenuta: in ciano l’acqua nei giunti. Entra dalla testa e dalle fughe, corre nel letto di posa, scende nella ripresa fra platea e getto del marciapiede, e dalla stessa ripresa risale l’acqua del terreno. Sulla soglia, le macchie del nodo base.

La chiusura ha un pezzo in più, e per il resto non cambia. Il pezzo in più è il cordone bentonitico idroespansivo posato al centro della ripresa, fra i connettori: a contatto con l’acqua rigonfia e sigilla la giunzione, ed è la barriera contro l’acqua che arriva dal terreno. Il cordone però lavora solo se posato da cordone. La superficie di ripresa va pulita e scarificata, senza lattime. Il fissaggio va fatto continuo, con la rete o i chiodi previsti dal produttore, perché il getto non lo sposti. Attorno al cordone serve il ricoprimento minimo di calcestruzzo che la scheda dichiara, da verificare sullo spessore del getto: sotto quel confinamento il rigonfiamento spacca invece di sigillare. E il getto deve seguire a breve, con il cordone sostituito se la pioggia lo ha già fatto rigonfiare. Dove l’acqua è salina, aerosol marino o disgelanti, va valutato il cordone polimerico idroespansivo al posto del bentonitico, perché la bentonite in acqua salina rigonfia meno. Anche i connettori vanno trattati da corpi passanti della ripresa, con un collare di pasta idroespansiva attorno a ogni barra nel punto in cui attraversa il giunto: è lo stesso principio dei cavidotti sotto la soglia.

Sopra, il processo è quello descritto fin qui: l’impermeabilizzazione primaria corre continua sopra la ripresa, sulla platea e sul getto del marciapiede, rinforzata da una bandella sulla linea della giunzione, con il risvolto verticale sul bordo; la secondaria chiude piano di posa, testa e filo del marciapiede come nel nodo base.

La ripresa chiusa: cordone bentonitico fra i connettori, primaria continua sopra la giunzione, secondaria come nel nodo base
Figura 9. La ripresa chiusa: cordone bentonitico fra i connettori, impermeabilizzazione primaria continua sopra la giunzione con risvolto sul bordo, secondaria su piano di posa, testa e marciapiede. Il processo delle due impermeabilizzazioni non cambia.

Il marciapiede gettato in seconda fase, dall’errore al nodo giusto: la ripresa senza cordone beve, il cordone bentonitico la chiude, e primaria e secondaria completano il nodo. Animazione dell’autore.

Gli errori ricorrenti

Il sistema, fotografato

Prima degli errori conviene guardare il sistema di cui parla il capitolo sulla sequenza, perché è quello che si incontra e non un caso limite. Le quattro fotografie che seguono vengono da un mio cantiere e mostrano lo stesso nodo in momenti diversi.

Soglia già posata sul letto in sabbia e cemento, con la testa del letto ancora nuda sotto lo spessore della lastra
Fotografia 1. La soglia è già posata, e sotto il suo spessore si vede la testa del letto in sabbia e cemento, il fronte verticale del supporto, ancora scoperta. La lastra è stata calata sul letto ancora fresco, con la boiacca spalmata sul suo dorso, quindi fra letto e pietra non c’è né può esserci uno strato di tenuta: il momento per metterlo sarebbe stato prima, e in questo sistema quel momento non esiste. In basso corre una fascia scura, che in questo cantiere è l’impermeabilizzazione del piano. Fotografia dell’autore.
Lo stesso nodo visto per il lungo, con la testa del letto rasata e la soglia sopra
Fotografia 2. Lo stesso nodo per il lungo. La testa del letto è stata rasata e si presenta come una fascia continua sotto la lastra: è la faccia che resta accessibile a lastra montata, e quindi l’unica su cui si può ancora intervenire. Il piano di posa, quello che conta di più, è ormai sotto la pietra. Fotografia dell’autore.
La testa del letto rasata a filo, pronta per ricevere il trattamento
Fotografia 3. La testa rasata e pronta. Da qui in avanti la scelta è fra lasciarlo così, ed è quello che succede nella maggior parte dei cantieri, oppure trattarlo. Fotografia dell’autore.
Prima mano dell'impermeabilizzazione sulla testa del letto, a soglia già montata
Fotografia 4. La testa dopo la prima mano dell’impermeabilizzazione, data a soglia già montata. Il prodotto è grigio come la rasatura che sta sotto, quindi nella fotografia il confine non si distingue: la sequenza è documentata dall’autore, presente in cantiere. È il rimedio possibile in questo sistema, e va fatto. Quello che non copre è la faccia superiore del letto, e quindi non chiude la via delle fughe fra lastre accostate. Sul piano si vedono i cavidotti che corrono verso il nodo: se ne parla fra gli errori ricorrenti. Fotografia dell’autore.

Come finisce, quando la base resta scoperta

Le tre fotografie che seguono mostrano quadri che attribuisco al meccanismo descritto nel capitolo sui sali. L’attribuzione è mia e si basa sul sopralluogo, non sulla fotografia: come dice la tabella della diagnosi differenziale, lo stesso aspetto lo danno anche la compressione da vincolo e la pietra inadatta al gelo. Per esserne certi serve il prelievo.

Soglia di una porta di ingresso con una chiazza chiara estesa su una parte della lastra
Fotografia 5. Soglia di una porta di ingresso. Una parte della lastra ha cambiato colore in modo netto, con un contorno che non segue nulla di visibile in superficie, e in due punti la superficie sembra essersi aperta: da una fotografia non si stabilisce se manchi materiale. È il viraggio del colore, il quadro che il committente nota per primo perché sta sulla porta di casa. L’alterazione qui si concentra verso una testata, e la testata è anche la zona della compressione da vincolo: per separare le due cause servono i giunti laterali e il prelievo, non l’immagine. Fotografia dell’autore.
Soglia di un garage con macchie scure che seguono l'andamento delle fughe
Fotografia 6. Soglia di un garage. Le macchie scure non sono distribuite a caso: si addensano lungo la battuta del portone, sul lato interno della soglia. Nella fotografia i giunti fra le lastre non si distinguono, quindi la loro posizione non è verificabile qui. Fotografia dell’autore.
La stessa soglia di garage vista per intero, fra la pavimentazione interna e quella esterna, con degrado esteso
Fotografia 7. La stessa soglia di garage ripresa dall’interno e per intero, fra la pavimentazione interna e quella esterna. Qui la superficie è alterata su tutta la fascia, in modo abbastanza uniforme. Va detto che l’uniformità, nella tabella della diagnosi differenziale, è il carattere della pietra inadatta al gelo, mentre i sali dal letto danno un gradiente verso il bordo: è un quadro da qualificare con il prelievo, e lo riporto come tale. Fotografia dell’autore.

E gli errori veri e propri

La soglia posata prima dell’impermeabilizzazione. È l’errore capostipite, perché tutti gli altri ne discendono. La regola è categorica: la posa delle soglie non deve mai avvenire prima della posa delle pendenze e dell’impermeabilizzazione. Quando le soglie ci sono già, all’impermeabilizzatore restano solo palliativi: incollare la membrana per pochi millimetri sullo spessore frontale della soglia, e affidarsi ai sigillanti.

Il collegamento sullo spessore frontale della soglia. È il palliativo di cui sopra praticato come regola.

Il contenimento misurato dalla quota sbagliata. Succede soprattutto con i serramenti in profilati metallici a filo pavimento, dove il contenimento sotto il serramento finisce per essere di pochi millimetri sopra il livello dell’impermeabilizzazione. Ma il piano di scorrimento delle acque, con pavimentazione aderente, è la pavimentazione finita: venti millimetri sopra l’impermeabilizzazione e venti millimetri sopra la pavimentazione sono due quote diverse.

Le spallette dimenticate. Il contenimento posteriore si vede e si fa. Quello laterale si vede meno, e salta.

I corpi passanti sotto la soglia. Sotto una soglia passano spesso i servizi e i sottoservizi: cavidotti elettrici, scarichi, a volte l’adduzione. Quando la soglia è già posata, elettricisti e idraulici tendono a far passare i tubi proprio nello spessore del rilievo, perché è il punto di minor resistenza; dopo, la tenuta in quel nodo non è più eseguibile. Un divieto senza alternativa viene violato, quindi il percorso alternativo va indicato in progetto. E dove l’attraversamento non si può evitare, il tubo va trattato da corpo passante: la tenuta si risvolta e si sigilla sul tubo nel punto in cui lo attraversa, non si interrompe e basta. Sui cavidotti corrugati la sigillatura data sul corrugato non tiene, perché l’acqua corre nelle gole: serve un tratto liscio, un manicotto o un collare su cui risvoltare e sigillare. Nelle fotografie di questo capitolo i cavidotti che corrono verso il nodo si vedono bene: sono corpi passanti, e da corpi passanti vanno trattati. Sul principio generale degli attraversamenti di uno strato di tenuta ho scritto in Chi porta i cavi porta anche l’acqua.

La guida di frontalino posata prima dell’impermeabilizzazione, con la membrana risvoltata sul suo spessore interno. Non riguarda la soglia ma le sta accanto e produce lo stesso quadro: una conca senza scarico.

Non tutto quello che si sfoglia è sale

Prima di attribuire al sotto soglia un degrado, vanno escluse due cause che danno lo stesso quadro visivo e che in cantiere si vedono altrettanto spesso.

La compressione da vincolo. Una soglia è una lastra incastrata fra due spallette, e quasi sempre i giunti laterali vengono riempiti rigidi di malta o di colla. Una lastra scura in pieno sole si dilata di qualche decimo di millimetro sul metro, e non ha dove andare. Va in compressione, e scaglia proprio agli estremi e sul bordo. È un danno meccanico, si cura con un giunto e non con una guaina, e si riconosce perché il distacco è concentrato alle testate.

La pietra sbagliata. Una soglia in materiale molto assorbente e poco resistente al gelo si sfoglia da sola, con o senza letto, in zona di gelo. La norma di posa dei rivestimenti lapidei chiede le verifiche a monte proprio per questo.

I caratteri che separano i tre casi sono questi.

Carattere Sali dal sotto soglia Compressione da vincolo Pietra inadatta al gelo
Dove si concentra sulla faccia, più marcato verso il bordo esterno alle testate, contro le spallette uniforme su tutta la lastra
Che aspetto ha scaglie sottili, aloni che tornano dopo la pulizia schegge e scagliature, spesso con bordi vivi sfogliamento diffuso, superficie che si apre
Quando peggiora tutto l’anno, con aggravamento nel tempo d’estate, dopo le giornate più calde a fine inverno, poi si ferma
Che cosa lo conferma prelievo con solfati e calcio, profilo crescente verso la faccia giunti laterali rigidi e pieni assorbimento e resistenza al gelo della pietra
Che cosa lo ferma togliere l’alimentazione e interrompere la capillarità rifare i giunti laterali elastici sostituire con pietra idonea

Tabella 2. Tre cause, un solo quadro visivo. La prima domanda non è quale prodotto usare, è quale dei tre si sta guardando.

La ristrutturazione, che è il caso più frequente

Quasi tutto quello che precede riguarda il nuovo. La domanda che arriva davvero, però, è un’altra: soglia esistente che si sfoglia, pavimento esterno che non si può demolire, quota che non c’è.

La prima cosa da verificare non riguarda la soglia ma il serramento. Se il telaio dell’infisso appoggia sulla soglia, e nella grande maggioranza dei casi appoggia, la soglia non si sfila senza smontare il serramento oppure senza tagliarla. È questa verifica a decidere il costo e la fattibilità dell’intervento, non lo stato della pietra.

Se la lastra si può togliere, si toglie così: si tagliano la sigillatura e il giunto perimetrale a filo con lama diamantata, si tagliano i giunti contro le spallette, e si passa una lama flessibile o un filo sotto la lastra per staccare il piano di posa. Poi si sfila con ventose e cunei di legno progressivi, tirando in orizzontale, senza mai fare leva sul bordo sbordante, che è dove la lastra si spezza. E va saputo che su una superficie degradata le ventose fanno poca presa. Su un letto in sabbia e cemento la lastra si recupera spesso; su una posa a colla quasi mai, e la lastra nuova va preventivata comunque.

Quando la soglia non si può togliere restano gli interventi che riducono l’alimentazione senza risolverla. Vanno proposti per quello che sono, e in ordine di costo crescente sono tre.

  • Sigillatura delle fughe fra le lastre accostate, dove il davanzale è di più pezzi: è l’intervento più economico di tutti e chiude la via che il trattamento del fronte non raggiunge.
  • Rifacimento del giunto perimetrale con fondogiunto: chiude un altro dei cinque ingressi.
  • Correzione o creazione del deflusso a monte, con una canaletta grigliata che intercetta l’acqua prima che arrivi alla soglia.

C’è poi l’intervento che non è più un palliativo, perché comincia a risolvere: la demolizione di una fascia di trenta o quaranta centimetri di pavimentazione esterna, per riprendere l’impermeabilizzazione e il sottofondo nel solo tratto adiacente. Costa più degli altri tre, ed è quello che dà il risultato migliore senza toccare tutto il terrazzo.

Che cosa si scrive in capitolato

La prescrizione utile parla di sequenza, di quote e di verifiche, perché sono le tre cose che si possono controllare. Ogni voce qui sotto è scritta in modo che la direzione lavori possa rifiutare qualcosa.

  • Sequenza vincolante: pendenze, impermeabilizzazione del sotto soglia con contenimento a vaschetta e risvolti sulle spallette, e solo dopo posa delle soglie. Da scrivere come vincolo di programma, con verbale di consegna del piano di posa fra impresa impermeabilizzatrice e posatore, controfirmato dalla direzione lavori.
  • Quote di progetto: quota della pavimentazione esterna finita e quota del pavimento interno finito fissate sul disegno, con spessori dichiarati e con lo spessore minimo del sottofondo interno in cui annegare il risvolto verticale della vaschetta. Il contenimento va verificato con livello o laser rispetto a un caposaldo, non con il metro da una superficie che al momento dell’esecuzione non esiste ancora. È anche la ragione tecnica per cui il nodo salta: quasi mai quella quota è stata fissata su carta.
  • Contenimento: soglia rilevata di almeno 20 mm sul bordo esterno rispetto alla quota di progetto della pavimentazione esterna finita, con soglia posata in pendenza di 4-5 mm verso l’esterno sull’intera profondità. Dalla somma dei due discende un contenimento sul lato interno di 24-25 mm, che è una conseguenza delle due quote prescritte e non un requisito autonomo, e che non va confuso con i 24 mm che la fonte indica per il caso diverso della soglia a sezione trapezoidale.
  • Vaschetta: lamiera di acciaio inox o rame 8-10/10, oppure piombo 20/10 saldato a stagno, con gruppi di fissaggio a testa piatta, sfalsati su due linee o a quinconce. Trattamento di aderenza indicato per esteso a seconda del sistema impermeabile adottato, con dichiarazione scritta di compatibilità del produttore. Strato di aggrappo sulla superficie orizzontale prima della posa della lastra.
  • Risvolti sulle spallette: alla stessa altezza dei risvolti verticali della parete su cui si apre il vano, con raccordo dichiarato dove c’è il cappotto.
  • Trattamento del letto di allettamento, quando il letto c’è: malta a legante dichiarato a rapido essiccamento, e guaina liquida cementizia bicomponente conforme alla UNI EN 14891 su piano di posa, testa e fianchi, in due mani, previa rasatura o primer consolidante. Dove la posa avviene in adesione diretta senza letto, il requisito si sposta sul supporto rasato.
  • Giunto perimetrale: larghezza minima dichiarata, rapporto fra profondità e larghezza, fondogiunto a cellule chiuse obbligatorio, sede libera da adesivo fino al livello dell’impermeabilizzazione sottostante.
  • Posa della soglia: adesivo cementizio C2FT S1 o S2 secondo UNI EN 12004-1, a strato compatto con doppia spalmatura, contatto minimo del 95 per cento in esterno secondo UNI 11493-1:2025, norma delle piastrellature ceramiche estesa qui per analogia ai lapidei come scelta di capitolato. La verifica del contatto si fa sollevando la prima lastra posata e poi una ogni N posate, con N dichiarato in capitolato, a carico dell’impresa, con verbale.
  • Sigillature: prova preliminare di non macchiatura su un campione della pietra effettivamente fornita, classificazione secondo UNI EN ISO 11600, e inserimento del sigillante nel piano di manutenzione con periodicità dichiarata. Dove il davanzale è composto da più lastre accostate, la sigillatura delle fughe fra una lastra e l’altra va prescritta come le altre e non lasciata alla stuccatura: è la via d’acqua che resta aperta anche quando il fronte del supporto è stato protetto.
  • Trattamento protettivo della pietra: a cura del fornitore dei marmi, che indica prodotto, momento dell’applicazione e modalità in base al materiale che ha fornito, e ne risponde. La direzione lavori verifica due cose sole: che il trattamento sia stato eseguito e documentato, e che il supporto sotto la soglia risulti già protetto. Il trattamento della pietra non sostituisce la protezione della base.
  • Deflusso: rilievo di quote su griglia di punti e prova di bagnatura con verbale fotografico. Dove il deflusso non è verso l’esterno, uno dei tre rimedi del capitolo sul deflusso, scelto e motivato in progetto perché non sono intercambiabili. Se si adotta la canaletta grigliata, va prescritta eccedente 25 cm per lato con scarico collegato, pendenza di fondo e griglia asportabile.
  • Gocciolatoio: scuretto continuo all’intradosso della parte sbordante, con sbordo di almeno 40 mm e larghezza e profondità dichiarate.
  • Attraversamenti: divieto di attraversamenti impiantistici nello spessore del rilievo sotto soglia, con indicazione del percorso alternativo. Dove l’attraversamento è inevitabile, trattamento da corpo passante: tenuta risvoltata e sigillata sul tubo nel punto del passaggio, con verbale fotografico prima della chiusura.
  • Protezione del nodo fino alla consegna: copertura della vaschetta rivestita fino alla posa della lastra, protezione della soglia posata con telo e tavola fino a fine finiture, divieto di appoggio di piedi di ponteggio e di transito di carriole sul rilievo sotto soglia, rimozione delle protezioni senza solventi. Onere in capo all’impresa che posa.
  • Documentazione: verbale fotografico di accettazione del supporto, con foto datate e riferimento metrico in campo, controfirmato dalla direzione lavori, e sospensione della posa in assenza del verbale.

In sintesi

1. La vaschetta e il letto rispondono a due problemi diversi. La vaschetta ferma la penetrazione dell’acqua dall’esterno verso l’interno, ed è la risposta corretta a quel problema. Il letto che le sta dentro assorbe acqua per capillarità, e quella è un’altra questione. 2. L’acqua capillare non si scarica con una pendenza. La suzione di un poro fine vale ordini di grandezza più di un battente di quattro o cinque millimetri. Quell’acqua se ne va solo come vapore. 3. Il vapore esce dalla strada più corta, che qui è la soglia. Verso il basso e verso l’interno c’è la vaschetta; sulla testa il letto incontra il sottofondo esterno o l’elemento comprimibile, non l’aria; resta il giunto perimetrale, stretto, in ombra e sigillato, e resta la lastra, calda e di grande superficie. 4. La regola d’arte chiede 20 mm di contenimento sopra la pavimentazione finita. Non sopra l’impermeabilizzazione: sopra il piano su cui l’acqua scorre davvero. Lo stesso valore si ritrova nella divulgazione tecnica come deroga ai 15 cm di risvolto, ma le due fonti sono riconducibili allo stesso Codice: non è una conferma indipendente. 5. Il letto ha cinque ingressi ordinari. Fughe e sottofondo esterno, giunto perimetrale, spallette non risvoltate, fughe fra una lastra e l’altra, acqua d’impasto non ceduta. Nessuno dei cinque richiede un’infiltrazione, e il quarto, la fuga fra le lastre accostate, è quello che resta aperto anche dopo il rimedio più diffuso. 6. I sali si accumulano dove l’acqua evapora, e il processo si autoalimenta. Lo scrive la fonte primaria sulla risalita capillare: i sali si concentrano nella zona bagnata e alla fine si depositano dentro il materiale o in superficie; e la loro presenza riduce la velocità di evaporazione, quindi allunga il tempo in cui il nodo resta bagnato. 7. La subflorescenza è quella che rompe, e su una soglia al sole è il caso atteso. Il gradiente termico sposta il fronte di evaporazione dentro la pietra, e lì il cristallo stacca la superficie. 8. La pressione di cristallizzazione dipende dalla sovrasaturazione e dal raggio del poro, non dalla resistenza del materiale. A Nora un’arenaria più debole ha resistito meglio di una malta più resistente, perché aveva pori più larghi. 9. Sui cloruri il dato che circola è sbagliato, e la correzione rafforza il quadro. Il cloruro di sodio deliquesce intorno al 75 per cento di umidità relativa, non al 30 che appartiene ai cloruri di calcio e di magnesio. Il 75 per cento si attraversa quasi ogni giorno sereno, quindi il ciclo è quotidiano. 10. Impermeabilizzare il basamento della soglia è prassi mia di cantiere, non una prescrizione di norma. Prima il letto, poi l’asciugatura, poi due mani sul piano di posa, sulla testa e sui fianchi del basamento, poi la lastra. Nella regola d’arte lo stesso trattamento in resina cementizia c’è, ma sul sottofondo della pavimentazione esterna e contro il dilavamento dei residui calcarei. 11. Quello strato protegge la lastra, non asciuga il letto. Interrompe la continuità capillare fra letto e soglia, che è il risultato voluto, ma il letto resta umido e gli ingressi laterali vanno chiusi comunque. 12. Spesso la strada giusta è togliere il letto. Il pacchetto con letto e seconda guaina insieme nella quota disponibile spesso non ci sta; il terzo passo non ha una squadra che lo faccia; e senza letto non c’è serbatoio. Resta necessario con lastre non calibrate, dislivelli di centimetri, soglie massicce, vani fuori squadra e serramento già montato. 13. Ogni strato impermeabile deve avere una direzione di deflusso. Un contenimento che raccoglie e non restituisce accumula. La regola d’arte lo pratica con la pendenza a uscire e rifiuta l’errore opposto, che chiama vaschetta priva di scarico. 14. I tre rimedi al deflusso sbagliato non sono intercambiabili. La marinara sfonda il dislivello ammesso, la galleggiante abbassa l’altezza residua del parapetto, la canaletta è la più neutra ma va prescritta con scarico, pendenza e griglia ispezionabile. 15. L’errore capostipite è di sequenza, non di prodotto. La soglia posata prima dell’impermeabilizzazione rende impossibile ogni soluzione corretta a valle. 16. Non tutto quello che si sfoglia è sale. Vanno escluse la compressione da vincolo, che si concentra alle testate, e la pietra inadatta al gelo, che si degrada in modo uniforme.

Dal cantiere

Davanti a una soglia che si sfoglia guardo prima di tutto dove finisce l’acqua quando piove, e solo dopo la soglia. Poi guardo il giunto perimetrale e i giunti contro le spallette, e chiedo la fotografia del nodo prima della posa dei marmi. Quasi sempre quella fotografia non esiste, ed è già una risposta.

C’è un’abitudine che considero un segnale. Quando la soglia viene pulita e l’alone torna in poche settimane, non è la pulizia a essere stata fatta male: il sale che si è tolto era solo quello arrivato in superficie. Attenzione però a non leggerlo come prova di alimentazione in corso, perché non lo è: un sale già depositato deliquesce e riumidisce la pietra anche a nodo ormai asciutto. Il ritorno dell’alone dice che c’è sale, non dice da dove viene l’acqua. A distinguere le due cose serve il profilo in profondità.

Sull’ordine dei lavori dico una cosa che vale più di qualunque prescrizione di prodotto. Questo nodo si perde quasi sempre nel momento in cui il marmista arriva prima dell’impermeabilizzatore, e nessuno lo ferma. Non è una questione di competenza dei posatori: è che nel programma di cantiere quel vincolo non era scritto, e quello che non è scritto in cantiere non esiste. Scriverlo costa una riga.

E un argomento che agli articoli tecnici manca sempre e che con le imprese funziona più della fisica. Un secondo passaggio dell’impermeabilizzatore su una decina di soglie, programmato nella stessa giornata del terrazzo, costa qualche centinaio di euro. Il rifacimento di una sola soglia degradata, fra demolizione, ripresa dell’impermeabilizzazione, lastra nuova e marmista, ne costa fra otto e quindici volte tanto. È una stima mia, non un prezzario, ma il rapporto è quello e regge a qualunque listino.

Domande frequenti

La mia soglia si sfoglia solo da un lato, verso una spalletta. Perché non su tutta la lunghezza?
Perché quel lato ha un ingresso d’acqua in più. Il risvolto dell’impermeabilizzazione sulle spallette è la parte che salta più spesso. Quando manca da un lato solo, l’acqua che scende lungo quella muratura entra lateralmente nel sotto soglia e alimenta il letto proprio lì. Un degrado asimmetrico è quindi un indizio utile: dice che la sorgente è laterale e non diffusa, e dice anche da che parte guardare quando si apre. Se invece la lastra si degrada in modo uniforme su tutta la lunghezza, la spalletta non c’entra. Le prime cose da considerare, allora, sono la pietra e il gelo.

La soglia è già posata e si sta rovinando. Devo per forza toglierla?
Prima di quella domanda ne va fatta un’altra, ed è quella che decide costo e fattibilità: se il telaio dell’infisso appoggia sulla soglia, e nella grande maggioranza dei casi appoggia, la lastra non si sfila senza smontare il serramento oppure senza tagliarla. Il capitolo sulla ristrutturazione mette in fila che cosa si può fare nei due casi, in ordine di costo crescente.

Il trattamento della pietra serve, o peggiora le cose?
Tutte e due, e a decidere è che cosa c’è sotto la lastra. Se il letto si bagna ancora, il trattamento peggiora: l’acqua continua ad arrivare da sotto e non riesce più a uscire dalla faccia, quindi evapora dentro la pietra. I sali cristallizzano sotto la superficie, dove il distacco che producono porta via più materiale. È la stessa avvertenza che Hall e Hoff fanno per gli intonaci poco permeabili sui muri umidi. Li chiamano un cattivo trattamento proprio perché riducono la perdita d’acqua e sembrano efficaci a lungo. Se invece la base è stata protetta, il trattamento fa il mestiere per cui è nato e difende la faccia a vista da quello che arriva dall’alto: sporco, unto, foglie bagnate, sale sparso d’inverno. L’ordine è tutto: prima la base, poi la pietra. Prodotto e momento li indica il marmista, in base al materiale.

Come capisco se il letto sotto la mia soglia è ancora alimentato?
Con l’osservazione si arriva fino a un certo punto, e ho appena spiegato perché il ritorno degli aloni non basta. Quello che discrimina è il profilo: si prelevano i detriti di una piccola foratura per intervalli di profondità noti, si misura il contenuto di sali e si guarda come varia nello spessore. Un profilo crescente verso la faccia superiore, con solfati e calcio, indica alimentazione dal letto. Un profilo uniforme, con cloruri prevalenti, indica una sorgente ambientale.

Che differenza c’è fra questo e l’umidità di risalita?
La geometria e la sorgente, non la fisica. Il trasporto è capillare in tutti e due i casi, e in tutti e due i sali si fermano nella zona di evaporazione. Nella risalita la sorgente è il terreno e il percorso è lungo metri; qui la sorgente è la pioggia che rientra dai giunti e il percorso è di centimetri. Sulla diagnosi differenziale della risalita ho scritto in Diagnosi differenziale dell’umidità di risalita capillare.

Il mio terrazzo ha le pendenze verso la portafinestra. Che si fa?
Si smette di lavorare sulla soglia e si lavora sul deflusso, perché nessun contenimento da venti millimetri regge un piano che punta verso la soglia. I rimedi sono i tre del capitolo sul deflusso, e lì sono messi a confronto: non si equivalgono. Qualunque si scelga, prima si verifica con il metro l’altezza residua del parapetto e il dislivello che ne risulta.

Con un serramento a filo pavimento, senza soglia, che cosa si può fare?
È il caso più difficile e va deciso in progetto. Lì il contenimento a vaschetta non è applicabile, e si ricorre ai nastri in gomma sintetica predisposti nel traverso basso del serramento, collegati all’elemento di tenuta. Sono elementi delicati, spesso già danneggiati dal calpestio di cantiere prima ancora di essere collegati, e il collegamento agli angoli bassi resta il punto critico. Quando la scelta è ancora aperta, chi ha redatto il Codice osserva che due centimetri di rialzo difficilmente rovinano l’impatto visivo di un edificio.

Devo rifare un terrazzo. Da che parte comincio?
Dalla quota della pavimentazione esterna finita, fissata sul disegno, e dalla verifica del deflusso. Sono le due cose che decidono tutto il resto e sono anche le due che quasi mai vengono decise: quando arrivano i marmisti è tardi.

In conclusione

Il ragionamento di questo articolo sta in una frase. La vaschetta è la risposta giusta a una domanda che non era l’unica.

Chi la esegue ha già capito che il sotto soglia è un nodo di tenuta e non un dettaglio da marmista. Quello che manca è il passaggio successivo: accorgersi che dentro quel contenimento è rimasto uno strato che l’acqua la assorbe. E quell’acqua, non potendo scaricarsi verso il basso, se ne va come vapore attraverso la pietra che si voleva proteggere.

Da lì le strade sono due, e non sono equivalenti. Si può interrompere la continuità capillare fra letto e lastra, sapendo che così si protegge la soglia ma il letto resta umido. Oppure si può non avere un letto, e allora il problema non c’è: e dove la lastra è calibrata e il supporto si può rasare in pendenza, questa è la strada migliore, non l’alternativa.

Resta la verifica che viene prima di tutte, non costa niente e quasi nessuno fa: guardare da che parte va l’acqua sul terrazzo, prima di decidere qualunque cosa sulla soglia.

Fonti

Testi tecnici e regola d’arte.

  • A. Broccolino, Proteggere le soglie, «Specializzata» 205, gennaio-febbraio 2012, pp. 24-32, BE-MA editrice, Milano; PDF.
  • A. Broccolino, Curare gli aggetti, «Specializzata» 208, maggio-giugno 2012, pp. 278-288; PDF.
  • A. Broccolino, Acqua nella stratigrafia, «Specializzata» 204, novembre-dicembre 2011, pp. 648-654; PDF.
  • A. Broccolino, Risvolti critici, «Specializzata» 195, ottobre 2010, pp. 604-609; PDF.
  • A. Broccolino, L’IGLAE e il Codice di Pratica delle impermeabilizzazioni: come sono nati e perché, «Ingenio», 30 gennaio 2018.
  • IGLAE, Codice di Pratica delle coperture continue, prima edizione 1993, seconda 2006, terza 2016.
  • M. Canuri, Soglie a filo pavimento: ecco come evitare infiltrazioni d’acqua, «Ingenio», 3 novembre 2020.
  • R. di Gregorio, Balconi, dalle cause del degrado al rifacimento, «Edilportale», 26 giugno 2020.

Fonti scientifiche.

  • C. Hall, W. D. Hoff, Rising damp: capillary rise dynamics in walls, «Proceedings of the Royal Society A» 463 (2084), 2007, pp. 1871-1884, in particolare il paragrafo 5(c), The effect of salts, doi 10.1098/rspa.2007.1855; PDF.
  • C. W. Correns, W. Steinborn, Experimente zur Messung und Erklärung der sogenannten Kristallisationskraft, «Zeitschrift für Kristallographie» 101, 1939, pp. 117-133; C. W. Correns, Growth and dissolution of crystals under linear pressure, «Discussions of the Faraday Society» 5, 1949, pp. 267-271 (ripresi non direttamente).
  • D. H. Everett, The thermodynamics of frost damage to porous solids, «Transactions of the Faraday Society» 57, 1961, pp. 1541-1551.
  • G. W. Scherer, Crystallization in pores, «Cement and Concrete Research» 29 (8), 1999, pp. 1347-1358.
  • R. Spedicato, Sali nelle murature: cause ed effetti, Renzo-ArtHome.
  • Per la storia della capillarità: Borelli (1670 circa), F. Hauksbee, Physico-Mechanical Experiments, Londra 1709, J. Jurin (1718), ed E. W. Washburn, The Dynamics of Capillary Flow, «Physical Review» 17 (3), 1921 (ripresi non direttamente).
  • Umidità relativa di deliquescenza dei cloruri: letteratura di settore sul degrado salino (ripresa non direttamente).

Norme citate. UNI 11493-1:2025 (piastrellature ceramiche), UNI 11714-1:2018 (rivestimenti lapidei), UNI EN 14891:2017 (impermeabilizzanti liquidi sotto piastrellature), UNI EN 12004-1:2017 (adesivi per piastrelle), UNI EN ISO 11600:2011 (sigillanti), UNI 8178-2:2019 (coperture, elementi e strati funzionali), UNI 11540 (regola d’arte e linee guida associative), UNI EN ISO 15148 e UNI EN 1925 (assorbimento d’acqua per capillarità), UNI 11673 (posa dei serramenti), UNI 8627 (pendenze), decreto ministeriale 14 giugno 1989 n. 236 per i requisiti di accessibilità. Dove i valori sono ripresi non direttamente dal testo di norma, prima dell’uso in un capitolato vanno verificati sul testo.

L’autore

Specialista in risanamenti di interrati, umidità di risalita, muffe e condense, circa trent’anni di esperienza di cantiere e venti come imprenditore. Autore di “Murature umide: cause e rimedi” (Grafill, 2026).

Il volume è disponibile su Amazon e su Grafill.



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